Un mese sull'erba: chi guadagna punti e chi deve difenderli?

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Un mese sull’erba: chi guadagna punti e chi deve difenderli?

Un recap sulla scorsa stagione sull’erba: quanto ci dice delle aspettative, dei timori e delle opportunità dei big che si affacciano a questa. Con un occhio a Wimbledon

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Il primo turno di un torneo può essere molto diverso, a seconda che tu sia il campione in carica o qualcuno che l’anno precedente neppure si era iscritto: quando il circuito ATP fa il giro delle 52 settimane, i punti dell’anno precedente vengono scalati dal ranking di ognuno dei giocatori. La breve stagione sull’erba non fa eccezione, e per capire come i singoli top 20 affronteranno questa delicatissima fase (che culminerà il 3 luglio nell’inizio del torneo di Wimbledon) è necessario andare a ricordare come si erano comportati sul verde la scorsa stagione.

A difendere più punti di tutti c’è Andy Murray, imbattuto nel mini circuito erbaiolo del 2016. Lo scozzese porta in dote i 500 punti degli Aegon Championships (il torneo del Queen’s) e i 2000 di Wimbledon, e in caso di doppio flop rischia di cadere dal trono ATP. A scalzarlo sarebbe Rafael Nadal, che l’erba non la ama di certo ma può affrontare i prati di giugno e luglio con la consapevolezza che ogni risultato sarà un guadagno. Gli scorsi giugno e luglio, causa infortunio, Rafa sui prati non si presentò neppure. I punti in scadenza per lui sono quindi zero. Preoccupazioni in vista anche per Milos Raonic, che grazie alla cura McEnroe riuscì a piazzarsi subito dietro Murray in entrambi i grandi eventi e difende quindi ben 1500 punti delle due finali.

La scorsa stagione su erba, per Novak Djokovic, fu “l’inizio della fine”. Questo fatto, a dodici mesi di distanza, potrebbe invece giocare a suo favore: dopo sei mesi passati a difendere titoli conquistati in uno stato di forma e fiducia ben diverso, Non-più-Super-Nole si approccerà all’estate verde con soltanto i 90 punti della famosa sconfitta al terzo turno di Wimbledon contro Sam Querrey. Djokovic non è iscritto a nessuno dei tornei preparatori per il major, ma la possibilità di veder crescere la sua classifica (appena piombata al n.4) potrebbe indurlo nella tentazione di accettare una qualche wild card. L’ingresso in tabellone “legittimo” di Edmund, ad esempio, ne ha appena liberata una per il Queen’s…

 

Come sono messi gli svizzeri? Stan Wawrinka bene, in virtù (?) delle figuracce rimediate lo scorso anno: una eliminazione al primo turno nel torneo della regina e una al secondo turno a Wimbledon (fu sfortunato nel pescare un del Potro quasi privo di classifica) gli consentiranno di puntare all’ultimo Slam mancante con relativa spensieratezza e appena 45 punti in scadenza. Qualche difficoltà in più la avrà Roger Federer, invece: nessun titolo per lui nel 2016 ma ben tre semifinali a Stoccarda, Halle e a Church Road. Totale: 990 dei suoi 4.945 punti. Rimanendo tra i top 10 monomani, una brutta esperienza a Wimbledon salva Dominic Thiem dal dover difendere un bottino già ricco di vittoria a Stoccarda e semifinali di Halle (475 in tutto).

Marin Cilic ha da replicare semifinali al Queen’s e quarti Slam se vuole conservare i suoi 540 punti, mentre Kei Nishikori ha 225 punti in totale ma un feeling non eccellente con la superficie: i Championships sono fino ad ora lo Slam in cui ha combinato meno, al massimo un quarto turno nel 2014. Tomas Berdych, già sprofondato alla piazza numero 14, ha una semifinale di Wimbledon e 720 punti da difendere. Bella grana, non c’è che dire, ma è il prezzo da pagare per essere stato il quarto più “ricco” tra gli erbivori nel 2016. Saluterà almeno temporaneamente la top 10 Alexander Zverev: i punti della finale raggiunta a Halle verranno detratti con una settimana di anticipo sulla nuova edizione del torneo, e Jo-Wilfried Tsonga è lì in agguato. I ruoli si invertiranno a Wimbledon, quando il francese difenderà i 360 punti dei quarti di finale e il tedeschino soltanto i 90 del terzo turno.

Chi a Halle avrà grattacapi giganti sarà Florian Mayer, detentore del titolo del Gerry Weber Open. Funky Flo con quei 500 punti ha costruito oltre metà del suo ranking (in totale ne ha appena 910, ed è numero 51…) e ripetere l’impresa sarebbe un’impresa ancor più grande. Titoli da 250 punti da riconquistare anche per Steve Johnson (Nottingham, che nel frattempo è divenuto Eastbourne) e Nicolas Mahut (‘s-Hertogenbosch). Tornando in alto: ci sono 180 punti a testa per Nick Kyrgios e Roberto Bautista Agut, ma aspettative assai ben diverse nei confronti della manciata di tornei su erba. Possono infine compiere un bel balzo in avanti sia Grigor Dimitrov, sia Jack Sock, sia Gael Monfils, sia Pablo Carreño Busta. LaMonf e il quartofinalista al Roland Garros ne hanno addirittura soltanto 10 della partecipazione a Wimbledon.

