Alla ricerca del tempo perduto: il nuovo inizio di del Potro

L'argentino sogna di tornare a conquistare uno Slam, a distanza di nove anni. A Indian Wells ha avuto la conferma che può ancora battere tutti, a patto di non sbagliare la programmazione

Alla ricerca del tempo perduto: il nuovo inizio di del Potro

Quello che qualcuno ha definito il del Potro migliore di sempre riapre un quesito irrisolvibile, ma che accompagna da tempo prodezze e sventure dell’argentino. Senza i suoi molteplici infortuni, sarebbe servita una sedia in più al tavolo al tavolo dei fantastici quattro? Il dubbio resterà. Ma la stagione del cemento americano, Acapulco compresa,  ha prepotentemente restituito alle dinamiche di vertice un giocatore che a 29 anni non ha potuto certamente godersi il fiore della sua carriera. Ma allo stesso tempo potrebbe avere ancora tanto da raccontare. A partire da un’evoluzione tecnica, che Luca Baldissera – avendo l’opportunità di studiarne gli allenamenti a Indian Wells – ha messo magistralmente in evidenza. I polsi, si sa, sono entrambi martoriati. Il sinistro, quello che l’ha costretto all’inattività quasi biennale fino al 2016, non è più appoggio solidissimo per il rovescio bimane che Palito ha imparato a sostituire spesso e volentieri con un efficace slice a una mano. Adattamento tutt’altro che scontato, quando avviene a opera di un giocatore fatto e finito. Il dritto e il servizio sono rimasti fondamentali devastanti, non logorati dai periodi di naftalina.

Viene a questo punto da chiedersi se l’argentino, che ha dovuto aspettare i 29 anni (più sfortuna che demerito) per tagliare il traguardo del primo Masters 1000, possa ancora ambire a riproporsi ai più alti livelli in uno Slam. Le sue migliori esibizioni nei Major, a dir la verità, si perdono troppo lontane nel tempo per proiettarle nell’attualità. E’ difficile anche dal punto di vista morfologico confrontare l’atleta odierno con quello che nove anni fa, in pieno vigore atletico, vinse gli Us Open interrompendo una serie di 18 Slam consecutivi finiti in bacheca di Federer, Nadal e Djokovic. Il paragone (vale lo stesso discorso per Nadal) non può reggere a maggior ragione se riferito a chi costruisce il suo gioco poggiando sul fisico e su giocate istintive, più che sui gesti bianchi.

 

Rientrato prepotentemente al numero sei del mondo (il suo top ranking è il 4), l’argentino – dopo aver riconquistato la sacra ebbrezza di sentirsi ancora grande – dovrà gestire l’inerzia positiva contestualizzandola alla nuova realtà. Diventa difficile ipotizzare per lui un presente cannibalesco, fatto di punti da racimolare in ogni dove per attaccare una classifica forse fine a se stessa. A un passo dagli “enta” la selezione all’ingresso nell’agenda degli impegni diventa obbligatoria.  Del Potro ha già fatto capire come la Davis, una volta vinta, non sia più una sua priorità. Ha fornito così un assist importante ai sostenitori della nuova formula, ma ha lasciato anche intendere come possa puntare a dare il meglio di sé nelle occasioni più importanti. Senza sfidare all’estremo motivazioni e articolazioni.

Nel suo 2018 si possono intravvedere due grandi obiettivi, di cui quello più esplicito è certamente provare a portare a casa uno Slam a quasi dieci anni dal primo e unico in bacheca. Allo stesso tempo del Potro, da più “giovane” (nel senso di meno usurato) della vecchia guardia, ha tutto per aprire i pronostici di ogni torneo a cui partecipa. A partire da Miami. Accelerando così il cambio generazionale. E’ l’unico ad aver battuto nove volte i numeri uno in carica. E i suoi sette successi contro Federer – pur nel complessivo head to head negativo – sono spalmati su ben nove anni. Nella parabola discendente degli altri Fab Three, il virus che può impallare il software del re svizzero ha le sembianze imponenti della torre di Tandil.

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