La battaglia dei maestri

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La battaglia dei maestri

Ogni appassionato conserva nella mente istanti e immagini uniche del Masters, la mia è il campo da gioco senza i corridoi del doppio. Ripercorriamo a volo d’aquila quarantaquattro anni di un torneo spietato e riviviamo alcune delle storie che ha saputo raccontare

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“Nomen omen” sentenziavano i latini, il nome è un presagio. E Il Masters è il torneo dei maestri.
I migliori otto tennisti del pianeta “l’un contro l’altro armati” in una guerra serrata che non perdona errori o distrazioni, chi vince è il più forte. Quasi sempre.

1970 – 1989, le origini e il Madison Square Garden
In principio furono gli anni settanta, quelli dei basettoni e del rock psichedelico ma anche della strage di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco e della crisi petrolifera.
Il primo Masters si giocò nel 1970 e in quel decennio di grandi speranze e delusioni enormi la parte del leone la fece un romeno di gran classe, giunto sul circuito da oltre cortina con una valigia, un fascio di racchette di legno e un collega baffuto, Ion Tiriac.
Ilie Nastase vinse quattro delle prime cinque edizioni del torneo, disputate in varie sedi prima di stabilirsi dal 1977 al 1989 al Madison Square Garden di New York, e rivoluzionò il mondo minore del tennis, ne sconvolse il perbenismo imperante e un tantino ipocrita con comportamenti mai visti sul rettangolo. Ma Ilie non era cattivo, aveva solo un gran senso dello spettacolo.
Nella sua biografia John McEnroe descrive il loro primo incontro.
US Open 1979, secondo turno, McEnroe-Nastase è l’ultimo match della serata e nessuno va via.
La partita è segnata ma Nasty è in vena, si aggiudica un set e fa impazzire il giudice di sedia che vorrebbe squalificarlo ma recede sotto il fitto bombardamento di oggetti da parte degli spettatori che vogliono vedere come andrà a finire. La partita termina ben oltre l’una di notte e negli spogliatoi Ilie gesticola verso Mac, “tu, io, mangiare”. John accetta e nasce un’amicizia.
A fine decennio sarà proprio Mac a raccogliere il testimone da Nastase vincendo il primo dei suoi tre Masters nel 1978. In lizza c’erano sei statunitensi piu soldatino Barazzutti e Raul Ramirez, messicano di talento ma troppo avvenente per spremerlo fino in fondo.
In una appassionante finale contro il gentleman Arthur Ashe McEnroe perde il primo set al tie-break, pareggia ma quando serve sul 4-5 del terzo Arthur va a match point e sulla classica curva esterna di John piazza una splendida risposta di rovescio. Sta alzando le braccia al cielo quando l’arbitro, con ritardo, chiama fuori la prima di servizio del suo avversario. McEnroe per l’unica volta nella sua vita accetta una chiamata avversa senza fiatare mentre Ashe domanda gentilmente all’arbitro se è sicuro.
È sicuro. Il destino ha deciso e Mac conquista tre giochi di fila e il trofeo.

