Berrettini, testa più cuore, quante emozioni. È n.13, top 10 e Fognini vicini. Basta battere Nadal…

Editoriali del Direttore

Berrettini, testa più cuore, quante emozioni. È n.13, top 10 e Fognini vicini. Basta battere Nadal…

US OPEN – Lo spagnolo, “leone nella giungla”, è super favorito, ma con Schwartzman non mi è piaciuto. Santopadre: “Non sarà come con Federer”. L’ingresso fra i grandi? Solo questione di tempo

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)
 
 

da New York, il direttore

Dopo 40 anni di poco o molto poco, per non dire nulla al maschile a conclusione della Golden Era (Panatta, Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli), e meno male che mi hanno tirato su le quattro encomiabili ragazze top-ten, nell’arco degli ultimi 15 sto provando finalmente emozioni e sensazioni che ormai, alla mia veneranda età, non credevo più di provare. Permettetemi di dire che un pochino me le merito anche, con tutto il tempo e la passione che ho speso dietro a questo sport. Ma non voglio davvero parlare di me nei giorni dei fantastici exploit di Berrettini, 15 mesi dopo quelli di Cecchinato a Parigi, 5 mesi dopo quelli di Fognini a Montecarlo.

La partita vinta da Matteo su Monfils, per i cinque set chiusi dal tiebreak, per i quattro matchpoint non trasformati, e in particolare quel primo coinciso con il primo doppio fallo di “Berretto” nel set che mi ha fatto rischiare l’infarto, è stata la più bella partita del torneo fin qui, a detta di tutti i frequentatori della sala stampa in cui dopo tanti anni in cui c’erano i Clerici, i Tommasi, i Semeraro, i Marianantoni, i giornalisti italiani brillano per la loro assenza. Siamo in cinque del team Ubitennis (Vanni Gibertini, Luca Baldissera, Cesare Novazzi, Andrea Pellegrini Perrone e chi scrive) e due inviati di Supertennis. E dal weekend è arrivata anche Federica Cocchi della Gazzetta. Stop. La crisi economica si è fatta sentire proprio quando il tennis italiano sembra in grado di cogliere i frutti di una revisione iniziata qualche anno fa, sulla spinta anche della critica. Cioè da quando qualcuno riuscì a convincere i dirigenti federali più testardi che anziché puntare a produrre tennisti a Tirrenia (un fallimento acclarato) osteggiando pervicacemente i team privati, conveniva allearsi con loro e provare a costruire insieme, mettendo a punto un sistema di servizi e incentivi collegati ai risultati.

 

Così sono nati i Piatti, i Gorietti, i Sartori, i Santopadre e altri. Piccole realtà che hanno cominciato a strutturarsi in modo sempre più professionale. Così, in quegli ambienti magari apparentemente provinciali ma super motivati – anche per sopravvivenza – e non paludati da situazioni “statali”, sono cresciuti coach desiderosi di apprendere il mestiere, di rischiare sulla loro pelle prendendosi in carico ragazzini che potevano emergere come no, e professionisti di vario tipo, fisio, preparatori atletici che prima non esistevano o preferivano ai viaggi la vita più comoda dei circoli. E così i ragazzi/e italiani non hanno più avuto bisogno di emigrare all’estero (soprattutto in Spagna, ma qualcuno perfino negli States) come erano stati quasi costretti a fare Pennetta, Errani, lo stesso Fognini, i primi che mi vengono a mente.

Non si investiva sui coach italiani, né sui team i cui ragazzi spesso venivano quasi ostacolati se dovevano affrontare quelli federali. E si spendevano male i soldi, privilegiando situazioni più politiche che tecniche. Non è più così da un bel po’. Binaghi è stato bravo (anche se spesso eccessivamente esoso) a tirar fuori soldi anche dalle rape. E con i soldi degli Internazionali che prima non c’erano, si sono potute trovare risorse per finanziare la trascurata parte tecnico-agonistica cercando di allargare sempre di più la base dei ragazzini da sostenere.

Matteo Berrettini e Gael Monfils – US Open (via Twitter, @usopen)

Ma ora qui la pianto con la visione… “politica” che certo vi annoia per condividere con voi lettori il mio entusiasmo per lo straordinario exploit di Matteo Berrettini. Entusiasmante anche per il modo in cui è venuto, in un’altalena continua di situazioni prima disperanti: sotto 6-3, break all’inizio del secondo set, palla del 3-0 con doppio break per Monfils quando pareva che Matteo non avesse armi per poter sfondare quel muro franco-guadalupense e soprattutto sulla diagonale di dritto ci lasciava sempre le penne, lui forzava e l’altro non faceva la minima fatica.

Poi incredibilmente incoraggianti: “Berretto” porta a casa 6-3 6-2 i successivi due set, con Matteo che non si scompone neppure quando gli dicono, sul 4-2 del terzo, che ci si deve fermare, c’è il solito uragano settembrino in arrivo, va chiuso il tetto. Era lui che stava dominando, si teme che l’interruzione non gli giovi. Ma lui non se ne fa né in qua né in là. Come se lui, e non Monfils, fosse passato decine di volte in situazioni consimili. Ammirevole. Vince, sembra quasi fatta anche a chi ama ripetere – sono io – “the game is not over until is over”. Nel tennis non è mai finita.

Infatti ecco la doccia fredda: il quarto set è di Monfils. Un break nel quarto game gli è bastato a trascinarsi al quinto. Trascinarsi… è il caso di dire, anche se in realtà La Monf ha l’aria di trascinarsi soltanto fra un punto e l’altro, mai mentre corre come una lepre e recupera tutto e di più .

