Bencic, Kasatkina, Ostapenko, Osaka, Konjuh: la generazione 1997 quattro anni dopo - Pagina 3 di 4

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Bencic, Kasatkina, Ostapenko, Osaka, Konjuh: la generazione 1997 quattro anni dopo

Cinque giocatrici e quattro stagioni di tennis da ripercorrere per scoprire come sono andate davvero le cose rispetto alle previsioni

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Daria Kasatkina e Naomi Osaka - Indian Wells 2018

Naomi Osaka
Delle cinque giocatrici della generazione 1997, Naomi Osaka è forse quella che ha seguito l’andamento di carriera più lineare. Non è stata la più giovane a entrare in Top 10 (primato di Bencic) né la prima a vincere uno Slam (record che spetta a Ostapenko).  Non è stata neanche immune da cali di rendimento (2017) e guai fisici (alla spalla nel 2019 e alla gamba, di recente), ma non ha certo affrontato infortuni complessi come quelli che hanno afflitto Bencic e soprattutto Konjuh. La conseguenza è che, per il momento, ha avuto di gran lunga i migliori risultati.

Torniamo alla fine del 2016. In quel momento Osaka è numero 40 del mondo, ha diciannove anni compiuti da pochi giorni e non ha ancora vinto un torneo WTA. Ma in alcune occasioni ha lasciato intravedere picchi di gioco notevoli. Per esempio un paio di mesi prima, allo US Open 2016, ha quasi eliminato la testa di serie numero 8 Madison Keys. È arrivata a condurre 5-1 nel terzo set, ma ha finito per perdere 7-5, 4-6, 7-6, giocando gli ultimi game in lacrime per l’occasione mancata. Ha perso perché, con le spalle al muro, l’avversaria ha saputo alzare il livello del proprio gioco; ma anche perché lei nei game decisivi ha avuto paura di continuare a spingere come prima.

Partite come queste fanno parte di un processo di crescita che richiede ancora tempo per dare frutti. Nel 2017 le cose non vanno molto bene: Osaka non va mai oltre i quarti di finale e peggiora la classifica ritrovandosi a fine anno alla posizione 67. Bisognerà attendere il 2018 per il salto di qualità decisivo.

 

All’Australian Open 2018 offre una prestazione di eccezionale qualità contro la beniamina di casa Ashleigh Barty: ha tutto il pubblico contro, naturalmente, ma questo per lei non è un problema. Vince 6-4, 6-2 e a fine match ringrazia gli spettatori per la grande partecipazione; è vero, hanno tifato contro di lei, ma hanno comunque reso l’atmosfera elettrica, e questo le è piaciuto moltissimo. Giocasse sempre così, Naomi farebbe molta strada, e invece al turno successivo scende in campo spenta, e perde malamente contro la numero 1 Simona Halep. La continuità non è ancora raggiunta.

Si prenderà la rivincita qualche mese dopo, quando vince Indian Wells sconfiggendo nell’ordine Sharapova, Radwanska, Vickery, Sakkari, Pliskova, Halep e Kasatkina. A Melbourne la numero 1 del mondo Halep le aveva lasciato cinque game (6-3, 6-2); a Indian Wells Naomi gliene concede tre (6-3, 6-0). In California diventa chiaro a tutti che giocando così Osaka può raggiungere qualsiasi traguardo.

La conferma arriva allo US Open 2018, vinto dopo aver sconfitto in semifinale Madison Keys (sì, la Keys di quella partita del 2016) e poi Williams nella finale resa incandescente dallo scontro fra Serena e il giudice di sedia Carlos Ramos. Il pubblico è compatto per la giocatrice di casa, ma Osaka ha già dimostrato di saper vincere “in trasferta”.

Il resto è storia recente e arcinota: il secondo Slam consecutivo all’Australian Open 2019, il numero 1 del mondo e poi anche il terzo Major conquistato a New York nel 2020. Ecco cosa avevo scritto su di lei nel 2016: “C’è qualcosa nel modo di muoversi e di colpire di Osaka che ricorda la giovane Serena Williams. Tutto ciò rende le valutazioni particolarmente complicate, un po’ come è accaduto in passato con Dimitrov rispetto a Federer.
Quanto vediamo di Osaka è realmente “suo” e quanto è invece proiezione nostra, di spettatori che hanno visto Serena Williams vincere per tutto il terzo millennio? Proverò a rispondere nel modo più distaccato possibile. Al di là di tutto, Naomi è una giocatrice che sembra particolarmente adatta al tennis contemporaneo: servizio a velocità superiore (tra le primissime del circuito), dritto e rovescio che viaggiano con una facilità impressionante e una discreta mobilità, che fa pensare abbia margini di miglioramento nelle fasi difensive. Però bisogna anche aggiungere un gioco di volo quasi inesistente e una impostazione tattica ancora da maturare”.