Arriva il 1980, un ex attore hollywwodiano di b-movies diventa presidente degli Stati Uniti e l’otto dicembre Mark David Chapman placa la sua sete di notorietà freddando con cinque colpi di pistola John Lennon sulla soglia del Dakota Hotel di New York. Qualche giorno dopo e pochi isolati più in là tocca a Bjorn Borg aggiudicarsi il primo dei suoi due titoli consecutivi. L’orso di Sodertalje prevale in una combattutissima semifinale contro Connors e il giorno dopo annienta un giovane Lendl. Nessuno ancora lo sa ma Bjorn sta già meditando il ritiro, che di fatto arriverà al termine della finale persa nettamente contro McEnroe a Flushing Meadows 1981. Furono proprio Borg e Mac a trasformare definitivamente il tennis da sport d’élite in spettacolo planetario e la loro eredità sarà degnamente raccolta da una generazione di fenomeni.
Lendl, Wilander, Becker e Edberg regaleranno agli appassionati oltre dieci anni di sfide appassionanti, drammatiche e divinamente giocate. La sede del Masters rimane New York , ora la finale si gioca tre set su cinque ed è Ivan Lendl il dominatore del Madison con cinque successi.
Ma un re quando cade fa più rumore.
Nel 1988 il suo avversario in finale è Boris Becker, già sconfitto in due precedenti occasioni ma mai domo. I due si scambiano botte da orbi in oltre quattro ore di lotta all’ultimo sangue e quando inizia il quinto set sembrano entrambi Rocky all’angolo che dice a Mickey “Aprimi l’occhio, aprimi l’occhio”.
In un titanico scontro di volontà nessuno dei due molla un centimetro, sarà il tie break a decidere e lo farà in modo beffardo. Sul punteggio di 5-5 Boris mette tutto quel che gli rimane in un attacco che lo manda a servire per il match. Vuole l’ace ma è esausto, la prima palla muore a mezza rete. Su una timida seconda Ivan risponde e inizia uno scambio che non può essere dimenticato.
Lendl prende il comando e spinge col drittone anomalo sul rovescio di Boris che si difende con lunghe parabole in back. Contateli, sono 36 scambi tesi e drammatici, al termine dei quali il tedesco in apnea lascia partire un rovescio piatto e disperato, lo sguardo annebbiato dalla fatica.
Gli dei decidono con chi schierarsi, la pallina sbatte sul nastro all’altezza del cavo d’acciaio che regge la rete e rotola imprendibile di là.
È la fine, il primo piano sul volto di Ivan non ha bisogno di parole mentre Boris si limita ad alzare timidamente le braccia al cielo.

 

1990 – 1999, Becker porta i Maestri in Germania
Il 1990 saluta la fine dell’Apartheid in Sudafrica con la liberazione di Nelson Mandela dopo 28 anni di carcere, muore Greta Garbo e viene interrotta la produzione dei 45 giri mentre scoppia la Guerra del Golfo, trasmessa in TV come Happy Days.
Sull’onda della popolarità di Boris Becker la sede del Masters trasloca dalla Grande Mela e si stanzia prima a Francoforte e poi ad Hannover. Ma Boris non è già più il Goat, il decennio che conduce al nuovo millennio ha un padrone e solo uno. Il suo nome all’anagrafe è Petros Sampras ma per noi sarà sempre Pistol Pete, senza nulla togliere all’originario titolare del soprannome, il compianto cestista NBA Peter Maravich, morto d’infarto su un playground nel 1988.
Dritto e smash devastanti, l’attacco a rete come unica ragione di vita, e il servizio, soprattutto il servizio. Pete giocava di fatto due prime, certamente mémore delle parole di Jack Kramer, per il quale il colpo fondamentale per un campione era proprio la seconda palla.
Sampras non ha ancora vent’anni quando inaugura il suo decennio d’oro vincendo gli US Open e prendendosi gli scalpi di McEnroe in semi e Agassi in finale. Fra poco non ce ne sarà più per nessuno.
Cinque titoli al Masters certificano il suo domìnio ma Boris dai grandi piedi non si arrende mai e nel 1996 arriva a tanto così dal detronizzare lo statunitense. Quell’anno il torneo dei maestri si gioca ad Hannover, dove morì il filosofo Wilhelm Leibniz, quello delle Mònadi (non chiedetemi cosa sono…).
Sampras e Becker arrivano alla resa dei conti, col tedesco che schiuma rabbia e ha già perso abbastanza nettamente la finale di due anni prima. Si gioca.
Boris parte come un razzo, vince il primo 6-3 e potrebbe anche andare due set a zero ma perde il tie break del secondo di un’incollatura e anche il terzo ha lo stesso andamento. Il tedesco è a tavoletta da oltre due ore, gioca magnificamente ma è sotto perché il tie break è il regno di Sampras.
Un uomo meno orgoglioso avrebbe mollato, non Boris che lotta con ogni cellula del suo corpo contro un tennis oggettivamente superiore e porta anche il quarto set al sei pari. Si intona già il De Profundis in tedesco quando un mini-break manda The Pistol a servire per la coppa ma un banale errore in palleggio dell’americano rimette tutto in discussione. Ora è Becker che va a set point con la battuta a disposizione ma Pete annulla con una risposta vincente. Le emozioni unite a malto e luppolo portano l’arena in ebollizione, Sampras annulla un’altra palla set con la prima di servizio e subito dopo va a rete a prendersi un secondo match point che spreca però con un dritto lungo.
Boris si vede annullare altre due occasioni per chiudere il set da una gran prima e un super passante incrociato in corsa ma ha la forza di procurarsi una quinta opportunità e questa è la volta buona perché Pete mette incredibilmente fuori una facile volée.
Il pubblico in visibilio spinge il proprio alfiere ma Becker non ne ha più e a Sampras basta un break per conquistare la sua terza corona di Maestro. Lo statunitense chiuderà il decennio con altri due titoli vinti nel 1997 contro Kafelnikov e nel 1999 contro Agassi.
Ma il nuovo millennio è alle porte e reca con sé un dominatore assoluto.

