Berrettini, testa più cuore, quante emozioni. È n.13, top 10 e Fognini vicini. Basta battere Nadal…

Editoriali del Direttore

Berrettini, testa più cuore, quante emozioni. È n.13, top 10 e Fognini vicini. Basta battere Nadal…

US OPEN – Lo spagnolo, “leone nella giungla”, è super favorito, ma con Schwartzman non mi è piaciuto. Santopadre: “Non sarà come con Federer”. L’ingresso fra i grandi? Solo questione di tempo

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Dopo 40 anni di poco o molto poco, per non dire nulla al maschile a conclusione della Golden Era (Panatta, Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli), e meno male che mi hanno tirato su le quattro encomiabili ragazze top-ten, nell’arco degli ultimi 15 sto provando finalmente emozioni e sensazioni che ormai, alla mia veneranda età, non credevo più di provare. Permettetemi di dire che un pochino me le merito anche, con tutto il tempo e la passione che ho speso dietro a questo sport. Ma non voglio davvero parlare di me nei giorni dei fantastici exploit di Berrettini, 15 mesi dopo quelli di Cecchinato a Parigi, 5 mesi dopo quelli di Fognini a Montecarlo.

La partita vinta da Matteo su Monfils, per i cinque set chiusi dal tiebreak, per i quattro matchpoint non trasformati, e in particolare quel primo coinciso con il primo doppio fallo di “Berretto” nel set che mi ha fatto rischiare l’infarto, è stata la più bella partita del torneo fin qui, a detta di tutti i frequentatori della sala stampa in cui dopo tanti anni in cui c’erano i Clerici, i Tommasi, i Semeraro, i Marianantoni, i giornalisti italiani brillano per la loro assenza. Siamo in cinque del team Ubitennis (Vanni Gibertini, Luca Baldissera, Cesare Novazzi, Andrea Pellegrini Perrone e chi scrive) e due inviati di Supertennis. E dal weekend è arrivata anche Federica Cocchi della Gazzetta. Stop. La crisi economica si è fatta sentire proprio quando il tennis italiano sembra in grado di cogliere i frutti di una revisione iniziata qualche anno fa, sulla spinta anche della critica. Cioè da quando qualcuno riuscì a convincere i dirigenti federali più testardi che anziché puntare a produrre tennisti a Tirrenia (un fallimento acclarato) osteggiando pervicacemente i team privati, conveniva allearsi con loro e provare a costruire insieme, mettendo a punto un sistema di servizi e incentivi collegati ai risultati.

 

Così sono nati i Piatti, i Gorietti, i Sartori, i Santopadre e altri. Piccole realtà che hanno cominciato a strutturarsi in modo sempre più professionale. Così, in quegli ambienti magari apparentemente provinciali ma super motivati – anche per sopravvivenza – e non paludati da situazioni “statali”, sono cresciuti coach desiderosi di apprendere il mestiere, di rischiare sulla loro pelle prendendosi in carico ragazzini che potevano emergere come no, e professionisti di vario tipo, fisio, preparatori atletici che prima non esistevano o preferivano ai viaggi la vita più comoda dei circoli. E così i ragazzi/e italiani non hanno più avuto bisogno di emigrare all’estero (soprattutto in Spagna, ma qualcuno perfino negli States) come erano stati quasi costretti a fare Pennetta, Errani, lo stesso Fognini, i primi che mi vengono a mente.

Non si investiva sui coach italiani, né sui team i cui ragazzi spesso venivano quasi ostacolati se dovevano affrontare quelli federali. E si spendevano male i soldi, privilegiando situazioni più politiche che tecniche. Non è più così da un bel po’. Binaghi è stato bravo (anche se spesso eccessivamente esoso) a tirar fuori soldi anche dalle rape. E con i soldi degli Internazionali che prima non c’erano, si sono potute trovare risorse per finanziare la trascurata parte tecnico-agonistica cercando di allargare sempre di più la base dei ragazzini da sostenere.

Matteo Berrettini e Gael Monfils – US Open (via Twitter, @usopen)

Ma ora qui la pianto con la visione… “politica” che certo vi annoia per condividere con voi lettori il mio entusiasmo per lo straordinario exploit di Matteo Berrettini. Entusiasmante anche per il modo in cui è venuto, in un’altalena continua di situazioni prima disperanti: sotto 6-3, break all’inizio del secondo set, palla del 3-0 con doppio break per Monfils quando pareva che Matteo non avesse armi per poter sfondare quel muro franco-guadalupense e soprattutto sulla diagonale di dritto ci lasciava sempre le penne, lui forzava e l’altro non faceva la minima fatica.

Poi incredibilmente incoraggianti: “Berretto” porta a casa 6-3 6-2 i successivi due set, con Matteo che non si scompone neppure quando gli dicono, sul 4-2 del terzo, che ci si deve fermare, c’è il solito uragano settembrino in arrivo, va chiuso il tetto. Era lui che stava dominando, si teme che l’interruzione non gli giovi. Ma lui non se ne fa né in qua né in là. Come se lui, e non Monfils, fosse passato decine di volte in situazioni consimili. Ammirevole. Vince, sembra quasi fatta anche a chi ama ripetere – sono io – “the game is not over until is over”. Nel tennis non è mai finita.

Infatti ecco la doccia fredda: il quarto set è di Monfils. Un break nel quarto game gli è bastato a trascinarsi al quinto. Trascinarsi… è il caso di dire, anche se in realtà La Monf ha l’aria di trascinarsi soltanto fra un punto e l’altro, mai mentre corre come una lepre e recupera tutto e di più .

