Berrettini, testa più cuore, quante emozioni. È n.13, top 10 e Fognini vicini. Basta battere Nadal…

Editoriali del Direttore

Berrettini, testa più cuore, quante emozioni. È n.13, top 10 e Fognini vicini. Basta battere Nadal…

US OPEN – Lo spagnolo, “leone nella giungla”, è super favorito, ma con Schwartzman non mi è piaciuto. Santopadre: “Non sarà come con Federer”. L’ingresso fra i grandi? Solo questione di tempo

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Dopo 40 anni di poco o molto poco, per non dire nulla al maschile a conclusione della Golden Era (Panatta, Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli), e meno male che mi hanno tirato su le quattro encomiabili ragazze top-ten, nell’arco degli ultimi 15 sto provando finalmente emozioni e sensazioni che ormai, alla mia veneranda età, non credevo più di provare. Permettetemi di dire che un pochino me le merito anche, con tutto il tempo e la passione che ho speso dietro a questo sport. Ma non voglio davvero parlare di me nei giorni dei fantastici exploit di Berrettini, 15 mesi dopo quelli di Cecchinato a Parigi, 5 mesi dopo quelli di Fognini a Montecarlo.

La partita vinta da Matteo su Monfils, per i cinque set chiusi dal tiebreak, per i quattro matchpoint non trasformati, e in particolare quel primo coinciso con il primo doppio fallo di “Berretto” nel set che mi ha fatto rischiare l’infarto, è stata la più bella partita del torneo fin qui, a detta di tutti i frequentatori della sala stampa in cui dopo tanti anni in cui c’erano i Clerici, i Tommasi, i Semeraro, i Marianantoni, i giornalisti italiani brillano per la loro assenza. Siamo in cinque del team Ubitennis (Vanni Gibertini, Luca Baldissera, Cesare Novazzi, Andrea Pellegrini Perrone e chi scrive) e due inviati di Supertennis. E dal weekend è arrivata anche Federica Cocchi della Gazzetta. Stop. La crisi economica si è fatta sentire proprio quando il tennis italiano sembra in grado di cogliere i frutti di una revisione iniziata qualche anno fa, sulla spinta anche della critica. Cioè da quando qualcuno riuscì a convincere i dirigenti federali più testardi che anziché puntare a produrre tennisti a Tirrenia (un fallimento acclarato) osteggiando pervicacemente i team privati, conveniva allearsi con loro e provare a costruire insieme, mettendo a punto un sistema di servizi e incentivi collegati ai risultati.

 

Così sono nati i Piatti, i Gorietti, i Sartori, i Santopadre e altri. Piccole realtà che hanno cominciato a strutturarsi in modo sempre più professionale. Così, in quegli ambienti magari apparentemente provinciali ma super motivati – anche per sopravvivenza – e non paludati da situazioni “statali”, sono cresciuti coach desiderosi di apprendere il mestiere, di rischiare sulla loro pelle prendendosi in carico ragazzini che potevano emergere come no, e professionisti di vario tipo, fisio, preparatori atletici che prima non esistevano o preferivano ai viaggi la vita più comoda dei circoli. E così i ragazzi/e italiani non hanno più avuto bisogno di emigrare all’estero (soprattutto in Spagna, ma qualcuno perfino negli States) come erano stati quasi costretti a fare Pennetta, Errani, lo stesso Fognini, i primi che mi vengono a mente.

Non si investiva sui coach italiani, né sui team i cui ragazzi spesso venivano quasi ostacolati se dovevano affrontare quelli federali. E si spendevano male i soldi, privilegiando situazioni più politiche che tecniche. Non è più così da un bel po’. Binaghi è stato bravo (anche se spesso eccessivamente esoso) a tirar fuori soldi anche dalle rape. E con i soldi degli Internazionali che prima non c’erano, si sono potute trovare risorse per finanziare la trascurata parte tecnico-agonistica cercando di allargare sempre di più la base dei ragazzini da sostenere.

Matteo Berrettini e Gael Monfils – US Open (via Twitter, @usopen)

Ma ora qui la pianto con la visione… “politica” che certo vi annoia per condividere con voi lettori il mio entusiasmo per lo straordinario exploit di Matteo Berrettini. Entusiasmante anche per il modo in cui è venuto, in un’altalena continua di situazioni prima disperanti: sotto 6-3, break all’inizio del secondo set, palla del 3-0 con doppio break per Monfils quando pareva che Matteo non avesse armi per poter sfondare quel muro franco-guadalupense e soprattutto sulla diagonale di dritto ci lasciava sempre le penne, lui forzava e l’altro non faceva la minima fatica.

Poi incredibilmente incoraggianti: “Berretto” porta a casa 6-3 6-2 i successivi due set, con Matteo che non si scompone neppure quando gli dicono, sul 4-2 del terzo, che ci si deve fermare, c’è il solito uragano settembrino in arrivo, va chiuso il tetto. Era lui che stava dominando, si teme che l’interruzione non gli giovi. Ma lui non se ne fa né in qua né in là. Come se lui, e non Monfils, fosse passato decine di volte in situazioni consimili. Ammirevole. Vince, sembra quasi fatta anche a chi ama ripetere – sono io – “the game is not over until is over”. Nel tennis non è mai finita.

Infatti ecco la doccia fredda: il quarto set è di Monfils. Un break nel quarto game gli è bastato a trascinarsi al quinto. Trascinarsi… è il caso di dire, anche se in realtà La Monf ha l’aria di trascinarsi soltanto fra un punto e l’altro, mai mentre corre come una lepre e recupera tutto e di più .

Eccoci al quinto e la speranza che cresce senza – almeno noi in tribuna – fidarsi minimamente delle sceneggiate di Monfils, il morto che cammina e resuscita molte più volte di Lazzaro. Vero che c’è un’umidità che ti porta via, si respira male seduti, chissà a correre. La Monf non disdegna i collari di ghiaccio, Matteo suda perfino nei piedi e si cambia le Lotto. Due volte avanti di un break, ma non basta! Passi per il 2-0 diventato 2-2, ma sul 5-3 e 30-15 prima un serve&volley con una volée elementare di rovescio sbagliata a campo aperto indegna del peggior Scanagatta – vi ricordate quando Fognini a Wimbledon 2018 giocando con Vesely esclamò: “Gioco peggio di Scanagatta!” – poi il tragico doppio fallo sul matchpoint! È il primo di tutto il set. Beh quello è stato puro masochismo!