2000 – 2015, il nuovo millennio e il suo padrone
Gli anni 2000 partono col terrore del “bug”, rivelatosi poi una bufala e in Italia viene stampata l’ultima banconota in lire. Va in onda la prima edizione del “Grande Fratello”, George Orwell si rivolta nella tomba e “Il Mattatore” Vittorio Gassman muore a Roma in estate.
Nel tennis il cambio della guardia ha una data e un luogo precisi.
Il 2 luglio 2001 Pete Sampras affronta negli ottavi di Wimbledon un ragazzino svizzero col codino e qualche residuo brufolo adolescenziale. Con pathos crescente il pubblico del Centre Court assiste ad una partita non bella ma storica e quando nel dodicesimo gioco del quinto set Roger strappa battuta e incontro al re con una risposta di dritto lungolinea erompe in un lungo oooh di meraviglia.
Federer è erede e custode dei dettami classici del gioco e dopo un paio di stagioni di assestamento imbocca la strada che lo condurrà ad essere considerato fra i più grandi di sempre. Roger fonde mirabilmente il bello con l’utile, non gli basta vincere ma vuole farlo in un certo modo e questo atteggiamento sarà paradossalmente il suo grande limite.

Ecco il parere di Agassi all’apparire del nuovo sovrano.
Contro Federer, non ho una zona del campo dove rifugiarmi nei miei momenti di difficoltà. Con Sampras, ad esempio, era diverso: potevo trovare un po’ di respiro giocandogli sul rovescio

Dal 2003 in poi lo svizzero vincerà tutto, frustrando i sogni di grandezza di chiunque e rimanendo competitivo anche contro i fenomeni della nuova generazione come Nadal e Djokovic, che lo hanno contrastato costringendolo a colpire sempre una palla in più e a pensare maggiormente durante lo scambio, tutte cose poco gradite a chi è dotato di gran talento.
Roger con i suoi sei titoli è il Maestro dei maestri ma nella finale del 2005 perde in finale da David Nalbandian una partita da lettino psicanalitico. L’argentino è stato un gran tennista, dotato di potenza e tocco in pari grado ma problemi fisici e di continuità ne hanno limitato la carriera.
Roger è ai suoi massimi ma il 20 novembre 2005 sul sintetico di Shanghai sarà David ad abbattere sorprendentemente il Golia elvetico a colpi di fionda.
Federer vince i primi due set solo al tie-break, il secondo per 13 punti a 11, e lo sforzo inaspettato apre crepe preoccupanti nella sua corazza scintillante. Nalbandian non cede, gioca alla grande e riporta in pari il punteggio aggiudicandosi terzo e quarto set con un parziale di 12 giochi a 3.
Si va al quinto ma Roger non riesce più a scrollarsi di dosso l’avversario che ora ci crede e non molla una palla che sia una. È ancora il tie-break a decidere le sorti dell’incontro ed è l’argentino ad aggiudicarselo nettamente contro un Federer in piena crisi di fiducia. Questo è il tennis, prima non lo sai mai.
I nove anni seguenti sono cronaca dei giorni nostri, con quattro successi per parte di Roger e Nole e l’unica clamorosa intromissione di Nikolaj Davydenko, re per un giorno nel 2009.
E la storia continua.