Eccoci al quinto e la speranza che cresce senza – almeno noi in tribuna – fidarsi minimamente delle sceneggiate di Monfils, il morto che cammina e resuscita molte più volte di Lazzaro. Vero che c’è un’umidità che ti porta via, si respira male seduti, chissà a correre. La Monf non disdegna i collari di ghiaccio, Matteo suda perfino nei piedi e si cambia le Lotto. Due volte avanti di un break, ma non basta! Passi per il 2-0 diventato 2-2, ma sul 5-3 e 30-15 prima un serve&volley con una volée elementare di rovescio sbagliata a campo aperto indegna del peggior Scanagatta – vi ricordate quando Fognini a Wimbledon 2018 giocando con Vesely esclamò: “Gioco peggio di Scanagatta!” – poi il tragico doppio fallo sul matchpoint! È il primo di tutto il set. Beh quello è stato puro masochismo!

E invece è sadismo quello di Monfils che sul 6-5 si concede tre doppi falli, ma tiene ugualmente il servizio. Sono cattiverie che non si fanno ai deboli di cuore. Matteo ha avuto due matchpoint (il primo conquistato con un lob da cineteca) ma Monfils – che ha gran parte dei 20.000 a favore, perché i grandi e bravi attori piacciono sempre, commuovono inevitabilmente quando paiono sul punto di esalare l’ultimo respiro… a Moliere per il suo “Malato Immaginario” sarebbe piaciuto tantissimo – gliene annulla uno con un drittone dei suoi, mentre l’altro lo sbaglia Matteo con un rovescio… anch’esso dei suoi quando non era ancora quello di oggi, primo semifinalista italiano all’US Open in 42 anni.

Sul 6 pari non avrebbe dovuto vincere il più esperto, l’ex n.6 del mondo, il finalista di tre Masters 1000, il semifinalista di due Slam (RG 2008, qui 2016)? Certo che sì, ma Hitchcock ha sceneggiato diversamente il suo thriller: doppio fallo n.16 di Gael che ormai pare un pupazzo disarticolato quando serve, anche se il lancio di palla apparentemente è quello di sempre. Non gli basta: sul 4-2 fa pure il n.17 (cinque in dieci minuti). Se Matteo sul 5-2 chiudesse con due bei servizi sarebbe banale soap opera da mediocre tv americana. I due punti sul proprio servizio li deve perdere entrambi, sennò che gusto c’è ad andare al cinema Arthur Ashe? Infatti li perde.

Scomparsi i due minibreak, c’è uno scambio pauroso, nostra e loro è la grande paura: 24 palleggi, non tutti aggressivi. Un po’ più lo è Matteo che si merita il punto. Così ecco altri due matchpoint, quarto e quinto. Basta il quarto? Abbiamo sofferto abbastanza? Macché! Ace n.10 di Gael il guastafeste: 6-5. Ce n’è ancora uno ma quanto durerà questa agonia?Finalmente Alfred Hitchcok dice che può bastare. Matteo carica il fucile. Ne esce, più che una pallottola, un cannon ball a 202 km orari. La racchetta di Monfils si piega, fin quasi a spezzarsi, la palla quasi si sfilaccia e vola via, liberatoria. I 196 centimetri di Matteo si stendono sul cemento, in deliquio. È finita la sofferenza, il nostro è in semifinale, 42 anni dopo Barazzutti che fu sconfitto. Mentre lui, Matteo, è ancora in gara, può sognare di andare oltre.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Mi dicono fonti certe che stia ancora sognando. Per le prossime 24 ore, fino alla semifinale con Nadal che è strafavorito sebbene con Schwartman abbia perso quattro volte il servizio e non abbia assolutamente giocato ai suoi migliori livelli, Matteo si tirerà bei pizzicotti. Sogno o son desto? Ha cominciato a dirselo quando era ancora lungo sdraiato su quel cemento che gli pareva più soffice del miglior materasso. L’ultimo dei suoi pensieri è certo stato – anzi non c’è stato – che io potessi avere un groppo alla gola, come un bambino. Momenti impagabili. Per lui, certo. Ma anche per me. Gli anziani, si sa, si commuovono più facilmente. Basta poco. E poco non è stato.

Che può succedere ancora di meraviglioso a un giocatore che è sempre stato convinto che la sua miglior superficie fosse la terra rossa, ma in due Slam ha raggiunto gli ottavi sull’erba e la semifinale sul cemento?

“Per forza, sul cemento non avevo vinto una partita quest’anno fra Slam (Australian Open: Tsitsipas) e Masters 1000 (Indian Wells: Querrey; Miami: Hurkacz; Cincinnati: Londero). Se a Wimbledon ero arrivato in fiducia, qui proprio no”.

Battuto Monfils, per dieci punti non lo scavalca in classifica, ma sale a numero 13 virtuale, a un tiro di schioppo da Fognini n.11. Gli incontentabili dicono: se si fosse trovato in semifinale contro Medvedev o, meglio, Dimitrov, la finale non sarebbe stata un miraggio, ma soltanto molto difficile. Contro Nadal, l’unico sopravvissuto alla moria dei Fab Four, sembra invece una Mission Impossible. Il suo coach mentale gli avrà fatto vedere anche quel film o troppo cheap? Matteo oggi si è immedesimato di più nel protagonista di Django Unchained… “Con tutti quei matchpoint non trasformati, nel mio box di 20 persone era quasi uno spargimento di sangue”.

C’è ovviamente tempo e voglia di scherzare, passata la paura per un sogno che poteva svanire e data un breve sguardo “a mille messaggi sul cellulare”, e fra i tanti particolarmente apprezzato quello di Flavia Pennetta: “È stato Vincenzo (Santopadre) a dirmi che la tattica giusta era far doppio fallo sul 5-3 40-30…” bleffa e ride. E quando gli dicono che l’unico altro italiano in semifinale qui – nel famoso match in cui Jimmy Connors oltrepassò la rete per cancellare il segno di un suo rovescio che Corrado Barazzutti giurava fosse fuori – era stato soprannominato “Soldatino” (credo sia stato Rino Tommasi…) o “the Little Soldier” come presero a chiamarlo da queste parti, Matteo replica: “Beh, io sono di Roma, dopo questa battaglia semmai io potrei essere ‘Il Gladiatore’!”.