E invece è sadismo quello di Monfils che sul 6-5 si concede tre doppi falli, ma tiene ugualmente il servizio. Sono cattiverie che non si fanno ai deboli di cuore. Matteo ha avuto due matchpoint (il primo conquistato con un lob da cineteca) ma Monfils – che ha gran parte dei 20.000 a favore, perché i grandi e bravi attori piacciono sempre, commuovono inevitabilmente quando paiono sul punto di esalare l’ultimo respiro… a Moliere per il suo “Malato Immaginario” sarebbe piaciuto tantissimo – gliene annulla uno con un drittone dei suoi, mentre l’altro lo sbaglia Matteo con un rovescio… anch’esso dei suoi quando non era ancora quello di oggi, primo semifinalista italiano all’US Open in 42 anni.

Sul 6 pari non avrebbe dovuto vincere il più esperto, l’ex n.6 del mondo, il finalista di tre Masters 1000, il semifinalista di due Slam (RG 2008, qui 2016)? Certo che sì, ma Hitchcock ha sceneggiato diversamente il suo thriller: doppio fallo n.16 di Gael che ormai pare un pupazzo disarticolato quando serve, anche se il lancio di palla apparentemente è quello di sempre. Non gli basta: sul 4-2 fa pure il n.17 (cinque in dieci minuti). Se Matteo sul 5-2 chiudesse con due bei servizi sarebbe banale soap opera da mediocre tv americana. I due punti sul proprio servizio li deve perdere entrambi, sennò che gusto c’è ad andare al cinema Arthur Ashe? Infatti li perde.

Scomparsi i due minibreak, c’è uno scambio pauroso, nostra e loro è la grande paura: 24 palleggi, non tutti aggressivi. Un po’ più lo è Matteo che si merita il punto. Così ecco altri due matchpoint, quarto e quinto. Basta il quarto? Abbiamo sofferto abbastanza? Macché! Ace n.10 di Gael il guastafeste: 6-5. Ce n’è ancora uno ma quanto durerà questa agonia?Finalmente Alfred Hitchcok dice che può bastare. Matteo carica il fucile. Ne esce, più che una pallottola, un cannon ball a 202 km orari. La racchetta di Monfils si piega, fin quasi a spezzarsi, la palla quasi si sfilaccia e vola via, liberatoria. I 196 centimetri di Matteo si stendono sul cemento, in deliquio. È finita la sofferenza, il nostro è in semifinale, 42 anni dopo Barazzutti che fu sconfitto. Mentre lui, Matteo, è ancora in gara, può sognare di andare oltre.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Mi dicono fonti certe che stia ancora sognando. Per le prossime 24 ore, fino alla semifinale con Nadal che è strafavorito sebbene con Schwartman abbia perso quattro volte il servizio e non abbia assolutamente giocato ai suoi migliori livelli, Matteo si tirerà bei pizzicotti. Sogno o son desto? Ha cominciato a dirselo quando era ancora lungo sdraiato su quel cemento che gli pareva più soffice del miglior materasso. L’ultimo dei suoi pensieri è certo stato – anzi non c’è stato – che io potessi avere un groppo alla gola, come un bambino. Momenti impagabili. Per lui, certo. Ma anche per me. Gli anziani, si sa, si commuovono più facilmente. Basta poco. E poco non è stato.

Che può succedere ancora di meraviglioso a un giocatore che è sempre stato convinto che la sua miglior superficie fosse la terra rossa, ma in due Slam ha raggiunto gli ottavi sull’erba e la semifinale sul cemento?

“Per forza, sul cemento non avevo vinto una partita quest’anno fra Slam (Australian Open: Tsitsipas) e Masters 1000 (Indian Wells: Querrey; Miami: Hurkacz; Cincinnati: Londero). Se a Wimbledon ero arrivato in fiducia, qui proprio no”.

Battuto Monfils, per dieci punti non lo scavalca in classifica, ma sale a numero 13 virtuale, a un tiro di schioppo da Fognini n.11. Gli incontentabili dicono: se si fosse trovato in semifinale contro Medvedev o, meglio, Dimitrov, la finale non sarebbe stata un miraggio, ma soltanto molto difficile. Contro Nadal, l’unico sopravvissuto alla moria dei Fab Four, sembra invece una Mission Impossible. Il suo coach mentale gli avrà fatto vedere anche quel film o troppo cheap? Matteo oggi si è immedesimato di più nel protagonista di Django Unchained… “Con tutti quei matchpoint non trasformati, nel mio box di 20 persone era quasi uno spargimento di sangue”.

C’è ovviamente tempo e voglia di scherzare, passata la paura per un sogno che poteva svanire e data un breve sguardo “a mille messaggi sul cellulare”, e fra i tanti particolarmente apprezzato quello di Flavia Pennetta: “È stato Vincenzo (Santopadre) a dirmi che la tattica giusta era far doppio fallo sul 5-3 40-30…” bleffa e ride. E quando gli dicono che l’unico altro italiano in semifinale qui – nel famoso match in cui Jimmy Connors oltrepassò la rete per cancellare il segno di un suo rovescio che Corrado Barazzutti giurava fosse fuori – era stato soprannominato “Soldatino” (credo sia stato Rino Tommasi…) o “the Little Soldier” come presero a chiamarlo da queste parti, Matteo replica: “Beh, io sono di Roma, dopo questa battaglia semmai io potrei essere ‘Il Gladiatore’!”.

Sono stracerto, dopo che glielo ho riferito, che il collega del New York Times David Waldstein che gli ha fatto una lunga intervista, lo scriverà nel suo pezzo che credo uscirà domani venerdì. Bravo il manager di Matteo, Corrado Tschabuschnig, che già un paio di mesi fa, sapendo quanti siano gli Italiani d’America, aveva organizzato questa intervista che, dopo l’exploit di Matteo, è – lo si dice a Firenze – è caduta a fagiolo. Ancora sull’Ashe Stadium, Matteo aveva avuto la presenza di spirito di dire:

“È una delle migliori partite che ho visto… sì che ho visto, non che ho solo giocato!”. Grande.

Le interviste di tutti quelli che potevamo incrociare le dovreste trovare sul sito (qui la conferenza di Berrettini, qui invece le parole di coach Santopadre). Quest’altro Corrado l’agente dice una cosa che l’altro Corrado l’ex tennista non avrebbe mai detto, quando gli ricordo, fra il lusco e il brusco, che Matteo ha anche incamerato un assegnuccio da 960.000 dollari: “Ti assicuro che i soldi sono l’ultima cosa che ci interessa. Tutto quello che entra nella mia società (che gestisce Troicki, Granollers, Bublik, Bolelli…) lo reinvestiamo in giovani che abbiano la voglia e la qualità per emergere”.

