La stampa italiana celebra l'impresa di Cecchinato a Parigi

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La stampa italiana celebra l’impresa di Cecchinato a Parigi

“L’intruso eroe”. “Extraterrestre”. “Pannata è sicuro: ‘Può battere Thiem'”. “Nole rende onore: ‘Eccezionale anche nelle difficoltà'”. “Ho voglia di continuare a sognare”

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Marco di trionfo. Favola Cecchinato, lacrime di gioia
Bertolucci su Cecchinato: “Maturità da campione. Una meraviglia”

Cecchinato, l’intruso eroe (Gianni Clerici. La Repubblica)

Si era concluso l’ultimo punto di Cecchinato, mentre io mi trovavo al mio vecchio Club di villa Olmo a Como, e ammiravo incredulo il siciliano, dimenticando la ragione fondamentale, una visita alla mia nipotina Anita di 8 anni, desiderosa di mostrarmi il suo nuovo rovescio. Non era improbabile che, vedendomi sconvolto dal tie-break finale, qualche vecchio consocio mi rivolgesse una domanda addirittura ovvia, e cioè: «Hai mai visto qualcosa di simile, Gianni?». Ero abbastanza emozionato per la più che inattesa vittoria di Marco, del quale avevo appreso solo oggi il nome di battesimo, anche se Sartori me ne aveva parlato molto bene, e anche Brandi, che ai suoi tempi mi aveva visto squalificato come suo coach, perché gli davo consigli ad alta voce. Così ho pensato un minuto, e nella mia smemoria mi son venuti in mente altri due inattesissimi semifinalisti di Slam. Un giorno del 1977, a Dallas, avevamo disputato un torneo di giornalisti, e tra questi avevamo accettato come wild card un avvocato presentatosi col nome di McEnroe. Dopo il torneino, l’avvocato aveva invitato Rino Tommasi e me a colazione, e ci aveva detto che il suo bambino avrebbe esordito a Parigi e a Wimbledon. «Keep an eye on my boy, please», ci aveva chiesto. Così facemmo, ma ci rendemmo presto conto che McEnroe jr non aveva bisogno di incoraggiamenti. Dopo aver vinto il doppio misto al Roland Garros con Mary Carrillo, il giovane Mac partito dalle qualificazioni a Wimbledon aveva raggiunto addirittura le semifinali dove c’era voluto nientemeno che la testa di serie numero uno Connors per fermarlo. L’altra volta si collega al nome del simpaticissimo Kuerten, che pareva nato come Lacoste vicino allo stadio, tale era stata la sua disinvoltura da regolarista sul rosso nel battere via via Medvedev, Muster, e infine Kafelnikov, il numero 3 che io avevo pronosticato vincitore. A colpi di lunghissimi rovesci ingiocabili. «Forse – ho concluso – ci saranno stati altri giocatori, a ritrovarsi a loro agio in un momento tanto cruciale, da sembrar nati sul Philippe Chatrier come a casa, ma non li ricordo altrettanto bene». McEnroe a Wimbledon, Kuerten a Parigi e adesso Cecchinato. Ottima compagnia.

 

