Andujar re del Marocco, Johnson padrone in Texas – Ubitennis

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Andujar re del Marocco, Johnson padrone in Texas

I numeri della settimana: due inaspettati successi per lo spagnolo e l’americano, che sembravano spariti dai radar. La crescita di Sabalenka e l’eterno Ivo Karlovic…

Ferruccio Roberti

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0 – le volte in carriera in cui Kyle Edmund aveva raggiunto i quarti di finale in tornei del circuito maggiore che si giocavano su terra battuta. Il classe 93 britannico, prima di giocare a Marrakech, aveva vinto solo 12 delle 25 partite che aveva disputato a livello ATP su questa superficie. Tuttavia, nel circuito Challenger aveva conquistato due tornei sul rosso (a Buenos Aires nel 2015 e a Roma nel 2016). Il semifinalista degli ultimi Australian Open certamente però credeva nelle sue chance di poter esprimersi bene anche sul mattone tritato: a febbraio, invece di giocare gli indoor europei, si era iscritto, per poi ritirarsi a causa di problemi fisici, ai tornei di Buenos Aires e Rio. Kyle è arrivato in Marocco con sulle spalle, dopo l’Australia, appena due partite, quelle perse all’esordio a Indian Wells (contro Sela) e Miami (contro Tiafoe), ma è comunque riuscito ad arrivare in finale senza perdere un set. Infatti, prima ha estromesso Vesely, 65 ATP, ritiratosi quando il britannico era sul 5-0 del primo set, poi in ottavi ha avuto la meglio (6-2 6-4) su Albot, 93 ATP; nei quarti su Malek Jaziri (6-2 6-1), 91 ATP, e in semifinale ha sconfitto (6-3 6-4) il primo top 50 del suo percorso, Richard Gasquet, 38 ATP. In finale, contro Pablo Andujar si è poi arreso davanti alla maggiore esperienza dell’iberico, vincitore con un duplice 6-2. Continua la costante crescita del britannico.

1- il numero di semifinali (a Delray Beach due mesi fa) raggiunte da Steve Johnson in un torneo ATP, dopo il suo successo, secondo complessivo in carriera, dello scorso anno a Houston, quando in finale vinse il titolo al tie-break del terzo su Bellucci. Sembrava fosse un episodio totalmente sporadico per il classe 89 statunitense, capace di esprimersi al meglio e costruirsi un best career ranking di 21°giocatore al mondo, soprattutto sul cemento all’aperto e sull’erba (dove aveva vinto nel 2016 a Nottngham il primo titolo) e mai capace in precedenza di raggiungere almeno i quarti in un torneo ATP su terra, un traguardo che poi toccherà a Ginevra per la seconda volta nel maggio 2017. Il gigante (188 cm per 86 kg) statunitense in Texas ha mostrato di avere un ottimo feeling con il U.S. Men’s Clay Court Championship : è partito soffrendo e vincendo al primo turno dopo essere stato a due punti dalla sconfitta contro Ernesto Escobedo, 120 ATP, sconfitto col punteggio di 3-6 7-6 (5) 6-2. In ottavi ha sconfitto (6-3 6-4) facilmente Frances Tiafoe, 58 ATPmentre ancora più sofferta di quella dei sedicesimi, è stata la vittoria su John Isner, 9 ATP, eliminato con lo score di 7-6 (4) 4-6 7-6(5) dopo 2 ore e 40 minuti di battaglia. In semifinale Johnson ha avuto poi la meglio sul quarto connazionale incontrato nel suo cammino, Taylor Fritz, sul quale ha avuto la meglio dopo un’altra lunga sfida, risoltasi con lo score di 7-5 6-7 (4) 6-2. Houston porta bene a Steve.

2 le partite vinte, entrambe grazie al ritiro dell’avversario, da Tennys Sandgren dopo i quarti raggiunti a Melbourne lo scorso gennaio, quando sconfisse, tra gli altri, Wawrinka e Thiem, prima di farsi fermare in tre set da Chung. Nei cinque tornei successivi disputati dopo gli Australian Open, il tennista statunitense classe 91 non aveva certo ben figurato, perdendo due volte da tennisti non classificati nella top 100 (da Bagnis a Buenos Aires e da Dutra Silva a San Paolo); da Garcia Lopez, 69 ATP, a Miami e vincendo due match solo grazie ai ritiri di Carballes Baena a Rio e di Basilashivili a Indian Wells. Solo a Rio, contro Fognini, sprecando match point, aveva rischiato di vincere una partita.  A Houston, il tennista nato in Tennesse, passato alle attenzioni della cronaca a Melbourne anche per le sue dichiarazioni omofobe e razziste, da ottava testa di serie ha sconfitto nell’ordine Blaz Kavcic (6-2 6-2), 128 ATP e Nicolas Kicker (6-2 7-6),87 ATP; nei quarti ha perso il primo set del torneo contro Guido Pella (4-6 7-5 6-3), 63 ATP e in semifinale, con un duplice tie-break, ha avuto la meglio su Karlovic, 88 ATP. Resurrezione in Texas.

 

3 le eliminazioni al primo turno in sei tornei giocati nel 2018, patite da Jack Sock, quando è arrivato in Texas per giocare l’ATP 250 di Houston. Si trattava di un torneo amato dal numero 3 statunitense, da lui vinto nel 2015 (in finale su Querrey) e dove era  arrivato in finale nel 2016 (perdendo contro Juan Monaco). Il 25enne tennista del Nebraska quest’anno aveva tra l’altro vinto solo tre partite, di cui appena una contro un top 100 (il nostro Fabbiano a Indian Wells). Nemmeno a Houston è riuscito a vincere due match di fila per la prima volta nel 2018 : dopo aver eliminato con un duplice 6-4 Zeballos , 66 ATP, nei quarti (al primo turno aveva ricevuto un bye) è stato sconfitto dal connazionale Taylor Fritz, 72 ATP, vincitore col punteggio di 3-6 6-3 6-4. Crisi nera per il vincitore di Bercy 2017.

