Berrettini, testa più cuore, quante emozioni. È n.13, top 10 e Fognini vicini. Basta battere Nadal…

Editoriali del Direttore

Berrettini, testa più cuore, quante emozioni. È n.13, top 10 e Fognini vicini. Basta battere Nadal…

US OPEN – Lo spagnolo, “leone nella giungla”, è super favorito, ma con Schwartzman non mi è piaciuto. Santopadre: “Non sarà come con Federer”. L’ingresso fra i grandi? Solo questione di tempo

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Dopo 40 anni di poco o molto poco, per non dire nulla al maschile a conclusione della Golden Era (Panatta, Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli), e meno male che mi hanno tirato su le quattro encomiabili ragazze top-ten, nell’arco degli ultimi 15 sto provando finalmente emozioni e sensazioni che ormai, alla mia veneranda età, non credevo più di provare. Permettetemi di dire che un pochino me le merito anche, con tutto il tempo e la passione che ho speso dietro a questo sport. Ma non voglio davvero parlare di me nei giorni dei fantastici exploit di Berrettini, 15 mesi dopo quelli di Cecchinato a Parigi, 5 mesi dopo quelli di Fognini a Montecarlo.

La partita vinta da Matteo su Monfils, per i cinque set chiusi dal tiebreak, per i quattro matchpoint non trasformati, e in particolare quel primo coinciso con il primo doppio fallo di “Berretto” nel set che mi ha fatto rischiare l’infarto, è stata la più bella partita del torneo fin qui, a detta di tutti i frequentatori della sala stampa in cui dopo tanti anni in cui c’erano i Clerici, i Tommasi, i Semeraro, i Marianantoni, i giornalisti italiani brillano per la loro assenza. Siamo in cinque del team Ubitennis (Vanni Gibertini, Luca Baldissera, Cesare Novazzi, Andrea Pellegrini Perrone e chi scrive) e due inviati di Supertennis. E dal weekend è arrivata anche Federica Cocchi della Gazzetta. Stop. La crisi economica si è fatta sentire proprio quando il tennis italiano sembra in grado di cogliere i frutti di una revisione iniziata qualche anno fa, sulla spinta anche della critica. Cioè da quando qualcuno riuscì a convincere i dirigenti federali più testardi che anziché puntare a produrre tennisti a Tirrenia (un fallimento acclarato) osteggiando pervicacemente i team privati, conveniva allearsi con loro e provare a costruire insieme, mettendo a punto un sistema di servizi e incentivi collegati ai risultati.

 

Così sono nati i Piatti, i Gorietti, i Sartori, i Santopadre e altri. Piccole realtà che hanno cominciato a strutturarsi in modo sempre più professionale. Così, in quegli ambienti magari apparentemente provinciali ma super motivati – anche per sopravvivenza – e non paludati da situazioni “statali”, sono cresciuti coach desiderosi di apprendere il mestiere, di rischiare sulla loro pelle prendendosi in carico ragazzini che potevano emergere come no, e professionisti di vario tipo, fisio, preparatori atletici che prima non esistevano o preferivano ai viaggi la vita più comoda dei circoli. E così i ragazzi/e italiani non hanno più avuto bisogno di emigrare all’estero (soprattutto in Spagna, ma qualcuno perfino negli States) come erano stati quasi costretti a fare Pennetta, Errani, lo stesso Fognini, i primi che mi vengono a mente.

Non si investiva sui coach italiani, né sui team i cui ragazzi spesso venivano quasi ostacolati se dovevano affrontare quelli federali. E si spendevano male i soldi, privilegiando situazioni più politiche che tecniche. Non è più così da un bel po’. Binaghi è stato bravo (anche se spesso eccessivamente esoso) a tirar fuori soldi anche dalle rape. E con i soldi degli Internazionali che prima non c’erano, si sono potute trovare risorse per finanziare la trascurata parte tecnico-agonistica cercando di allargare sempre di più la base dei ragazzini da sostenere.

Matteo Berrettini e Gael Monfils – US Open (via Twitter, @usopen)

Ma ora qui la pianto con la visione… “politica” che certo vi annoia per condividere con voi lettori il mio entusiasmo per lo straordinario exploit di Matteo Berrettini. Entusiasmante anche per il modo in cui è venuto, in un’altalena continua di situazioni prima disperanti: sotto 6-3, break all’inizio del secondo set, palla del 3-0 con doppio break per Monfils quando pareva che Matteo non avesse armi per poter sfondare quel muro franco-guadalupense e soprattutto sulla diagonale di dritto ci lasciava sempre le penne, lui forzava e l’altro non faceva la minima fatica.

Poi incredibilmente incoraggianti: “Berretto” porta a casa 6-3 6-2 i successivi due set, con Matteo che non si scompone neppure quando gli dicono, sul 4-2 del terzo, che ci si deve fermare, c’è il solito uragano settembrino in arrivo, va chiuso il tetto. Era lui che stava dominando, si teme che l’interruzione non gli giovi. Ma lui non se ne fa né in qua né in là. Come se lui, e non Monfils, fosse passato decine di volte in situazioni consimili. Ammirevole. Vince, sembra quasi fatta anche a chi ama ripetere – sono io – “the game is not over until is over”. Nel tennis non è mai finita.

Infatti ecco la doccia fredda: il quarto set è di Monfils. Un break nel quarto game gli è bastato a trascinarsi al quinto. Trascinarsi… è il caso di dire, anche se in realtà La Monf ha l’aria di trascinarsi soltanto fra un punto e l’altro, mai mentre corre come una lepre e recupera tutto e di più .