Oltre a costituire una buona fetta di classifica per alcuni, i tornei di questa e delle prossime settimane stabiliranno anche l’ordine delle teste di serie per i Wimbledon. Per decidere i 32 seeded players dei Championships, infatti, si prenderà il ranking ATP dei giocatori che verrà pubblicato il lunedì seguente la settimana di Halle e del Queen’s (26 giugno) e si andranno a sommare ad esso tutti i punti conquistati su erba nel 2016, più il 75% di quelli guadagnati dal miglior torneo disputato sulla medesima superficie nel 2015.

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Identikit statistici: Roger Federer

Uno sguardo statistico al gioco di King Roger negli Slam

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Roger Federer - Australian Open 2018 (foto via Twitter, @AustralianOpen)

Lunedì 1 giugno 2009, Roger Federer scende in campo per gli ottavi di finale del Roland Garros. Dall’altra parte della rete, lo attende Tommy Haas, giocatore brillante che ha dimostrato, nel corso del torneo, un ottimo stato di forma. Per Federer, non è una partita come tutte le altre. Dopo aver dominato il circuito dal 2004 al 2007, qualificandosi per quindici semifinali su sedici nelle prove del Grande Slam e aggiudicandosi undici titoli, nel 2008 Rafa Nadal ha interrotto il suo dominio, strappandogli la prima posizione del ranking grazie anche a una vittoria in una partita leggendaria, in finale a Wimbledon, in cinque set.

Anche il 2009 si apre con una vittoria di Nadal, ancora una volta in cinque set, all’Australian Open, e le lacrime di Federer durante l’intervista post-match la dicono lunga sul suo stato d’animo. Il 31 maggio 2009 però, alla vigilia del match di Federer con Haas, accade l’incredibile. Nadal, che sulla terra sembrava addirittura inavvicinabile, ha perso il suo match di ottavi di finale in quattro set, sconfitto da Robin Soderling. Anche Djokovic, nella fase iniziale della propria carriera ma già avversario molto temibile, è stato sconfitto, addirittura al terzo turno, da Philipp Kohlschreiber, in tre set. È la grande occasione, per Federer, di rilanciarsi conquistando per la prima volta il titolo sulla terra di Parigi, che ancora lo separa dal Career Grand Slam.

Haas però non è affatto intenzionato a cooperare. Si porta in vantaggio di due set, e sul 4-3, servizio Federer, nel terzo set, si procura una pericolosissima palla break. Roger serve bene, ma senza forzare, e Tommy Haas riesce a indirizzare la propria risposta verso l’angolo sinistro, quello del rovescio. Federer decide però di girare intorno alla palla, e colpire di dritto. È una scelta estremamente rischiosa, specie data la situazione di punteggio: se il colpo non sarà vincente, Haas avrà molto campo a disposizione e potrà conquistare, se non il punto diretto, un notevole vantaggio nello scambio. Federer però gioca un dritto inside-out che lascia tutti a bocca aperta: Haas, come tutti gli spettatori, può solo ammirare.

 

Vincerà nove giochi consecutivi, chiudendo il terzo set per 6-4 e il quarto addirittura per 6-0. Haas cerca di reagire, ma Federer ha ritrovato lo slancio dei giorni migliori e si aggiudica anche il quinto set per 6-2. Non senza difficoltà, specialmente nella semifinale con Del Potro, Federer vincerà il titolo, che resta, ancora oggi, il suo unico trionfo a Parigi. A Wimbledon riconquisterà la prima posizione nel ranking ATP, rilanciando una carriera che, a dodici anni di distanza, forse non ha ancora smesso di sorprendere.

Tommy Haas, intervistato dopo il match, a una richiesta di commentare quel colpo straordinario, capace di cambiare la partita, risponde: “It’s just Roger, playing like Roger“, ovvero “È soltanto Roger che gioca come Roger“. Già, ma come gioca Roger? Quali sono, oltre alla classe del campione, le caratteristiche che rendono il gioco di Federer così vincente, e il campione svizzero così longevo ai massimi livelli? Proviamo a chiedercelo analizzando i dati dei suoi match nei tornei del Grande Slam nella seconda fase della carriera, negli ultimi dieci anni. Prima di cominciare, però, diamo uno sguardo allo sterminato palmarès di Roger.

PALMARÈS

Il talento di Federer sboccia molto presto, e gli vale la vittoria di Wimbledon Junior e la finale dello US Open Junior nel 1998, a 17 anni. Sempre nel 1998 gioca il suo primo match di livello ATP a Gstaad, e viene sconfitto in due set da Lucas Arnold Ker. Nel 1999 ottiene la sua prima vittoria in Coppa Davis sconfiggendo Davide Sanguinetti e conquista la sua prima semifinale ATP nel torneo di Vienna. A fine anno, raggiunge la sessantaquattresima posizione del ranking.

