Rio 2016, donne: Serena shock, fuori con Svitolina! A casa anche Muguruza, ok Kerber e Kvitova

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Rio 2016, donne: Serena shock, fuori con Svitolina! A casa anche Muguruza, ok Kerber e Kvitova

Quarta giornate del torneo femminile alle Olimpiadi di Rio 2016. Travolta Muguruza da Monica Puig. Partita incredibile tra Kvitova e Makarova, vinta dalla ceca. Keys supera in 3 set Carla Suarez Navarro. Konta fa fuori Kuznetsova, Kerber regola Stosur. Audio Svitolina

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E. Svitolina b. [1] S. Williams 6-4 6-3 (Lorenzo Dicandia)

 

Statistiche S. Williams-Svitolina

Anche in quest’Olimpiade Serena è a caccia, guarda un po’, della storia. Già quattro volte oro olimpico, di cui tre in doppio, sarebbe la prima a confermare l’oro in singolare nel caso vincesse il torneo. Dopo aver superato la difficile prova Cornet, che l’aveva battuta tre volte su tre nel 2014 e che ha un gioco che infastidisce Serena, il terzo turno, almeno a giudicare dai precedenti, dovrebbe presentarsi più semplice. Contro Svitolina ci ha vinto quattro volte su quattro, l’ultima per 6-1 6-1 al Roland Garros quest’anno. Ci aveva sofferto giusto in Australia nel 2015, quando era andata sotto di un set.

Copione che si ripete anche oggi: Serena parte contratta, si muove male come spesso accade quest’anno. La precisione dei colpi ne risente e gli errori fioccano, per quanto Svitolina ci metta del suo a provare a rimettere quante più palle possibili in campo. Serena va subito sotto di un break nel terzo gioco e, per quanto lo recuperi immediatamente, sembra essere sempre tesa e eccessivamente apprensiva. Torna sotto di un break nel settimo gioco e questa volta è quello decisivo. Sul 5-4 Svitolina serve per il set e chiude con un servizio vincente molto simile ad un ace. Due soli vincenti nel set per l’ucraina, brava però come detto a sfruttare il gioco particolarmente falloso della numero 1.

Ad inizio secondo set, ancora nel terzo gioco, Williams si ritrova di nuovo a dover annullare delle palle break. La prima la salva, ma sulla seconda un altro errore la condanna ad inseguire. Come spesso le succede quando è in difficoltà, l’intensità delle urla aumenta in un tentativo di risvegliare anche il gioco. Questo tuttavia latita: ad ogni vincente corrisponde un errore, ed i colpi sono spesso centrali e corti. Svitolina è in fiducia, pare quasi essersi trasformata nella sua allenatrice Henin. Conferma il break con un altro errore di dritto di Serena: 6-4 3-1 per l’ucraina. Nel sesto gioco arrivano due risposte vincenti di Serena ed è poi un doppio fallo di Svitolina a regalare il controbreak. Lo stato confusionale della numero 1 non è però ancora passato e si riflette al servizio: ace-doppio fallo-ace-doppio fallo e doppio fallo e ancora doppio fallo nel gioco che potrebbe portarla avanti per la prima volta nella partita. CINQUE addirittura i doppi falli nel game da parte di una Serena in lacrime: 4-3 Svitolina.

Sono rarissime le volte in carriera in cui Serena ha giocato così male: altri quattro errori gratuiti in risposta e l’ucraina è ad un gioco dalla vittoria. Williams non riesce più a servire, sembra quasi abbia un infortunio che ne comprometta il gioco. I colpi fanno fatica a superare la rete e le lacrime scendono copiose. Altro doppio fallo e tre match point consecutivi per Svitolina. I primi due in qualche modo li annulla, ma una risposta profonda su un servizio a 120 km/h di Serena costringe la numero uno alla resa.

6-4 6-3 per Svitolina. Partita difficile da commentare quella di Serena, troppo brutta per essere vera. L’ucraina ha giocato bene ma ha dovuto fare poco, specialmente dal tre pari del secondo set. Affronterà ora Petra Kvitova nei quarti.


M. Puig b. [3] G. Muguruza 6-1 6-1
(Ruggero Canevazzi)

Cataclisma a Rio de Janeiro: Garbine Muguruza, n.4 del mondo e fresca campionessa del Roland Garros, viene letteralmente asfaltata dalla n.34 WTA, Monica Puig. La tennista portoricana veniva da una buona stagione e ha raggiunto il best ranking il mese scorso al n.33, ma non è andata quest’anno oltre la finale del torneo di Sydney a gennaio. Ora raggiunge i quarti di finale del torneo olimpico, dopo una partita impressionante per il dominio che ha avuto dall’inizio alla fine del match sulla testa di serie n.3. La Muguruza ha commesso una caterva di errori (tra cui parecchi doppi falli), ma sono stati il frutto non di una giornata storta bensì della potenza e della precisione dei colpi della caraibica, che ha giocato un match d’attacco costruendosi i vincenti dopo pochi colpi grazie a una mobilità e un impatto sulla palla da antologia del tennis.

