Intervista esclusiva a Luca Vanni: "Nadal un riferimento, anche se meno talentuoso di Federer, Murray o Djokovic"

Interviste

Intervista esclusiva a Luca Vanni: “Nadal un riferimento, anche se meno talentuoso di Federer, Murray o Djokovic”

All’indomani della prima vittoria in un Challenger, a Portorose, Luca Vanni racconta il suo 2015 ricco di soddisfazioni, il suo rapporto col tennis e come la sua vita (non) è cambiata dopo i successi nel tennis che conta

Pubblicato

il

Sei reduce dalla tua prima affermazione in un Challenger che arriva dopo il  momento piuttosto avido di vittorie del dopo Wimbledon. Quali sono le tue sensazioni all’indomani di questa bella vittoria?
Il bello e il brutto di questo sport è che perdi tre partite di seguito o per due mesi non riesci a vincere con continuità e sembra che tutto vada male, poi ti capita di vincere un Challenger o ti qualifichi ad uno Slam e tutto si cancella.  Dopo Wimbledon ho perso a Todi in tre set poi con Matteo (Donati ndr) a San Benedetto giocando comunque un buon tennis. A queste si sono aggiunte le sconfitte al primo turno a Bastad con Ramos e poi, dopo la sconfitta con Montanes ad Amburgo, ho deciso di staccare la spina per un po’. Dopo 13 giorni che non giocavo, il sabato mi sono allenato un’oretta vicino casa, la domenica sono andato a Portorose mi sono allenato con Arnaboldi e al primo turno nonostante il 6-3/6-2 ho patito un po’ il caldo, poi mi sono sentito sempre meglio fino alle ultime due partite con Gombos e Zemljia che sono state molto tirate.

In finale mi sembra che il servizio ti abbia aiutato parecchio.
Mi ha funzionato molto bene soprattutto nel tie break. Io non faccio normalmente 20-30 aces ma faccio tanti servizi vincenti e in finale oltre ai 15 aces ho messo a segno parecchi punti direttamente col servizio.

Questo 2015 è decisamente l’anno delle prime volte per te. Dopo la prima partita in un ATP a Chennai e la prima vittoria in un torneo del circuito maggiore a Rio dove sei arrivato fino alla finale passando per l’ingresso in un Masters 1000 a Madrid, dove ti sei tolto lo sfizio di battere Tomic, l’ingresso nel main draw di uno Slam a Parigi e l’ingresso nei primi 100 del mondo, è arrivata anche la prima conovocazione in Coppa Davis. Quale di queste è la più bella?
Sicuramente la convocazione in Davis, anche da quinto, è un’emozione grandissima per me e trovo che l’aver fatto bene sul cemento in Slovenia è importante proprio in ottica Davis perchè si giocherà sul cemento. Detto questo, se devo citare un episodio, credo che la semifinale a San Paolo giocata in uno stadio così grande con il pubblico tutto contro di me a fare il tifo per il proprio beniamino, a volte anche in maniera non proprio correttissima, sia stata qualcosa di decisamente emozionante. Una battaglia di due ore contro 6000 persone è stata una cosa che mi ha regalato emozioni veramente forti. Dover giocare contro tutto e tutti è una cosa che mi gasa tantissimo come successo nella finale a Portorose.

 

La maggior parte delle tue vittorie a livello ITF sono arrivate sul rosso anche se le tue caratteristiche fisiche e di gioco sembrerebbero più adatte alle superfici veloci. Tu quale consideri la tua superficie preferita?
La mia superficie preferita è la terra indoor perchè io faccio molta fatica con il vento, sia sul cemento che sulla terra, soprattutto per via della mia altezza. Sulla terra faccio meno aces ma riesco a scivolare, cosa che per me è fondamentale. Anche tra i diversi tipi di cemento, quelli come i campi di Portorose li preferisco perchè lì si riesce a scivolare e si adattano di più al mio tipo di gioco. A me la partita piace lottarla, affrontare il mio avversario sullo scambio lungo come il penultimo punto della finale dell’altro giorno che è durato 34 scambi. Adesso sto lavorando per avere un gioco più offensivo, per andare più a rete, ma non è facile e ci vuole tempo per questo tipo di cambiamenti nel proprio gioco.