Batti Gaquet e dici “vabbè”. Batti Rublev e dici “vabbè”. Batti Monfils e cominci a dire: “Ma questo Matteo dove può arrivare?”. Se invece di “può” avessi scritto “vuole”, la risposta sarebbe stata “in alto, molto in alto, anche solo top-ten potrebbe non bastare”. Può mettere in difficoltà perfino Nadal che con Schwartzman non è apparso invulnerabile e ha perso quattro volte il servizio? Beh fino a ieri Rafa era di un’altra categoria. Lo dovrebbe essere ancora. Dopo aver profetizzato che Matteo non potesse perdere 6-1 6-2 6-2 a Wimbledon con Federer – e sapete che cosa invece avvenne – ho passato la palla al mio co-commentatore sulla home inglese Steve Flink: “Secondo me finisce 6-3 6-4 6-3 per Nadal”.

Un pronostico condivisibile per l’enorme differenza di esperienza, e non solo, perché è vero che Berrettini serve molto bene, certo meglio di Schwartzman, però risponde anche decisamente peggio. È la risposta al servizio la sua debolezza più manifesta. L’argentino fa sempre qualche break, a tutti i migliori tennisti del mondo, ma perde anche il servizio diverse volte. Rafa non mi è sembrato in super forma, però… è Rafa. Più ci si avvicina alle fasi finali, più colui che Berrettini ha definito il “greatest fighter of all” e Schwartzman “un leone nella giungla”, sente l’odore del sangue.

A Matteo non sono certo mancati gli allenamenti con i mancini. Vincenzo Santopadre è mancino. Ma non è Nadal. Però magari un minimo aiuto a orizzontarsi quegli allenamenti che, come ha detto Vincenzo fra poco sono in doppia cifra (“10 anni insieme”), potrebbero averlo dato. Servizio monstre e dritto cannon non basteranno contro Rafa. Fognini ha mostrato contro il maiorchino, battuto tre volte sulla terra e una sul cemento, l’importanza della palla corta, il solo colpo che contro Monfils ha funzionato pochino ed è stato usato solo un paio di volte perché Matteo deve aver perso la fiducia dopo i primi errori. Qualche serve and volley non sarebbe sbagliato, se Rafa risponderà stando molto lontano.

Rafa ha detto di conoscere poco Matteo fuori dal campo e poco anche dentro. “Se è arrivato in semifinale, fra i migliori quattro del mondo, vuole dire che può battere chiunque”. Frase di prammatica. Ma ha detto qualcosa di più. Leggete a parte. Certo è che dopo averlo visto giocare in quella che è stata la miglior partita della carriera di “Berretto”, sfoggiata nell’occasione più importante, nessuno si sente di precludergli alcunché, compresa quella che sarebbe la più clamorosa sorpresa.

“Io sono sicuro – ha detto Santopadre – che non finirà come con Federer”. Sensazione quasi unanimemente diffusa. Fino a pochi giorni fa molti dubitavano che Matteo potesse essere un candidato alla top-ten. Oggi, anche senza dover attendere il pensionamento degli over 30 in quella élite, molti sono meno dubbiosi e dicono: “È solo questione di tempo”.

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Editoriali del Direttore

Rafa Nadal, il re del “rosso” ha vinto più US Open sul cemento di Nole Djokovic

NEW YORK – O Federer trionfa all’Australian Open, oppure Nadal pareggerà i 20 Slam al Roland Garros. A 33 anni corre per cinque ore come un ragazzino. Medvedev è più numero 4 di Thiem. Otto “provocazioni” finali

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Rafa Nadal - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Avrà sicuramente dormito benissimo Rafa Nadal, se qualche dolorino articolare a seguito dell’emozionante maratona durata poco meno di cinque ore non si è fatto sentire. Prima della finale Rafa aveva detto: “Se non dovessi vincere ora lo Slam n.19 (un Australian Open, 12 Roland Garros, 2 Wimbledon, 4 US Open), non perderò comunque il sonno”. Tuttavia quel numero un certo effetto glielo ha fatto, perché quando lo ha visto comparire sul mega schermo luminoso dell’Arthur Ashe Stadium, il 19 a caratteri cubitali accanto al suo nome, il “duro” Rafa non è riuscito a non commuoversi e a trattenere le lacrime, quasi che fosse stato contagiato da Roger Federer. “Si invecchia, ci si commuove più facilmente” si sarebbe schermito, con un sorriso, Rafa in sala stampa.

Di certo la vittoria sofferta, soffertissima, dopo che per due set e mezzo Rafa era in pieno controllo del match – 7-5 6-3 e 3-2 con un break di vantaggio dopo 2 ore e un quarto di gioco, ha contribuito a farlo temere una rimonta che in uno Slam era riuscita soltanto al nostro Fognini, ma in un secondo turno, non in una finale! La cronaca l’ha già pubblicata con l’abituale tempestività Vanni Gibertini, ma varrà la pena di ricordare che nel secondo game del quinto set, quando erano già trascorse 3 ore e 57 minuti, e Medvedev aveva tenuto il primo game a 15, il ragazzo russo ha avuto ben tre palle break per portarsi sul 2-0. Fosse riuscito a sfruttarne una… chi può sapere come sarebbe finito il match? Ma lì Rafa serve bene, fa male con il dritto sulla prima, pressa sulla seconda, approfitta di due brutte volée di Daniil e salva la pelle.

Gol sbagliato, gol subìto si dice nel calcio, ma stavolta i… gol subiti da Medvedev sono stati addirittura due, come i break patiti sul 2 pari e anche sul 2-4. Match finito? Manco per niente, con il contributo a mio avviso eccessivamente fiscale dell’arbitro americano Ali Nili che – dopo aver inflitto un primo più che legittimo warning nel primissimo game del match come non avevo mai visto accadere (ma, su questo niente da eccepire, probabilmente serviva da monito e non era sbagliato far capire subito che avrebbe voluto applicare subito il regolamento) e poi un secondo dopo che Medvedev si era lamentato: “Ogni volta che batto devo sempre aspettare, ogni volta!”sulla palla break per il 3-5 ha inflitto una terza ammonizione a Nadal costringendolo a servire soltanto una battuta.