Extraterrestre (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Un lampo abbagliante che è come una lama conficcata nel cuore della storia e si nutre della favola di un ragazzo venuto dal nulla e capace in quattro settimane letteralmente indescrivibili di ribaltare il tennis e la propria vita. Djokovic, disperato, segue la prima a rete e Cecchinato lo uccella con una risposta di rovescio che si spegne all’incrocio delle righe, regalandogli il 13° punto, quello decisivo, di un tie break del quarto set inimitabile e spaventoso per intensità, qualità ed emozioni, e schiudendogli dopo 3 ore e 26 minuti le porte dell’empireo, quarant’anni dopo Corrado Barazzutti e l’ultima semifinale di un italiano in uno Slam. Ricordatevi di Jurgen Zopp, onesto operaio estone della racchetta, perché rischia di diventare uno di quei nomi ricorrenti nei racconti delle meraviglie che da qui in poi accompagneranno le gesta del Ceck. Fu lui, a Budapest, alla fine di aprile, a batterlo nell’ultimo turno delle qualificazioni, prima che la sorte lo riportasse in tabellone da lucky loser. Una rivoluzione talmente dirompente che il Cecchinato rinnovato si ritrova faccia a faccia con un trionfatore di 12 Slam e campione su questa terra appena due anni fa e per due set lo accompagna a scuola, tenendolo lontano dalla riga di fondo con l’aggressione fin dal servizio, disorientandolo sull’asse apparentemente più debole per lui, la diagonale di rovescio, e poi torturandolo di continuo con l’uso delizioso della smorzata. Non lo insidiano neppure tre set point per Nole sul 6-5 del secondo parziale, l’ultimo annullato con un dritto vincente da spellarsi le mani: nel primo tie break che ne consegue, Ceck si esalta con almeno tre vincenti. Dopo 102 minuti, perciò, c’è un uomo solo al comando e il suo nome è Marco, che a inizio anno era 109 del mondo e che fino ad aprile aveva vinto quattro partite ATP in sette anni. È comprensibile, dunque, che d’improvviso Cecchinato si ritrovi addosso la stanchezza, fisica e mentale, di un livello che ha imparato a conoscere e maneggiare solo dall’altro ieri. Il servizio balbetta, i colpi si accorciano e Novak, di certo lontano dai tempi d’oro, finalmente libera il braccio e ritrova profondità prima del tutto inesplorate. A cavallo fra terzo e quarto set il serbo inanella una serie di 20 punti a due, nel quarto si ritrova ben presto sopra di un break e con tre palle per andare 5-1 e probabilmente riprendersi partita e blasone. Macché. Torna il Cecchinato senza macchia e senza paura. Break nel nono game (con dritto vincente) e parziale portato un’altra volta al tie break. Qui, una battaglia che si era spenta si trasforma d’improvviso nel più palpitante match della stagione. Nole annulla il primo match point a Ceck con una volée di rovescio che muore sulla riga, si procura il primo set point con un’altra volée di pura opposizione e poi sono scintille, magie, polsi che tremano e occhi di tigre. Altri due set point serbi se ne vanno, altri due match point azzurri svaniscono, il killer instinct di Nole evapora in un paio di dritti spediti al cielo fino a quella risposta di rovescio che riscrive la storia e apre la prima pagina della leggenda di Marco, in lacrime non appena si rende conto dell’enormità dell’impresa, che lo innesta intanto al numero 27 del mondo. Con lui, piange a dirotto anche Francesco, il cugino che lo portò a Caldaro da Palermo per fargli respirare un altro tennis e mostrargli la via obbligata verso la maturazione. Nole lo abbraccia fraternamente e poi sarà assai tenero nei complimenti: «L’ha vinta lui, devo riconoscerlo, è stato migliore di me e ha giocato una partita straordinaria». La delusione tuttavia brucia, scotta, ferisce e l’antico guerriero adesso deve convivere con le ombre di un futuro di nebbie: «Non so se giocherò sull’erba». Sotto i colpi di Marco forse si è chiusa un’era.


E Panatta è sicuro: «Può battere Thiem» (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

«Thiem? Lo può battere, certo. Partirà ancora sfavorito, è chiaro, ma dopo tutto quello che ha combinato finora, Cecchinato può benissimo arrivare in finale». Sarà anche lontano dal tennis, fisicamente e mentalmente («confesso di avere visto solo il secondo set, del match con Djokovic »), ma a Panatta – l’ultimo trionfatore in campo maschile al Roland Garros, anno di grazia 1976 – continuano a non piacere i compromessi e le frasi di comodo. «Ho visto la sua partita contro Goffin, ed ho trovato Marco enormemente migliorato. E poi è in quello stato di grazia che consente ad un giocatore di fare delle cose straordinarie. Ti scatta qualcosa nella testa, succede poche volte ma è bellissimo. Sei in fiducia e pensi di poter battere chiunque. E qualche volta succede».