Nella tua carriera hai anche avuto qualche brutto infortunio.
Ho subito tre operazioni alle ginocchia e prima di Portorose avevo fatto delle infiltrazioni di acido ialunorico per salvaguardare le cartilagini. In ogni caso penso che in questo sport gli infortuni facciano parte del proprio percorso di crescita per arrivare a raggiungere il traguardo che ognuno si prefigge.

Il Luca Vanni giocatore e il Luca Vanni uomo si assomigliano?
Io sono Luca dentro e fuori dal campo. Evito le provocazioni e cerco di essere il più sereno possibile. Questo sia in campo che nella mia vita di tutti i giorni. Direi che il Vanni uomo e il Vanni giocatore si assomigliano tantissimo.

Quanto è importante per te il tennis?
Io gioco da quando avevo 9 anni e da circa 10-11 anni il tennis è diventato una costante della mia vita. Il tennis per me è come una ragazza, ci sono periodi migliori, periodi peggiori ma è sempre lì, nel bene e nel male. Ancora oggi la prima cosa che faccio la mattina appena sveglio è controllare un risultato o leggere qualche notizia legata al tennis.

La tua famiglia che ruolo ha giocato e gioca nella tua carriera?
Per me la famiglia è una cosa fondamentale. Sentirmi supportato da chi mi sta intorno è fondamentale per me e questo vale per i miei genitori, per mia sorella, per i miei nonni ma anche per tutto il mio team. Fortunatamente ho sempre sentito e continuo a sentire questo supporto da parte di tutti e questo mi aiuta a dare il meglio di me stesso. Se sono riuscito a raggiungere certi obiettivi il merito è sicuramente anche  dei miei familiari e in particolare Francesca, la mia fidanzata, perchè è l’unica persona che sento quotidianamente, quella con cui posso sfogarmi e confidarmi, quella che considero la mia compagna di vita.

In che modo è cambiata la vita del Luca Vanni dei Challenger rispetto al Luca Vanni dei Masters 1000 e degli Slam?
Ieri per esempio ero a Trieste in piazza e mi è stato chiesto di fare una foto, cosa che fino a qualche tempo fa non mi sarebbe successa. Questa è una cosa che mi fa sicuramente piacere anche se per il resto non è cambiato molto. Mi piace stare con gli amici e con la mia ragazza esattamente come facevo prima. Io vivo in un piccolo paese dove ho sempre parlato con tutti e continuo a farlo ancora. Magari mi fanno qualche domanda in più, quello sì. Certo ora ho una stabilità economica maggiore e qualche sfizio me lo sono tolto anche se dentro di me non è cambiato niente.

Hai qualche rimpianto o vedi qualche occasione mancata in questo 2015 comunque ricco di soddisfazioni per te?
Mi è dispiaciuto perdere quel mese e mezzo dopo la Davis quando mi sono fatto male al ginocchio a Miami e invece di fermarmi come avrei dovuto sono voluto andare a Montecarlo. Io sono uno che preferisce pentirsi di aver fatto una cosa piuttosto che rimpiangere di non averla fatta e cerco di cogliere il lato positivo da episodi di questo tipo che mi aiutano a non ripetere lo stesso tipo di errore.

Che differenza credi che ci sia tra un 120 del mondo e un top 50? Il problema è più la continuità, il talento, la programmazione?
Secondo me quello che fa la differenza veramente è la continutà nei risultati. Un esempio in questo senso è Paolo Lorenzi che fa tantissimi punti nei Challenger in Sudamerica o Carreno-Busta che ha vinto Praga e Perugia di recente. Giocatori che vanno a fare tornei anche minori ma che difficilmente escono prima delle semifinali. In questo senso quindi è molto importante una programmazione oculata anche se poi quello che fa davvero la differenza è avere un rendimento costante durante la stagione.

Qual è il giocatore che ti ha impressionato di più tra quelli che ti è capitato di affrontare o anche solo di vedere?
Cuevas nella finale di San Paolo mi ha veramente impressionato. Sulla terra è uno dei migliori giocatori del mondo e la facilità con cui la palla gli esce dalle corde a volte è disarmante. In quei casi l’unica cosa da fare è concentrarsi su se stessi e cercare di sfruttare ogni minima occasione che ti viene concessa.