Eccoci al quinto e la speranza che cresce senza – almeno noi in tribuna – fidarsi minimamente delle sceneggiate di Monfils, il morto che cammina e resuscita molte più volte di Lazzaro. Vero che c’è un’umidità che ti porta via, si respira male seduti, chissà a correre. La Monf non disdegna i collari di ghiaccio, Matteo suda perfino nei piedi e si cambia le Lotto. Due volte avanti di un break, ma non basta! Passi per il 2-0 diventato 2-2, ma sul 5-3 e 30-15 prima un serve&volley con una volée elementare di rovescio sbagliata a campo aperto indegna del peggior Scanagatta – vi ricordate quando Fognini a Wimbledon 2018 giocando con Vesely esclamò: “Gioco peggio di Scanagatta!” – poi il tragico doppio fallo sul matchpoint! È il primo di tutto il set. Beh quello è stato puro masochismo!

E invece è sadismo quello di Monfils che sul 6-5 si concede tre doppi falli, ma tiene ugualmente il servizio. Sono cattiverie che non si fanno ai deboli di cuore. Matteo ha avuto due matchpoint (il primo conquistato con un lob da cineteca) ma Monfils – che ha gran parte dei 20.000 a favore, perché i grandi e bravi attori piacciono sempre, commuovono inevitabilmente quando paiono sul punto di esalare l’ultimo respiro… a Moliere per il suo “Malato Immaginario” sarebbe piaciuto tantissimo – gliene annulla uno con un drittone dei suoi, mentre l’altro lo sbaglia Matteo con un rovescio… anch’esso dei suoi quando non era ancora quello di oggi, primo semifinalista italiano all’US Open in 42 anni.

Sul 6 pari non avrebbe dovuto vincere il più esperto, l’ex n.6 del mondo, il finalista di tre Masters 1000, il semifinalista di due Slam (RG 2008, qui 2016)? Certo che sì, ma Hitchcock ha sceneggiato diversamente il suo thriller: doppio fallo n.16 di Gael che ormai pare un pupazzo disarticolato quando serve, anche se il lancio di palla apparentemente è quello di sempre. Non gli basta: sul 4-2 fa pure il n.17 (cinque in dieci minuti). Se Matteo sul 5-2 chiudesse con due bei servizi sarebbe banale soap opera da mediocre tv americana. I due punti sul proprio servizio li deve perdere entrambi, sennò che gusto c’è ad andare al cinema Arthur Ashe? Infatti li perde.

Scomparsi i due minibreak, c’è uno scambio pauroso, nostra e loro è la grande paura: 24 palleggi, non tutti aggressivi. Un po’ più lo è Matteo che si merita il punto. Così ecco altri due matchpoint, quarto e quinto. Basta il quarto? Abbiamo sofferto abbastanza? Macché! Ace n.10 di Gael il guastafeste: 6-5. Ce n’è ancora uno ma quanto durerà questa agonia?Finalmente Alfred Hitchcok dice che può bastare. Matteo carica il fucile. Ne esce, più che una pallottola, un cannon ball a 202 km orari. La racchetta di Monfils si piega, fin quasi a spezzarsi, la palla quasi si sfilaccia e vola via, liberatoria. I 196 centimetri di Matteo si stendono sul cemento, in deliquio. È finita la sofferenza, il nostro è in semifinale, 42 anni dopo Barazzutti che fu sconfitto. Mentre lui, Matteo, è ancora in gara, può sognare di andare oltre.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Mi dicono fonti certe che stia ancora sognando. Per le prossime 24 ore, fino alla semifinale con Nadal che è strafavorito sebbene con Schwartman abbia perso quattro volte il servizio e non abbia assolutamente giocato ai suoi migliori livelli, Matteo si tirerà bei pizzicotti. Sogno o son desto? Ha cominciato a dirselo quando era ancora lungo sdraiato su quel cemento che gli pareva più soffice del miglior materasso. L’ultimo dei suoi pensieri è certo stato – anzi non c’è stato – che io potessi avere un groppo alla gola, come un bambino. Momenti impagabili. Per lui, certo. Ma anche per me. Gli anziani, si sa, si commuovono più facilmente. Basta poco. E poco non è stato.

Che può succedere ancora di meraviglioso a un giocatore che è sempre stato convinto che la sua miglior superficie fosse la terra rossa, ma in due Slam ha raggiunto gli ottavi sull’erba e la semifinale sul cemento?

“Per forza, sul cemento non avevo vinto una partita quest’anno fra Slam (Australian Open: Tsitsipas) e Masters 1000 (Indian Wells: Querrey; Miami: Hurkacz; Cincinnati: Londero). Se a Wimbledon ero arrivato in fiducia, qui proprio no”.

Battuto Monfils, per dieci punti non lo scavalca in classifica, ma sale a numero 13 virtuale, a un tiro di schioppo da Fognini n.11. Gli incontentabili dicono: se si fosse trovato in semifinale contro Medvedev o, meglio, Dimitrov, la finale non sarebbe stata un miraggio, ma soltanto molto difficile. Contro Nadal, l’unico sopravvissuto alla moria dei Fab Four, sembra invece una Mission Impossible. Il suo coach mentale gli avrà fatto vedere anche quel film o troppo cheap? Matteo oggi si è immedesimato di più nel protagonista di Django Unchained… “Con tutti quei matchpoint non trasformati, nel mio box di 20 persone era quasi uno spargimento di sangue”.

C’è ovviamente tempo e voglia di scherzare, passata la paura per un sogno che poteva svanire e data un breve sguardo “a mille messaggi sul cellulare”, e fra i tanti particolarmente apprezzato quello di Flavia Pennetta: “È stato Vincenzo (Santopadre) a dirmi che la tattica giusta era far doppio fallo sul 5-3 40-30…” bleffa e ride. E quando gli dicono che l’unico altro italiano in semifinale qui – nel famoso match in cui Jimmy Connors oltrepassò la rete per cancellare il segno di un suo rovescio che Corrado Barazzutti giurava fosse fuori – era stato soprannominato “Soldatino” (credo sia stato Rino Tommasi…) o “the Little Soldier” come presero a chiamarlo da queste parti, Matteo replica: “Beh, io sono di Roma, dopo questa battaglia semmai io potrei essere ‘Il Gladiatore’!”.