Come spiegare il successo su Djokovic?
Beh, Nole non è più quello di qualche anno fa, ma Cecchinato ha giocato uno splendido match, soprattutto di testa, senza mai tremare o sentire l’emozione. Davvero bravo. È un tennista moderno, con due fondamentali molto robusti e un servizio più che buono. Gli ho visto fare punti di forza e di tocco, lascia andare il braccio ma gli piace pure fare le smorzate. E poi è un gran lottatore molto ben allenato, di fisico ha retto alla grande fino alla fine.

Cecchinato tornerà a giocare venerdì. Due giorni di intervallo dopo una impresa come questa possono essere lunghissimi. Cosa deve fare per mantenere la concentrazione?
Non parlare con voi giornalisti! Scherzo, ma non troppo. Deve isolarsi dal mondo esterno, restare in contatto solo con il suo staff e i suoi parenti. Un bell’allenamento, tanto riposo, una doccia, e poi a letto presto. L’occasione è troppo importante.

Cosa aspettarsi dalla semifinale con Thiem?
Sono due picchiatori da fondocampo, l’austriaco se è in palla può fare davvero molto male. Cecchinato però deve provare a fare il suo gioco, senza pensare a quello che ha costruito finora, e secondo me se la può giocare. Mi piacerebbe che vincesse perché così nessuno mi chiederebbe più come mai i tennisti italiani non vincono più da quando ho vinto nel 1976.

I successi del tennista palermitano sono un buon segnale per il tennis di casa nostra.
Per prima cosa, sono un buon segnale per Cecchinato, per la sua carriera, per la sua umiltà che l’ha spinto a migliorarsi costantemente. Poi è chiaro, qualcosa si sta muovendo. Fognini è sempre lui, a Parigi ha sfiorato i quarti, c’è Berrettini che è un giovane promettente. Sì, speriamo di poter avere di nuovo a breve una squadra di Davis competitiva.

Questo entusiasmo per exploit dl Fognini a Roma e di Cecchinato a Parigi, le fa venire un po’ di nostalgia per le sue stagioni d’oro?
Assolutamente no. Forse per i miei 26, 27 anni… Resto orgoglioso per quello che ho fatto nel tennis ma la vita va avanti e bisogna guardare oltre, sempre.


Nole rende onore: “Eccezionale anche nelle difficoltà” (Valentina Clemente, Corriere dello Sport)

Se Djokovic è uscito dal campo con un mezzo sorriso, dopo aver abbracciato Cecchinato e avergli fatto i complimenti per la vittoria, il giocatore che è giunto in conferenza stampa è apparso completamente assente, vuoto e di poche parole. Certo la sconfitta, difficile da digerire, ha lasciato un solco profondo, ma quello che ora appare più difficile da disegnare ora è il seguito, perché lo stesso Nole non sa di cosa sarà fatto. «Non so quando tornerò in campo e non so neanche se giocherò Wimbledon. Ci sono momenti difficili durante la vita e a volte non hai neanche le parole per spiegarli. Sono appena uscito dal campo e non so cosa fare prossimamente. Dopo tutti gli sforzi fatti di recente, tra allenamento e lavoro fuori dal campo, questa sconfitta fa davvero male». Poco loquace sulla sua situazione, che sembra comunque di difficile risoluzione al momento e che lo potrebbe portare ad un periodo di stop, il serbo ha saputo onorare Cecchinato non solo per il risultato, ma per la forza mentale dimostrata in campo. «La sua performance è stata eccezionale, è riuscito a tirarsi fuori dalle difficoltà in maniera perfetta. Io ho avuto problemi sin dall’inizio e solo dopo che mi sono “scaldato” sono riuscito a gestire meglio i miei colpi. È un peccato che non sia riuscito a capitalizzare le mie opportunità sul 4-1 nel quarto set, ma Marco è riuscito a ritornare in partita ed il merito è tutto suo. Arrivare in semifinale non è da tutti, ma la cosa che mi ha più impressionato è il modo in cui ha affrontato questa sfida, come fosse una partita qualunque. Ha gestito i suoi nervi in maniera perfetta nei momenti chiave. Ora contro Thiem per me parte sfavorito, ma nel tennis non si sa mai». Già sparring partner, l’allievo sembra aver rubato in questa occasione la concentrazione al maestro, giocando la partita quasi a ruoli invertiti. «Ripeto, non so cosa non abbia funzionato, è stata una partita che si è decisa in alcuni momenti chiave e forse a me è mancata anche un po’ di fortuna».


