Petra Kvitova: “Sapevamo di poter finire in isolamento”

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Petra Kvitova: “Sapevamo di poter finire in isolamento”

La campionessa ceca si racconta a Tennis Majors. Tra il lavoro della off-season e le difficoltà della quarantena australiana

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Petra Kvitova - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

A Melbourne con il coach e il fisioterapista, Petra Kvitova si sta preparando per lo Slam di cui è stata finalista due anni fa, sconfitta da Naomi Osaka. La compagna di allenamento prescelta, Amanda Anisimova, è però risultata positiva al test effettuato ad Abu Dhabi e non è potuta partire per l’Australia. Non si è perfezionato nemmeno l’accoppiamento con Jennifer Brady, tra le sfortunate passeggere di uno degli aerei “infetti”, così ora scambia con l’altra Petra, la croata Martic, “una brava ragazza”, dice la due volte campionessa di Wimbledon nell’intervista concessa a Tennis Majors in cui racconta le sue giornate, le regole della quarantena, l’atteso ritorno del pubblico sugli spalti e altro ancora.

Petra ha i suoi tempi, suoi ritmi, lo sappiamo, quindi non tutte le quarantene vengono per nuocere.“Onestamente, sono una di quelle fortunate: posso uscire almeno per allenarmi. Ma, in generale, ho lavorato molto durante la off-season e finalmente ho un po’ di tempo per riposarmi” ammette. “Così, in realtà, mi godo anche il tempo libero. Guardo delle serie ceche, bevo un caffè, leggo l’ultimo libro giallo, chiamo amici e familiari e, certo, devo anche fare esercizio fisico. C’è comunque tanto da fare”.

Come già avevano rilevato diversi tennisti, la sicurezza colpisce per la rigidità di alcune regole, ma si tratta di abituarcisi e comprendere il quadro generale. “Sono molto severi” conferma Petra. “Non puoi aprire la porta perché ti va, ma solo quando ti portando da mangiare e bussano. All’inizio, nessuno conosceva davvero le regole e sentivo spesso le porte aprirsi. Una volta ho provato a spiegare di averla aperta perché non sapevo se il pasto fosse arrivato mentre dormivo e quelli della reception mi hanno detto di chiamarli la prossima volta, in modo che possano mandare qualcuno a vedere se c’è qualcosa di fronte alla mia porta e avvertirmi. Ho detto ‘va bene’, ma penso che sia più semplice aprire la porta di dieci centimetri” aggiunge la nostra con comprensibile perplessità. “Era dura all’inizio, ma ora le cose si sono sistemate e vanno via lisce”.

Per quanto riguarda i contatti con i colleghi (e con chiunque altro), più che limitati sono pressoché inesistenti. “Naturalmente possiamo parlarci al telefono, ma non vedo nessuno, davvero. Anche quando siamo sulla navetta per andare ai campi, ci sono due metri di distanza e devi disinfettarti le mani tipo cinque volte prima di arrivare e lo stesso al ritorno. È molto rigoroso, ma capisco che è importante”.

 

È consapevole delle critiche da parte di alcuni giocatori costretti all’isolamento per 14 giorni e sa che Craig Tiley conosce perfettamente la situazione. “Da un lato, è più che comprensibile la frustrazione dei giocatori; dall’altro, so che è difficile, ma dobbiamo conviverci. Io non sono rinchiusa e loro sì, ma Tennis Australia sta cercando di aiutarli con l’equipaggiamento, i pesi, le cyclette. Credo che tutti sapessimo più o meno che sarebbe potuto accadere di finire in quarantena dura”. Per essere precisi, quella che per loro è quarantena dura altro non è che “quarantena” per qualsiasi altra persona. Chiamiamola allora isolamento per distinguerla da quella che consente di uscire per allenarsi. “Probabilmente, pensavamo di avere fortuna e poter giocare, ma c’era comunque questa possibilità”.

Al momento dell’intervista, Petra non aveva ancora sentito di cambi di programma nella settimana che precede lo Slam per aiutare chi non ha potuto allenarsi, ma in questi giorni ci sono state novità, come un nuovo torneo riservato alle tenniste ora in isolamento e la riduzione a un solo turno delle qualificazioni per i due WTA 500, mentre l’inizio dei due ATP 250 è stato posticipato di ventiquattro ore. ”Credo però che tutti stiano pensando più all’Australian Open perché i tornei precedenti sono una sorta di preparazione – importante, ma meno dello Slam”. Qui Kvitova sembra un po’ mancare il punto e aggiunge che, in termini di tempo per l’allenamento in campo, ci sarà un po’ differenza, “ma credo che tutti sappiano come si gioca a tennis e si rimetteranno presto sulla strada giusta. È sicuramente difficile”. Un punto su cui si è espresso in termini ben diversi il preparatore atletico di Andy Murray che, estremizzando all’opposto, vede importanti rischi per il fisico di quei giocatori.