Oggi Naomi non è certo diventata un fenomeno a rete, ma sul piano tattico (e agonistico) ha compiuto passi da gigante e i risultati sono la conseguenza di questi progressi. Tutto sommato direi che il mio testo di allora suona abbastanza neutrale, e non brilla per particolare capacità predittiva.

Posso in parte rifarmi su un altro tema, che avevo affrontato nel pezzo dedicato esclusivamente a Naomi. Avevo scritto: “Al di là degli aspetti tecnici, sarà in ogni caso interessante scoprire come evolverà nelle prossime stagioni Naomi Osaka in quanto personaggio della WTA, soprattutto in caso riuscisse a sfondare ad altissimi livelli”. Questo perché si capiva che la personalità di Osaka aveva qualcosa di speciale, e se fosse stata aiutata dai risultati avrebbe avuto gli argomenti per diventare molto popolare. Oltre che, come sappiamo, molto ricercata dagli sponsor.

Ana Konjuh
Ana Konjuh è la più giovane del quintetto di talenti del 1997, visto che è nata il 27 dicembre. Grande promessa del tennis croato, ha spopolato da junior, con il numero 1 del mondo raggiunto già a 15 anni e due mesi, oltre a due Slam vinti nel 2013 (Australian Open e US Open). E pur essendo la più giovane, da junior era in vantaggio negli scontri diretti con Bencic (1-0) e Kasatkina (2-0), e in parità con Ostapenko (1-1).

Quando passa fra le adulte, Ana non ottiene subito risultati eclatanti, però dimostra di non soffrire il salto di categoria, visto che riesce a entrare fra le prime 50 della classifica WTA ancora diciottenne. Ai tempi del nostro articolo di riferimento (novembre 2016) in classifica è già numero 48. Nel 2017 continua l’ascesa: raggiunge i quarti di finale a Dubai, Praga, Maiorca e Stanford; la semifinale a ‘s-Hertogenbosch e la finale ad Auckland. Se a questo aggiungiamo il quarto turno a Wimbledon abbiano una serie di prestazioni che le permettono di conquistare il best ranking: numero 20 del mondo nel luglio 2017.

Ma la fase positiva si ferma in estate. Con il senno di poi, si può dire che la sua carriera tennistica si interrompe in quel momento, visto che già nell’agosto 2017 è fortemente condizionata dal ricorrente problema al gomito destro, che le impedisce di giocare come vorrebbe. Ricordo che Ana si era già operata una prima volta alla articolazione nel gennaio 2014, e spesso ha dovuto convivere con il dolore.

Negli ultimi anni la carriera di Konjuh più che una avventura agonistica è diventata una vicenda clinica, con un totale di quattro interventi sempre alla stessa articolazione. Per sintetizzare le tappe del suo calvario presento semplicemente i titoli tratti da alcuni degli articoli pubblicati da Ubitennis (a parte il primo del 2014), e tutti scritti da Ilvio Vidovich, che segue con grande attenzione il tennis della ex-Jugoslavia:

7 gennaio 2014
Ana ha bisogno di un intervento chirurgico al gomito destro
(Prima operazione)

5 settembre 2017
Ana Konjuh si opera e dice addio a Krajan
(Seconda operazione)

2 marzo 2018
Ana Konjuh (ancora) non c’è

23 marzo 2018
Nuova operazione al gomito per Ana Konjuh
(Terza operazione)

7 maggio 2018
Ana vede la luce in fondo al tunnel: obiettivo Parigi

17 agosto 2018
Ana Konjuh di nuovo ai box: niente US Open

4 marzo 2019
Ana Konjuh, torna il dolore: nuovo intervento al gomito
(Quarta operazione)

28 ottobre 2019
Ana Konjuh torna ad allenarsi: obiettivo 2020

8 luglio 2020
Ana Konjuh is back. “Forse non sono fatta per il tennis. Ma non mollo”

23 settembre 2020
Ana Konjuh torna a vincere un torneo dopo cinque anni

Cosa dire della sua carriera oggi? Che dal settembre 2020 ha disputato tre tornei ITF, uno lo ha anche vinto, e che domenica scorsa ha giocato e perso il primo turno di qualificazione del torneo WTA di Linz. Al momento è numero 540 del ranking.