“Ho voglia di continuare a sognare” (Daniele Azzolini, Tuttosport)

È tutto nuovo, anche le conferenze stampa, e Marco si lascia cullare, gioca anche lui con le domande che gli vengono poste. Quando può cerca la battuta.

Sarai fra i primi trenta, lo sai? Andrai a Wimbledon da testa di serie.
Buono per il mio avversario. Io sull’erba non sono granché.

Potrai prepararla meglio dell’anno scorso.
Questo sì, giocherò dei tornei, forse arriverò a Wimbledon che ne saprò qualcosa di più. Ma scusate, perché parliamo di Wimbledon? Sono in semifinale al Roland Garros. O sbaglio?

Nessun sbaglio. Hai vinto, ma se fossi andato al quinto?
Mi sarei sentito perduto. Conosco bene Nole, se ti agguanta non ti molla più. Non credo davvero che sarei stato io il favorito in un quinto set. Però, me lo sarei giocato con tutto me stesso, è quello che ho imparato a fare.

Quante altre cose hai imparato in questi giorni?
Tante, ma su tutte quella di propormi con il mio gioco, di usare tutto quello che so fare. Mi sento bene, sono in una condizione fisica ottimale, e questo mi fa stare tranquillo. La stanchezza c’è, ma ho voglia di continuare a sognare.

Djokovic ti ha abbracciato, alla fine del match…
È stato molto carino, è venuto dalla mia parte del campo, mi ha fatto i complimenti, mi ha detto di continuare cosa. Una persona in gamba, che sa accettare una sconfitta. Anche da questi atteggiamenti c e molto da imparare.

Conosci Thiem?
Certo, lo conosco bene, ci ho giocato anche contro, e l’ho battuto in una finale di un Future. Lui era un ragazzino, ma aveva grandi colpi, grandi potenzialità. Sarà un match difficile, complicato ma non impossibile. Se lo pensassi, non avrei capito la lezione che viene da questo Roland Garros. Non ho più intenzione di pensare che un match, un torneo una vittoria, siano impossibili.

Sui tie break, niente paura?
Quello del quarto set è stato duro, lui spingeva a più non posso, io cercavo di fare altrettanto. Su uno dei match point mi è andato a prendere una palla con una volée quando credevo ormai di averlo passato. Lì ci sono rimasto male. Ma ho imparato a tirarmi su in fretta, e anche questa è una cosa che ho imparato in questi giorni. Ve l’ho detto. C’è un Ceck tutto nuovo in questo tennis.

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La svolta di Sabbo: «E ora la Top-50!» (Bertellino)