Tra campo, palestra e cibo, i tennisti non “isolati” hanno cinque ore a disposizione. Quasi certamente a qualcuno stanno strette, ma a Kvitova? “Se devo essere sincera, per me è sufficiente. Gioco circa un’ora e mezza compreso il riscaldamento, poi vado dritta in palestra per un’ora, un’ora e mezza al massimo. Immagino che per altri probabilmente non sia abbastanza giocare solo una volta al giorno, ma a me va benissimo” assicura la trentenne di Bilovec. “Sto diventando vecchia e ho bisogno di salvaguardare un po’ il corpo”.

Kvitova ha giocato tre tornei nella seconda parte della stagione 2020: dopo l’uscita precoce al Western&Southern Open, sono arrivati gli ottavi allo US Open e la semifinale di Parigi. “So che ci sono persone che stanno perdendo il lavoro, quindi sono molto riconoscente per l’opportunità di competere. E non è facile neanche per chi gioca, con tanti tornei cancellati”. Quella decina di incontri è stata però sufficiente a farla abituare all’assenza (o quasi) di pubblico, tanto da pensare che, se saranno ammessi molti spettatori a Melbourne, “sarà assolutamente diverso, mi darà la pelle d’oca”. I tornei dello Slam e le Olimpiadi sono i cinque obiettivi della stagione di Petra, che spera di “restare in salute e giocare del buon tennis, come ho cercato di fare durante tutta la carriera”.

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WTA Palermo, Bronzetti eliminata da Ruse

L’azzurra paga lo scarso rendimento con la seconda: raggiungerà comunque il best ranking. Avanzano Zhang e Dodin

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Elena-Gabriela Ruse a Palermo 2021 (Courtesy of the Tournament)

Termina l’avventura di Lucia Bronzetti al Ladies Open di Palermo: è stata infatti sconfitta da Elena-Gabriela Ruse con il punteggio di 6-4 7-5 in un match giocato bene da entrambe, pagando soprattutto il 29% di punti fatti con la seconda. Bronzetti è comunque sicura di migliorare ulteriormente la propria classifica – al momento avrebbe il best ranking di N.174.

Entrambe hanno iniziato piano al servizio, con tre break nei primi tre giochi, due dei quali a favore di Ruse. Il terzo è stato quello decisivo: Bronzetti ha infatti perso il servizio a zero, e, pur servendo molto bene la prima da lì in avanti (78% nel set), vincendo diversi punti rapidi, non è riuscita a riportarsi in corsa. L’azzurra è riuscita a crearsi uno spiraglio solo nell’ottavo gioco con un paio di buoni rovesci, ma Ruse ha messo a segno due ace e ha allungato sul 5-3, chiudendo il set in tranquillità con un passante di rovescio e un attacco chiuso a rete.

Nel secondo Ruse ha aggredito da subito la seconda di Bronzetti (che ha messo in campo solo una prima nel primo game) e si è portata a doppia palla break con uno schiaffo di dritto, guadagnandosi l’1-0 con una risposta centrale. Bronzetti ha però trovato un bel vincente di dritto lungolinea e ha ringraziato i suoi numi quando un rimbalzo venefico ha portato Ruse all’errore, dandole una palla break: un errore di dritto della rumena le ha quindi dato il contro-break. L’azzurra ha poi recuperato da 0-30 prima di guadagnarsi tre palle break su un errore di rovescio di Ruse, portandosi 3-1 e servizio su una smorzata cortissima della rumena. Quest’ultima si è però guadagnata due palle del contro-break con uno schiaffo vincente di dritto, recuperando grazie ad un errore di rovescio di Bronzetti, che a inizio set ha fatto 1/9 con la seconda.

 

Il rovescio ha continuato ad essere il punto debole di Ruse, che ha concesso una palla del 4-2, salvandola con un ace, ma la profondità della risposta di Bronzetti l’ha nuovamente trafitta – l’italiana ha però scentrato un dritto, e la situazione si è riassestata sul 3-3. Nel game successivo Ruse si è procurata una palla break attaccando di dritto e chiudendo con la palla corta, ma Bronzetti ha replicato con un kick al corpo. Ruse ha però tirato l’ennesimo vincente di dritto, solo per vedersi sbattere la porta in faccia da un rovescio vincente di Bronzetti che ha appena scheggiato la riga. L’azzurra ha tuttavia commesso un doppio fallo, e stavolta non è riuscita a difendersi dai fendenti di Ruse; il break è stato però subito recuperato grazie a due svarioni della qualificata, che ha commesso un doppio fallo e sbagliato uno smash aprendo la porta al 4-4. Sul 5-5, Ruse ha avuto una palla break quando un suo colpo ha scheggiato la riga, ma Bronzetti è stata coraggiosa con il rovescio lungolinea, chiudendo col vincente di dritto, stesso colpo che ha cancellato anche la seconda palla break. Ruse però ha alzato il livello, e dopo un recupero sbagliato di Bronzetti su una smorzata ha breakkato con un bel vincente di rovescio in diagonale, chiudendo il match subito dopo.