5 gli italiani partecipanti al main draw dell’ATP 250 di Marrakech. Seppi, Fabbiano, Lorenzi e Berrettini, entrati per diritto di classifica in tabellone, sono stati tutti eliminati al primo turno: il bolzanino ha perso (1-6 6-3 6-0) da Albot, 93 ATP, contro il quale aveva vinto nei due precedenti; il pugliese, uscito dalla top 100 per la prima volta da giugno 2017, ha perso da Richard Gasquet, 38 ATP, che ha così confermato l’unico precedente tra i due, datato Roma 2015. Paolo, che non giocava un torneo ATP da inizio febbraio a Quito, ha invece perso (6-3 6-4) da Misha Zverev, 55 ATP e compagno di doppio in Marocco; Matteo -entrato per la prima volta con la propria classifica in un main draw ATP- ha perso col punteggio di 7-6(2) 6-4 da Basilashvili, 86 ATP. A Marrakech alle quali hanno però partecipato anche Andrea Arnaboldi e  Salvatore Caruso, affrontatisi uno contro l’altro nel primo turno del tabellone cadetto: ha vinto il primo 4-6 7-5 6-1. Il lombardo ha poi ha avuto la meglio (6-3 3-6 6-3) anche su Noah Rubin e nel tabellone principale, ottavo della carriera, ha addirittura sconfitto (6-2 6-3) Dolgopolov, 53 ATP, prima di arrendersi ad Andujar, futuro vincitore del torneo, passato col netto punteggio di 6-0 6-2. Onore a Arnaboldi, ma per il tennis azzurro va di male (vedasi Genova e i quarti di Coppa Davis) in peggio (Marrakech).

7 i tornei giocati sino ad oggi da Camila Giorgi nel 2018. Si è sempre- a ragione- affermato che la continuità fosse il suo vero tallone d’Achille, visto che le punte massime di rendimento non sono mai state in discussione, come si evince anche dallo score di otto successi in venti confronti avuti sinora dalla marchigiana contro tenniste nella top 10. Un’incostanza molto marcata l’ha sin qui contraddistinta nella sua carriera di professionista, anche nel corso della stessa partita: un problema che non le ha mai concesso di andare oltre al 30°posto del ranking (luglio 2015) e di vincere qualcosa in più del solo torneo (S’Hertogenbosh) sin qui in bacheca e  fare di più delle quattro finali raggiunte. Qualche accenno di miglioramento si vede però quest’anno in Camila, nonostante i problemi fisici le abbiano impedito in sostanza di giocare a febbraio e marzo, dopo averle già precluso l’ultima parte del 2017, quella successiva agli Us Open. Dopo un bruttissimo inizio a Shenzhen, in Australia aveva fatto un super torneo nel Premier di Sydney, sconfiggendo Stephens, Kvitova e Radwanska, mentre a Melbourne era arrivata una sconfitta accettabile contro la Barty, top 20. A Miami, al ritorno dopo due mesi in un tabellone principale (aveva giocato le quali a Dubai, ma si era ritirata) contro un’avversaria più che alla portata come la Vekic, 55 WTA, si è palesata un’amara sconfitta, sebbene giustificabile dal lungo stop agonistico. A Charleston, poi, ha ottenuto due belle vittorie tra le quali quella sulla Gavrilova, top 30, prima di cedere alla Keys. Tornata questa settimana a giocare in Europa, sulla terra rossa di Lugano, ha prima sconfitto (6-3 6-2) Kristyna Pliskova 70 WTA, e poi (6-1 6-2) la Van Uytvanck, 51 WTA, prima di arrendersi alla Sabalenka, 61 WTA, vincitrice col punteggio di 6-3 6-0. Una sconfitta evitabile, anche nelle proporzioni, ma che non cancella i segnali di speranza che una Camila finalmente sana possa finalmente migliorare il suo best career ranking.

20- le vittorie raccolte nel solo 2018 da Taylor Fritz, prima che partecipasse all’ATP 250 di Houston. Il californiano, classe 97, aveva chiuso la scorsa stagione fuori dalla top 100 (104) e sembrava vivere una fase di rigetto e regressione della sua carriera professionistica, che a fine agosto 2016, non ancora 19enne, lo aveva visto issarsi sino al 53° posto del ranking ATP. Quest’anno, grazie alla vittoria nel challenger di Newport Beach, alla finale in quello di Noumea, ai quarti all’ATP 250 di Delray Beach (dove aveva sconfitto per la seconda volta in carriera un top 20, Querrey, dopo aver battuto già Cilic nel 2017 sul cemento californiano) e agli ottavi a Indian Wells, era già risalito al 72° posto del ranking ATP. A Houston, dove l’anno scorso per un infortunio al ginocchio si ritirò dal tabellone, saltando poi tutta la stagione sulla terra, una superficie sulla quale a livello ATP aveva giocato solo due tornei in carriera, ha faticato molto all’esordio. Ha infatti dovuto annullare due match point a Tim Smyczek, 124 ATP, per poi avere la meglio solo col punteggio di 6-7(3) 6-2 7-6 (6). Per arrivare in semifinale ha dovuto sconfiggere altri due connazionali: negli ottavi ha eliminato (3-6 6-0 6-3) Harrison, 54 ATP e nei quarti, sempre in rimonta, ha estromesso dal torneo (3-6 6-3 6-4) Jack Sock, 16 ATP. In semifinale, di fronte al quarto tennista yankee incontrato nel suo cammino, si è arreso in tre set, lasciando strada a Steve Johnson, 51 ATP, vincitore col punteggio di 7-5 6-7(4) 6-2. Resta però confermato che, dopo il periodo di assestamento vissuto l’anno scorso, un Fritz sano possa dire la sua, specie a partire dalla stagione sull’erba.

56 i mesi trascorsi dall’ultima volta che Ivo Karlovic aveva avuto una classifica così bassa come quella, 88 ATP, con la quale ha partecipato al main draw di Houston. Il 39enne tennista nato a Zagabria dal 2017 in poi aveva superato solo una volta i quarti in un torneo ATP (a S’Hertogenbosh, dove aveva perso in finale da Gilles Muller, dopo aver eliminato Cilic in semifinale) e in questo 2018 solo a febbraio, al neonato torneo di New York, si era issato ai quarti. Oltre a Cilic, nell’ultimo anno solare aveva sconfitto un solo altro top 20, Tsonga a Cincinnati, e davvero per il vincitore in carriera di otto titoli, capace di raggiungere altre 10 finali e di issarsi sino al n°14 del mondo (nell’agosto del 2008) sembrava un momento difficile. A Houston è arrivato per lui un importante piazzamento: prima ha sconfitto (7-6 6-4) Taro Daniel, 111 ATP, poi ha avuto la meglio con duplice 7-5 di Denis Kudla, 122 ATP. Nei quarti la vittoria più prestigiosa degli ultimi mesi: opposto a un Nick Kyrgios non al meglio, contro il quale aveva sempre perso nei quattro precedenti, ha avuto la meglio col punteggio di 3-6 6-2 6-3. In semifinale si è arreso a Sandgren, 56 ATP, che si è guadagnato la finale con un duplice tie-break. Gli acciacchi non fermano il quasi 40enne Ivo, risentiremo parlare di lui in questo 2018.

