Berrettini, testa più cuore, quante emozioni. È n.13, top 10 e Fognini vicini. Basta battere Nadal…

Editoriali del Direttore

Berrettini, testa più cuore, quante emozioni. È n.13, top 10 e Fognini vicini. Basta battere Nadal…

US OPEN – Lo spagnolo, “leone nella giungla”, è super favorito, ma con Schwartzman non mi è piaciuto. Santopadre: “Non sarà come con Federer”. L’ingresso fra i grandi? Solo questione di tempo

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Dopo 40 anni di poco o molto poco, per non dire nulla al maschile a conclusione della Golden Era (Panatta, Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli), e meno male che mi hanno tirato su le quattro encomiabili ragazze top-ten, nell’arco degli ultimi 15 sto provando finalmente emozioni e sensazioni che ormai, alla mia veneranda età, non credevo più di provare. Permettetemi di dire che un pochino me le merito anche, con tutto il tempo e la passione che ho speso dietro a questo sport. Ma non voglio davvero parlare di me nei giorni dei fantastici exploit di Berrettini, 15 mesi dopo quelli di Cecchinato a Parigi, 5 mesi dopo quelli di Fognini a Montecarlo.

La partita vinta da Matteo su Monfils, per i cinque set chiusi dal tiebreak, per i quattro matchpoint non trasformati, e in particolare quel primo coinciso con il primo doppio fallo di “Berretto” nel set che mi ha fatto rischiare l’infarto, è stata la più bella partita del torneo fin qui, a detta di tutti i frequentatori della sala stampa in cui dopo tanti anni in cui c’erano i Clerici, i Tommasi, i Semeraro, i Marianantoni, i giornalisti italiani brillano per la loro assenza. Siamo in cinque del team Ubitennis (Vanni Gibertini, Luca Baldissera, Cesare Novazzi, Andrea Pellegrini Perrone e chi scrive) e due inviati di Supertennis. E dal weekend è arrivata anche Federica Cocchi della Gazzetta. Stop. La crisi economica si è fatta sentire proprio quando il tennis italiano sembra in grado di cogliere i frutti di una revisione iniziata qualche anno fa, sulla spinta anche della critica. Cioè da quando qualcuno riuscì a convincere i dirigenti federali più testardi che anziché puntare a produrre tennisti a Tirrenia (un fallimento acclarato) osteggiando pervicacemente i team privati, conveniva allearsi con loro e provare a costruire insieme, mettendo a punto un sistema di servizi e incentivi collegati ai risultati.

 

Così sono nati i Piatti, i Gorietti, i Sartori, i Santopadre e altri. Piccole realtà che hanno cominciato a strutturarsi in modo sempre più professionale. Così, in quegli ambienti magari apparentemente provinciali ma super motivati – anche per sopravvivenza – e non paludati da situazioni “statali”, sono cresciuti coach desiderosi di apprendere il mestiere, di rischiare sulla loro pelle prendendosi in carico ragazzini che potevano emergere come no, e professionisti di vario tipo, fisio, preparatori atletici che prima non esistevano o preferivano ai viaggi la vita più comoda dei circoli. E così i ragazzi/e italiani non hanno più avuto bisogno di emigrare all’estero (soprattutto in Spagna, ma qualcuno perfino negli States) come erano stati quasi costretti a fare Pennetta, Errani, lo stesso Fognini, i primi che mi vengono a mente.

Non si investiva sui coach italiani, né sui team i cui ragazzi spesso venivano quasi ostacolati se dovevano affrontare quelli federali. E si spendevano male i soldi, privilegiando situazioni più politiche che tecniche. Non è più così da un bel po’. Binaghi è stato bravo (anche se spesso eccessivamente esoso) a tirar fuori soldi anche dalle rape. E con i soldi degli Internazionali che prima non c’erano, si sono potute trovare risorse per finanziare la trascurata parte tecnico-agonistica cercando di allargare sempre di più la base dei ragazzini da sostenere.