Doppio fallo e break, con il pubblico che dopo essere stato tutto per Nadal all’inizio è diventato in gran parte per Medvedev, sia perché avrebbe voluto che l’aspro combattimento non finisse mai, sia perché il giovane russo si era meritato l’apprezzamento generale ed entusiasta per come – alla sua prima finale di Slam contro uno che ne giocava la n.27 – il giovane russo che pure aveva perso in carriera cinque match al quinto set su cinque, aveva reagito, con grande coraggio e non minor intelligenza.

Trascurando la cronaca, già edita dei due match point annullati alla grande da Medvedev e poi la palla break del 5 pari che avrebbe potuto riaprire tutto, ma che Nadal ha salvato prima di chiudere il match sul 6-4 dopo 4 h e 51 minuti (tre meno di quanti ne servirono nel 2012 a Murray per battere Djokovic, la più lunga di sempre a New York. È inoltre la terza finale vinta al quinto set da Nadal in uno Slam dopo quelle contro Federer a Wimbledon 2008 e Australian Open 2009), mi concedo qualche piccola osservazione finale.

Rafa Nadal – US Open 2019 (photo Jennifer Pottheiser/USTA)

LA PRIMA – Questa finale è stata elettrizzante quasi quanto quella di Wimbledon vinta da Djokovic su Federer. Ok, lì c’era stato un tiebreak sul 12 pari, e in una finale non si era mai visto. C’erano anche stati i due match point non sfruttati da Roger. E quando un giocatore vince una finale annullando match point fa già storia e leggenda. Ma c’erano stati anche set centrali non particolarmente emozionanti se si considera che da due super campioni un grande spettacolo lo si poteva dare quasi per scontato. Qui a New York invece non lo era. I pronostici si dividevano fra un Nadal in grado di vincere in tre set e un Medvedev capace di vincerne al massimo uno. E quando era sotto due set a zero e un break… manco quello.

LA SECONDA – Nei suoi primi cinque anni all’US Open Rafa non era mai giunto neppure alle semifinali. Anche se avrebbe vinto due volte sull’erba di Wimbledon, vox populi era – allora – che Rafa era sì l’indiscutibile re della terra battuta, ma sul cemento – dove si giocano ormai la maggior parte dei tornei – non valeva gli altri Fab (forse neppure Murray, che dei quattro è sempre stato considerato il meno forte). Stanotte Rafa ha conquistato il suo quarto US Open, uno più di Djokovic. E Roger Federer, che qui aveva vinto per cinque anni consecutivi, negli ultimi dieci anni – dopo aver perso la finale con del Potro – non ha raggiunto che una sola finale, perdendola con Djokovic. Si può ancora considerare Rafa Nadal soltanto il re della terra battuta o gli va dato atto dei suoi straordinari progressi anche sulle altre superfici?

Lui ha vinto quattro US Open dal 2010 in anni in cui Roger ha fatto (oltre alla succitata finale del 2015) tre semifinali, tre quarti con quest’anno e due ottavi. Nadal può ancora essere considerato inferiore a Federer sul cemento? Su quello americano – che qui a New York peraltro curiosamente in tanti anni non li ha mai visti di fronte – mi pare corretto ritenere che il dubbio ci sia tutto (anche se magari l’Australia, sia pure con quella vittoria recuperata da Roger sull’1-3 nel quinto, o i Masters 1000 americani possono negarlo). Tenete presente che in questi dieci anni Nadal ha saltato per infortunio due edizioni e in una terza è stato costretto al ritiro. In tutto ha saltato otto Slam. Federer tre (più due Roland Garros per scelta). Djokovic uno.

LA TERZA – Che poi lui sia davvero l’indiscusso re della terra battuta resta vero, nessuno ne dubita. Anzi oggi Murphy Jensen, il doppista che con il fratello Luke ha anche vinto uno Slam (il Roland Garros ’93, più tre tornei), diceva a Steve Flink: “Sebbene quando Pete Sampras conquistò lo Slam n.14 tanti ritenessero che potesse trattarsi di un record imbattibile… io sono quasi certo che Nadal centrerà almeno 14 Slam soltanto al Roland Garros!”. C’è chi si sente di scommettere contro?

LA QUARTA – Ricordo di aver letto tantissimi commenti su questo sito, ma anche ad opera di tanti colleghi, secondo cui Rafa Nadal con il tennis dispendioso, violento che ha sempre praticato, sarebbe rimasto competitivo al massimo a 30 anni. Non come Federer che non suda nemmeno e che grazie alla naturalezza e alla fluidità del suo gioco avrebbe potuto giocare vita natural durante ai massimi livelli. Beh, smentiti tutti! Rafa corre e tira ancora come fosse un ragazzino, con la forza (la garra e l’entusiasmo) di un venticinquenne. C’è stato uno scambio nel secondo punto dell’ottavo game del quinto set in cui Rafa si è prodotto in un recupero multiplo da restare a bocca aperta! Stava giocando da 4h e 30m con un Medvedev che, abbandonando il suo tennis iniziale da puro incontrista (con vari cambi di ritmo per nulla banali e improvvisati), giocava accelerazioni di dritto e rovescio impressionanti e entusiasmanti.

LA QUINTA – Già che parlo di Medvedev e della sua straordinaria progressione estiva di cui si è scritto in tutte le salse, due finali perse, trionfo a Cincinnati, 49 vittorie nell’anno (più di chiunque altro), a prescindere dal fatto che abbia anche due anni di meno e quindi più margini di progresso, merita certamente di aver strappato la quarta posizione ATP a Dominic Thiem. L’austriaco è solidissimo sulla terra battuta, come dimostrano due finali consecutive (e prima due semifinali: quattro anni eccellenti) al Roland Garros e in atri tornei sul “rosso” (Madrid etcetera). Ma è decisamente meno completo di Medvedev. E anche meno forte di carattere.

LA SESTA – Tre anni, 12 Slam, tutti vinti dai Big 3. Ultimo non Big 3 Stan Wawrinka, che vinse nel 2016 l’US Open. Rafa ha detto: “È inevitabile che questa Era, o cosiddetta tale, debba avere un termine. Roger ha 38 anni, io 33, Nole 32…”. Ineccepibile. Però per ora i Big 3 reggono alla grande. Inevitabile che a turno qualcuno di loro tre, o anche due su tre, accusino i malanni dell’età, la spalla, la schiena o altro. Ma basta che uno dei tre resti in piedi perché il torneo, lo Slam, lo vinca lui. Anche al prossimo Australian Open sarà così. Il favorito sarà uno dei tre, anche se Medvedev sarà ancora più agguerrito e ci saranno anche altri Next-Gen temibili. Ma è significativo quel che ha detto Medvedev in francese (che parla benissimo, in due anni lo parla meglio di tanti francesi… è intelligenza anche questa. Di russi così dotati per le lingue non ne ho conosciuti tanti).