Nessun precedente fra le due, con Garbine che parte naturalmente favorita contro la coetanea ventiduenne di Porto Rico. Nonostante il poco pubblico presente, l’atmosfera è molto gradevole: musica, gente festosa e colorata che si gode i 26 °C accompagnati da un tasso di umidità sopportabile (attorno al 60%), l’ideale per giocare a tennis sotto un cielo assolato e privo di nuvole. Completo rosso con strisce bianche e blu a richiamare i colori della bandiera portoricana per Monica, mentre Garbine è completamente in bianco, con lo stemma del vessillo spagnolo cucito sul petto. Nonostante il break-point in apertura per Garbine, sprecato con un rovescio in rete, la Puig fa vedere presto come andrà il match. Nel quarto gioco arriva il primo break: Monica gioca il “perfect game” e con una risposta di dritto all’incrocio delle righe, un dritto e un rovescio potentissimi a chiudere due punti costruiti alla grande si porta sul 3-1. La n.4 del mondo non si aspettava un’avversaria così in palla, è visibilmente disorientata e commette errori non da lei, permettendo alla finalista del WTA di Sydney di strapparle un’altra volta il servizio due game più tardi con un rovescio incrociato favoloso alla terza palla break, prima di cedere il set per 6-1.

Nel secondo parziale continua un confronto impari tra una frastornata Muguruza e una superba Puig, che continua ad avere un timing sulla palla perfetto e a far uscire dal suo piatto corde fiondate violentissime e spesso vincenti, che le danno subito il break in apertura, infliggendo alla campionessa del Roland Garros un impressionante parziale di 6 game a 0. A quel punto la nativa di Caracas trova il contro break, ma lo stato di frustrazione per non poter esprimere il suo gioco d’attacco la portano a sbagliare di continuo, restituendo così il servizio appena strappato e poi cedendolo per la quarta volta di fila con un errore dilettantesco: sulla palla break per la ventiduenne di San Juan, Garbine serve benissimo ma sulla risposta corta dell’avversaria si avventa sulla palla trovandosi a colpire troppo vicina ad essa, perdendo il controllo del colpo che finisce sugli spalti. È il punto che riassume il match e la confusione mentale della finalista di Wimbledon 2015 davanti a una Puig che sta giocando la partita della vita. Dopo meno di un’ora la vincitrice del WTA International di Strasburgo 2014 è incredibilmente avanti 6-1 4-1 e servizio. Ci si aspetta un sussulto dalla n.4 WTA, ma in campo c’è solo la Puig, che continua a giocare un tennis impressionante per copertura del campo e precisione dei colpi. La n.34 del mondo tiene il servizio, poi sotto 5-1 Garbine ricorre ad alzare la parabola dei colpi per spezzare il ritmo forsennato dell’avversaria. La tattica le consente di salire 40-0, ma per l’ennesima volta Monica non molla un punto neanche a morire e, inesorabilmente, riprende ad avventarsi sulla palla, fa quattro punti consecutivi prima di chiudere al secondo match point dopo un rovescio in rete della Muguruza.

Finisce 6-1 6-1 dopo 1 ora e 6 minuti di dominio assoluto sul piano tecnico, fisico e mentale. Garbine Muguruza viene salutata dall’annuncio dello speaker ma si allontana scura in volto senza fare nemmeno un cenno al pubblico, ancora sotto shock per una sconfitta che non si poteva immaginare almeno per quanto è stata netta e inappellabile. Ai quarti la soprendente Puig affronterà la tedesca Laura Siegemund.

[11] P. Kvitova b. E. Makarova 4-6 6-4 6-4 (erresse)

È Petra Kvitova la terza qualificata ai quarti di finale, quello che potrebbe essere di maggior fascino. Se non succedono cataclismi dall’altra parte dovrebbe esserci Serena Williams, impegnata contro Elena Svitolina, ma la ceca, che fino al successo di Parigi della Muguruza era l’unica vincitrice Slam nata negli anni ’90, si è presentata in gran spolvero a quest’olimpiade. Non l’ha demoralizzata neanche il quinto set di fila perso contro Ekaterina Makarova che l’aveva già battuta due volte quest’anno, in due occasioni discretamente importanti, Miami e Wimbledon. Petra perdeva il primo set infatti, nonostante fosse passata subito a condurre, grazie ad un break dopo un interminabile primo game. Come mille volte ci ha abituati, Petra sul 3-1 si assopiva e si risvegliava solo a buoi sull’uscio della stalla, cioè quando era un set e un break sotto. La ceca trovava subito il controbreak, teneva il servizio e approfittava di una qualche incertezza della russa che andava a servire per salvare il secondo set.

Era la Makarova stavolta ad accusare il colpo, ma ancora una volta Petra riusciva a vincere 4 game di fila prima di perdere il servizio a 15. La partita si incattiviva e diventava una vera e propria battaglia, soprattutto dal settimo game, in poi. Prima, sul servizio di Petra, la russa non sfruttava tre palle break; poi perdeva il servizio e mandava la ceca a servire per il match. Nel nono game, incredibilmente, un vantaggio di 40 a 0 e relativi tre match point consecutivi non era sufficiente alla ceca per chiudere il match. Ma nel decimo, dopo 6 punti di fila della russa, la Kvitova non sbagliava più nulla e chiudeva col quarto punto di fila al quarto match point, raggiungendo i quarti. Chissà se è scaramantica, Petra.