Matteo Berrettini e Gael Monfils – US Open (via Twitter, @usopen)

Ma ora qui la pianto con la visione… “politica” che certo vi annoia per condividere con voi lettori il mio entusiasmo per lo straordinario exploit di Matteo Berrettini. Entusiasmante anche per il modo in cui è venuto, in un’altalena continua di situazioni prima disperanti: sotto 6-3, break all’inizio del secondo set, palla del 3-0 con doppio break per Monfils quando pareva che Matteo non avesse armi per poter sfondare quel muro franco-guadalupense e soprattutto sulla diagonale di dritto ci lasciava sempre le penne, lui forzava e l’altro non faceva la minima fatica.

Poi incredibilmente incoraggianti: “Berretto” porta a casa 6-3 6-2 i successivi due set, con Matteo che non si scompone neppure quando gli dicono, sul 4-2 del terzo, che ci si deve fermare, c’è il solito uragano settembrino in arrivo, va chiuso il tetto. Era lui che stava dominando, si teme che l’interruzione non gli giovi. Ma lui non se ne fa né in qua né in là. Come se lui, e non Monfils, fosse passato decine di volte in situazioni consimili. Ammirevole. Vince, sembra quasi fatta anche a chi ama ripetere – sono io – “the game is not over until is over”. Nel tennis non è mai finita.

Infatti ecco la doccia fredda: il quarto set è di Monfils. Un break nel quarto game gli è bastato a trascinarsi al quinto. Trascinarsi… è il caso di dire, anche se in realtà La Monf ha l’aria di trascinarsi soltanto fra un punto e l’altro, mai mentre corre come una lepre e recupera tutto e di più .

Eccoci al quinto e la speranza che cresce senza – almeno noi in tribuna – fidarsi minimamente delle sceneggiate di Monfils, il morto che cammina e resuscita molte più volte di Lazzaro. Vero che c’è un’umidità che ti porta via, si respira male seduti, chissà a correre. La Monf non disdegna i collari di ghiaccio, Matteo suda perfino nei piedi e si cambia le Lotto. Due volte avanti di un break, ma non basta! Passi per il 2-0 diventato 2-2, ma sul 5-3 e 30-15 prima un serve&volley con una volée elementare di rovescio sbagliata a campo aperto indegna del peggior Scanagatta – vi ricordate quando Fognini a Wimbledon 2018 giocando con Vesely esclamò: “Gioco peggio di Scanagatta!” – poi il tragico doppio fallo sul matchpoint! È il primo di tutto il set. Beh quello è stato puro masochismo!

E invece è sadismo quello di Monfils che sul 6-5 si concede tre doppi falli, ma tiene ugualmente il servizio. Sono cattiverie che non si fanno ai deboli di cuore. Matteo ha avuto due matchpoint (il primo conquistato con un lob da cineteca) ma Monfils – che ha gran parte dei 20.000 a favore, perché i grandi e bravi attori piacciono sempre, commuovono inevitabilmente quando paiono sul punto di esalare l’ultimo respiro… a Moliere per il suo “Malato Immaginario” sarebbe piaciuto tantissimo – gliene annulla uno con un drittone dei suoi, mentre l’altro lo sbaglia Matteo con un rovescio… anch’esso dei suoi quando non era ancora quello di oggi, primo semifinalista italiano all’US Open in 42 anni.

Sul 6 pari non avrebbe dovuto vincere il più esperto, l’ex n.6 del mondo, il finalista di tre Masters 1000, il semifinalista di due Slam (RG 2008, qui 2016)? Certo che sì, ma Hitchcock ha sceneggiato diversamente il suo thriller: doppio fallo n.16 di Gael che ormai pare un pupazzo disarticolato quando serve, anche se il lancio di palla apparentemente è quello di sempre. Non gli basta: sul 4-2 fa pure il n.17 (cinque in dieci minuti). Se Matteo sul 5-2 chiudesse con due bei servizi sarebbe banale soap opera da mediocre tv americana. I due punti sul proprio servizio li deve perdere entrambi, sennò che gusto c’è ad andare al cinema Arthur Ashe? Infatti li perde.

