Negli Slam il miglior attacco è l'attacco. Ma quando torna Azarenka?

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Negli Slam il miglior attacco è l’attacco. Ma quando torna Azarenka?

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TENNIS AL FEMMINILE – Alcune considerazioni al termine dello Slam su terra battuta. A Parigi confermata la tesi che nei Major in finale vince sempre chi ha il coraggio di attaccare. Il ruolo delle giovani e quello di una grande assente.

 

Prima di passare alla stagione su erba, questa settimana vorrei brevemente ritornare su alcune questioni emerse nell’ultimo Slam. Per prima cosa aggiorno definitivamente la tabella riguardante i principali tornei giocati sulla terra europea. Come si vede, da tre anni a questa parte vincono solo due giocatrici, Serena e Sharapova, e anche a Parigi si è confermata la situazione:

 

 

Tabella 1

 

 

1) Ancora una volta vince chi attacca

Al termine della finale tra Sharapova e Halep, vorrei sottolineare un concetto che ho già enunciato molte volte; e lo faccio non perché sia una mia fissazione, ma perché, Slam dopo Slam, sembra diventare sempre più una regola, che non ammette nemmeno la classica eccezione.

Il concetto è questo: negli Slam femminili finisce sempre per vincere chi pratica il gioco più offensivo e cerca di prendersi la partita a suon di vincenti; mentre perde chi punta sul basso numero di errori non forzati.

Prima di approfondire la questione, apro una breve parentesi: personalmente trovo questo fatto uno degli aspetti migliori del tennis femminile, soprattutto se confrontato con l’evoluzione che sta prendendo invece il tennis maschile negli ultimi anni.

Ma non voglio andare oltre con il confronto tra i sessi che ci porterebbe troppo lontano, chiudo la parentesi e ritorno al nocciolo della questione.

Se ripercorriamo le ultime quattro finali disputate da Sharapova, si vede che Maria ha vinto quelle in cui ha fatto più gioco (contro Halep ed Errani), mentre al contrario ha perso quelle in cui sono state le sue avversarie a ottenere più vincenti, anche se con più errori non forzati (contro Serena e Kvitova).

Tabella 2

 

Non dispongo di tutte le statistiche delle ultime finali dei Major, ma una cosa è certa: negli ultimi dieci anni ogni volta che si è presentato un netto contrasto di stili (a volte sono arrivate in finale giocatrici con l’impostazione molto simile), ha sempre finito per vincere la giocatrice con il tennis più intraprendente e di attacco.

Credo che Simona Halep avrebbe dovuto tener presente questo aspetto. E mi riferisco in particolare al terzo set, quando troppo spesso si è accontentata di allungare gli scambi in attesa dell’errore di Sharapova. Tre soli vincenti in dieci game sono davvero molto pochi, a maggior ragione di fronte ai 14 della sua avversaria.

Forse è stata tratta in inganno dal finale di secondo set, in cui sono stati determinanti i gratuiti di Maria sia nei game che hanno preceduto il tie break che nel tiebreak stesso (se non ricordo male gli ultimi quattro punti per Halep sono arrivati tutti da gratuiti di Sharapova).

Eppure che Halep potesse osare di più ed essere più coraggiosa si è capito dal modo con cui ha annullato molte palle break, prendendo l’iniziativa e sfoderando colpi risolutivi. Solo che questo atteggiamento ha saputo tenerlo quando doveva rincorrere, ma non quando doveva provare a passare avanti per vincere la partita.

 

2) La crescita delle giovani

Questo aspetto mi sta piuttosto a cuore perché sono convinto che un sito specializzato debba andare oltre i soliti tre-quattro nomi da copertina, e allargare l’orizzonte degli argomenti affrontati. Come più volte ho avuto occasione di scrivere, non conosco le tenniste junior, e quindi i ragionamenti che posso fare riguardano sì le più giovani, ma intese come giocatrici già in età tale da partecipare stabilmente al circuito WTA.

A Slam concluso, vorrei ritornare a due miei articoli scritti alcune settimane fa. Non lo faccio per rivendicare particolari meriti, perché basta andare a rileggerli per capire che in realtà non proponevo nessun ragionamento particolarmente brillante, nessuna ispirazione geniale. Era piuttosto il tentativo di fotografare criticamente la realtà e un suo probabile sviluppo.