GLI ALTRI QUARTI DI FINALE – L’avversaria di Ruse in semifinale sarà Océane Dodin, che, nonostante 16 doppi falli, ha rimontato Jaqueline Cristian per 6-7(6) 6-3 6-4. Nel primo set la francese ha sprecato un vantaggio di 4-2, trovandosi al tie-break: Cristian ha messo appena largo un dritto che sarebbe stato vincente, concedendo il mini-break dell’1-0, ma ha impattato subito con una potente risposta centrale che ha colto impreparata Dodin e si è portata avanti 2-1 grazie ad un errore di rovescio della francese, allungando fino al 5-2 e servizio. La sesta del seeding non si è però arresa, e ha vinto due ottimi scambi in pressione, pareggiando sul 5-5 con un servizio vincente. Cristian a quel punto è stata brava a fermare l’emorragia con una risposta carica, procurandosi il set point con uno schiaffo di dritto, ma Dodin ha aggredito sin dalla risposta e cancellato la chance con un dritto a campo aperto; i doppi falli hanno però ricominciato a tormentare la francese, che ha concesso il set.

Nel secondo è stato un colpo decisamente estemporaneo a ribaltare l’inerzia dell’incontro. Dodin si infatta è esibita anche in un passante vincente mancino in controbalzo nel quarto gioco, e da lì la sua partita è girata: sfruttando una palla corta mal riuscita di Cristian si è procurata una palla del 3-1 subito concretizzata, salendo rapidamente 5-1. Cristian è riuscita a ricucire parzialmente lo strappo, recuperando uno dei due break e salendo 15-40 per riprendersi anche il secondo, ma Dodin ha trovato un servizio vincente e ha poi prevalso a rete, chiudendo il set quando Cristian ha erroneamente lasciato un suo recupero in allungo. Anche nel terzo Dodin ha preso un doppio break di vantaggio fino al 5-1 per poi farsi lambire dal recupero avversario, ma ancora una volta è riuscita a chiudere.

Nella parte alta, Shuai Zhang ha a sua volta rimontato per raggiungere la semifinale battendo Olga Danilovic per 4-6 6-3 7-6(2). La serba ha dominato l’inizio di partita grazie al suo dritto mancino estremamente liftato, fuggendo sul 5-1. Sprecato un set point, ha rischiato di subire una sorprendente rimonta, ma è riuscita a chiudere il set sul 6-4. L’inizio del secondo set sembrava arridere nuovamente a Danilovic, che si è portata 15-40 nel primo game. Quella è stata la svolta: Zhang ha tenuto il servizio prima di breakkare nel quarto gioco allungando fino al 4-1. Nel settimo gioco, la tds N.4 ha nuovamente recuperato da 15-40, allungando la partita al terzo. Il parziale si è aperto con quattro break consecutivi prima di quello che sembrava l’allungo decisivo di Danilovic, che è andata a servire per il match sul 5-3; Zhang ha però contro-breakkato a zero prima di dominare il tie-break decisivo. In semifinale affronterà la vincente di Collins-Sharma, ultimo match di giornata.

Qui il tabellone di Palermo e degli altri tornei della settimana

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WTA Gdynia: Kucova in semifinale al termine del match più lungo del 2021

La ceca ha vinto dopo quasi quattro ore di gioco: è stato il quinto match più lungo in Era Open. Anche Zanevska in semi, sospesa Kawa-Kozlova

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Kristina Kucova - Photo by TK Sparta Praha_Pavel Lebeda

A dispetto del clamore dell’apertura delle Olimpiadi, che hanno visto Naomi Osaka accendere il braciere olimpico come ultima tedofora, il circuito WTA sta proseguendo nella stagione 2021 con due tornei: vediamo cosa è successo al Poland Open di Gdynia.