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Coppa Davis

Berrettini finisce la benzina: vince Fritz e l’Italia saluta le Finali di Coppa Davis

MADRID – Matteo Berrettini parte bene, perde il tie break del secondo set e poi cede alla distanza. Gli Stati Uniti vincono anche il doppio, azzurri eliminati dalle Finali di Coppa Davis

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Matteo Berrettini alle Davis Cup Finals 2019 a Madrid (foto Kosmos Tennis)

La situazione aggiornata dei gironi con tutti i risultati

ITALIA-USA 1-2 (da Madrid, il nostro inviato)

T. Fritz [USA] b. M. Berrettini [ITA] 5-7 7-6(5) 6-1

Non riesce a Matteo Berrettini di portare all’Italia il 2-0 contro gli USA nella sfida che chiude il girone F e che ci avrebbe consentito di sperare ancora nella qualificazione. Fritz vince in tre set in rimonta e porta gli USA sull’1-1. Non abbiamo ancora la certezza matematica della nostra eliminazione, che sarà probabilmente certificata solo domattina dopo gli ultimi incontri dei gironi eliminatori, ma per come è andato il match è stato davvero un peccato. È mancato il guizzo finale a Matteo, un po’ come nel match con Shapovalov nella prima sfida. Un minimo di freschezza fisica e mentale che dopo una stagione lunga, faticosa ed esaltante può anche mancare. Vanno comunque fatti i complimenti a Berrettini per quanto fatto in questo splendido 2019 e che tanta soddisfazione ha portato agli appassionati italiani.

Così come vanno fatti i complimenti a Taylor Fritz che ha giocato una gran partita, mostrando una gran caparbietà ed una tenuta fisica non da poco. La sfida tra Italia e USA sarà ora decisa dal doppio ma è probabile che entrambe le squadre siano eliminate dalla competizione.

Berrettini vince il sorteggio e decide di ricevere. Fritz va sotto 15-30 ma poi tiene la battuta. Serve Matteo, Fritz è molto intraprendente e risponde a tono alle violente accelerazioni del nostro tennista, palla break per lui sul 30-40. Berrettini la annulla e tiene la battuta. Il match è molto difficile, Fritz gioca quasi alla Berrettini, solido servizio e gran ritmo sia di diritto che di rovescio. Matteo non trova sempre la prima e ha difficoltà a sfondare con il diritto. Fritz però non è un mostro di regolarità e nel quinto gioco concede ben 3 palle break, 2 sul 15-40 ed una subito dopo. Ma l’americano piazza un servizio vincente e poi approfitta di 3 gratuiti di diritto del suo avversario per tenere la battuta.

I servizi si assestano, i giochi vanno via velocemente. Fritz ha circa 70 km orari medi di differenza tra prima e seconda (220/150) e Matteo dovrebbe cercare di capitalizzare questa particolarità del suo avversario quando possibile. Berrettini serve per rimanere nel set sul 4-5 e non concede niente giocando con molta attenzione. Va al servizio Fritz, commette tre gratuiti di diritto ed arriva il primo break del match. Ora la prima dell’Italiano funziona, arrivano due ace ed il primo set finisce 7-5 per Berrettini dopo 49 minuti. Molto bravo il tennista italiano a conquistare un parziale molto complicato.

Si riparte con Fritz al servizio, tutto regolare sino al 3 pari, poi nel settimo gioco un doppio fallo ed un gratuito di diritto americano concedono una palla break a Berrettini. Non basta il “Vai ora” gridato a più riprese da Barazzutti, Fritz trova un servizio vincente e poi tiene la battuta. Nessuna altra emozione fino al 6 pari, si decide il set al tie break dove Matteo ci arriva avendo perso solo cinque punti al servizio. Ma il numero 1 italiano sbaglia una volée non impossibile di diritto e manda avanti di un minibreak Fritz che sale fino al 4-1. Bravissimo Berrettini a risalire sino al 4 pari, ma sul 5 pari sbaglia un diritto e Fritz sfrutta il successivo set point. Si decide il match al terzo ma soprattutto (sempre ipotizzando una nostra vittoria) saremmo comunque una seconda peggiore rispetto alla Russia per il quoziente set, quindi il posto per i quarti rimane uno solo.