A proposito delle tre migliori giovani del ranking, avevo scritto: “Alla portata di quasi tutte (le tre migliori giovani ndr.) risulta invece la top ten e la semifinale Slam. Una buona probabilità si può assegnare anche al raggiungimento della finale. Ma l’ultimo passo, quello della vittoria, sembra di gran lunga più difficile da compiere.

Da questi dati sembrerebbe quindi che Halep dovrebbe avere ottime speranze di migliorare il suo quarto di finale Slam; mentre Bouchard e Stephens potrebbero davvero farcela ad entrare nelle prime dieci. Quasi di sicuro almeno una delle due“.
Era il 26 marzo e non pretendevo certo che tutto si svolgesse nel giro di poche settimane.

In realtà Halep ha già confermato questa ipotesi, arrivando alla finale Slam e Bouchard si è di molto avvicinata al numero 10: attualmente è dodicesima, ma già settima nella race.

La cosa che trovo più significativa è che per formulare queste ipotesi non mi ero basato su intuizioni, e nemmeno su particolari azzardi. Il ragionamento era il frutto della semplice verifica dei dati attuali confrontati con quello che, a parità di condizioni, era accaduto nel recente passato.

Personalmente non amo molto il pronostico secco, basato su sensazioni o ispirazioni, forse perché troppe volte mi ricordo di averlo sbagliato. Ma trovo invece più interessante provare ad approfondire le vicende attuali, confrontandole con il passato per capire se ci sono linee di tendenza comuni, che possano dare l’idea di un analogo tracciato percorribile: se non con certezza, quantomeno con buone probabilità.

Seconda questione.

In un articolo successivo, più legato al presente, affrontavo il tema del ricambio generazionale, evidenziando le attuali difficoltà delle 24-25enni (Radwanska, Azarenka, Kvitova, Wozniacki, ma anche Kerber) che non sembravano più così pronte a raccogliere l’eredità delle attuali prime due del mondo (le ultratrentenni Serena e Li) nel caso loro non avessero più vinto:

Senza dimenticare Maria Sharapova (nata nel 1987), se queste giocatrici non riusciranno a tornare ai livelli migliori, potrebbe darsi che quando le più anziane cederanno il passo (e prima o poi dovrà accadere) ad insediarsi al comando possano essere direttamente le tenniste che oggi hanno tra i 19 e i 22 anni (qualcuna tra Keys, Bouchard, Garcia, Muguruza, Stephens, etc.) o magari ragazze ancora più giovani.

Beh, direi che a Parigi è accaduto proprio qualcosa del genere. Senza dimenticare Sharapova (appunto), sono state soprattutto le giovani a farsi avanti per riempire il vuoto lasciato dalle due “anziane” in difficoltà.

Non sto sostenendo che dopo Roland Garros questa situazione diventerà permanente e definitiva, ma di sicuro costituisce un ulteriore campanello di allarme per le giocatrici della generazione di mezzo, che in questo periodo dovrebbero essere, per età, nel massimo del loro rendimento.

In vista di Wimbledon sembra davvero difficile che Williams manchi il terzo Slam consecutivo, anche perché è quello giocato sulla superficie più veloce dei quattro; ma certo le nuove leve non si stanno facendo pregare per conquistare il loro posto al sole.

3) Vika, ci manchi

 

2012  Makarova Wozniacki Razzano Kerber
2013  Stephens Azarenka Lisicki Azarenka
2014  Ivanovic Cornet Cepelova Muguruza

 

In uno Slam normalmente fanno notizia i tennisti che vincono; ma quando a perdere è Serena Williams, le cose cambiano. I nomi che ho citato qui sopra, accanto ai diversi anni, corrispondono alle giocatrici che sono state capaci di sconfiggerla.

Da quando Serena è tornata a tempo pieno nel circuito (dopo le due stagioni dimezzate del 2010 e 2011), per contare le sue sconfitte annuali bastano le dita di una mano: quattro nel 2012, quattro nel 2013 e quattro (ma siamo solo a giugno) nel 2014.

Sarebbe però un po’ superficiale considerarle tutte allo stesso modo.

Makarova, Razzano, Stephens, Lisicki, Ivanovic e Muguruza hanno vinto durante uno Slam, ma nessuna è stata poi in grado di vincere il torneo. Di alcune partite (Makarova, Stephens, Ivanovic) si è anche detto che Serena non fosse al meglio fisicamente.

Ad andare a vedere in che turno si sono svolti i match, risulta che le maggiori possibilità di sconfiggere Serena si hanno spesso nei turni preliminari, o quanto meno prima delle ultimissime partite. Solo quest’anno Cornet ha vinto in semifinale (ma poi ha perso in finale da Venus), tutte le altre hanno fatto l’impresa nei quarti di finale o prima ancora:

Tabella 3

 

C’è però un’eccezione, o meglio una doppia eccezione: Vika Azarenka, infatti, non è solo l’unica giocatrice che compare due volte nell’elenco, ma è anche stata l’unica capace di sconfiggere Serena in finale.

E siccome spesso di fronte a certe partite di Serena è accaduto che spuntasse il retropensiero che Williams potesse aver perso per scarsa voglia, magari per il desiderio di tornare ai suoi impegni extratennistici, è chiaro che se questo accade in finale si può essere certi che queste ipotesi non trovano fondamento.

Alle due partite vinte da Vika mi sento anche di aggiungere la finale degli US Open 2012, quando Azarenka arrivò a servire per il match e finì per perdere davvero di una incollatura.

Anche per questi dati penso che negli ultimi anni Azarenka sia stata quella che, almeno in alcune occasioni, più si è avvicinata ai livelli di Serena. Come dimenticare, ad esempio, la vittoria di Doha, quando fu capace di sconfiggere una Williams fresca della conquista del primato del ranking?

La questione del ruolo di Serena nel circuito per certi aspetti ha continuato ad aleggiare anche a Parigi durante la cavalcata vittoriosa di Sharapova.

Perché, inutile nasconderselo, tutti i ragionamenti e gli elogi che giustamente Sharapova ha meritato (la sua tenacia, la sua forza mentale) avrebbero potuto essere sempre accompagnati da una piccola nota a piè di pagina che avrebbe potuto recitare così: “**Serena esclusa”.

Intendiamoci anche Azarenka ha un head-to-head ampiamente negativo con Serena; e il suo tennis rende al meglio solo sul cemento. Ma nelle ultime stagioni secondo me è stata l’unica capace in alcune occasioni di porsi come credibile e realistica oppositrice della dominatrice del circuito. Per tutte le altre giocatrici, le imprese hanno più avuto il sapore dell’exploit inatteso, e forse irripetibile.

Ecco perché mi permetto di ripetere: Vika, ci manchi.

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Grande Slam 2021, la classifica femminile

Chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei quattro tornei più importanti dell’anno? Un bilancio di fine stagione più una analisi sugli Slam di Serena Williams in occasione dei suoi 40 anni

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, basata esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Ho deciso di farlo perché, ancora più che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.

Tanto è vero che oggi, quasi in automatico, per misurare il valore di una tennista gli appassionati cominciano sempre valutando cosa ha saputo fare negli Slam: vittorie, finali, continuità nei “piazzamenti”, sono il riferimento che alla fine determina la categoria di chi viene analizzata.

Ma sappiamo che non è sempre stato così. In altre epoche i più forti tennisti, per esempio, hanno rinunciato a giocare l’Australian Open perché la trasferta presentava disagi logistici e il montepremi non era sufficientemente appetibile.

 

Ma ci sono state altre rinunce che oggi ci appaiono inconcepibili. Prendiamo il caso di Chris Evert, che negli anni ‘70 era di gran lunga la più forte giocatrice sulla terra rossa. Evert ha saltato alcuni Roland Garros perché impegnata in altri eventi organizzati negli USA. Parliamo di una giocatrice capace di vincere 125 partite consecutive sulla terra, dall’agosto 1973 al maggio 1979. Nemmeno Nadal è mai riuscito a dominare così tanto. Eppure Chris non ha disputato i Roland Garros del 1976, 1977, 1978, oltre che i sei Australian Open dal 1975 al 1980. Detto tra parentesi: quando si fanno i calcoli degli Slam vinti da Serena Williams o da Steffi Graf, spesso si dimentica quanto avrebbero potuto vincere tenniste come Evert o Navratilova se le priorità della loro epoca fossero state simili a quelle odierne.

Oggi le cose sono cambiate: gli Slam sono il fulcro del calendario di ogni tennista di vertice. Per questo possiamo dire senza alcun dubbio che Serena Williams continua a giocare con l’unico scopo di provare a vincere nuovi Slam, mentre utilizza come impegni di preparazione gli altri tornei del circuito, o non li affronta proprio.

Ecco le ragioni di una classifica basata esclusivamente sui quattro Major. Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo i valori stabiliti da WTA. Questa è la ripartizione dei punti prevista:

2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

Veniamo dunque alla Classifica Slam del 2021. Classifica sino alla posizione numero 32, con in più le tre giocatrici che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale, ma che sono rimate staccate nei Major:

Un piccolo chiarimento per evitare equivoci. In questa tabella nelle prime tre colonne ci sono diverse graduatorie. La prima a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam. La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA (stabilito il 4 ottobre 2021). La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. Tenendo presenti questi numeri, si possono sviluppare alcuni ragionamenti di un certo interesse.

a pagina 2: Il livellamento al vertice. Delusioni e sorprese

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US Open 2021: Sakkari, Sabalenka, Barty e Osaka

Terzo e ultimo articolo dedicato allo US Open 2021: il percorso delle semifinaliste Sakkari e Sabalenka e la speciale condizione nella attuale WTA di Barty e Osaka

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Naomi Osaka - 2021 US Open (Garrett Ellwood/USTA)

La vittoria di Emma Raducanu allo US Open ha rappresentato per l’attuale tennis femminile contemporaneamente una sorpresa e una conferma. Sembra una affermazione inconciliabile, un ossimoro, ma in realtà non lo è. Vediamo come mai.

Perché una sorpresa. Nessuno poteva immaginarsi che una qualificata, che mai aveva giocato a New York e che in tutta la carriera aveva disputato un solo Slam (l’ultimo Wimbledon, grazie a una wild card), potesse arrivare a vincere il titolo. Il successo di Raducanu, numero 150 del ranking, costituisce un risultato non solo imprevedibile, ma anche senza precedenti.

Ma la vittoria di Raducanu ha anche rappresentato una conferma, dato che il suo successo rimane nel solco tracciato dai risultati Slam più recenti. Nelle ultime stagioni, infatti, i Major si sono trasformati in un obiettivo quasi sempre riservato alle nuove generazioni. Ad eccezione di Simona Halep a Wimbledon 2019, il successo è sempre andato a tenniste al massimo di 25 anni, spesso anche molto più giovani. Le giocatrici esperte, al dunque, hanno dovuto cedere il passo.

 

Non solo. Nelle ultime finali Slam, fra le due contendenti ha sempre vinto la giocatrice più giovane. Senza risalire alle quattro sconfitte di Serena Williams post maternità, nel biennio 2020-2021 abbiamo avuto: in Australia il successo di Kenin su Muguruza e di Osaka su Brady; in Francia quello di Swiatek su Kenin e di Krejcikova su Pavlyuchenkova. A Wimbledon quello di Barty su Pliskova (nel 2020 non si era giocato). Infine a New York la vittoria di Osaka su Azarenka e poi di Raducanu su Fernandez. Insomma, che sia per pochi mesi o per molti anni, chi è nata dopo ha sempre prevalso.

Però l’anagrafe non ci dice tutto: a mio avviso sarebbe sbagliato considerare i nomi delle ultime vincitrici come equivalenti. Nel ventaglio delle ultime campionesse Slam, due giocatrici spiccano perché sono state capaci di partire alla vigilia del torneo con lo scomodo ruolo di favorite, e poi di aggiudicarsi effettivamente il titolo.

Credo non sia una differenza da poco, perché più passano le edizioni dei Major, più ci accorgiamo di quanto stia diventando difficile, in un contesto di notevole equilibrio come la attuale WTA, scendere in campo da favorite. Le avversarie si ritrovano con la mente più leggera e con meno da perdere, e spesso questo si traduce in un vantaggio decisivo. Le due protagoniste di questa difficile impresa sono Ashleigh Barty e Naomi Osaka. Ecco perché le ritroveremo nella parte conclusiva dell’articolo.

Dunque, per chiudere con l’analisi dello US Open, dopo il pezzo dedicato alla vincitrice Emma Raducanu, e quello dedicato alla finalista Leylah Fernandez, cominciamo ragionando sulle altre due semifinaliste, Aryna Sabalenka e Maria Sakkari.

a pagina 2: Aryna Sabalenka

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Lo straordinario US Open di Leylah Fernandez

Come una teenager, numero 73 del ranking, è stata capace di sconfiggere in un solo torneo tre delle prime cinque giocatrici del mondo e una pluricampionessa Slam

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Leylah Fernandez - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

La scorsa settimana Emma Raducanu si è presa tutto lo spazio dell’articolo dedicato allo US Open. Tante questioni stimolanti, tanti temi da approfondire: le vicende di una giocatrice quasi sbucata dal nulla hanno reclamato un articolo esclusivo. Del resto l’attenzione suscitata da Raducanu non ha colpito solo il mondo del tennis, ma sembra avere superato i confini più stretti degli appassionati per coinvolgere un pubblico più ampio e meno specialistico.

Ma descrivere Raducanu come protagonista assoluta dello Slam newyorchese sarebbe non solo sbagliato, ma anche ingeneroso nei confronti di Leylah Fernandez. La giocatrice canadese ha avuto un ruolo decisivo nell’alimentare l’interesse che ha circondato il torneo femminile. A conferma di questo ci sono anche i dati televisivi statunitensi. Su ESPN, che deteneva i diritti del torneo, sia la finale che le semifinali femminili hanno avuto un seguito di spettatori superiore alle corrispondenti partite maschili. Non era facile immaginare che due tenniste classificate fuori dalle prime 70 del mondo avrebbero raccolto più pubblico di Djokovic e Medvedev; ma evidentemente il modo di giocare e la personalità di Emma e Leylah hanno “bucato” lo schermo.

Raducanu e Fernandez, entrambe nate nel 2002, hanno vissuto un torneo simile e parallelo, ma nelle singole partite gli andamenti sono stati molto diversi: la giocatrice inglese ha vinto tutti i match con margine e senza perdere set, la canadese invece ha affrontato un percorso ben più battagliato.

 

Lehlah Fernandez allo US Open 2021
L’avventura di Fernandez allo US Open è caratterizzata dalla continua lotta. Una vera e propria costante che non ha conosciuto eccezione in alcun match. Sette partite affrontate, e nessuna che sia filata via semplice. Anzi, spesso Leylah ha dovuto fronteggiare situazioni difficili. Sin dal primo turno.

Eppure Fernandez, fuori dalle teste di serie, non parte con un sorteggio sfortunato: il primo turno le riserva una qualificata. Ma quando vengono definiti gli accoppiamenti si scopre che si tratta di Ana Konjuh. Ana nel 2021 sta costantemente risalendo la classifica. Dopo il lunghissimo periodo di stop a causa dei ripetuti problemi al gomito, ha cominciato la stagione da numero 476 del ranking, ma al momento del match è già numero 88: quasi quattrocento posti scalati nel giro di otto mesi. Non ha avuto accesso diretto allo Slam americano solo perché la entry list si definisce con sei settimane di anticipo, e in quel momento era ancora fuori dalle prime cento. In più c’è un precedente recente di cui tenere conto: Konjuh ha sconfitto Fernandez nel torneo di Madrid 2021.

Il primo set tra Fernandez e Konjuh vede Ana partire meglio; grazie al break di vantaggio Konjuh serve per il set sul 5-4. Conquista anche due set point, però in entrambe le occasioni Fernandez si salva: strappa a sua volta la battuta a Konjuh, e così si procede in equilbrio sino al 6-6. Al tiebreak Leylah riesce a spuntarla. Il braccio di ferro del primo set si rivela decisivo per indirizzare anche il secondo set. Il match termina 7-6, 6-2.

In base alle premesse del tabellone, al secondo turno Fernandez dovrebbe incrociare la sua prima testa di serie, la numero 31 Yulia Putintseva. Ma Kaia Kanepi è riuscita ad avere la meglio al primo turno, e dunque Leylah si trova di fronte una giocatrice ben più potente, anche se decisamente meno mobile di Putinsteva. E di nuovo ne esce un confronto tiratissimo. Fernandez vince il primo set strappando la battuta a Kanepi all’ultima occasione utile (7-5), ma Kaia non ha affatto intenzione di lasciare strada.