61- la posizione occupata nel ranking WTA da Aryna Sabalenka la scorsa settimana, quando ha partecipato alla prima edizione dell’International di Lugano. La quasi 20enne (compie gli anni il 5 maggio) bielorussa è esplosa nel grande circuito solo negli ultimi mesi: è entrata nella top 100 per la prima volta a ottobre 2017, dopo aver raggiunto le semifinali a Tashkent e la finale a Tianjin (persa contro Sharapova, dopo aver sconfitto in semi la Errani). In precedenza, si era distinta in Fed Cup, contribuendo in maniera decisiva a portare la sua Bielorussia in finale: proprio a novembre, contro gli Stati Uniti, otterrà la vittoria sin qui più prestigiosa della carriera, sconfiggendo la Stephens, freschisisma vincitrice degli US Open. Il 2018 per la connazionale della Azarenka era iniziato bene, con due quarti raggiunti a Shenzhen e Hobart. Dopo aver perso al primo turno a Melbourne, è rientrata nei Premier Mandatory statunitensi: a Indian Wells è stata autrice di un buon terzo turno sconfiggendo per la seconda volta in carriera una top 20, la Kuznetsova; a Miami si è invece fermata al secondo. Sulla terra non aveva mai fatto bene nemmeno a livello ITF, ma a Lugano ha conquistato la seconda finale della sua giovane carriera, superando prima (5-7 6-3 6-2) la settima testa di serie, Michaela Buzarnescu, 40 WTA; poi Polona Hercog (6-3 6-1), 80 WTA. Nei quarti ha eliminato (6-3 6-0) la nostra Camila Giorgi, 59 WTA e in semifinale la tennista di casa Voegele (6-4 6-2), 119 WTA. In finale la bielorussa si è arresa a Elise Mertens: la semifinalista degli ultimi Australian Open, nostra prossima avversaria di Fed Cup, ha vinto col punteggio di 7-5 6-2. In ogni caso, continua l’ascesa di una futura protagonista del circuito WTA.

355 la classifica di Pablo Andujar, vincitore dell’ATP 250 di Marrakech. Una classifica dovuta all’operazione al gomito destro subita nel 2016, quando era 70 ATP, dopo aver veleggiato a lungo in posizioni di classifica ancora migliori. L’anno precedente lo spagnolo era arrivato alla finale dell’ATP 500 di Barcellona (persa contro Nishikori dopo aver sconfitto in semifinale Ferrer) e al suo best career ranking di 32 ATP, mentre dal 2011 al 2014 aveva terminato sempre nei primi 50 del mondo la stagione. Lo spagnolo classe 86, vincitore di tre tornei (Casablanca 2011 e 2012 e Gstaad 2014) e di quattro finali, tutte sempre sulla terra, era rientrato nel circuito solo a fine 2017, per giocare due Futures. Quest’anno in cinque tornei aveva vinto solo una partita, prima di risorgere al Challenger di Alicante, dove ha eliminato in semi Cecchinato e poi sconfitto in finale De Minaur. A Marrakech, aiutato da un buonissimo tabellone, che gli ha evitato top 100, è giunto in semifinale sconfiggendo (6-3 7-5) il lucky loser bielorusso Ivashka, il nostro Arnaboldi (6-0 6-2) e il russo Vatutin (6-4 5-7 6-3), 160 ATP. In semifinale aveva sconfitto il primo top 100. Joao Sousa, con un duplice 6-4, prima di rifilare un duplice 6-2 a Edmund, 26 ATP e conquistare il terzo titolo (su quattro) ATP in terra maiorchina. Pablo è (più che) vivo.

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Federer, Nadal e Djokovic sotto la lente: chi ha fatto meglio negli ultimi 10 anni?

Una dettagliata analisi statistica per mettere a confronto i tre giocatori più forti del tennis moderno, evidenziare i loro picchi di rendimento… e anche i rimpianti. Per Federer, forse quella finale del 2014

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Alla vigilia dell’Australian Open, mentre ci si interroga sulla possibilità che possa finalmente toccare a un nome nuovo, è facile lasciarsi sedurre dall’idea che alla fine toccherà a uno dei soliti. Da oltre dieci anni il tempo nel mondo del tennis sembra essersi cristallizzato: anche nel 2018 Djokovic, Nadal, Federer (anche se per un pelo, visto che Zverev ha chiuso la stagione a una manciata di punti da King Roger) si sono spartiti il podio della classifica mondiale. Come già ricordato in un precedente articolo, il tennis gira intorno a tre nomi quasi ininterrottamente da un’era geologica. Visto il ritorno di fiamma di Federer e Nadal nel 2017 e di Djokovic nel 2018 si è sentito spesso dire che queste erano le “migliori versioni di Nadal o Federer” o che “Djokovic quest’anno è tornato ai suoi livelli”. Un modo per verificare queste affermazioni è confrontare il rendimento tenuto dei cari mostri sacri di questa era e confrontarlo con performance ottenute negli anni passati. A livello metodologico la scelta è quella di vedere quali sono stati in questi anni i picchi di rendimento e come si sono evolute le rivalità incrociate in questi ultimi 10 anni. Similmente a quanto fatto per le analisi dell’anno 2018, si è cercato di costruire degli indicatori di performance che potessero dare conto sinteticamente dell’andamento per anno e per superficie.

Questa prima tipologia di tabelle ha come scopo quello di evidenziare in termini comparati quale sia stata l’evoluzione dell’indicatore preso in esame di volta in volta. L’idea è quella di darci una linea di tendenza, al fine di capire soprattutto come un giocatore abbia ‘performato’ rispetto a se stesso e quali siano stati i picchi di rendimento in carriera. Il fatto che in un certo anno un indicatore risulti più elevato rispetto a quello dei rivali non necessariamente indica una maggiore probabilità di successo negli scontri diretti (quella verrà riportata più avanti nell’andamento storico degli H2H); resta in ogni caso un’indicazione rilevante in caso di differenziale cospicuo.

CONFRONTO SULLA TERRA BATTUTA

 

Per condurvi all’interno del discorso utilizziamo i numeri e cominciamo dalla terra rossa. L’indicatore prescelto è il seguente:

  • % combinata punti vinti sulla seconda di servizio e sulla risposta alla seconda di servizio
  • % punti servizio vinti con la prima sul totale dei punti giocati al servizio * 0.5

Confronto Djokovic, Federer e Nadal su terra battuta

Per quanto riguarda questa superficie, non verrà preso in esame il numero di partite vinte in quanto a differenza del cemento, dove spesso Nadal ha marcato visita, sulla terra battuta tutti e tre i giocatori hanno quasi sempre mantenuto un sufficiente numero di partite giocate e vinte nel corso degli anni. L’eccezione è ovviamente Federer negli ultimi due anni, ma la sua completa assenza non provoca del ‘rumore’ nel modello; il dato viene semplicemente viene escluso.