Qual è invece il giocatore a cui ti ispiri o che apprezzi particolarmente?
Da ragazzino il mio idolo era Sampras anche se per caratteristiche il giocatore a cui mi ispiro fin da piccolo è Marat Safin. La potenza, il rovescio a due mani, il giocare prevalentemente da fondo sono tutte cose che ho sempre trovato molto vicine al mio modo di intendere il tennis. Devo dire, però, che un giocatore come Rafa Nadal che a livello di talento è sicuramente meno dotato di Federer, Murray o Djokovic, rimane un punto di riferimento per la grinta e la voglia che sta mettendo adesso per ritornare su altissimi livelli e quella che ha messo negli anni passati per rimanere su quegli stessi livelli per tanto tempo.

Se avessi una bacchetta magica e potessi rubare un colpo ad un giocatore, quale colpo ruberesti e a chi?
Il dritto di Federer. Ma potrei dire anche il dritto di Bolelli. In generale il dritto è il colpo in cui mi sento più carente e quindi è quello che ruberei se potessi.

Hai amici veri nel mondo del tennis?
I tennisti con cui ho legato di più perchè ho fatto con loro tante esperienze a livello di Futures e Challenger sono Alberto Brizzi e Andrea Arnaboldi. Con loro ho condiviso esperienze anche al di fuori dei campi da gioco anche se poi nel circuito non c’è nessuno con cui i rapporti siano tesi.

E dei top chi si è mostrato più disponibile e aperto?
Mi è capitato di allenarmi con Tsonga a Madrid e l’ho trovato molto simpatico e disponibile. Lo stesso dicasi di Murray con cui mi sono allenato a Roma. Il fatto è che sono ragazzi come me che però non possono girare per strada e spesso il loro mondo è ristretto al proprio team e possono dare l’impressione di essere antipatici per via di questa loro riservatezza e poi quando ti capita di conoscerli spesso ti accorgi che l’idea che ti sei fatto di loro è completamente sbagliata.

Tempo fa, all’indomani della finale di Rio, ti erano stati chiesti i tuoi obiettivi e tu avevi citato l’ingresso nei primi 100 e nel main Draw di uno Slam. Visto che li hai già raggiunti entrambi, quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?
Il mio obiettivo principale è chiudere l’anno dentro i primi 100 del mondo e provare a rimancerci in maniera costante. Da quello poi si può pensare a qualcosa di più ma preferisco fare un passo alla volta e per il momento il mio obiettivo è quello di entrare nei 100. Intanto ora parto per gli Us Open e poi devo decidere se rimanere in Europa o andare a giocare i Challenger in Asia.

Magari per Lucone questa sarà la volta buona per centrare una vittoria in una partita di uno Slam. Ce lo auguriamo tutti perchè la storia di questo ragazzo della provincia Toscana sembra quasi una favola d’altri tempi che non può che fare bene a questo sport.

Leggi anche:

Andrea Arnaboldi e Luca Vanni: la riscossa degli over 25 azzurri a Parigi
Luca Vanni, dal pane duro dei Challenger alla prima finale ATP, per amore del tennis

 

Silvio Pioli

Continua a leggere
Commenti

Focus

Il sollievo di Thiem: “Non ho mai smesso di crederci, ora giocherò più serenamente”

Il neo-campione dello US Open ha parlato del travaglio mentale della prima finale Slam giocata da favorito. “All’inizio ero molto contratto. Continuavo a chiedermi: ‘Avrò un’altra chance?'”

Pubblicato

il

Dominic Thiem - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Lo stato d’animo di Dominic Thiem nella conferenza stampa seguita alla vittoria del suo primo Slam è di liberazione, più ancora che felice. Le oltre quattro ore passate in campo contro l’amico Alexander Zverev l’hanno messo alla prova in più modi, dalla tensione iniziale ai crampi finali, passando per il ruolo di favorito della vigilia di cui avrebbe volentieri fatto a meno. L’austriaco, infatti, non si vedeva come il sicuro vincitore: “Io non mi consideravo il favorito, so di cosa è capace Sascha; erano i media ad avermi messo in quella posizione. Il nostro match in Australia era stato equilibrato fino alla fine, quindi mi aspettavo lo stesso tipo di incontro. Oggi l’andamento è stato diverso, soprattutto all’inizio, ma non ho mai smesso di crederci. Ho vinto uno Slam ed è fantastico, non importa contro chi”.