Sono stracerto, dopo che glielo ho riferito, che il collega del New York Times David Waldstein che gli ha fatto una lunga intervista, lo scriverà nel suo pezzo che credo uscirà domani venerdì. Bravo il manager di Matteo, Corrado Tschabuschnig, che già un paio di mesi fa, sapendo quanti siano gli Italiani d’America, aveva organizzato questa intervista che, dopo l’exploit di Matteo, è – lo si dice a Firenze – è caduta a fagiolo. Ancora sull’Ashe Stadium, Matteo aveva avuto la presenza di spirito di dire:

“È una delle migliori partite che ho visto… sì che ho visto, non che ho solo giocato!”. Grande.

Le interviste di tutti quelli che potevamo incrociare le dovreste trovare sul sito (qui la conferenza di Berrettini, qui invece le parole di coach Santopadre). Quest’altro Corrado l’agente dice una cosa che l’altro Corrado l’ex tennista non avrebbe mai detto, quando gli ricordo, fra il lusco e il brusco, che Matteo ha anche incamerato un assegnuccio da 960.000 dollari: “Ti assicuro che i soldi sono l’ultima cosa che ci interessa. Tutto quello che entra nella mia società (che gestisce Troicki, Granollers, Bublik, Bolelli…) lo reinvestiamo in giovani che abbiano la voglia e la qualità per emergere”.

Batti Gaquet e dici “vabbè”. Batti Rublev e dici “vabbè”. Batti Monfils e cominci a dire: “Ma questo Matteo dove può arrivare?”. Se invece di “può” avessi scritto “vuole”, la risposta sarebbe stata “in alto, molto in alto, anche solo top-ten potrebbe non bastare”. Può mettere in difficoltà perfino Nadal che con Schwartzman non è apparso invulnerabile e ha perso quattro volte il servizio? Beh fino a ieri Rafa era di un’altra categoria. Lo dovrebbe essere ancora. Dopo aver profetizzato che Matteo non potesse perdere 6-1 6-2 6-2 a Wimbledon con Federer – e sapete che cosa invece avvenne – ho passato la palla al mio co-commentatore sulla home inglese Steve Flink: “Secondo me finisce 6-3 6-4 6-3 per Nadal”.

Un pronostico condivisibile per l’enorme differenza di esperienza, e non solo, perché è vero che Berrettini serve molto bene, certo meglio di Schwartzman, però risponde anche decisamente peggio. È la risposta al servizio la sua debolezza più manifesta. L’argentino fa sempre qualche break, a tutti i migliori tennisti del mondo, ma perde anche il servizio diverse volte. Rafa non mi è sembrato in super forma, però… è Rafa. Più ci si avvicina alle fasi finali, più colui che Berrettini ha definito il “greatest fighter of all” e Schwartzman “un leone nella giungla”, sente l’odore del sangue.

A Matteo non sono certo mancati gli allenamenti con i mancini. Vincenzo Santopadre è mancino. Ma non è Nadal. Però magari un minimo aiuto a orizzontarsi quegli allenamenti che, come ha detto Vincenzo fra poco sono in doppia cifra (“10 anni insieme”), potrebbero averlo dato. Servizio monstre e dritto cannon non basteranno contro Rafa. Fognini ha mostrato contro il maiorchino, battuto tre volte sulla terra e una sul cemento, l’importanza della palla corta, il solo colpo che contro Monfils ha funzionato pochino ed è stato usato solo un paio di volte perché Matteo deve aver perso la fiducia dopo i primi errori. Qualche serve and volley non sarebbe sbagliato, se Rafa risponderà stando molto lontano.

Rafa ha detto di conoscere poco Matteo fuori dal campo e poco anche dentro. “Se è arrivato in semifinale, fra i migliori quattro del mondo, vuole dire che può battere chiunque”. Frase di prammatica. Ma ha detto qualcosa di più. Leggete a parte. Certo è che dopo averlo visto giocare in quella che è stata la miglior partita della carriera di “Berretto”, sfoggiata nell’occasione più importante, nessuno si sente di precludergli alcunché, compresa quella che sarebbe la più clamorosa sorpresa.

“Io sono sicuro – ha detto Santopadre – che non finirà come con Federer”. Sensazione quasi unanimemente diffusa. Fino a pochi giorni fa molti dubitavano che Matteo potesse essere un candidato alla top-ten. Oggi, anche senza dover attendere il pensionamento degli over 30 in quella élite, molti sono meno dubbiosi e dicono: “È solo questione di tempo”.

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Editoriali del Direttore

Per colpa di Schwartzman che batte Nadal, piccolo excursus statistico sulle serie vittoriose fra big

Ci aveva perso 9 volte! Con Berdych, Nadal era stato più continuo: le vittorie di fila furono 18. Rino Tommasi e Arthur Ashe vs Rod Laver…Tanti head to head a senso unico. Quiz su Berrettini, Sinner e Musetti

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Rafa Nadal - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)
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I nostri appassionati di tennis hanno dimostrato in tutti questi lunghi anni in cui i nostri tennisti di soddisfazioni ce ne hanno date pochine, che bastava tifare per Federer, Nadal o Djokovic per aver voglia comunque di seguire il tennis con immutata passione. Per poco più di un quinquennio (2010-2015) è stato motivo d’orgoglio patriottico soprattutto il tennis e i risultati delle nostre ragazze, ma per tre lustri sono stati quei tre a farci divertire più degli altri. A volte anche Murray, a volte anche Wawrinka e del Potro, ma sono stati meno continui.