Sono stracerto, dopo che glielo ho riferito, che il collega del New York Times David Waldstein che gli ha fatto una lunga intervista, lo scriverà nel suo pezzo che credo uscirà domani venerdì. Bravo il manager di Matteo, Corrado Tschabuschnig, che già un paio di mesi fa, sapendo quanti siano gli Italiani d’America, aveva organizzato questa intervista che, dopo l’exploit di Matteo, è – lo si dice a Firenze – è caduta a fagiolo. Ancora sull’Ashe Stadium, Matteo aveva avuto la presenza di spirito di dire:

“È una delle migliori partite che ho visto… sì che ho visto, non che ho solo giocato!”. Grande.

Le interviste di tutti quelli che potevamo incrociare le dovreste trovare sul sito (qui la conferenza di Berrettini, qui invece le parole di coach Santopadre). Quest’altro Corrado l’agente dice una cosa che l’altro Corrado l’ex tennista non avrebbe mai detto, quando gli ricordo, fra il lusco e il brusco, che Matteo ha anche incamerato un assegnuccio da 960.000 dollari: “Ti assicuro che i soldi sono l’ultima cosa che ci interessa. Tutto quello che entra nella mia società (che gestisce Troicki, Granollers, Bublik, Bolelli…) lo reinvestiamo in giovani che abbiano la voglia e la qualità per emergere”.

Batti Gaquet e dici “vabbè”. Batti Rublev e dici “vabbè”. Batti Monfils e cominci a dire: “Ma questo Matteo dove può arrivare?”. Se invece di “può” avessi scritto “vuole”, la risposta sarebbe stata “in alto, molto in alto, anche solo top-ten potrebbe non bastare”. Può mettere in difficoltà perfino Nadal che con Schwartzman non è apparso invulnerabile e ha perso quattro volte il servizio? Beh fino a ieri Rafa era di un’altra categoria. Lo dovrebbe essere ancora. Dopo aver profetizzato che Matteo non potesse perdere 6-1 6-2 6-2 a Wimbledon con Federer – e sapete che cosa invece avvenne – ho passato la palla al mio co-commentatore sulla home inglese Steve Flink: “Secondo me finisce 6-3 6-4 6-3 per Nadal”.

Un pronostico condivisibile per l’enorme differenza di esperienza, e non solo, perché è vero che Berrettini serve molto bene, certo meglio di Schwartzman, però risponde anche decisamente peggio. È la risposta al servizio la sua debolezza più manifesta. L’argentino fa sempre qualche break, a tutti i migliori tennisti del mondo, ma perde anche il servizio diverse volte. Rafa non mi è sembrato in super forma, però… è Rafa. Più ci si avvicina alle fasi finali, più colui che Berrettini ha definito il “greatest fighter of all” e Schwartzman “un leone nella giungla”, sente l’odore del sangue.

A Matteo non sono certo mancati gli allenamenti con i mancini. Vincenzo Santopadre è mancino. Ma non è Nadal. Però magari un minimo aiuto a orizzontarsi quegli allenamenti che, come ha detto Vincenzo fra poco sono in doppia cifra (“10 anni insieme”), potrebbero averlo dato. Servizio monstre e dritto cannon non basteranno contro Rafa. Fognini ha mostrato contro il maiorchino, battuto tre volte sulla terra e una sul cemento, l’importanza della palla corta, il solo colpo che contro Monfils ha funzionato pochino ed è stato usato solo un paio di volte perché Matteo deve aver perso la fiducia dopo i primi errori. Qualche serve and volley non sarebbe sbagliato, se Rafa risponderà stando molto lontano.

Rafa ha detto di conoscere poco Matteo fuori dal campo e poco anche dentro. “Se è arrivato in semifinale, fra i migliori quattro del mondo, vuole dire che può battere chiunque”. Frase di prammatica. Ma ha detto qualcosa di più. Leggete a parte. Certo è che dopo averlo visto giocare in quella che è stata la miglior partita della carriera di “Berretto”, sfoggiata nell’occasione più importante, nessuno si sente di precludergli alcunché, compresa quella che sarebbe la più clamorosa sorpresa.

“Io sono sicuro – ha detto Santopadre – che non finirà come con Federer”. Sensazione quasi unanimemente diffusa. Fino a pochi giorni fa molti dubitavano che Matteo potesse essere un candidato alla top-ten. Oggi, anche senza dover attendere il pensionamento degli over 30 in quella élite, molti sono meno dubbiosi e dicono: “È solo questione di tempo”.

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Editoriali del Direttore

ATP Roma: Davvero “NOT TOO BAD!” Nole Djokovic! Trionfo n.6 in 12 finali al Foro Italico. E senza perdere un set. Tsitsipas sotto tono [VIDEO]

Sole, bel tennis sia pur senza match memorabili, grande successo di pubblico, biglietti assai cari. Problemi difficili da risolvere: la brutta luce sul campo, gli spazi angusti per 230.000 spettatori. Swiatek senza rivali. Invece tre Masters 1000 e tre vincitori diversi. Alcaraz il più impressionante

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Novak Djokovic - Roma 2022 (foto twitter @InteBNLdItalia)

Ancora una volta il…sesto re di Roma è stato più forte del…secondo principe di Montecarlo. Djokovic ha sconfitto Tsitsipas per la quinta volta su cinque sulla terra battuta: due volte a Roma, due volte a Parigi, una volta a Madrid.