Elementi come i pronostici e l’esperienza delle finali Major raggiunte negli ultimi due anni e mezzo sono stati a suo dire deleteri per la qualità della sua performance, soprattutto all’inizio: Non credo che le finali precedenti mi abbiano aiutato, anzi, forse il contrario, visto quanto ero contratto all’inizio. Il problema è che volevo tantissimo il titolo, ma allo stesso tempo il pensiero di andare a zero su quattro nelle finali mi ronzava in testa. Continuavo a chiedermi, ‘avrò un’altra chance?’ Questi pensieri non ti aiutano a giocare liberamente”.

LA TENSIONE E I CRAMPI

I primi due set, infatti, sono stati un incubo, tanto che era sorto spontaneamente il dubbio che i problemi fisici accusati durante la semifinale contro Daniil Medvedev non fossero stati risolti appieno. Thiem ha però smentito l’ipotesi:Ero al 100% fisicamente, ho avuto qualche problema al tendine d’Achille in semifinale ma è stato risolto alla grande, non avevo alcun tipo di dolore. Il problema erano i nervi. Non ero più abituato a sentirmi così, e non sapevo come liberarmene, ma in qualche modo ci sono riuscito durante il terzo set”. Anche i crampi finali non sono stati il frutto di errori di preparazione o di problemi pregressi: Erano anni che non avevo i crampi, ma erano dovuti al mio stato mentale, non fisico. Ero stato incredibilmente teso per tutto il giorno, oltre che per i primi due set. La mia convinzione è stata più forte del mio corpo, però. Non sono state quattro settimane facili, né per il corpo né per la mente, e parte del grande sollievo finale è anche dovuto a questo”.

 
Dominic Thiem – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

I DOLORI DEL GIOVANE SASCHA

Lo svantaggio iniziale era all’apparenza incolmabile, sia per come stava servendo l’avversario, sia per la condizione quasi senza precedenti in cui versava: nell’Era Open, infatti, solo quattro volte un giocatore aveva rimontato due set in una finale Slam, sempre e solo a Parigi (1974, 1984, 1999, 2004). Sarebbe quindi stato normale accettare l’ineluttabilità della sconfitta, ma non per lui: “Restare in partita e continuare è crederci è stato molto complicato, ma ci sono riuscito – voglio dire, era una finale Slam. Stavo giocando male, braccia e gambe pesanti, ma ho sempre sperato che sarei riuscito a liberarmi a un certo punto. Per fortuna, il contro-break nel terzo non è arrivato troppo tardi, e da lì ho iniziato a crederci sempre di più. Ovviamente crederci non era abbastanza, perché sono sicuro che anche Sascha fosse convinto al 100% di poter vincere, e infatti siamo arrivati al tie-break del quinto”.

Va anche detto che, senza una grossa mano dal tedesco, il comeback non sarebbe stato possibile, soprattutto alla fine, quando Zverev ha servito per il match e affrontato il tie-break quasi senza servizio, limitandosi a cercare di evitare il doppio fallo (alterni risultati) con palombelle anodine: “Per lui era la prima finale, e nessuno dei due aveva dovuto battere uno dei Big Three, e credo che questo pensiero fosse presente nella mente di entrambi. Arrivati al tie-break sapevamo che potesse vincere chiunque, e quindi credo che sia comprensibile che non siamo riusciti a giocare il nostro miglior tennis. Quando ha servito per il match io avevo qualche problema fisico, ma ho pensato che anche lui non fosse più troppo fresco, e quindi speravo di avere un’altra chance, perché lui non stava più servendo come all’inizio – ho affrontato quel game alla grande e sono tornato in partita”.

Il finale è stato talmente drammatico (il Direttore l’ha definito “un copione di Agatha Christie diretto da Alfred Hitchcock”) che i due hanno finito per infrangere il protocollo del distanziamento sociale, finendo abbracciati a dispetto delle raccomandazioni e delle emozioni agli antipodi, una dimenticanza tutto sommato comprensibile: “Siamo grandi amici, abbiamo sia un’amicizia a lungo termine che una rivalità a lungo termine. Questa settimana siamo risultati negativi al tampone 14 volte, una cosa del genere. Volevamo solo condividere il momento, e non penso che questo abbia messo in pericolo nessuno, perciò credo che non ci sia stato niente di male”.