La rassegna stampa di venerdì 27 novembre 2020

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La svolta di Sabbo: «E ora la Top-50!» (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Salvatore Caruso ha raggiunto a fine stagione, grazie ai quarti nell’ATP 250 di Sofia (torneo vinto da Jannik Sinner), il suo best ranking di n° 76 ATP: «Un appuntamento partito in sordina, nel quale ho esordito contro un giocatore locale. Ho dovuto adattarmi alle condizioni, la leggera altura ed il tipo di palline. L’ho fatto e al secondo turno ho centrato una bella affermazione contro Auger Aliassime, giovane dal grande futuro già n° 21 del mondo». Successo che fa punti e morale, incrementando le convinzioni: «Arrivato a coronamento di un’ottima prestazione. Non ho mai perso il servizio raccogliendo i frutti del lavoro svolto in questi ultimi anni. Tutto parte da lì, quando sai di essere forte nei turni di battuta puoi anche permetterti di osare di più in risposta andando a caccia del break che può fare la differenza». Nei quarti una sfida suggestiva contro un talento come Richard Gasquet: «Peccato non essere riuscito a portare a casa il primo set. Nel tie-break una chiamata dubbia mi ha negato il 4-1 e tutto forse sarebbe cambiato. Sul 4-4 ho sbagliato un diritto, ma con i se e i ma non contano. Nel secondo set ho recuperato, poi ho perso il turno di servizio nel finale. Torneo in ogni caso positivo e degna chiusura stagionale». Un anno per molti aspetti difficile, tra bolle, costrizioni, calendario stravolto: «Non possiamo lamentarci, almeno in chiave personale. Certo non è facile a volte giocare, tornare in albergo da reclusi e non avere veri momenti di relax. Penso però ai tanti che versano in gravi difficoltà, stanno male o hanno perso il lavoro. Mi considero un privilegiato per aver potuto continuare a fare ciò che più amo, al contempo lavorare e guadagnare. Le difficoltà rappresentano solo un aspetto mentale da superare». […] I pensieri volano al 2021, con chiari obiettivi: «Mettere ancora a punto i dettagli per salire tra i top 50. L’ulteriore salto di qualità sarà legato alla gestione migliore di alcuni momenti delle partite. Ora la ripresa, dopo una settimana di relax a Siracusa. Cercheremo di capire cosa succederà in Australia per pianificare nel migliore dei modi la preparazione». […]

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Fognini torna… argentino (Mastroluca)

La rassegna stampa di mercoledì 25 novembre 2020

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Fognini torna…argentino (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Una nuova partenza. Un nuovo inizio. Il “Day One” postato su Instagram ha annunciato l’avvio della collaborazione di Fabio Fognini con il coach argentino Alberto Mancini. Ex numero 8 del mondo con un nonno italiano, Mancini ha vissuto il suo anno migliore nel 1989. Vinse allora il titolo a Montecarlo, in finale su Boris Becker e gli Internazionali d’Italia di Roma salvando un match point ad Andre Agassi. Dopo i quarti di finale al Roland Garros e una serie di cinque finali perse, si ritirò a soli 25 anni. Da allenatore, ha avviato la carriera di un giovane Guillermo Coria, futuro finalista a Roma, ha seguito l’ecuadoriano Nicolas Lapentti, la statunitense Varvara Lepchenko e da ultimo l’uruguagio Pablo Cuevas fino allo US Open 2019. Dal 2006 al 2008, ha guidato da capitano la nazionale argentina di Coppa Davis. Due dolorose finali perse incorniciano il suo triennio, prima contro la Russia e poi contro la Spagna senza Rafa Nadal in casa a Mar del Plata. Termina, dunque, il rapporto con Corrado Barazzutti che manterrà il ruolo di capitano azzurro in Davis. «E’ stata una scelta condivisa – ci spiega via telefono – penso che fosse la cosa migliore per lui avere un team dedicato. Io resterò comunque a disposizione, come lo sono stato in passato per Francesca Schiavone e per tutti gli azzurri». Fognini torna così ad affidarsi a un allenatore argentino dopo Jose Perlas, con cui ha lavorato dal 2011 al 2016, e Franco Davin, con cui ha conquistato cinque titoli, compreso il trofeo più prestigioso nella sua bacheca, il Masters 1000 di Montecarlo nel 2019. Alla fine dell’anno scorso, l’annuncio della separazione decisa in autunno durante il torneo di Shanghai. Fognini sta preparando il 2021 al Tennis Club Sanremo con un occhio all’Australia, anche se le date del calendario della prossima stagione restano ancora tutte da decifrare. Proprio i tre turni superati un anno fa a Melbourne rappresentano il punto più alto di una stagione non certo accompagnata dalla luce della buona sorte. Fognini ha approfittato del lockdown per un doppio intervento chirurgico alle caviglie, è rientrato sulla tersa rossa in autunno vincendo una partita su quattro poi, alla vigilia del Forte Village Sardegna Open a Santa Margherita di Pula ha ricevuto il verdetto più temuto in questo 2020: la positività al test anti-Covid. Fognini riparte, con nuovi orizzonti e ambizioni in una stagione che promette magnifiche sorti per tutto il tennis italiano.