Berrettini serve a inizio terzo set e concede subito una palla break complici un paio di gratuiti poi però si salva con il servizio. L’impressione è però che il tennista italiano abbia finito la benzina. Fritz invece saltella di qua e di là e prende tutto come ad inizio partita. Arrivano quattro giochi consecutivi a stelle e strisce con due break, Matteo si gira verso la panchina e dice “Non ce la faccio più “, difficile chiedergli di più in un match che ha superato le due ore oltre la mezzanotte. Fritz prosegue senza problemi e porta il punto dell’1-1 chiudendo la partita con un troppo severo 6-1. Italia virtualmente fuori, deciderà il doppio la sfida con gli USA.

 

FRITZ DOPO LA PARTITA“Il momento decisivo? Il tie break, poteva andare in tutti e due i sensi. E poi nel terzo ho cominciato a sentirmi molto meglio, il dritto cominciava a girare e riuscivo anche a leggere meglio il servizio di Berrettini, mentre all’inizio del primo set ho avuto la possibilità di breakkare subito ma non ci sono riuscito. Abbiamo provato a immaginare un po’ i differenti scenari, ma alla fine l’unica cosa che contava era vincere e ci siamo concentrati su questo“.

DOPPIO DI NOTTE

S. Querrey/J. Sock [USA] b. S. Bolelli/F. Fognini [ITA] 6-7(4) 7-6(2) 6-4

Nonostante la sostanziale ininfluenza sul risultato, i doppisti di Italia e USA si sono dati battaglia fino alle 4.05 del mattino. Sarebbe stato il match finito ad ora più tarda nella storia del tennis se non fosse per il terzo turno dell’Australian Open 2008 tra Lleyton Hewitt e Marcos Baghdatis che terminò alle 4.35 del mattino (anche se quello era un incontro tre set su cinque). Con questo risultato entrambe le squadre sono eliminate dalla Coppa Davis.

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Coppa Davis

Davis: Nadal e Kyrgios portano Spagna e Australia ai quarti

MADRID – Facili successi per i due team, tra i favoriti per la vittoria finale. Kyrgios e de Minaur affronteranno il Canada, la Spagna una delle migliori seconde

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Nick Kyrgios - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Jose Manuel Alvarez / Kosmos Tennis)

da Madrid, il nostro inviato

La situazione aggiornata dei gironi con tutti i risultati

AUSTRALIA-BELGIO 2-1
(AUS) N. Kyrgios b. (BEL) S. Darcis 6-2 7-6
(AUS) A. de Minaur b. (BEL) D. Goffin 6-0 7-6
(BEL) Gille/Vliegen b. (AUS) Peers/Thompson 0-1 ret

L’Australia si qualifica per i quarti di finale, dove incontrerà il Canada giovedì alle 18. Il passaggio del turno avviene per effetto della vittoria dei due singolari, rispettivamente Kyrgios su Darcis e de Minaur su Goffin, prima che l’ininfluente doppio venisse abbandonato da Peers e Thompson dopo appena quattro punti giocati (e vinti).

 

TROPPO KYRGIOS – Poco da fare per Darcis nello scontro fra numeri due. Lo squalo, reduce da mille battaglie in Davis nelle quali spesso ha tirato fuori prestazioni sontuose, nulla ha potuto contro un Kyrgios molto centrato. L’australiano entra in campo con un curioso completo strappato, più precisamente con una maglietta priva di una manica (forse per concedersi una maggiore libertà al servizio?); vedremo se diventerà l’outfit portafortuna di Nick anche nelle prossime gare. Il primo set scivola via in meno di mezz’ora con l’australiano letteralmente intoccabile al servizio, quasi l’80% di prime in campo e 100% di trasformazione su queste. Se poi aggiungiamo il fatto che in questa partita Nick ha anche dimostrato di poter (non troppo, è pur sempre Kyrgios) soffrire in difesa allora è chiaro che la differenza di valori in campo non poteva essere colmata in alcun modo.

Il secondo set comunque è più combattuto, con il belga che riesce a tenere botta e a mantenere i propri game di servizio senza però riuscire ad impensierire l’aussie in risposta. La logica conclusione quindi è il tie-break con Kyrgios che chiude il match al terzo match point grazie al contributo determinante del servizio: saranno 22 alla fine gli ace del canguro che in conferenza conferma tutto il suo gradimento per le competizioni a squadre.