[2] A. Kerber b. [13] S. Stosur 6-0 7-5 (Bruno Apicella)

Continua la corsa di Angelique Kerber verso una medaglia nel torneo olimpico di Rio de Janeiro. La tedesca, vincitrice quest’anno degli Australian Open e finalista a Wimbledon, ha battuto nel match di ottavi di finale e in due set l’australiana Samantha Stosur. Dopo aver vinto il primo parziale con un comodo 6-0 la numero 2 del mondo ha accusato un leggero black out nel momento di chiudere sul 5 a 4 del secondo set. È stata l’unica volta in cui la tedesca ha perso il servizio nel match prima di rimediare con un successivo break e vincere set e incontro per 7 giochi a 5.

Il primo parziale ha visto Angelique padrona del campo: la tedesca è stata capace di allungare gli scambi, di  far muovere l’avversaria e di provocarne gli errori dalla parte del dritto. Kerber è stata molto solida sbagliando poco e soprattutto è riuscita a fare la differenza con il rovescio; colpo che le ha dato molti punti. Così come le traiettorie trovate dal suo dritto mancino che le hanno permesso di aprirsi il campo e mettere in difficoltà l’australiana. Perfetta in risposta la prestazione della tedesca che in trentanove minuti ha chiuso il primo parziale per 6 giochi a 0. Il secondo set, invece, si è aperto con il primo game del match conquistato dall’australiana che ha provato a giocare a braccio più sciolto; nel quinto game è stata Kerber ad alzare in risposta il ritmo degli scambi e conquistare il break. Ottenuto il vantaggio la campionessa di Melbourne 2016 sul 5 a 4 ha servito per l’incontro, ma al primo match ha commesso un doppio fallo e Stosur ha colto l’occasione per riaprire il match. L’australiana ha avuto bisogno di cinque palle break e di trovare soluzioni varie per sorprendere Kerber e conquistare il game. Stosur non è stata capace, però, di dare continuità al suo gioco con la tedesca che ha subito conquistato il contro break e servito per chiudere l’incontro. È stato un rovescio incrociato a chiudere la partita e a regalare a Kerber i quarti di finale nel torneo olimpico dove, adesso, affronterà la britannica Johanna Jonta.

[7] M. Keys b. [9] C. Suarez Navarro 6-3 3-6 6-3 (Paolo Di Lorito)

Sfida equilibratissima quella che apre il programma odierno in un centrale quasi vuoto tra Keys e Suarez Navarro, anche il divario tra le due nel ranking non è così ampio – solo tre posizioni – e proprio nell’ultimo scontro diretto di due mesi fa a Birmingham, l’americana aveva sorpassato la spagnola entrando nella top 10. Madison nei primi game domina col suo potente gioco da fondo e anche se Suarez Navarro continua a cercare la profondità per tenere l’avversaria lontana, al secondo break subito non riesce più a recuperare. Il primo set si conclude in favore di Keys e il numero dei vincenti parla chiaro: 13 a 2. Il secondo parziale segue lo stesso andamento di quello precedente ma a parti invertire, questa volta è Carla ad essere aggressiva e a mettere in difficoltà la statunitense la quale subisce il break in apertura e in risposta non riesce ad andare mai oltre il 30; dunque come nei faccia a faccia precedenti anche quest’oggi si va al terzo.

A questo punto l’impressione è che se Keys riuscisse a tornare a giocare come nel primo set sarebbe lei la favorita ed inizialmente accade proprio questo. Per due volte la statunitense passa in vantaggio di un break, tuttavia Suarez Navarro in difesa trova degli angoli incredibili e il pareggio è sempre immediato. Nell’ottavo game assistiamo alla svolta decisiva, la numero 12 del mondo ha un passaggio a vuoto e con tre gratuiti perde il servizio e poco più tardi anche il match. La ventunenne nativa dell’Illinois, alla sua prima partecipazione olimpica, raggiunge i quarti di finale dove attende la vincitrice di Errani-Kasatkina.

[10] J. Konta b. [8] S. Kuznetsova 3-6 7-5 7-5 (Diego Serra)

Vince Johanna Konta in tre set contro Svetlana Kuznetsova, vince in quello che è stato il primo confronto tra le due giocatrici. Vince un incontro partito in modo molto confuso con il servizio che diventa un ornamento inutile per le due tenniste. Si scambiano il servizio nei primi quattro game del primo set, ma Johanna Konta perde il sesto game facendosi di nuovo brekkare in maniera piuttosto ingenua. Per Kuznetsova è semplice poi portare a casa il set di una partita che pare tutta in salita per la britannica. Soprattutto quando nel secondo set si inizia con un break di Svetlana, che parte davvero di slancio, che però dura troppo poco. Inizia a giocare un tennis più convinto finalmente Konta che brekka l’avversaria nel quarto e sesto game, per poi chiudere il set con un altro break nel dodicesimo game. Incredibile come Svetlana abbia perso la tendenza che la vedeva prevalere nel giro di 3 game. Ancora davvero confuso anche il terzo set, con le due tenniste che si concedono palle break a grappoli, gioco confuso e servizi ininfluenti. A decidere il match non può che essere una certa dose di casualità, che porta Johanna Konta a difendersi da tre palle break nell’undicesimo game che avrebbero portato la giocatrice russa a servire per il match. Difesa riuscita con coraggio. Nel dodicesimo game è invece Svetlana a doversi difendere da 4 palle break, nonché match point, e al quarto Johanna Konta passa e chiude il match. Per Svetlana Kuznetsova un’occasione buttata al vento alle Olimpiadi.