Davvero “not too bad” Nole Djokovic che trionfa per la sesta volta in 12 finali romane, in quella città e nazione che lui chiama “La mia seconda casa, perché da nessuna altra parte come qui mi sanno trasmettere energia positiva, entusiasmo…Quando non vinco… arrivo in finale, o in semifinale! (tre volte nei quarti…;n.d.UBS) Insomma qui gioco sempre bene e ora sì, dopo tutto quello che è successo all’inizio di quest’anno, la vicenda australiana, parto per Parigi sentendo di essere uno dei grandi favoriti al Roland Garros”.

Nole “Not too Bad” ha vinto il torneo, sei mesi dopo l’ultimo titolo conquistato a Bercy, ma per l’appunto nello stesso pomeriggio in cui suo figlio Stevan ha vinto a 7 anni il suo primo torneo a Belgrado…

 

 “Abbiamo fatto il Double Sunshine!” ha scherzato Nole (alludendo all’accoppiata dei due Masters 1000 Indian Wells-Miami). Da papà orgoglioso del primogenito che sabato sera in videochat gli aveva fatto vedere nell’ombra dritti e rovesci senza racchetta, Nole non avrebbe mai smesso di parlarne.

“Cerco di prendere da lui l’energia pura, l’energia dei bambini, e di alimentare il bambino che sono dentro, perché tendo a a dimenticare. Tutto è così serio. E’ la nostra professione. E’ il nostro lavoro. Si deve essere così. Si deve essere disciplinati. A volte prendiamo la vita troppo sul serio. I bambini – e lui ne ha due, un figlio e una figlia – mi rinfrescano quella connessione, quell’energia pura”.

Beh, un’energia che funziona. Nole questa settimana ha trionfato al Foro Italico senza perdere l’ombra di un set: 6-3,6-2 a Karatsev, 6-2,6-2 a Wawrinka, 7-5,7-6(1) a Auger Aliassime, 6-4,6-3 a Ruud, 6-0,7-6(5) a Tsitsipas. Mai ha dato l’impressione di poter perdere. Semmai – e ciò mi aveva instillato qualche dubbio – si era ogni tanto un po’ distratto. Ad esempio quando doveva battere per chiudere un set con Aliassime; quando era avanti di un paio di break con Ruud e ne mollava uno per strada. Per questo pensavo che Tsitsipas potesse, se fosse riuscito a giocare come nel primo set contro Sinner e soprattutto come nel secondo e nel terzo contro Zverev (che però gli aveva dato una bella mano con quei doppi falli nei momenti dei break), a metterlo in difficoltà

Ma il serbo non ha sofferto alcuna lezione di greco. Gli ha anzi dato un terribile 6-0 in 30 minuti, simile a quel 6-0 che in Australia 2019 Tsitsipas aveva incassato anche in semifinale da Nadal (6-2,6-4,6-0) dopo che aveva sorpreso Federer. E un primo set ancor più brutto di quello che Stefanos aveva giocato con Zverev. Tanto che sul 3-0 e doppio break ha mandato in frantumi la racchetta, beccandosi l’inevitabile warning. A fine primo set la percentuale dei punti vinti con la prima palla da Djokovic era del 90%, quella di Tsitsipas del 36%.

Tuttavia poi anche con Tsitsipas ecco Djokovic accusare una piccola grande pausa. Dopo che nel primo set non aveva perso che 3 punti sul proprio servizio – e sul tabellone che riportava le statistiche del primo set ne era comparsa una  che segnalava uno 0% di punti fatti con la seconda di servizio! – è stato brekkato nel quarto game, 1-3 e poi Tsitsipas ha avuto anche la palla del 5-1. Erano trascorsi 57 minuti: lì Djokovic ha messo a segno un rovescio incrociato coraggioso e fantastico. Fosse andato sotto 5-1 il set sarebbe stato quasi impossibile da recuperare. Ma, come detto, la casella dei set persi per Nole è rimasta immacolata.

Anche l’altra tennista n.1 del mondo, Iga Swiatek, ha vinto il torneo, il quinto di fila, cogliendo la vittoria consecutiva n.28 battendo nettamente 6-2,6-2 Ons Jabeur e senza cedere un set in cinque “passeggiate”: tre game lasciati alla Ruse, 5 alla Azarenka, 6 alla Andreescu, 3 alla Sabalenka, 4 in finale alla Jabeur. Impressionante.

La ragazza polacca che nasconde la fronte alta sotto all’immancabile cappellino dalla tesa straordinariamente lunga – vederle gli occhi in tv non è facile – ha vinto gli Internazionali d’Italia per il secondo anno consecutivo…Beh l’anno scorso aveva vinto la finale con la Pliskova con un 6-0,6-0 a dir poco imbarazzante. Così stavolta avendo vinto appena 6-2,6-2 deve essersi proprio spaventata, al punto che trasformato il punto finale si è inginocchiata come in preghiera – in Polonia la religione è una cosa seria e non solo per via di papa Wojtila – per un tempo improbabile, singhiozzando come se avesse vinto 7-6 al terzo dopo aver annullato 6 o 7 matchpoint.

Finalmente si è rialzata, ha salutato con un piccolo gesto il pubblico e poi, sempre piangendo, si è buttata tra le braccia del suo coach Tomasz Witkorowski e della sua inseparabile psicologa Daria Abramovicz.

E seduta sulla sedia mentre aspettava che si svolgesse la premiazione ha continuato a tenere il viso nascosto dietro l’asciugamano del torneo – Valmora, scusate l’inciso commerciale eh – e a piangere. Neppure quando aveva vinto il suo primo Roland Garros aveva mostrato tanta emozione. E nemmeno nei precedenti e recenti 4 tornei vittoriosi.