GOFFIN SI SVEGLIA TARDI – Il secondo singolare non ha nulla da dire fino al decimo game del secondo set, sul punteggio di 6-0 5-4 e servizio per de Minaur; a quel punto un Goffin fino a quel punto irriconoscibile accende la luce in extremis e annulla al demone australiano un match point, recuperando poi il break di svantaggio per la gioia del pubblico di fede belga che dopo una serata di rospi ingoiati finalmente ha la sua piccola chance di esultare. Il game successivo dura quasi più dell’intero primo set (28 minuti per il bagel) con fiumi di palle break e palle game, fino a che David riesce a spuntarla di nuovo e si assicura il tie-break. Il belga adesso ci ha preso gusto e con il dritto che finalmente fila a dovere ha addirittura due set point per far girare incredibilmente il set e forse la partita, sul 6-5. De Minaur però non ci sta e reagisce al momento di difficoltà, agguanta il tredicesimo gioco e accoglie i nuovi, decisivi, errori del suo avversario che portano all’Australia punto del 2-0 e qualificazione.

Il doppio – prendiamola a ridere! – è buono più che altro per assistere a un’altra scena bizzarra che fa il paio con la rinuncia dei canadesi di ieri, quando per mancanza di uomini disponibili avevano lasciato campo libero e vittoria a tavolino agli USA. Questa volta Peers e Thompson scendono in campo, tengono a zero il primo turno di servizio e poi, a venti minuti dall’una di notte, abbandonano la partita per un presunto dolore al polso di Peers. Fatichiamo a ricordare altri ritiri a match in corso senza punti persi, ed è sicuramente un aspetto di questo format che va sistemato. A parziale difesa dei doppisti australiani, c’è che fra meno di 24 ore dovranno tornare in campo per giocare un match ben più importante. Il Belgio porta a casa un doppio 6-0 fittizio che tiene viva qualche residua chance di qualificazione.

SPAGNA-CROAZIA 3-0
(ESP) R. Bautista Agut b. (CRO) N. Mektic 6-1 6-3
(ESP) R. Nadal b. (CRO) B. Gojo 6-4 6-3
(ESP) Granollers/Nadal b. (CRO) Dodig/Pavic 6-3 6-4

La sfida che qualifica la squadra di casa invece non ha praticamente nulla da dire. Davvero troppo modesta la resistenza offerta da Mektic – addirittura privo di ranking – e dal giovane Borna Gojo, due anni più giovane dell’altro Borna di casa croata, Coric, che oggi non era in condizioni di scendere in campo. Bautista Agut perde quattro game, Nadal quattro – quattro! – punti in risposta in tutta la partita. Rafa sceglie persino di giocare il doppio e lo vince in due set assieme a Granollers.

Rafael Nadal e Sergi Bruguera – Finals Davis Madrid 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)

La Spagna si assicura così un posto ai quarti di finale e venerdì, ore 18, affronterà una delle due migliori seconde. Prima di iniziare a ipotizzare quale, aspettiamo che la matassa si sbrogli un altro po’.

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Coppa Davis

La Serbia di Djokovic domina l’esordio in Davis, ma Nole critica i canadesi

MADRID – Facile 3-0 al Giappone, domani Serbia-Francia sarà decisiva per il primo post. Il n.2 del mondo sul forfait del Canada in doppio: “Non dovrebbe essere permesso”

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Novak Djokovic - Finali Coppa Davis 2019, Madrid (photo by Diego Souto / Kosmos Tennis)

La situazione aggiornata dei gironi (con tutti i risultati)

Gruppo A: SERBIA – GIAPPONE 3-0 (da Madrid, Stefano Tarantino)
F. Krajinovic (SRB) b. Y. Sugita (JPN) 6-2 6-4
N. Djokovic (SRB) b. Y. Nishioka (JPN) 6-1 6-2
Tipsarevic/Troicki (SRB) b. Mclachlan/Uchiyama (JPN) 7-6(5) 7-6(4)

La Serbia di Djokovic è l’unico team che chiuderà il mercoledì di incontri senza incontri né set persi. Il netto 3-0 inflitto al Giappone, adesso eliminato dalla competizione, mette i serbi in un’ottima posizione: contro la Francia sarà uno spareggio per il primo posto, ma anche con una sconfitta complessiva per 2-1 – e con Djokovic il traguardo non sembra irraggiungibile – la Serbia sarebbe in buona posizione per qualificarsi come migliore seconda.