Risultati:

[7] M. Keys b. [9] C. Suarez Navarro 6-3 3-6 6-3
[15] E. Svitolina b. [1] S. Williams 6-4 6-3
[10] J. Konta b. [8] S. Kuznetsova 3-6 7-5 7-5
[2] A. Kerber b. [13] S. Stosur 6-0 7-5
[11] P. Kvitova b. E. Makarova 4-6 6-4 6-4
M. Puig b. [3] G. Muguruza 6-1 6-1
D. Kasatkina b. S. Errani 7-5 6-2
L. Siegemund b. K. Flipkens 6-4 6-3

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Ubi Radio Olimpiadi – Dodicesima giornata di Tokyo 2020: la debacle delle squadre

Lo straordinario oro nell’inseguimento di ciclismo su pista rende meno amaro il peggior risultato negli sport di squadra da Monaco ’72

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Filippo Ganna e la squadra di inseguimento ha vinto una splendida medaglia d’oro nell ciclismo su pista, con una rimonta spettacolare nell’ultimo chilometro contro i campioni del mondo in carica della Danimarca.
Giornata da dimenticare per gli sport di squadra italiani: brutta sconfitta per la nazionale di pallavolo femminile, fermata 3-0 con la Serbia e autrice di una prova incerta e opaca. Sconfitto anche il settebello di pallanuoto, sempre dalla Serbia, non lasciando più nessuna squadra italiana in gara dopo i quarti di finale: non accadeva da Monaco ’72.
Le speranze sono ora concentrate sulla 10 chilometri di nuoto con Gregorio Paltrinieri, Elia Viviani nell’Omnium del ciclismo su pista e nella staffetta 4×100 metri di atletica nella quale corrono il neo campione Marcell Jacobs e la promessa Filippo Tortu.

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Flash

Olimpiadi, le medaglie vinte nel tennis da Seoul 1988 a Tokyo. Quali sono state le edizioni migliori?

Gli Stati Uniti rimangono nettamente primi nonostante le zero medaglie conquistate a Tokyo, mentre un’edizione svetta su tutte le altre a livello qualitativo

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Il podio delle Olimpiadi di Tokyo 2020_ Khachanov, Zverev e Carreno Busta (via Twitter, @ITFTennis)

L’oro di Sascha Zverev nel singolare maschile e la doppietta del Comitato Olimpico Russo nel doppio misto hanno sancito la conclusione delle Olimpiadi di Tokyo 2020 in salsa tennistica. Questo il computo finale delle medaglie:

  • ROC: un oro (Pavlyuchenkova-Rublev, doppio misto) e due argenti (Khachanov, singolare maschile – Vesnina-Karatsev, doppio misto)
  • Croazia: un oro e un argento (Metkic/Pavic e Cilic/Dodig, doppio maschile)
  • Repubblica Ceca: un oro (Krejcikova/Siniakova, doppio femminile) e un argento (Vondrousova, singolare femminile)
  • Svizzera: un oro (Bencic, singolare femminile) e un argento (Bencic/Golubic, doppio femminile)
  • Germania: un oro (Zverev, singolare maschile)
  • Australia: un bronzo (Barty-Peers, doppio misto)
  • Brasile: un bronzo (Pigossi/Stefani, doppio femminile)
  • Nuova Zelanda: un bronzo (Daniell/Venus, doppio maschile)
  • Spagna: un bronzo (Carreno Busta, singolare maschile)
  • Ucraina: un bronzo (Svitolina, singolare femminile)
Belinda Bencic – Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @ITFTennis)

Di seguito invece il computo storico degli allori vinti da Seoul 1988 ad oggi (ricordiamo che si giocò anche a Los Angeles nel 1984, ma in vesti puramente dimostrative). C’è un paese che fa chiaramente la voce grossa e si tratta degli Stati Uniti, che come vedremo comanda anche le classifiche di tutte le rispettive discipline meno che una. L’Italia, come purtroppo sappiamo, non c’è.  

Vediamo nel dettaglio la distribuzione specialità per specialità, partendo dal singolare maschile. Qui c’è davanti il Regno Unito, anche se sarebbe più opportuno dire Andy Murray, vincitore di due medaglie d’oro (ne ha anche una d’argento in doppio misto).

 

Questo il singolare femminile. Le nove medaglie d’oro sono state assegnate soltanto a sei paesi differenti, per via della voce grossa fatta dagli Stati Uniti (con Serena, Venus, Davenport e Capriati).

Il doppio maschile:

Il doppio femminile, con il clamoroso dominio degli Stati Uniti capaci di aggiudicarsi sei medaglie d’oro su nove, tre delle quali con Serena e Venus in coppia.

E infine il doppio misto, reintrodotto a Londra 2012:

QUALI SONO STATE LE EDIZIONI PIÙ COMPETITIVE DEL SINGOLARE OLIMPICO?