Dominic Thiem e Alexander Zverev – US Open 2020 (via Twitter, @atptour)

CEMENTO MON AMOUR

Nel giorno in cui in patria, a Kitzbuhel si giocava la finale di un torneo di cui lui era il campione uscente, Thiem è diventato il primo austriaco a vincere uno Slam dal Roland Garros del 1995 vinto da Thomas Muster, ma ha sempre pensato di poterne vincere uno? “Ho iniziato a pensare che avrei potuto vincere uno Slam quando ho raggiunto la mia prima semifinale a Parigi [nel 2016, ndr] – da lì ho pensato che potesse essere un obiettivo realistico. Quando ho iniziato a giocare sognavo di farcela, ma era un obiettivo così distante! Poi mi sono avvicinato alla vetta, e mi sono detto, ‘wow, forse un giorno potrò vincere uno dei quattro titoli più importanti del tennis’. Ho lavorato tanto, si può dire che abbia dedicato tutta la mia vita a questo obiettivo, e non vale solo per me, questo è un traguardo anche per il mio team e per la mia famiglia – oggi è il giorno in cui posso restituire molto di quello che hanno fatto per me”.

Molti avevano vaticinato una sua vittoria in un Major, ma quasi tutti avevano sempre pensato che il luogo della consacrazione sarebbe stato Parigi, visto che Dominator nasce come specialista del rosso, e lui era della stessa idea: “Pensavo che le mie chance migliori sarebbero arrivate sulla terra, di gran lunga, ma dallo scorso autunno qualcosa è cambiato: ho vinto Pechino, ho vinto Vienna, ho giocato benissimo alle Finals [perse in finale con Tsitsipas, ndr]; da lì ho capito che il mio gioco si potesse adattare molto bene anche al cemento”. L’uomo che ha cambiato tutto è Nicolas Massù, che l’ha portato prima alla vittoria in un Masters 1000 (Indian Wells 2019) e poi a quella di Flushing Meadows: “Ovviamente Nico ha contribuito tanto a questi miglioramenti. Mi ha fatto cambiare idea su quanto molti dei miei colpi potessero funzionare sul duro. Infatti, credo di aver giocato il mio miglior Slam a Melbourne, prima di questo US Open. In ogni caso l’unica cosa che mi interessa ora è di averne vinto uno, non importa quale!

Una domanda, infine, sulle sue chance al Roland Garros, dove ha perso le ultime due finali contro Nadal – quali saranno gli strascichi, sia positivi che negativi, di New York? “Sarò al 100%, senza dubbio. La grande domanda è la condizione mentale con cui arriverò al torneo, perché non mi sono mai trovato in questa situazione. Ho raggiunto un grande obiettivo, non so come mi sentirò a riguardo nei prossimi giorni. Detto questo, la mia aspettativa è che da ora sarà più facile affrontare i grandi tornei, sarò più rilassato e giocherò liberamente, perché prima di questa vittoria avevo questo tarlo di dover vincere uno Slam”.

Continua a leggere

Interviste

Naomi Osaka: “Non pensavo a vincere, volevo solo competere. Celebrerò la vittoria con me stessa”

La campionessa dello US Open in dubbio per il Roland Garros: “Avevo intenzione di giocarli quando sono arrivata qui, ora vedremo”

Pubblicato

il

Naomi Osaka - Premiazione US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Terzo titolo Slam, secondo allo US Open per Naomi Osaka. La numero 9 del mondo, dopo mesi intensi sia dentro che fuori dal campo, torna a sorridere per un risultato sportivo memorabile. Se due anni fa la sua vittoria a New York era divenuta celebre per le proteste di Serena Williams, questa volta a renderla insolita è stato il contesto. “Questa vittoria ha un sapore complessivamente diverso rispetto a quella del 2018 a causa delle circostanze; l’ultima volta non mi trovavo in una bolla e c’erano molti fan. Alla fine io mi concentro su quello che posso controllare in un campo da tennis. Questo è quanto ho fatto la scorsa volta e penso sia quello che ho fatto anche oggi.”

