UbiCommedia, prima puntata: il Goloso e lo Scialacquatore

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UbiCommedia, prima puntata: il Goloso e lo Scialacquatore

Il viaggio del direttore Scanagatta e di Bud Collins nell’Oltretennis si apre con due incontri che ci riportano alla Davis del 1976, della cui finale ricorre oggi il quarantacinquesimo anniversario

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Adriano Panatta (Artwork by Andrea Bonzagni)
 
 

Qui il prologo dell’UbiCommedia, l’iniziativa di Ubitennis per il settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri

Il sipario si alza e sulla scena compaiono i primi protagonisti della nostra storia: golosi e scialacquatori.

Il GOLOSO: PAOLO BERTOLUCCI

Cognome da poeta (o regista se preferite), braccio d’oro e fisico…di merda. Non è un refuso e neppure una nostra mancanza di rispetto nei confronti di Paolo Bertolucci. È lui in persona a dare del suo fisico questa ingenerosa definizione nel sul libro autobiografico “Pasta Kid. Il mio tennis la mia vita”, per poi però aggiungere poche pagine dopo il giudizio che Stan Smith diede di lui: “Un grandissimo talento e un formidabile artista”.

 

Il soprannome che dà il titolo al suo libro glielo diede a inizio carriera la guida del Direttore nell’Oltretennis, ovvero Bud Collins.

L’avventura tennistica di Bertolucci partì dalla natìa Forte dei Marmi, più precisamente da un circolo tennistico in cui suo padre lavorava in qualità di maestro. Un giorno d’estate del 1962 Giorgio Neri – un importante dirigente della Virtus Bologna che negli anni ’50 era stato capitano della nazionale di Davis – entrò in quel circolo e fu folgorato dall’estro di Bertolucci; convinse mamma e papà Bertolucci a lasciar partire il figlio per Bologna per allenarsi a tempo pieno e da quel giorno la vicenda sportiva del nostro eroe ebbe inizio.

Non ci si lasci ingannare dall’autoironia di Bertolucci, che ancora oggi rifulge nelle sue cronache televisive soprattutto quando Elena Pero gli si rivolge quasi fosse l’oracolo di Delfi: sin da bambino fu un atleta serio e interamente dedito alla sua professione. È vero che con un sombrero e un paio di stivali avrebbe potuto interpretare la parte di Cico al cinema, ma è altrettanto vero che le sue qualità tecniche – mirabilmente rappresentate dal rovescio che gli valsero il secondo soprannome “bracciodoro” – unite a una straordinaria mobilità e velocità di piedi gli permisero di interpretare molto bene quella del giocatore di tennis in un’epoca in cui la tecnica aveva ancora la meglio sulla forza fisica. Bertolucci raggiunse la posizione numero 12 del mondo nel 1973, l’anno in cui arrivò ai quarti di finale a Parigi, mentre nel 1977 vinse il torneo di Amburgo – un Master 1000 ante litteram – battendo in finale Manuel Orantes. Nel 1977 trionfò anche a Berlino e Firenze: è l’unico italiano ad avere conquistato tre tornei sulla terra rossa nel medesimo anno.

Paolo Bertolucci (Artwork by Andrea Bonzagni)

Fu un ottimo doppista, specialità nella quale in coppia con Adriano Panatta diede un contributo fondamentale nella conquista della Coppa Davis nel 1976.

Il tribunale dell’Oltretennis presieduto da Stefanello Edberg lo ha condannato a una pena severa ma giusta: “La sua dieta sarà composta dal companatico caro a San Giovanni Battista, ovvero locuste e miele selvatico. Purtuttavia, in considerazione dei meriti acquisiti in campo, ogni 52.328 anni gli sarà concessa una pizza, specialità alla diavola”.

SCHEDA DEL GIOCATORE
NomePaolo Bertolucci
Nato il03/08/1951
NazionalitàItaliana
Titoli vinti6
Titoli Slam
Coppe Davis1
Miglior Classifica12

LO SCIALACQUATORE: ADRIANO PANATTA

Se avessimo seguito fedelmente lo sviluppo della trama della Divina Commedia, dopo un goloso avremmo dovuto descrivere un iracondo. Il cuore ha però avuto il sopravvento sulla ragione, e quindi dopo Bertolucci ecco Panatta, due uomini i cui destini avrebbero ben figurato nelle “Vite parallele” di Plutarco se solo fossero nati duemila anni prima.