In sintesi: un grande talento con un gomito di cristallo. La prima parola che viene in mente, banale ma inevitabile, è sfortuna. La stessa parola che viene in mente quando Konjuh perde nel secondo turno di Wimbledon 2016 contro Agnieszka Radwanska. In quel momento Konjuh era numero 103 del mondo e Radwanska numero 3. Eppure la partita oscilla per oltre due ore sul filo dell’equilibrio. Il match si decide quando, sul 7-7 terzo set, nel tentativo di recuperare una smorzata della avversaria, Ana corre in avanti e sullo slancio finisce per mettere il piede sulla palla stessa. Conseguenza: distorsione alla caviglia e ultimi punti affrontati da infortunata. E naturalmente persi: 6-2, 4-6, 9-7.

Konjuh si sarebbe presa la rivincita contro Radwanska nello Slam successivo: 6-4, 6-4. Per qualità di gioco espressa, per importanza del palcoscenico e della avversaria, quella partita allo US Open 2016 è probabilmente la sua più bella vittoria nel circuito WTA.

L’ultimo Slam che gioca senza intralci fisici è Wimbledon 2017. Al terzo turno sconfigge la testa di serie numero 9 Cibulkova 7-6(3) 3-6 6-4. Ricordo bene il match per averlo seguito dal vivo: a oggi quella vittoria rimane l’ultima di Konjuh in un Major, a riprova di quanto difficili siano stati gli anni seguenti.

Per come sono andate le ultime stagioni, evidentemente non ha senso recuperare i giudizi espressi su di lei quattro anni fa per confrontarli a distanza di tempo. Resta da sperare che dal 2021 possa finalmente tornare a giocare a tempo pieno, libera dal dolore e dai condizionamenti fisici.

a pagina 4: Conclusioni

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Ancora su Wimbledon: Pliskova, Sabalenka, Jabeur e Muchova

Gli ultimi Championships hanno rafforzato il primato di Ashleigh Barty, ma il torneo ha messo in luce anche altre protagoniste

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Karolina Pliskova - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Secondo articolo del martedì dedicato a Wimbledon 2021. Dopo il pezzo della scorsa settimana sulla vincitrice Ashleigh Barty, questa volta è il momento di occuparsi di alcune delle protagoniste che non hanno soltanto fatto più strada nel torneo, ma hanno anche offerto tennis di qualità. E se, come credo, lo Slam sull’erba ha regalato match di livello superiore rispetto al Roland Garros, una parte dei meriti va ricondotta proprio a queste giocatrici.

Prima di entrare nel tema, anticipo che il prossimo martedì uscirà un terzo articolo dedicato ai Championships, orientato all’approfondimento statistico. E ora cominciamo con Pliskova.

 

Karolina Pliskova
Karolina Pliskova si è presentata al via dell’ultimo Wimbledon con parecchi dubbi, alimentati da diversi fattori. Innanzitutto nella settimana che precedeva i Championships, per la prima volta dopo molte stagioni, si era trovata fuori dalle prime 10 della classifica WTA; non le capitava dall’agosto 2016.

Ma anche i risultati più recenti non erano incoraggianti: in giugno, nei match sull’erba di preparazione allo Slam aveva raccolto zero vittorie e due sconfitte (contro Pegula a Berlino e contro Giorgi a Eastbourne). E perfino la finale raggiunta a Roma in maggio si era trasformata in un ricordo negativo, a causa del 6-0, 6-0 subito da Swiatek. Un punteggio che in meno di un’ora aveva cancellato tutto quanto di buono le era accaduto nella settimana italiana.