Nel secondo set Kanepi reagisce e si porta avanti 5-3. È un passaggio complicatissimo per Fernandez, che prima salva due set point sul proprio turno di servizio, e poi ne salva altri due con Kanepi alla battuta sul 5-4. Scampato il pericolo, sullo slancio Leylah conquista quattro game di fila e riesce a chiudere 7-5, 7-5. Due match disputati, 6 set point salvati in due partite diverse: non male come inizio.

Ma questa è solo l‘ouverture, perché al terzo turno il sorteggio propone come avversaria un ostacolo apparentemente invalicabile: la campionessa in carica Naomi Osaka. Dopo Kanepi, il “peso leggero” Fernandez trova così un’altra big hitter che metterà alla prova la sua capacità di confrontarsi con tenniste ben più strutturate fisicamente di lei.

Luogo di confronto: l’Arthur Ashe Stadium. Per Fernandez non è la prima volta in assoluto in una arena importante di Flushing Meadow, perché nel 2020 ha già giocato (e perso) contro Sofia Kenin sul Luis Armstrong. Ma lo scorso anno non c’era la presenza del pubblico; questa volta contro Osaka la programmazione è la più eccitante possibile: primo match del serale nello stadio per il tennis più grande del mondo.

Forse perché sulla carta non ha nulla da perdere, fatto sta che nel primo set Leylah tiene molto bene testa a Naomi. Almeno sino al 5-4 per Fernandez. Poi Osaka inserisce una marcia in più, sfodera una serie di punti da fuoriclasse e con un parziale di 12 punti a 1 chiude il set in proprio favore sul 7-5.

Leylah ha perso il primo set del torneo, ma ha progressivamente conquistato le simpatie del pubblico, ammirato dalla sua combattività ma anche dalla qualità dei suoi colpi. Malgrado la pesantezza di palla di Osaka, infatti, Fernandez riesce quasi sempre a rimanere con i piedi attaccati alla linea di fondo e da quella posizione incalza Naomi sul ritmo, impedendole di sprigionare con tranquillità la potenza di cui dispone.

Secondo set. La partita scorre rapida, senza alcuna palla break sino all’approdo nei game decisivi. Esattamente come nel primo parziale, Osaka alza il livello quando più conta. Ed esattamente come nel primo parziale, sul 5-5 strappa la battuta a Leylah e va a servire per il set (e il match).

Sembrerebbe quasi una formalità, anche perché Naomi nello stesso frangente del primo set ha tenuto la battuta a zero. E invece l’incontro non solo non è vicino alla fine, ma sta per attraversare la fase decisiva del totale ribaltamento. Da una parte l’improvvisa ansia di Osaka, dall’altra la straordinaria voglia di combattere di Fernandez, producono l’inatteso: sul 7-5, 6-5 Naomi perde la battuta a 30 (primo break subito nel match), e poi in preda allo sconforto è quasi travolta nel tiebreak, che perde 7-2.

La sconfitta inopinata del secondo set lascia un pesante strascico su Osaka in avvio di terzo parziale: di nuovo perde la battuta e da quel momento non riesce più a recuperare. Con una grinta e con una decisione impressionanti, Leylah non lascia speranze a Naomi, che non riesce nemmeno a sfiorare il recupero, visto che non arriva mai neanche a conquistare palle break. Fernandez chiude dunque 5-7, 7-6, 6-4, ed è autrice di una delle più grandi sorprese del torneo.

E così, dopo la sconfitta alle Olimpiadi di Tokyo contro Vondrousova, di nuovo Osaka perde contro una giocatrice mancina, dotata di una battuta non potente, ma che Naomi non è comunque riuscita a decrittare. In più sia Vondrousova che Ferndandez hanno saputo consolidare i vantaggi ottenuti con il colpo di inizio gioco sviluppando con grande efficacia lo scambio.

Altro parallelismo tra Tokyo e New York: al momento della eliminazione, le sconfitte di Osaka sembrano arrivate contro giocatrici di secondo piano, ma a conti fatti sia Vondrousova che Fernandez sarebbero state capaci di raggiungere la finale del torneo, offrendo tennis di altissima qualità. Anche i numeri del match americano lo confermano: Osaka ha chiuso il match con un saldo fra vincenti ed errori non forzati di +1 (37/36), Fernandez di +4 (28/24)

a pagina 2: I match contro Kerber e Svitolina

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