Quasi che non fosse abituata a vincere. Ma ci avrebbe poi detto che sentiva comunque una grande pressione. Se non ho con lei la confidenza per dirle Not too bad! posso sempre dirle “Niente male!” così magari prima di vincere qui l’anno prossimo per la terza volta impara due parole di italiano. Il più famoso telecronista polacco, Thomasz Tomaszewski – se ho azzeccato lo spelling mi autoerigo un monumento – l’italiano lo parla piuttosto bene (anche perché a suo tempo fece il modello a Milano) e potrebbe aiutarla a spiccicare un paio di parole per la prossima premiazione che, a quanto si è visto, è già più che pronosticabile anche per il 2023. Almeno.

L’altro n.1 del mondo e per la 370ma settimana invece nei miei confronti confidenza ne mostra sempre al punto che ieri in conferenza stampa ha detto “Qui tutti mi dicono “not too bad!, è molto popolare, Ubitennis dovrebbe avere un p.r.” …(e io ho proposto di ingaggiare il suo manager Dodo Artaldi che ovviamente mi potrei permettere di pagare molto più di Nole…) e, al di là degli scherzi e delle battute, Nole aveva ben ragione di essere felice, soddisfatto e ottimista visto che si sente ancora giovane, “mentally fresh, gli anni dell’età sono solo un numero”.

Sebbene Nole sia per 10 giorni il vincitore più anziano a Roma di tutta la storia del tennis open – lui aveva questa domenica 34 anni, 11 mesi e 23 giorni mentre Rafa Nadal quando vinse qui un anno fa aveva 34 anni 11 mesi e 13 giorni – la condizione fisica è eccellente e, ha tenuto a sottolineare, “A me le partite tre set su cinque non solo non mi spaventano, ma mi piacciono proprio”.

E giustamente L’EQUIPE, dopo che Novak ha vinto il Masters 1000 n.38 (record) titola: “Djokovic pret pour Roland Garros”– Djokovic è pronto per il Roland Garros – e all’interno “Epoque Renaissance”, Epoca Rinascimento, mentre per Iga Swiatek il titolo è “Swiatek seule au monde”, sola al mondo…perché non ha proprio rivali.

Lei vince tutto e a Parigi sarà la favorita n.1. Nelle ultime otto finali giocate ha perso di media 3,5 game a match!

Mentre i tre Masters 1000 sui campi rossi hanno avuto tre diversi vincitori, Tsitsipas a Montecarlo, Alcaraz a Madrid, Djokovic a Roma, giusto per complicare la vita a chi dovrebbe sbilanciarsi in un pronostico sul vincitore del Roland Garros.

La novità Alcaraz, soprattutto per il livello di gioco espresso, e proprio per trattarsi di una novità, ha sedotto tutti, come è normale che sia. Ma vincere uno Slam con partite 3 set su cinque, per un ragazzo di appena 19 anni, non è uno scherzo, anche se a Carlitos il fisico non sembra davvero mancare. E alle attenzioni quasi morbose di tutto il mondo del tennis ormai ha preso a farci l’abitudine.

A metà articolo chiedo ai lettori se si sono accorti come Ubitennis ha curato Instagram durante questo torneo. Con l’aiuto di appassionati che ci hanno fornito foto e situazioni curiose. Vorremmo espanderci anche su Tiktok…e stiamo cercando di formare un mini-team di giovani che vogliano cimentarsi insieme a noi. Scrivete a direttaubitennis@gmail.com se foste interessati.

Tornando alla finale…beh non è stata granchè. Secondo me, e anche secondo Tsitsipas quando glielo ho chiesto, colpa un po’ anche della pessima luce del “centrale” a quell’ora, fra le 16 e le 17,30. Il tabellone segnapunti, i riflettori sul lato di Montemario, gli alberi più alti e più bassi, si stagliano sul campo che diventa tutto luci e ombre, difficilissimo anche per giocatori che a differenza di Djokovic e Tsitsipas non portino le lenti a contatto. Figurarsi per loro. Soprattutto il greco ha steccato un’infinità di palle. Ma alcune anche Djoko. Mi chiedo se non si potrebbe cercare di fare qualcosa per migliorare quest’aspetto. Spostando quel potesse essere spostato, tagliando quel che si potesse tagliare. Non facile, ma il gioco ne risente. Almeno in quell’orario (che è quello delle finali).

NELLA SECONDA PAGINA DELL’ARTICOLO, CONSIDERAZIONI SUL TORNEO, SULLA STRUTTURA E

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Editoriali del Direttore

ATP Roma, Swiatek-Jabeur e Djokovic-Tsitsipas: perché è molto facile sbagliare il pronostico per entrambe le finali [VIDEO]

ROMA – E se il bilancio dei confronti diretti ingannasse? La mia sensazione è che i precedenti possano venire smentiti. Dovessi giudicare dalla forma intravista vedrei vincenti Swiatek e Tsitsipas

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C’è una finale che se uno non conosce i precedenti sembra scontata, quella femminile, e un’altra finale che invece certamente non lo sembra pur conoscendo i precedenti ed è ovviamente quella maschile.

Quella solo apparentemente scontata è quella che giocheranno Iga Swiatek e Ons Jabeur, con la polacca che ha vinto 27 match di fila di cui 22 in 2 set, e ha così già eguagliato la seconda miglior striscia di nientepopodimeno che Serena Williams (che si fermò a quota 27 a Madrid 2015). Ma se Iga vincesse anche i 7 match del prossimo Roland Garros, supererebbe in tromba le 32 vittorie consecutive di Justine Henin (l’ultima vittoria arrivò all’Australian Open 2008) e le 34 della miglior striscia di Serena (ultima vittoria a Wimbledon 2013), uguagliando le 35 di Venus Williams (Linz 2000).