Scomparsi i due minibreak, c’è uno scambio pauroso, nostra e loro è la grande paura: 24 palleggi, non tutti aggressivi. Un po’ più lo è Matteo che si merita il punto. Così ecco altri due matchpoint, quarto e quinto. Basta il quarto? Abbiamo sofferto abbastanza? Macché! Ace n.10 di Gael il guastafeste: 6-5. Ce n’è ancora uno ma quanto durerà questa agonia?Finalmente Alfred Hitchcok dice che può bastare. Matteo carica il fucile. Ne esce, più che una pallottola, un cannon ball a 202 km orari. La racchetta di Monfils si piega, fin quasi a spezzarsi, la palla quasi si sfilaccia e vola via, liberatoria. I 196 centimetri di Matteo si stendono sul cemento, in deliquio. È finita la sofferenza, il nostro è in semifinale, 42 anni dopo Barazzutti che fu sconfitto. Mentre lui, Matteo, è ancora in gara, può sognare di andare oltre.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Mi dicono fonti certe che stia ancora sognando. Per le prossime 24 ore, fino alla semifinale con Nadal che è strafavorito sebbene con Schwartman abbia perso quattro volte il servizio e non abbia assolutamente giocato ai suoi migliori livelli, Matteo si tirerà bei pizzicotti. Sogno o son desto? Ha cominciato a dirselo quando era ancora lungo sdraiato su quel cemento che gli pareva più soffice del miglior materasso. L’ultimo dei suoi pensieri è certo stato – anzi non c’è stato – che io potessi avere un groppo alla gola, come un bambino. Momenti impagabili. Per lui, certo. Ma anche per me. Gli anziani, si sa, si commuovono più facilmente. Basta poco. E poco non è stato.

Che può succedere ancora di meraviglioso a un giocatore che è sempre stato convinto che la sua miglior superficie fosse la terra rossa, ma in due Slam ha raggiunto gli ottavi sull’erba e la semifinale sul cemento?

“Per forza, sul cemento non avevo vinto una partita quest’anno fra Slam (Australian Open: Tsitsipas) e Masters 1000 (Indian Wells: Querrey; Miami: Hurkacz; Cincinnati: Londero). Se a Wimbledon ero arrivato in fiducia, qui proprio no”.

Battuto Monfils, per dieci punti non lo scavalca in classifica, ma sale a numero 13 virtuale, a un tiro di schioppo da Fognini n.11. Gli incontentabili dicono: se si fosse trovato in semifinale contro Medvedev o, meglio, Dimitrov, la finale non sarebbe stata un miraggio, ma soltanto molto difficile. Contro Nadal, l’unico sopravvissuto alla moria dei Fab Four, sembra invece una Mission Impossible. Il suo coach mentale gli avrà fatto vedere anche quel film o troppo cheap? Matteo oggi si è immedesimato di più nel protagonista di Django Unchained… “Con tutti quei matchpoint non trasformati, nel mio box di 20 persone era quasi uno spargimento di sangue”.

C’è ovviamente tempo e voglia di scherzare, passata la paura per un sogno che poteva svanire e data un breve sguardo “a mille messaggi sul cellulare”, e fra i tanti particolarmente apprezzato quello di Flavia Pennetta: “È stato Vincenzo (Santopadre) a dirmi che la tattica giusta era far doppio fallo sul 5-3 40-30…” bleffa e ride. E quando gli dicono che l’unico altro italiano in semifinale qui – nel famoso match in cui Jimmy Connors oltrepassò la rete per cancellare il segno di un suo rovescio che Corrado Barazzutti giurava fosse fuori – era stato soprannominato “Soldatino” (credo sia stato Rino Tommasi…) o “the Little Soldier” come presero a chiamarlo da queste parti, Matteo replica: “Beh, io sono di Roma, dopo questa battaglia semmai io potrei essere ‘Il Gladiatore’!”.

Sono stracerto, dopo che glielo ho riferito, che il collega del New York Times David Waldstein che gli ha fatto una lunga intervista, lo scriverà nel suo pezzo che credo uscirà domani venerdì. Bravo il manager di Matteo, Corrado Tschabuschnig, che già un paio di mesi fa, sapendo quanti siano gli Italiani d’America, aveva organizzato questa intervista che, dopo l’exploit di Matteo, è – lo si dice a Firenze – è caduta a fagiolo. Ancora sull’Ashe Stadium, Matteo aveva avuto la presenza di spirito di dire:

“È una delle migliori partite che ho visto… sì che ho visto, non che ho solo giocato!”. Grande.

Le interviste di tutti quelli che potevamo incrociare le dovreste trovare sul sito (qui la conferenza di Berrettini, qui invece le parole di coach Santopadre). Quest’altro Corrado l’agente dice una cosa che l’altro Corrado l’ex tennista non avrebbe mai detto, quando gli ricordo, fra il lusco e il brusco, che Matteo ha anche incamerato un assegnuccio da 960.000 dollari: “Ti assicuro che i soldi sono l’ultima cosa che ci interessa. Tutto quello che entra nella mia società (che gestisce Troicki, Granollers, Bublik, Bolelli…) lo reinvestiamo in giovani che abbiano la voglia e la qualità per emergere”.

Batti Gaquet e dici “vabbè”. Batti Rublev e dici “vabbè”. Batti Monfils e cominci a dire: “Ma questo Matteo dove può arrivare?”. Se invece di “può” avessi scritto “vuole”, la risposta sarebbe stata “in alto, molto in alto, anche solo top-ten potrebbe non bastare”. Può mettere in difficoltà perfino Nadal che con Schwartzman non è apparso invulnerabile e ha perso quattro volte il servizio? Beh fino a ieri Rafa era di un’altra categoria. Lo dovrebbe essere ancora. Dopo aver profetizzato che Matteo non potesse perdere 6-1 6-2 6-2 a Wimbledon con Federer – e sapete che cosa invece avvenne – ho passato la palla al mio co-commentatore sulla home inglese Steve Flink: “Secondo me finisce 6-3 6-4 6-3 per Nadal”.

Un pronostico condivisibile per l’enorme differenza di esperienza, e non solo, perché è vero che Berrettini serve molto bene, certo meglio di Schwartzman, però risponde anche decisamente peggio. È la risposta al servizio la sua debolezza più manifesta. L’argentino fa sempre qualche break, a tutti i migliori tennisti del mondo, ma perde anche il servizio diverse volte. Rafa non mi è sembrato in super forma, però… è Rafa. Più ci si avvicina alle fasi finali, più colui che Berrettini ha definito il “greatest fighter of all” e Schwartzman “un leone nella giungla”, sente l’odore del sangue.

A Matteo non sono certo mancati gli allenamenti con i mancini. Vincenzo Santopadre è mancino. Ma non è Nadal. Però magari un minimo aiuto a orizzontarsi quegli allenamenti che, come ha detto Vincenzo fra poco sono in doppia cifra (“10 anni insieme”), potrebbero averlo dato. Servizio monstre e dritto cannon non basteranno contro Rafa. Fognini ha mostrato contro il maiorchino, battuto tre volte sulla terra e una sul cemento, l’importanza della palla corta, il solo colpo che contro Monfils ha funzionato pochino ed è stato usato solo un paio di volte perché Matteo deve aver perso la fiducia dopo i primi errori. Qualche serve and volley non sarebbe sbagliato, se Rafa risponderà stando molto lontano.

Rafa ha detto di conoscere poco Matteo fuori dal campo e poco anche dentro. “Se è arrivato in semifinale, fra i migliori quattro del mondo, vuole dire che può battere chiunque”. Frase di prammatica. Ma ha detto qualcosa di più. Leggete a parte. Certo è che dopo averlo visto giocare in quella che è stata la miglior partita della carriera di “Berretto”, sfoggiata nell’occasione più importante, nessuno si sente di precludergli alcunché, compresa quella che sarebbe la più clamorosa sorpresa.

“Io sono sicuro – ha detto Santopadre – che non finirà come con Federer”. Sensazione quasi unanimemente diffusa. Fino a pochi giorni fa molti dubitavano che Matteo potesse essere un candidato alla top-ten. Oggi, anche senza dover attendere il pensionamento degli over 30 in quella élite, molti sono meno dubbiosi e dicono: “È solo questione di tempo”.