Quasi coetanei (1950 Panatta e 1951 Bertolucci); entrambi cresciuti su un campo da tennis (Panatta era figlio del custode del tennis club Parioli); dotati di un grande talento naturale; agonisticamente cresciuti insieme nel centro tecnico di Formia; artefici della coppia tennistica forse non più forte ma sicuramente più celebre del tennis italiano.

Divisi dal rovescio: sublime quello di Bertolucci; così così quello di Panatta.

Ma mentre fisicamente Bertolucci fu Cico, Panatta fu Zagor, e questa naturale prestanza fisica gli consentì di raggiungere risultati più importanti di quelli che ottenne il suo gemello diverso; risultati che fanno di lui sino ad oggi il più forte tennista italiano dell’Era Open.

Panatta fu un giocatore pressoché irripetibile per i canoni del tennis moderno: un attaccante specialista della terra rossa; tra il 1971 e il 1980 disputò 26 finali, 23 delle quali su terra rossa. Ne vinse 10. Vinse un solo torneo lontano dall’amata terra, a Soccolma sul cemento indoor.  Fu l’unico giocatore che riuscì a sconfiggere Borg a Parigi: nel 1973 e nel 1976.

Adriano Panatta (Artwork by Andrea Bonzagni)

Sulle superfici veloci non ebbe mai molta fortuna; nella nostra memoria – e probabilmente anche nella sua – resta indelebile il ricordo di due dolorose sconfitte: contro Pat Dupré nei quarti di finale dell’edizione di Wimbledon del 1979 e contro Jimmy Connors allo US Open 1978, la prima edizione disputatasi sul cemento.

Per onestà bisogna però dire che le sue vittorie più belle e importanti, ovvero Roma e Parigi ’76, giunsero dopo infinite tribolazioni al primo turno di entrambi i tornei: a Roma dovette annullare 11 match point a Kim Warwick e poi uno che però ne vale 11 a Pavel Hutka a Parigi con una volèe di diritto in tuffo degna del miglior Becker.

A questi trionfi individuali, nel dicembre 1976 ne seguì uno di squadra: la coppa Davis a Santiago del Cile. Dal 1973 il Cile era soggetto alla dittatura di Augusto Pinochet, e le tribolate vicende che portarono la federazione italiana ad accettare di recarsi a disputare la finale in quel Paese meritano un racconto  che esula da questo contesto. A chi desidera saperne di più consigliamo di leggere il libro di Dario Cresto-Dina “Sei chiodi storti”, il cui titolo si riferisce ai chiodi che Panatta portava sempre con sé per scaramanzia.

Furono Panatta e Bertolucci nel doppio a conquistare il punto che regalò all’Italia la prima e sino ad ora unica insalatiera; le immagini televisive erano in bianco e nero e quindi nessuno – ad eccezione di chi era lì presente – poté accorgersi che i due italiani giocarono indossando una maglietta rossa; un’idea di Panatta e uno schiaffo in faccia al regime di Pinochet.

Giunti a questo punto molti lettori – soprattutto tra i più giovani – si staranno probabilmente chiedendo quale sia la ragione per la quale abbiamo collocato tra gli scialacquatori un giocatore con un curriculum sportivo così ricco. Forse siamo stati un po’ severi con lui, ma è l’ammirazione e l’amore che ci hanno spinti a farlo. Crediamo che sarebbe stato un giocatore ancora più grande se si fosse allenato di più e divertito meno. Ma ancora non abbiamo finito di scriverlo che già siamo giunti ad una conclusione: ha fatto bene.

Il  Tribunale Supremo dell’Oltretennis non è però d’accordo con noi e lo ha quindi condannato alla seguente pena: “Si allenerà in eterno otto ore al dì con Guillermo Vilas in un campetto di terra rossa del deserto della Giordania davanti a una folla di diavoli che grideranno incessantemente in coro: Adrianooo-Adrianooo-Adrianooo”.