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Certo che Ash Barty, ritirandosi, le ha spalancato una autostrada, ma Iga si merita certamente i successi che si sta conquistando. Attenzione però: la Jabeur ha un tennis assai vario capace di mettere in difficoltà un po’ tutte, e se si va a vedere il bilancio dei confronti diretti si scopre che effettivamente la Jabeur alla Swiatek ha dato parecchio fastidio se è vero che l’ha battuta due volte su tre (anche se mai si sono incontrate sulla terra rossa).

La ragazza tunisina le ha inflitto anche punteggi severi nei due match del 2021: 6-3,6-3 a Cincinnati, 5-7,6-1,6-1 a Wimbledon, mentre la sola vittoria di Iga risale al 2019, 4-6,6-4,6-4 a Washington.

Però quando si sono vinte 27 partite di fila e si è campionesse in carica a Roma, vittoriosa in un Roland Garros, sembra abbastanza difficile credere che la Jabeur, sia pure in virtù del suo tennis anomalo e imprevedibile, possa sovvertire il pronostico. Vero che la Swiatek scenderà in campo con quella apprensione che i precedenti negativi di solito si trascinano dietro, ma la Jabeur, oltretutto ha terminato ieri sera piuttosto provata dopo la maratona con la Kasatkina vinta quasi miracolosamente.

Ons era però su di giri per aver recuperato un break e annullato un matchpoint nel terzo set. Dopo che il giorno prima aveva rimontato la Sakkari che era avanti 6-1,5-2. Quel matchpoint lo ha annullato con un dritto tirato sulla riga, con grande nonchalance. E come l’ha tirato si è girata all’indietro, senza nemmeno aspettare la conferma dell’arbitro. “Ero sicura che era buona…e ora sappiate che sono stanca di perdere le finali!” ha detto sorridendo. Ragazza davvero molto simpatica, spiritosa. Insomma c’è da credere che non mollerà tanto facilmente anche se, come dicevo, la stanchezza potrebbe farsi sentire: “A Indian Wells e Miami si gioca un giorno sì e un altro no…Qui tutti i giorni ed è abbastanza dura”.

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Viene da una serie di match giocati e vinti tutti i giorni Novak Djokovic. Contro Casper Ruud ha vinto il suo match numero mille, e bene hanno fatto gli organizzatori a preparargli una torta di panna (meringa?) con quel numero scritto sopra con cifre in rosso. Era stata più elettrizzante la partita della sera prima contro Auger Aliassime, perché la superiorità di Novak non è mai stata in discussione, soprattutto dopo un inizio folgorante.

Dall’inizio del torneo Ruud non aveva ceduto che un game di servizio su 37. E aveva salvato 9 pallebreak su 10. Ma il norvegese non aveva ancora affrontato il miglior ribattitore del pianeta. Dopo 14 minuti al n.10 del mondo erano arrivati già due break.

Così Novak ha fatto un altro passettino nella storia del tennis, perché a superare le mille vittorie nel circuito professionistico erano stati solo 4 giocatori: Jimmy Connors con 1.274, Roger Federer con 1.251, Ivan Lendl con 1068, Rafa Nadal con 1051. Io dico che a Djokovic non dispiacerebbe raggiungere e superare Nadal non solo nel numero degli Slam vinti, ma anche nel numero dei successi. Se il fisico gli regge… Intanto ha conquistato la dodicesima finale al Foro Italico e se vince con Tsitsipas pareggia il numero delle vittorie e delle sconfitte in finale, sei e sei. E comunque vada a finire da domani lunedì sarà n.1 del mondo per la settimana n.370. E quello è un record che sarà molto ma molto difficile da battere. Se non come i 13 successi di Nadal al Roland Garros, record secondo me impossibile da superare (ma magari i tifosi di Alcaraz possono anche pensare che non sia impossibile…), quasi. In realtà l’unico record impossibile da superare sono le 164 presenze in Coppa Davis di Nicola Pietrangeli.

Però, dato a Djokovic quel che è di Djokovic, a me è piaciuto più lo Tsitsipas del secondo e del terzo set contro Zverev. Nel primo il ragazzo di Atene aveva servito maluccio quando aveva subito l’unico break sul 3 pari, ma poi invece aveva mostrato ben altra completezza e varietà di schemi rispetto al tedesco che a rete combina ancora arrosti incredibili e poi quando deve servire la seconda palla non è ancora sempre tranquillo. Quando ha subito i suoi break nel secondo e nel terzo set ha commesso sempre almeno un doppio fallo. Ma avete visto a che velocità? Quei due doppi falli che hanno consentito a Tsitsipas di salire sul 2-0 lo hanno visto mettere in rete due seconde a 151 e 120 km orari! Insomma, uno serve molto più piano della velocità abituale (intorno ai 210 km orari) e tuttavia non riesce a scavalcare la rete sebbene serva dall’alto del suo metro e 98cm. Più racchetta, braccio e saltello fanno quasi 4 metri.

Insomma Tsitsipas mi è sembrato più solido del tedesco e anche del Djokovic visto fin qui e se dovessi azzardare un pronostico sulla base di quanto ho visto in questi giorni punterei più su lui che sul serbo. Però poi per scrupolo sono andato a guardarmi i confronti diretti e ho visto che Djokovic sta avanti 6-2 con Tsitsipas e soprattutto che sulla terra rossa ha vinto 4 match su 4.

Due dei quali li ricordavo benissimo, entrambi in 5 set al Roland Garros. Nella finale dello scorso anno il greco aveva vinto i primi due set ma perse gli altri tre. Due anni prima invece vinse terzo e quarto ma cedette 6-1 al quinto.

E allora dare per sfavorito Djokovic è un bell’azzardo, sempre un bell’azzardo. Però io vorrei provare a fidarmi di quello che ho visto questa settimana e anche quella precedente a Belgrado. Per me Djokovic non è ancora il miglior Djokovic. E allora se Tsitsipas è stato capace di trascinarlo al quinto due volte, quando non aveva ancora la maturità che ha oggi e quando aveva di fronte un Djokovic più in forma, io penso che stavolta il greco abbia il 51% di chance di battere il serbo che lo ha sempre battuto sulla terra battuta. Certamente Stefanos non potrà permettersi di cominciare come ha fatto contro Zverev. Il servizio lo deve mettere dentro fino dall’inizio.

Abbiamo già combattuto diverse battaglie – ha detto Djokovic – e lui sulla terra ha dimostrato di essere uno dei primi due o tre tennisti più forti del mondo. Sarà un’altra battaglia ma io sono pronto” ha chiuso, dopo aver accennato ai primi quattro game con Ruud: “Penso di aver giocato benissimo. Sono partito in modo fantastico, 4-0…poi ho rallentato un po’, il mio livello è calato, per 15 minuti non mi sono sentito benissimo sul campo, e lui ne ha approfittato per tornarmi sotto nel set. Al decimo game però l’ho chiuso, poi sono tornato a giocare benissimo (very well…) negli ultimi 4 game del secondo set”.

La chiave della vittoria anche stavolta secondo me starà nella continuità. E nella completezza del gioco. Lo ha fatto capire anceh Tsitsipas: “Il margine è molto piccolo. Può dipendere dalla precisione dei tuoi colpi, dalle scelte che fai, dai tipi di colpi, ci sono molti fattori che determinano…Ho analizzato le mie due partite perse con Djokovic (al quinto set) e ci sono cose che non hanno funzionato bene per me un anno fa quand’ero avanti due set a zero. Sono stato sempre un po’ testardo, non ho voluto cambiare qualcosa (che avrei dovuto…sottintende), perchè fino a quel momento aveva funzionato…” si racconta con un sorriso rispondendo a una mia prima domanda cui segue quella sulla sua conoscenza dell’italiano visto che sui 13-14 anni con suo padre veniva nelle Puglie per giocare per il TC Galatina e quindi la frequentazione dell’Italia e degli italiani era stata prolungata: “Giocare a Roma è un po’come giocare a Atene…siamo vicini di casa, ho imparato qualche frase italaina, posso capire quasi tutto quello che la gente dice, ma sono un po’ timido (per rischiare di dire qualcosa …-lascia capire). La mia frase italiana preferita all time, e che condivido, è certamente: “Una faccia, una razza! Che è vero…” e ride soddisfatto.

 La notte italiana al Foro si è chiusa con la sconfitta di Fognini e Bolelli davanti ai croati Pavic e Mektic. Almeno al terzo set gli azzurri meritavano di andare. Hanno perso il secondo al tiebreak dopo essere stati avanti 4 punti a 1 con due minibreak di vantaggio. Ma Fognini ha perso due volte il punto al servizio.

Peccato. Il pubblico però si è divertito, ha fatto un tifo infernale, con mille “po-po-po-po-o” dopo le Ola riservate invece durante il match Djokovic-Ruud.

Oggi sono certo che si divertirà ancora di più. Le due finali promettono spettacolo.

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Editoriali del Direttore

ATP Roma: a me Sinner è piaciuto più che nei giorni scorsi anche se ha perso da Tsitsipas. I progressi che ho intravisto [VIDEO]

Dodici sconfitte su dodici con i top 5 dicono qualcosa sui suoi limiti attuali. Ma non sul suo avvenire. Djokovic resta il favorito…solo perché con Ruud non dovrebbe perdere. Ma chi vince fra Zverev e Tsitsipas lo può sorprendere

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Jannik Sinner - Roma 2022 (foto Roberto dell'Olivo)
Jannik Sinner - Roma 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

Cari lettori, il mio editoriale odierno era in pratica riassunto nel video che avevo fatto pochi minuti dopo la sconfitta di Sinner con Tsitsipas. Ma un problema tecnico interno ha fatto saltare il video che viene proposto questa mattina e per quanto riguarda la prima partita di quarti di finale giocata da Jannik a Roma – e sono sicuro che sia stata la prima di molte -ho espresso a voce quel che penso.

E cioè che Sinner ha giocato un primo set alla pari con il miglior Tsitsipas della settimana. E’ arrivato a due punti dal vincere quel primo set, 5 pari al tiebreak dopo un’ora e 24 minuti di tennis carico e intenso e ha avuto più occasioni lui, una volta recuperato il break iniziale, che non l’ateniese.

Tsitsipas deve al suo gran servizio, puntualissimo nei momenti chiave, se è arrivato incolume al tiebreak.

 

Poi c’è stata, proprio nell’ultimo punto del tiebreak, una mini-lussazione all’anca – io spero che sia mini, sulla base di quanto mi ha fatto capire al volo Simone Vagnozzi – e nel secondo set Jannik è stato incapace di difendersi.

Ma l’aver fatto match pari con il vincitore di Montecarlo, così come a Montecarlo aveva fatto match pari con Zverev, mi pare sia un ottimo segnale. Si sta parlando infatti, dei due giocatori che sono i principali e più seri candidati, insieme al fenomeno Alcaraz e al più esperto Medvedev, a succedere ai Fab.

Entrambi, Zverev e Tsitsipas che si affrontano oggi in semifinale (7-4 per il greco il bilancio per il greco che conduce 3-1 sulla terra rossa ma ha perso a Madrid l’ultimo duello) sono un bel po’ più esperti di Jannik. Il tedesco ha quattro anni di più. Il greco tre.

E se si considerano gli indubbi progressi che già in pochi mesi Jannik sembra aver fatto anche come approccio mentale e strategico alla partita con lo studio delle caratteristiche dell’avversario, con la mentalità più propositiva che si appalesa con qualche attacco in più – e pazienza se per ora sbaglia ancora volée quasi elementari – con qualche serve&volley, con diverse smorzate (credo di avere annotato… cinque su sette vincenti), mi sembra che sia giusto essere ottimisti sul suo avvenire.