Non è un segreto che il ruolo del tennis alle Olimpiadi sia sempre stato controverso, trattandosi di uno sport con un calendario molto fitto, costantemente sotto i riflettori e votato all’iper-professionismo; per questo motivo, non tutte le edizioni hanno avuto un campo di partecipanti di altissimo livello. Siamo quindi andati a vedere il ranking dei semifinalisti e dei quartofinalisti al tempo di ogni singola competizione. Ovviamente non si tratta di un sistema perfetto, ben lungi: sono infatti molti i casi di giocatori che hanno fatto bene alle Olimpiadi prima di esplodere in termini di classifica (Federer a Melbourne, Berdych ad Atene, Li a Pechino) o durante momenti complicati (Bruguera ad Atlanta, Clijsters a Londra, e soprattutto Del Potro a Rio, in quel momento N.145 ATP ma N.38 a fine anno e N.3 due anni dopo). Allo stesso tempo, però, si possono trarre alcune indicazioni, pur con le considerazioni del caso.

In campo maschile, le tre edizioni in cui il ranking dei semifinalisti è stato più alto sono state Londra 2012 (3,75), Pechino 2008 (7) e Seoul 1988 (10), con Tokyo 2020 poco dietro a quota 10,5. Londra domina anche a livello di quarti di finale (7,625), seguita da Pechino (18,5) e Tokyo (26,125). In campo femminile i ranking erano disponibili solo a partire da Atene 2004, seconda miglior edizione per la qualità delle semifinaliste alle spalle di… Londra 2012, sempre lei (3,75 per quest’ultima, 7,5 per l’edizione greca); la situazione si ripropone guardando ai quarti di finali, con Pechino terza a poca distanza. A livello WTA Tokyo 2020 ha invece accusato la media più bassa in entrambe le categorie in virtù dei numerosi upset avvenuti nei primi turni, da Barty a Osaka, da Sabalenka a Swiatek.

TORNEI MASCHILI – RANKING MEDIO

Di seguito i dati completi del maschile, con l’ultimo ranking pre-torneo fra parentesi:

1988: Mecir (12)-Mayotte (10)-Edberg (3)-Gilbert (15)-Cané (101)-Schapers (44)-Jaite (29)-Steeb (82).
Media semifinalisti=10; media quarti=37

1992: Rosset (44)-Arrese (30)-Ivanisevic (4)-Cherkasov (26)-Lavalle (84)-Oncins (53)-Santoro (37)-E. Sanchez (25).
Media semifinalisti=26; media quarti=37.875

1996: Agassi (6)-Bruguera (67)-Paes (126)-Meligeni (93)-Ferreira (11)-Furlan (26)-Washington (13)-Olhovskiy (101).
Media semifinalist=73; media quarti=55.375

2000: Kafelnikov (8)-Haas (48)-Di Pasquale (62)-Federer (36)-Kuerten (3)-Ferrero (12)-Mirnyi (53)-Alami (34).
Media semifinalisti=38.5; media quarti=32

2004: Massù (14)-Fish (22)-Gonzalez (20)-Dent (29)-Berdych (74)-Moyà (4)-Youzhny (42)-Grosjean (12).
Media semifinalisti=21.25; media quarti=27.125

2008: Nadal (2)-Gonzalez (15)-Djokovic (3)-Blake (8)-Federer (1)-Mathieu (27)-Monfils (42)-Melzer (50).
Media semifinalisti=7; media quarti=18.5

2012: Murray (4)-Federer (1)-Del Potro (8)-Djokovic (2)-Isner (10)-Nishikori (18)-Almagro (12)-Tsonga (6).
Media semifinalisti=3.75; media quarti=7.625

2016: Murray (2)-Del Potro (145)-Nishikori (6)-Nadal (5)-Bautista Agut (16)-Bellucci (55)-Monfils (11)-Johnson (22).
Media semifinalisti=39.5; media quarti=32.75

Juan Martin del Potro, Andy Murray e Kei Nishikori – Il podio delle Olimpiadi di Rio 2016 (foto Ray Giubilo)

2020: Zverev (5)-Khachanov (25)-Carreno Busta (11)-Djokovic (1)-Nishikori (69)-Humbert (28)-Chardy (68)-Medvedev (2).
Media semifinalisti=10.5; media quarti=26.125

TORNEI FEMMINILI- RANKING MEDIO

2004: Henin (1)-Mauresmo (2)-Molik (24)-Myskina (3)-Pierce (28)-Schiavone (17)-Kuznetsova (10)-Sugiyama (14).
Media semifinaliste=7.5; media quarti=12.375

2008: Dementieva (6)-Safina (7)-Zvonareva (11)-Li (43)-Jankovic (2)-Bammer (33)-S. Williams (5)-V. Williams (8).
Media semifinaliste= 16.75; media quarti=14.375

2012: S. Williams (4)-Sharapova (3)-Azarenka (1)-Kirilenko (15)-Kerber (7)-Wozniacki (8)-Clijsters (36)-Kvitova (6).
Media semifinaliste=5.75; media quarti=10

2016: Puig (37)-Kerber (2)-Kvitova (14)-Keys (9)-Konta (13)-Kasatkina (27)-Svitolina (20)-Siegemund (33).
Media semifinaliste=15.5; media quarti=18.125

2020: Bencic (12)-Vondrousova (41)-Svitolina (6)-Rybakina (20)-Muguruza (9)-Giorgi (58)-Pavlyuchenkova (18)-Badosa (29).
Media semifinaliste=19.75; media quarti=24.125

Curiosamente, alcune edizioni hanno avuto una media più alta ai quarti che in semifinale: Atlanta 1996, Sydney 2000 e Rio 2016 nel maschile, Pechino 2008 nel femminile. Dando un’occhiata più generale, si possono trarre tre conclusioni: la prima è che Londra 2012 è stata di gran lunga la miglior edizione delle Olimpiadi tennistiche, giocate a Wimbledon subito dopo Wimbledon, una condizione perfetta per i giocatori sia a livello mitografico che a livello di preparazione che a livello di scheduling (questo fa ben sperare in chiave Parigi 2024, che si disputerà al Roland Garros); la seconda è che generalmente le migliori del circuito WTA tendono a fare meglio alle Olimpiadi delle loro controparti ATP (con la possibile eccezione della corrente edizione).

La terza è che nonostante qualche forfait di troppo a Tokyo (soprattutto nel maschile), questa edizione non sia stata inferiore alla media degli altri tornei iridati, anzi. Si potrebbe forse muovere qualche critica alla qualità del gioco espresso, ma questa non sembra essere una colpa dei giocatori, quasi sempre pronti a lasciare tutto sul campo seppur sottoposti a condizioni proibitive per quasi tutta la settimana.       

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Olimpiadi

L’Italia di Jacobs e Tamberi sogna col tennis. La Cechia di Krejcikova con le tenniste, ma Drobny era un’altra cosa

Lo strano fenomeno di un Paese che ha avuto il doppio degli Slam winner rispetto all’Italia, 9 vs 4, e 41 Slam contro 5. Ma brilla solo al femminile e ha un solo top-100 fra i maschi

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Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi - Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @Coninews)

Mi rendo conto che nel giorno successivo a quello in cui l’Italia conquista due medaglie d’oro nelle discipline d’atletica più naturali che ci possano essere, la corsa e il salto, e questo può essere forse considerato il giorno più bello dello sport italiano, tutto il resta passa in seconda linea. Figurarsi il tennis. Già a Londra, quando si erano giocate due finali a Wimbledon e a Wembley, era stata una giornata fantastica, sebbene non si potesse chiedere a Matteo Berrettini di battere quel Djokovic che non era davvero quello visto contro Zverev a Tokyo.

Si tratta di un doppio trionfo senza precedenti, nei 100 metri e nel salto in alto, davvero da leggenda grazie a Marcell Jacobs e a Gianmarco Tamberi, anche se ricordo bene – sebbene bambinetto di 10 anni – mio padre emozionato fino alle lacrime nel vedere davanti alla TV (che mi pare fosse ancora in bianco e nero) Livio Berruti con quegli occhialetti da studente modello, vincere i 200 metri piani alle Olimpiadi di Roma (1960) precedendo per la prima volta tutti gli sprinter di colore che sembravano invincibili.

Vent’anni dopo avevo già quasi 30 anni quando Pietro Mennea vinse di nuovo i 200 metri e Sara Simeoni saltò più in alto di tutte le altre ragazze ai Giochi di Mosca, ma non ricordo invece che quella “doppietta” possa essere arrivata nell’arco di un quarto d’ora come è successo questa volta, con Tamberi avvolto in una bandiera italiana ancora sulla pista per un abbraccio storico, fantastico, commovente a Jacobs.

 

Non amo in genere le dichiarazioni dei dirigenti quando devono fare discorsi celebrativi, ma quanto ha detto d’istinto Giovanni Malagò, presidente del CONI (“E’ una giornata storica perché l’Italia può dire di avere l’uomo più veloce del mondo e l’uomo che salta più in alto nel mondo!”) l’ho trovato efficacissimo, un piccolo capolavoro di sintesi.

Con Vanni Gibertini ogni sera abbiamo registrato un podcast, Ubi Radio, che riassumesse un po’ il dietro le quinte dell’Olimpiade, la situazione del medagliere azzurro raccontando medaglia per medaglia i successi dello sport azzurro nelle varie discipline, e le vicende del torneo di tennis. Il torneo è finito, ma Ubi Radio continuerà ad andare on line e sembra, a giudicare dai numerosi contatti, che piaccia abbastanza. Qualcuno avrà anche avuto modo di ascoltare i nostri interventi su Radio Sportiva con Stefano Tarantino, il nostro “Patria-Man”, che ha seguito almeno dieci sport intervistando un medagliato dopo l’altro. Anche quelli continueranno fino a fine Olimpiade e saranno dai sei agli otto interventi al giorno da Tokyo.

In queste “gloriose” circostanze, con anche l’altra disciplina regina delle Olimpiadi a fianco dell’atletica, il nuoto, che ha colto sei medaglie azzurre record – anche se a Sydney 3 furono d’oro – scrivere di tennis, dunque, e nemmeno di tennis italiano a conclusione del torneo olimpico che ci ha visto purtroppo ancora una volta a digiuno di medaglie, un po’ mi imbarazza.

Ma credo che Ubitennis abbia il dovere di rispettare i suoi lettori, appassionati di uno sport che comunque quest’anno ci ha dato soddisfazioni cui non eravamo abituati, seppure non a Tokyo. Cioè laddove abbiamo visto vincere il doppio maschile alla formazione croata n.1 del mondo, Mektic e Pavic, che però era stata a pochi punti dalla sconfitta con il nostro improvvisato Sonego-Musetti. E abbiamo visto approdare alla finale del singolare maschile con un pizzico di rimpianto un tennista, il russo Karen Khachanov, più volte battuto dai nostri Sinner e Berrettini.

Jacobs, che ha corso in 9,80 diventando l’erede di un certo Usain Bolt che a Rio aveva vinto in 9,81, non era il favorito dei 100, anche se un vero favorito non c’era. Idem Tamberi. Per questo mi piace pensare che se i due nostri migliori tennisti fossero stati presenti, Berrettini e Sinner, forse qualche bella soddisfazione avremmo potuto togliercela anche nel nostro sport della racchetta. Magari stasera le medaglie azzurre avrebbero potuto essere 30 anziché 29 (diamo già per certa quella della vela, che ancora deve arrivare ma non è in discussione), perché anche un doppio Berrettini-Fognini avrebbe potuto fare molta strada. Pazienza.

Mentre nei prossimi giorni – se gli altri sport non mi distrarranno troppo… e per esempio Italia-Stati Uniti di pallavolo femminile stamattina alla vostra alba mi intrigava parecchio perché volevo capire se davvero le azzurre sono da podio come tanti profetizzano – mi sembrerebbe giusto soffermarmi sui meriti di Sascha Zverev che ha dominato la finale in modo schiacciante, e aveva dominato con notevole personalità anche Djokovic in semifinale dal 2-3 del secondo set in poi, oggi vorrei dedicare qualche riga frettolosa al tennis ceco che mi pare attraversi un periodo particolare. Benissimo le donne, malissimo gli uomini. Proprio come è successo anche al tennis italiano per un lungo periodo.

L’oro conquistato dalle favorite Siniakova-Krejcikova nel doppio donne è una conferma del loro status di numero uno del mondo, ma anche di un periodo in cui il tennis femminile ceco si mantiene all‘altezza delle sue migliori tradizioni, dai tempi almeno di Martina Navratilova, Hana Mandlikova, Petra Kvitova e una Pliskova che è stata n.1 del mondo ma non ha mai vinto uno Slam pur avendo disputato un paio di finali Major, ci sono almeno sei o sette tenniste ceche costantemente fra le prime 100, fra cui magari una Krejcikova capace di vincere uno Slam a anche in singolare.

Però, così come per il tennis italiano, abbiamo visto che c’è stata l’epoca in cui i buoni risultati arrivavano soltanto dalle ragazze, così anche il tennis ceco attraversa un momento piuttosto strano. I cechi, dacché hanno perso Berdych che è stato a lungo un top ten, e si è arreso all’anagrafe anche Stépanek, non hanno praticamente più tennisti fra i top 100 salvo Vesely.

Il tennis italiano negli anni Ottanta, conclusa la golden era di Panatta, ha goduto dapprima dei risultati di Reggi e Cecchini, arrivate a n.13 e n.15 del mondo. A cavallo del terzo millennio Silvia Farina si fermò a n.11 del mondo, chissà con quanti rimpianti per lei non poter dire di essere stata una top ten anche se si tratta di una distinzione piuttosto ridicola. Poi, dal 2010 in avanti con Schiavone, Pennetta, Errani e Vinci, i nostri uomini non reggevano il confronto.

Adesso il tennis ceco sembra vivere una situazione analoga. La Repubblica Ceca ha sempre avuto grandi giocatori, anche se con tendenza a rifugiarsi all’estero. Il primo di grande fama, fu Jaroslav Drobny, campione a Parigi nel ’51 e nel ’52 e a Wimbledon nel 1954 – quando batté Rosewall e aveva 36 anni – e tre volte a Roma, in mezzo a 147 tornei! Mi pare di ricordare che Drobny, che non sopportava il regime comunista che pretendeva da lui un visto per ogni trasferta per ciascun torneo, fu prima apolide e poi prese passaporto egiziano nel ’49, dieci anni primi di prendere quello britannico. Ha vissuto fino alla morte (2001) a Londra, ma era stato a lungo anche in Italia, dove allenò per un periodo anche la nazionale italiana di Pietrangeli e Sirola.

Ma i campioni Slam cechi sono stati più del doppio dei nostri azzurri, che sono solo quattro, Pietrangeli, Panatta, Schiavone e Pennetta. E cioè, Drobny, Lendl, Kodes, Korda, Navratilova, Mandlikova, Novotna, Kvitova, Krejcikova. Quattro più quattro. Con una sostanziale differenza. Gli Italiani hanno vinto in tutto cinque Slam – 2 Pietrangeli, uno gli altri. I cechi ne hanno vinti ben 41: Lendl ha vinto 8 Slam, Kodes 3, Drobny 3 (più 5 finali perse), Navratilova 18 (di cui 9 a Wimbledon), Mandlikova 4, Kvitova 2, Novotna, Korda e Krejcikova 1. Questi risultati ripetuti negli anni hanno costruito una tradizione tale che oggi è ancora più sorprendente che il tennis maschile sia ridotto al solo Vesely a livello di top 100.