A Roma, superata la delusione per le sconfitte dei quattro italiani che ci avevano un po’ illuso piazzandosi negli ottavi, ultimo in ordine di tempo colui sul quale era lecito puntare di più, Matteo Berrettini testa di serie n.4, erano tutti convinti che ci saremmo ritrovati con una finale disputata dai soliti due, Nadal e Djokovic.

Il direttore commenta la sconfitta di Berrettini (con un paragone irriverente)

 

Invece Nadal è già tornato a Maiorca. E non andrà a pescare, ma ad allenarsi più duramente del solito se non vorrà perdere anche a Parigi dove ha vinto tre volte più che a Roma: là sono 12, qua erano 9.

Nove erano anche le sue vittorie consecutive con il più piccolo dei grandi del circuito ATP, “El Peque”, il piccolo, l’argentino Diego Schwartzman. Chi non indovina perché si chiami Diego? Peggio per lui, io non glielo dico.

A fine match ho ricordato cosa disse Gerulaitis quando finalmente battè Connors, e lui si è messo a ridere: “Io posso avere anche sempre perso con certi giocatori, ad esempio con tutti i grandi tre, Rafa, Djokovic e Federer, ma quando entro in campo penso sempre che potrei farcela  rovesciare il pronostico. Oggi ho giocato la più bella partita della mia vita e sono contentissimo. Sì, forse lui non sarò al massimo, forse l’umidità della sera ha rallentato le palle che non prendevano più tanto lo spin, ma io ho giocato proprio bene. Gli ho fatto diversi break? Sì, ma io ho sempre fatto tanti break, la risposta è la parte migliore del mio repertorio…”.

Non solo il simpatico piccoletto di Buenos Aires, che era stato in semifinale al Foro anche un anno fa, non aveva mai battuto Nadal in 9 tentativi e – come mi ha detto lui. Nessuno dei celebri Fab 3, ma non era riuscito mai a battere uno dei primi 5 classificati del mondo in 22 duelli. Eppure un paio d’anni fa lui, l’11 giugno dopo aver raggiunto i quarti al Roland Garros, era arrivato a bussare alla porta dei top-ten. Si era fermato a n.11, come best ranking. Con quella classifica, fra i piccoletti, è stato probabilmente il n.2 di sempre. Harold Solomon, l’americano che perse da Panatta la finale del Roland Garros nel 1976, era alto 1m e 68 cm, vinse 22 tornei e salì fino al quinto posto delle classifiche ATP. Sul metro e 70 di Diego, detto fra noi, non ci giurerei. Deve essere stato misurato con un metro argentino. Secondo me è più piccolo. Ma tant’è.

Piuttosto, al di là del fatto che certamente quello visto ieri sera non era il miglior Nadal…e che la sua partita scopre un diverso scenario sia per Roma, dove il favorito diventa Djokovic a dispetto di una condizione non brillante, sia per Parigi dove gente come Thiem, lo stesso Djokovic e altri possono legittimamente pensare di avere molte più chance di quanto si potesse immaginare.

Rafa Nadal – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

La vittoria di un tennista che aveva perso nove volte con un altro mi ha fatto ripensare a quelle frasi che dicono i giocatori e che sembrano sempre un esercizio di banalità: “Ogni volta si ricomincia da 0 a 0” è una delle più classiche. Altre? “I Vecchi incontrano non contano”, “Lui non è tipo che molli e ti regali la partita” e via dicendo.

Poi però mi è tornata in mente quella sera al Masters quando con Rino Tommasi  e Gianni Clerici (Roberto Lombardi non c’era ancora) commentavamo per Tele+ (o Telecapodistria?) dal Madison Square Garden e Vitas Gerulaitis battè finalmente Jimmy Connors e se ne uscì con quella frase rimasta storica: “Nessuno batte Viats Gerulaitis 17 volte di fila!”. Un capolavoro. Vitas era un ragazzo straordinario e straordinariamente simpatico. Ho avuto il piacere di partecipare a un paio di party organizzato da lui, a Dallas e New York, dove mi sono divertito da matti. Magnifici, nostalgici ricordi.

ALTRI DUELLI A SENSO UNICO

Sulla scia di quel ricordo ho ripensato ad altre serie di duelli a senso unico che poi improvvisamente venivano interrotti. Un altro “17 senza macchia” che mi viene in mente è quello di Roger Federer con Youzhny, perché tre anni fa all’US Open, secondo turno, il russo era avanti 2 set a uno e corremmo tutti sull’Arthur Ashe increduli.

Maestro Rino mi diceva sempre di quando Arthur Ashe lo incontrava e gli diceva: “Senza di te Rino non avrei mai saputo quante volte di fila ho perso  con Rod Laver!”. Erano 19, quando finalmente Arthur ne vinse una. E su 23 ne avrebbe vinte…addirittura 2. E Rino, che Gianni aveva ribattezzato “ComputeRino”, ne era tutto fiero. Finché arriva a dire un giorno: “Prima di Internet…Internet ero io!

In Australia cinque anni fa ricordo di aver visto Andreas Seppi battere Roger Federer sull’HiSense Arena: Andreas ci aveva perso dieci volte di fila. Giocò una partita magnifica in quel torneo in cui ha raggiunto gli ottavi ben quattro volte.

Sempre in Australia, in quello stesso 2015, si interruppe la striscia positiva di Rafa Nadal con Tomas Berdych: il ceco aveva vinto le prime tre partite, e sembrava che Rafa se ne fosse fatto un complesso. Ma poi ne perse ben 18 di fila! In Australia Berdych spezzò la maledizione. Poi ricominciò a perderci… Alla fine il bilancio sarebbe stato dunque 20 a 4 per il maiorchino.