Alla vigilia di Wimbledon, per non farsi travolgere dal pessimismo, erano due gli elementi positivi a cui aggrapparsi. Il primo era la poca aspettativa che la circondava: con poco da perdere, poteva scendere in campo più serena. Il secondo era la sicura attitudine nei confronti della superficie. Ecco cosa avevo scritto nell’articolo di presentazione dello Slam: “La situazione di Karolina Pliskova per certi aspetti ricorda quelli di Barty: in passato ha dimostrato di trovarsi bene sull’erba, ma… Ecco perché: a livello WTA vanta 5 finali, di cui 2 vinte, e una ottima percentuale di vittorie sui prati, superiore a quella sulle altre superfici. Però a Wimbledon le cose sono andate meno bene: mai oltre il quarto turno. Il suo 2021 sinora è stato deludente: saprà sorprenderci invertendo la tendenza a Londra?”

A conti fatti, nella finale di Wimbledon, si sono ritrovate proprio Barty, la più attesa, e Pliskova, che la gran parte degli osservatori considerava pochissimo. Insomma, Karolina ha smentito tutti. E questo malgrado al primo turno la partenza fosse stata preoccupante: subito sotto 2-5 contro Tamara Zidansek. A questo punto Pliskova ha improvvisamente alzato il livello: cinque game di fila le sono valsi il primo set (da 2-5 a 7-5), e da quel momento ha continuato a offrire dell’ottimo tennis, che le ha permesso di vincere le prime cinque partite senza concedere set alle avversarie. 7-5, 6-2 a Zidansek, 6-2, 6-2 a Vekic, 6-3, 6-3 a Martincova. Ma se dovessi indicare il match che mi ha fatto rivalutare il ruolo di Pliskova nel torneo, sceglierei il quarto turno contro Liudmila Samsonova (6-2, 6-3).

Samsonova era reduce dal successo a Berlino, dove partendo dalle qualificazioni aveva finito per vincere il torneo superando Vondrousova, Kudermetova, Keys, Azarenka e Bencic. Sull’onda di quella impresa, Liudmila aveva continuato a vincere a Wimbledon sconfiggendo Kanepi, Pegula e Stephens. Dieci successi consecutivi, che l’avevano trasformata nella giocatrice più vincente sull’erba del 2021.

Dunque l’ostacolo per Pliskova non era affatto semplice, anche se forse per Karolina era comunque preferibile rispetto a un’altra avversaria tra quelle che la porzione di tabellone avrebbe potuto offrirle. Mi riferisco alla testa di serie numero 22 Jessica Pegula che nel 2021 ha incontrato 4 volte Pliskova battendola 4 volte. Una autentica bestia nera.

Contro Samsonova, Pliskova ha disputato un match molto lineare, nel quale ha scavato il solco decisivo non soltanto grazie al servizio dei tempi migliori (7 ace e il 44% di battute non ritornate, mentre Samsonova si è fermata al 26%), ma forse ancora di più grazie a una ritrovata mobilità. Una volta entrata nello scambio, infatti, Karolina ha mostrato di saper manovrare come non la si vedeva da parecchio, riuscendo a prevalere anche nei punti di lunghezza media (11 vinti e appena 5 persi negli scambi fra 5 e 8 colpi). 

E così il 6-2, 6-3 rifilato alla giocatrice più “on fire” sull’erba ha permesso a Pliskova di superare per la prima volta in carriera lo scoglio del secondo lunedì di Wimbledon. Finalmente oltre gli ottavi di finale, e con un pronostico da favorita nel turno successivo, i quarti di finale. Pronostico rispettato; non poteva essere Viktorija Golubic a fermarla: troppo leggera per prevalere sull’erba (6-2, 6-2).

a pagina 2: La semifinale contro Sabalenka

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La conferma di Ashleigh Barty

Al via dei Championships c’era una giocatrice che partiva come numero uno per i pronostici ma anche per le gerarchie ufficiali. E questa volta è stata all’altezza delle aspettative

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Ashleigh Barty con il trofeo - Wimbledon 2021 (credit to AELTC_Thomas Lovelock)

Il Roland Garros e Wimbledon, i due Slam che si disputano in Europa nel giro di poche settimane, nelle stagioni più recenti si sono trasformati nei due Major più lontani fra loro, al punto da apparire quasi agli antipodi. Infatti se scorriamo i nomi delle ultime vincitrici, ci troviamo di fronte a risultati opposti. Nelle ultime sei edizioni, a Parigi ha sempre vinto una giocatrice con un passato senza titoli Slam, alcune volte addirittura classificata fuori delle teste di serie. Nelle ultime sette edizioni di Wimbledon, invece, ha sempre vinto una giocatrice con almeno già uno Slam nel palmarès, e mai al di fuori delle prime 16 teste di serie.

Anche nel 2021 è andata così: il Roland Garros è finito nelle mani dalla numero 33 del ranking Krejcikova, Wimbledon in quelle della numero 1 Barty. In sostanza i recenti albi d’oro dei due Major suggeriscono concetti opposti: imprevisto contro previsto, novità contro conferma, rivoluzione contro tradizione. Del resto a Londra la monarchia governa, mentre a Parigi le teste coronate sono finite alla ghigliottina.

Sembrerebbe tutto molto semplice, e ci scappa perfino la banalizzazione sulla storia delle delle due nazioni come condimento del tennis. Invece se approfondiamo la questione, entrando nel dettaglio dei nomi, scopriamo che le cose sono più complesse di così, e che fra i due tornei c’è anche un sorprendente intreccio. Infatti è come se il Roland Garros si facesse carico di fare da apripista per quanto accadrà nella edizione successiva dei Championships. Negli ultimi quattro Wimbledon, per ben tre volte si è aggiudicata il titolo una giocatrice che aveva cominciato a vincere Slam proprio a Parigi. Muguruza: Roland Garros 2016 + Wimbledon 2017. Halep: Roland Garros 2018 + Wimbledon 2019. Barty: Roland Garros 2019 + Wimbledon 2021.

 

C’è infine un altro aspetto da sottolineare: per quanto queste tre giocatrici abbiano vinto molti tornei anche sul cemento, tanto da diventare numero della classifica 1 WTA (più o meno a lungo), al momento nessuna delle tre è riuscita a vincere un Major sul duro. Terra più erba sì, ma anche il cemento no. Faccio fatica a capire se si tratta di un caso, o se esiste una qualche spiegazione logica, che però al momento mi sfugge: sono aperto ai suggerimenti dei lettori.

Ultima curiosità: per tutte e tre due vittorie Slam contro avversarie della stessa nazione. Statunitensi per Muguruza (Serena e Venus Williams) e Halep (Stephens e Serena). Ceche per Barty (Vondrousova e Pliskova).

Dovessi trarre un bilancio complessivo di questo Wimbledon direi che è stato uno Slam piuttosto ben giocato, a mio avviso ampiamente superiore al Roland Garros, e questo malgrado anche a Londra ci siano state assenze e forfait pesanti: mancavano due delle prime tre giocatrici del ranking (Osaka e Halep, che oltretutto era la campionessa in carica), a cui si è aggiunta l’uscita per infortunio di Serena Williams, dopo pochi game della partita di esordio. Eppure rispetto a Parigi penso di aver visto più tennis di qualità con tanti bei match distribuiti nel corso delle due settimane. Naturalmente lo dico tenendo presente che non è mai possibile seguire tutto il tennis giocato in un torneo a 128 partecipanti, per cui rimane un forte elemento di aleatorietà (e soggettività) nei giudizi.

In ogni caso il torneo ha offerto moltissimi spunti e diverse protagoniste. Questa volta mi limito alla vincitrice, ma ci sarà tempo di tornare ancora su Wimbledon nelle prossime settimane.

a pagina 2: Barty e le pressioni di Wimbledon

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Wimbledon, lo Slam dell’esperienza?

Dopo la cancellazione del 2020, il tennis torna finalmente a giocare sull’erba: tantissime incognite e poche certezze alla vigilia dei Championships femminili

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Simona Halep e Serena Williams - Wimbledon 2019

Ad appena due settimane dalla fine del Roland Garros, e con una preparazione alla superficie più limitata del solito, è già il momento di giocare a Wimbledon. Sfogliando l’albo d’oro con i nomi delle vincitrici delle ultime edizioni, ci si rende conto che il più importante torneo su erba sta diventando una eccezione in WTA. Infatti mentre negli altri Slam la generazione più giovane è sempre riuscita a prevalere, a Londra ultimamente le cose sono andate in modo diverso.

Se per esempio si confrontano le vincitrici dei Championships con quelle del Roland Garros emergono due tendenze opposte. A Parigi da sei anni consecutivi si afferma sempre una giocatrice al primo titolo Slam della carriera. A Wimbledon accade l’opposto: dal 2014 hanno vinto solo giocatrici che già vantavano successi in precedenti Major. Per ritrovare una “esordiente” occorre risalire al 2013, con Marion Bartoli, che pure al momento della vittoria aveva 28 anni compiuti, e comunque vantava una finale a Wimbledon raggiunta nel 2007 (sconfitta da Venus Williams, ma dopo aver eliminato Justine Henin).

 

Quale potrebbe essere la spiegazione? La più logica mi sembra questa: l’erba richiede una certa esperienza, soprattutto perché durante la stagione si gioca pochissimo sui prati e quindi le tenniste con qualche anno in più di carriera riescono meglio a interpretare la superficie di gran lunga meno praticata nel circuito.

Sotto questo aspetto lo spostamento in avanti del Roland Garros 2021, che ha ridotto a sole due settimane la distanza tra i due Slam, non ha agevolato la preparazione alla nuova superficie, e sicuramente metterà a dura prova il rendimento tecnico di tutte le protagoniste, specie nei primi turni. Insomma: le sorprese potrebbero aumentare ulteriormente.

A fronte di questa compressione di calendario, le scelte di programmazione delle tenniste di vertice sono state le più disparate: c’è chi si è iscritta a entrambi i WTA 500 previsti (Berlino ed Eastbourne), chi ha optato per un solo impegno (la prevalenza è per il secondo, Eastbourne), e chi proprio non scenderà in campo. E non si tratta di nomi da poco: Barty, Halep, Williams per esempio, hanno preso questa strada, e si presenteranno ai Championships senza aver disputato alcun match dopo il Roland Garros.

Aspettiamoci anche diversi ritiri precauzionali dai tornei in corso questa settimana (Eastbourne e il WTA 250 di Bad Homburg), proprio perché la vicinanza con lo Slam consiglia massima prudenza. Decisioni in tal senso sono già arrivate, per esempio, da Stephens, Keys e Vekic, che si sono cancellate all’ultimo momento dal tabellone.

Insomma, per il tennis sono ancora tempi non facili. Si naviga a vista, e tutte queste complicazioni logistiche (più o meno direttamente collegate alla pandemia) non favoriscono uno svolgimento lineare dei grandi tornei.

Non è finita: dopo l’esperienza del Roland Garros, con le prime tre giocatrici del mondo (Barty, Osaka, Halep) fermate da ritiri o forfait, ci ritroviamo in una situazione molto simile. Esattamente come a Parigi, prima ancora che si cominci una assenza è già sicura. In Francia era assente Simona, in Inghilterra mancherà Naomi, ma rimangono comunque dubbi sulla piena efficienza fisica di Barty e di Halep. E, lo ricordo, Halep è la campionessa del 2019, oltre che campionessa in carica, visto che nel 2020 Wimbledon non si è disputato.

Le prime sedici teste di serie
Una premessa indispensabile: nel momento in cui scrivo non sono ancora state rese note le teste di serie ufficiali. Non si possono escludere ulteriori forfait e in più a Wimbledon, per quanto riguarda le donne, esiste la possibilità di aggiustamenti nelle teste di serie a discrezione degli organizzatori. Per esempio nel 2018 Serena Williams era oltre il numero 180 del ranking, ma venne accreditata della testa di serie numero 25 (e poi arrivò in finale). Non credo che quest’anno ci saranno interventi, ma naturalmente la certezza l’avremo solo a tabelloni sorteggiati.

Prima di entrare nel dettaglio dei singoli nomi, ecco una tabella che spero possa aiutare nella valutazione delle prime sedici giocatrici, perché non tutte vantano rendimenti su erba paragonabili a quelli ottenuti sulle altre superfici. La differenza tra percentuale di vittorie in carriera e percentuale di vittorie su erba dovrebbe evidenziare se a Wimbledon vanno considerate più o meno forti rispetto al loro rendimento complessivo.

A titolo di curiosità: queste sono le teste di serie delle giocatrici che hanno vinto a Wimbledon dal 2010 in poi. Tra parentesi il numero di testa di serie: Serena W. (1) Kvitova (8), Serena (6), Bartoli (15), Kvitova (6), Serena (1), Serena (1), Muguruza (14), Kerber (11), Halep (7). In sostanza la vincitrice è sempre uscita dal gruppo delle prime sedici.

a pagina 2: La situazione delle teste di serie da 1 a 8

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