SCHEDA DEL GIOCATORE
NomeAdriano Panatta
Nato il09/07/1950
NazionalitàItaliana
Titoli vinti10
Titoli Slam1 (RG)
Coppe Davis1
Miglior Classifica4

IL GOLOSO DANTESCO : CIACCO (a cura di Gianmarco Gessi)

«Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.»

(Inferno VI, vv 52-54)

A Ciacco calza a pennello la celebre espressione manzoniana “Carneade! Chi era costui?”, seppure con una differenza sostanziale: Carneade fu un filosofo del quale sappiamo molte cose, mentre di Ciacco come personaggio storico non sappiamo nulla.

Dante lo colloca tra i golosi nel sesto canto dell’Inferno. È Ciacco stesso a prendere la parola e a presentarsi così a Dante e Virgilio: “voi cittadini mi chiamaste Ciacco: per la dannosa colpa de la gola, come tu vedi, a la pioggia mi fiacco”.

All’epoca di Dante “Ciacco” era al tempo stesso un sostantivo che indicava il maiale e un diminutivo dei nomi propri Jacopo o Giacomo.

Boccaccio ne fa il protagonista della novella ottava della nona giornata del Decamerone descrivendolo come “uomo ghiottissimo”.

Se davvero esistette un Ciacco storico, è probabile che fu un contemporaneo di Dante di qualche anno di lui più anziano.

All’inconsistenza storica di Ciacco fa da contraltare quella letteraria; nella Commedia Dante gli riserva infatti un ruolo importante perché a lui il Poeta fa pronunciare la prima profezia sulle future, tragiche vicende politiche di Firenze. 

La pena inflittagli è un perfetto esempio di legge del contrappasso: così come in vita si comportarono come bestie, da morti giacciono accovacciati in terra come animali immersi in una broda e flagellati dalle intemperie.

LO SCIALACQUATORE DANTESCO: LANO DA SIENA (a cura di Gianmarco Gessi)

«Quel dinanzi: “Or accorri, accorri, morte!”.
E l’altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: “Lano, sì non furo accorte
le gambe tue a le giostre dal Toppo!”.»

(Inferno XIII, vv. 118-121)

È Lano da Siena colui che – seppure già morto – invoca la morte nella selva dei suicidi e degli scialacquatori descritta da Dante nel XIII Canto.

In vita egli fu probabilmente  il senese Arcolano da Squarcia, o Ercolano Macone, personaggio in vista nella città e noto scialacquatore.

Secondo le cronache dell’epoca Lano apparteneva alla cosiddetta “brigata spendereccia”, un gruppo di giovani senesi ricchi e dissoluti che dedicarono tutte le loro sostanze ai divertimenti.

Dante riconduce la sua morte alla battaglia delle giostre del Toppo del 26 giugno 1288, nel corso della quale i senesi furono sconfitti dagli aretini.

Secondo Boccaccio, Lano da Siena in quella circostanza cercò la morte volontariamente in quanto ridotto in miseria, ma a tale proposito non esiste alcuna certezza.

È però certo che in quella circostanza – a differenza che nell’Inferno Dantesco – le sue gambe non furono sufficientemente rapide e non poté quindi scampare alla morte, come gli ricorda ironicamente il compagno di pena, Giacomo da Sant’Andrea, nei versi sopra citati. 

È condannato a correre nudo con i suoi compagni di sventura tra le selve inseguiti da cagne nere che – una volta raggiuntili – li fanno a pezzi.

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“Chi l’ha visto?” La carriera interrotta di Kyle Edmund

Dopo una crescita lenta e costante il giovane britannico si era issato fino alla quattordicesima posizione del ranking. Da quel momento però è iniziato il calvario al ginocchio sinistro e, a quasi due anni dall’ultimo match, si avvicina lo spettro del ritiro

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Kyle Edmund - Battle of the Brits (via Twitter, @the_LTA)

Il protagonista di questa nuova puntata di “chi l’ha visto?” è Kyle Edmund. Il giocatore britannico dopo aver raggiunto il best ranking di numero quattordici del mondo nell’ottobre del 2018 non è riuscito a rimanere al livello dei migliori soprattutto a causa di un infortunio cronico al ginocchio sinistro che, dopo più di un anno di stop, sembra poter aver messo fine alla sua carriera. Infatti l’ultima volta che Edmund ha calcato i campi di gioco è stato nell’ottobre del 2020 quando è stato sconfitto da Jason Jung al primo turno delle qualificazioni del torneo ATP 500 di Vienna. A dire il vero i primi problemi al ginocchio sinistro erano arrivati alla fine del 2018 ma dopo due stagioni complicate, Edmund ha deciso di andare sotto i ferri per la prima volta nell’aprile del 2021. Questa prima operazione non ha dato i risultati sperati e qualche settimana fa Edmund ha dovuto ricorrere nuovamente a una piccola procedura che non gli permetterà di rientrare in tempo per Wimbledon, il torneo di casa. Il suo caso ricorda quello di Jared Donaldson: le operazioni, le lunghe pause e un rientro che almeno per l’americano si è trasformato in ritiro.

Lontano dalle luci della ribalta

Negli ultimi due anni il nome di Kyle Edmund è quindi finito nel dimenticatoio. Il ragazzo nato a Johannesburg, ma cresciuto nel piccolo villaggio di Tickton, nello Yorkshire, non ha mai avuto una personalità particolarmente intrigante e questo spiega anche perché sul suo nome vela un alone d’indifferenza generale. A dire il vero sin dall’inizio della sua carriera Edmund non ha ricevuto l’attenzione destinata alle classiche promesse. A livello giovanile infatti Edmund mostra una buona costanza raggiungendo i quarti di finale in tutti e quattro gli Slam ma si toglie le maggiori soddisfazioni in doppio assieme a Frederico Ferreira Silva con il quale vince due Slam. Poco prima di compiere diciassette anni il britannico decide di trasferirsi al “Roehampton LTA National Training Center” per farsi allenare da Colin Beecher, già capitano della nazionale britannica di Fed Cup nel 2006. Edmund si allena a Roehampton durante la settimana per poi tornare a casa con la famiglia durante il weekend.

Specialista del mattone tritato

Due anni più tardi si cominciano a vedere i primi risultati. All’inizio del 2015 infatti Edmund si trova a giocare le qualificazioni dell’Australian Open da numero 194 del mondo e, per la prima volta in carriera, riesce a qualificarsi per il tabellone principale di uno Slam dove si arrende al primo turno in tre set contro Steve Johnson. Un mese più tardi si aggiudica il primo Challenger della sua carriera, a Hong Kong, senza perdere nemmeno un parziale durante tutto il torneo e sconfiggendo in finale un veterano del circuito Challenger come Tatsuma Ito. Al Roland Garros non solo riesce a passare le qualificazioni per il secondo Slam consecutivo ma battendo Stephane Robert al primo turno festeggia la prima vittoria in un tabellone principale in uno slam. La terra battuta, tradizionalmente indigesta ai britannici, esalta le caratteristiche di Edmund. Il giovane di Johannesburg è infatti uno dei pochi giocatori assieme a Khachanov e a Sock a giocare il dritto usando l’impugnatura western grazie alla quale posizionando il palmo della mano sotto la racchetta si riesce a generare un ottimo top spin. A fine 2015 arriva la prima vittoria in un Challenger su terra battuta a Buenos Aires dove sconfigge in finale in due rapidi set Carlos Berlocq, specialista del mattone tritato. Questa vittoria si rivela particolarmente dolce per Edmund dal momento che il capitano di Davis Leon Smith, impressionato dal suo livello di gioco sul rosso, decide di schierarlo come secondo singolarista alle spalle di Andy Murray per la finale che la Gran Bretagna giocherà a Gent, su terra rossa indoor, contro il Belgio. La scelta del capitano si rivela sensata dal momento che Edmund riesce a vincere i primi due parziali contro Goffin prima di crollare fisicamente al quinto set. Il 2015 è quindi un anno positivo per lui, nessun exploit particolare ma una crescita costante che gli permette di chiudere l’anno a ridosso dei primi 100.

 

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Italiani

WTA Rabat: eccezionale Trevisan! Seconda vittoria contro una Top 10, ai quarti anche Bronzetti

Martina, scatenata, tramortisce ed annichilisce una Garbine Muguruza sicuramente non brillante. L’azzurra centra il secondo quarto di finale della carriera, con lei anche Lucia che domina la francese Burel

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Martina Trevisan - US Open 2021 (photo (Pete Staples/USTA)

M. Trevisan b. [1/WC] G. Muguruza 2-6 6-4 6-1

E’ impresa azzurra sul campo centrale del Grand Prix Sar La Pricesse Lalla Meryem. Martina Trevisan centra la seconda vittoria della carriera contro una Top 10 e per la seconda volta si qualifica in un quarto di finale nel circuito maggiore. Entrambe le prime volte si erano materializzate, due anni fa, al Roland Garros; quando sorprendendo tutti raggiunse i quarti di finale battendo proprio una giocatrice classifica tra le prime dieci del mondo: l’allora n. 5 Kiki Bertens. Una prestazione eccezionale della 28enne fiorentina, che s’impone in rimonta sulla n. 10 WTA ed ex n. 1; nonché prima forza del tabellone marocchino Garbine Muguruza per 2-6 6-4 6-1 in oltre 2ore e dieci di partita. La mancina toscana ha avuto il grande merito di crederci sempre, anche quando era sotto 3-1 nel secondo set. Nella prima parte della sfida è stata brava a far valere le proprie armi migliori: grande intelligenza tattica e capacità di variare il gioco per evitare di fronteggiare la spagnola sul suo terreno preferito, quello del ritmo incessante e delle accelerazioni violente.

Poi nel terzo set ha ulteriormente cambiato marcia, perfino portandosi a casa gli scambi più duri per lei; i duelli a suon di sbracciate sulla diagonale che predilige la 28enne di Caracas, ovvero quella bimane. Chiaramente c’è stata l’enorme complicità di Garbine, ancora una volta caduta nella tensione. Non si è saputa infatti adeguare alle variazioni dell’avversaria e nei momenti decisivi si è spenta con il dritto e con la prima di servizio, inciampando in errori che una due volte campionessa Slam non dovrebbe mai commettere. D’altra parte la stagione di Muguruza, finora, è stata tutt’altro che esaltante. Non è andata oltre due quarti di finale nel 2022 (Sydney e Doha), inoltre non arriva al terzultimo atto di un torneo sul rosso da Roma 2020. Ironia della sorte, questa volta anche il Marocco gli si è rivoltato contro, visto che nel 2013 a Marrakech sempre sulla terra battuta era giunta in semifinale.

 

IL MATCH – A livello tattico, la sfida presenta fin da subito le intenzioni strategiche delle due protagoniste; da un lato Muguruza cerca di prendere più campo possibile aggredendo la risposta, in particolar modo sulla seconda di servizio di Trevisan. Dall’altro Martina prova a prendere in mano lo scambio, direzionando le sue geometrie con il dritto per far muovere la spagnola e pizzicarla negli spostamenti laterali, visto che la 28enne di Caracas può trovare fatica nel portare da una parte all’altra del campo il suo metro e 82. Dopo i primi due giochi, in cui entrambe si complicano la vita nonostante fossero 40-0 complice un doppio fallo a testa, con la differenza però che Garbine è costretta anche a fronteggiare la prima palla break del match; sul 1-1 arriva il primo strappo in favore della n. 1 del seeding. E’ la prima di servizio il tallone d’Achille, in questo avvio di gara, della 28enne toscana – solo il 45% in campo – e di conseguenza aumentando il numero delle seconde la due volte campionessa Slam può premere e mettere ulteriore pressione in ribattuta. Inoltre la n. 85 WTA commette anche il secondo doppio fallo della sua partita, facendo il gioco della sua avversaria. La quale se può giocare a braccio sciolto, diventa pericolosissima e difatti il rovescio dell’iberica inizia a viaggiare meravigliosamente, specie quello in lungolinea – la migliore esecuzione del suo bagaglio. Così viene confezionato il primo break dell’incontro, che l’ex n. 1 del mondo conferma senza problemi. Siamo 3-1, ma la nativa di Firenze continua nel suo momento no, e anche il dritto l’abbandona. Doppio strappo e 4-1.

A questo punto, Trevisan conscia di non avere più molto spazio per rientrare prova a cambiare qualcosa. E si sa, quando si affronta Muguruza e non si può disporre di una potenza nei colpi quantomeno pari alla n. 10 del ranking, l’unica strada percorribile è variare costantemente le proprie esecuzioni. Non dando ritmo alla spagnola, la si manda in confusione, e come ha sempre dimostrato nella sua carriera il suo vero limite è il farsi prendere dalla frenesia nei momenti di maggiore tensione ed incorrere in gratuiti piuttosto banali. La mancina azzurra esegue questo piano alla perfezione, alzando le traiettorie dei suoi colpi e attaccando coraggiosamente in controtempo la rete. Questo nuovo atteggiamento dell’italiana, porta i frutti sperati. L’iberica fa fatica a colpire con il suo magnifico bimane quando la palla gli si alza sopra l’altezza spalle, non riuscendo a prepararsi come dovrebbe per avere il timing corretto; perde inoltre campo e mette anche qualche seconda di troppo. Infine anche il dritto inizia a smarrirsi e il contro-break è servito. Poi però sul 4-2, con la possibilità di avvicinarsi ancora, Martina gioca un po’ troppo corto e non trovando profondità può spostare meno l’avversaria e subisce anche di più le prepotenti accelerazioni di Garbine. Inoltre Trevisan inciampa anche nel terzo doppio fallo, che permette di ristabilire un doppio break di vantaggio. Sul 5-2 la n. 10 serve per il set, ma la fiorentina non ci sta a mollare e facendo leva sulla diagonale destra s’issa sul 15-40 con il sesto vincente della sua partita. Muguruza riesce a recuperare e a guadagnarsi due set ball, ma l’ex n. 66 spinge alla grande con il diritto e li annulla. Ma sull’ennesima parità, anche la sfortuna colpisce la giocatrice del Bel Paese: due nastri beffardi consegnano il 6-2 all’allieva di Conchita Martinez. Ciò che ha fatto realmente la differenza nel parziale è stato il rendimento con il secondo servizio: 63% per la n. 1 del tabellone contro il 29% dell’azzurra.

Il servizio non gira come dovrebbe per Trevisan, e se ciò perdura le possibilità di ribaltare questo incontro per Trevisan si ridurrebbero pesantemente. L’avvio di secondo set conferma questa tendenza, doppio fallo sanguinoso e break point per l’iberica nel gioco inaugurale della frazione. Un game che purtroppo era stato aperto anche da due erroracci di rovescio. Se cala pure la solidità della toscana, i guai sarebbero veramente irrisolvibili. 1-0 e servizio Garbine, ma se c’è una cosa che questo match ci sta segnalando incessantemente è la caparbietà della 28enne mancina. La quale continua a sciorinare un grandissimo dritto, straordinario soprattutto l’inside-out dal centro, e a suon vincenti rimonta dal 30-0 e firma l’1-1. Ma un frangente di gara tranquillo, oggi, per l’italiana non esiste. Ancora break, il terzo su tre giochi nel secondo parziale. L’allieva di Conchita Martinez non riesce a trovare la continuità, alternando cose buone ad errori marchiani, ma in qualche modo rinviene dallo 0-30 e nel terzo game consecutivo ai vantaggi consolida l’allungo. Trevisan però, si dimostra veramente lodevole, appena può prende l’iniziativa con il dritto e macina sia gioco che vincenti stordenti, alcuni dritti sulle righe ed altri in cross che fanno paura. Il suo atteggiamento viene premiato, grazie ad una Muguruza in pieno harakiri: due doppi falli e una volée di rovescio spedita lunga sulla palla break. Addirittura arriva anche il sorpasso, 4-3 per l’azzurra, che cancella una chance di strappo e con un passante di rovescio vince il terzo gioco di fila. Si prosegue on-serve per due game, entrambi vinto a 0 da chi serviva. Poi, sul 5-4 in suo favore, Martina sotto 30-0 – quando ormai sembrava ben avviato il terzo turno di battuta tenuto senza concedere punti alla risposta – piazza la zampata attraverso una maggiore incisività e una migliore precisione da fondocampo, doti che ha mostrato in tutta la seconda parte del set.

