Perché fanno così rumore le foto di Novak Djokovic con politici ed ex militari serbi

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Perché fanno così rumore le foto di Novak Djokovic con politici ed ex militari serbi

Dopo la sconfitta di New York, Novak Djokovic si è concesso un soggiorno in Bosnia che ha generato molte polemiche per una foto con l’ex leader dei ‘Lupi della Drina’, che parteciparono al massacro di Srebrenica

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Dopo la conclusione amara dello US Open, che ha visto il suo sogno di completare il Grande Slam infrangersi in finale contro Medvedev, Novak Djokovic si è recato in Bosnia per recuperare un po’ di serenità e per visitare nuovamente le ‘Piramidi del sole’ di Visoko, dove era già stato la scorsa estate.

Il suo soggiorno balcanico, però, si è trasformato in un ricettacolo di critiche e polemiche per via della sua partecipazione a un paio di eventi mondani in cui il numero uno del mondo è stato fotografato con Milan Jolovic e Milorad Dodik, rispettivamente ex comandante dei ‘Lupi della Drina’ (formazione militare che partecipò a uno dei genocidi più cruenti della guerra in Bosnia) ed ex presidente della Repubblica Serba – nonché attuale membro della Presidenza della Bosnia Erzegovina – che ha pubblicamente negato che a Srebrenica, nel 1995, sia avvenuto un genocidio.

Milan Jolovic è stato decorato in Serbia – dove si è guadagnato il soprannome ‘Legend‘ – per aver salvato la vita al generale generale Ratko Mladić, che durante una operazione militare era finito nelle linee nemiche; al termine della guerra, Ratko Mladić è stato condannato (nel 2017) per i crimini commessi. Jolovic è dunque al contempo una figura popolare (in Serbia) e controversa per via della sua partecipazione a una pagina di storia che è tuttora una ferita aperta per il popolo bosniaco.

 

Lo vediamo accanto a Djokovic in questo scatto tratto da un evento a cui il numero uno del mondo ha partecipato durante i giorni trascorsi in terra balcanica; la foto ha provocato diverse reazioni nella comunità bosniaca, come ha riportato Adam Addicott su Ubitennis.net che spiega anche come Djokovic abbia conosciuto Jolovic (e sua moglie Snezana, ex podista) un anno fa nel corso della prima visita alle piramidi bosniache.

Il secondo focolaio di critiche, a seguito del quale la faccenda ha varcato i confini balcanici per apparire addirittura sui quotidiani generalisti europei (compresi quelli italiani), riguarda invece la presenza di Djokovic al matrimonio di Nemanja Majdov, ex campione serbo di Judo. Non è ben chiaro se si tratti di due apparizioni differenti, ma il fatto che Djokovic indossi lo stesso abito lascia immaginare che possa trattarsi della stessa occasione. Ad ogni modo, nel corso di questa cerimonia della quale esiste anche un breve estratto video su YouTube, Djokovic è stato ritratto mentre canta assieme al succitato Milorad Dodik, che del massacro di Srebrenica di cui Ratko Mladić è stato parte attiva (le fonti storiche riportano l’uccisione di circa 8000 musulmani bosniaci), si è dichiarato, come vi abbiamo già detto, pubblicamente negazionista.

Sono probabilmente questi i motivi per cui Novak Djokovic ha preferito non rilasciare dichiarazioni pubbliche a riguardo, nonostante sia stato contattato da Al Jazeera. Inevitabilmente, è finito nell’occhio del ciclone.

Questa particolare attenzione per le amicizie di Djokovic, soprattutto quando riguardano i rapporti con attuali o ex esponenti politici e militari serbi, è facilmente spiegabile con alcune considerazioni fatte dal collega Emanuele Atturo in questo articolo comparso sul portale ticinese ‘La Regione‘. Da una parte c’è la dimensione politica di Djokovic, corroborata dall’infanzia vissuta nella Belgrado insanguinata dalle guerre jugoslave e manifestatasi più ampiamente in età adulta: Djokovic non ha mai avuto paura di esprimere opinioni forti e controverse (come accaduto per i vaccini), a testimonianza di una coscienza politica assai spiccata.