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Chi sarà il numero 1? “Medvedev e Thiem pronti a scalzare i mostri sacri” (Bertolucci). Smith primo maestro: “Impressionato da Sinner” (Piccardi)

La rassegna stampa di martedì 24 novembre 2020

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Chi sarà il numero 1? “Medvedev e Thiem pronti a scalzare i mostri sacri” (Paolo Bertolucci, Gazzetta dello Sport)

Quante volte ci siamo affannati nella ricerca spasmodica di un cambio generazionale al vertice del tennis mondiale che rivoluzionasse la classifica Atp? Da anni la cosiddetta Next Gen sta provando ad alzare la voce per imprimere una svolta. Fino a questo momento, però, anche se i Fab 4 hanno perso un pezzo grosso con l’uscita di Andy Murray dai palcoscenici importanti, a causa della doppia operazione alle anche, i giovani solo in rare occasioni si sono seduti al tavolo dei big. I paladini del cambiamento sono stati in particolare i vincitori delle ultime tre edizioni delle Finals, il torneo di fine stagione riservato agli otto giocatori migliori dell’anno tennistico: Grigor Dimitrov, Sascha Zverev e Stefanos Tsitsipas. Il bulgaro aveva illuso ma poi si è smarrito nell’anno successivo, tanto da retrocedere di parecchie posizioni della classifica mondiale senza mai più ritrovare lo splendore di quei giorni. Zverev, campione ad appena 21 anni due anni fa in finale contro Djokovic, si è poi complicato la vita creandosi troppe aspettative, cambiando diverse guide tecniche, compreso Ivan Lendl, e cacciandosi nei guai con problemi personali che esulano dal campo di gioco. Il greco, che si presentava quest’anno a Londra come campione in carica, anche a causa di questa particolare stagione stravolta dalla pandemia di Covid, è sembrato troppo impulsivo nella continua ricerca dell’affondo vincente e i risultati non sono stati pari alle attese. A trionfare alle Finals di quest’anno è stato Daniil Medvedev al termine di una edizione particolarmente accesa e ricca di partite che hanno tenuto con il fiato sospeso gli appassionati. Il russo, da sempre abituato a strisce vincenti, dopo una stagione altalenante è entrato in forma proprio nelle ultime fasi, sbaragliando il campo e alzando i due trofei annuali più prestigiosi a livello indoor: Parigi Bercy e, appunto, il torneo dei Maestri. Medvedev è in possesso di un gioco che può non catturare l’occhio, e che va osservato con attenzione per coglierne l’essenza. I suoi tentativi non sono mai scriteriati e poggiano su basi solide, costituite da affidabili colpi di rimbalzo dove, al preciso e ficcante rovescio, affianca uno scomposto ma solido dritto. Ricava molto dal servizio e non si tira indietro nella fase difensiva mostrando umiltà e capacità di resistenza. Pronto, quindi, per dire la sua il prossimo anno insieme a Dominic Thiem che si è costruito una carriera da giocatore completo e affidabile e già siede al terzo posto del ranking mondiale. Saranno quindi loro a guidare la pattuglia degli inseguitori che cercheranno di scalzare, se non di mettere ancor più pressione a suon di successi, a quei tre mostri sacri autori di una meravigliosa storia che sembra non finire mai […]