KRAJINOVIC FACILE SU YUGITA – La sfida inizia con Yuichi Sugita che sostituisce – rispetto alla sfida di ieri contro la Francia – Yasutaka Uchiyama sulla sponda giapponese. Dall’altra parte della rete capitan Zimonjic schiera Filip Krajinovic. La sfida si svolge sul campo Centrale dove rispetto al pienone di ieri sera con la Spagna c’è un quarto degli spettatori sugli spalti, ma in un giorno lavorativo, per quanto si aspetti Djokovic nel secondo singolare, non si poteva chiedere di più.

 

Il giapponese tiene la battuta in apertura ma Krajinovic mostra subito di avere più armi nel suo gioco. Il tennista serbo si invola velocemente sul 5-1 comandando agevolmente gli scambi da fondo campo e prendendo quando possibile la rete dove si difende egregiamente. Il primo set si chiude con un perentorio 6-2 serbo. La musica non cambia (e sarebbe strano) nel secondo set. Ancora break serbo nel terzo gioco, quanto basta a Krajinovic per aggiudicarsi anche il secondo set con il punteggio di 6-4 e portare la Serbia sull’1-0 dopo 63 minuti. Per i serbi questa sfida pare, come in effetti sarà, un ottimo riscaldamento in vista del big match di domani contro la Francia che deciderà le sorti del girone.

I VETERANI CHIUDONO LA PRATICA – Esordio del n.2 del mondo Novak Djokovic nella nuova Coppa Davis, avversario di turno il buon Nishioka visto ieri vittorioso contro Monfils nella prima giornata del gruppo A. Nole parte bene, subito break per il 2-0 iniziale, ma il rovescio va a strappi. Arrivano bei vincenti ma anche gratuiti inopportuni. Nishioka da fondo campo si mostra combattivo, così c’e subito il contro-break, 2-1. Gli scambi sono lunghi, Nole va al piccolo trotto, ma alla quarta palla break allunga di nuovo, 3-1. Sono stati giocati solo quattro game in ben 24 minuti. Nishioka pero si disunisce e ne approfitta Nole che velocizza la pratica, tre giochi consecutivi per il 6-1 in 33 minuti.

Il n. 2 del mondo potrebbe subito indirizzare anche il secondo set, ma sul 15-40 servizio Nishioka un suo fan lo distrae dagli spalti chiamando un “out” inopportuno (e inesistente) che lo fa sbagliare il colpo successivo. Nishioka si salva ma capitola nel terzo game. La partita da quel momento in poi non ha più storia, Nole fa il minimo indispensabile e chiude complice un altro break con un 6-2 la sfida. Nel doppio, ininfluente ai fini del risultato finale ma che potrebbe sempre rivelarsi utile per un’eventuale classifica avulsa tra seconde, i veterani Tipsarevic e Troicki regolano con un doppio tie-break la coppia giapponese per il 3-0 finale.

CRITICHE AL CANADA – Così come Andy Murray, che in conferenza stampa ha bacchettato il regolamento che ha permesso al Canada di non scendere in campo per il doppio ‘regalando’ così un doppio 6-0 agli Stati Uniti, che potrebbe rivelarsi cruciale per la classifica delle migliori seconde, anche Novak Djokovic si è detto infastidito da questo episodio. “Non mi piace e non dovrebbe essere permesso. Tutti dovrebbero essere obbligati a scendere quantomeno in campo” ha detto il campione serbo, che ha poi riaperto l’antica ferita tra ITF e ATP parlando della possibilità – in apparenza logica per tutti, nello specifico difficile da concretizzare per questioni politiche – di creare un’unica competizione. “Il periodo ideale dell’anno sarebbe dopo lo US Open, probabilmente alla fine di settembre. Sarebbe il periodo migliore per organizzare la competizione, e speriamo che in futuro sia soltanto una“.

Novak Djokovic – Finali Coppa Davis 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)

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