“Ero nella stessa metà di Djokovic e Federer… speravo di arrivare ai quarti, se mi avessero detto che sarei arrivato in finale e avrei lottato per cinque set con Nadal avrei firmato subito!. Un ragionamento che avrebbe fatto qualsiasi altro tennista “non Big 3”. A dimostrazione che anche fra i giovani rampanti, la sensazione è sempre quella: gli anni passano, ma i “big 3 sono sempre i più forti… se non accusano qualche acciacco per via dell’età”. E la dichiarazione di Roger Federer (“Se sarò senza dolori probabilmente potrei giocare fino a 40 anni”) al mondo del tennis fa sicuramente gran piacere. Ai giovani avversari forse un po’ meno.

LA SETTIMA – Una piccola soddisfazione statistica, dopo il grande exploit di Berrettini con la prima semifinale italiana dopo 42 anni all’US Open: Fabio Fognini è rimasto il solo giocatore capace di rimontare due set di handicap a Rafa Nadal in uno Slam.

LA OTTAVA – Così come il record dei 14 Slam di Sampras era ritenuto a lungo quasi irraggiungibile, lo stesso si può dire di quello di Federer. Ma oggi non lo crede quasi più nessuno. Fino a un paio d’anni fa si riteneva che sarebbe semmai stato Djokovic quello che aveva più chances di eguagliarlo e superarlo. Ora, con Nole indietro di quattro Slam rispetto a Roger e di tre rispetto a Rafa, cui sembra quasi impossibile negargli il ruolo di favorito n.1 al prossimo Roland Garros, beh, il maggior candidato a raggiungere per primo Roger è proprio Rafa. A meno che Roger vinca a Melbourne. Ma non sarà, se in buone condizioni fisiche, Djokovic il favorito là dove ha già vinto sette volte? Ergo a 20 dovrebbe arrivare – anche se al momento sono previsioni da bar, mancano quattro mesi all’Australian Open e nove mesi al Roland Garros.

E ora basta, detto che sono curioso di vedere se Berrettini farà bene nel trittico San Petersburg, Pechino e Shanghai perché nono nella Race a soli 20 punti da Nishikori che – non glielo auguro ma è quasi sempre rotto a fine anno – e a 190 da Bautista Agut, mi pare di aver messo fin troppa carne al fuoco per favorire le vostre discussioni. Mi raccomando: civili!

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Editoriali del Direttore

US Open: Serena Williams KO, ma non è finita. Andreescu: è solo il primo Slam

NEW YORK – Rispetto alle tre precedenti finali Slam Serena ha giocato meglio, ma non come può. La ragazza canadese ha tutto per diventare numero 1. Lei e Osaka saranno le regine dei prossimi anni

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Serena Williams e Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Mi rendo conto che l’inizio è dei più banali: “È nata una stella”. Ma quando a 19 anni una ragazza che all’inizio dell’anno non era neppure nella WTA Media Guide perché era n.152, vince uno Slam battendo una Serena Williams che non era così malmessa come quando aveva perso da Kerber e Halep a Wimbledon e da Osaka qui, che altro si può pensare? Oggi la ragazza canadese che aveva vinto l’Orange Bowl under 16 nel 2014 – l’anno in cui un’altra canadese, Bouchard, aveva raggiunto la finale a Wimbledon – ma poi aveva avuto diversi infortuni che le avevano impedito di giocare con la dovuta continuità, ha battuto Serena giocando con le sue stesse armi.

Quella della gioventù quasi incosciente, infatti è la più giovane campionessa dacché Serena vinse il suo primo Slam qui nel ’99 alla stessa età. Quella dell’aggressività all’ennesima potenza, colpi dirompenti da fondocampo, sia dritto sia rovescio, velocità media di battuta intorno ai 170 km orari ma anche servizi poco sotto i 180. Quella di una personalità davvero notevole che le ha consentito di non farsi intimidire da 20.000 tifosi urlanti in un modo che non mi era mai capitato di sentire, da tapparsi le orecchie e a confronto del quale – anche perché l’Arthur Ashe Stadium è semicoperto e tutto rimbomba – un derby di San Siro fra Inter e Milan parrebbe silenzioso come una messa nemmeno cantata. Erano tutti per Serena e si sono scatenati soprattutto quando la CatWoman ha annullato con un dritto bomba incrociato il match point sull’1-5 ed è risalita fino al 5 pari.

Bianca Andreescu – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Altri giocatori, e giocatrici, avrebbero rischiato lo svenimento. Lei ha ammesso di aver dubitato “perché l’ho vista risalire tante volte da 5-0, da 5-1, da 5-2, so di che cosa è capace insomma… mi sono detta di restare sul mio piano tattico (muoverla il più possibile, farle giocare più scambi…). Lei aveva cominciato a giocare molto meglio, poi la folla l’ha senz’altro aiutata”, ma alla fin fine non ha fatto una piega. E ha portato a casa, alla sua prima finale di Slam, il titolo che aveva sempre sognato, insieme a 3 milioni e 850.000 dollari. Not bad! “Dacché vinsi l’Orange Bowl credevo che avrei potuto farcela… quasi ogni giorno me lo immaginavo, è pazzesco, ma mi sa che a furia di immaginarmele queste fantasie sono diventate realtà. Hanno funzionato…”.

 

Abbiamo avuto tante altre vincitrici di Slam negli ultimi anni, quando Serena ha lasciato un po’ il passo. Ma insieme a Naomi Osaka, anche lei giovanissima, anche lei figlia di emigranti, Bianca sembra avere le carte in regola per diventare una vera numero 1. Sinceramente assai più che Barty, che pure ha un bel tennis ma non sembra avere la stessa grinta, la stessa solidità. Come Osaka anche Andreescu crede nella meditazione, lo fa tutti i giorni. “A questo livello tutte sanno come si gioca a tennis. La cosa che separa le migliori dalle altre è solo l’aspetto mentale.

Di sicuro concorderà con Bianca e Naomi il nostro Berrettini, che da sei anni si fa seguire da un coach mentale, del quale abbiamo parlato più di una volta nei giorni scorsi. Da marzo a oggi Bianca non aveva perso un solo match completato. A Indian Wells aveva fatto vedere, dopo aver già impressionato chi l’aveva vista in Nuova Zelanda e in Australia, di che panni si vestisse. Un anno fa qui aveva perso nelle qualificazioni. Ma a 18/19 anni le cose cambiano in fretta.