Vero che ha perso 12 match su 12 con i top-five, ma vero anche che è regolare nel battere tutti quelli classificati peggio di lui ed è costante nell’andare avanti nei tabelloni cui si iscrive. E’ solido.

Io non ricordo di aver mai conosciuto un tennista che a 25 o 27 anni non avesse fatto progressi, tecnici, fisici, mentali, rispetto a quando ne aveva solo 20.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

La mano di Jannick non è quella di Fognini e di Alcaraz? No, non lo è e probabilmente non avrà mai lo stesso tocco di palla, ma ci si avvicinerà cammin facendo. Già ieri alcune smorzate hanno mostrato una sensibilità che solo qualche mese fa non aveva. E a furia di provare a farle, migliorerà sempre. Deve avere fiducia lui in se stesso, dobbiamo avere anche noi fiducia e pazienza.

Jannik era una delle sei teste di serie comprese tra le top-ten ad aver raggiunto i quarti. Sei su otto, fra cui tre dei top-5 che sono tutti e tre in semifinale insieme a Casper Ruud n.10, hanno giocato i quarti. E uno solo degli otto, il cileno Cristian Garin, non è mai stato top-ten.

Infatti oggi giocano le semifinali Djokovic e Ruud e prima di loro Zverev e Tsitsipas. Parterre de roi.

Un super torneo quello di Roma. Il n.1 del mondo Nole Djokovic ha onorato il suo ruolo vincendo in notturna contro Auger Aliassime il miglior match di del torneo fin qui. Le standing ovation si sono sprecate. Vincendo Djokovic si è assicurato la leadership ATP anche per la prossima settimana. Altrimenti si sarebbe seduto sul trono Daniil Medvedev. E la cosa non mi avrebbe entusiasmato. Perché quando diventa n.1 qualcuno che non gioca – come è successo anche a Djokovic quest’anno quando si è ripreso il suo scettro dalle mani di Medvedev mentre c’erano i tornei di Indian Wells e Miami che lui non poteva giocare – la grande massa dei non addetti ai lavori non capisce l’arcano.

PREVIEW SEMIFINALI MASCHILI

PREVIEW SEMIFINALI FEMMINILI

Djokovic ha vinto questo torneo 5 volte, la metà di Nadal, Zverev l’ha vinto nel 2017 e fatto finale l’anno dopo e i quarti un anno fa. In 5 anni un ruolino di marcia di tutto rispetto. Tsitsipas ha raggiunto le semifinali per la seconda volta, un anno fa si era fermato nei quarti.

Oggi vedremo quali quote approntano i bookmakers. Sono curioso di vedere se Djokovic è sempre il favorito n.1. Probabilmente sì, anche peprchè dei quattro superstiti, Ruud sembra il vincitore finale meno probabile.

Era la terza volta che c’erano due canadesi nei quarti di un Mille: era accaduto a Miami 2019 quando Aliassime aveva perso da Isner e Shapovalov in semifinale da Federer. Nel 2003 a Montreal si erano incontrati in semifinale Raonic e Pospisil. Stavolta però in semifinale non c’è andato né Shapovalov, battuto da Ruud, né Aliassime.

Finora dei quattro semifinalisti i due soli ad aver già vinto a Roma Djokovic e Zverev, sono anche i soli a non aver perso neppure un set.

Però mentre Djokovic ha battuto due volte su due Ruud, e sempre in Italia, a Roma e Torino, Zverev – come abbiamo visto – ha sì battuto Tsitsipas l’ultima volta, ma ci ha perso 3 su 4 sulla terra rossa.

Nel torneo femminile prosegue, apparentemente inarrestabile, la marcia della polacca Swiatek che con 26 vittorie di fila eguaglia strisce di Justine Henin e Venus Williams, e però vatti a fidare della Sabalenka quando la bielorussa ingrana la marcia, mentre nella metà bassa la Jabeur, giunta alla seconda semifinale di fila di un Mille, mi pare in grado di battere la Kasatkina che pure sta disputando un grande torneo, all’altezza di quando era salita a top-ten. Oggi è n.21. Per poco. Con la Kasatkina ho parlato un po’, anche perché mi incuriosiva il fatto che gioca con la Artengo, come Gael Monfils. Leggerete prossimamente una mini-intervista della simpatica ed estroversa ragazza russa nata a Togliattigrad ma che non ha la minima idea di chi fosse Palmiro Togliatti.

Sono certo che questo sabato vedremo quattro grandi semifinali. E devo dire che il pubblico romano, che sta battendo ogni record di incasso e di presenze al Foro – sempre più di 34.000 spettatori al giorno – costituisce con il suo entusiasmo, la sua rumorosa partecipazione, uno spettacolo nello spettacolo. A dispetto di una endemica povertà di servizi, assistenza e attenzioni per la stampa straniera rispetto a tutti i tornei della stessa categoria, quasi tutti i colleghi passano sopra a tanti difetti organizzativi –ieri è saltata nuovamente la connessione Wi-Fi, come il giorno prima e chi faceva tv è rimasto a lungo privo degli abituali supporti statistici – perché Roma, il Foro Italico, la folla, i giovani, fanno di questo torneo una gemma quasi unica.

Mancherà Sinner ma stasera tardi potremo fare le ore piccole con Bolelli e Fognini che, come il buon vino, invecchiano – 71 anni in due, 36 più 35 – assumendo un sapore più rotondo.

Ieri hanno battuto al tiebreak del terzo set due tedeschi che magari dicono poco al grande pubblico, Krawetz Mies, che tuttavia hanno vinto in doppio due Roland Garros di fila, 2020 e 2021. Stasera però con i croati Pavic e Mektic, sarà dura.

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