I lettori di Ubitennis sanno probabilmente moltissimo di tutti questi giocatori, salvo forse di Jaroslav Drobny, sebbene quel mancino dotato di grandissima classe, e costretto a giocare con gli occhiali e lenti molto spesse a seguito di un incidente patito mentre giocava a hockey – era “centrale” nella nazionale di hockey su ghiaccio che vinse la medaglia d’oro ai mondiali del 1947 e l’argento ai Giochi Olimpici invernali del ’48 a St. Moritz quando marcò 8 gol in 9 partite – avesse vinto tre volte gli Interrnazionali d’Italia (’50, ’51 e ’53).

Mio padre lo aveva visto giocare ed era rimasto impressionato dal suo tocco di palla e dalle sue doti strategiche. Mancino, dotato di un servizio più che discreto per i suoi tempi, giocava la smorzata con il rovescio a una mano che sorprendeva regolarmente gli avversari, ma soprattutto era stato uno dei primi tennisti che dimostrava di aver studiato le geometrie del tennis – a quanto mi ha riferito mio padre – perché nel giocare la smorzata la seguiva costantemente a rete, in modo da tagliare l’angolo alla eventuale ripresa dell’avversario.

Un poco come Ivan Lendl più tardi, anche Drobny perse ben quattro finali Slam (tre delle quali al quinto set) prima di vincerne una, quando ormai aveva compiuto i 30 anni. Avrebbe dovuto vincere quella contro Marcel Bernard a Parigi nel ’46, visto che era due set avanti: 3-6, 2-6, 6-1, 6-4, 6-3. Nella finale di Wimbledon del ’49 perse dall’americano Ted Schroeder (il tennista che ha vinto Wimbledon perdendo otto set, più di chiunque altro!): 3-6, 6-0, 6-3, 4-6, 6-4. E al Roland Garros 1950 contro un altro americano, Budge Patty, Drobny perse 6-1, 6-2, 3-6, 5-7, 7-5. Quella del ’48, sempre a Parigi e sempre contro un americano, Frank Parker, Drobny l’aveva perso in 4 set:  6-4, 7-5, 5-7, 8-6. Ma di finali di Slam Drobny ne ha giocate 13 fra singolo, doppio e misto. Fu finalmente nel ’50 al Roland Garros, contro il sudafricano Eric Sturgess, che Drobny riuscì finalmente a sfatare il tabù degli Slam persi, forse perché vinse molto facilmente con un triplice 6-3, per poi ripetersi l’anno successivo contro il grande campione australiano Frank Sedgman: 6-4, 7-5, 5-7, 8-6.

Jaroslav Drobny – Wimbledon 1953

Dopo le due vittorie in terra di Francia ecco finalmente quella sull’erba di Wimbledon contro il diciannovenne Ken Rosewall nel ’54, 20 anni prima che Muscle Ken giocasse la sua quarta, tutte perse, contro un Jimmy Connors che non ebbe pietà dei suoi 39 anni. Drobny, come accennato, aveva 36 anni e vinse 13-11, 4-6, 6-2, 9-7. Quei 58 game rimasero la finale più lunga fino a metà anni 70 e Jaroslav fu il primo mancino a vincere a Wimbledon dai tempi dell’australiano Norman Brookes che aveva vinto nel 1914 (e le cui foto, a decine, ho potuto ammirare nell’elegantissimo club di South Yarra Tennis Club a Melbourne tre anni fa quando fui invitato a un pranzo e riuscii a farmi fare una fotografia fra Ken Rosewall e Frank Sedgman, i cui segnaposti nel grande tabellone precedevano e seguivano in ordine alfabetico quello di un certo Ubaldo Scanagatta, tennista indegno al cospetto di quei due Grand Slam winners).

Si dice che Jaroslav Drobny, con Billie Jean King e Martina Navratilova, sarebbe l’unico tennista “occhialuto” ad aver vinto Wimbledon. Io ricordo di aver visto anche Arthur Ashe indossare gli occhiali, però può essere che nel ’75 quando battè Connors in 4 set – al mio secondo Wimbledon – Arthur avesse già le lenti a contatto. Dovrei riguardare un filmato dell’epoca per sincerarmene.

Tornando a Drobny, ricordo che Alison Danzig, uno dei giornalisti del New York Times che scrissero per primi che chi avesse vinto i quattro Majors nello stesso anno avrebbe realizzato il Grande Slam, che è quanto si dice nel bridge se uno vince tutte le tredici mani, scrisse di lui: “Nessun atleta ceco, salvo forse Emil Zatopek – l’uomo chiamato cavallo! – ha reso maggior onore al proprio Paese di Jaroslav Drobny!”.

La storia del tennis, in ogni Paese, vive di cicli, positivi e negativi. Per l’Italia ora sembra che tutto fili per il verso giusto per il tennis maschile, e nulla per quello femminile. Per la Cechia è l’opposto. Basta aspettare un po’. Le tradizioni non si smentiscono mai, anche se ci vuole tempo.

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