E nel caso di Bianca Andreescu non ho dubbi che se cambieranno sarà sempre in meglio. È venuta fuori da diverse partite dure, un set perso con Townsend, un altro con Mertens, due set durissimi con Bencic, questa finale con Serena Williams che non era davvero quella che aveva perso le altre tre finali di Slam dopo la maternità, anche se certo ha servito sotto al 50% di prime e sbagliato molto più di quando era ancora signorina.

A 38 anni Serena è finita? Io non credo, per ancora un altro anno penso che possa essere competitiva. L’orgoglio della campionessa che non si vuole arrendere è sempre lì. Bisognerà fare ancora i conti con lei.

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Editoriali del Direttore

Berrettini, maledetto tiebreak. Ha top 10 e finali ATP a tiro

US OPEN – È n.13 ATP. Tre anni d’anticipo su Fognini 2013. Su dodici tennisti che lo precedono (Monfils, Fabio, Bautista Agut di un niente), sei sono over 31 anni. Nuovo siparietto fra Nadal e il direttore Scanagatta

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Un primo set da stropicciarsi gli occhi. Sì, Rafa Nadal fino al tiebreak stava vincendo ai punti, 6 a 0 nel computo delle palle break, ma Matteo Berrettini non era quel timido tennista visto a Wimbledon contro Federer, tutt’altro. Giocava con grandissima personalità, servendo alla grande, lasciando esplodere le solite fucilate di dritto, reggendo perfino con il rovescio le diagonali mancine predilette da Rafa. E quando c’era da annullare una palla break, nessuna paura. Matteo la annullava perentoriamente. Nadal non poteva rimproverarsi nulla. Era Matteo che si guadagnava quei punti, non Rafa che sbagliava.

Nel mezzo c’erano stati cinque drop-shot letali, cinque punti e il pubblico, quasi incredulo, che si eccitava sempre di più in una di quelle solite serate elettriche che si vivono soltanto a New York. Finché si è arrivati a quel tiebreak che sarebbe durato 13 minuti e 14 punti e che Matteo (e non solo lui) non dimenticherà tanto facilmente.

 

I 20.000 che avevano seguito con tiepido interesse la prima semifinale, senza scaldarsi né per Medvedev né per Dimitrov (con il bulgaro che, come Berretto, rimpiangerà di non aver portato a casa il tiebreak del primo set nel quale ha avuto un set point), si sono invece entusiasmati alla grande per il duello all’ultimo sangue ingaggiato dal nostro Django unchained con l’implacabile torero di Manacor. Dopo certi drittoni sparati da Matteo, come per le prime cinque smorzate di dritto delicate come morbide carezze e tutte vincenti, gli americani che all’inizio avevano accolto con un boato Nadal, troppo più noto, e con minor enfasi l’ancora poco conosciuto Matteo, scoprivano pian piano le grandi qualità tecniche e la personalità di Berretto. E tanti tifosi di Nadal della prima ora cambiavano via via idea e iniziavano a tifare per Matteo, anche perché significava tifare per la partita.

Rafa Nadal e Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Luca Baldissera ha già fatto un’eccellente cronaca del match, in tempo reale, cinque minuti dopo la conclusione del match era già online (mentre Vanni Gibertini faceva altrettanto nella nostra home inglese, Ubitennis.net per chi non lo ricordasse), ma il tiebreak è certamente la fase che ha determinato il seguito e l’esito del match (e questo non significa, attenzione, che contro il “leone della giungla” Nadal un set vinto avrebbe significato batterlo. Non sia mai!). Quindi lo ripercorro brevemente, perché secondo me (e secondo Rafa: leggete il transcript dell’intervista) Matteo non lo ha perso tanto quando non è riuscito a trasformare i due set point, ma quando sul 4-1 ha ciccato malamente un dritto per lui abbastanza comodo da posizione iper favorevole.

Ma tornando proprio all’inizio… Nadal stavolta ci metteva del suo per aggiungere adrenalina a tutto l’ambiente esordendo con un doppio fallo e Matteo, dopo aver tenuto i due punti grazie principalmente al servizio, giocava aggressivo e d’anticipo a sulla seconda palla di servizio di Rafa: la sua era una risposta straordinaria incrociata di rovescio. Una delle perle più belle, e più insolite, della serata. Applausi scroscianti.

Leggete allora cosa avrebbe raccontato poi Nadal sul prosieguo del tiebreak e soprattutto cosa deve aver pensato, con grande lucidità, mentre era in campo in quella situazione per nulla invidiabile con il pubblico che ruggiva come ai tempi di Jimbo Connors: “Indietro 4-0 non ho pensato che il set fosse perso. Il mio obiettivo era vincere il punto dell’1-4 con il mio servizio. Avessi infatti subito un altro mini-break, il tiebreak e il set sarebbero stati inevitabilmente compromessi… Poi, raggiunto l’1-4 l’altro obiettivo era farne uno dei successivi due per arrivare almeno al 2-5 e poi, anche se sarebbe stata una situazione comunque dura, cercare di portarsi sul 4-5 sfruttando i miei due punti con il servizio. Così è stato. So bene che l’avversario ha due servizi a disposizione per vincere il set, ma da 4-0 a 5-4 la prospettiva è completamente diversa, perché ora anche lui avverte la pressione. Quello era il mio obiettivo. 6-4, e lì sono stato fortunato su quel punto…” (il net ha rallentato e accomodato un colpo di Berrettini favorendo la conclusione di Nadal).

Il Maiorchino sul 5-6 ha potuto usufruire di nuovo del servizio e, al termine di uno scambio prolungato e durissimo, per la prima volta Matteo ha visto abortire un suo tentativo di palla corta (la prima azzardata con il rovescio). L’idea non era sbagliata, l’esecuzione purtroppo sì. Mentre Nadal non domandava altro e figurarsi se non si caricava ulteriormente giocando un gran punto per il 7-6, Matteo pativa il trauma di quella rimonta e cacciava un dritto super gratuito sul set point per Nadal.

Lì è praticamente finita ogni incertezza sull’esito finale, anche se Matteo non si è mai arreso. Ma a rimontare Nadal sono riusciti in pochissimi, solo grandi campioni più Fognini. È stato tutto uno stillicidio di palle break, due nel primo game, una terza nel terzo e un coraggiosissimo, indomito Matteo a salvarle tutte, fino a capitolare sul 3 pari davanti alla decima palla break per Rafa (che non ne avrebbe concesso neppure una in tutto il match e, se avrete pazienza di leggermi fino in fondo, farà di questo evento statistico – zero palle break – l’ennesimo siparietto divertente con il sottoscritto).