Ricordo anche, più lontana, una serie di 17 vittorie consecutive di Ivan il Terribile Lendl su un Connors che, otto anni più anziano, sul finir di carriera accusava il peso dell’età. Il bilancio non sarebbe stato però umiliante, perché all’inizio il pur longevo Connors aveva bastonato il ceco tante volte: 22 a 13 i confronti diretti. Una di quelle vittorie di Jimbo venne a un Masters, sempre al Madison Square Garden quando Connors dette del vigliacco (Chicken! Non si traduce come pollo, ma proprio vigliacco) a Lendl che contro di lui nell’ultima giornata del round robin aveva perso apposta il secondo set perché, arrivando secondo nel gruppo dietro Jimbo, avrebbe affrontato in semifinale il ben più battibile Gene Mayer che aveva concluso al primo posto dell’altro gruppo nel quale Bjorn Borg si era piazzato secondo. Lendl fece meri calcoli. Jimbo, orgoglioso com’era, non li avrebbe mai fatti.

Lendl, quando diceva di essere più forte di un altro, non lasciava spiragli. Con Brad Gilbert, che pure è stato n.4 del mondo, ha battuto in Slam o Masters gente come Becker e McEnroe, Ivan è stato implacabile: 16 vittorie a zero. Le stesse di Rafa Nadal con Richard Gasquet che soltanto fra il 2004 e il 2008 è riuscito a strappargli un set in 4 occasioni, ma mai più d’uno.

WTA – Fra le donne le serie di vittorie consecutive fra tenniste di altissimo livello ne ricordo diverse: avevo visto la diciottenne Sharapova battere Serena a Wimbledon nel 2004 e quello stesso anno una mia amica che scriveva di spettacoli su USA Today mi ospitò a Los Angeles e mi portò a Holywood a intervistare nella sua camera d’hotel la bellissima Halle Berry (scrissi l’intervista per Panorama, mi pare) nella settimana in cui Masha ribatté Serena allo Staple Center. C’era papà Yuri Sharapov che faceva un tifo esagerato e fuori da ogni bon ton. Mai e poi mai avrei immaginato che da allora Maria non sarebbe più riuscita a battere Serena, lungo 19 sfide in 16 anni! In compenso Maria ha messo sotto Simona Halep sette volte di fila prima di perderci a Pechino tre anni fa e poi a Roma nel 2018.

Mentre quando vidi Steffi Graf, nella finale del Roland Garros 1988 dare 60 60 a Natasha Zvereva in 34 minuti, non mi sorpresi a constatare che il loro bilancio sarebbe stato 20 a 1 per Steffi, che peraltro poteva vantare anche un 21-0 con Nathalie Tauziat, un 17-0 con Manuela Maleeva, un 21-1 con Helenona Sukova. Uno schiacciasassi, Steffi.

Sono sicuro che i lettori ne ricorderanno altre, io mi sono distratto a scrivere di queste e… tutto per colpa di Nadal che ha perso da Schwartzmann dopo averlo battuto 9 volte di fila! Vabbè, scherzi a parte, abbiamo fatto un po’ di ripasso di storia, non senza aver ricordato che Filippo Volandri resta l’ultimo italiano ad aver raggiunto le semifinali dal Foro Italico 13 anni fa, anno 2017. Ad maiora. Chi secondo voi fra Berrettini, Sinner e Musetti sarà in grado di centrare l’obiettivo per primo? E chi più volte?

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Editoriali del Direttore

Il direttore Scanagatta dà ragione a Binaghi: “Il Paese ne esce male” però…

Insopportabile incoerenza di provvedimenti presi a distanza di una settimana. Anche se nessuno dovrebbe stupirsi più se nell’ambito delle autonomie regionali una Regione sposa il bianco e un’altra il nero

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Roma 2020 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Non appena ho saputo della pronuncia del ministro Spadafora e poi della reazione di Angelo Binaghi, ho chiesto alla redazione di fare subito quel titolo che abbiamo fatto in questa home page. Inclusa, ovviamente, la frase “e ha pure ragione”. Perché secondo me ce l’ha. Per quanto riguarda il mio preannunciato commento che compare nel sottotitolo, sapevo purtroppo che non sarei riuscito a farlo subito.

Ciò a causa delle varie partite in atto, Berrettini-Travaglia, Sinner-Dimitrov, Musetti con Koepfer, le interviste in rapida successione e i concitati colloqui con la redazione in remoto (con quella maledetta tendenza moderna alle chat che ti fanno perdere un sacco di tempo per obiezioni cui ti tocca rispondere e spiegare), con le pratiche e i protocolli COVID in continua evoluzione che arrivano dall’ufficio stampa del Roland Garros per procedere al completamento degli accrediti. Ovviamente a Parigi ho zero problemi, non è come a Roma dove vengono perfino censurate da Supertennis le domande che faccio ma non le risposte dei giocatori. Me lo hanno segnalato lettori che se ne sono accorti perché un paio di giocatori mi hanno chiamato per nome nel rispondermi… Io non avendo guardato le interviste mandate in onda su Supertennis non potevo saperlo.

Ho fatto titolare che Binaghi stavolta ha ragione, per tutta la prima parte delle sue dichiarazioni. In effetti mi chiedo che cosa possa essere mai cambiato in pochi giorni se quel che era stato negato in un primo momento (giusto o sbagliato che fosse quel provvedimento) viene concesso in un secondo. La figura internazionale che fa il nostro Paese è pessima. Sembriamo davvero un Paese poco serio. Per molta gente non è una novità, però non c’era bisogno di dare ragione a chi già lo pensava. Se i nostri politici, di qualunque partito, si preoccupassero maggiormente dell’immagine del Paese, degli interessi del Paese, anziché dei propri personali, non ci troveremmo a sottolineare criticamente quel che sta succedendo.