Emerge immediatamente come Nadal abbia avuto un picco di rendimento nel 2010, ripetuto incredibilmente nel 2017. Mentre nel 2010 la chiave era la ferocia sulla seconda di servizio (60% dei punti conquistati), nel 2017 il dato incredibile è stata l’efficacia sulla propria seconda di servizio (64%, il più alto in tutto l’arco di riferimento tra tutti e tre i giocatori). Sempre in riferimento a Nadal, i numeri confermano come lo spagnolo abbia dovuto avvalersi di unghia e denti per vincere il Roland Garros nel 2013 e 2014, due stagioni di chiaro calo, in cui il suo livello di performance era stato notevolmente insidiato da Djokovic.

Il serbo, dopo l’anno di grazia 2011, ha fatto registrare un calo generale nel 2012 per poi ritornare gradualmente su livelli di eccellenza nel 2013 e 2014. Nel 2015 Djokovic ha raggiunto il suo picco di rendimento sulla terra battuta ed è infatti stato sconfitto solo da un grandissimo Wawrinka in finale a Parigi, capace quella domenica di scagliare sessanta colpi vincenti. Curiosamente, nei suoi anni migliori, Djokovic ha dovuto fronteggiare a Parigi due veri e propri cigni neri: Federer in semifinale nel 2011 e Wawrinka appunto nel 2015. Non sarà difficile ricordare la maestosa performance dello svizzero nel 2011, quando fermò un Djokovic ancora imbattuto in stagione. Quanto al 2009 di Federer, la stagione in cui ha vinto il suo unico Roland Garros, i numeri suggeriscono come abbia approfittato del calo di Djokovic e dell’inciampo di Nadal, che fino a quel punto della stagione si stava esprimendo ai suoi soliti livelli.

CONFRONTO SULL’ERBA

Passiamo adesso all’erba, il territorio d’elezione per Roger Federer. L’indicatore prescelto è il seguente:

  • % combinata punti vinti sulla seconda di servizio e sulla risposta alla seconda di servizio
  • % punti servizio vinti con la prima sul totale dei punti giocati al servizio * 1,1

Confronto Djokovic, Federer e Nadal su erba

In questo secondo caso saltano subito all’occhio i “buchi” di Nadal, che dopo l’immancabile campagna sulle paludi rosse spesso e volentieri ha dovuto cedere il passo. In questo caso emerge come il toro di Manacor abbia ben capitalizzato le opportunità costruite nel 2008 e nel 2010; è invece un peccato che nel 2017 non si sia potuto assistere a un replay delle finali 2006/2007/2008, perché i presupposti numerici erano veramente ottimi. Djokovic conferma il trend di dominanza del 2015, mentre in rapporto alla rivalità con Federer c’è forse da crucciarsi per la mancata qualificazione dello svizzero alla finale di Wimbledon 2011: dopo la splendida partita di Parigi, con ogni probabilità se ne sarebbe vista una seconda.

L’annus horribilis‘ è stato per tutti e tre il 2016: Federer a mezzo servizio, Nadal assente e Djokovic alle prese con i primi dolori del giovane Novak. Rimpianti? Probabilmente per Federer la finale persa nel 2014, poiché avrebbe potuto rallentare il ritorno di Djokovic che da quel momento ha vissuto un anno e mezzo di grazia quasi ininterrotto.

CONFRONTO SUL CEMENTO

Per concludere andiamo ad esaminare cosa è successo sulle superfici dure; segnaliamo che in questo caso è stato necessario accorpare indoor e outdoor, in quanto le statistiche disponibili sul sito ATP non consentivano questo livello di ‘granularità’ del dato. L’indicatore prescelto quindi è stato il seguente:

  • % combinata punti vinti sulla seconda di servizio e sulla risposta alla seconda di servizio
  • % punti servizio vinti con la prima sul totale dei punti giocati al servizio * 1,05
  • % combinata break point salvati e convertiti *0,5

Il tutto ponderato per un moltiplicatore che tenga conto delle partite vinte nella stagione così costruito:

=SE N. Partite vinte >=52; → fattore di ponderazione = 1,1;

=SE 51<N. Partite vinte>22; → fattore di ponderazione = 1,1;

=SE N. Partite vinte <=22; → fattore di ponderazione = 0,8;

Confronto Djokovic, Federer e Nadal sul cemento

Secondo questa metrica il picco di rendimento lo ritroviamo con Djokovic nel 2015, che in quella stagione si è rivelato effettivamente ingiocabile per chiunque. Il Federer del 2015 era (numeri alla mano) una versione assolutamente competitiva e paragonabile a quella del 2017, che pure ha vinto tanto di più; verrebbe da concludere, forse semplificando, che semplicemente nel 2017 non ha dovuto confrontarsi con la macchina serba. Da notare come negli anni 2012 e 2013 si sia visto in campo un ottimo Djokovic che forse ha raccolto a livello Slam meno di quello che avrebbe potuto: in quei due anni infatti le partite vinte dal serbo su questa superficie sono state rispettivamente 50 e 49. Nel 2013 la sfida ‘hard rock’ con Nadal fu estremamente equilibrata, con Djokovic che nelle situazioni di palleggio (relative agli scambi su seconde di servizio) dimostrava una maggior efficienza, mentre Nadal compensava con il rendimento sulla prima e nel dato combinato saved/converted break point %.

GLI SCONTRI DIRETTI

Queste statistiche sintetizzano con efficacia il rendimento dei singoli giocatori ‘rispetto a se stessi’, ma per un’analisi completa non si può prescindere da un riepilogo degli H2H; altrimenti si perderebbero alcuni fenomeni clamorosi come la distruzione di Nadal ad opera di Djokovic nel 2011 e la rivincita nel 2017 da parte di Federer sul maiorchino.

Djokovic vs Federer

A partire dal 2011, la rivalità tra il serbo e lo svizzero ha visto un netto prevalere di Djokovic con Federer capace di invertire la tendenza soltanto nel 2014, stagione in cui il serbo ha psicologicamente ‘prestato il fianco’ dopo le tante finali perse agli US Open. Probabilmente non se ne avrà mai la controprova, ma per Djokovic sembra essere stata decisiva la vittoria a Wimbledon le 2014: è stato forse stato il punto di svolta di una carriera, che altrimenti avrebbe potuto configurarsi come quella di un ‘fenomeno spuntato’, sempre e comunque in secondo piano rispetto al dinamico duo Roger&Rafa.