Per un’ora e 48 minuti Matteo era riuscito a difendere, con le unghie e con i denti il proprio servizio. Ma con Nadal che serviva a quel modo non ci sarebbe stato più nulla da fare. “Pochi parlano del suo servizio che è invece il suo colpo più sottovalutatoavrebbe poi detto Matteo –. OK che il suo dritto è pesantissimo, che il suo rovescio ti arriva velocissimo, ma è una battuta mancina difficilissima da contrastare, anche perché il suo primo colpo dopo il servizio fa molto male. Non ci avevo mai giocato, neppure in allenamento, sono sicuro che già la prossima volta saprò fare meglio. D’altra parte Umberto (Rianna) mi diceva: ‘Queste situazioni le puoi provare soltanto in gara, non c’è allenamento che possa fartele vivere’”.

Rafa Nadal – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Come si diceva con Luca, se Rafa (nel secondo set) cede appena quattro punti sulla battuta mentre Matteo 14… la differenza è tutta lì. Rafa negherà, rispondendo a una delle mie domande che hanno chiuso la conferenza stampa, che la risposta di rovescio sia la deficienza più accentuata del tennis attuale di Berrettini, ma Matteo invece qualche minuto più tardi rispondeva sinceramente: “Non è una novità che la risposta devo migliorarla”. Non ho dubbi che ci lavorerà su fino a migliorarla tanto, tantissimo. Perché i progressi che ha fatto in questi mesi con il suo colpo più debole, il rovescio, dicono che lui ha una grande facilità di apprendimento.

Perfino quando ero piccolo io i maestri dicevano che era più facile migliorare il rovescio con il tempo e l’età, piuttosto che il dritto che è un colpo più personale e che se non l’hai incisivo fin da ragazzino è difficile migliorarlo. Del resto vi ricordate com’era il rovescio di Nadal 10 anni fa? E quello di Federer non è forse migliorato tremendamente sotto la cura Ljubicic pochissimi anni fa? Roger prima ne giocava coperti uno su cinque, e gli altri quattro slice, oggi ne gioca quattro su cinque e uno solo slice o bloccando l’avambraccio.

Insomma pur perdendo in tre set, e finendo schiacciato sotto il trattore Nadal nel terzo set, con Rafa che ha ceduto un punto in tre turni di servizio, secondo me Berrettini ha vinto pur perdendo. Ha fatto cioè capire di avere la stoffa per diventare un grande. Ha solo 23 anni, non dimentichiamolo. Ed è già – da lunedì – numero 13 del mondo, a 210 punti da Monfils, a 230 da Fognini, a 330 da Bautista Agut. Punticini. Matteo è poi anche n.9 nella Race. Insomma, le finali ATP di Londra non sono un miraggio. E potrebbero essere raggiunte se Matteo farà abbastanza bene, anche senza fare sfracelli, a San Pietroburgo, a Pechino e a Shanghai. Tutte prove del nove, una dopo l’altra. Non facili. Ma la testa Matteo ce l’ha sulle spalle e il suo team lo aiuterà. E lui si farà aiutare. Aiutati che il… team ti aiuta!

Aggiungo due osservazioni, anzi tre. La prima: Fabio Fognini era arrivato al best ranking di n.13 (lo stesso di Matteo ora) nel luglio del 2013 quando vinse Amburgo e Stoccarda e fece finale a Umago. Aveva 26 anni. Lasciamo perdere perché non conta il fatto che per cinque anni Fabio non poi è riuscito a mantenersi fra i primi 15, ma Matteo oggi di anni ne ha 23 ed è quindi tre anni avanti rispetto a Fognini che, abbiamo visto, sei anni dopo, a 32, è salito tra i top-ten arrivando a n.9.

La seconda: Matteo, come Cecchinato un anno fa, ha avuto la ventura (e non è fortuna, se l’è guadagnata, così come Marco un anno fa), di fare tanti punti grazie ad exploit ottenuti in successione in uno Slam che distribuisce tanti più punti, e questa ventura invece Fognini non l’ha mai avuta. Più di un quarto di finale nel 2011 a Parigi (quando batté Montanes annullando match point in modo rocambolesco) negli Slam non ha fatto. Ma se Matteo riuscisse a giocare bene in Russia e in Asia il sorpasso a spese di Monfils, di Fognini che ha purtroppo una caviglia ballerina, e di Bautista Agut sono alla sua portata. Incredibile dictu qualche mese fa, ma il muro dei top-ten per lui è già valicabile.

La terza: non dovesse già farcela quest’anno, beh credo che possa essere soltanto questione di tempo, anche se non è detto che da dietro a lui non possa spuntare qualcuno in grado di superarlo. Ma… ci avete fatto caso che sei dei dodici tennisti che oggi lo precedono hanno più di 31/32 anni? In ordine di classifica: Djokovic 32, Nadal 33, Federer 38, Bautista Agut 31, Fognini 32, Monfils 33. (Nishikori, spesso rotto, ne compierà 30 a dicembre). Quanti di questi tennisti saranno ancora in attività e nel pieno delle forze e del rendimento a fine 2021 quando le finali ATP si giocheranno a Torino? Non aggiungo altro… se non che a quell’epoca un Berrettini venticinquenne potrebbe anche non essere il solo italiano in grado di competere ad alti livelli.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

E qui mi fermo su Matteo, ma devo accennare alla straordinaria estate che continua ad avere Medvedev, n.4 del mondo e vittorioso in tre set su Dimitrov (che come Berrettini si domanderà: “E come sarebbe andata a finire se avessi vinto il primo set al tiebreak?”, che è quello nel quale ha avuto un setpoint). Io credo però che Nadal, alla sua quinta finale all’US Open e alla n.27 negli Slam, batterà il giovane russo, 23 anni come Berrettini, e conquistando lo Slam n.19 si porterà a una sola lunghezza da Roger Federer. Il quale farà meglio a cercare di vincere il prossimo Open d’Australia, perché altrimenti Nadal al Roland Garros avrà grandissime chances – certo più di Roger – di arrivare anche lui a quota 20.