PARTE BASSA – Nel più lungo match del 2021 nel circuito WTA, nonché il quinto femminile più lungo in Era Open, Kristina Kucova ha battuto Ekaterine Gorgodze in 3 ore e 54 minuti per 6-7(4) 7-6(7) 7-6(3) salvando quattro match point nel secondo set. Gargantueschi i numeri dell’incontro: 299 punti giocati (154-145 Kucova), di cui meno della metà (147) vinti da chi era al servizio, ben 43 palle break create con 18 conversioni e 12 game ai vantaggi. Nel primo set Gorgodze è stata tre volte avanti di un break, salendo 2-0, 4-2 e infine 5-4, ma Kucova è sempre riuscita a recuperare, trascinando il set al (primo) tie-break: la mancina georgiana si è presa il mini-break immediato leggendo bene una smorzata dell’avversaria (che gioca tutti i colpi bimani); Kucova ha inizialmente recuperato, ma nulla ha potuto su un fantastico vincente di dritto in corsa di Gorgodze, che ha allungato sul 4-1 e servizio. La tennista slovacca ha accorciato di nuovo, anche grazie ad un doppio fallo dell’avversaria, che però è stata di nuovo bravissima con il dritto per salire 5-3 prima di tenere gli ultimi due servizi e chiudere il set.

Nel secondo è stato il turno di Kucova di sprecare tre break di vantaggio, facendosi recuperare da situazioni di 2-0, 3-2 e 4-3. Sul 4-4 le occasioni hanno iniziato a moltiplicarsi: in quel game Gorgodze ha annullato quattro palle break (due consecutive), la terza delle quali con un bel vincente di dritto in cross, e nel turno successivo ne ha salvate altre due, procurandosi un match point sul 6-5 grazie ad un errore di rovescio di Kucova al termine di uno scambio infinito; quest’ultima ha trovato un raro servizio vincente, ma ha poi dovuto annullare altri due match point (uno slice in rete di Gorgodze e una combinazione di dritti bimani) per arrivare a giocarsi un secondo tie-break. Lì sembrava pronta a pareggiare il conto dei set quando si è portata sul 5-2 e poi sul 6-4, ma ha commesso un doppio fallo; a quel punto Gorgodze ha vinto un altro scambio agonico (il moonball è diventato la cifra stilistica delle due sempre più sovente) con un robusto passante di rovescio e si è portata al match point N.4. A quel punto Kucova ha trovato qualche energia in più: prima ha cancellato l’opportunità con un vincente di rovescio lungolinea, e poi ha trovato un buono schiaffo stretto chiuso con un dritto a campo aperto per salire a set point, allungando il match su un errore di dritto di Gorgodze.

Nel set finale, nessuna delle due contendenti è mai riuscita a staccare l’avversaria: Gorgodze è salita 2-1 e servizio prima di perdere tre game di fila per il 4-2 Kucova. La georgiana è riuscita a pareggiare, trovandosi a servire per il match sul 6-5 solo per perdere la battuta a 15. Terzo tie-break sia dunque: a differenza dei precedenti, però, questo non ha avuto lo stesso grado di tensione drammatica, visto che Kucova è rapidamente (più o meno, vista la lunghezza degli scambi) salita 5-0 grazie a due errori di dritto della georgiana, chiudendo sul 7-3 al secondo match point.

GLI ALTRI INCONTRI – In semifinale, se avrà ancora forze residue, Kucova incrocerà Tamara Korpatsch, che ha battuto Anna Bondar per 7-5 6-3. Il primo set è stato estremamente convulso, con sette break su dodici giochi: per tre volte una delle due (Bondar sul 2-1 e servizio, Korpatsch sul 4-2 e sul 5-3) è scappata avanti solo per farsi riprendere immediatamente; alla fine quest’ultima è però riuscita a strappare il servizio all’avversaria per la quarta volta nel dodicesimo game, aggiudicandosi il set alla seconda opportunità. Il secondo è invece proceduto a parziali: Korpatsch è scappata sul 3-0, ma Bondar le ha reso la pariglia prima di arrendersi quando la tedesca ha vinto 12 degli ultimi 16 punti.

La prima semifinalista della parte alta è Maryna Zanevska. La belga ha dominato Parrizas Diaz (l’ultima testa di serie rimasta con il suo nono seed) per 6-3 6-2: scappata avanti 3-0, Zanevska ha salvato due palle non consecutive del contro-break nel quinto gioco, le uniche concesse in tutta la partita, tenendo gli ultimi due turni di servizio per chiudere il parziale. Il secondo è stato ancor più a senso unico: Parrizas ha salvato due palle break già nel primo game, capitolando nel terzo a uscendo definitivamente dal match quando Zanevska si è portata 5-2 e servizio – entrata in tabellone con una SE, la vincitrice ha conquistato il 74% dei punti sia con la prima che con la seconda. La sua prossima avversaria sarà la vincente di Kawa-Kozlova: l’incontro è stato sospeso sul 7-5 3-3 Kawa.

Qui il tabellone aggiornato di Gdynia e degli altri tornei della settimana

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Perché il pubblico deve stare in silenzio durante le partite di tennis?

Con gli appassionati che stanno tornando molto lentamente negli stadi, questo articolo di Atlas Obscura cerca di spiegare una delle convenzioni più consolidate del gioco

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Dettaglio pubblico, finale Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Gli stadi del tennis stanno cominciando a riempirsi nuovamente, dopo la pausa forzata per la pandemia, ma a Tokyo si giocherà (non solo a tennis) senza pubblico sugli spalti. Questo articolo pubblicato da Atlas Obscura circa un anno fa, prima dell’inizio dello US Open 2020 a porte chiuse (quest’anno invece ci sarà il pubblico) approfitta di questo particolare momento storico per chiedersi da dove nasca l’imposizione al silenzio del pubblico delle partite di tennis. Qui il link all’articolo originale


Ladies and gentlemen, quiet please. Players are ready. Thank you”. Questo è un ritornello comune durante le partite di tennis, specialmente quelle rumorose, che poi non sono particolarmente chiassose per gli standard di quasi tutti gli altri sport maggiori. È una frase pronunciata dal giudice di sedia, la più alta carica in loco. Stranamente, se ci si pensa un attimo, il pubblico non è mai offeso da questo rimbrotto. A volte lo applaudono. “Sì”, sembra dire il pubblico del tennis. “Dicci di stare zitti.”

[…]

 

In questo periodo stiamo capendo come l’assenza di energia del pubblico influenzi gli atleti professionisti nelle loro prestazioni. Il tema di come si sentirà quell’assenza nel tennis è ancora più interessante, perché anche quando c’è un pubblico pagante a una partita di tennis, questo non dovrebbe fare rumore, al di là dell’occasionale sospiro d’ammirazione.

Il tennis è uno sport profondamente strano, una guerra di logoramento psicologica, fisiologica, gladiatoria. Ma come ha fatto il silenzio del pubblico ad essere così strettamente associato a questo sport, al punto che gli spettatori letteralmente applaudono quando viene detto loro di fare silenzio?

Il silenzio tra gli spettatori del tennis, per quanto ben consolidato, non è una regola ufficiale. Le linee guida di Wimbledon, il più serio e solenne dei tornei di tennis, affermano: “L’uso di qualsiasi comportamento antisociale, aggressivo, fastidioso o pericoloso, un linguaggio volgare, offensivo, razzista o incline a gesti osceni, la rimozione di magliette o qualsiasi indumento volti ad offendere l’avversario, e arrampicarsi su qualsiasi edificio, muro o altra struttura o attrezzatura sono vietati e possono comportare l’espulsione dai terreni del club“. Questo è quanto. Non una parola sul silenzio durante il gioco. Che il silenzio non sia ufficialmente richiesto è di per sé una tradizione.

Il libro “Spalding’s Lawn Tennis Annual” del 1923, che include le regole del gioco e riassume le stagioni precedenti, fa eco a questo principio. Ci sono lunghi elenchi di regole, afferma, che non sono scritte – anche se sono implicite – riguardanti l’etichetta e il decoro. Queste includono “astenersi dal parlare ad alta voce mentre è in corso una partita“, “non applaudire né incitare mentre è in corso uno scambio“, e altro ancora.

Le origini e l’evoluzione del tennis, come quelle di quasi tutti gli sport organizzati, sono discordanti e poco chiare. Ci sono molti sport della stessa famiglia generale del tennis in cui una palla viene colpita avanti e indietro tra gli avversari. Spesso citato dagli storici come il nonno del tennis è un gioco francese chiamato “jeu de paume”, o “gioco della mano“, che, come suggerisce il nome, si giocava senza racchetta.

Giunti al sedicesimo secolo, erano state aggiunte racchetta e rete, e il gioco riscosse successo tra i reali e l’aristocrazia d’Europa, specialmente in Inghilterra, dove Enrico VIII era un fervente giocatore ed appassionato. In quel periodo iniziò ad essere conosciuto con alcuni nomi diversi, fra cui “tennis“, il cui etimo è di origine incerta (alcuni suggeriscono che derivi dal francese “tenez”, che significa “Ecco, prendi questo“, fondamentalmente una variazione di “Fore!“, usato nel golf, ma non vi sono documenti scritti che attestino che qualcuno abbia mai gridato “Tenez!” prima di un servizio). Talora quello che si giocava veniva chiamato “royal tennis” o “court tennis”. Questa forma è in realtà ancora giocata in numero estremamente limitato, e viene chiamata pomposamente “real tennis” [in italiano si chiama pallacorda, ndr].

La pallacorda o court tennis, come viene chiamato negli Stati Uniti, è uno sport folle. Si deve immaginare un campo da squash – più piccolo di un campo da tennis, chiuso su tutti e quattro i lati, con un soffitto. Ci sono lunghi tendoni su tre lati del campo, situati a metà del muro, e questi lati del campo sono chiamati “penthouses“. Non solo si può colpire la palla usandoli come sponda, ma si deve servire dalla parte superiore di essi con un bizzarro pallonetto in top. Ci sono poi parecchie aperture nel muro nelle quali è possibile infilare la pallina, come a pinball, chiamate “galleries”. E c’è una protuberanza anomala solo su un lato del campo, chiamata “tambour“, dalla quale possono anche essere giocati i colpi. La racchetta è piccola, pesante, di legno, e asimmetrica come il campo stesso; la testa è inclinata da un lato, come se si fosse sciolta e fosse colata da una parte durante la costruzione.

Ma questo sport assolutamente eccentrico può essere la chiave per capire perché il pubblico del tennis moderno debba stare in silenzio. Poiché la pallacorda deve essere giocata in una stanza chiusa, è praticamente impossibile che questa possa contenere un pubblico numeroso. Gli spettatori si siedono su un lato e su una balconata, fine della storia. “I limiti fisici dello spazio facevano sì che non più di cento persone potessero assistere alla gara“, afferma Rob Lake, storico e sociologo del tennis. Lake è andato a una recente partita dei mondiali court tennis e l’arena al completo contava forse 60-70 persone al massimo. Le origini del tennis non comprendono stadi enormi e nemmeno gradinate, ma piuttosto pochi re, regine e principi sparpagliati per una stanza amorfa.

Campo Court Tennis

La pallacorda era comicamente aristocratica. I campi erano difficili e costosi da costruire, l’attrezzatura è sempre stata fatta a mano e quindi non a buon mercato e, soprattutto, le persone che la amavano volevano che rimanesse un gioco di svago e ricchezza. Le partite di pallacorda erano eventi sociali, posti dove farsi vedere, forse per trovare un coniuge per una nipote o un nipote ribelle, o per chiudere un affare. Il pubblico – il pubblico esultante e chiassoso, che amava bere – ne era escluso.

A partire dal diciannovesimo secolo, il tennis cominciò ad aprirsi, a poco a poco, senza mai abbandonare le proprie radici. Nel 1874, il maggiore Walton Clopton Wingfield stabilì le regole per un nuovo gioco chiamato “lawn tennis”, che si ispirava al court tennis e a vari altri sport con racchetta. Giocato su un prato a forma di clessidra, il tennis di Wingfield si diffuse rapidamente nella natìa Inghilterra. Solo pochi mesi dopo arrivò negli Stati Uniti. Il primo torneo di Wimbledon si svolse nel 1877, seguito dal primo US Open nel 1881. Fu una creazione di enorme successo, probabilmente favorita dal fatto che Wingfield vendeva kit da tennis in una scatola, contenente tutto il necessario, per meno di 200 dollari di oggi. Non tutti lo sanno, ma questo tennis, quello che conosciamo e amiamo oggi, con piccole variazioni, ha mantenuto il nome di “lawn tennis” fino a non molto tempo fa – l’USTA ha eliminato la parola “lawn” dal suo nome solo nel 1975.

L’aumento di popolarità del tennis fu netto, ma lo sport mantenne le sue radici di campo elitario per diversi motivi. Uno di questi è il concetto di dilettantismo, che non significa esattamente ciò che si potrebbe immaginare. Il tennis era uno sport dichiaratamente dilettantistico, e i tornei più grandi non furono giocati dai professionisti fino al 1968. Il dilettantismo in questo caso non significa che i giocatori non fossero bravi, ma piuttosto che quelli che giocavano a tennis non avevano realmente bisogno di farlo. Era un divertissement e le persone ricche ci giocavano con lo stesso atteggiamento con cui scrivevano poesie o suonavano il piano. Sarebbe stato considerato volgare o da plebei guadagnarsi da vivere con esso.

Il dilettantismo a quel tempo significava non solo che non venivi pagato, ma che giocavi in ​​un certo modo“, dice Nancy Spencer, una sociologa di tennis all’ Università di Bowling Green State che ha anche giocato da pro. Era un gioco da gentiluomini perché semplicemente non veniva preso sul serio come gli sport professionistici. C’erano sentiti dibattiti sull’uso di determinati colpi, come la volée o il pallonetto perché questi, anche se non contro le regole, erano considerati antisportivi. Il pallonetto, ad esempio, faceva fare una figura poco dignitosa all’avversario, che doveva voltarsi e inerpicarsi in una corsa all’indietro per poi cercare di rimandare la pallina in qualche modo. Ovviamente in alcuni casi è utile se il tuo obiettivo è vincere, ma allora l’obiettivo non era vincere, almeno non a costo di usare modi considerati cattivi e indecorosi.

Il gioco del tennis non era stato concepito per essere preso sul serio, il che si rifletteva nel modo in cui veniva giocato e guardato“, dice Lake. Giocare a tennis, e anche giocarlo bene, era un segno di ricchezza e buona educazione ma non di sudore, pratica e fatica. Il sudore, la pratica e la fatica, infatti, erano visti come profondamente poco à la page. Il libro del 1923 recita: “Ricorda che il tennis è uno sport amatoriale, giocato per sé stesso e non a scopo di lucro. La maggior parte dei tornei perde denaro. Le partite danno piacere agli spettatori e ai giocatori e il tuo atteggiamento nei confronti di queste gare dovrebbe sempre essere regolato da questa considerazione“. Che lusso! Nessuno ha bisogno di farlo, nessuno verrà danneggiato materialmente se perde o aiutato se vince. Il torneo perde soldi, perché cosa sono i soldi, in ogni caso?

Agli albori del lawn tennis, il pubblico era decisamente patrizio. Lo US Open si svolgeva al Newport Casino di Newport nel Rhode Island, un posto molto chic; Wimbledon si trovava nell’omonimo ed elegante sobborgo londinese. Il New York Times e altre pubblicazioni si occuparono dello US Open per i suoi primi decenni, ma erano più interessate alle feste, agli ospiti e alle celebrità che al gioco. In Inghilterra, Wimbledon faceva parte dei circoli estivi delle upper classes, insieme alla Oxford-Cambridge Boat Race, alla corsa dei cavalli dell’Epsom Derby e al British Open di golf. Il tennis non era fatto per gli appassionati di sport, ma piuttosto per gli aristocratici e per coloro che aspiravano a diventare come loro.

Fino allo scoppio della prima guerra mondiale, gli Stati Uniti guardavano alla Gran Bretagna come a un modello di comportamento“, afferma Lake. “L’impero britannico era al suo apice e la classe media americana aspirava a diventare come i britannici non solo nello sport, ma anche a livello di portamento“. Inizialmente, la Gran Bretagna era il riferimento assoluto per come il tennis doveva essere: riservato, sofisticato, ricco senza essere pacchiano.

Il pubblico era già di per sé poco incline a essere rumoroso, proprio per via delle sfumature gentili, eleganti, raffinate del tennis. Ma c’è un’altra sfaccettatura nella faccenda del dilettantismo: i giocatori erano spesso della stessa classe sociale – e razza – del loro pubblico. Questo non è sempre il caso negli sport professionistici, dove i giocatori sono stati a lungo trattati come beni da acquistare, vendere e scambiare. In quel libro del 1923, una delle regole recita: “Appena prima di una partita, anche se lo conosci, non cercare di conversare con un giocatore o di auguragli buona fortuna. Lascialo in pace; la sua mente è già abbastanza occupata in quel momento“. I giocatori e gli spettatori erano socialmente equivalenti.

I giocatori professionisti di baseball o basket si esibiscono per i loro soldi, e praticano il loro sport come lavoro. Certo, oggi gli stipendi sono astronomici, ma non lo sono sempre stati, e lo sport professionistico è stato a lungo considerato un lavoro fisico, fondamentalmente operaio, che richiedeva poca istruzione o pochi privilegi per eccellere. Le edizioni dello US Open disputate a Newport, d’altra parte, qualche volta avevano come premio per il vincitore una botte di vino raro.

First US Tennis Championships in Newport Casino, Rhode Island, 1881

Sembra probabile che, con l’assenza di necessità o incentivi per la vittoria, nessuno si preoccupasse davvero del tennis come sport. Il risultato? Silenzio mentre un giocatore sta servendo. È un uomo di Harvard! Uno con i soldi! Proprio come noi! Sii gentile e aiutalo con un po’ di silenzio mentre cerca di servire.

Il tennis iniziò a diffondersi ulteriormente, ma prendendo una strada diversa rispetto ad altri sport. Il basket, creato, codificato e reso popolare più o meno nello stesso periodo, è stato adottato dalla YMCA e dal suo ethos da “cristiani muscolosi”. “La YMCA stava cercando di creare uomini cristiani forti e robusti, e il tennis non si adattava alla loro idea di come quel tipo di persona dovesse essere“, dice Lake. L’YMCA voleva che quante più persone possibile giocassero a basket. “Si ritiene spesso che quegli sport [baseball, basket, calcio, football americano e altri, nota nell’originale] siano cresciuti man mano che abbiamo cessato di essere agricoltori e man mano che si è diffusa la credenza che la pratica degli sport rafforzasse la virilità, lo spirito di collaborazione e il lavoro di squadra“, afferma Joel Drucker, giornalista scelto come storico dell’International Tennis Hall of Fame, che si trova proprio a Newport. Il tennis non ha niente di tutto ciò. È uno sport uno contro uno o due contro due, senza contatto fisico. È sempre stato considerato stravagante tra gli altri grandi sport.

Il tennis richiede aree piuttosto ampie, che all’epoca dovevano essere curate al minimo dettaglio, ed è terribilmente inefficiente in termini di spazi per lo sport. Possono giocare al massimo quattro persone contemporaneamente, ma di solito sono solo due, e lo spazio serve a poco al di là del gioco. Il basket può essere giocato su qualsiasi superficie dura, ha bisogno di un solo canestro per una partitella, e può essere facilmente giocato da dieci persone in un’area che è circa la metà di quella di un campo da tennis. Il baseball può essere giocato in un pratone o in strada. Il calcio è di casa quasi ovunque, su qualsiasi superficie, allorché ci sia abbastanza spazio per correre e calciare o lanciare il pallone.

Fra gli sport creati o codificati alla fine del dicannovesimo secolo, dice Drucker, “il tennis non è pastorale come il baseball o urbano come il basket“. Il tennis era essenzialmente suburbano.

Col tempo, poi, il tennis divenne uno sport da country club. Per molto tempo, questo non ha significato che il tennis fosse popolare solo ed esclusivamente nei circoli della noblesse, ma piuttosto che i giocatori dovevano accumulare punti giocando letteralmente solo in quei posti per qualificarsi ai tornei. Quei circoli esclusivi, tra cui il Marylebone Cricket Club di Londra e il West Side Tennis Club di New York, avevano un’influenza incredibile su com’era lo sport, su chi giocava e su come giocava.

Tecnicamente, le autorità tennistiche che organizzavano i tornei non consentivano discriminazioni. Erano i circoli a farlo, escludendo di fatto gli atleti neri ed ebrei dai livelli più alti. Fu necessario l’intervento del ​​sindaco di New York City e di Eleanor Roosevelt per costringere il West Side Tennis Club a porre fine alle sue politiche discriminatorie negli anni Cinquanta. Queste politiche avevano permesso al tennis di rimanere quello che era sempre stato: un’attività, non uno sport, per i bianchi delle zone residenziali (le donne, vale la pena notare, sono entrate a far parte in modo significativo e condiviso dal mondo del tennis prima che in qualsiasi altro sport. Le più grandi star del tennis del mondo, da Suzanne Lenglen negli anni Venti a Serena Williams oggi, sono state spesso donne).

Nel complesso, i poteri che controllavano il tennis volevano mantenerlo com’era. “Il tennis non ha mai avuto, dal punto di vista della leadership, persone particolarmente entusiaste che diventasse uno sport di massa“, afferma Lake. Fu solo nel primo decennio dopo che i professionisti furono ammessi ai tornei, nel 1968, che il tennis si aprì alle masse. L’introduzione di campi in cemento, che erano poco costosi da costruire e mantenere, insieme alla nuova popolarità della sua versione professionistica, fece sì che i parchi e le scuole di tutto il paese iniziassero a costruire campi da tennis pubblici – circa 250.000 negli Stati Uniti, ad oggi. Ma l’inefficienza dello spazio significava ancora che era più adatto per i sobborghi, e molti dei suoi taciti standard e tradizioni si sono perpetuati, anche se oramai sono quasi reliquie.

Basti pensare a Wimbledon, oggi costruito e commercializzato come un evento estivo elegante ed estremamente inglese, con champagne, fragole, cappelli a bombetta, erba verde, e un dress code per i partecipanti che consente qualsiasi colore, purché sia ​​bianco. “Non è la realtà di come è la Gran Bretagna“, dice Lake, il cui accento tradisce il fatto che abbia trascorso parecchi anni in Inghilterra. “È un po’ come la Gran Bretagna vuole essere pensata e considerata, storicamente. È una specie di ricostruzione artificiale“. Quando le persone vanno a Wimbledon, partecipano a questa recita del “tennis in un giardino inglese”, uno slogan che Wimbledon ha effettivamente usato per molto tempo. È, come è sempre stato, un luogo in cui farsi vedere ed esibirsi secondo i canoni della tradizione nobiliare inglese.

A pagine 2: il ruolo delle folla e alcune possibili spiegazioni

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