Parziale decisivo, vediamo se l’inerzia che vede la spagnola soffrire i colpi arrotati e carichi di topspin della fiorentina avrà seguito. L’equilibro si rompe subito, Trevisan adesso è scatenata, in totale trance agonistica. Mostra un’eccezionale capacità difensiva, un’intelligenza tattica chirurgica; ma soprattutto ora vince anche gli scambi più duri. Quelli di pura potenza, emblematico il braccio di ferro portato a casa dalla “nostra” sulle sbracciate bimani in parallelo. La n. 10, però bisogna dire che ci mette ampiamente del suo; prima di servizio che latita ed errori a non finire. Brava comunque la n. 85, a far crescere sensibilmente la sua battuta e ad essere sempre lei a comandare, e a decidere nel bene o nel male l’esito del punto. Non si ferma più l’azzurra e con un parziale di 11 giochi a 1 annichilisce l’iberica, rifilandole un 6-1 che più tondo non si può.

Nella sessione serale è arrivata poi un’altra splendida vittoria italiana con Lucia Bronzetti che ha battuto nettamente la francese Burel con un perentorio 6-3 6-2 in appena 1h15 di gioco.

Nei quarti di finale venerdì 19:

M. Trevisan vs [7] A. Rus
[3] N. Parrazas-Diaz vs L. Bronzetti

Il tabellone completo

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ATP

Qualificazioni Roland Garros: vittorie per Giannessi, Zeppieri e Agamenone. Si fermano Giustino e Cobolli

I risultati del mattino del tabellone parigino cadetto: Giulio batte l’esperto romeno Copil e accede al match decisivo. Nulla da fare per Flavio, sconfitto in tre set

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Alessandro Giannessi è a un passo dall’entrare nel tabellone principale del Roland Garros 2022. Il ligure ha battuto per 7-5 6-2 in poco più di un’ora e mezza di gioco l’argentino Thiago Tirante, terraiolo di formazione. L’azzurro è stato bravo a portare a casa un primo set molto combattuto: decisivo il break conquistato nell’undicesimo gioco. Per Giannessi tutto più facile nel secondo set in cui Tirante ha sofferto una condizione fisica non ottimale. Buon per l’azzurro, che adesso si giocherà l’accesso al main draw contro l’austriaco Sebastian Ofner, reduce dalla convincente vittoria in due set contro l’australiano Vukic.

Non ce l’ha fatta invece Lorenzo Giustino, sconfitto per 6-4 6-1 in poco più di un’ora e mezza dal portoghese Pedro Sousa. Il campano ha vanificato un vantaggio di 3-1 nel primo set. Da quel momento in poi il tennis dell’italiano ha smesso di brillare: l’iberico ha messo a segno un tremendo parziale di undici game a due che non ha lasciato scampo a Giustino.

Si chiude l’esperienza parigina anche per Flavio Cobolli, uscito sconfitto per 6-3 3-6 6-3 contro il bulgaro Dimitar Kuzmanov, dopo due ore di grande lotta. Il giovane romano sembrava potercela fare dopo essersi aggiudicato il secondo set. Nel parziale decisivo, però, Kuzmanov non si è più voltato indietro grazie al servizio con cui ha concesso solamente le briciole all’azzurro: solo cinque i punti vinti in risposta da Cobolli. Fatale il break subito nel quarto gioco, che ha posto fine alle speranze azzurre.

 

Convincente prestazione anche per Giulio Zeppieri che ha la meglio su Marius Copil in due facili set, 6-2 6-3. Per l’azzurro, che non ha affrontato palle break, decisivi il sesto gioco del primo set e il quarto gioco del secondo dove ha strappato il servizio al romeno. Per Giulio, protagonista a Roma di una bella qualificazione al tabellone principale, c’è l’obiettivo di fare il bis cogliendo la sua prima partecipazione in uno Slam. Affronterà adesso il vincente del match tra Ramanathan e Cuenin. Infine, c’è anche la bella vittoria di Franco Agamenone in due set – 7-6 (6) 6-2 – su Alexander Muller. Il n.155 ATP, azzurro di origini argentine, attende ora uno tra Altug Celikbilek e Zdenek Kolar.

QUI IL TABELLONE DELLE QUALIFICAZIONI MASCHILI DEL ROLAND GARROS

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