Contro Berrettini, Rafa mi ha impressionato anche per la tenuta atletica, per i soliti recuperi pazzeschi, come quello nel finale, quando scavalcato da un lob è corso all’indietro come un ragazzino di 20 anni e con la schiena alla rete ha lasciato partire un missile di dritto nell’angolo destro di Berrettini che ha lasciato di sasso il nostro tennista (guardate negli highlights completi qui sotto al minuto 1 e 55 secondi lo scambio in questione). Mostro!

Non si può mai sapere cosa accadrà in una partita di tennis, ma se mi aspetto che Rafa la vinca, penso anche che non la vincerà con Medvedev come a Montreal (6-3 6-0) in una finale semi-rovinata dal vento… ma che a Nadal evidentemente non dette lo stesso fastidio. Il vento c’era per tutti e due, come si dice sempre, ma lui non teme alcun avversario, neppure il meteo. Consiglio a chi capisce l’inglese di guardare oltre al video con il mio commento che trovate a inizio articolo, anche quello fatto assieme a Steve Flink sulla home page di ubitennis.net (grazie a Steve sono di qualità migliore, lo penso davvero e non lo dico per falsa modestia) perché il mio grande amico e collega entrato nella Hall of Fame del tennis a Newport come due soli italiani, Gianni Clerici e Nicola Pietrangeli, mi ha sorpreso con le sue considerazioni e il pronostico concernenti la finale femminile fra Serena Williams, alla caccia del fatidico 24esimo Slam, e la giovane rivelazione di questo 2019, Bianca Andreescu.

Dopo di che chiudo con il preannunciato siparietto con Nadal (anche qui il video è più divertente di come io possa rendere il tutto scrivendolo, lo trovate più in basso). Il moderatore-conduttore degli interventi in conferenza stampa Gary Sussman, mi ha in chiara simpatia, ma ormai ha preso il vizio di farmi fare il mio “intervento-domanda” per ultimo a chiusura della conferenza, anche se io mi prenoto fra i primi. Qualche volta mi torna comodo che faccia così, altre volte no, ma non posso farci niente. E temo che prima o poi la cosa potrebbe venire a noia ai colleghi. Ma non è colpa mia. Stavolta, comunque, direi che è andata bene così.

Per capire però quale sia stato lo spunto che ha dato origine al tutto, occorre che sappiate che l’altra sera, quando Nadal aveva battuto Schwartzman nonostante avesse perso ben quattro volte il servizio, io gli avevo chiesto – giusto per provocarlo un po’, perché so benissimo che Schwartzman risponde molto meglio di Berrettini anche se serve peggio – se non temesse l’eventualità di poterne perdere altrettanti anche con Berrettini, dal momento che non è facile strappare la battuta all’azzurro. Nemmeno a un Nadal…

Ubs: “Complimenti innanzitutto”.
Rafa: “Per non aver subito break vero?”.
Ubs: “Sì, stavo proprio per dirti questo”.
Rafa: Nessun break oggi, Ubaldo. Eri preoccupato per me qualche giorno fa! (ride lui e gli fa eco la sala stampa).
Ubs: “Ma non pensi che sia accaduto anche perché Berrettini ha nella risposta il suo punto debole?.
Rafa: “No non ho fronteggiato nessuna palla break nemmeno contro Chung…”. Nadal scorge che a quella frase io alzo un attimo le sopracciglia (come per dire che Chung di questo periodo non è un fenomeno) e allora reagisce: “Che cosa (vuoi dire, sottinteso)? Forse Chung non è un buon ribattitore? Certi giorni le cose vanno in un modo, altri in un altro. Naturalmente oggi avevo una motivazione extra per servire meglio, dopo quello che avevi detto l’altro giorno (ride lui, ride tutta la sala).

Ubs: “Mi piace stimolarti ogni volta… ma onestamente se tu pensi che lui abbia un gran servizio, un gran dritto, non ritieni che la sua risposta sia invece un po’ il suo punto debole?.
Rafa: No, non lo penso”.
Ubs: Qual è allora il suo punto più debole secondo te?”.
Rafa: “Credo naturalmente che lui possa migliorare un po’ il rovescio. Ma nel resto è bravo. Per essere così alto non si muove male… Ha un gran bel talento (tocco) nelle mani. È abile sottorete, e ha un bel rovescio slice. È vero che lo slice contro di me… beh, a me piace giocare contro chi fa il rovescio slice (come il primo Federer, n.d.UBS). Forse il suo rovescio slice contro di me non funziona altrettanto bene che contro altri giocatori. Non mi sembra un cattivo ribattitore, no… credo che gli siano riusciti diversi break nel corso del torneo”.

Ma il problema in risposta rimane ed è grosso: nel secondo set Matteo ha fatto quattro punti sul servizio avversario, Rafa 14, la differenza è tutta lì. Per concludere questo commento desidero fare i miei complimenti a Matteo Berrettini e a tutto il suo team. Sono stati grandi. Matteo è già entrato nella storia del tennis. Lui e il suo team ci hanno fatto vivere due settimane straordinarie, bellissime e non possiamo che ringraziarli sentitamente. Augurandoci, ma ne siamo abbastanza sicuri, che la sua ascesa nelle classifiche mondiali, ATP Ranking e Race, prosegua con gli stessi ritmi di questi ultimi mesi. E che sia di stimolo, con effetto traino, anche per tutti gli altri azzurri, giovani rampanti (Sinner, Musetti, Zeppieri e altri ivi incluso l’amico coetaneo Sonego nei confronti del quale ho molta fiducia) e vecchi leoni che non mollano, Paolo Lorenzi in primis (un vero esempio da imitare per tutti, sotto tutti i punti di vista, in campo e fuori), ma con lui tutti, Fognini, Cecchinato, Seppi, Fabbiano, nessuno escluso.

Chiudo con un aneddoto curioso capitatomi fra le una e le due di notte tornando da Flushing Meadows, bus più taxi: sul minischermo del taxi, infestato di pubblicità e che di solito spengo, mi è apparso all’improvviso il bel viso di uno statuario, bellissimo Berrettini che promuoveva l’Olio Colavita! Mai visto prima quello spot, curioso vederlo proprio stanotte e sul taxi. Allora ho chiamato via Whatsapp Santopadre per raccontargli il curioso episodio e lui ha whatsappato in replica: “Coincidenza!!! Siamo al solito ristorante nell’East Village (il Via della Pace del tifoso laziale Giovanni Bartocci, intervistato su Ubitennis un giorno fa) con Corrado Tschabushnig e… proprio Giovanni Colavita!”. Avranno condito bene l’insalata, in questa città dove a volte la condirebbero con la Shell o la Exxon.

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