Trovarsi in una bolla inevitabilmente influisce anche sui festeggiamenti e in questo caso la tennista giapponese ha un piano molto semplice: Celebrerò questa vittoria elaborandola con me stessa. Nelle ultime due occasioni (che per lei erano anche le prime, ndr) non sono stata in grado di farlo, perché ero circondata dal mio team. Mi auguro che, più Slam vincerò e più sarò in grado di celebrare al meglio”. La metafora perfetta di questa sua volontà di ‘elaborare’ la vittoria è il momento in cui si è distesa sul cemento dell’Arthur Ashe, con pochissimi occhi a guardarla – quantomeno dal vivo – e ha semplicemente guardato il cielo respirando a pieni polmoni, come sollevata.

Naomi Osaka – Finale US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

La Naomi che si è presentata a New York quest’anno è sicuramente una persona più coscienziosa nei propri mezzi ma anche più consapevole della propria forza mediatica, un fattore sul quale ha riflettuto soprattutto negli ultimi mesi. “Per me la vita era sempre stata movimentata, orientata sul tennis soprattutto dopo la precedente vittoria allo US Open. La cosa ha accelerato tutto senza darmi tempo per rallentare. La quarantena mi ha dato l’opportunità di pensare molto in generale, su cosa voglio realizzare, sui motivi per cui voglio essere ricordata. Per quanto mi riguarda, mi sono presentata a questi due tornei con questa mentalità e questo mi ha aiutato molto”.

 

La principale conseguenza di questa crescita è la capacità di non lasciare spazio ai rimpianti; la lezione è stata messa in pratica anche in questa finale contro Victoria Azarenka. “Un buon esempio sono il primo e il secondo set della partita odierna. Penso che avrei potuto facilmente lasciarmi andare ma avevo davvero voglia di lottare, di competere. Non so descriverlo bene, non c’erano altri pensieri nella mia mente. Non pensavo davvero alla vittoria, volevo solo competere e in qualche modo mi ritrovo con quel trofeo in mano. Direi quindi che ho davvero cercato di maturare; non ero sicura del processo da intraprendere, ma direi che la lezione che ho imparato dalla vita mi ha fatto crescere come persona”.

Entrando più nello specifico della finale di questo Slam, la vincitrice l’ha descritta così: “Nel primo set ero così nervosa, non mi stavo muovendo con i piedi. Avevo la sensazione di non star giocando affatto… non che mi aspettassi di giocare al 100% ma sarebbe stato bello se fossi stata almeno al 70%. Era come se ci fosse troppa roba nella mia testa. Poi nel secondo set mi sono ritrovata presto in svantaggio e questo non ha aiutato. Mi sono solo detta di restare positiva e non perdere 6-1 6-0, darle almeno una tenue resistenza per conquistarsi quei soldi. Più o meno sono questi i pensieri che mi hanno accompagnata”. In realtà, dopo l’occasione del 3-0 fallita dalla bielorussa nel secondo set, la partita ha cambiato completamente volto.

Sul terzo set, parlando alla stampa giapponese, ha aggiunto: “Direi che un game davvero importante è stato quello del mio break nel terzo set. Sono contenta di averlo fatto all’inizio perché avevo la sensazione che se fossimo arrivate in fondo sarebbe stata molto tirata”. Per quanto riguarda il futuro imminente, Osaka si prenderà un po’ di tempo per riflettere e dunque – già certa la sua assenza agli Internazionali d’Italiaresta ancora in dubbio la sua presenza al Roland Garros. “Avevo intenzione di giocarli quando sono arrivata qui, ma ora vedremo cosa succede”.


Continua a leggere

Interviste

Azarenka lancia l’allarme: “Se ti vedi solo come una macchina da tennis, rischi di perderti nella vita”

Vika si dice più matura, più consapevole del percorso. Poi l’appello: “Prestiamo più attenzione alla felicità dei giocatori”. La sconfitta nella finale dello US Open: “Ho dato tutto. Che io vinca o perda, non cambierò”

Pubblicato

il

Victoria Azarenka - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Per la terza volta in carriera, Victoria Azarenka è arrivata a un passo dal vincere lo US Open e ancora una volta il trofeo le è scivolato via dalle mani. La sconfitta però non ridimensiona minimamente quello che la bielorussa è riuscita a fare in queste tre settimane di tennis newyorchese, che la vedono ripartire alla volta dell’Europa con un titolo e una finale in valigia. Anche la stessa Vika non riesce a essere arrabbiata per la sconfitta, o meglio, non in modo mortificante. Nessuno è mai felice di una sconfitta, ma da lì all’abbattersi o strapparsi i capelli il passo è lungo, soprattutto se si è una orgogliosa campionessa uscita dal campo con la certezza di aver dato tutto.