Eccoci al quinto e la speranza che cresce senza – almeno noi in tribuna – fidarsi minimamente delle sceneggiate di Monfils, il morto che cammina e resuscita molte più volte di Lazzaro. Vero che c’è un’umidità che ti porta via, si respira male seduti, chissà a correre. La Monf non disdegna i collari di ghiaccio, Matteo suda perfino nei piedi e si cambia le Lotto. Due volte avanti di un break, ma non basta! Passi per il 2-0 diventato 2-2, ma sul 5-3 e 30-15 prima un serve&volley con una volée elementare di rovescio sbagliata a campo aperto indegna del peggior Scanagatta – vi ricordate quando Fognini a Wimbledon 2018 giocando con Vesely esclamò: “Gioco peggio di Scanagatta!” – poi il tragico doppio fallo sul matchpoint! È il primo di tutto il set. Beh quello è stato puro masochismo!

E invece è sadismo quello di Monfils che sul 6-5 si concede tre doppi falli, ma tiene ugualmente il servizio. Sono cattiverie che non si fanno ai deboli di cuore. Matteo ha avuto due matchpoint (il primo conquistato con un lob da cineteca) ma Monfils – che ha gran parte dei 20.000 a favore, perché i grandi e bravi attori piacciono sempre, commuovono inevitabilmente quando paiono sul punto di esalare l’ultimo respiro… a Moliere per il suo “Malato Immaginario” sarebbe piaciuto tantissimo – gliene annulla uno con un drittone dei suoi, mentre l’altro lo sbaglia Matteo con un rovescio… anch’esso dei suoi quando non era ancora quello di oggi, primo semifinalista italiano all’US Open in 42 anni.

Sul 6 pari non avrebbe dovuto vincere il più esperto, l’ex n.6 del mondo, il finalista di tre Masters 1000, il semifinalista di due Slam (RG 2008, qui 2016)? Certo che sì, ma Hitchcock ha sceneggiato diversamente il suo thriller: doppio fallo n.16 di Gael che ormai pare un pupazzo disarticolato quando serve, anche se il lancio di palla apparentemente è quello di sempre. Non gli basta: sul 4-2 fa pure il n.17 (cinque in dieci minuti). Se Matteo sul 5-2 chiudesse con due bei servizi sarebbe banale soap opera da mediocre tv americana. I due punti sul proprio servizio li deve perdere entrambi, sennò che gusto c’è ad andare al cinema Arthur Ashe? Infatti li perde.

Scomparsi i due minibreak, c’è uno scambio pauroso, nostra e loro è la grande paura: 24 palleggi, non tutti aggressivi. Un po’ più lo è Matteo che si merita il punto. Così ecco altri due matchpoint, quarto e quinto. Basta il quarto? Abbiamo sofferto abbastanza? Macché! Ace n.10 di Gael il guastafeste: 6-5. Ce n’è ancora uno ma quanto durerà questa agonia?Finalmente Alfred Hitchcok dice che può bastare. Matteo carica il fucile. Ne esce, più che una pallottola, un cannon ball a 202 km orari. La racchetta di Monfils si piega, fin quasi a spezzarsi, la palla quasi si sfilaccia e vola via, liberatoria. I 196 centimetri di Matteo si stendono sul cemento, in deliquio. È finita la sofferenza, il nostro è in semifinale, 42 anni dopo Barazzutti che fu sconfitto. Mentre lui, Matteo, è ancora in gara, può sognare di andare oltre.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Mi dicono fonti certe che stia ancora sognando. Per le prossime 24 ore, fino alla semifinale con Nadal che è strafavorito sebbene con Schwartman abbia perso quattro volte il servizio e non abbia assolutamente giocato ai suoi migliori livelli, Matteo si tirerà bei pizzicotti. Sogno o son desto? Ha cominciato a dirselo quando era ancora lungo sdraiato su quel cemento che gli pareva più soffice del miglior materasso. L’ultimo dei suoi pensieri è certo stato – anzi non c’è stato – che io potessi avere un groppo alla gola, come un bambino. Momenti impagabili. Per lui, certo. Ma anche per me. Gli anziani, si sa, si commuovono più facilmente. Basta poco. E poco non è stato.

Che può succedere ancora di meraviglioso a un giocatore che è sempre stato convinto che la sua miglior superficie fosse la terra rossa, ma in due Slam ha raggiunto gli ottavi sull’erba e la semifinale sul cemento?

“Per forza, sul cemento non avevo vinto una partita quest’anno fra Slam (Australian Open: Tsitsipas) e Masters 1000 (Indian Wells: Querrey; Miami: Hurkacz; Cincinnati: Londero). Se a Wimbledon ero arrivato in fiducia, qui proprio no”.

Battuto Monfils, per dieci punti non lo scavalca in classifica, ma sale a numero 13 virtuale, a un tiro di schioppo da Fognini n.11. Gli incontentabili dicono: se si fosse trovato in semifinale contro Medvedev o, meglio, Dimitrov, la finale non sarebbe stata un miraggio, ma soltanto molto difficile. Contro Nadal, l’unico sopravvissuto alla moria dei Fab Four, sembra invece una Mission Impossible. Il suo coach mentale gli avrà fatto vedere anche quel film o troppo cheap? Matteo oggi si è immedesimato di più nel protagonista di Django Unchained… “Con tutti quei matchpoint non trasformati, nel mio box di 20 persone era quasi uno spargimento di sangue”.

C’è ovviamente tempo e voglia di scherzare, passata la paura per un sogno che poteva svanire e data un breve sguardo “a mille messaggi sul cellulare”, e fra i tanti particolarmente apprezzato quello di Flavia Pennetta: “È stato Vincenzo (Santopadre) a dirmi che la tattica giusta era far doppio fallo sul 5-3 40-30…” bleffa e ride. E quando gli dicono che l’unico altro italiano in semifinale qui – nel famoso match in cui Jimmy Connors oltrepassò la rete per cancellare il segno di un suo rovescio che Corrado Barazzutti giurava fosse fuori – era stato soprannominato “Soldatino” (credo sia stato Rino Tommasi…) o “the Little Soldier” come presero a chiamarlo da queste parti, Matteo replica: “Beh, io sono di Roma, dopo questa battaglia semmai io potrei essere ‘Il Gladiatore’!”.