Nel 2000 raggiunge la finale ai tornei di Marsigna e di Basilea e conquista, un po’ a sorpresa, la quarta posizione alle Olimpiadi di Sydney. A fine anno, entra in Top 30. L’anno successivo, il 2001, segna un passaggio molto importante: Federer vince il suo primo titolo, a Milano, ma soprattutto sconfigge Sampras a Wimbledon in cinque set, interrompendo una striscia di trentuno vittorie consecutive del tennista americano in quel torneo. Resterà quella l’unica volta in cui Federer e Sampras si troveranno l’uno di fronte all’altro, e il match ha il sapore di un passaggio di consegne. Federer, nel 2001, conquista i quarti a Parigi e proprio a Londra (sarà sconfitto dallo specialista Tim Henman in quattro set). Forte anche della finale al torneo di Basilea e degli ottavi di finale raggiunti a Flushing Meadows, si affaccia alle soglie della Top 10, chiudendo l’anno in tredicesima posizione.

L’anno successivo conquista il suo primo Masters 1000, ad Amburgo, e accede per la prima volta alle ATP Finals. Il 2003 è l’anno della definitiva consacrazione: Federer trionfa a Wimbledon e conquista il suo primo titolo alle Finals. Si trova ancora secondo in classifica, a pochi punti da Andy Roddick, ma il sorpasso è soltanto questione di tempo.

Dal 2004 al 2007, come già descritto nell’introduzione, il campione elvetico domina il circuito: gli sfugge soltanto la vittoria a Parigi, complice l’esplosione di Nadal a partire dal 2005. Dopo la (relativa) crisi del 2008 e la reazione del 2009, con la doppietta Roland Garros-Wimbledon, Federer continua, sia pure a un ritmo inferiore (nel frattempo anche Djokovic è diventato un serissimo rivale) a inanellare successi. Arrivati alla fine stagione del 2012, Federer ha in bacheca sette vittorie a Wimbledon e sei alle ATP Finals, entrambi record assoluti, a testimonianza di una qualità di gioco sempre eccezionale, ma che diventa addirittura inarrivabile sul veloce, se Roger è in buone condizioni fisiche.

Nel 2013 però non fa registrare particolari acuti, e sembra che il tennista si stia avviando lungo la parabola discendente della carriera. Federer decide di cambiare: coach (da Paul Annacone a Stefan Edberg), racchetta, e, in una certa misura, stile di gioco. Diventa più aggressivo, cercando con maggiore insistenza la rete, ed evitando gli scambi troppo prolungati. L’anno successivo la Svizzera, complice anche una grande prestazione di Stan Wawrinka, vince la Coppa Davis e Federer conquista anche, per la prima volta, il Masters 1000 di Shanghai. Nel 2015 taglia l’incredibile traguardo di 1000 vittorie ATP in carriera, e conquista sette finali. Purtroppo per lui, in cinque di queste occasioni (tra cui Wimbledon e US Open) viene sconfitto da Djokovic.

Nel 2016, arriva un infortunio al ginocchio, una rottura del menisco, seguita da un’operazione in artroscopia. Federer raggiunge la semifinale a Wimbledon ma è costretto ad arrendersi a Milos Raonic, e sono in molti a pensare che, stavolta, a trentacinque anni, il grande campione si stia avviando al ritiro.

Invece, ancora una volta, come l’araba fenice, Federer rinasce, e nel 2017 vince sette titoli, tra cui due Slam (Australian Open e Wimbledon), chiudendo la stagione in seconda posizione alle spalle solo dell’eterno rivale Nadal. Federer si toglie però la soddisfazione di sconfiggere proprio Nadal in finale a Melbourne, in una partita da antologia (specialmente dal lato del rovescio, Federer sorprende Nadal con un’impressionante serie di vincenti e di risposte aggressive).

Nel 2018 vince in Australia il suo ventesimo Slam e, stupendo forse anche i suoi tifosi più accaniti, ritorna temporaneamente in vetta alla classifica mondiale, diventando il più anziano numero 1 dell’era Open. Nel 2019 arriva il centesimo titolo ATP, la vittoria numero milleduecento, e la favola di Wimbledon, che si interrompe proprio sul più bello. Federer si procura, al quinto set, due match point sul proprio servizio, ma Djokovic è eccezionale nell’annullarli e si dimostra più freddo al tie-break disputato sul 12-12.

E poi? Già, poi? Le stagioni 2020 e 2021 non sono state brillanti, il campione svizzero è stato costretto ad altre operazioni al ginocchio. A metà agosto di quest’anno, l’annuncio di Federer di volersi nuovamente operare. A quanto risulta, il rientro dovrebbe avvenire dopo Wimbledon 2022. Federer ha superato la soglia dei quarant’anni e, per chiunque altro, sarebbe davvero difficile attendersi un ritorno ai massimi livelli. Considerati i suoi precedenti, però, mai dire mai.

UNO SGUARDO D’INSIEME

Prima di approfondire l’analisi alla ricerca di pattern vincenti e perdenti, cerchiamo, nei limiti del possibile, di averne una visione d’insieme, inquadrando lo stile di gioco di Federer degli ultimi dieci anni con una serie di statistiche, i cui valori medi sono mostrati in Figura 1, separatamente per superficie di gioco.

Figura 1. Statistiche medie di gioco per Roger Federer, match di singolare in tornei del Grande Slam dal 2011 in poi

Colpisce innanzitutto la straordinaria capacità di Federer nel produrre colpi vincenti su tutte le superfici. Il particolare feeling con l’erba di Wimbledon è testimoniato dal numero medio di errori non forzati, significativamente inferiore rispetto a quanto osservato sulla terra e sul cemento. Notevole anche la differenza tra le palle break che Roger sa procurarsi e quelle che concede, su tutte le superfici.

Infine, non stupisce la statistica relativa al numero di volte in cui Federer si presenta a rete, che ha il suo massimo sull’erba, seguita da cemento e terra. Anche sulla terra, comunque, nella seconda fase della sua carriera Federer cerca la via della rete quasi 20 volte a partita in media, nel tentativo di ridurre il dispendio di energie che gli sarebbe richiesto per prolungati scambi da fondo.

Un secondo set di statistiche, mostrato in Figura 2, può esserci d’aiuto nel farci un’idea ancora più precisa:

Figura 2. Altre statistiche medie per Roger Federer, match di singolare in tornei del Grande Slam dal 2011 in poi

Da questo secondo plot, oltre a una serie di caratteristiche straordinarie (percentuale di punti vinti sulla prima e sulla seconda, capacità di salvare palle break, efficacia nel gioco a rete) emerge anche il tallone d’Achille di Federer, osservato, a dire il vero, anche nella fase più dominante della sua carriera.

Lo svizzero ha la tendenza infatti a procurarsi moltissime occasioni di break ma a concretizzarne una percentuale non eccezionale: più nello specifico, la percentuale di conversione è inferiore al 40% su tutte le superfici. In un certo senso, ciò rende ancora più impressionante la sua longevità ai massimi livelli, che si prolunga nonostante lo svizzero debba mediamente procurarsi (approssimando per difetto) tre occasioni per concretizzarne una.  

I PATTERN PIÙ SIGNIFICATIVI, GLI ELEMENTI-CHIAVE DEL GIOCO DI FEDERER

Dopo questa panoramica, proviamo a chiederci quale o quali tra le varie statistiche di gioco (che rappresentano le nostre variabili di input) si rivelino decisive, e in che modo, rispetto alla vittoria o alla sconfitta nel match (che rappresenta la nostra variabile di output). Impostiamo cioè, in altre parole, un problema di classificazione.

Per maggiore chiarezza, facciamo in modo che l’algoritmo di classificazione utilizzato restituisca automaticamente, sulla base delle variabili a disposizione, un modello costituito da un insieme di regole che rappresentano i pattern statisticamente più significativi che conducono Roger alla vittoria o alla sconfitta. Di seguito, illustriamo le tre regole più significative così calcolate:

  1. “Se Federer non concede più di sei palle break e non commette più di quaranta errori non forzati, allora si aggiudica la partita”. Il pattern si è verificato in 123 casi e, in tutti e 123, il campione svizzero ha vinto il match.
  2. “Se Federer vince, sulla prima di servizio, almeno il 6.7% di punti più del suo avversario, allora vince la partita”. Il pattern è meno generale, ma altrettanto preciso: si è verificato 92 volte, e si tratta di 92 vittorie di Federer.
  3. “Se Federer si presenta a rete più di 41 volte, mette a segno oltre 56 vincenti e più di tredici ace, viene sconfitto”. La regola, decisamente controintuitiva a prima vista, si è verificata, negli ultimi dieci anni, sette volte. Effettivamente, in tutte queste occasioni, Federer è stato sconfitto. Possiamo forse concludere che, almeno nella seconda fase della carriera, il campione svizzero abbia raccolto meno in quei casi in cui è stato costretto a forzare il suo gioco, fino a una ricerca troppo ansiosa del colpo definitivo. Naturalmente, contribuisce a rafforzare tale pattern anche il fatto che, in queste occasioni, il valore dell’avversario è in genere di primissimo livello e quindi la sconfitta diventa (relativamente) più probabile per Federer.

Sulla base di regole come queste, considerando che quanto più una caratteristica del gioco compare come condizione rilevante all’interno di tali pattern, tanto più potremo definirla un elemento-chiave del gioco del campione svizzero.

Potremo quindi, sulla base dei dati, stilare un feature ranking, ovvero una sorta di classifica dei vari aspetti del gioco, distinguendo quelli che, in misura maggiore, da soli o in combinazione con altri, si rivelano decisivi.

Figura 3. Feature ranking associato ai match di Grande Slam di Federer, dal 2011 in poi. La lunghezza della barra rappresenta la rilevanza della feature, la direzione rappresenta il verso della correlazione (diretta per barre che si sviluppano verso destra, inversa per barre che si sviluppano verso sinistra)

L’elemento più significativo, per distacco, è il numero di palle break concesse da Federer all’avversario. Naturalmente, tale grandezza è correlata inversamente con la vittoria di Federer, ovvero la vittoria è tanto più probabile quanto minore è il numero di palle break avute a disposizione dall’avversario di turno. Non è certo una sorpresa che tale elemento sia rilevante, il fatto che lo sia in misura così marcata può forse essere interpretato in questo modo: nella seconda fase della carriera, è più complicato per Roger un match in cui l’avversario ha diverse occasioni. Tende a vincere soprattutto quelle partite in cui il suo livello di gioco è tale da imporsi in modo netto.

In questo senso, è comprensibile anche il fatto che il secondo elemento più rilevante sia la differenza di rendimento sulla prima di servizio, altro indice di quanto lo svizzero metta pressione all’avversario fin dal colpo di inizio gioco. Scorrendo il feature ranking, individuiamo il numero di palle break che Federer sa procurarsi e il numero di errori non forzati, rispettivamente indice di brillantezza (Federer riesce a essere aggressivo anche in risposta) e di concentrazione (non regala punti all’avversario).

Il quinto elemento più significativo è notevole, in una fase storica in cui i giocatori tendono a costruire le proprie carriere sull’efficacia da fondo campo: si tratta dell’efficacia sotto rete. Specialmente da dopo i due anni (2014 e 2015) in cui Stefan Edberg è stato coach di Federer, la discesa a rete è diventata non soltanto un’arma a sorpresa o uno degli elementi del ricchissimo bagaglio tecnico dello svizzero, ma una scelta molto più strutturale, capace di agevolarlo nel portare la partita sul proprio terreno, in primis sull’erba.

Ma queste valutazioni statistiche, nel caso di Federer, tendono a rimanere un po’ sullo sfondo, rispetto a qualcosa di misterioso che porta il pubblico a tifare per lui, a seguire i suoi match col fiato sospeso. E, dopo aver provato ad ascoltare ciò che i numeri hanno da dirci, lasciamo le parole conclusive a un grande intellettuale come David Foster Wallace. Nel suo “Il tennis come esperienza religiosa”, Wallace scrive:

Quasi tutti gli amanti del tennis che seguono il circuito maschile in televisione hanno avuto, negli ultimi anni, quello che si potrebbero definire «Momenti Federer». Certe volte, guardando il giovane svizzero giocare, spalanchi la bocca, strabuzzi gli occhi e ti lasci sfuggire versi che spingono tua moglie ad accorrere da un’altra stanza per controllare se stai bene. I Momenti sono tanto più intensi se un minimo di esperienza diretta del gioco ti permette di comprendere l’impossibilità di quello che gli hai appena visto fare”.      

Nota: l’analisi e i grafici inseriti nell’articolo sono realizzati per mezzo del software Rulex


Genovese, classe 1985, Damiano Verda è ingegnere informatico e data scientist ma anche appassionato di scrittura. “There’s four and twenty million doors on life’s endless corridor” (ci sono milioni di porte lungo l’infinito corridoio della vita), cantavano gli Oasis. Convinto che anche scrivere, divertendosi, possa essere un modo per cercare di socchiudere qualcuna di quelle porte, lungo quel corridoio senza fine. Per leggere i suoi articoli visitate www.damianoverda.it

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Flash

Djokovic e Barty nominati ITF World Champions 2021

Il serbo e l’australiana vincono il premio di fine stagione assegnato dalla Federazione Internazionale. Le coppie Mektic/Pavic e Krejcikova/Siniakova premiati per quanto riguarda il doppio. Sheng e Marcinko vincitori tra i Junior.

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Novak Djokovic - Ashleigh Barty - Wimbledon 2021 (Credit: AELTC/Simon Bruty - AELTC/Jed Leicester)

Il finale di stagione è sempre tempo di bilanci e dopo i premi assegnati da ATP e WTA è stata la federazione internazionale del tennis, la ITF, ad assegnare i propri premi relativi al 2021. Per quanto concerne il circuito maschile il titolo di Campione del Mondo ITF è andato a Novak Djokovic. Il serbo, dopo essersi assicurato il numero uno di fine anno nel ranking ATP all’età di trentaquattro anni (il più “esperto” di sempre), stabilisce un nuovo record. Infatti, aggiudicandosi il riconoscimento dell’ITF per la settima volta diventa il più titolato di sempre superando nella classifica speciale di questo premio lo statunitense Pete Sampras.

A garantire il successo a Nole sono stati i tre successi nei tornei del Grande Slam conquistati nel corso dell’anno che gli hanno permesso di eguagliare a quota 20 il numero di Slam vinti da Nadal e Federer. Non va dimenticato inoltre che Nole possiede il record per quanto riguarda il maggiore numero di settimane da numero 1. Anche se nella mente di Nole rimarrà il rammarico per il Calendar Grande Slam negato dal russo Medvedev a Flushing Meadows e il mancato alloro olimpico in quel di Tokyo.

Dopo un anno così gratificante per me, la mia squadra, la mia famiglia e i fan, è un grande onore essere nominato Campione del Mondo ITF per la settima volta” –  ha dichiarato Djokovic- “Sono molto grato e orgoglioso per i risultati che ho ottenuto e felice di aver avuto la possibilità di competere per la nazionale serba”.

 

In campo femminile il premio è andato alla numero 1 del ranking WTA Ashleigh Barty. Per la venticinquenne australiana si tratta del secondo riconoscimento dopo quello conquistato nel 2019.

Barty ha confermato la sua posizione di leader del ranking WTA grazie a cinque titoli. Il punto più alto della stagione dell’australiana è stato il successo a Wimbledon arrivato sconfiggendo in finale la ceca Pliskova. Ad impreziosire il titolo di Barty è stato il fatto che il successo sia arrivato cinquant’anni dopo il primo titolo di Evonne Goolagong, di famiglia aborigena come Barty, all’All England Club. Barty ha inoltre conquistato la medaglia di bronzo alle Olimpiadi nel tabellone di doppio misto in coppia con John Peers.

“Essere Campione del mondo ITF nel 2021 è qualcosa di cui sono molto orgogliosa”, ha detto Barty. “Mi sento fortunata a praticare lo sport che amo, soprattutto in un anno impegnativo e imprevedibile per così tante persone. Voglio ringraziare la mia squadra e la mia famiglia per tutto ciò che fanno e fare un enorme ringraziamento agli appassionati di tennis di tutto il mondo per aver continuato a sostenerci”

In precedenza l’ITF aveva premiato anche le migliore coppie dell’anno. Per il circuito maschile il riconoscimento è andato alla coppia numero 1 del 2021, i croati Nikola Mektic e Mate Pavic. I croati si sono aggiudicati nove titoli nel 2021, con il picco raggiunto nel mese di luglio durante il quale è arrivato prima il successo a Wimbledon e poi l’oro olimpico a Tokyo.

Per il circuito femminile come nel 2018, è stato il duo ceco formato da arbora Krejcikova e Katerina Siniakova ad aggiudicarsi il titolo. Tra i titoli più rilevanti delle ceche si evidenziano il successo al Roland Garros, il primo oro olimpico nel tennis per la Repubblica Ceca conquistato a Tokyo ed il successo alle WTA Finals.

Premi arrivati anche per i due junior che hanno chiuso l’anno da numeri 1 del mondo, il cinese Juncheng Shang, finalista dell’ultimo US Open Junior, e la croata Petra Marcinko, recente vincitrice dell’Orange Bowl.

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ATP

Identikit statistici: Novak Djokovic

Le armi vincenti del fuoriclasse serbo che quest’anno ha sfiorato il Grande Slam

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Novak Djokovic - Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

È il 1994, e nello studio della televisione di stato serba, in una trasmissione per bambini, ne viene ospitato uno di sette anni. Tutti ne parlano come di un piccolo prodigio del tennis. In chiusura di trasmissione, il bambino dimostra di avere già le idee chiare, dichiarando: “Voglio diventare un campione”. È cresciuto molto in fretta: negli anni ’90 la ex-Jugoslavia si sta disgregando, e lui è abituato a mettersi in fila coi genitori per ricevere il pane. È abituato anche a vedere il padre che, per allenarlo, posa un soldo nel quadrato del servizio e gli dice: “Se riesci a colpirlo, è tuo”. E a differenza di molti altri giovani tennisti, cresciuti in condizioni privilegiate, per quel bambino, che si chiama Novak Djokovic, un soldo è un soldo.

Ventisette anni dopo, il bimbo si è fatto uomo ed è diventato non soltanto numero uno del mondo, ma anche uno dei più grandi tennisti di sempre. Ha già conquistato 20 titoli Major (record assoluto, condiviso con i rivali di sempre Federer e Nadal) e sta per scendere in campo, a Flushing Meadows, per completare il Grande Slam. In questo 2021 post-pandemia (più o meno), ha già vinto in Australia, a Parigi, e sull’erba di Wimbledon: manca soltanto New York per raggiungere quel record che manca agli eterni rivali, centrato soltanto da Don Budge (da dilettante) nel 1938, e da Rod Laver, da dilettante nel 1962 e all’inizio dell’Era Open nel 1969. Sappiamo tutti come è andata a finire: Djokovic è costretto ad arrendersi ad un grande Medvedev, non meno determinato di lui e, forse, comprensibilmente, un po’ meno sotto pressione nell’occasione.

PALMARÈS

 

Non basterebbe un libro ad elencare tutte le vittorie di Nole – ci limitiamo quindi, senza pretesa di esaustività, a ripercorrere le tappe principali della sua carriera fino a questo momento. Nel 2003 diventa professionista e nel 2004 fa il suo esordio in un torneo ATP (quello di Umag), venendo sconfitto da Filippo Volandri. L’anno successivo gioca la sua prima partita a livello di Grande Slam (dopo aver sconfitto Stan Wawrinka nelle qualificazioni) in Australia, e viene sconfitto da Marat Safin. Sempre nel 2005, il primo acuto: al Masters Series di Parigi Bercy raggiunge il terzo turno eliminando Mariano Puerta, numero quattro del seeding.

Nel 2006, il non ancora ventenne Djokovic vince i suoi primi due titoli ATP, ad Amersfoort e Metz, e si classifica, a fine stagione, tra i primi venti giocatori del mondo. Il 2007 è l’anno in cui il talento di Nole, sostenuto dalla sua ostinata determinazione, si rivela al mondo in tutto il suo valore. Vince il Masters Series (oggi 1000) di Miami e, più avanti nella stagione, quello di Toronto, sconfiggendo nel corso della sua marcia trionfale Roddick, Nadal e Federer (rispettivamente numero tre, due e uno del mondo). Si qualifica per la prima volta a una finale Slam, a Flushing Meadows, ma in questo caso Federer fa valere la sua esperienza e si impone in tre set.

L’appuntamento con la prima vittoria Slam, comunque, è soltanto rimandato all’Australian Open 2008. Questa volta Djokovic batte Federer in semifinale e Tsonga in finale, aggiudicandosi il titolo. È la prima volta dal 2005 che un Major non viene vinto da Federer o Nadal. L’ombra dello svizzero e del maiorchino comunque è ancora molto imponente, e sembra relegare Djokovic al ruolo, pur rilevante, di numero tre del mondo. Qualcosa però cambia nel 2011, una delle migliori stagioni della carriera di un Djokovic che inaugura una nuova fase, ancor più vincente, della sua carriera. Fino alla semifinale del Roland Garros con Federer, il serbo inanella quarantuno vittorie consecutive, un inizio di stagione folgorante. Nel corso del 2011, si aggiudicherà tre prove del Grande Slam e cinque titoli Masters 1000. Da allora, diventa lui l’uomo da battere (anche se Federer, Nadal e non solo sapranno dargli del filo da torcere): dieci anni dopo, lo è ancora.

Data anche la disponibilità di dati tracciati con precisione, la nostra analisi si focalizzerà proprio su questo periodo: a partire dal 2011 fino a oggi, e in particolare sui tornei del Grande Slam. Cercheremo di osservare i match di Djokovic a partire dai dati. Pur senza dimenticare l’aspetto emotivo e, potremmo dire, epico delle sue sfide, proveremo cioè a capire se, attraverso i numeri, sia possibile distinguere ancor meglio, con più chiarezza, le armi vincenti di questo straordinario campione.

UNO SGUARDO D’INSIEME

Prima di approfondire l’analisi alla ricerca di pattern vincenti e perdenti, cerchiamo di averne una visione d’insieme, inquadrando lo stile di gioco di Djokovic con una serie di statistiche i cui valori medi sono mostrati in Figura 1, separatamente per superficie di gioco.

Figura 1. Statistiche medie di gioco per Novak Djokovic, match di singolare in tornei del Grande Slam dal 2011 in poi

Oltre al saldo decisamente positivo tra ace e doppi falli, così come tra colpi vincenti ed errori non forzati, sicuramente atteso per un giocatore della levatura del serbo, colpisce la marcata differenza tra le palle break che Djokovic è in grado di costruirsi e quelle che concede all’avversario su ogni superficie. Anche attraverso tale statistica si può rappresentare il fatto che Nole ami condurre il gioco, ma che riesca a farlo, in genere, senza assumersi rischi eccessivi.

L’ultima statistica visualizzata, che conteggia il numero di discese a rete del serbo, evidenzia una volta di più la completezza tecnica di Djokovic. I valori infatti risultano marcatamente diversi per le tre superfici (erba, cemento, terra): Djokovic, in altre parole, può presentarsi a rete più o meno spesso, semplicemente in funzione di quanto convenga farlo in una specifica circostanza. Non ha certo paura di giocare la volée (il tallone d’Achille, a volerne trovare uno, potrebbe forse essere lo smash: colpo più raro anche se, in alcune occasioni, doloroso per il serbo), anche se preferisce costruire il punto da fondo. Un secondo set di statistiche, mostrato in Figura 2, può esserci d’aiuto nel farci un’idea ancora più precisa:

Figura 2. Altre statistiche medie per Novak Djokovic, match di singolare in tornei del Grande Slam dal 2011 in poi

Oltre al dato eccezionale sulla percentuale di match vinti, superiore all’80% su tutte le superfici, è davvero degna di nota la capacità di Djokovic di salvare buona parte delle (poche) palle break concesse all’avversario. Su ogni superficie, Nole è capace, mediamente, di salvare almeno due palle break su tre concesse. Sull’erba di Wimbledon, la superficie su cui può chiedere maggiormente aiuto al servizio (non uno dei colpi più appariscenti di Djokovic, ma che specialmente nelle circostanze più critiche rivela la sua straordinaria precisione), la percentuale supera il 75%, ovvero, mediamente, Nole riesce a salvare tre palle break (abbondanti) su quattro concesse.

Dopo aver dato uno sguardo a diverse statistiche, considerate una alla volta, proviamo ora a chiederci quali combinazioni di variabili e valori, quali pattern, risultino più predittivi rispetto alla vittoria o alla sconfitta del numero uno del mondo.

I PATTERN PIÙ SIGNIFICATIVI, GLI ELEMENTI-CHIAVE DEL GIOCO DI DJOKOVIC

In particolare, chiediamoci quale o quali tra le varie statistiche di gioco (che rappresentano le nostre variabili di input) si rivelino decisive, e in che modo, rispetto alla vittoria o alla sconfitta nel match (che rappresenta la nostra variabile di output). Impostiamo cioè, in altre parole, un problema di classificazione.

Per maggiore chiarezza, facciamo in modo che l’algoritmo di classificazione utilizzato restituisca automaticamente, sulla base delle variabili a disposizione, un modello costituito da un insieme di regole, che rappresentano i pattern statisticamente più significativi che conducono Djokovic alla vittoria o alla sconfitta. Di seguito, illustriamo le tre regole più significative così calcolate:

  1. “Se Djokovic commette in media almeno 1.5 errori non forzati in meno rispetto all’avversario per set, e se l’avversario non mette a segno mediamente oltre 5.8 ace più di Djokovic per set, allora Nole si aggiudica la partita”. Il pattern si è verificato in 150 casi e, in tutti e 150, Djokovic ha vinto il match.
  2. “Se Djokovic commette in media almeno 1.5 errori non forzati in meno rispetto all’avversario per set, e se l’avversario non mette a segno mediamente oltre 5.4 vincenti più di Djokovic per set, allora Nole si aggiudica la partita”. Il pattern è quasi altrettanto generale, e ugualmente preciso: si è verificato 146 volte, e si tratta di 146 vittorie di Nole.
  3. “Se Djokovic ha una percentuale di punti vinti sulla seconda inferiore all’avversario di più del 10.9%, e se l’avversario stesso si presenta a rete non più di 10 volte durante il match, allora Djokovic viene sconfitto”. La regola si è verificata, fino a oggi, sette volte: in tutte e sette queste occasioni, il campione serbo è stato effettivamente sconfitto.

Sulla base di regole come queste, considerando che quanto più una caratteristica del gioco compare come condizione rilevante all’interno di tali pattern, tanto più potremo definirla un elemento-chiave del gioco di Nole. Potremo quindi, sulla base dei dati, stilare un feature ranking, ovvero una sorta di classifica dei vari aspetti del gioco, distinguendo quelli che, in misura maggiore, da soli o in combinazione con altri, si rivelano decisivi.

Figura 3. Feature ranking associato ai match di Grande Slam di Djokovic, dal 2011 in poi. La lunghezza della barra rappresenta la rilevanza della feature, la direzione rappresenta il verso della correlazione (diretta per barre che si sviluppano verso destra, inversa per barre che si sviluppano verso sinistra)

Tanto i tre pattern di esempio quanto il feature ranking che possiamo osservare in Figura 3 confermano, una volta di più, la straordinaria lucidità tattica di Nole. Abbiamo tutti ben viva l’immagine di Djokovic che, specialmente nelle fasi più critiche del match, alza un muro di fronte all’avversario, imponendosi di non sbagliare. I numeri ci dicono che, se Djokovic sbaglia meno dell’avversario, diventa difficilissimo da battere (prima feature, in ordine di importanza, e di gran lunga, naturalmente con correlazione inversa). Può andare in difficoltà soltanto se l’avversario ha la forza di imporsi con un elevato numero di vincenti (la seconda feature in ordine di importanza è proprio la differenza in termini di vincenti tra Djokovic e l’avversario) o costruendosi molte occasioni di breakkare (terza feature).

Scorrendo il feature ranking, scorgiamo poi la percentuale di punti vinti con la prima da Djokovic (quarta feature) e il suo numero di discese a rete (quinta feature). Possiamo forse interpretare in questo modo tali elementi: se Djokovic è centrato al punto da sapersi imporre già dal servizio o da presentarsi più spesso del solito a rete, difficilmente l’avversario potrà spuntarla.

Il bambino, lo dicevamo, si è fatto uomo. E più che con i trionfi, più che con i numeri che ci siamo sforzati di interpretare, lo dimostra con le parole pronunciate nel momento più difficile, subito dopo la sconfitta contro Medvedev, che infrange (almeno per ora) il suo sogno più grande. Per prima cosa, riconosce i superiori meriti dell’avversario e gli augura di vincere altri Slam, perché lo merita. Poi continua dicendo, “anche se ho perso, oggi sono comunque felice per il supporto che mi avete dimostrato”. Ed effettivamente, forse, vedendolo in difficoltà, scorgendo il suo lato più umano, il pubblico di New York gli ha tributato tutto l’affetto e il supporto di cui si era dimostrato avaro fino a quel momento, specialmente nelle circostanze in cui Djokovic era stato avversario di Federer.

Nole ha perso una partita, ha mancato lo Slam, ma, forse, ha vinto il cuore del pubblico e degli appassionati. Tornano in mente i versi della canzone di De Gregori “La leva calcistica della classe ‘68”: “Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore / non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore / un giocatore lo vedi dal coraggio / dall’altruismo e dalla fantasia”. E ci piace immaginare Nole, come Nino, che ascolta e capisce fin dal primo momento: “L’allenatore sembrava contento / e allora mise il cuore dentro alle scarpe / e corse più veloce del vento”. Verso nuovi traguardi. La corsa di Nole non si ferma. E nel 2022 tutto lascia pensare che sarà ancora lui, una volta di più, l’uomo da battere.

Nota: l’analisi e i grafici inseriti nell’articolo sono realizzati per mezzo del software Rulex


Genovese, classe 1985, Damiano Verda è ingegnere informatico e data scientist ma anche appassionato di scrittura. “There’s four and twenty million doors on life’s endless corridor” (ci sono milioni di porte lungo l’infinito corridoio della vita), cantavano gli Oasis. Convinto che anche scrivere, divertendosi, possa essere un modo per cercare di socchiudere qualcuna di quelle porte, lungo quel corridoio senza fine. Per leggere i suoi articoli visitate www.damianoverda.it

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