Io ho sempre sperato che fosse dato l’ok alla presenza del pubblico, ma ritenevo anche fosse impensabile che allo stadio Olimpico per Roma e Lazio, 80.000 posti a 200 metri dal Foro, si negasse l’accesso a uno spettatore e invece per il tennis si dovesse dare l’ok. O tutti e due gli impianti o nessuno, avrebbe detto chiunque dotato di un minimo di coerenza. Così come, per un minimo di coerenza, è inspiegabile contraddirsi a una settimana dall’altra. Ora si dice che alla base dell’ultimo intervento del ministro Spadafora ci sarebbe la considerazione che sia molto più facile controllare 1.000 presenze distribuite in un solo stadio, piuttosto che le stesse in libera circolazione fra un campo e l’altro.

 

Premessa: mi è stato detto da persone bene informate che le richieste a suo tempo avanzate da FIT sono state avanzate in modo poco diplomatico (arrogante?). Si pretendeva inizialmente dalle autorità competenti un ok a 5.000/6.000 spettatori. Solo in un secondo tempo, a un giorno dal sì o al no, si sarebbe accettato come minimo i 3.000 spettatori. Pareva infatti a Binaghi & Co. che aprire i cancelli per solo 1.000 avrebbe creato più costi economici in controlli e servizi piuttosto che vantaggi. Ciò premesso, però, perché adesso si può garantirne l’accesso e prima no? Così, all’ultimo tuffo?

Le domande non finiscono qui. Non si sapeva che le semifinali e le finali sono pochi incontri che quindi si possono programmare in un unico stadio? Eppoi – e qui capisco che la mia è una malignità di tipo andreottiano… ”A pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina”il provedimento ministeriale non sarà mica una conseguenza del grande risalto che hanno avuto in questi giorni e su tutti i media (anche quelli che al tennis dedicano poco o zero spazio) gli exploit record dei quattro azzurri in ottavi?Non sarà mica una conseguenza dell’aver avvertito il generale rimpianto per l’assenza di spettatori a celebrare le imprese dei nostri piccoli e grandi eroi, del duo Maravilha, di Berrettini (l’ho espresso più volte anch’io)?

Non sarà allora che il ministro Spadafora abbia pensato di ricavarsi una vetrina importante riaprendo al pubblico, sia pure soltanto a questi 1.000 spettatori, guadagnandosi così i pubblici ringraziamenti di Binaghi, quelli di tanti appassionati (oltre ai 1.000 che avranno accesso al Foro?) e magari di qualche elettore per le prossime scadenze? Mah, i veri motivi per i quali un ministro, un qualsiasi politico, decide qualcosa, li conosce solo lui. Che poi la situazione COVID sia in perenne osmosi, per cui ogni provvedimento è suscettibile di venire smantellato quasi da un giorno all’altro è certo vero e costituisce un bell’alibi per tutti. Consente di fare e disfare, su tutto. A scapito della serietà percepita.

A Parigi, abbiamo visto, siamo passati dall’ok per 11.500 presenze suddivise in tre zone non incrociabili a un ok ristretto per 5.000 spettatori che invece potrebbero incrociarsi. Questo a causa dell’intensificarsi dei contagi. Ma a Roma per la verità la situazione COVID non mi sembra sia granché cambiata fra una settimana fa e oggi. Credo sia piuttosto stazionaria. Quindi se ho detto che Binaghi ha ragione quando sostiene che il nostro Paese dà un’immagine da… ”roba da matti”, dico anche però che non si può scoprire solo oggi perché si parla di tennis e di sport, che in Italia le autonomie regionali sul discorso sanità si sono manifestate da marzo a oggi. Non è una novità. La si può discutere, contestare, ma non è una novità.

In Emilia Romagna c’è pubblico al circuito di Misano e in Lombardia a quello di Monza no. In Toscana al Mugello sì. In Emilia Romagna per il basket al chiuso sì e da un’altra parte no. A Palermo 300 persone hanno potuto seguire il torneo e a Roma, fino a oggi, no. Ma se usciamo dal terreno dello sport abbiamo visto anche nei protocolli sanitari sui tamponi, i test sierologici, l’obbligo delle mascherine nei locali chiusi, in quelli aperti, che ogni regione ha deciso autonomamente dalle autorità centrali. Quindi fare l’esempio, sentito mille volte per casistiche simili ma trattate diversamente da regione a regione, è un po’ demagogico, populista. O si cambiano le leggi di questo Paese rimettendo in discussione certe autonomie oppure si deve soltanto, con più o meno rassegnazione, prenderne atto. La Lombardia può fare e decidere una cosa, il Veneto che pure è amministrato da una compagine politica identica (la Lega) farne tutta un’altra.

Dire o lamentare “ma perché lui sì e io no?”si può farlo ma alla fine ha l’aria di una lamentazione quasi infantile, comunque vana. “Perché Petrucci e il basket sì a Bologna e io e il tennis no a Roma?” Uno che non sa nulla, dirà, “cavolo, ha proprio ragione!”. Ma se non si arriva a una revisione legislativa per la quale chissà quanto tempo ci vorrà, non serve a nulla sottolineare queste discrasie. Resta tuttavia un fatto: all’estero, perfino dove ci sono organizzazioni politiche federali e discretamente autonome (Svizzera, Germania, Stati Uniti per citare le prime tre che mi vengono a mente) penseranno le peggiori cose di noi, e prenderà sempre più corpo lo stereotipo dell’Italia Paese inaffidabile e incoerente (anche se poi ce ne sono tanti messi pure peggio!). Chi glielo va a spiegare come siamo messi noi nel nostro buffo Paese, se facciamo fatica a capirlo noi?

Sulla parte finale del discorso di Binaghi che dice “stiamo facendo quest’operazione quasi sicuramente in perdita”, beh mi sorprende il quasi. Spero abbiano fatto bene i loro calcoli. Fino a una settimana fa sembrava che sarebbe stata sicuramente in perdita.

Sul discorso “i primi 1000 che dalle 15 di oggi registreranno la loro mail sul nostro sito tra coloro che avevano i biglietti originali per semifinali o finali sul Centrale entreranno”, capisco che non era facile trovare una soluzione equa. Forse sarebbe stato più giusto rispettare un ordine cronologico nelle prenotazioni fatte a suo tempo. Ma magari sbaglio. Così penso che – anche se siamo in un’epoca in cui computer, telefonini e email siano ormai diventati il pane quotidiano della stragrande maggioranza degli italiani – quegli appassionati di una certa età non pratici di email, verranno danneggiati, insieme a quelli che oggi lavoravano e non sapevano nemmeno di poter attivarsi. Mica tutti sono obbligati a star sempre sulla notizia!

Infine: capisco bene che un giorno e mezzo per rimettere in sicurezza l’impianto costringa tutto lo staff organizzativo non sia una tempistica ideale, però che altro si può fare? Invece il ribadire che chi non sarà fra i 1.000 “privilegiati” non ha alternative al famigerato “supervoucher” riconferma l’ostinata volontà di Binaghi di distinguersi da tutti gli altri Masters 1000 che invece hanno provveduto a rimborsare i creditori dei biglietti. E continuo a non capire, anche se ormai è stato già rieletto presidente per i prossimi quattro anni e il sesto mandato, perché proprio non riesca a calarsi nei panni di quegli sfortunati acquirenti cui non offre neppure una seconda opzione. Pervicacemente.


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Editoriali del Direttore

41 anni dopo quattro italiani in ottavi e non c’è nessuno a vedere i nostri piccoli eroi: Musetti, Sinner e il derby azzurro

Una vera beffa. Cosa accadde nel ’79 agli Internazionali di Roma? Era l’era Panatta… Chi ha più ha chances di centrare i quarti fra Sinner (Dimitrov) e Musetti (Koepfer)? E perché?

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Lorenzo Musetti - Internazionali di Roma 2020 (foto torneo)
Questo spazio è sponsorizzato da BMW

È davvero uno scherzo del destino più beffardo. Ma come, e dopo 41 anni!, al Foro Italico ci sono nuovamente quattro tennisti italiani in ottavi di finale e a vederli… non c’è nessuno! Che jella. E c‘è pure, rischiavamo tutti di dimenticarlo, Rafa Nadal, il re della terra battuta, il mostro di Manacor, dominatore di 12 Roland Garros, di 9 Internazionali d’Italia. Scusate… e Djokovic? E che dire del fenomeno Azarenka che si permette di dare 6-0 6-0 a Sofia Kenin, campionessa d’Australia?

Allora, nel ’79, il centrale era un altro ed era lungi dal chiamarsi Pietrangeli. Tutt’al più la gente lo chiamava il Campo delle Statue. Statue di atleti giganteschi delle discipline più svariate e, chissà perché, tutti nudi. Quel campo nel giorno degli ottavi era pieno di gente, sui marmi bianchi la folla straboccava, molti erano rimasti fuori dai cancelli. Tre anni prima Adriano Panatta era diventato il re di Roma, dopo la leggendaria finale vinta con Vilas al termine di una cavalcata indimenticabile cominciata con un match vinto annullando 11 matchpoint al primo turno. L’anno prima, 1978, sempre Adriano si era arreso soltanto in finale e soltanto a Sua Maestà Bjorn Borg 6-3 al quinto, nel famoso – o famigerato? – match delle monetine (che aveva fatto seguito al clamoroso ritiro di Higueras in semifinale). Per chi è troppo giovane, o chi più vecchio è invece smemorato, ricorderò riprendendo dal mio racconto di quella finale quanto accadde.

Panatta, avanti 30-0 nel primo game del quinto set aveva perso otto punti di fila ed erano arrivate a cadere pericolosamente vicino a Bjorn Borg, più d’un paio di monetine. Lo svedese si era parecchio innervosito, comprensibilmente, per quei “diecini” lanciati da un branco di cafonissimi tifosi di Adriano. Ciò era incredibilmente accaduto nonostante che Bjorn, grandissimo signore, avesse restituito per ben tre volte all’amico Panatta un punto insolitamente strappatogli dai giudici di linea per solito affetti invece da miopia patriottica. Rivolgendosi al suo allenatore di sempre Lennart Bergelin, Bjorn aveva fatto capire che sarebbe uscito dal campo se la vergognosa vicenda fosse proseguita ancora. “Un’altra monetina e me ne vado”. La folla capì, e cominciò a gridare “Fuori! Fuori!”. All’indirizzo degli idioti lanciatori. Finché finalmente e tardivamente l’arbitro si decise a fare un appello al pubblico perché si comportasse civilmente pena la sospensione della partita.

 

In un articolo di Antonio Garofalo ritroviamo altri dettagli e queste righe finali: “Bjorn Borg è rimasto in buchetta all’inizio, ma ha poi fatto grande routine, dimostrando un controllo straordinario di se stesso e dei colpi, nel quinto set. Nemmeno decine di monete lanciate dagli artigli degli italopitechi gli impediranno di sommergere alla fine l’eroe de no’antri Adriano Panatta”. Non c’è bisogno di segnalarvi l’autore del meraviglioso affresco.

In quel ’79 del record il programma degli ottavi era quasi tutto… caviale, salmone e pernici. Non sarebbe forse bastato lo stadio Olimpico per accogliere tutti quelli che avrebbero voluto vedere Panatta-Higueras, dopo tutto quel che era successo l’anno prima, Bertolucci-Vilas, Barazzutti-Dibbs e, forse più di Ocleppo-Feigl, Lendl con Gene Mayer nonché Gerulaitis con Alexander e Solomon-Dibbs. Io ricordo che seguivo con attenzione – in mezzo a tanti campioni – anche l’americano Terry Moor, che sarebbe arrivato nei quarti, solo perché per l’appunto quella su Moor era stata una delle mie pochissime vittorie di prestigio quando avevo giocato i match fra college negli Stati Uniti, io nell’Oral Roberts, lui nella South Western Louisiana (se non ricordo male).

Per ricordare il comportamento dei quattro azzurri in quel giorno degli ottavi, Vilas battè Bertolucci 6-3 6-4, Panatta vinse su Higueras 6-4 7-6 e stavolta senza incidenti, Barazzutti perse da Dibbs 7-5 6-4, Ocleppo battè Feigl 6-4 3-6 7-5. Quel torneo del ’79 sarebbe poi stato vinto da Gerulaitis su Vilas dopo una maratona incredibile di 4 ore e 53 minuti 6-7 7-6 6-7 6-4 6-2 il cui racconto trovate qui.

I bagarini in quegli anni facevano affari d’oro. Era l’era Panatta, l’epoca d’oro del tennis italiano. Mai più vissuta. Ora, finalmente, sogniamo di riviverla, grazie a Berrettini e ai due ragazzini (e fa anche rima). Non è facile scrivere un editoriale dopo aver già realizzato un video che riassume le gesta di Lorenzo Musetti (lo trovate a fine articolo), capace di ripetersi ai danni di un Nishikori meno arrendevole di quanto fosse stato nel primo set Wawrinka. Due scalpi illustri, un triplo campione di Slam e un finalista dell’US Open, due ex top five.

Ho infatti aperto il mio intervento sul video, che registro alla meglio con i miei modesti mezzi – mica dispongo dei fondi di Supertennis! Anche se una ricerca della Bocconi sostiene che se avessi dovuto spendere in promozione pubblicitaria l’audience che raccolgo con questi video sarebbe roba che vale parecchi milioni – esclamando (solo per quei pochissimi che questa volta non l’avessero visto pur sapendo che ne faccio uno al giorno): “Altro che prova del 9! Lorenzo Musetti ha superato almeno quella del 18”. I successi conquistati nelle qualificazioni e nei due turni del Masters 1000 romano – primo diciottenne capace di tanto – gli hanno fatto guadagnare 70 posti in classifica ATP. Un balzo da numero 249 a 179. Numeri che devono far riflettere. Se si dice che Sinner, n.81, deve aver pazienza, e con lui i suoi tifosi, quanta ne deve avere Musetti?

Il suo tennis è più brillante di quello di Sinner, ma proprio per questo anche più rischioso. I bassi lo attendono minacciosi più degli alti, nell’immediato. Già il match con un (quasi) carneade tedesco che non è mai stato più su di n.83 del mondo, ma che è mancino – i mancini sono tipi… sinistri, dicevano nel MedioEvo – e qui ha battuto il tignoso De Minaur 7-6 al terzo e un meno tenace Monfils, si presenta tutt’altro che semplice. Bene o male il tedesco che vive in Florida, a Tampa, è tipo che l’anno scorso giunse agli ottavi dell’US Open, anche se noi quasi non ce accorgemmo perché tutti impegnati a seguire le prodezze di Berrettini. Il suo ranking lo deve soprattutto a quell’exploit. Eppure non fa mistero nel dire che la sua miglior superficie è la terra rossa. Uomo avvisato, mezzo salvato, caro Lorenzo Musetti.

Il rischio è che, dopo aver magari dormito pochino per l’impresa bis, ma stavolta senza 24 ore di decompressione, Lorenzo si trovi sulle spalle il peso di dover fare il tris… perché la gente che si è entusiasmata per il suo magnifico rovescio a una mano – ma l’avete visto quel passante che perfino Nishikori si è fermato ad applaudire? – quasi pretende che vinca ancora, anche se fra lui e il tedesco ci sono un centinaio di posti di gap in classifica.

Si ha un bel dire che la classifica non conta, ma invece qualcosa di solito significa. Non ho poi avuto tempo di vedere come Lorenzo se la cavi con i mancini. Ma certo non ne avrà incontrati a bizzeffe. Sarà un problemino in più, in aggiunta a quello di una inevitabile stanchezza per i match disputati a Roma e in tutte le ultime settimane senza sosta. Per tutti questi motivi forse il match di oggi è più difficile dei due che l’hanno preceduto. Non difficile come l’eventuale prossimo comunque… perché nei quarti gli toccherebbe Djokovic (più che Krajinovic, vero?).

Mi sono sbilanciato di più, invece, per il match Sinner-Dimitrov. E, sempre nel video… beh no, questa volta non ve lo dico, altrimenti che lo faccio a fare? Anzi, sapete che vi dico? In attesa delle immancabili scuse della FIT per il mio mancato accredito stampa, vado in salotto con brioche e cappuccino davanti alla tv a godermi il duello nazionale e mattutino (qui trovate il programma completo di oggi), Berrettini-Travaglia, per il quale posso sbilanciarmi in un pronostico sicuro: il match non sarà interrotto, come ieri sera, per un black-out elettrico piuttosto imbarazzante.

Smentisco infine, lieto così facendo di restituire un minimo di speranza ai creditori di sette milioni di biglietti, la fake news circolata ieri sera secondo la quale pareva che Angelo Binaghi non avesse pagato la bolletta all’Enel a seguito della mancata vendita degli altri biglietti. Con la previsione di un prossimo fatturato simile a quello della Federcalcio, la FIT ha fatto anche sapere di essere perfettamente in regola con le bollette: si è trattato di un semplice guasto tecnico.


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