Federer vs Nadal

Come tutti sanno, il 2017 è stato l’anno della grande rivincita di Svizzera 1 sull’armada spagnola. È invece meno noto che il 2017 sia stato un anno straordinario per Nadal sul cemento; con un Federer ‘normale’, forse Rafa avrebbe potuto confezionare la migliore stagione dell’intera carriera, superiore anche agli anni di grazia 2010 e 2013. Senza inerpicarci in analisi che sono state fatte sin troppe volte in relazione a questo confronto diretto, si evidenziano come decisive le stagioni 2008 (in cui Rafa mandò Roger al tappeto in finale a Londra e a Parigi) e il 2013 in cui la schiena ha costretto Federer a giocare al di sotto dei suoi standard.

Djokovic vs Nadal

Nella rivalità fra Rafa e Novak, emerge come il serbo abbia saputo capitalizzare meglio le stagioni in cui ha espresso il miglior tennis. In uno degli anni miglior, Nadal è riuscito a cogliere un vantaggio comparato relativamente ridotto (+2), mentre nei suoi anni di grazia (2011 e 2015) Djokovic ha inciso in maniera molto più pesante (+6) e (+4). In generale sembra quindi poter dire che i picchi di rendimento di Djokovic negli ultimi 10 anni sono stati inarrivabili, ma che laddove (come nel triennio 2012-2013-2014) il rendimento dei tre è stato molto vicino, Djokovic è spesso venuto a mancare, non riuscendo a convertire in successi un livello di gioco comunque molto alto. La supremazia è rimasta confinata ai ‘soli’ Masters 1000 e sulla superficie (allora) amica degli Australian Open, che potrebbe tornare a sorridergli tra pochi giorni.

Federico Bertelli

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Numeri: tra gli uomini regna il ‘vecchio’, Sabalenka è debordante

L’appuntamento con le statistiche dopo la prima settimana di tornei. Nishikori torna a gioire, anche Tsonga e Berdych tornano competitivi: è un ritorno al… passato?

Ferruccio Roberti

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1 – la semifinale raggiunta nelle ultime sette stagioni da Vera Zvonareva, prima di riuscirvi nuovamente scorsa settimana a Shenzhen. L’ex numero 2 del mondo e finalista nel 2010 a Wimbledon e US Open, solo due anni fa a Tashkent era andata cosi avanti in un torneo del circuito maggiore. La russa classe ’84 aveva già dato segnali di rinascita importanti lo scorso ottobre, quando, a distanza di più di sette anni dall’ultima volta, aveva sconfitto nel torneo di Mosca una top 10, Karolina Pliskova. Vera ha vinto 12 titoli di singolare in carriera e ad aprile 2015, stremata dai continui infortuni – il più grave alla spalla destra, per il quale fu costretta ad operarsi e a saltare tutto il 2013 – giocava il suo ultimo torneo a Katowice. Decideva di concentrarsi su altre attività extra tennistiche (ha due lauree e si occupa di associazioni no profit) e di dare una svolta alla vita privata: si sposava e dava alla luce una bimba. Poco alla volta, però, il suo amore per il tennis è emerso nuovamente fuori e già nel 2017 è stata nuovamente nel circuito, chiudendo l’anno a ridosso delle prime 200. Nel 2018 a Wimbledon è tornata a giocare uno Slam dopo tre anni e mezzo, sfiorando il ritorno nella top 100 dove manca dal 2013. Il 2019 premierà in tal senso questa rincorsa fatta per amore del suo sport. A Shenzhen, intanto, per raggiungere la semifinale ha dovuto sconfiggere una sola tennista dal buon ranking, la thailandese Khumkum, 66 WTA, eliminata al primo turno con un duplice 6-3. Paradossalmente sono stati più difficoltosi i successivi successi contro due qualificate, la serba Jorovic (7-5 4-6 6-4) e la russa Kedermetova (4-6 7-5 6-3). Nel penultimo atto del torneo si è arresa alla Riske: debilitata da un infortunio all’anca sinistra, dopo aver perso i primi sette giochi, ha lasciato spazio alla statunitense, che ha guadagnato la terza finale a Shenzen, poi vinta da Sabalenka. Vera è in ogni caso un bellissimo esempio per chi vuole essere mamma e sportiva professionista.

2 – le ex numero 1 sconfitte da Bianca Andreescu, la 18enne canadese (di chiare origini rumene) nel corso del suo cammino per arrivare alla finale di Auckland. Si era fatta conoscere già nel 2o17, anno nel quale vinse da juniores due titoli di doppio (Australian Open e Roland Garros). Tra le pro, nella stessa stagione riuscì a qualificarsi a Wimbledon e conquistare i primi sei match giocati tra singolare e doppio in di Fed Cup (nel gruppo I), per poi sconfiggere nella stessa competizione, a nemmeno 17 anni, l’allora n.51 Shvedova. Due anni fa salì sino al 143° posto del ranking, collezionando scalpi prestigiosi come quello di Giorgi e Mladenovic (quando era tredicesima). Il 2018 è stato un anno di fisiologico assestamento, nel quale ha conquistato comunque due tornei ITF e altrettante finali nella stessa categoria, risultati che le hanno permesso di chiudere come 152 WTA. A Auckland è stata innanzitutto brava a qualificarsi: dopo aver superato due giocatrici non nella top 200 come Kucova e Foulis, in tre set ha avuto la meglio su Siegemund. Nel tabellone principale si è poi superata, sconfiggendo in due parziali una top 60 come Babos (6-4 7-6) e soprattutto la terza giocatrice al mondo, Wozniacki (duplice 6-4). Nei quarti in tre set ha avuto la meglio, rimontando un parziale, su Venus Williams (6-7 6-1 6-3), 38 WTA, mentre in semifinale si è imposta in due set (duplice 6-3) sulla Hsieh, 28 WTA. Arrivata all’atto conclusivo (quinta ‘millennial’ a riuscirci dopo Potapova, Danilovic, Yastremska e Anisimova) si è arresa solo in tre set a Georges, vincitrice 2-6 7-5 6-1. Ça va sans dire: ne risentiremo parlare.

 

7 – i tennisti italiani che hanno partecipato ai tornei in programma nella prima settimana della nuova stagione. Solo due di loro, però, hanno vinto una partita nei main draw: infatti, Quinzi ha perso al secondo turno di quali a Pune da Roger-Auliassine, Arnaboldi e Moroni sono stati invece fermati all’esordio del tabellone cadetto dell’ATP 250 di Doha. Inoltre, nel tabellone di singolare del torneo qatariota non hanno raccolto nemmeno un set Lorenzi (ripescato dopo aver perso da Berankis nelle quali), Berrettini e Seppi, rispettivamente eliminati da Verdasco, Bautista Agut e Rublev. Le buone notizie sono arrivate innanzitutto da Simone Bolelli: il 33enne bolognese, 141 ATP, nel 2018 aveva giocato solo in quattro tabelloni principali e, da agosto in poi, aveva vinto pochissime partite. In India senza perdere un parziale ha sconfitto due top 200 come Schnur e Ofner e, una volta qualificatosi, sempre in due set (duplice 6-4) si è imposto su Istomin. Nel secondo turno ha però lottato solo un parziale (7-5 6-0) contro Munar, ma quello avuto in India resta per Simone un promettente inizio di stagione. Le vere belle notizie sono però arrivate da Marco Cecchinato, capace a Doha di accedere alla sua prima semifinale in un torneo ATP fuori dalla terra battuta. Per riuscirci, il siciliano – prima di Doha vincitore di tre partite sul cemento all’aperto – ha avuto anche un pizzico di fortuna (il walk over di Pella al secondo turno). Un aiuto della Dea bendata ampiamente giustiicato da due belle vittorie in due set sul qualificato – e sempre pericoloso su quei campi – Stakhovsky (6-4 6-2) e sul top 50 Lajovic (7-6 6-2). La stessa sconfitta in semifinale con Berdych, dopo essere stato in vantaggio nel tie-break, ha confermato come Marco sia diventato competitivo anche sul cemento all’aperto: il premio a questa evoluzione è il nuovo best ranking e l’allettante prospettiva di avere solo 100 punti da difendere da qui a fine marzo. Incrociamo le dita, ma sembra di poter dire che il meglio deve ancora venire per lui in attesa della ‘cambialona’ di Parigi.

10 – dei dodici semifinalisti dei tre tornei maschili (gli ATP 250 di Brisbane, Doha e Pune) in programma la scorsa settimana erano tennisti almeno trentenni. Una percentuale dell’83%, ancora maggiore del 70% relativo gli occupanti delle prime 10 posizioni del ranking ATP (nella top 10, solo Zverev, Thiem e Nishikori non sono entrati negli -enta). Numeri che di certo non incoraggiano chi spera in un prossimo ricambio generazionale, scenario lasciato aperto solo dal fatto che tra 11° e 16 ° posizione del ranking vi siano ben cinque under 23. Nell’epoca della strombazzata Next Gen, a Pune tra Anderson e Karlovic si è giocata la sesta finale più “vecchia” dell’Era Open (oltre che la più alta di sempre, con 4 metri e 14 centimetri sommati tra i due). Più in generale, a Doha e in India tutti i semifinalisti erano nati entro il 1988: ha fatto eccezione la sola Brisbane con quelli che sono divenuti i due finalisti, Niskikori (che comunque tra qualche mese compie 30 anni) e Medvedev, classe ’96.

Una prima settimana del 2019 che ha visto anche la partenza lenta della maggior parte dei big in gara: ad eccezione di Anderson, vincitore del suo sesto titolo a Pune, e di Nishikori vittorioso a Brisbane, in settimana hanno giocato altri sette top 20. Thiem, Khachanov e Edmund hanno perso alla partita inaugurale, Raonic e Dimitrov hanno superato solo due turni e perso contro due tennisti della stessa fascia (i finalisti di Brisbane). E se Cecchinato può dirsi più che soddisfatto della sua semifinale, il medesimo traguardo per il numero 1 del mondo Djokovic è ben deludente. Incoraggia Nole che abbia perso da un ottimo Bautista Agut – poi vincitore del torneo – e soprattutto la circostanza che nel 2015, l’anno delle 81 vittorie in 87 partite, proprio a Doha si fermò ancor prima, ai quarti, sconfitto da Karlovic.

12 – i titoli conquistati in carriera da Kei Nishikori, dopo aver aggiunto in bacheca la scorsa settimana il trofeo dell’ATP 250 di Brisbane. Un successo per lui molto importante, per varie ragioni: aveva vinto l’undicesimo torneo a febbraio 2016 (a Memphis, in finale su Taylor Fritz), dopodiché era incappato in ben nove sconfitte in finale, quattro delle quali ancora più amare, perché giocate con miglior classifica rispetto a quella dell’avversario: tre anni fa a Basilea contro Cilic, nel 2017 a Brisbane contro Dimitrov e a Buenos Aires contro Dolgopolov, infine, qualche mese fa a Tokyo contro Medvedev. Un titolo importante anche dal punto di vista tecnico: solo altre due volte (Tokyo 2012 e Washington 2015), nei precedenti undici tornei vinti, aveva sconfitto due top 20 per alzare la coppa del torneo. A Brisbane, infatti, oltre ad aver eliminato il 69 ATP Kudla (7-5 6-2) al secondo turno (era esentato dal primo in qualità di seconda testa di serie) e un top 40 come Chardy in semi (duplice 6-2), ha avuto la meglio nei quarti su Dimitrov (duplice 7-5) e in finale ha perso l’unico set del suo torneo, vendicando la finale di ottobre a Tokyo, contro Medvedev, 16 ATP (6-4 3-6 6-2). Un ottimo viatico per gli Australian Open in una stagione che potrebbe portarlo, quando a dicembre compirà 30 anni, a vincere qualcosa d’importante: è stato numero 4 del mondo nel 2015, ma ha vinto al massimo 5 ATP 500 (Barcellona 2014 e 2015, Tokyo 2012 e 2014, Washington 2015), ai quali vanno aggiunti come piazzamenti le 14 finali perse (tra cui US Open 2014 e Madrid 2014, Miami e Toronto nel 2016 e Monte Carlo l’anno scorso).

Kei Nishikori – Brisbane 2019 (via Twitter, @BrisbaneTennis)

14 – i mesi trascorsi dall’ultimo torneo nel quale Jo Wilfried Tsonga aveva vinto tre partite di fila (non accadeva da ottobre 2017, quando raggiunse la finale all’ATP 500 di Vienna). Il quasi 34enne transalpino era reduce dall’operazione al ginocchio sinistro che lo ha tenuto lontano dal circuito per più di sette mesi. Rientrato lo scorso settembre, aveva chiuso l’anno con un misero score di una vittoria e cinque sconfitte, iniziando il 2019 fuori dalla top 200. Una fascia di classifica lasciata dal 2007, lo stesso anno in cui era entrato nella top 100, per uscirne per la prima volta lo scorso ottobre. Tsonga, capace per 10 anni consecutivi di essere almeno una settimana tra i primi 10, di vincere 16 tornei e raggiungere nel 2008 una finale Slam (e successivamente altre cinque semifinali), ha mostrato di avere ancora fame di tennis. A Brisbane, infatti, dove aveva giocato solo nel 2009 nella prima edizione del torneo, è arrivato sino alla semifinale. Usufruendo del ranking protetto per entrare nel main draw, l’ha conquistata senza perdere un set: ha sconfitto il qualificato Kokkinakis (7-6 6-4), Daniel (7-6 6-3) e De Minaur (6-4 7-6). Una vittoria, quella contro il giovane australiano 31 ATP ,che per lui significa molto: era nuovamente da Vienna 2017 che non vinceva un match contro un tennista con la classifica buona quanto quella del finalista delle ultime ATP Next gen di Milano. In semifinale, ha sprecato due set point nel primo parziale prima di arrendersi a Medvedev, vincitore 7-6 6-2. Il circuito ha ancora bisogno del suo tennis offensivo e della personalità con la quale calca il campo e intrattiene il pubblico.

30 – le partite vinte da Aryna Sabalenka a partire da inizio dello scorso agosto, a fronte di sole sette sconfitte. Numeri che corrispondono a una percentuale di vittorie del 83%, degna di migliori classifiche di quella da lei occupata: ha giocato più partite e in tornei quasi sempre maggiormente competitivi, ma, tanto per orientarci, la numero 1 al mondo Halep ha chiuso il 2018 vincendo il 79% delle 52 partite giocate. Invece, la ventenne bielorussa, nonostante il suo successo a Shenzhen, ancora deve entrare in top 10, fascia di classifica che da questa settimana vede da molto vicino. La bielorussa ha iniziato il 2018 da 73° giocatrice al mondo e chiudendo luglio entrando nella top 40, grazie ai punti di tre finali perse: da agosto in poi Aryna ha ingranato le marce, alzando molto il livello del suo tennis. Lo testimonia l’impressionante score di sette vittorie in otto incontri con top 10 ottenuto negli ultimi cinque mesi, la semifinale al Premier 5 di Cincinnati e i titoli al Premier di New Haven e al Premier 5 di Wuhai (senza dimenticare che agli US Open perse solo 6-4 al terzo con Osaka, unica a rubarle un set in quel torneo). A Shenzhen Sabalenka ha ottenuto il terzo titolo della carriera (tutti vinti negli ultimi cinque mesi) affrontando tutte giocatrici comprese tra la 60° e la 75° posizione del ranking, ad eccezione di Sharapova, 29 WTA, ritiratasi nei quarti quando era sotto 1-6 2-4. Aryna ha sconfitto Maria (3-6 6-3 6-1), Alexandrova (duplice 6-3), in semifinale Wang (6-2 6-1) e in finale Riske (4-6 7-6 6-3). Se tra qualche settimana a Melbourne si dovesse avere la nona consecutiva vincitrice Slam diversa, la principale candidata sarebbe proprio lei.

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Quando un punto ti cambia la vita: i maestri della risposta sotto pressione

È così che si vincono le partite, i tornei, i titoli più importanti. È così che si diventa grandi: superando i momenti di massimo stress

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Rafa Nadal - Roland Garros 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

INTRO SULLE METRICHE – A partire da maggio 2016 sul sito dell’ATP è disponibile l’ATP Stats Leaderboards ratings, un insieme di metriche relative a servizio (Service Leaderboard), risposta (Return Leaderboard) e gestione dei momenti chiave del match (Under Pressure Leaderboard). Andiamo allora a vedere di cosa si tratta, come funzionano e cosa ci possono raccontare rispetto a quanto accaduto nel 2018. Il Service Leaderboard valuta i giocatori sommando le loro prestazioni in quattro parametri chiave del servizio e il loro numero medio di ace per partita, sottraendo il numero medio di doppi falli per match. Il Return Leaderboard è determinato aggiungendo la percentuale di successo di un giocatore nelle quattro categorie di risposta al servizio. L’Under Pressure Leaderboard viene calcolato sommando la percentuale di break point convertiti e salvati, la percentuale di tie-break vinti e la percentuale di set decisivi vinti. Sulla base di queste metriche il risultato per il 2018 è il seguente:

Di primo acchito sono risultati che possono avere un loro significato, in quanto Isner ha senz’altro avuto una grande stagione, ben supportato dalla prima di servizio, mentre gli altri giocatori presenti in questa speciale classifica sono tutti “cultori della materia”. Rispetto al tema dei leader in risposta abbiamo tre giocatori che fanno dei risultati sul rosso la base delle loro fortune (Nadal, Schwartzman e Fognini), superficie che notoriamente concede un po’ più di agio a chi risponde, oltre a un Djokovic che tirando fuori una seconda metà di anno strepitosa ha (ri)messo in chiaro di essere uno specialista assoluto del genere. Sorprende forse un po’ Goffin, che però fa del gioco di incontro il piatto forte della casa. Infine negli under pressure leader troviamo nella top 5 due underdog come Taro Daniel e Martin Klizan. Andiamo adesso ad esaminare nel dettaglio le varie metriche.

 

PERFORMANCE AL SERVIZIO

Il Service Leaderboard è dato da:

  • + % di prime di servizio
  • + % di punti vinti sulla prima di servizio
  • + % di punti vinti sulla seconda di servizio
  • + % di game vinti al servizio
  • + numero medio di aces per match
  • – numero medio di doppi falli per match

Nel caso di Isner, ad esempio, che è il primo in classifica nel 2018 il dato è il seguente:

69,5+80,9+56,8+93,6+22,5-2,4 = 320.9

La prima ovvia osservazione è che la composizione di questo indicatore è dato dalla somma di dati percentuali e di dati in valore assoluto. Inoltre gli stessi dati percentuali sono fra loro poco coerenti, in quanto si sommano percentuali di prime, con percentuali di punti vinti, con percentuali di game vinti. Come direbbero gli inglesi, in questo modo si ha un flavour, ma probabilmente un buono statistico avrebbe qualche dubbio sulla robustezza del dato. Per cui passiamo all’approccio contrario, ovvero analizzando alcuni indicatori in maniera separata, al fine di non mischiare appunto mele con pere. Visto che l’obbiettivo è misurare le performance in tre categorie distinte, come il servizio, la risposta, e la capacità di gestire le palle break, cerchiamo di individuare tre indicatori rappresentativi di queste tre dimensioni in grado di dare una visione più puntuale e precisa dei tre fenomeni.

EFFICACIA PURA DEL SERVIZIO  1st serve % * 1st serve point won = percentuali di punti vinti al servizio nei quali la prima era stata messa in campo. Indicatore di efficienza della battuta nella sua forma più pura, la prima di servizio.

In effetti in questa speciale classifica emergono i bombardieri puri e i re dello schema servizio-dritto per le prime sei posizioni, ovvero quei giocatori per cui fatto 100 il totale dei punti giocati al servizio in un match, oltre 50 sono vinti grazie alla prima di servizio. A seguire abbiamo due cluster di prime server all-round, che possiamo definire Prime A e Prime B, e poi via via tutti gli altri. Rispetto a questa ripartizione la principale anomalia è data da Muller, un bombardiere puro decaduto, che mostra che effetto possa fare la perdita anche solo di un 2-3% in questi casi. Il lussemburghese è infatti passato ad un win-loss ratio positivo del 2017 di 32-18, ad uno negativo di 10-19 nel 2018.

PERFORMANCE IN RISPOSTA

Passando ad esaminare la fase di risposta, il return Leaderboard dell’ATP è dato dalla somma di:

  • % punti vinti in risposta alla prima di servizio
  • % punti vinti in risposta alla seconda di servizio
  • % game vinti in risposta
  • % break point convertiti

35,7+56,6+36,5+45,6 = 174,4

Anche in questo caso l’indicatore appare un tentativo di concentrare in un indicatore sintetico varie misurazioni, al fine di dare un colpo d’occhio immediato. Questa degli indicatori sintetici è una tendenza che si riscontra anche nel caso delle “Keys to the match” che IBM rende disponibili in occasione dei tornei del Grande Slam, ovvero di un approccio che vorrebbe essere predittivo, ma che a differenza di quanto riportato non è un’applicazione di metodologie big data (si tratta di dati strutturati e su volumi comparativamente ridotti… di questi tempi i big data sono ormai una buzzword di moda purtroppo). Ma torniamo alla metrica ATP. Funziona? Sì, abbastanza, anche se in questo tentativo di sintesi perde di precisione rispetto alle singole dimensioni di analisi. Anche in questo caso conviene concentrarsi sulla performance in risposta pura.

Se l’obiettivo è misurare la performance pura in risposta allora la metrica più interessante è la performance sulla prima di risposta su campi in cemento/sintetico, l’hard court per intenderci. Per quale motivo ha senso concentrarsi sull’hard court? Perché nei campi in terra battuta l’azione del servizio è meno incisiva e consente a chi risponde di cominciare lo scambio con maggiore facilità, basta mettersi ad una sufficiente distanza di sicurezza e colpire la palla con molto top per poter poi rientrare nel punto, cosa in cui Nadal è ovviamente maestro. Simmetricamente, nel caso dei campi in erba, data l’irregolarità del rimbalzo della palla, il premium per chi serve è potenziato.

In questa sede l’interesse è cercare di isolare la performance in risposta come variabile a sé stante, ovvero idealmente la performance in risposta di chi dovendo mantenere una postura mediamente aggressiva, in un contesto in cui il risultato dello scambio non sia eccessivamente influenzato dalla lentezza o dalla velocità della superficie. L’idea quindi è misurare il talento in risposta, perché siamo in una situazione di chiaro svantaggio per chi risponde visto che l’avversario ha appena messo un bel servizio, e riuscire a produrre una bella risposta al servizio è prima di tutto istinto e talento. Vediamo quindi nel 2018 chi sono quelli che si sono meglio espressi in risposta alla prima di servizio sui campi veloci.

PERFORMANCE PUNTI IMPORTANTI

Passando ad esaminare la fase di gestione dei punti importanti, l’under pressure Leaderboard dell’ATP è dato dalla somma di:

  • + % break Point convertiti
  • + % break Point salvati
  • + % tie break vinti
  • + % set decisivi vinti

42,6+62,8+77,3+70,6 = 253,3

In questo caso la metrica convince in quanto per lo meno sono considerati quattro valori percentuali e che hanno caratteristiche di omogeneità: mentre nel caso del service leaderboard il dato era “sporcato” da ace e doppi falli che erano valori assoluti medi (e che per inciso spiegano anche il gap endemico di John&Ivo sul resto del mondo), nel caso della risposta i dati sommati, pur percentuali, risentono di un indicatore – la percentuale dei break point convertiti – che pur rientrando nel campo della risposta è un dato molto meno “liquido” rispetto agli altri. La proporzione fra break point e punti in risposta giocati può tranquillamente stare in un rapporto di 1:10 in certi casi.

Nel caso dell’indicatore relativo alla gestione dei punti importanti, la metrica ATP risulta quindi convincente. Andando a vedere nel dettaglio le performance, saltano all’occhio alcuni dettagli.

1. La percentuale di palle break convertite è quella che desta maggiore sorpresa, in quanto il podio è di quelli abbastanza improbabili, con il solo Goffin a dare un senso di normalità, con Klizan a dominare per distacco e con Monfils buon secondo, con ottimi argomenti per rigettare le accuse di chi lo considera il solito clown.

2. La percentuale di palle break salvate invece presenta ovviamente una notevole correlazione con i big server, con il solo Nadal bravo a non mollare l’osso con la solita garra che lo contraddistingue.

3. La leadership di Nishikori trova giustificazione in una performance equilibrata nei vari indicatori, con un’ottima percentuale di vittoria nei tie-break (77,3%) che lo pone al terzo posto in questa speciale classifica.

4. Infine, anche nella classifica dei set decisivi vinti, emerge di nuovo Klizan, che sorprende con il suo 80%. Troviamo inoltre con grande piacere Cecchinato sul terzo gradino del podio, che con le sue cavalcate a Budapest e Parigi ha sicuramente elevato questa statistica.

Rimanendo nel campo della gestione dei punti importanti, un ulteriore elemento che sarebbe utile comparisse in questa metrica è la percentuale di prime palle messe in campo sui break point, e che relazione esiste rispetto alla percentuale media di prime di servizio messe in campo dal giocatore dato. Come elaborazione puntuale tale statistica è stata elaborata dall’ATP a firma del solito Craig O’Shannessy, che come sappiamo ha dato nel corso del tempo dritte statistiche a Djokovic per migliorare alcuni aspetti tattici del proprio gioco.

L’evoluzione di tale indicatore sarebbe l’arricchimento dello stesso con dati hawk-eye relativi alla velocità, agli spin, e all’altezza del passaggio sopra la rete, per valutare se chi come Nadal e Cilic trova percentuali migliori sia dovuto alla classica prima a tre-quarti, oppure a una migliore capacità di concentrazione al servizio. In conclusione, raggruppando le evidenze esaminate questo è il quadro complessivo:

La correlazione con la classifica ATP delle varie performance mostra come i primi cinque posti della classifica siano caratterizzati da livelli di eccellenza assoluta in tutti i comparti, mentre scorrendo la classifica di quest’anno troviamo sia specialisti del servizio che specialisti della risposta che si sono ben difesi.

Federico Bertelli

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