Smith primo maestro: “Impressionato da Sinner” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Per la generazione dei millennials è la scarpa da ginnastica più famosa del pianeta, per gli appassionati di tennis meno giovani una leggenda che orbita intorno a pochi titoli, ma buoni. Stan Smith, californiano di Pasadena, 74 anni, è stato un sublime interprete dell’arte dimenticata del doppio (con il partner Bob Lutz) e un eccellente portatore sano di gesti bianchi (due titoli Slam). […] Sono passati dieci lustri: qual è il ricordo più vivido del Master di Tokyo, Stan? «Un’enorme palestra gelata che aveva ospitato la ginnastica ai Giochi ’64 e un campo di plastica che va letteralmente in pezzi mentre gioco con Rod Laver davanti a 10 mila giapponesi. Il 14 dicembre ’70, giorno del mio compleanno, affronto Rosewall nel match decisivo (la formula era a round robin) e ricevo la cartolina di chiamata alle armi! Tanta roba tutta insieme per un ragazzo di 24 anni…». Ha conservato del cimeli? «Una bottiglia di Pepsi, che sponsorizzava il torneo: il primo premio era di 15 mila dollari, una cifra più che decente per l’epoca». Chi è stato il più forte, tra i suoi avversari? «Penso che siamo tutti d’accordo nel dire che, per conquistare due volte tutti e quattro gli Slam nello stesso anno solare, devi essere un po’ speciale. La risposta, quindi, è facile: Laver». C’è unanimità anche sul nome del più grande di sempre, Federer, secondo lei? «Oh sì. In una mia classifica di ogni tempo dopo Roger metto Rod, Djokovic e Nadal a pari merito, Sampras e Borg». Arthur Ashe, benché non abbia stravinto, è stato un personaggio rivoluzionario. Ci racconta il suo Ashe? «Molto volentieri. Arthur era un gran tennista e una persona, se possibile, ancora migliore. Il padre Arthur senior gli aveva insegnato il rispetto e lui era incapace di giudicare gli altri. Aveva carisma, empatia. A Houston non gli permisero di entrare in spogliatoio in quanto nero: lui si cambiò nel corridoio e giocò, senza un lamento. Non era accettato ma accettava le diversità». Diversità tipo le follie di quel pazzo di Nastase? «Ilie in campo faceva diventare matto anche me, poi si andava a bere una birra. Arthur marciò a Washington contro le ingiustizie, studiò perché sapeva che l’istruzione era vitale, soprattutto per lui. Un leader nato». II cambiamento più grande rispetto ai suoi tempi sono le racchette, mister Smith? «Insieme al business che ruota intorno al tennis e alla televisione, senza dubbio. Con la racchetta di legno il gioco è per forza diverso, meno potente e più lento: se non colpivi la pallina al centro perfetto dell’ovale, erano guai. Io credo che l’unico che sarebbe altrettanto vincente con il legno sia Federer. Roger gioca come giocavamo noi. Pulito». Ha sentito parlare di un certo Jannik Sinner, the Italian sensation? «Certo che sì, l’ho anche visto in azione alla tv: a New York e Parigi. Ha un tennis a tutto campo che mi ha impressionato e un buon atteggiamento. Ora che ha vinto il primo titolo Atp e che l’Italia fa il tifo per lui, determinante sarà come gestisce il successo e le attenzioni. La testa, nel tennis, è tutto. Ma non sarà una meteora: su questo mi sento di sbilanciarmi». Se potesse tornare indietro, rifarebbe tutto? Anche boicottare Wimbledon ’73? «Sì. A quel tempo pensavo che fosse la cosa giusta da fare e ne sono convinto ancora. Ha contribuito a far diventare il tour Atp quello che è oggi. Ma ci sono cose del mio passato che, potendo, cambierei: mi prenderei più cura del mio corpo, portandomi dietro un fisioterapista al tornei (cosa che non usava assolutamente: si viaggiava da soli) e giocherei meno. Da numero uno del mondo, nel ’72, chiesi troppo al mio fisico» […]

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