Non sono delusa, non sono necessariamente delusa. È solo doloroso. È doloroso perdere. Ero vicina, ma non è andata come volevo. Ci penserò troppo a lungo? Nient’affatto. L’ho già detto: che io vinca o perda, non cambierò. Non starò seduta a piangermi addosso. Questa è stata solo un’esperienza che non è andata come volevo. Ho passato due settimane fantastiche. Mi sono divertita. Ho fatto tutto che potevo oggi. Avrei potuto giocare meglio? Sì. Ma oggi ho dato tutto quello che avevo in campo. Lei ha vinto la partita. Tutto il merito va a Naomi. È una campionessa“.

In tutto il corso del torneo, Vika è sembrata molto più serena e padrona della situazione, anche nei momenti più complicati (la semifinale contro Serena è lì a dimostrarlo). A notare la differenza è la stessa bielorussa: “Sento di essermi goduta di più il mio modo di stare in campo. Non necessariamente focalizzandomi sul risultato, ma concentrandomi sui miei progressi, vivendo nel momento, abbracciando i momenti difficili, le sfide difficili. Quando le cose non vanno come vuoi, è più divertente capire come uscirne piuttosto che pensare: ‘Oh, merda, sono nei guai, cosa devo fare?'”.

La maternità, tutta la spinosa questione dell’affidamento del figlio Leo, l’essere stata davvero a un passo dal ritiro, la ritrovata pace degli ultimi tempi sono tutti stati fattori determinanti in questo cambio di mentalità di Azarenka, che si è trovata ad allargare il proprio orizzonte extra-tennis, come forse non aveva mai fatto. “Quando sei giovane, puoi avere alcune persone non così fantastiche intorno a te, che ti mettono il paraocchi per così dire. Non guardare a destra, non guardare a sinistra. Ti perdi un po’ il senso di vivere. Diventi questa macchina focalizzata solo sull’essere una giocatrice di tennis. Ora mi sento più realizzata, fuori e dentro il campo. Penso che sia un vero successo. Un risultato molto più importante per me a livello personale”.

Quando le chiedono di approfondire questo tema, particolarmente delicato, dello sviluppo di giocatrici e giocatori, Vika lancia un appello a coach e genitori, invitandoli a investire sul lato umano tanto quanto su quello tecnico-atletico per evitare di sfornare solo delle macchine sparapalle.

“Tutto nasce ovviamente dalla tua educazione. Però penso che molti giovani giocatori, soprattutto ragazze, siano molto vulnerabili alla manipolazione, a essere indirizzati in un certo modo. È davvero un peccato quando accade. Non è facile quando sei giovane e devi capire, sotto molta pressione, come navigare in un altro mondo, soprattutto quando hai molto successo. Spero che verrà posta un po’ più di attenzione non necessariamente sulla forza mentale, ma sulla felicità generale dei giocatori. A volte vediamo giocatori che identificano se stessi solo come tennisti, poi sono un po’ persi nella vita, non sanno cosa fare alla fine della carriera. Non parlo solo di tennis, penso allo sport generale. Spero che si inneschi un meccanismo migliore e si cerchi il modo di parlare di come affrontare la vita, le responsabilità, il prendere decisioni che non sono facili in giovane età. Magari non vedremo più questi sfortunati casi che invece ora vediamo”.

In chiusura di conferenza stampa, giunge una nota tenera, pur velatamente amara, quando viene chiesto a Vika come pensa di raccontare al piccolo Leo tutto quello che è successo negli ultimi anni: le montagne russe emotive, le scelte, le battaglie, i successi e le cadute. “In realtà non ci ho ancora pensato. Penso che a un certo punto dovremo avere parecchie conversazioni su come sono andate le cose, il viaggio che abbiamo fatto entrambi. Non lo so. Non sono pronta per quella conversazione ancora. Spero che ci saranno altri capitoli da scrivere che renderanno più facile il parlare. Al momento non penso di essere pronta per questa conversazione. Fortunatamente non è abbastanza grande per avere quel genere di conversazioni, così ho tempo per prepararmi“.


Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement