La settimana degli italiani: grande Roberta Vinci, tra gli uomini si salva solo Lorenzi

Focus

La settimana degli italiani: grande Roberta Vinci, tra gli uomini si salva solo Lorenzi

Consueto bilancio di fine settimana per il tennis azzurro. Riviviamo la cavalcata di Roberta Vinci e lo sfortunato torneo di Paolo Lorenzi a Buenos Aires. Degli altri meglio non parlare…

Pubblicato

il

Grazie ad una straordinaria Roberta Vinci arriva a San Pietroburgo la prima grande soddisfazione azzurra di questo 2016: la tarantina, centrando la sua prima vittoria in carriera in un torneo Premier ed il decimo trofeo in singolare, ha dato tra l’altro concreta linfa alle sue speranze di raggiungere la top ten, vero obiettivo di quella che purtroppo potrebbe essere l’ultima stagione di una carriera che comunque vada sarà stata ricchissima di soddisfazioni. La Vinci, migliore tra gli italiani nella sfortunata trasferta italiana a Melbourne (terzo turno con non pochi rimpianti per la sconfitta rimediata dopo aver vinto primo set 6-0 contro la tedesca Friedsam, all’epoca 83 del mondo) dopo aver preferito ricaricare le pile rinunciando alla Fed cup, era l’unica azzurra in campo questa settimana. Roberta ha saltato il primo turno per un bye in qualità di seconda testa di serie, ha fatto il suo esordio sul tappeto indoor russo contro la belga Yannina Wickmayer, 55esima del ranking Wta contro la quale aveva vinto gli ultimi sei precedenti scontri diretti. In Russia la tarantina ha qualche problema solo nel secondo set (quando annulla due set-point nel decimo game), ma la vittoria arriva agevolmente col punteggio di 6-2 7-6(2) in poco meno di un’ora e mezza di gara. Nei quarti arriva il maggiore momento di difficoltà della settimana per Roberta: contro la ventiduenne ungherese Timea Babos, 51esima giocatrice al mondo, va in scena un’autentica battaglia nella quale Roberta dimostra per l’ennesima volta di saper soffrire ed avere sangue freddo per portare l’incontro a casa quando magari non è in buonissima giornata tennistica. La recente finalista degli Us Open arriva ad un passo dalla sconfitta quando l’ungherese serve per il match sul 5-4 nel terzo, ma anche grazie ai tremolii della racchetta della sua avversaria, Roberta si issa al gioco decisivo e chiude dopo 2h33’ un match molto teso col punteggio di 7-6(3) 4-6 7-6(4).
In semifinale era necessario alzare il livello del gioco per avere la meglio su Ana Ivanovic, serba sedicesima al mondo contro la quale aveva perso sei dei precedenti nove incontri: dopo un inizio d’incontro ad handicap per la nostra giocatrice, Roberta ha trovato le chiavi per impostare un gioco aggressivo e capace di evidenziare le croniche insicurezze dell’ avversaria: in 1h18’ è così arrivato l’ accesso alla finale col punteggio di 7-5 6-4.
L’atto finale era un match difficile da tanti punti di vista: Belinda Bencic, è stella del futuro del tennis ed era euforica per l’accesso alla finale che le garantiva da domani di entrare anche nella top 10. Non vi erano precedenti tra le due giocatrici, ma sin dai primi scambi Roberta è stata bravissima a non dare punti di riferimento alla teen-ager svizzera: con grande classe è arrivata una bellissima vittoria che non è mai stata in dubbio nel corso della partita, chiusa con un 6-4 6-3 in 1h19’ di gioco. Roberta ha meritato un successo che se è l’ennesimo premio alla carriera ad un grande e purissimo talento tennistico, non deve saziare la nostra tennista, ma farle capire che ha le armi, col suo elegantissimo tennis atipico, per togliersi ancora grandi soddisfazioni, sin quando avrà voglia di fare sacrifici per competere nel nostro meraviglioso sport.

La situazione sul versante maschile non offre purtroppo analoghe soddisfazioni, vi è anzi stata un’autentica ecatombe azzurra al primo turno nei tre Atp250 in calendario questa settimana (quattro azzurri sono stati fermati all’esordio) fortunatamente in parte oscurata dal nostro giocatore meno giovane. Come quasi sempre in questo 2016, a reggere la baracca è stato infatti Paolo Lorenzi (sino allo scorso lunedì aveva già raggiunto una semifinale all’Atp 250 di Quito, una vittoria al challenger di 75.000$ di Canberra ed una finale al 50.000$ di Bucaramanga in Colombia). Il tennista toscano, impegnato questa settimana nell’Atp250 di Buenos Aires ha centrato un’ottima qualificazione ai quarti in un tabellone di livello mediamente alto(tre top 10 ed altri due top 20).
Al primo turno Paolo ha superato con bravura un avversario sempre ostico come il trentenne spagnolo Andujar (col quale era sotto 1-2 nei precedenti ed aveva perso un mese fa a Doha): dopo una battaglia di 2h27’ contrassegnata da una scarsa incidenza del servizio (si conteranno 13 break in 28 turni di battuta complessivi), Paolo ha la meglio col punteggio di 2-6 7-5 6-2.
Nel secondo turno, è stata necessaria al nostro giocatore una nuova battaglia contro un altro terraiolo doc madrelingua spagnolo, l’argentino 23enne Diego Schwartzmann, ottantanovesimo giocatore del ranking, ovviamente sostenuto con forza dal pubblico: dopo un inizio lento che gli ha causato la perdita del primo set, Paolo è salito di rendimento per poi finire per controllare l’incontro, vinto col punteggio di 4-6 6-3 6-1 in poco più di due ore.
Nei quarti di finale Lorenzi ha affrontato quello che addirittura era già il suo diciannovesimo incontro dell’anno probabilmente un po’ stanco, ma certamente senza timori reverenziali contro il più grande giocatore della storia sulla terra rossa, Rafael Nadal, al quale aveva già strappato un set nel 2011 nell’unico precedente al Foro Italico. Nel primo set Lorenzi ha mostrato il suo proverbiale piglio indomito rimontando da 1-4 ed ha portato lo spagnolo al tie-break: nel gioco decisivo Nadal è stato però più lucido, aggiudicandoselo 7-3. Poca partita nel secondo set, nel quale subito il maiorchino ha strappato la battuta, smorzando le residue speranze del nostro giocatore che finirà per capitolare col punteggio di 7-6(3) 6-2 in 1h51’ a favore del suo avversario.

Nella stessa capitale argentina è purtroppo subito finita l’avventura del nostro numero 1, Fabio Fognini, che non è riuscito a superare al primo turno il per lui sempre ostico mancino Federico Del Bonis (il ligure aveva vinto i due precedenti solo al terzo set, al termine di lunghe battaglie, entrambe sulla terra, ma dovendo salvare nella finale di Amburgo dei match-point e vincendo solo al tie-break del terzo a Rio). A Buenos Aires è purtroppo andata male a Fabio, il quale è stato in vantaggio, dopo aver vinto un primo set lottatissimo al tie-break, anche nel secondo parziale, nel quale ha avuto diverse chances per incanalare la partita verso il successo(ha avuto due palle per il 3-0 pesante ed è stato 4-2). Poi purtroppo, il match è girato e l’argentino ha finito per vincere 6-4 gli ultimi due set, accedendo al secondo turno dopo due ore e mezza di battaglia.

 

Sempre in Argentina, fallisce anche l’undicesimo assalto al primo successo nel circuito maggiore di Marco Cecchinato: il 23enne siciliano, bravo ad accedere al tabellone principale tramite le qualificazioni (dove aveva sconfitto senza perdere un set prima Galarza,377 del mondo e poi Arguello, 138) aveva un esordio nel torneo teoricamente fattibile contro Juan Monaco, ottimo giocatore ma pur sempre rientrante nel circuito dopo un’assenza che si prolungava dallo scorso agosto ( si infortunò a Kitzbuhel nell’incontro che lo vedeva opposto ad Haase). Il trentunenne argentino, sceso al cinquantacinquesimo posto del ranking Atp, si è invece imposto facilmente col punteggio di 6-1 6-3 in poco più di un’ora di gioco in un match nel quale non ha mai perso il servizio ed ha concesso una sola palla break.

Non giungono migliori risultati da Rotterdam, dove nell’Atp500 organizzato nella città olandese l’unico italiano iscritto era Andreas Seppi (Thomas Fabbiano aveva provato la via delle qualificazioni, ma era stato sconfitto al primo turno 7-6(1) 6-3 dal belga Steve Darcis, 131esimo del ranking,). Il nostro numero 2 era opposto a Gilles Muller, lussemburghese reduce dalla semifinale di Sofia e fresco killer di Fognini a Melbourne. Seppi aveva vinto tutti e tre i precedenti, sebbene datati: questa volta è arrivato il disco rosso per il bolzanino, il quale in un match giocato su pochi punti per la forte rilevanza del servizio nell’andamento del punteggio, è stato avanti di un set ed ha avuto una palla break sul 4 pari del secondo: una volta sfumata, il match è girato e Muller ha vinto al terzo col punteggio di 4-6 7-6(2) 6-4 in 2h06’.

Non sono arrivate buone notizie neanche dall’America Settentrionale, dove nel Tennessee si disputava l’ Atp 250 della città di Memphis: l’unico italiano in gara era il nostro Luca Vanni, che era opposto al kazako Kuhushkin, già giustiziere dell’Italia in Davis lo scorso anno(vinse i due singolari contro Bolelli e Seppi) ed attuale nr° 93 del mondo. Il toscano ha perso purtroppo l’incontro, uscendo dal campo con non pochi rimpianti: basti pensare che nel corso dell’intero match ha concesso una sola palla break, non salvata, nel primo game dell’incontro. Il kazako ha d’altro canto salvato tutte e tre le palle break concesse ed è stato in generale più freddo nei momenti decisivi (come nel tie break del secondo quando era sotto 1-4), finendo per portare a casa l’accesso al secondo turno in poco meno di un’ora e mezza col punteggio di 6-4 7-6(4).

Continua a leggere
Commenti

Editoriali del Direttore

Roland Garros: in ballo per Djokovic c’è il pareggio nei Major con Federer e Nadal, ma anche il Grande Slam

PARIGI – Chi sarà il rivale più agguerrito di Djokovic a Wimbledon? Forse Sascha Zverev. E c’è anche Tokyo, prima dello US Open

Pubblicato

il

Novak Djokovic con il trofeo - Roland Garros 2021 (foto Twitter @RolandGarros)

da Parigi, il Direttore

Quanto è difficile vincere uno Slam? Chiedetelo a chi non l’ha mai vinto, certo, ma anche a Novak Djokovic che ne ha vinti 19 e questo diciannovesimo se l’è sudato come forse nessun altro.

Se è vero che in passato Nole aveva vinto due Slam annullando match point a Roger Federer (Us Open 2011 e Wimbledon 2019), qui ha rimontato due volte dopo essere stato sotto due set a zero (Musetti e Tsitsipas), come nella storia degli Slam era accaduto soltanto a Wimbledon, al mousquetaire Henry Cochet nel 1927 (che di rimonte ne fece addirittura tre, nei quarti con Hunter, in semifinale con Tilden e in finale con l’altro moschettiere Borotra annullando sei match point!). Ted Schroeder nel 1949, sempre a Wimbledon, rimontò da 0-2 Gardnar Mulloy al primo turno e poi vinse tre partite al quinto set in cui era in svantaggio, ma sempre di un solo set. Sto andando a memoria, ma non credo mi sia sfuggito altro.

 

Ieri avevo scritto che non sapevo bene per chi tifare, perché c’erano motivi che mi spingevano a sperare in una vittoria di un Young Gen, e altri contrapposti in quella dell’Old Gen. Ovviamente in parecchi non mi hanno creduto. Quanto piace alla gente diffidare sempre e comunque di quanto uno dice e non ha nessun motivo per raccontare balle, mi lascia sempre stupito. Intanto ho potuto constatare che non solo molti di coloro che hanno scritto i loro post si sono espressi per Tsitsipas, ma anche la stragrande maggioranza degli spettatori presenti al Roland Garros era per il tennista greco. Fra questi, oltre naturalmente ai greci nonché ai simpatizzanti per il ricambio generazionale, la gran parte dei tifosi di Nadal e Federer che invece del ricambio non sono fan. A loro un Djokovic a un solo Slam di distanza dai loro campioni, 19 contro 20, non poteva piacere.

Anche se il mio collega e amico Stefano Semeraro, giornalista della Stampa, sottolineava ovviamente scherzando che “anche se Djokovic dovesse giocare contro Hitler… la gente troverebbe modo per fare tifo per il suo avversario!”.

Quello del gap che si sta chiudendo e non è mai stato così ravvicinato è invece proprio il motivo per cui secondo me, al di là dei tifosi di Djokovic che sarebbero stati per lui a prescindere, si poteva tifare per Djokovic anziché per la novità Tsitsipas, primo greco in finale a uno Slam con tutti i bei motivi e le belle storie che si sarebbe trascinato dietro. Il cambio della guardia, il potenziale n.1 che viene da un Paese dove la Federazione è inesistente e l’organizzazione tennistica idem, il Padreterno che bacia certi ragazzi con il talento naturale e non altri, i ragazzi greci che sposeranno il tennis invece che solo il calcio e il basket … e via discorrendo.

La situazione alla vigilia dell’imminente Wimbledon è infatti estremamente stimolante. Non sapete quanti amici mi abbiano già scritto: “Ma Djokovic non è il grande favorito anche a Wimbledon? Lo scriverai che quest’anno potrebbe scapparci il Grande Slam? È già a metà dell’opera e a Wimbledon e US Open non sarà lui il primo favorito? Mica prenderà sempre a pallate un giudice di linea…”.

Ecco, fino a ieri mattina avevo sentito parlare quasi soltanto di possibile 20 a 19, di possibile pareggio a tre fra i Fab 3. Ma già ieri sera l’ipotesi Grande Slam ha preso consistenza e con motivazioni più che plausibili, sebbene quanto accadde a Serena Williams nel 2015 (Vinci…), e quanto è accaduto dal 1969 quando a realizzare lo Slam (il secondo) fu Rod Laver, deve far ritenere che sia diabolicamente difficile realizzare quel che è riuscito due volte a Laver e una a Don Budge (1938 peraltro!).

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Nadal non sembra neppure sicuro al 100 per 100 di giocare a Wimbledon – lo si sussurra ma non ci sono conferme al riguardo – e non so se lo si dica per la sua condizione fisica o per la variante indiana del Covid-19 che preoccupa sempre più chiunque dovrebbe andare a Londra – compreso il sottoscritto, sempre che a qualcuno interessi (so bene che a molti non interessa affatto, tuttavia a me dispiacerebbe mancare il 47° Wimbledon) – Federer ha dato buona prova di sé a Parigi, ma resta una discreta incognita, i più recenti protagonisti primari, da Anderson a Cilic, da Raonic a Murray (tutti ex finalisti) non sembrano valere davvero il Djokovic attuale, Tsitsipas sull’erba lo ricordo sconfitto da Fabbiano, Thiem siamo lì (e poi il Thiem di quest’anno…), Medvedev è il primo a non credere nelle proprie qualità erbivore con quei gesti ampi che si ritrova.

Mi sbaglierò, ma il solo che mi sembrerebbe in questo momento capace di insidiare il miglior Djokovic – a parte un Federer resuscitato – è Sascha Zverev. E, ma un un pochino più sotto – udite udite – il nostro Matteo Berrettini!

Stando così le cose, e ricordando che Nole ha vinto cinque Wimbledon e tre US Open, sono proprio sicuri i fan di Federer e Nadal, che il Grande Slam sia un obiettivo irraggiungibile per un giocatore capace di giocare in 48 ore quasi nove ore di tennis come ha saputo fare Djokovic? Un Djokovic che, oltretutto, arriverà a Wimbledon con un bagaglio pieno di fiducia? Le prove di resistenza, di forza mentale e di garra che ha dato questo giocatore che potrebbe essere più che appagato da una carriera fantastica sono sotto gli occhi di tutti.

Il suo tennis è certamente meno elegante di quello di Federer, è meno originale – anche perché non è mancino – di quello di Nadal, ma i risultati dei prossimi 2/3 anni è più facile che parlino a suo favore che a favore degli altri due.

L’argomento GOAT non mi ha mai entusiasmato, anche se può essere stuzzicante, e al limite nemmeno l’argomento su chi ha vinto più Slam mi pare così importante… perché è vero che ci possono essere state circostanze che hanno favorito più un giocatore che un altro nella conquista di alcuni Major. Si va da chi valuta weak una certa era rispetto a un’altra a chi considera un periodo in cui i rivali erano due e non tre, a chi ha potuto giovarsi di un infortunio di uno degli altri due o di tutti e due, insomma se andiamo a spaccare il capello in quattro potremmo finire per dare ragione ai tifosi dell’uno o dell’altro dei 3 Fab.

Ma se usciamo da questa considerazione poggiate sui numeri, sulle statistiche, sui titoli vinti, sugli head to head (che restano sempre da interpretare correttamente e senza pregiudizi, possono essere influenzati dai periodi storici in cui sono maturati), a me pare che più degli altri Djokovic abbia tre aspetti che giocano decisamente a suo favore:

  • l’età, quello che conta meno seppure sia incontestabile: Nole ha un anno meno di Rafa e sei meno di Roger,
  • il fisico: c’è chi può mettere in dubbio il fatto che lui sia quello più resistente dei tre, il meno soggetto a infortuni?
  • la maggiore adattabilità a tutte le superfici. Djokovic è stato capace di battere pochi giorni fa Nadal sul suo campo, sulla terra rossa, così come è stato capace di battere Federer sul suo giardino.

Sono tra aspetti che, a mio avviso, non si possono contestare. E non si poggiano sul fatto che Djokovic sia il primo tennista dell’era Open – guarda caso – ad aver vinto almeno due Major di tutti i quattro Slam. Roger ha vinto solo una volta a Parigi (anche se è stata tutta colpa di Nadal!), Rafa ha vinto una sola volta l’Australian Open (anche se ci si è messo di mezzo Roger e anche Wawrinka e qualche infortunio).

Con Novak ci sono due campioni di altre epoche: Rod Laver che ha avuto… il torto di fare il primo Grande Slam nel ’62, quando il tennis non era ancora Open, e Roy Emerson che vinse sei Australian Open e due di ciascuno degli altri tre Major per totalizzarne 12: quello restò a lungo il record degli Slam, finché Pete Sampras non lo eguagliò e poi arrivò a quota 14. Una quota che sembrava insuperabile.

Quelli, come dicevo sopra, sono numeri. Non si basano neppure sulla “garra” perché anche gli altri ce l’hanno: l’hanno avuta in finale di Slam qui Lendl nel rimontare due set a McEnroe, Agassi con Medvedev, Gaudio con Coria, fuori di qui Thiem con Zverev

Il resto potrebbe essere una sensazione che io provo e che sono sicuro i fan di Nadal e Federer non condividono: Djokovic ha tutta l’aria di essere il giocatore più completo dei tre. Uno buono per tutte le superfici, per tutte le stagioni. Punti deboli, a parte lo smash (ma ha la fortuna di doverne giocare pochi), non ne ha. Il suo arsenale è vario, di più. Ci ha aggiunto anche una palla corta di rovescio (come quella che ha annullato un set point nel terzo set a Nadal, come quelle che hanno sorpreso Tsitsipas in più d’una occasione) mortifera. E quando parrebbe in leggera crisi, arriva il servizio a sostenerlo. Come contro Nadal. Ma anche con Tsitsipas vi rendete conto quanto aiuta vincere otto game di battuta a zero? Aiuta a rispondere meglio. E ad aumentare la pressione nell’avversario quando serve. Ieri contro Tsitispas rispondeva sempre, salvo che nei primi due set. Poi è diventato una macchina da guerra.

Mi chiedevo, insieme a Steve Flink con il quale abbiamo fatto una altra lunga chiacchierata nel mezzo della notte – ci vorrà un po’ per tradurla… – se Djokovic avesse ragione nel ritenere la sua partita con Nadal una delle sue tre migliori di sempre e questo torneo uno dei tre più significativi di sempre, o fosse invece la sensazione a calda di un torneo comunque effettivamente memorabile. Dovreste sentire che cosa ha detto Steve, perché effettivamente ha detto una cosa che per ora non ho sentito dire da nessun altro e non la voglio anticipare.

Abbiamo parlato anche dei diversi Djokovic che abbiamo visto a Parigi, quello con gli occhi fuori dalle orbite e dai gesti eccessivi visto con Berrettini, prima del match point e subito dopo, e quello Zen, quasi impassibile, neppure esultante a fine rimonta con Tsitsipas. Unica cosa in comune fra le due partite – ma anche in quella con Musetti – il suo “ritiro… psicanalitico” nella toilette dello Chatrier, dal quale tornava sempre un Djokovic molto più vivo, reattivo, scattante, determinato.

Se avesse perso la finale dopo aver battuto il re della terra rossa, quella sarebbe stata per lui forse… una vittoria sprecata. Così invece ne è venuto fuori il torneo perfetto, due rimonte da 0-2, una vittoria su Nadal dal quale a Parigi aveva perso sette volte su otto, una rimonta sul più rampante dei giovani che sognano il cambio della guardia.

Ha vinto un grande torneo. E non sarà certamente l’ultimo. Si tratta soltanto di vedere se il prossimo Slam sarà il suo. E se lo sarà, se il Golden Slam cui ha detto di aspirare il suo coach Marian Vajda, è fra Tokyio e New York una mission impossible oppure no. Io credo che lui sia più solido di nervi rispetto a quanto lo fu Serena Williams nel 2015, se dovesse arrivare a New York in corsa per il Santo Graal. Vedremo, la strada è ancora lunga come dice sempre Sinner… solo che quella del ragazzo della Val Pusteria è lunga davvero, i difetti su cui lavorare sono tanti e i progressi recenti non sono stati troppi. Vi racconterò nei prossimi giorni cosa mi ha detto al proposito Marc Rosset, uno che di tennis capisce parecchio, non solo la medaglia d’oro di Barcellona ’92.

Continua a leggere

ATP

Berrettini inizia bene al Queen’s: vittoria in due tie-break su Travaglia

Altri due tie-break dopo la sfida di Roma 2020, ancora una volta vinti da Matteo. “Qui sull’erba è tutto diverso, ma ormai sono un giocatore che può fare bene ovunque”. Adesso Paire o Murray

Pubblicato

il

[1] M. Berrettini b. S. Travaglia 7-6(5) 7-6(4)

Dopo le sconfitte all’esordio di Jannik Sinner e Lorenzo Sonego nel lunedì londinese, anche Matteo Berrettini torna finalmente sull’erba, superficie che nel 2019 gli aveva dato ottime soddisfazioni con il titolo a Stoccarda, le semifinali ad Halle e gli ottavi a Wimbledon. Il favorito del seeding conferma le sue potenzialità erbivore superando in poco meno di due ore Stefano Travaglia. Una vittoria annunciata anche nella sua caratteristica di “complicata” di fronte al connazionale che lo aveva costretto a due tie-break anche lo scorse settembre a Roma.

Se Berretto arriva all’appuntamento dopo un’ottima stagione sulla terra battuta, Stetone è invece in un periodo buio: dalla finale di Melbourne 1, il bilancio riporta 12 sconfitte e una sola vittoria nei main draw. L’obbligo” di vincere dell’uno, la scarsa fiducia dell’altro e il derby non sono gli ingredienti ideali per dar vita a un incontro spettacolare e così è soprattutto nel primo set, sebbene non manchino giocate di tutto rispetto e il saldo winners/unforced sia ampiamente positivo per entrambi. Un saldo in cui pesano naturalmente i servizi, soprattutto per quanto riguarda Matteo che ne ha piazzati 16 vincenti. Male invece di rovescio, il 195 cm di Roma, colpo con cui si è peraltro preso la soddisfazione di chiudere la sfida.

 

IL MATCH – Travaglia entra subito in partita, tiene la battuta e risponde quasi sempre in campo, mentre Berrettini sembra ancora un po’ fermo sulle gambe e cede il primo turno di servizio con quattro gratuiti. Entrambi fanno particolare affidamento sul proprio dritto, cercando di crearsi quante più occasioni favorevoli per spingerlo e proteggendo al contempo il lato sinistro, dal quale sono comunque in grado di far partire slice incisivi, utilizzati anche per aggredire a rete l’altrui rovescio. Un turno di risposta efficace nel settimo gioco, un bel lob bimane e un errore pesante spianano a Matteo la strada per il 4 pari; il dritto di Stefano accusa il colpo, ma il servizio rimette le cose a posto. A dispetto del rientro nel punteggio e di una percentuale sensibilmente maggiore in battuta (che ormai non concede più nulla alla risposta), il n. 9 del mondo non riesce a imporre il proprio gioco quando è in risposta e i due arrivano al tie-break. I due dritti sbagliati grossolanamente nello scambio di mini-break dopo il cambio campo sono sintomatici della tensione. Berrettini arriva per primo a set point, risponde alla prima di Travaglia e poi piazza il drittone vincente – appena il secondo di tutto il set.

All’inizio del secondo parziale, la gara è tra la necessaria reazione di quello sotto nel punteggio e un braccio più sciolto di quello avanti. Malgrado le tante prime in campo da parte di Matteo e il dritto che gli offre il 15-40 in ribattuta, è il n. 88 ATP a mettere le mani sui primi due game – un vantaggio che però svanisce subito, complici qualche errore di troppo e un Berrettini che approfitta al meglio delle seconde avversarie. Il servizio torna subito determinante, con entrambi che preferiscono tirare la prima verso il dritto dell’altro, per andare invece al corpo o verso il rovescio con la seconda.

Un paio di gran dritti romani, una volée incerta e al dodicesimo gioco la prima testa di serie arriva a match point, annullato dal preciso servizio esterno. Ecco allora il quinto tie-break consecutivo tra i due (il primo risale a un torneo Futures), con il doppio fallo marchigiano che manda Matteo avanti 4-2. Dopo una buona risposta, Travaglia si crea l’opportunità di incidere con lo sventaglio per tornare in corsa, ma lo manda largo. Entra allora in scena il passante di rovescio con cui Berrettini si prende l’ultimo punto e avanza al secondo turno in attesa del vincente fra Andy Murray e Benoit Paire.

Non ho sottovalutato Murray neanche nel nostro ultimo confronto a Shanghai 2019“, ha detto Matteo in conferenza rispondendo alla domanda di un cronista inglese e sottolineando la sua stima per l’ex numero uno britannico. Sul match di oggi, e in generale sul passaggio dalla terra all’erba, si è espresso così. “Credo di aver giocato più vincenti sulla terra che oggi” – ha detto col sorriso, ma pur considerando la differenza di lunghezza dei match (i 55 vincenti contro Djokovic li ha giocati in quattro set, oggi ne ha giocati solo due) la sensazione è che l’adattamento sia ancora in fase iniziale. “Ormai penso di essere un giocatore che gioca bene ovunque, ma è vero che qui cambia tutto. Sì, già oggi mi sono buttato di più a rete, ma devo sapere che la palla mi ritornerà più rapidamente: se l’avversario incoccia il passante…“.