Dall’altra parte c’è la difficoltà di tracciare, in Serbia, una linea di confine tra il patriottismo ‘sano‘ – ammesso ne esista uno, e chi scrive non ne è convinto – e il nazionalismo nella sua forma più deteriore, quella che ha dato vita alle guerre e ai massacri degli anni Novanta. Ne è un banale esempio il massiccio utilizzo del saluto serbo, eseguito con le prime tre dita estese e le ultime due chiuse, nato per simboleggiare la trinità della fede ortodossa e diventato successivamente segno di vittoria dei soldati serbi durante le guerre jugoslave; nonostante per anni abbia accompagnato atti di intollerabile violenza, il saluto è rimasto nella cultura serba e oggi viene utilizzato comunemente; più volte abbiamo visto lo stesso Srdjan Djokovic, papà di Novak, utilizzarlo per festeggiare le vittorie di suo figlio.

Analizzati i motivi per cui Djokovic si ritrova particolarmente esposto quando si tratta di richiami alla tumultuosa storia (politica e militare) del suo paese, ci permettiamo una considerazione conclusiva sull’opportunità, per uno degli atleti più popolari del pianeta, di accompagnarsi con personaggi del curriculum (eufemisticamente) poco limpido in riferimento a una fetta di terra, i Balcani, che non hanno certo bisogno di polarizzare ulteriormente posizioni – e popoli – già parecchio distanti tra loro. Questo non costituisce una colpa in sé, né può trasformarsi in un endorsement automatico a determinate idee politiche propugnate dai personaggi con cui Djokovic è stato fotografato, ma come la questione dei vaccini ha a che fare con il ruolo di responsabilità a cui è chiamato chi, per la popolarità di cui dispone, sa di poter entrare nel quotidiano di molte persone.

Il problema non è dunque l’immagine di Djokovic, della cui limpidità tutto sommato deve interessare soltanto a Djokovic stesso, quanto l’effetto che questa immagine, o una sua eventuale versione distorta, può avere sul pubblico che si ritrova a decodificarla senza avere magari gli strumenti adatti per dubitare del fatto che, appunto, essere seduti allo stesso tavolo non significa essere d’accordo con tutti i commensali; questo deve essere chiaro a chi sarebbe già pronto a inserire il nome di Djokovic tra i criminali di guerra per un paio di scatti del 2021.

Provate però a pensare ai temi più sensibili con i quali una società deve confrontarsi al giorno d’oggi: non è possibile escludere dalle primissime posizioni la salute pubblica (e quindi il discorso sull’utilità dei vaccini) e la pericolosa eredità storica dei regimi totalitari, delle barbarie di guerra e dei genocidi (e qui c’è la storia della guerra balcanica e del massacro di Srebrenica), anche quando il tema viene toccato solo in modo indiretto come in questo caso. Djokovic non ha fatto nulla che si possa definire sbagliato, in base ai fatti che conosciamo, ma ha fatto sicuramente qualcosa di sconveniente. Ed è piuttosto difficile che l’azione sconveniente di un personaggio pubblico non generi reazioni anche molto risentite.

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ATP Lione: qualche segnale da Humbert e il tributo a Tsonga

Ai titoli di coda, Jo-Wilfried si arrende a Molcan. Humbert unico francese sopravvissuto alla giornata

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Ugo Humbert – ATP 250 Lione (foto vie Twitter @OpenParcARA)

Lontano dal livello a cui ci aveva abituato tra la fine del 2020 e la prima metà della stagione successiva a causa di problemi fisici, Ugo Humbert mette intanto a segno la quarta vittoria stagionale su 14 incontri del Tour. Sul Centrale dell’Open Parc Auvergne-Rhone-Alpes affollato di francesi, ne fa le spese il connazionale Gregoire Barrere, proveniente dalle qualificazioni, che ci ricordiamo perdere il duello a base di dritti steccati con Jannik Sinner un anno fa a Marsiglia. 6-3 6-4 per il ventitreenne di Metz, al prossimo turno atteso da Alex de Minaur che si è messo in testa di vincere degli incontri su terra battuta e ci sta pure riuscendo. Sarà quindi un buon banco di prova per Ugo.

È stata poi la volta di Lucas Pouille, anch’egli tradito dal fisico (chirurgia al gomito nel 2020) e sceso al n. 163 del ranking. Omaggiato di una wild card, non ha dimostrato un atteggiamento molto più combattivo rispetto ai suoi ultimi standard, facendosi rullare da tedesco Oscar Otte (senza alcun segno grafico sulle O). 6-3 6-1, ma almeno è durata più di un’ora.

Al suo penultimo appuntamento prima dell’addio a Parigi, Jo-Wilfried Tsonga si è arreso con un doppio 6-4 ad Alex Molcan. L’ostico mancino slovacco ha avuto vita piuttosto facile quando la prima francese mancava il campo, potendo così muovere un avversario non certo rapidissimo negli spostamenti laterali e che spesso ha addirittura rinunciato quando gli veniva proposta una smorzata, peraltro sempre ben nascosta. Falloso con il dritto, il classe 1985 ha perso il servizio sul 4 pari del primo parziale che Molcan ha chiuso sfoderando un paio di ottimi drop-shot di rovescio. Un break è stato sufficiente anche nel secondo set ed è arrivato al quinto gioco, emblematico delle difficoltà di Jo quando, non aiutato dalla prima battuta, veniva mosso dalle traiettorie del n. 47 ATP. Tsonga ha provato un’ultima zampata sul 4-5 ruggendo dopo il bel passante di dritto che valeva il 30 pari, ma i due successivi errori hanno decretato la vittoria di Molcan. Dopo l’incontro, tra la commozione generale, la moglie Noura, il figlio Shugar, il fratello brother e l’amico e coach Thierry Ascione gli hanno consegnato un trofeo simbolico.

 

Molcan ora dovrà vedersela con Karen Khachanov, vincitore per 6-1 6-4 di Gilles Simon, anch’egli all’ultima stagione da pro. L’incontro che andava via scontato a favore di Karen si è acceso nel finale quando Gilou ha annullato un primo match point con un gran passante bimane, che però non ha saputo replicare sulla palla del 5 pari. Sulla successiva parità, l’arbitro troppo frettoloso ha chiamato il vantaggio Khachanov per l’ace messo a segno; tuttavia, sceso a controllare su invito francese, ha dato la palla fuori scatenando le proteste di Khachanov. Rassicurato dall’avversario, ha tirato alcune martellate delle sue e chiuso la sfida.

Il tabellone dell’ATP 250 di Lione

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Il Governo smentisce Binaghi: “Malagò non ha chiesto di intervenire sull’autonomia dello sport”

Alla secca replica di Palazzo Chigi alle parole del presidente della FIT si aggiunge a quella più articolata del presidente del CONI: “Attacco inelegante e non vero”

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Le frecciate lanciate da Angelo Binaghi nei confronti del presidente del CONI Giovanni Malagò non sono state lasciate passare né dal diretto interessato né dal Governo, indirettamente chiamato in causa. Nel corso della conferenza stampa di chiusura degli Internazionali d’Italia, infatti, Binaghi ha accusato il collega di aver tentato di impedire prima la partecipazione di Novak Djokovic e poi quella dei tennisti russi e bielorussi sulla base – secondo il presidente della FIT – di una lettura erronea del comunicato del CIO sulla questione. Il tutto facendo pressione sul governo.

Secondo quanto scrive Repubblica, durante la consegna del Premio Bearzot 2022, Malagò ha espresso stupore per l’attenzione riservatagli durante il discorso di Binaghi di domenica che avrebbe dovuto concentrarsi su “quello di particolarmente significativo che è riuscito a fare in questi giorni il torneo. È stato fatto, ma sicuramente in modo marginale rispetto al peso che è stato riconosciuto al tema di un attacco inelegante, sbagliato, profondamente non vero e anche sgrammaticato sotto il profilo dei ruoli nazionali e internazionali”.

Non si fermato qui il presidente del CONI che, dopo aver fatto generica menzione dei rapporti di Binaghi con la politica negli ultimi anni, ha aggiunto che, in quanto membro, lui deve rispondere al CIO e “il Comitato è molto, molto attento e fiscale anche con chi lo rappresenta. Ho sempre detto che era un invito e non c’era nessun obbligo, perché conosciamo perfettamente la specificità, l’autonomia, la natura privatistica dei sindacati dei giocatori professionistici del tennis ATP e WTA, per cui l’ultima parola spetta a loro”.

 

Su questo argomento, insiste Malagò, Binaghi “non conosce o è stato mal consigliato”. E chiude definendo “ineleganti” i paragoni fatti da Binaghi sul tema incassi con altri eventi come il GP di Monza che, peraltro, aveva già replicato: “Lo svolgimento del Gran Premio di Formula 1, come negli anni trascorsi, viene realizzato con le sole risorse di ACI, che notoriamente non riceve alcuna forma di sovvenzione pubblica, al netto di un contributo parziale garantito dalla Regione Lombardia” sono state le parole di Giuseppe Redaelli, Presidente di Autodromo Nazionale Monza.

Infine, fonti di Palazzo Chigi (sempre citate da Repubblica) riportano che “con riferimento alle dichiarazioni del presidente della Federtennis Angelo Binaghi riportate dalla stampa, si precisa non rispondere al vero che il Presidente del CONI Giovanni Malagò abbia ‘chiesto al Governo di intervenire sull’autonomia dello sport’ e si conferma che i rapporti tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Coni sono contraddistinti da collaborazione istituzionale e da rispetto per le reciproche competenze e funzioni”.

Palla dunque rispedita al mittente che ci auguriamo eviti di ribatterla a sua volta perché il Roland Garros è alle porte – anzi, già sono partite le qualificazioni – e preferiremmo concentrarci sul tennis vero piuttosto che dover riportare battibecchi di chi pare giocare a chi ha il Palazzo più grosso.

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Roland Garros, qualificazioni: avanti Agamenone, Cobolli, Giannessi, Giustino, Zeppieri ed Errani

Nel primo turno di qualificazioni subito fuori Gaio, Fabbiano, Bonadio e Di Sarra. Gojo sorprende Mager. A Zeppieri il derby con Seppi

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Agamenone - Uff.Stampa Forlì

Oggi lunedì 16 maggio, è partita ufficialmente la 121esima edizione del Roland Garros, con l’inizio delle qualificazioni sia maschili che femminili. In questa prima giornata dell’Open di Francia 2022, sono già scesi in campo ben 12 tennisti azzurri, di cui dieci nel tabellone cadetto maschile e due in quello femminile.

SORPRESA AGAMENONE – Tra i giocatori che hanno aperto le danze del programma odierno, ci sono stati tre nostri alfieri: Gaio, Agamenone e Fabbiano. Nessuno dei tre godeva dei favori del pronostico, visto che il sorteggio lì aveva abbinati a tre teste di serie; ciò nonostante una vittoria è stata raccolta. Ma andiamo con ordine e partiamo dal Campo 5. Federico Gaio, attualmente n. 184 del mondo, si è arreso 6-1 7-6(7) alla forza n. 23 delle quali, il ceco Zdenek Kolar. Il faentino ha ceduto al n. 136 ATP, dopo oltre un’ora e quaranta di gioco, perdendo nettamente il primo set; ma riuscendo poi nella seconda frazione ha forzare il tie-break. Ed è proprio nel gioco decisivo, che sono riscontrabili i maggiori rimpianti per il tennista romagnolo. Il quale ha, infatti, sprecato un vantaggio di 5 punti a 2, subendo un parziale di quattro punti consecutivi del suo avversario, e ha abbandonato qualsiasi speranza di prolungare la partita al terzo match point nel sedicesimo punto del deciding game. Invece spostandoci sul Campo 9, troviamo la prima gioia azzurra che corrisponde anche alla prima sorpresa di giornata.

Franco Agamenone, n. 155 del ranking, aveva di fronte a sé un compito assai gravoso; quel Daniel Galan che l’Italia tennistica ha imparato a conoscere durante le Finals di Davis torinesi. Il colombiano, secondo favorito per accedere al main-draw, si è portato a casa il secondo set; ma nulla ha potuto contro la furia – derivante dalla totale fiducia e consapevolezza nei propri mezzi, scaturite dopo il trionfo al Challenger di Roma Garden – agonistica del 29enne di origini argentine. Il risultato finale recita 7-5 3-6 6-3 in favore dell’italiano, dopo una battaglia durata quasi tre ore (2h47 per l’esattezza) e che ha visto inoltre Franco cancellare due set point nel decimo game del secondo set. Da evidenziare il numero incredibile di palle break avute dal nostro giocatore, addirittura 23 di cui però solo 6 concretizzate. Sul Campo 2 altro scontro decisosi alla frazione finale, che però in questo caso ha visto Thomas Fabbiano soccombere alla tds n. 20 Nuno Borges. Il portoghese, n. 126, si è imposto con lo score di 6-3 1-6 6-2 dopo un’ora e tre quarti. Peccato per il pugliese, non aver avuto la capacità di amministrare il break di vantaggio maturato in apertura di partita. Il giovane portoghese ha fornito un’ottima prestazione al servizio, con 5 ace scagliati e il 70% di punti vinti con la prima.

 

COBOLLI CONFERMA LA SUA ASCESA – A pareggiare i conti, nel computo tra successi e ko per i rappresentati del Bel Paese, ci ha pensato Flavio Cobolli. Il toscano, ma romano d’adozione, dopo aver assaggiato per la prima volta l’atmosfera inconfondibile del Foro Italico, si è sbarazzato facilmente della wild-card locale Gueymard Wayneburg con il punteggio di 6-3 6-4 dopo poco più di un’ora e venti di match. Le 436 posizioni, che dividevano i due giocatori in classifica, si sono viste tutte nei momenti decisivi dell’incontro ed in particolar modo nei 39 non forzati commessi dal 18enne francese. Niente da fare invece per Riccardo Bonadio, che non è riuscito a dare seguito all’impresa di Agamenone sul Campo 9 con un altro exploit. Il friulano, n. 239 delle classifiche, pur lottando ha lasciato il passo all’australiano Jason Kubler. Il n. 161 del mondo ha trionfato per 6-4 3-6 6-3 in un match molto duro, che ha sfondato il muro delle 2ore di gioco. Riccardo ha purtroppo mancato due opportunità di contro-break sul 4-3 del primo set, che avrebbero rimesso in equilibrio il parziale. Inoltre il tennista aussie ha mostrato un fondamentale d’inizio gioco in grande spolvero: gli 8 ace, il 64% di prime in campo e il 75% di conversione sono lì a dimostrarlo.

GIANNESSI E GIUSTINO CONVINCENTI, NONOSTANTE IL PRONOSTICO – Dopo una mattinata abbastanza incolore per gli azzurri; ecco che a partire dall’ora di pranzo la giornata ha decisamente cambiato rotta. Sotto il solo cocente, che picchia forte all’ora di punta, sul mattone tritato parigino si sono registrate la seconda e la terza vittoria di un nostro tennista. Prima Alessandro Giannessi e poi Lorenzo Giustino hanno staccato il pass per il secondo turno delle qualificazioni, e lo hanno fatto entrambi in due set e contro avversari meglio classificati di loro. Il 31enne spezzino, numero 173 del ranking mondiale, ha battuto la tds n. 15 Mats Moraing (n. 117) 7-6(6) 6-0 in una sfida dai due volti. Ad una prima frazione scandagliata da un sottilissimo equilibrio, sempre sul filo del rasoio, e conclusasi solamente al tie-break per 8 punti a 6; ha fatto da contro altare una seconda senza storia dove il tedesco non ha racimolato neanche un gioco e ha chiuso così la sua esperienza a Bois De Boulogne con tanto di bagel. Determinante a fini del risultato il divario nel numero degli unforced (46 contro 16) e la percentuale di prime in campo (50% contro il 75% del ligure). Mentre il 30enne napoletano ha dovuto superare un avversario veramente ostico, come l’austriaco Dennis Novak – 150° giocatore della classifica ATP. Giustino, n. 205 al mondo, ha centrato il successo contro la tds n. 27 dopo quasi due ora di partita per 7-5 7-6(4). Una prova veramente convincente del campano, che ha fatto suo il primo set trasformando l’unico break point avuto nel parziale dai ribattitori. Bravo Lorenzo, soprattutto nel secondo parziale, a resettare dopo aver mal gestito un break di vantaggio e dopo aver concesso immediatamente un mini-break nel punto inaugurale nel tie-break, chiudendo poi al secondo match ball. Uno straordinario 84% di concretizzazione con la prima palla di servizio, rappresenta il dato statistico fondamentale che ha permesso al tennista italico di uscire vittorioso dal campo.

GOJO ANCORA BESTIA NERA, FUORI MAGER – Ma probabilmente gli incontri più affascinanti ed intriganti, con tennisti italiani protagonisti, erano le ultime due sfide a chiusura del programma. Per mortivi diversi, ma con la stessa curiosità che aleggiava attorno ad essi alla vigilia, gli scontri che suscitavano più interesse erano quelli che vedevano fronteggiarsi Gianluca Mager opposto a Borna Gojo da un lato e dall’altro il derby tra Giulio Zeppieri e Andreas Seppi. Per quanto riguarda il match tra il sanremese e il croato, il duello stuzzicava perché si aveva voglia di rivedere all’opera il 24enne di Spalato dopo l’incredibile percorso che lo aveva reso celebre al grande pubblico e non solo, al Pala Alpitour, iniziato con lo scalpo Sonego e proseguito trascinando la sua nazionale fino a Madrid dove solo Rublev è stato in grado di fermarlo. Ebbene la partita non ha tradito le attese, anche se ancora una volta il gigante balcanico n. 222 del mondo sì è rivelato bestia nera del tennis italiano. Gojo ha superato in rimonta Gianluca – al momento n. 119 del ranking – per (3)6-7 6-2 6-4 in poco più di due ore. Eccezionale rendimento con il servizio per il croato, in particolare per ciò che concerne i punti diretti, con 21 ace scaraventati ed un meraviglioso 82% di punti vinti con la prima (42/51).

UN DERBY PIENO DI SIGNIFICATI – Altrettanto gustosa si presagiva potesse essere il derby di casa nostra fra il mancino romano e l’esperto regolarista di Bolzano. Ma più che per il match in sé, la suggestione veniva data dallo scontro generazionale che questo incontro portava in dote. Da una parte un classe 2001, 20 anni lo scorso dicembre, mancino talentuoso alla ricerca della giusta ricetta per aprire le porte del grande tennis mondiale dopo una carriera da junior di livello molto alto ed una da pro, che adesso stenta a decollare. Dall’altra un classe classe ’84, 38 anni lo scorso febbraio. Ormai agli sgoccioli della sua diciottenale carriera. Nella quale ha fatto del lavoro, dell’intelligenza tattica; strumenti essenziali per potersi issare fino al best ranking di n. 18 della classifica ATP, pur non potendo contare su un talento così sviluppato o su un colpo definitivo. La sfida non ha detto molto, due palle break in tutta la partita, entrambe a marca Zeppieri e decisive per i due allunghi nei parziali. Un 6-3 6-4 in 1h10 con poco da dire, ma sicuramente Andreas alla stretta di mano sarà stato prodigo di consigli per dare il suo contributo nel lanciare un altro giovane gioiello della nostra collezione.

DI SARRA SPRECA L’IMPOSSIBILE, ERRANI RISPONDE PRESENTE Chiuso il capitolo uomini, passiamo ad occuparci del tabellone femminile. La prima giornata di qualificazioni recita un bilancio in pari per le donne azzurre. A scendere in campo per prima è stata la n. 213 del ranking WTA Federica Di Sarra, la quale è stata eliminata subito all’esordio dall’australiana Jaimee Fourlis (n. 235) con il punteggio di 7-6(7) 6-3. La 31enne, originaria del Lazio, esce di scena con grandissimi rimorsi poiché nel set d’apertura ha addirittura gettato alle ortiche per quattro volte un break di vantaggio, restituendo puntualmente il favore. Al tie-break Federica è riuscita a trovare la forza per battagliare, cancellando due set ball, ma sul terzo nulla ha potuto. La seconda frazione, come era lecito aspettarsi, ha visto la nostra andare sotto immediatamente 2-0 e da lì la giocatrice aussie ha condotto in porto la vittoria senza patemi. Troppi i 6 doppi falli e i 41 gratuiti per Di Sarra, che sicuramente rifletterà e ripenserà a lungo all’andamento del primo set. Per fortuna ci ha pensato Sarita Errani ha pareggiare i conti. La 35enne bolognese ha lasciato per strada soltanto tre giochi contro la coreana Jang (n. 156 WTA) in 1h18. Il 6-1 6-2 finale è stato frutto dei 5 doppi falli accompagnati dai 30 errori non forzati dell’asiatica, mai entrata veramente in partita; ma anche per merito dei 20 vincenti di Errani e del suo 76% di punti con la prima – dato non banale conoscendo la debolezza della battuta dell’ex n. 5 del mondo.

Il tabellone maschile delle qualificazioni

Il tabellone femminile delle qualificazioni

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