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Editoriali del Direttore

Il tennis azzurro lassù è sempre più blu

Quattro italiani nella top 30 del ranking ATP: Berrettini, Fognini, Sinner e Sonego. Non accadeva dal 1977

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Lorenzo Sonego - ATP Cagliari 2021

Ero abituato a seguire anche uno solo, oppure due e magari tre tennisti italiani fra i primi 100 del mondo. Spesso nelle retrovie. Per quasi 40 anni. Adesso, dopo che ieri Lorenzo Sonego ha vinto a Cagliari il suo secondo torneo ATP ed è entrato a vele spiegate fra i primi 30 del mondo, ne abbiamo ben quattro fra i primi 30. Non parliamo più di momento magico, ma semmai di periodo magico. Un periodo che sembra destinato a prolungarsi felicemente nel 2021 e negli anni a venire. E non mi sembra vero.

Eccezion fatta per motivi anagrafici per il quasi trentaquattrenne Fognini (n.18) cui va dato merito per averci tenuto in piedi fra i top 20 negli ultimi tre lustri, infatti tre dei nostri attuali moschettieri sono giovani e in grande progresso. Ha 19 anni Jannik Sinner n.22 ATP, ne hanno 25 Matteo Berrettini n.10 e Lorenzo Sonego n.28. Mentre alle loro spalle incalza Lorenzo Musetti un altro diciannovenne di grandi speranze che, sebbene al momento sia appena n.84 per aver giocato pochi tornei, ieri Tsitsipas mi ha detto di considerare favorito nell’odierno match nel Masters 1000 di Montecarlo contro il russo Karatsev, n.29 ATP e semifinalista all’Open d’Australia.

Dieci azzurri tra i primi 100 del mondo (con Travaglia 67, Caruso 89, Cecchinato 92, Seppi 96 e Mager 97) ci mettono alla pari con Francia e Spagna nelle graduatorie mondiali top100, ma 4 nei primi 30 li ha solo la Russia di Medvedev 2, Rublev 8, Khachanov 23 e Karatsev 29, e la Spagna ne ha solo tre anche se di gran qualità, Nadal 3, Bautista Agut 11 e Carreno Busta 12.

 

L’ultima volta che potemmo vantare 4 azzurri contemporaneamente fra i primi 30 risale al 3 luglio 1977 grazie a Panatta 17, Barazzutti 20, Bertolucci 22 e Zugarelli 27. La generazione migliore di sempre resta al momento ancora quella, perché Panatta è stato 4, Barazzutti 7, Bertolucci 12 e Zugarelli 24, però io penso che questa potrà far meglio. Anche se forse non già dopo Montecarlo dove il sorteggio non è stato davvero dei migliori.

Il più atteso dei nostri dopo l’exploit della finale di Miami, Jannik Sinner, sa che se batte Ramos-Vinolas (già un osso duro; è stato finalista a Montecarlo nel 2017 ed era in semifinale a Marbella sabato) avrà al secondo turno Djokovic, due volte campione nel Principato. Anche Sonego poteva capitar meglio: l’ungherese Fucsovics è tosto, ci ha perso 3 volte su 4 e semmai poi c’è Zverev n.6 ATP. E Musetti, se passa Karatsev, ha Tsitsipas n.5. Sono quasi certo che dopo Madrid, Roma e per il resto dell’anno staremo ancora meglio.

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Editoriali del Direttore

EDITORIALE – Azzurro cupo per Montecarlo. Sono pessimista

Non avendo mai immaginato che Fognini potesse vincere il torneo del Principato (era quasi k.o. con Rublev…), spero di sbagliarmi di nuovo. Se Berrettini e Fognini fossero in forma… Ma il sorteggio di Sinner, Musetti e Sonego è stato pessimo

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Jannik Sinner - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

IL TABELLONE DI MONTECARLO


Speravo francamente in un sorteggio migliore, per sognare almeno un italiano dei cinque in tabellone, nei quarti o addirittura in semifinale. Ora, visto il tabellone, mi parrebbe un miracolo. Fossero stati in piena forma i due di miglior classifica, Berrettini e Fognini, avrei avuto maggior fiducia. Ma temo che non lo siano. Chi parla già di oggi di Sinner al secondo turno con Djokovic commette forse un errore che spero Jannik non commetta.
Dimentica forse che quattro anni fa a Montecarlo Ramos-Vinolas arrivò in finale per arrendersi al solito Nadal.

Non è più quel Ramos-Vinolas, d’accordo, ma Jannik arriva dagli USA senza un torneo sulla terra alle spalle, un po’ come capitava alle star americane d’un tempo… che poi incappavano in clamorose figuracce e faccio i debiti scongiuri. Tengo presente infatti anche che Jannik è uscito un tantino traumatizzato dalla finale di Miami, nella quale – secondo me – pensava di uscirne vittorioso dopo uno splendido torneo. Non è mai facile riprendersi da una sconfitta, a meno che i primi game si mettano subito bene. I giocatori dicono, e sembrano banali: “Un passo alla volta, mai guardare più in là”.

Ma noi giornalisti siamo diversi, il tabellone invece lo guardiamo, lo dobbiamo guardare. E allora ci chiediamo: che Djokovic sarebbe quello che scenderebbe in campo contro Sinner al primo match dopo l’infortunio addominale che lo colpì in Australia? Chissenefrega oggi se era stiramento come sostengono in tanti oppure strappo come ha sempre dichiarato lui. Un fatto solo è incontrovertibile: Novak non ha più giocato un match di gara da quando ha dato una lezione di tennis a Daniil Medvedev nella finale dell’Open d’Australia, due mesi fa. E se dovesse affrontare in quello che sarà il suo primo match uno Jannik Sinner emerso vittoriosamente dal duello con Ramos-Vinolas (che giocherà oggi la semifinale di Marbella contro Carreno Busta), beh Novak giocherà da favorito ma non da vincitore in partenza anche se, come Sinner del resto, gioca quasi in casa su campi che conosce benissimo e sui quali ha trionfato due volte.

A Musetti è toccato Karatsev, il russo emergente del 2021, ma del quale si sono fin qui potute apprezzare le qualità tennistiche sul cemento outdoor mentre per quanto riguarda la terra rossa bisogna andare a ripescare soprattutto nel circuito challenger, quando ad agosto dello scorso anno vinse 15 partite su 16 e conquistò i titoli di Praga e Ostrava. Va detto che Musetti, al di là del tennis vario e piacevole, sembra ancora fragilino ai massimi livelli. E Karatsev, n.27 del mondo, è già un giocatore che si è affermato ad alti livelli. Insomma fiducia sì, ma senza illudersi. E comunque, se anche Musetti facesse un exploit ai danni di Karatsev, al secondo turno ci sarebbe Tsitsipas. Insomma, è stato fortunato a conquistarsi una wild card rifiutata a giocatori meglio classificati di lui, ma non è stato per nulla fortunato nel sorteggio.

L’altro Lorenzo, Sonego, ha in Fucsovics un bruttissimo pesce. Ci perse 7-6 al terzo due anni fa a Monaco di Baviera e l’ungherese che quest’anno ha perso tre volte da Rublev ma fatto ottimi risultati qua e là. Al Roland Garros era giunto negli ottavi, battendo Medvedev, Ramos-Vinolas, Monteiro prima di perdere dal solito Rublev, la sua bestia nera. Se Lorenzo superasse il primo turno avrebbe Sasha Zverev. Insomma anche per lui poteva andare meglio, molto meglio.

Arrivo così ai due top-ranked italiani. Un Fognini che non fosse stato dominato da Munar a Marbella mi avrebbe dato fiducia contro Kecmanovic e anche contro Paire o Thompson. Ma in questo stato voglio fare come San Tommaso: prima lo vedo giocare e poi mi sbilancio in un pronostico. Stessa cosa mi sento di dire sul conto di Matteo Berrettini. Anche lui, come Djokovic, ha sofferto di un problema addominale a Melbourne. Ma probabilmente peggiore perché lui è stato costretto a ritirarsi, non ha potuto portare a termine l’Open. E il fatto che due mesi dopo non si sia sentito di “rischiare” nel singolare di Cagliari che avrebbe potuto essere un bel test, ma sia sceso in campo solo nel doppio in coppia con il fratello Jacopo mi lascia molti dubbi. Vero che in doppio si serve un game ogni quattro, mentre in singolo ogni due, però preparare un Masters 1000 in singolare giocando solo un paio di partite in doppio non mi sembra una scelta strategica tranquillizzante.

Sono sempre stato ottimista. Lo ero ad esempio prima di Miami e mi ero sbilanciato prima ancora che Sinner affrontasse Khachanov al secondo turno quando dissi in radio che secondo me Sinner aveva chances di fare molta strada, fino anche alla semifinale (non dissi finale perché pensavo che Medvedev sarebbe arrivato in finale in quella metà di tabellone). Ma non riesco ad essere ottimista prima di questo torneo di Montecarlo. E spero tanto di sbagliarmi. Devo dire che non avrei mai pensato, due anni fa, che Fognini sarebbe riuscito a vincere il torneo. Lo avevo visto contro Rublev a un passo dalla sconfitta. Rimasi lì fino a venerdì, ma avevo fissato un viaggio di famiglia – che ringrazio di aver potuto fare visto tutto quel che è successo dopo con la pandemia – e non vidi il weekend finale di Montecarlo. Mi auguro quindi, di veder smentito anche questa volta il mio pessimismo.

Aggiungo però che anche se le cose dovessero andare come me le aspetto, continuerei a ritenere che questo è il miglior momento per il tennis italiano negli ultimi 40 anni. Soprattutto in prospettiva, magari, perché la miglior generazione azzurra per ora resta quella degli Anni Settanta. Lo dice il ranking ATP che vide Panatta salire a n.4, Barazzutti a n.7, Bertolucci a n.12, Zugarelli a n.24. Gli attuali nostri top-players ancora quei traguardi non li hanno raggiunti. Penso che li raggiungeranno, però, perché giovani come Sinner e Musetti così competitivi non li abbiamo mai avuti. Ma va dato tempo al tempo. E guai a chi non ha pazienza.

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Sinner in finale a Miami: può diventare il più forte italiano di sempre? [VIDEO]

Una prova di sicurezza e maturità raramente vista prima in un teenager. Già n. 7 della race, forse le ATP Finals di Torino non sono solo un sogno

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Jannik Sinner - ATP Miami 2021 (via Twitter, @atptour)

Pazzesco Jannik Sinner, davvero. Giocava la sua prima semifinale di un Masters 1000, contro un avversario molto più esperto di lui, ancorché battuto già tre settimane fa a Dubai, lo spagnolo Bautista Agut, n.12 del mondo ma da anni sempre compreso fra il n.8 e il n.12, e lo ha ribattuto. Ancora in tre set, ancora rimontandolo. 5-7 6-4 6-4 in 2 h e 29 minuti, dopo essere stato in svantaggio di un set ed essersi trovato sul 3 pari del secondo sotto per 0-40, e aver lì salvato quattro pallebreak che lo avrebbero probabilmente tramortito… se non fosse che questo ragazzo di 19 anni e mezzo e solido come lo sono certi montanari della sua valle, la Val Pusteria, non muore mai, non si arrende mai.

In tutta la partita Sinner si è concesso un unico passaggio a vuoto, dall’1 a 0 per lui sullo 0-15. Li ha ceduto quattro punti a fila e sull’1 pari del terzo set ha perso il servizio a zero. Sotto 2-1 ha subito a zero anche il successivo game di battuta di Bautista Agut. 3-1 e 0-15, 12 punti consecutivi volati via in un attimo. Roba da matare un toro. Niente affatto. Come se nulla fosse Sinner ha ricominciato a sparare bordate di dritto e rovescio e sul 2-3 è stato lui a strappare a zero la battuta allo spagnolo che pure non mollava un centimetro. Per un set e mezzo, all’inizio, sembrava lo spagnolo quello che comandava il gioco, e se Sinner si sentiva costretto a prendere dei rischi, una, due, tre pallate vicino alla riga non gli bastavano a fare il punto, finché arrivava quasi inevitabilmente l’errore.

Ci sono stati due game interlocutori dal 3 a 3, con chi batteva che ha tenuto il servizio senza troppi patemi. E sul 4 pari Sinner ha giocato un game spettacolare contro Bautista Agut che ha dato per la prima volta la sensazione di essere come intimidito contro un giovane che non aveva più paura di niente e pareva incredibilmente centrato. Probabilmente ha immaginato di poter fare la stessa fine che a Dubai. E proprio questo è quello che successo, perché Sinner sul 5-4 ha risposto con una aggressività paurosa vincendo 4 punti su 4 e lasciando trasecolato, come colpito da una serie di pugni da k.o. il suo ben più esperto avversario

 

Eh sì che Bautista (32 anni) non ha davvero perso il match. È stato Sinner a vincerlo. Nei quarti lo spagnolo aveva battuto il grande favorito del torneo, il russo Medvedev, n.2 del mondo (e primo n.2 ad essersi inserito così in alto dal 20’05 a oggi quando le prime due posizioni erano sempre state tenute da qualcuno dei Fab Four). E lo aveva battuto per la terza volta. Una bestia nera per il russo. Così come bestia nera sembra essere diventato adesso Sinner per Bautista Agut. Battere una volta un giocatore di quella forza ci sta, batterlo due volte è molto più difficile. In finale giocherà domani contro Hurkacz, il polacco giunto a sorpresa in finale dopo aver battuto Tsitsipas e Rublev.

Jannik è il secondo italiano capace di arrivare in finale a un Masters 1000. Il primo era stato Fabio Fognini a Montecarlo nel 2019 (torneo poi vinto sul serbo Lajovic: ma in precedenza Fabio aveva battuto Nadal), e tutti e due sono curiosamente riusciti a compiere l’impresa durante la settimana di Pasqua e sconfiggendo uno spagnolo in semifinale (Fognini aveva battuto addirittura Rafael Nadal).

È incredibile, sono contentissimo – dichiarava sul campo Jannik che all’inizio della settimana aveva raggiunto il suo best ranking, n.31 ATP e che ora è già virtualmente n.21 comunque finisca la finale domenica –. Alla fine sul 5-4 e suo servizio ho deciso di prendere rischi e ha pagato”. Lucidissimo anche fuori dal campo, un minuto dopo il più grande traguardo fin qui centrato in carriera.

Ma Jannik è un fenomeno e ormai l’hanno capito tutti. Di traguardi ne centrerà sicuramente tanti altri. Per il momento è diventato solamente il quarto giocatore nella storia del tennis a raggiungere la finale di un Masters 1000 prima del compimento del ventesimo anno di età: gli altri tre si chiamano Andre Agassi, Rafael Nadal e Novak Djokovic.

A 19 anni e mezzo ho visto soltanto Rafa Nadal giocare a questi livelli e con altrettanta solidità. Ma Rafa era un mostro e lo ha dimostrato in 20 anni di straordinaria carriera. Il tennis di Sinner assomiglia di più a quello di Djokovic, e non solo perché anche lui è destro, ha il rovescio più sicuro del dritto, viene a rete proprio quando è necessario – ma il più delle volte non lo è perché fa il punto da fondocampo – e non è mancino come Rafa.

Ma quando vidi per la prima volta Djokovic, diciottenne a Montecarlo – e da teenager era l’unico fra i primi 100 del mondo (classe 1987 il serbo era n.83 a fine 2005) – Novak non mi dette la stessa impressione di solidità, soprattutto mentale, che mi dà oggi Sinner, capace di rovesciare match che sembrano persi e di giocare gli ultimi game di match importantissimi come se ne avesse giocati mille. Tutti questi grandi giocatori, campioni anche in precocità, hanno continuato a migliorare anno dopo anno, tanto che a 34 anni Novak e a 35 Rafa sono tennisti più completi di quanto lo fossero una quindicina di anni prima.

Mi chiedo dove potrà arrivare Sinner nel pieno della sua maturità fisica, fra 7 o 8 anni, se già adesso è capace di giocare così. Di ragionare così. Se vince Miami entra fra i primi 20 del mondo, ma intanto è già fra i primi 7 della ATP Race se si guardano i risultati di quest’anno. Vorrebbe dire che sarebbe già qualificato per le finali ATP che si giocheranno per la prima volta a Torino a novembre. Djokovic chiuse il 2006 a n. 16. Sinner gli sta avanti. In Italia uno così non lo abbiamo mai avuto.

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