Sono stracerto, dopo che glielo ho riferito, che il collega del New York Times David Waldstein che gli ha fatto una lunga intervista, lo scriverà nel suo pezzo che credo uscirà domani venerdì. Bravo il manager di Matteo, Corrado Tschabuschnig, che già un paio di mesi fa, sapendo quanti siano gli Italiani d’America, aveva organizzato questa intervista che, dopo l’exploit di Matteo, è – lo si dice a Firenze – è caduta a fagiolo. Ancora sull’Ashe Stadium, Matteo aveva avuto la presenza di spirito di dire:

“È una delle migliori partite che ho visto… sì che ho visto, non che ho solo giocato!”. Grande.

Le interviste di tutti quelli che potevamo incrociare le dovreste trovare sul sito (qui la conferenza di Berrettini, qui invece le parole di coach Santopadre). Quest’altro Corrado l’agente dice una cosa che l’altro Corrado l’ex tennista non avrebbe mai detto, quando gli ricordo, fra il lusco e il brusco, che Matteo ha anche incamerato un assegnuccio da 960.000 dollari: “Ti assicuro che i soldi sono l’ultima cosa che ci interessa. Tutto quello che entra nella mia società (che gestisce Troicki, Granollers, Bublik, Bolelli…) lo reinvestiamo in giovani che abbiano la voglia e la qualità per emergere”.

Batti Gaquet e dici “vabbè”. Batti Rublev e dici “vabbè”. Batti Monfils e cominci a dire: “Ma questo Matteo dove può arrivare?”. Se invece di “può” avessi scritto “vuole”, la risposta sarebbe stata “in alto, molto in alto, anche solo top-ten potrebbe non bastare”. Può mettere in difficoltà perfino Nadal che con Schwartzman non è apparso invulnerabile e ha perso quattro volte il servizio? Beh fino a ieri Rafa era di un’altra categoria. Lo dovrebbe essere ancora. Dopo aver profetizzato che Matteo non potesse perdere 6-1 6-2 6-2 a Wimbledon con Federer – e sapete che cosa invece avvenne – ho passato la palla al mio co-commentatore sulla home inglese Steve Flink: “Secondo me finisce 6-3 6-4 6-3 per Nadal”.

Un pronostico condivisibile per l’enorme differenza di esperienza, e non solo, perché è vero che Berrettini serve molto bene, certo meglio di Schwartzman, però risponde anche decisamente peggio. È la risposta al servizio la sua debolezza più manifesta. L’argentino fa sempre qualche break, a tutti i migliori tennisti del mondo, ma perde anche il servizio diverse volte. Rafa non mi è sembrato in super forma, però… è Rafa. Più ci si avvicina alle fasi finali, più colui che Berrettini ha definito il “greatest fighter of all” e Schwartzman “un leone nella giungla”, sente l’odore del sangue.

A Matteo non sono certo mancati gli allenamenti con i mancini. Vincenzo Santopadre è mancino. Ma non è Nadal. Però magari un minimo aiuto a orizzontarsi quegli allenamenti che, come ha detto Vincenzo fra poco sono in doppia cifra (“10 anni insieme”), potrebbero averlo dato. Servizio monstre e dritto cannon non basteranno contro Rafa. Fognini ha mostrato contro il maiorchino, battuto tre volte sulla terra e una sul cemento, l’importanza della palla corta, il solo colpo che contro Monfils ha funzionato pochino ed è stato usato solo un paio di volte perché Matteo deve aver perso la fiducia dopo i primi errori. Qualche serve and volley non sarebbe sbagliato, se Rafa risponderà stando molto lontano.

Rafa ha detto di conoscere poco Matteo fuori dal campo e poco anche dentro. “Se è arrivato in semifinale, fra i migliori quattro del mondo, vuole dire che può battere chiunque”. Frase di prammatica. Ma ha detto qualcosa di più. Leggete a parte. Certo è che dopo averlo visto giocare in quella che è stata la miglior partita della carriera di “Berretto”, sfoggiata nell’occasione più importante, nessuno si sente di precludergli alcunché, compresa quella che sarebbe la più clamorosa sorpresa.

“Io sono sicuro – ha detto Santopadre – che non finirà come con Federer”. Sensazione quasi unanimemente diffusa. Fino a pochi giorni fa molti dubitavano che Matteo potesse essere un candidato alla top-ten. Oggi, anche senza dover attendere il pensionamento degli over 30 in quella élite, molti sono meno dubbiosi e dicono: “È solo questione di tempo”.

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Editoriali del Direttore

Un Federer fenomenale tira la volata a Nadal. Djokovic sconta le troppe pressioni

Un pubblico ostile, quasi crudele. L’anno del serbo resta nettamente migliore di quello dello svizzero. Berrettini chiude in bellezza con Thiem, ma fu vera gloria?

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Roger Federer e Novak Djokovic - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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da Londra, il direttore

C‘erano volute “a couple of weeks”, qualcosa più di due settimane, stando alle parole pronunciate da Roger Federer qui a Londra nei giorni scorsi, per smaltire la cocente delusione di quei due matchpoint mancati nella finale maratona di Wimbledon vinta da Djokovic al tiebreak giocato sul 12 pari del quinto set. Ma secondo me sono state pure più di due. A 38 anni non sai mai se certe occasioni si ripresenteranno. “Tanta acqua è passata sotto i ponti da quella finale e mi piace l’idea di rigiocare di nuovo contro Novak con la possibilità di prendermi la rivincita, in fondo quella partita l’ho persa per due punti, lui avrà un tantino più fiducia di me, ma io non ne ho poca” aveva detto Roger. Parole abbastanza inconsuete per Federer, che di rivincite non ho forse mai sentito parlare.

Certo è che, considerando che Roger non aveva più battuto Novak da quattro anni, dal Masters 2015 qui, chi aveva più da perdere era certamente Novak. Avevo incontrato Greg Rusedski, l’inglese del… Canada, ex n.4 del mondo, che mi aveva detto: Tutta la pressione sarà su Novak perché lui è l’unico dei due a cercare di chiudere l’anno da n.1 e per riuscirci deve battere Roger e vincere questo torneo spodestando così Nadal. Vincendolo eguaglierebbe anche i 6 Masters vinti in carriera da Roger. Si gioca, insomma, tante cose tutte insieme, e in un round robin, sapendo che se perde è anche eliminato dal torneo…”.

Novak Djokovic – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Fatto sta che a fronte di un Federer che ha giocato, e soprattutto servito in maniera straordinaria – le statistiche del primo set, che è quello ha influenzato il trend del match, sono impressionanti: 83% di prime palle pur avendo cercato l’ace (ne ha fatti 8 in 5 game), 16 punti su 19 quando ha messo la prima, 4 punti su 4 le sole volte che ha messo la seconda! Insomma Roger ha ceduto la miseria di 3 punti in cinque turni di servizio – un Djokovic incredibilmente nervoso, capace di regalare un break già nel terzo gioco (dopo aver salvato una pallabreak nel primissimo game) con ben due doppi falli, ha giocato una partita che il mio amico Vuk Brajovic ha sentito definire alla tv serba come “assolutamente catastrofica!”. “E non so spiegarmi perché, dopo tante partite contro Roger – quella di ieri era la n.49 – io non riuscissi proprio a leggere il suo servizio!.

Beh, una cosa del genere, detta dal migliore ribattitore del mondo, fa davvero impressione. E impressionatissimi erano, a fine match, anche due ex capitani di Coppa Davis della Svizzera che hanno conosciuto Roger fin da quando era un ragazzino, Marc Rosset e Claudio Mezzadri, dei quali potete ascoltare le interessanti interviste audio che ho loro fatto. Nonostante le mille partite di Roger che hanno visto e seguito, erano anch’essi stupiti per il livello della performance, tecnica e anche atletica esibita da quel fenomeno di oltre 38 anni. Val la pena ascoltarli.

Così come val la pena sottolineare che a non aver dimenticato i due matchpoint mancati da Roger all’All England Club, c’erano anche tutti gli spettatori della 02 Arena. Il tifo che hanno fatto per il loro eroe, vittima ingiusta ai loro occhi di fan quattro mesi fa, è stato rumoroso e a tratti aggressivo, come a voler far scontare a Nole quella vittoria che li aveva tutti feriti. Un tifo esagerato, a tratti quasi crudele, che mi ha portato a simpatizzare per il serbo trafitto da mille frecce, più di San Sebastiano.

Con questo exploit, ad ogni modo, Roger al momento ha certo reso felice oltre a se stesso anche Rafa Nadal ancor prima dello scontro del maiorchino con Tsitsipas. Il duello del maiorchino con il greco sarà ininfluente per la quinta leadership ATP di fine anno. Nadal sarà sul trono del tennis per la quinta volta, così come ci sono stati cinque volte Federer e Djokovic. È impressionante pensare che negli ultimi 16 anni ci sono stati solo loro con la corona sulla testa, con l’unica intromissione di Andy Murray nel 2016.

Il match Nadal-Tsitsipas sarà invece importante per l’ambizione di Rafa di raggiungere il traguardo delle semifinali di uno dei pochissimi tornei che il maiorchino non ha mai vinto. Rafa, si diceva già ieri, non ha il destino nelle sue mani: deve sperare, oltre che nella propria, anche in una vittoria di Medvedev su Zverev dal quale era stato battuto. In questa duplice combinazione Rafa terminerebbe il suo round robin al primo posto. Altrimenti sarebbe fuori (come direbbe Briatore).

Invece nell’altro gruppo Roger Federer è già sicuro di chiudere al secondo posto, alle spalle di Thiem la cui sconfitta con il nostro Berrettini non lo ha minimamente penalizzato, al di là dei 192.000 euro spettanti al vincitore di ciascun match. Ergo Federer incontrerà in semifinale Tsitsipas oppure, un tantino meno probabilmente secondo me, Nadal. Magari sbaglio ma mi pare improbabile che si verifichino entrambe le ipotesi: Nadal che batte uno Tsitsipas che mi è parso in forma smagliante e Medvedev che lotta per battere Zverev quando anche vincendo non potrebbe comunque qualificarsi per la semifinale.

 
Roger Federer – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Chiunque gli capitasse di fronte… se Roger giocasse come ha giocato ieri il favorito della semifinale prima e del torneo poi, sarebbe proprio lui. Ciò anche se si è ben visto che nessuna giornata è mai uguale all’altra. Roger aveva giocato maluccio con Thiem e solo un po’ meglio, ma non benissimo (salvo che al servizio) con Berrettini. Come cambiano le cose, i pronostici, nell’arco di un giorno o due, financo di poche ore. Ieri pomeriggio, quando avevo chiesto al collega svizzero dell’agenzia Sportcenter Christian Despont, un suo pronostico sul duello più atteso della quinta giornata de Masters. Aveva scosso un po’ la testa e poi detto: “60% Djokovic, 40% Federer”. Dello stesso parere l’altro svizzero Mathieu Aeschmann. E voi che credete che i pronostici li sbagli solo Scanagatta!

Djokovic si è presentato in sala stampa comprensibilmente deluso, direi abbacchiato. Quest’anno niente cioccolatini per la stampa. Era diventata una tradizione a questo Masters, ma ieri sera per lui non c’era proprio niente da celebrare. Anche se, non dimentichiamolo, Novak chiude l’anno 2019 – prima della settimana di Madrid per la Coppa Davis – con un percorso da far invidia a tutti quanti. E cioè con all’attivo due Slam, in Australia e a Wimbledon, due Masters 1000, Madrid e Bercy, più un 500 a Tokyo. Chiude inoltre da n.2 del mondo. Oggi lui che aveva fatto la bocca al n.1 lo avverte come uno smacco, ma insomma allora Federer che dovrebbe dire? Non ha vinto neppure uno Slam quest’anno, è dietro Djokovic, terzo, nel ranking ATP, grazie ai quattro tornei vinti, Dubai, Miami, Halle e Basilea. Vincesse questo Masters conquisterebbe l’alloro più pregiato.

Mi sembra giusto chiudere questo editoriale di giornata plaudendo a Matteo Berrettini. È riuscito dove avevano fallito Panatta e Barazzutti e poco importa il fatto che Thiem, giustiziere nei giorni scorsi tanto di Federer che di Djokovic, fosse già sicuro di un posto in semifinale contro il n.2 dell’altro gruppo. C’è l’ombra di una motivazione un po’ più appannata nell’austriaco – fino a che punto è stata vera gloria? Questa formula ha sempre dato adito a dubbi – ma i precedenti fra Thiem e Berretto, vincitore a Shanghai e sconfitto a Basilea, e direi forse ancor più quella battaglia in quattro set al Roland Garros 2018 quando Matteo non era davvero quello di oggi e Dominic era invece già specialista affermato della terra rossa (due semifinali e due finali a Parigi negli ultimi quattro anni), mi fanno credere che fra i due ci possa essere gara, a prescindere dall’attuale equilibrio statistico: 2 a 2.

Matteo ha servito benissimo, salvo che sul 5-4 quando ha giocato un game davvero brutto. Gli è capitato più volte quest’anno, quando doveva chiudere un set o un match. Il suo coach mentale, Stefano Massari, lo affianca anche per evitare che queste situazioni si ripetano. Mentre coach Vincenzo Santopadre dovrà aiutarlo a migliorare in quelle carenze risapute e indicate nei giorni scorsi anche da Federer in persona: rovescio (per quanto ieri ne abbia giocati alcuni altamente spettacolari, due vincenti strappa-applausi perfino ad una mano), risposta e gioco di piedi. E magari ci sarebbe da migliorare anche la volée di dritto sulla palla calante che lascia calare troppo per mettersi di fianco e poi accarezzarla senza spingerla a sufficienza. Gliene ho viste sbagliare, di facili, contro Federer a Wimbledon e qua, contro Thiem.

Ma non c’è dubbio che Matteo sia sulla buona strada, se non commetterà l’errore di montarsi la testa. Il suo ambiente, molto sano, pare in grado di garantire che ciò non accadrà, però se nel calcio si è sempre detto e scritto che a Roma per vincere un campionato occorre vincerne tre, anche per Berrettini le distrazioni romane potrebbero non aiutare. Non so perché, sarà quasi certamente frutto di due stereotipi… geolocalizzati, Roma e San Candido, ma l’altoatesino Jannik Sinner – di cui già tutto il microcosmo del tennis parla in termini entusiastici – sembra meno naturalmente portato… a comportarsi da star un po’ piaciona.

Matteo Berrettini – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Il suo 2019 è stato pazzesco, l’ho scritto in tutte le salse, non so più come scriverlo. Per tutti i primi mesi del 2020 Matteo non ha cambiali da pagare, ma – come ha detto lui stesso“più che entrare e uscire dall’élite dei primi 10, mi piacerebbe vincere un grande torneo, tipo un Masters 1000 (non ha osato dire un Slam…), perché vorrebbe dire che per quella settimana sei stato il migliore del mondo”. Inutile dire, anche perché lui questa volta non l’ha detto, che il torneo che più gli piacerebbe vincere è Roma. Un anno fa non ti qualificasti per le finali Next Gen milanesi, Matteo, oggi sei numero 8 del mondo, non schivi neppure la domanda trabocchetto che ti chiede se sogni di diventare n.1 del mondo… Tempo al tempo, ma intanto ad maiora Matteo.

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Editoriali del Direttore

In sette sono ancora in corsa. Federer-Djokovic è il clou. La brutta tentazione di Tsitsipas

Solo Matteo Berrettini contro il ‘salvo’ Thiem è fuori dai giochi, ma ha un obiettivo che non è economico. Nadal, che tifa per la rivincita di Federer, anche perdendo può diventare n.1 a fine anno se… E se chiudesse il gruppo al primo posto? Che vigliacco quel Lendl! Parola di Connors

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Roger Federer e Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)
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da Londra, il direttore

Nota per i lettori che avendomi inondato di commenti, negativi e non, quasi un migliaio fra sito e vari social, meritano il rispetto di un mio aggiornamento anche se nei confronti di chi ha espresso apprezzamenti (o dovrei dire… disprezzamenti?) pesanti, tipici di questa civiltà (???davvero lo è) del web, non sarei tenuto, né ne avrei troppa voglia. C’è stato un franco chiarimento con Rafa Nadal subito dopo la sua partita con Medvedev. Ci siamo entrambi spiegati i motivi che hanno portato al reciproco equivoco e a espressioni non consone, in buona parte dovuto all’inglese imperfetto di entrambi – in particolare in questo episodio – per reciproca ammissione. Basta così. Cambiamo argomento con soddisfazione generale e, fra Nadal e il sottoscritto, permane la immutata stima di sempre. Qualunque cosa abbia scritto qualcuno, c’è sempre stata anche notevole simpatia.

Quanto ai lettori pensino, come sempre, quel che si sentono di pensare, ma a questo punto ogni ulteriore commento mi parrebbe davvero superfluo, con buona pace per tutti. Grazie a tutti, carini e meno carini, per la partecipazione. Un ultimo commento però mi sia concesso: a chi la cosa non interessava, ma si è lamentato per l’eccessivo risalto, poteva serenamente non leggerla, anziché scrivere che non avrei dovuto scrivere questo o quell’altro. La libertà del web è leggere quel che si vuole. Noi su Ubitennis si scrivono oltre 6.000 articoli l’anno. Leggete quel che vi piace, che vi interessa, gli autori che preferite ignorando quelli che non amate. E se un argomento a vostro avviso ha preso troppo spazio, è stato trattato male, cosa c’è di più semplice che il saltarlo a piè pari? È indolore, per chi lo salta, e per chi l’ha scritto. Si sta tutti meglio.

E se Tsitsipas facesse i calcoli che fece Ivan Lendl nel…La quarta giornata del Masters ha contraddetto alcune indicazioni della seconda, in merito alla forma di Nadal e Zverev, in positivo e in negativo. Il primo era apparso in pessima condizione con lo stesso Zverev, il secondo aveva bene impressionato riuscendo a dominare lo spagnolo da cui aveva perso cinque volte su cinque. Zverev non è però sembrato essere troppo preoccupato per la secca sconfitta patita con Tsitsipas (che invece si è confermato alla grande, tanto che parecchi qui lo considerano addirittura favorito del torneo e sarei curioso di vedere le quote dei bookmakers a questo punto): “Anche l’anno scorso vinsi il primo match, persi il secondo, vinsi il terzo e poi ho vinto il torneo” ha detto il biondo tedesco con il sorriso di chi sa il fatto suo.

Se però lui perdesse con Medveded in due set e Tsitsipas battesse Nadal, il campione di un anno fa andrebbe a casa insieme a Nadal e i due qualificati sarebbero Tsitsipas da n.1 e Medvedv da n.2: questa sarebbe la sola ipotesi in cui Medvedev raggiungerebbe le semifinali. Certo poteva aver compiuto un passo decisivo ieri, se non si fosse fatto rimontare da Nadal.

 
ATP Finals, gli scenari del Gruppo Agassi (fonte @ATP)

Già, Nadal, sette vite come i gatti… beh, le sue chance parevano finite quando si è trovato sotto 5-1 e matchpoint con Medvedev, che era passato a condurre già anche 4-0 avanti nel set decisivo. Con due sconfitte sul groppone nel round robin, l’eliminazione di Rafa sarebbe stata quasi scontata e il trono ATP di fine anno sarebbe apparso assai traballante. Ora invece su quello potrà sedersi proprio lui, a meno che Djokovic, dopo aver battuto Federer stasera, vinca anche il torneo per il sesto anno. Inutile dire che Rafa stasera tiferà per il suo amico Federer (forse lo avrebbe fatto anche a prescindere… il suo rapporto con Roger è più genuino che quello con Nole).

Inoltre Rafa potrebbe addirittura finire al primo posto nel suo gruppoqui l’articolo che contempla tutti i possibili scenari suggeriti da questa formula che ha sempre schifato Rino Tommasi, fautore del tennis tradizionale che prevede le valigie e il ritorno a casa per chiunque perda – se Medvedev superasse Zverev e lui approfittasse di un Tsitsipas che è comunque già sicuro di un posto in semifinale e cui forse potrebbe quasi convenire perdere!

Per carità, a Tsitsipas non gli passerà magari nemmeno per l’anticamera del cervello – ieri sera a una mia domanda che gli chiedeva se… fosse forte in aritmetica, il buon Stefanos ha dimostrato di avere idee assai confuse sulle possibili evoluzioni (spero che troviate il video perché è stata una scena spassosa) – ma se perdesse con Nadal il ragazzone greco chiuderebbe il suo round robin al secondo posto nel gruppo Agassi con la certezza di affrontare in semifinale il primo del gruppo Borg che sappiamo già essere Thiem. Evitando di dover giocare contro chi vincerà il match clou di oggi, in serata: cioè Federer oppure Djokovic, la rivincita del match dell’anno, la finale di Wimbledon con quei due matchpoint mancati da Federer il cui ricordo sveglia ancora nel pieno della notte Roger e i suoi innumerevoli tifosi. Un vero incubo. Djokovic conduce la danza, 26 vittorie a 22, prima della sfida numero 49.

Il Thiem visto l’altra sera in grandissimo spolvero contro Djokovic farebbe paura a chiunque (perfino a Berrettini, eh eh, che lo affronta oggi alle 15 italiane), ma Thiem sabato giocherà la sua primissima semifinale di un Masters, mentre Federer e Djokovic che questo torneo lo hanno vinto 6 e 5 volte, molte di più: Roger 15 se non erro, Novak 8. Un bel gap di esperienza. Voi chi preferireste incontrare qui: Thiem o uno fra Djokovic e Federer?

Video in inglese sugli scenari di qualificazione del Gruppo Agassi

Tanti anni fa ero al Madison Square Garden, nel gennaio 1981 per il Masters che valeva per il 1980, quando Jimmy Connors dette apertamente del vigliacco (“You are a chicken!”) a Ivan Lendl che praticamente perse senza lottare con lui per tutto il secondo set: 7-6 6-1. Come mai Lendl aveva mollato a quel modo? Sapeva che arrivando primo nel proprio girone avrebbe incontrato Bjorn Borg che era secondo dell’altro girone, invece arrivando secondo avrebbe incontrato il n.1 dell’altro gruppo (il blu) Gene Mayer, avversario assai più tenero anche se aveva battuto 6-0 6-3 un Borg svogliato perché già qualificato.

I cinici calcoli del ceco gli dettero ragione: in semifinale lui dominò 6-3 6-4 Mayer, mentre Connors perse in tre set da Borg che poi nella finale tre set su cinque avrebbe dato tre set a zero a Lendl. Quella non fu l’unica vicenda assolutamente deprecabile del Masters, che infatti cambiò mille volte la successione degli incontri che si prestavano, se non a combine, a duelli lottati con diverse motivazioni agonistiche dai protagonisti. Furono tante le polemiche che dall’82 all’85 fu abbandonata, con gran gioia dei puristi e di Tommasi, la formula dei due gironi all’italiana e si allargò la partecipazione a dodici giocatori. Otto giocavano un primo turno per qualificarsi per i quarti, dove erano attesi dai primi quattro giocatori delle classifiche mondiali che, usufruendo di un bye, stavano un turno avanti, già nei quarti.

Niente più rischi di match inutili – come sarà ad esempio anche il Thiem-Berrettini di oggi pomeriggio, quando si giocherà solo per il cospicuo premio, 215.000 dollari (circa 192.000 euro) -, ma eliminazioni dirette come da antica tradizione. Thiem è già primo comunque, dicevo, Berrettini ultimo comunque. Solo che così non si aveva più la garanzia di vedersi esibire almeno tre volte tutte le star. Per la vendita dei biglietti e per i diritti tv era molto più commerciale la logica dei due gironi, con tutti gli inconvenienti del caso. E dall’86 si tornò a quella formula che non è più stata abbandonata e che da allora costringe tutti a fare esercizi di pura ragioneria… che ho un po’ già accennato ma che qui vi risparmio.

Tornando a Berrettini-Thiem, il romano avrà una motivazione in più: quella di diventare il primo italiano a vincere un match al Masters in tre anni, 1975, 1978 e 2019, dopo otto sconfitte azzurre su otto, tre di Panatta e Barazzutti, due sue. In fondo, anche se il Thiem dell’altra sera è apparso ingiocabile, i precedenti lasciano supporre che ci possa essere equilibrio, soprattutto se Thiem non dovesse esser super motivato o magari timoroso di stancarsi troppo alla vigilia delle semifinali. Matteo perse in quattro set al Roland Garros del 2018, quando Thiem sarebbe poi giunto in finale, ci ha vinto a Shanghai, ci ha perso dopo aver vinto il primo set prima di un calo fisico evidente a Vienna. Insomma, se a Matteo dovesse funzionare il servizio (e il dritto) potrebbe esserci partita. Speriamo.

Intanto, giusto per dare un po’ di soddisfazione a chi si diverte a darmi del gossipparo (ognuno si diverte come può), segnalo che ha raggiunto Matteo dalla finale di Fed Cup persa in Australia con la Francia di Mladenovic e Garcia, la fidanzata Ajla Tomljanovic. Ieri i due, voglio proprio esagerare sperando di essere “copiato” da Novella 2000, sarebbero stati visti – udite udite – sul battello che congiunge la zona di Canary Whard a quella di Westminster. Sguinzagliati tutti i paparazzi del Regno Unito non impegnati al castello di Windsor.

Ajla Tomljanovic all’allenamento di Matteo Berrettini – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Oggi, dopo la partita con Thiem, dovrei avere una intervista radiofonica one&one per Radio Sportiva con Matteo. Dite che dovrei chiedergli se ha intenzioni serie, e magari già di sposare la bella e simpatica Ajla, o lascio perdere perché stanno insieme da troppo poco tempo e non da 15 anni?

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Editoriali del Direttore

Due verdetti ci regalano un ‘quarto di finale’ tra Federer e Djokovic, sempre a Londra

Non va gettata la croce addosso a Berrettini per non aver saputo approfittare di un Federer non irresistibile. Thiem-Djokovic match straordinario e per l’austriaco è record

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Roger Federer - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
Video sponsorizzato da BARILLA

da Londra, il direttore

Nota per i lettori C’è stato un franco chiarimento con Rafa Nadal subito dopo la sua partita con Medvedev. Ci siamo entrambi spiegati i motivi che hanno portato al reciproco equivoco e a espressioni non consone, in buona parte dovuto all’inglese imperfetto – in particolare in questo episodio – di entrambi per reciproca ammissione. Basta così. Cambiamo argomento con soddisfazione generale e, fra Nadal e il sottoscritto, permane la immutata stima di sempre. Quanto ai lettori pensino, come sempre, quel che si sentono di pensare, ma a questo punto ogni ulteriore commento mi parrebbe davvero superfluo, con buona pace per tutti. Grazie a tutti per la partecipazione.

Mentre io mi affannavo a leggere diverse centinaia di vostri commenti sul sito (e altrettanti su Facebook) a margine dell’episodio con Nadal – e ho dedicato un lungo commento in evidenza all’interno dell’articolo sulla vicendai primi due verdetti sono arrivati già dopo la terza giornata delle finali ATP. Dominic Thiem, match-winner su Djokovic della partita più bella di questo Masters, e forse anche dei Masters più recenti a mia memoria, è già in semifinale, è sicuro primo nel gruppo Borg. Così come purtroppo Matteo Berrettini, uscito con la testa molto più alta che non a Wimbledon contro Federer e tuttavia battuto, rischia fortemente di fare la stessa fine di Panatta e Barazzutti che non vinsero un match quando arrivarono a giocare il Masters di fine stagione.

Magari contro un Thiem un po’ meno motivato perché già in semifinale (per la prima volta, primo austriaco di sempre) e forse desideroso di risparmiare energie, Matteo potrebbe riuscire a cancellare la casella zero dopo otto partite azzurre ai tre Masters. Non è stato un Federer brillante quello che lo ha battuto, tuttavia va detto che lo svizzero – anche per le risposte deficitarie di Matteo – aveva perso soltanto cinque punti in sei turni di servizio nel primo set. E cinque sono rimasti anche dopo il tiebreak nel quale Matteo è stato tradito proprio dalle sue armi predilette, il dritto che ha sparacchiato fuori sull’1 pari, il doppio fallo che ha consentito a Roger di andarsi a giocare due servizi sul 5-2.

Matteo ha poi compromesso tutto cedendo la battuta a zero nel primo game del secondo set. Se non è un problema di esperienza questo, che cosa è? Così Roger ha potuto controllare agevolmente la partita fino a che sul 4-3 ha fatto quattro regali a Matteo e ha dovuto fronteggiare tre palle break, le sole conquistate nel match dal nostro. Se le è giocate maluccio, in particolare una. Federer gli ha battuto tutte e tre le volte sul dritto. E lui ci è arrivato male.

 
Matteo Berrettini – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Nel ’75 Panatta aveva 25 anni, come Barazzutti nel ’78 (ma si giocò a gennaio ’79) e Matteo è due anni più giovane rispetto a loro. Come ha ricordato Federer: “Io 17 anni fa avevo un rovescio molto debole, credo che lo potrà certamente migliorare anche Berrettini”. Ne sono convinto anch’io. Il rovescio, l’ho scritto tante volte, si impara. L’hanno dimostrato Federer, come lo ha ricordato lui stesso, e anche Nadal. E, sempre come ha detto Roger, oggi chi ha un gran servizio e un gran dritto può fare molta strada.

L’ostacolo più difficile da sormontare, secondo me, sarà il “footwork”, come ha sottolineato e non a caso ancora Federer. Roger è sempre stato un atleta naturale straordinario, idem Nadal, idem Djokovic, idem Murray. Fab Four campioni di grande talento, indubbiamente, ma sarebbero stati fortemente vincenti (forse solo un pochino meno) anche se non si fossero ammazzati di lavoro in palestra. Invece Matteo, per via del suo metro e 96 che lo aiuta nel servizio ma non nel resto, dovrà sempre combattere per diventare anche reattivo nella risposta, agile negli spostamenti e nei cambi di direzione.

Il fatto che lui, Santopadre e Rianna sappiano che c’è ancora tanta strada da fare, aiuterà il suo sviluppo. Si sapeva che sarebbe stato il vaso di coccio fra tre vasi di ferro, che sarebbe stato uno stage di studio, d’esperienza. Ha fatto miracoli ad arrivare dove è arrivato, Federer stesso si è detto sorpreso di esserselo ritrovato di fronte al Masters. Chi ben comincia è a metà dell’opera… Appunto, Matteo è ancora a metà. Fra i primi 10 può resistere. Con gli over 30 probabilmente declinanti dovrà far di tutto per salire fra i cinque nell’arco di un triennio.

Proprio per il problema della ridotta mobilità – per questi livelli – a mio avviso dovrà lavorare il più possibile per trasformarsi in un tennista d’attacco. Non capisco perché non possa azzardar qualche serve&volley in più. Anche perché a rete non è malvagio. È certo meglio, a mio avviso, di Zverev nei pressi della rete… e ora non azzardo più confronti con Thiem (soprattutto dopo ieri sera!) sennò chissà quante me ne dite. Ma Thiem a rete non è ancora fenomeno come da fondocampo.

Dominic Thiem – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Il Thiem visto scontro Djokovic è parso fenomenale: Chapeau, mai visto giocare con la stessa intensità del matchpoint tutta la partita, sparando su ogni palla” ha riconosciuto con grande fair-play Nole anche se era furioso, tant’è che ha lasciato la sala stampa con uno scatto da centometrista appena dopo una terza risposta data in fretta e furia, prima che la moderatrice ATP Nanette Duxin interpellasse i giornalisti serbi. Il lavoro di Massu, che lo ha costretto a giocare più vicino alla riga di fondocampo anziché dai teloni, sta dando i suoi frutti. Ecco perché Dominic ha lasciato il vecchio coach di sempre, Gunther Bresnik. Aveva bisogno di nuovi stimoli.

Adesso il match di giovedì fra Federer e Djokovic, rivincita di Wimbledon (il miglior match dell’anno, e non solo perché deciso sul 12 pari dal tiebreak favorevole a Nole che da allora ne aveva vinti nove di fila) sarà come un quarto di finale di un torneo a eliminazione diretta. Bello, bellissimo, fra i due giocatori che hanno vinto più Masters, sei Federer e cinque Djokovic (mentre Nadal neppure uno), ma anche crudele spareggio. Crudele anche per chi aveva acquistato a 150 euro circa i biglietti per le semifinali di sabato, perché uno dei due sarà già tornato a casa da moglie e pargoli.

Rischia di tornare a casa, e di perdere la leadership mondiale, anche Rafa Nadal che offre a Daniil Medvedev la rivincita della bella finale dell’ultimo US open. Guai a fidarsi dei precedenti però, dopo che Rafa ha perso lunedì da Zverev che aveva sconfitto cinque volte su cinque, mentre anche Medvedev aveva mandato alle ortiche il suo analogo bilancio di cinque vittorie su cinque con l’assai poco amato Tsitsipas. Non mancherò di sedermi in conferenza stampa quando verrà Rafa Nadal. Vedrò se fare o meno una domanda a Rafa, sperando di non venire male interpretato stavolta.

Berrettini non è stato fortunato a finire nel gruppo Borg, ma secondo me per ora è un po’ indietro rispetto agli altri Maestri qualificatisi per questa edizione. Non si poteva pretendere troppo di più da lui. Era già stato un miracolo ritrovarlo qua. Il 2020 sarà un anno impegnativo, quello della riconferma. Non ha grandi cambiali da pagare per tutti i primi mesi dell’anno. Questo lo dovrebbe avvantaggiare. Potrà giocare relativamente sereno. Non è poco. Io sono fiducioso sul suo conto.

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