Continua a leggere

Flash

Konta, buone sensazioni da Nottingham: non vinceva un torneo dal 2017

L’ex numero quattro del mondo (oggi 30) convive con problemi ai tendini ma ha imparato a gestirsi. “Adesso so leggere i segnali del mio fisico, non era scontato tornare a sollevare un trofeo”

Pubblicato

il

Johanna Konta - WTA Nottingham 2021 (dal suo profilo Twitter)

Nelle gerarchie più che mai fluide del circuito femminile, merita un cerchio rosso il ritorno al successo di Johanna Konta. Superando nettamente Shuai Zhang (6-2, 6-1) nella finale del WTA 250 Nottingham, l’ex numero quattro del mondo (oggi 30) è tornata a sollevare un trofeo dopo quattro anni dall’ultima volta.

Era Miami 2017, il punto più alto di una carriera che l’ha vista per due volte semifinalista Slam sulla terra e sull’erba. Un bel segnale che arriva proprio in apertura della breve stagione sui prati e con la finestra sull’atteso appuntamento olimpico, da parte di una giocatrice la cui solidità è stata minata dagli infortuni. Un ginocchio in disordine l’aveva costretta a fermarsi dopo lo US Open 2019 (anno in cui ha perso anche la finale di Roma, contro Karolina Pliskova), per poi vivere un 2020 tormentato dalla tendinite e altri guai. “Non credo molto nelle ricompense del destino – ha raccontato a WTA Insider -, ma mi sento grata di aver avuto l’opportunità di tornare a vincere un titolo. Non lo davo assolutamente per scontato, considerando il mio percorso recente. Le problematiche ai tendini mi hanno costretta ad approfondire la conoscenza del mio corpo, imparando a gestirlo. Un lavoro che è andato oltre quello strettamente legato al campo. Il successo qui a Nottingham lo interpreto come un premio alla perseveranza mia e del mio staff“.

VERSO WIMBLEDON – La transizione dalla terra all’erba è stata migliore del previsto, rispolverando l’universalità che la numero uno britannica ha mostrato nei giorni migliori. “La verità è che non pensavo di giocare a Nottingham perché speravo di andare più avanti a Parigi – ha sorriso -, ma amo questo torneo e ogni volta che posso ci vengo molto volentieri. Prima di questa settimana mi mancavano le belle sensazioni che dà una serie di vittorie, sappiamo quanto conti abituarsi a stare in campo e a vincere. Aver giocato cinque partite qui mi ha fatto bene e penso possa servirmi per il prosieguo“.

 

Konta non riusciva a infilare due successi consecutivi da Cincinnati 2020 e al Roland Garros era finita fuori già al primo turno, contro Sorana Cirstea. “Ho dolori alle ginocchia e agli addominali – l’ammissione – è una sofferenza che avevo messo in conto e va gestita. Questi due anni mi hanno insegnato a saper leggere i segnali del mio corpo“. Sarà interessante vederla a Wimbledon, in quello che potrebbe essere – stando a una sua recente intervista – il penultimo anno di carriera prima di dedicarsi alle gioie della famiglia, compresa una maternità che non riterrebbe conciliabile con la vita nel circuito. Come ha fatto sapere proprio oggi sui social, per la tennista britannica che un mese fa ha compiuto trent’anni sembra imminente anche la programmazione del matrimonio.

Le vittorie e le sconfitte le vivi in maniera differente quando vai avanti con l’età – ha chiuso il cerchio -, la mancanza dei successi in questi ultimi anni non la avvertivo come un peso, quello che invece senti quando devi ancora vincerne uno e non sai se puoi essere in grado di farlo. Rispetto alle precedenti, questa vittoria l’ho vissuta con maggiore gioia e leggerezza“.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement