Haggerty e ITF insistono sulla nuova Davis, ma i dubbi restano

Editoriali del Direttore

Haggerty e ITF insistono sulla nuova Davis, ma i dubbi restano

Con il presidente americano solidarizza il francese Giudicelli. Le nostre obiezioni. Quanti voti servono per compiere la rivoluzione. E chi ce li ha

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La scorsa settimana a Genova c’era anche David Haggerty, il presidente dell’ITF, la federazione internazionale. La grande atmosfera creata dai tanti francesi giunti nella città della Lanterna a tifare Pouille e compagni, ma anche dai tifosi italiani, non sembra aver smosso Haggerty dalle sue convinzioni. Per lui nulla è cambiato. Queste sono le risposte che ha dato al collega dell’Equipe Franck Ramella mentre era in corso Italia-Francia. Sotto ad ogni sua risposta c’è un mio commento. In fondo all’articolo potete leggere alcuni precedenti ‘pezzi’ di Ubitennis sull’argomento.


Il fervore di questo weekend cambia il suo punto di vista?
Se fosse così ogni volta, non avremmo bisogno di cambiare. È eccitante vedere tutta questa passione, questo entusiasmo, ma la formula di cui stiamo parlando non cambierà niente di tutto ciò. È un nuovo capitolo, un’evoluzione in cui i giocatori più forti giocheranno. Il nuovo format può assolutamente riprodurre quello che conosciamo già, in un unico luogo con 18 squadre accompagnate dai loro fans e tre match assicurati per la loro squadra.

NOTA DI SCANAGATTA – Un campionato del mondo a squadre di tennis non è come quello del calcio, dove tifosi di tutto il mondo sono capaci di andare anche in Qatar (a nuoto…) per assistervi nonostante temperature allucinanti in un Paese che non offre granché d’altro. Tifosi che oltre alla propria squadra vedono volentieri anche le altre, perché di tutti conoscono tutto. Haggerty parla di tre match assicurati per ciascuna nazione. Se i tre match fossero dietro l’angolo, chissà, magari un migliaio o due migliaia di grandi appassionati di una squadra si muoverebbe. Ma dubito che il discorso di un tal seguito valga per tutte le nazioni. E poi dove si organizzerebbe una tal settimana? Se fosse dall’altra parte del mondo, come si sente dire (Australia, oppure Singapore, Cina, Qatar), secondo me ci andrebbero in pochissimi. È assolutamente irrealistico credere che 100.000 fans di tennis (per una media di 5.500 per ciascuna delle 18 nazioni partecipanti al progetto Haggerty) siano disposti a viaggiare per far da spettatori ad una manifestazione che non può essere giocata altro che nel periodo novembre-gennaio e che deve poter contare su tre mega stadi coperti.

 

Infatti con una programmazione così concentrata di match, non si può correre il rischio che la pioggia blocchi una mezza giornata di gare. E per far disputare in ciascuno dei tre mega stadi le sei partite di due gironi (ciascuno dei quali composti da tre squadre; le tre partite quotidiane di un girone dovrebbero essere disputate nella sessione pomeridiana, le altre tre nella sessione serale) ed esaurire la fase eliminatoria obbligatoriamente in tre giorni, non ci si può fermare neppure per poche ore. Quindi indoor o nulla. Dove sono già per il periodo novembre-gennaio 2019 (o potrebbero essere costruiti) i tre grandi stadi coperti assolutamente necessari? A oggi solo in Australia, non proprio dietro l’angolo, per giocatori e spettatori. Ciò a meno che si progetti la costruzione di tre stadi… Ma solo per un anno chi è il pazzo che li costruirebbe? Per più anni in cambio della garanzia di ospitare la Davis rivoluzionata sempre nello stesso posto? Avrebbe successo, per giocatori e pubblico, una sede sempre uguale e magari lontanissima dall’Europa (dove è concentrata la maggior parte dei top-ten attuali?). Si vuole invece far costruire tre megastadi coperti – in ambienti fieristici? – da approntare per una settimana per poi buttarli giù? Mi pare un progetto folle.


Non crederà tuttavia di poter ritrovare la stessa atmosfera in un unico luogo?
Preferisco posizionarmi in una prospettiva mondiale. Un unico match di Coppa Davis non può essere visto da un numero sufficiente di persone.

NOTA DI SCANAGATTA – Vero. Le finali di Davis interessano quasi unicamente i Paesi che le disputano. E se una finale è sul tipo di Slovacchia-Croazia (magari senza un top-ten), negli altri Paesi il risultato finisce nelle brevi soltanto a match concluso, neppure giorno per giorno. Ma quanti degli appassionati di quei 18 Paesi andrebbe a vedere le partite in una località estera? L’evento potrebbe avere soprattutto rilievo televisivo, ma quando si sono visti in tv eventi a tribune deserte (Qatar, Singapore, Shanghai, tornei in Cina) che appeal hanno avuto? Quindi sì, qualcosa va pensato, rinnovato, perché il problema esiste, ma non è la soluzione proposta quella giusta.


Ma un match di Coppa Davis non aiuta a promuovere il tennis nel Paese nel quale viene disputato?
Non sono d’accordo. Per me, la cosa più importante è collocare il tennis in una prospettiva globale e che il suo impatto sia mondiale. Il promotore e gli sponsor vogliono una maggiore esposizione dell’evento.

NOTA DI SCANAGATTA – Ho già risposto sopra, esprimendo i miei dubbi.


Considerato il silenzio di BNPP e BEIN, si ha l’impressione che siano un po’ a disagio per questo nuovo progetto?
Siamo giunti a proporre questi cambiamenti dopo aver fatto le trattative insieme a loro…

Si accorge della protesta che si fa sentire sempre di più? Pouille parla di boicottaggio…
Ci sono molti paesi favorevoli a questo cambiamento. Stati-Uniti, Gran Bretagna e tanti altri. Il board è stato unanime. Sono stato a Indian Wells, ho parlato con molti giocatori e tanti ci seguono. Hanno detto chiaramente che non volevano giocare quattro settimane all’anno. Il nostro format dura una settimana, con un prize money di 20 M, cosa alquanto significativa.

NOTA DI SCANAGATTA – Vero che i soldi e l’idea di dedicare alla Davis una sola settimana eccitano i giocatori, ma la Gran Bretagna non è schierata al completo sulle posizioni di Haggerty e quasi tutti i giocatori francesi, con capitan Yannick Noah in testa, hanno definito la proposta di Haggerty “scandalosa”! È sicuro Giudicelli di poter gestire tutti i 12 voti spettanti alla Francia se alcuni dirigenti del suo consiglio non condividono la sua presa di posizione?


Se l’ATP organizzasse la sua World Team Cup, la situazione non sarebbe completamente assurda?
Il tennis non ha bisogno di due campionati a squadre. Ne basta uno e crediamo che debba essere la Coppa Davis. Ne parleremo con l’ATP.

NOTA DI SCANAGATTA – Allora stiamo freschi. Non si sono accordati su aspetti molto più semplici. L’ATP non sogna altro che di strappare all’ITF il controllo sull’evento più importante che finora l’ITF ha gestito da sola (sugli Slam il controllo dell’ITF è solamente teorico). La ITF avrebbe una grande arma da agitare, quella degli Slam. Se gli Slam fossero uniti e solidali (cosa che non è, ciascuno corre per sé), la policy dura da applicare sarebbe solo questa: chi non gioca la Davis per motivi poco seri o credibili, non gioca nemmeno gli Slam! È un po’ quel che accade per le Olimpiadi. Why Not? Ma gli Slam potrebbero incorrere nelle leggi anti-trust, soprattutto l’US Open negli USA, perché in teoria non si può impedire a un professionista di guadagnare dei soldi cui avrebbe diritto. Insomma insorgerebbero problemi legali di non facile soluzione.


Riducendo l’impatto della Coppa Davis, non crede di alterare l’importanza della stessa ITF?
Credo al contrario che ciò rafforzerà l’ITF, perché con le risorse associate a questo progetto potremo ridistribuire alle nazioni somme di denaro considerevoli per sviluppare il futuro del tennis.

NOTA DI SCANAGATTA – Avrà davvero fatto bene i conti? Non ho tutti gli elementi che ha avuto la società di Piquet per lanciare la rivoluzione, per cui non posso pronunciarmi. Ma esprimo forti dubbi.


Possiamo aspettarci dei cambiamenti per la mozione finale che verrà sottoposta alla votazione nel mese di agosto?
Ne stiamo parlando. Siamo aperti a dei piccoli cambiamenti. La date della fine di novembre? Vedremo. Tuttavia utilizzeremo le settimane di cui abbiamo a disposizione nel calendario.

NOTA DI SCANAGATTA – Haggerty mi ha detto che almeno un mese prima delle date dell’assemblea di Orlando, 13-16 agosto, le eventuali modifiche al progetto originale dovranno (per correttezza) essere comunicate a tutte le 147 nazioni invitate. Che non è detto che partecipino, perché la partecipazione non è obbligatoria e non è certo un grande incentivo un contributo di 500 euro per il viaggio, anche se poi c’è piena ospitalità per un dirigente di ciascun Paese per i quattro giorni dell’assemblea in Florida. Ci sono anche molte federazioni povere, soprattutto fra le 82 che hanno un solo voto, in Africa, Asia e altre regioni assai lontane dalla Florida. Per Giudicelli, il dirigente Corso presidente della Federazione Francese (vedi l’intervista resa a Genova al nostro inviato Scognamiglio), il vero problema non è tanto logistico quanto nel calendario. “Trovare una settimana giusta fra il circuito che finisce in Europa e quello che comincia in Australia, per i giocatori e il pubblico è la cosa più complicata, il vero problema”.


CONCLUSIONE – Perché una qualsiasi riforma venga approvata ci vogliono come minimo i due terzi dei voti validi. Vota solo chi è presente. Non si può votare per email. Ci sono Paesi che hanno diritto a più voti e altri meno. Se fossero presenti tutti i dirigenti delle 147 nazioni aventi diritto al voto, i voti totali sarebbero 462 e i due terzi di 462 fa 308. Ovvio che ne basteranno molti meno. In altri consessi sportivi è accaduto di tutto in situazioni consimili. Si è andati cioè a caccia di voti, foraggiando quelle nazioni che con i loro voti potessero influenzare l’esito finale. Ovviamente non in modo ufficiale. Ma si sa che “stimolare” certi Paesi in cambio di qualche favore, non è poi così difficile. Allora ecco lo scenario dei voti: 82 nazioni hanno un voto, 25 ne hanno 3, 14 ne hanno 5, 7 ne hanno 7, 14 ne hanno 9 (inclusa l’Italia), 5 ne hanno 12 (cioè gli Slam e per ragioni abbastanza misteriose ora che non ha più un Masters 1000, dacché Amburgo ha lasciato il posto a Madrid). Quindi, come dicevo ci sono 462 voti per 147 nazioni. Il punto è: chi davvero ci andrà? Haggerty mi ha detto di contare sulla unanimità dei dirigenti che fanno parte del Board e che ritiene di partire da 120 voti. Se riesce a fare un po’ di più che raddoppiarli… la rivoluzione andrà in porto. Personalmente dubito che così come è formulata, salvo grosse modifiche, possa “passare” anche al vaglio di un’assemblea un po’ “telecomandata”.

A spingere per le modifiche potrebbero essere le piccole nazioni, quelle per le quali giocare la Coppa Davis è una perdita di denaro. Il progetto Piquet-Haggerty promette soldi in abbondanza a tutti, ma nessuno sa se tali promesse potranno davvero essere mantenute. Yannick Noah ha parlato di “una gran tristezza, è la fine della Coppa Davis. Hanno venduto l’anima di una prova storica”. Andre Stein presidente della federazione belga, ha annunciato che voterà contro la riforma. Cinque voti contro più i 12 della federazione tedesca dopo che il vicepresidente Dirk Hordoff ha detto che il suo Paese era certamente contrario ed è stato ancora più deciso: “Mi auguro che tutti i Paesi che voteranno contro, se vinceranno voteranno anche per le dimissioni di Haggerty. La federazione tedesca non è mai stata consultata né coinvolta in questo progetto, quindi non ha mai dato il suo accordo a queste modifiche”. “Non so ancora che cosa voterò – ha detto Thomas Wallen, il presidente della Federazione svedesema ne parlerà con i giocatori svedesi che l’hanno vinta…”. Facesse così anche Giudicelli finirebbe per non dare i 12 voti a chi intende darli! Wallen ha però aggiunto: “So però che i tempi cambiano e a seguito della bassa partecipazione dei giocatori più forti qualche modifica andrà fatta”.

“SE AVETE UN’AUTO DIESEL E VI DICONO CHE IL DIESEL NON VERRÀ PIÙ UTILIZZATO NEL MONDO, OCCORRERÀ PASSARE ALL’ELETTRICO!” 

Il presidente svizzero René Stammach ha annunciato che voterà a favore: “In Svizzera siamo tradizionalisti, ma negli ultimi 20 anni la nostra federazione ha perso 5 milioni di franchi con la Coppa Davis. Sono solo 4 o 5 le nazioni per le quali la Davis è interessante sotto il profilo finanziario. So che i giocatori francesi sono contrari alle modifiche, ma sui 212 Paesi dell’ITF (anche se a votare sono 147; n.b) trovatemi un 10% di giocatori che la pensano come loro! I francesi sono orgogliosi di giocare per il loro Paese, hanno sempre amato la Davis, li comprendo perfettamente quando pensano che tutte queste modifiche siano ‘zero’ e sarei d’accordo se tutto il mondo la pensasse come loro. Ma la realtà è tutt’altra. È splendido sognare… sul passato, e fa sempre male dire addio a qualcosa che si ama. Ma se non cambiamo qualcosa la Davis morirà nei prossimi tre o quattro anni. Perché con il business si va alla svelta. Se avete un’auto Diesel e nel mondo il diesel non viene più utilizzato, si deve passare all’elettrico!”.

Rafa Nadal: “L’attuale formato della Davis è vecchio, quindi non è perfetto. Anche il nuovo format non sarà perfetto perché si perderanno delle cose, non so se quindi funzionerà o no (lui inizialmente sembrava, come Djokovic, favorevole alle modifiche n.d.r.) ma è bene che ci sia gente in ITF che ha nuove idee e anche che ci siano sponsor che dimostrano di aver fiducia nel futuro del nostro sport… non so se vanno nella giusta direzione o in quella sbagliata, ma che qualcuno si muova è comunque positivo… tutti gli eventi hanno bisogno di essere prima o poi modernizzati… dobbiamo trovare modo che tutti i giocatori giochino… ma per essere giusti e onesti quando diciamo che i top-players non giocano molto spesso la Coppa Davis è vero… però i top-players sono anche… molto vecchi!”.


Questa la composizione dei voti per ciascuna nazione (vedi pagina 44). Ed ecco come funzionano i rimborsi ufficiali, max 500 euro per ogni nazione partecipante all’assemblea. Questo il testo originale in tema di rimborsi: “ITF will reimburse $500 per association towards one delegate airfare · ITF will cover 4 nights’ accommodation for one delegate per association Terms and Conditions · Flight and hotel offer not available to nations in subscription arrears at as 1 July 2018. · $500 contribution towards flight will be paid within 30 days of the completion of the AGM to the national association bank account the ITF holds on record. · Hotel dates included in the offer: 12-16 August (max 4 nights). No dates outside of these will be covered. · The costs covered by the ITF Hotel Room offer (max 4 nights for a single deluxe room) will be deducted from your final hotel bill. · Accommodation cannot be split over 2 delegates. · Room must be booked via the online AGM registration site and guaranteed with a credit card. · Room rate only covered, incidentals not included. · A maximum of 4 nights, no monetary value will be offered for stays of less than this. · The ITF hotel room offer is only available for the category of Deluxe Standard room (single occupancy), for ONE delegate from each member nation. · If a Deluxe room is booked for 2 people, any additional occupancy cost will be at your association’s expense. · Only Standard Deluxe rooms are available, the ITF is unable to cover the cost of a higher category room or contribute towards it. · A no show or late cancellation will result in the credit card guaranteeing the booking being charged 100% of booked room nights (non-refundable by the ITF)”.

Ha collaborato Laura Guidobaldi

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Editoriali del Direttore

Si critica tanto questa Coppa Davis… e l’ATP ne ripropone un doppione

Sarà più facile riempire tre stadi in tre città diverse che in un unico complesso come la Caja Magica. Ma l’Australia è lontana. Gli emigrati basteranno a dare il senso di una tifoseria non neutralmente passiva?

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(Photo by Pedro Salado / Kosmos Tennis)

da Madrid, il direttore

Il Canada arriva a disputare la prima finale di Coppa Davis della sua storia (dove affronterà la Spagna dell’inossidabile Nadal) grazie alla vittoria in doppio della coppia Pospisil-Shapovalov che hanno conquistato il punto decisivo sia con gli australiani sia con i russi. Unica partita persa dai due in coppia quella con l’Italia – piccola soddisfazione, meglio che niente! – anche se rispondendo a una mia domanda Vasek Pospisil, ha detto abbastanza chiaramente che un conto è giocare un doppio decisivo sull’1 pari per vincere un incontro e un altro è giocarlo sullo 0-2: “Sì, c’è differenza. Io contro l’Italia non ho giocato bene nel primo set, ma poteva dipendere anche dal fatto che era parecchio che non giocavo in doppio. Non so quindi bene…ma se c’è maggior stimolo per un punto davvero decisivo, trovi maggior adrenalina. C’è differenza se giochi un match decisivo nei confronti di uno che è meno importante”.

Pospisil è stato fin qui il miglior doppista del lotto. Non è una sorpresa. Ex n.25 in singolare, il canadese che per un certo periodo della sua vita è tornato nella terra dei suoi genitori, la Repubblica Ceca, ad allenarsi a Prostejov, è stato n.4 del mondo di doppio nel 2015 e aveva vinto in coppia con Jack Sock il doppio di Wimbledon nel 2014.

 

Il doppio canadese potrebbe vincere anche il doppio in finale, se sarà decisivo e lo si giocherà, ma dovrebbe riuscire ad aver ragione di un Nadal in completa trance (nazional)agonistica. Se non altro stasera non si dovrebbe finire tardi come le altre sere. Si comincia alle 16.30, e se una squadra dovesse vincere i due singolari non si giocherebbe nemmeno il doppio. Il sogno di una cena al ristorante a Madrid, in una settimana di mensa semi-aziendale alla Caja Magica davvero poco appagante, c’è. Molti giornalisti faranno il tifo, nel secondo singolare, per la squadra che avrà vinto il primo. Senza dubbio magari all’Amazonico nel Barrio Salamanca o ai ristorantini deliziosi de La Cava Baja si mangerà meglio, con o senza paella.

È vero che in Spagna si cena più tardi, quasi tutti i ristoranti tengono la cucina aperta fino a mezzanotte, qualcuno anche alle una del mattino, ma se ripenso a Italia-USA e allo sfortunato doppio perso da Bolelli e Fognini contro Querrey-Sock finito alle 4,04 con ritorno a Madrid centro con il bus che impiega mezzora, tutt’al più si poteva pensare a un breakfast anticipato.

L’ho già scritto in tutte le salse che la peggior cosa di questa settimana di Davis sono stati gli orari impossibili, sia del mattino senza pubblico, sia del pomeriggio. Sarebbe bastato cominciare il torneo al mercoledì o al giovedì e finire la prossima domenica (non questa) e non ci sarebbe stato bisogno di fare tutte queste corse con questa programmazione folle, che oltretutto ha costretto alcune squadre (come la Gran Bretagna) a giocare per quattro giorni di fila da mercoledì a sabato con la prospettiva, peraltro ipergradita di giocarne cinque in caso di approdo alla finale.

Per anni la Davis finiva nel primo weekend di dicembre. Qui sarebbe bastato spingersi all’ultimo weekend di novembre. Con tutti i soldi che ci sono in palio, per giocatori e federazioni, è un sacrificio che si poteva chiedere a questi giocatori. Se proprio i suddetti non fossero d’accordo di farlo per chiudere prima l’annata agonistica, potrebbero sempre chiedere al loro sindacato, l’ATP, di trovare un’altra spazio nel calendario.

In fondo qui a Madrid c’erano 80/90 giocatori per le 18 squadre. Una forza d’urto sufficiente per premere sull’ATP. Ma questa al momento sembra preoccuparsi primariamente di competere con l’attuale Davis rivoluzionata con la sua ATP Cup del prossimo gennaio.

Essa si disputerà in tre differenti sedi, Perth (dove c’è l’Italia con Russia, Norvegia e ancora USA!), Sydney e Brisbane. Saranno 24 squadre suddivise in sei gruppi e anche lì avremo una prima squadra classificata per ciascuno dei sei gironi. Le sei prime andranno nei quarti insieme alle migliori due fra le seconde. Anche lì due singolari e un doppio ogni giorno, tutto due su tre. E sempre calcoli su calcoli da fare. E anche qualche partita che sul finire dei gironi non conterà un tubo, proprio come accade nel Masters ATP di fine anno. Nei gironi a 3 di Madrid contavano set e game, ma partite ridotte a mera esibizione (con i soldi unico incentivo) non ce ne potevano essere. In Australia in ogni città è probabile che qualcuna invece ci sarà. Chissà se lì, dopo aver visto le polemiche che ha suscitato qui, ci sarà la regola che dà il 6-0 6-0 alla squadra che approfitta di un forfait di chi decide di non giocare un inutile doppio. Gli australiani si saranno fatti furbi.

Safin, Becker e Muster – Presentazione ATP Cup 2020

Sarà tuttavia difficile contestare, per l’ATP, il formato della nuova Davis, visto che il suo è praticamente identico, salvo il fatto (non banale) che c’è più tempo per portarla avanti e quindi orari più civili, ma ci sarà in compenso la necessità di spostarsi per le squadre che emergano da Perth e Brisbane, visto che la fase finale si gioca a Sydney. Non sarà divertente per chi dovrà affrontare quei problemi logistici, anche se la federtennis australiana certi errori che hanno commesso qui a Madrid non li farà di certo.

Tuttavia anche se i problemi logistici si rivelassero banali, per le squadre emergenti da Perth e Brisbane che dovranno attendere in linea di massima che tutti i… ragionieri si siano messi d’accordo nel calcolare quozienti set e game nel caso il numero degli incontri vinti non bastasse per determinare le due migliori seconde, dovranno comunque sbrigarsi ad adattarsi ai nuovi campi, a nuove ambientazioni e luci.

Ci sarà più gente sulle tribune dell’ATP Cup? Probabilmente sì. Gli australiani hanno più tradizione e passione per il tennis di quanto ne abbiano gli spagnoli. E poi a gennaio potranno raccogliere i frutti turistici della stagione estiva. All’Australian Open c’è sempre stata una massiccia presenza di tifosi stranieri, soprattutto dal Nord Europa in fuga da neve e freddi polari. Giocando diversi dei migliori del mondo nelle tre città australiane ci sarà certo più pubblico che qui a Madrid. Ma l’Australia resta lontana. Gli emigrati basteranno a dare il senso di una tifoseria non neutralmente passiva?

Il campo centrale qua è stato spesso sold-out quando giocava la Spagna, ma né il campo 2 con i suoi 3.500 posti di capienza né il campo 3 con 2.500 sono mai stati vicino al pieno completo. E questo è certo il maggior problema – sebbene non il solo come si è capito anche da quel che mi ha detto Arnaud Boetsch, il direttore della comunicazione di Rolex nonché un ex vincitore di Coppa Davis – che Kosmos, Piqué e ITF dovranno affrontare se vogliono uscire indenni dal diluvio di critiche che hanno subito.

Tuttavia avendo raccolto i pareri di diversi giocatori mi pare di aver constatato che la maggior parte di loro ritiene che anche questa contestatissima Coppa Davis (in massima parte dai giocatori anziani che hanno vissuto quella che la Davis era anni fa ma che forse non si sono resi conto fino in fondo di quella che era diventata) abbia un notevole potenziale per arrivare a coprire tutti quei posti vuoti che ho visto in questi giorni una volta che la gente avrà capito come funziona il tutto.

Magari, come ha accennato Djokovic, si potrebbe ridurre il numero delle squadre a 8, dopo aver fatto giocare le previe eliminatorie in partite disputate come quelle di una volta.

Però allora l’ITF non avrebbe dovuto annunciare già ieri di aver concesso le due wildcard per la prossima edizione a Francia e Serbia, che sono quindi già sicure di tornare qui a Madrid insieme alle quattro squadre semifinaliste di quest’anno. Se sei squadre sono già decise per Madrid 2020, che si fa? Eliminatorie per qualificare soltanto altre due squadre? Secondo me se si dovesse passare a 8 squadre, con un ritorno all’eliminazione diretta, allora non avrebbe senso regalare due wildcard.

Oltretutto …per quale motivo le wild card siano andate a quei Paesi non è dato sapere. Non l’hanno spiegato. Forse lo faranno questa mattina. Ma più probabilmente non lo spiegheranno. Forse sarebbe più facile spiegarlo per la Francia che per la Serbia. In fondo, il concetto di wild card rimane piuttosto discrezionale.

Infatti presumo che nel caso della Francia, che aveva disputato 3 finali fra il 2014 e il 2018 ci sia stato un occhio di riguardo alla tradizione e alla sua storia, ma anche la volontà di compiere una sorta di captatio benevolentiae nei confronti di una nazione che ad oggi si è dimostrata la più fiera oppositrice di questo nuovo format. A volte a far la voce grossa ci si guadagna. Mentre il perché della wild card alla Serbia mi suona assai politico: meglio ingraziarsi Novak Djokovic no? È il n.2 o il n.1 del mondo dei prossimi dodici mesi, salvo imprevisti, ma soprattutto è il presidente del council dell’ATP. Averlo dalla propria parte è tutt’altro che stupido. E certe dichiarazioni, a mio avviso un tantino ipocrite, di Novak che sembra scoprire solo oggi, dopo tre anni di mosse e contromosse, che due eventi a squadre simili a distanza di sei settimane…”farebbero meglio a fondersi in unico evento”. Di due doppioni, e con formule discutibili, non se ne sente il bisogno. Salvo che per i giocatori siano due bei cespiti (irrinunciabili?) di guadagno. 

Novak Djokovic – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Jose Manuel Alvarez / Kosmos Tennis)


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Editoriali del Direttore

Finali Davis: le lacrime dei serbi dopo l’eliminazione commuovono tutti

MADRID – Djokovic fatica a parlare ma “non mi chiedere della nuova Davis, leggi…”. Zimonjic si interrompe due volte e si copre il volto. Occhi arrossati per tutti quando Troicki: “È colpa mia, scusate. Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno e oggi mi ha tolto tutto”. Da Tipsarevic una grande lezione

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Team Serbia in conferenza - Davis Finals Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Madrid, il direttore

Piangono tutti. Una scena che non ricordo d’aver mai visto. Da Troicki che s’è mangiato due match point, a Djokovic che ne ha fallito uno, a Krajinovic che ha perso il suo singolare e piange come un bambino al capitano Nenad Zimonijc che si interrompe singhiozzando due volte (con Djokovic che gli mette prima una mano su una spalla e poi su una gamba per confortarlo).

Scrivevo l’altro giorno che credo di aver presenziato a 18000 conferenze stampa in 45 anni (e più…) da giornalista, ma una scena del genere giuro che non l’avevo mai vista, tanto che mi sono sentito in dovere a un certo punto di chiedere ai giornalisti presenti un applauso per Team Serbia, dopo aver ascoltato il commovente discorso strappalacrime anche per noi di un Troicki letteralmente devastato che con gli occhi arrossati di pianto e un’espressione da funerale si assumeva tutte le colpe: “Una volta Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno, mi ha dato la fortuna di vincere la Coppa Davis con il punto decisivo. Ora me l’ha portata via. Sono davvero molto deluso con me stesso. Ci sono state tante emozioni, un match durissimo, un solo punto che l’ha deciso, sono davvero delusissimo con me stesso per non essere riuscito a stare attento fino alla fine e chiudere!”). Un altro applauso spontaneo sarebbe scoppiato a fine conferenza dopo il toccante discorso di Tipsarevic (leggi più in basso).

 

I tennisti serbi non sono dei bambini, né degli junior. È gente esperta, passata attraverso mille battaglie – e non sto parlando di quelle vere che molti di loro hanno vissuto di persona o indirettamente tramite familiari e amici durante la sanguinosa guerra dei Balcani – ragazzi (Krajinovic) e giovanotti (Djokovic, Tipsarevic, Lajovic, Troicki, Zimonjic) che da sempre vivono nello sport e hanno giocato migliaia di incontri, vinto Davis, Slam e naturalmente anche perso diverse partite con match point a favore come contro, in singolo come in doppio.

Vederli tutti così disperati, tutti in lacrime come se avessero davvero perso una guerra con morti e feriti, evidentemente travolti da una commozione collettiva che deve averli coinvolti nell’ora e mezzo che hanno vissuto insieme negli spogliatoi prima di affrontare la stampa, ha finito per turbare e commuovere anche il sottoscritto.

Questa nuova Coppa Davis sta ricevendo grosse critiche da chi ricorda la vecchia – senza averne sempre compreso a fondo la crisi senza fine che attraversava – e i nostalgici sembrano oggi come oggi in maggior numero rispetto ai nuovi anche perché sono fortemente influenzati dalle carenze organizzative di questa prima edizione, dalle tribune insufficientemente riempite (tranne che quando gioca la Spagna, come è normale che sia), dagli orari folli e tuttavia inevitabile per i troppi incontri compressi in soli sette giorni, dai calcoli eccessivi che occorre fare per stabilire chi esce dai gironi e si batte per un secondo posto, dalle regole sbagliate e dalle tante magagne che emergono.

Ma tutto ciò premesso, chi dubitasse della voglia di battersi e di vincere questa Coppa Davis da parte dei giocatori avrebbe torto.

Non sono quindi d’accordo con Adriano Panatta per quel che ha detto ieri (ma anche Pietrangeli non le ha mandate a dire). Ho letto sulla rassegna stampa che trovate ogni giorno in fondo alla nostra home page di Ubitennis il suo pensiero in un’intervista resa a Gaia Piccardi del Corsera. Inciso per il lettore: la rassegna stampa consente di leggere (anche dall’estero dove magari i giornali italiani non è così facile comprarli) tutto quel che scrivono di tennis i nostri colleghi sulle varie testate. Io la consulto quotidianamente con grande interesse e posso capire che sia deformazione personale, ma mi stupisce che, sebbene tocchi scendere molto in basso per trovarla, non lo facciate un po’ tutti voi lettori.

Adriano appartiene certamente alla squadra dei nostalgici come tutti quelli che hanno giocato la Davis 40 anni fa. Riprendo questo stralcio dell’intervista, dacchè Adriano decreta: “I giocatori di oggi sono mercenari al servizio del business”.Io, premesso che penso che gran parte dei tennisti professionisti lo fossero anche 40 anni fa, riferisco qui l’osservazione della collega: -Però a Madrid danno l’anima fino alle prime luci dell’alba…

E lui: “E te credo! Non vogliono giocare la Davis spalmata nell’anno e gli va bene così: in una settimana, tutti insieme appassionatamente, si garantiscono l’ingaggio e la qualificazione per i Giochi. E nessuno, in patria, può accusarli di non essere attaccati alla bandiera. Ma è convenienza, non patriottismo. Si lavano la coscienza in sette giorni: cosa chiedere di più? Ma perché dovrei guardare la Davis ridotta così? Le cambino nome, sarebbe più serio”.

Beh, se Panatta fosse stato presente a questa conferenza stampa dei serbi, non avrebbe detto quello che ha detto. E, penso che non lo avrebbe detto anche se avesse seguito tutti i match che abbiamo visto noi a Madrid.

Non sono certo un ingenuo, è certo possibile che molti tennisti degli 80/90 che sono qui per le 18 squadre non sarebbero venuti a Madrid se non ci fossero stati tutti questi soldi in palio – 9 milioni e mezzo di montepremi – ma è vero che in campo danno tutti l’anima, financo all’alba come si è visto fra i doppisti italiani e americani. E la danno i tennisti multimilionari come gli altri meno ricchi. Ovunque ho notato uno spirito di squadra fortissimo e grande solidarietà fra compagni di equipe. Non solo serbi, ma russi, inglesi, italiani, americani, belgi…tutti insomma. Quindi tutti sono liberi di pensare quel che vogliono su questa Coppa Davis, ma chi sostenga che si tratta di esibizioni oppure che i giocatori se ne fregano, beh si sbaglia di grosso.

Non posso farvi vedere i visi di Djokovic e compagni, altro che con in fotografia, ma trascrivo qui alcune delle risposte. All’inizio tutte le domande sono per Djokovic che non ha nessuna voglia di rispondere, nero come un calabrone…con gli occhi rossi. Bill Simons, giornalista californiano veterano di Tennis Inside, la prende alla larga: “Novak giornata dura per te… Lo sport si riassume tutto in vittoria e sconfitta e tu sei stato parte di momenti molto speciali. So che sei appena uscito dal campo, puoi paragonare l’emozione di quando hai battuto Roger quest’estate e questa dura sconfitta?”.

Novak Djokovic – Finali Coppa Davis 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)

Djokovic, occhi bassi, quasi se lo mangerebbe se avesse la forza: “Non sono d’accordo, con tutto il rispetto. Lo sport non è solo vittorie e sconfitte, è molto di più. Non si comincia a giocare a tennis perché si vuole vincere nella vita, ma perché ci piace fare quel che facciamo. Certo vincere o perdere a un livello professionistico influenza il tuo umore, la tua carriera. Quindi questa fa male, molto male. Questo tipo di incontri capitano una volta … magari per sempre, è così, la stagione è finita, voltiamo pagina e domani sarà diverso”. Un giornalista americano di ESPN fa peggio: “Cosa hai pensato prima di scendere in campo in doppio e cosa pensi del formato di questa Coppa Davis?  Djokovic non crede alle sue orecchie e si trattiene a stento: “Comincio dalla seconda domanda. Ho già parlato di questo argomento da 3 giorni, puoi leggere le precedenti conferenze…”.

Quando finalmente chiedono a Troicki dei tre match point, lasciando in pace Novak (cui mi son ben guardato di fare alcuna domanda), il povero Viktor parla a voce bassissima: “Non mi sono mai sentito peggio. Non ho mai sperimentato una momento del genere nella mia carriera, nella mia vita. Ho fatto perdere la mia squadra e me ne scuso…”.Fa proprio pena, avreste dovuto vedere la faccia. Può sembrare un’esagerazione tutto questo, quanto volte abbiamo sentito dire a tennisti sconfitti malamente ‘Beh non è la fine del mondo’?. Evidentemente in Serbia, probabilmente per cause storiche, il senso di appartenenza alla bandiera, al Paese, il patriottismo è quasi esagerato. Troicki prosegue dicendo la frase sopra già riportata ‘Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno…eccetera’.

Poi viene interpellato il capitano e gli viene chiesto: “I tuoi ragazzi sono davvero… sofferenti ora, come ti comporti con loro?”. E lui: “Quando giochi per il tuo Paese, una volta che decidi di farlo, fai di tutto per dare il meglio di te. Loro hanno dato tutto. A volte vinci, a volte perdi. Novak doveva vincere i due singolari (per arrivare ai quarti) ma dovevamo vincere come squadra altre partite per arrivare qua. Si vince e si perde come squadra, non importa chi porta un punto o l’altro. Tutti hanno fatto la loro parte, non solo ora, ma durante la carriera, e era una sensazione molto molto forte perché sapete che per Janko era l’ultima partita….”. E lì il grande e forte, barbuto Nenad, ha il groppo in gola, non trattiene le lacrime…si interrompe nascondendosi il viso con le mani. Poi dice solo: “Sorry” mentre il vicino Djokovic gli mette una mano sulla spalla, poi su una gamba.

In quel momento, con tutti un po’ turbati, mi viene spontaneo richiedere un applauso dei presenti alla squadra serba. “Potete fare un applauso alla squadra serba per lo sforzo che hanno compiuto?” Tutti applaudono convinti, all’unisono.

“Sorry, non è perchè abbiamo vinto o perso…” riprende Zimonjic che, per farla breve qui per voi, pur commuovendosi ancora sottolinea “siamo davvero grandi amici, il sogno era di celebrare tutti insieme una vittoria, ma a volte non accade. La cosa più importante però è quanto ciascuno di noi tiene all’altro, quando ci vogliamo bene e questo ci ha portato qui, voglio ringraziarli tutti. Oggi comincia a chiudersi il ciclo della generazione d’oro del tennis serbo, con il ritiro di Tipsarevic. Ma ci sarà una nuova generazione con Filip e Dusan che porteranno avanti il testimone e con Novak che rimarrà ancora per anni il nostro leader. Oggi abbiamo perso, ma si vince e si perde come team, ovviamente ci sarebbe piaciuto celebrare in altro modo la fine della carriera di Tipsarevic, e mi dispiace che lo abbiamo deluso”.

E giù lacrime di tutti sulle gote. Finché interviene il saggio, e più colto, della compagnia, Janko Tipsarevic: “Non sono le vittorie, le sconfitte, è questo sport che ti fa diventare duro; quelle emozioni che ti spingerebbero al suicidio in un giorno come questo, sono quelle emozioni che si vivono in 20 anni di gioco per il mio Paese e per me individualmente. Qualcuno di voi si è scusato con me, amici, ma io non accetto le vostre scuse perché nessuno di voi mi ha abbandonato in questi 20 anni. E non sono d’accordo con te Viktor (quando dici, ndr) che Dio ti ha tolto questo. Tu ci hai portato fino a quell’ultimo punto. Riguardo alla squadra, tutti sono miei fratelli e sarò sempre con la squadra in un ruolo o in un altro e vorrei ringraziarli tutti per essere stati con me in questo viaggio”.

Janko Tipsarevic – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Corinne Dubrevil / Kosmos Tennis)

Parte spontaneo un altro applauso all’indirizzo di tutti. Edmondo de Amicis con il suo “Cuore” non sarebbe riuscito a far di meglio. Se non avete versato nemmeno una lacrima… peggio per voi!

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Coppa Davis

Questo signore di Davis ne sa più di chiunque altro. Vecchia e nuova

Arnaud Boetsch, ex vincitore di Davis e direttore della comunicazione Rolex, è l’uomo più giusto per esprimere un pensiero che coniughi passato e presente, con vista sul futuro. Ha lo scetticismo di molti francesi, ma la concretezza pragmatica degli svizzeri

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Coppa Davis (foto via Twitter, @KosmosTennis)

da Madrid, il direttore

Sono ricurvo sul mio computer in sala stampa quando sento un leggero tocco sulla spalla. Mi giro, è Arnaud Boetsch. Vecchia conoscenza. È il tennista francese che vidi vincere a Malmoe nel 1996 il punto decisivo della finale di Coppa Davis dopo aver annullato con grande coraggio suo (e grande braccino del suo avversario) tre match point consecutivi sul 7-6 0-40 al lungo svedese Nikas Kulti, che probabilmente si sveglia ancora oggi di notte in preda a quell’incubo. Boetsch vinse poi 10-8 al quinto su un avversario ancor traumatizzato per quei tre match point non sfruttati. Su uno il francese colpì di rovescio una riga clamorosa, tanto spettacolare quanto anche fortunata.

Per Boetsch e i francesi fu un incredibile trionfo al termine di uno scontro che avrebbe dovuto invece rappresentare la cerimonia conclusiva (e probabilmente trionfale) della carriera di Stefan Edberg. Stefan, 30 anni, aveva annunciato all’inizio di quell’anno che quello sarebbe stato il suo ultimo. Avrebbe potuto finire in bellezza, ma ebbe invece la sfortuna di farsi male ad una caviglia il primo giorno contro Pioline – Stefan perse 6-3 6-4 6-3 -, dopo di che Enqvist batté Boetsch. I francesi vinsero il doppio abbastanza a sorpresa con Forget e Raoux su Bjorkman (grande specialista) e Kulti. Sul 2-1 Enqvist batte Pioline 9-7 al quinto – dopo che Pioline aveva servito per il match Davis sul 5-3 – e poiché Edberg non poté giocare fu sostituito sul 2 pari da Kulti, con l’esito disastroso per i vichinghi che sapete.

Dopo una partita così importante e vinta a quel modo, Arnaud diventò una sorta di eroe nazionale perché in Francia la Coupe Davis è sempre stata un mito, fin da quando la vinsero a più riprese (sei consecutive dal ’27 al ‘32) i celebri moschettieri degli anni Venti, Cochet, Lacoste, Borotra e Brugnon, ai successi individuali dei quali si deve in pratica anche la nascita del Roland Garros. Chi meglio di Arnaud potrebbe esprimere le sue sensazioni su questa Coppa Davis dal momento che lui l’ha vinta e che al tempo stesso ha deciso di sponsorizzarla come Rolex di cui è il direttore internazionale della comunicazione?. Il giudizio che ne darà Rolex, tramite lui, sarà di sicuro molto importante. Rolex è sponsor di tutti gli Slam, di tutti i Masters 1000. Sono investimenti miliardari.

Di certo conteranno molto i dati delle audience televisive in tutto il mondo. Per quel che ne so, ad esempio, Supertennis – che però è evidentemente una briciola nel panorama televisivo internazionale – ha avuto ascolti soddisfacenti rispetto all’audience normale. Mi piacerebbe conoscere quelli della tv americana, australiana… e, perché no, quella cinese. Arnaud è venuto a chiedermi le mie impressioni, pro e contro, su questo evento. Lo avrà certo fatto con diversi dei colleghi più anziani. “Sono arrivato qui oggi, riparto domani…”, mi dice. Gli dico le mie, ma è inutile che io le ripeta perché i lettori di Ubitennis già le conoscono. Ne aggiungo una sola a quelle dette nei giorni scorsi, perché mi ci ha fatto riflettere il collega del Corriere dello Sport Massimo Grilli: Con questo format i giocatori come Djokovic e Nadal giocano sempre anche il doppio… prima non lo giocavano quasi mai. Ma ora è così più importante…”.

Tornando a Boetsch, mi interessano invece le sue di impressioni, perché le sue peseranno molto di più, Rolex non è uno sponsor da poco anche se lui mette le mani avanti: “Ho visto troppo poco per aver tutto chiaro in testa, ne riparleremo a fine evento, quando mi sarò consultato con tutti, ma così sulle prime mi pare che dovremmo puntare ad avere tre giorni in più per poterla gestire in modo diverso. Ribatto: “Se si avessero due settimane l’evento verrebbe ancor meglio…”. E aggiungo: “E magari a fine settembre…”. D’istinto, credo, Arnaud replica subito lì per lì: “Eh ma lì c’è la Laver Cup!”.

Penso tra me e me che per Rolex, basata a Ginevra così come lo stesso Boetsch e con Federer che ne è uno dei principali testimonial Rolex, quella settimana alla Laver Cup ormai non la toccherà più nessuno e di certo non si adopererebbe a farlo Boetsch e Rolex. Nel mentre avverto che Arnaud ha un attimo di disorientamento, mormora fra sé e sé: “The World Cup of tennis?”, come auto interrogandosi, quando nota con malcelato disappunto una serie di grossi banner pubblicitari sparsi ovunque – sono verdi attraversati da una banda diagonale rossa – dove c’è scritto a caratteri cubitali The World Cup of Tennis, mentre molto più piccola sulla sinistra compare una scritta Davis Cup.

Madrid, Finali Coppa Davis 2019 – The World Cup of Tennis

Le sue prime impressioni sono che “siamo in Spagna e si sente! Il tifo, il calore, le vibrazioni sono molto spagnole mentre si disperdono un po’ quelle degli altri Paesi. Non ci sono i tanti francesi di sempre – e Arnaud sa bene perché, come lo sanno anche i lettori di Ubitennis, c’è la grande contestazione targata ASEFTma anche i belgi, gli argentini. Si dovrà lavorare fortemente in comunicazione per riequilibrare le forze”.La caratteristica precipua della Coppa Davis, così come è stata per 119 anni, è sempre stata la grande partecipazione del pubblico di casa e la conseguente atmosfera. Qui la si avverte quando gioca la Spagna e soprattutto Rafa Nadal, perché lo stadio centrale si riempie. Negli altri duelli l’entusiasmo e il calore dei tifosi c’è sempre, ma è ovvio che anziché 10.000 persone ce ne sono 2.000 o 3.000, c’è differenza. Gli argentini erano un paio di migliaia, ieri.

Ma certo quando si è visto ieri mattina l’inizio del quarto di finale di Russia-Serbia, cominciato alle 10:30 anziché alle 11 come nei giorni scorsi (molta gente è stata presa in contropiede), con gli spalti semivuoti è presa un po’ di tristezza. Allo stadio Olimpico di Mosca ci sarebbero state 20.000 persone. Oltretutto il match è finito rapidamente perché Rublev ha dato un bel 6-1 6-2 a Krajinovic. Però per il match di Djokovic contro Khachanov (6-3 6-3), le tribune da 12.500 si sono parecchio riempite.

“Sono comunque rimaste delle radici della vecchia Coppa Davis, si sente che i giocatori si battono, hanno voglia di vincere, si impegnano al massimo una volta che si ritrovano sul campo. E quella è una priorità. Certo che sarebbe bello se ogni Paese avesse un sostegno maggiore, questo darebbe maggiormente l’impressione che non si è perso il DNA della vecchia Davis. Questo invece è ciò che mi manca al momento. Ci sono più spagnoli a guardare la Serbia che i serbi. Quando c’era un match di Davis c’era anche, oltre alla partecipazione in tribuna, anche quella della gente nella città che ospitava l’evento, sia dei locali, sia dei tifosi ospiti. Erano belle anche quelle piccole invasioni”.

Più tardi Arnaud, che ormai aveva saputo da me le impressioni che voleva conoscere, si è avvicinato ai colleghi francesi e si è messo a parlare con loro, in particolare con il collega dell’Equipe Frank Ramella cui devo altre risposte in aggiunta a quelle che Arnaud aveva già dato a me. “Se ti ricordi Malmoe… e tutto quell’entusiasmo. Qui martedì c’erano 400 persone fra francesi e giapponesi… non è la stessa cosa, ti viene da dire che non è un buon formato. La Marsigliese davanti a 7.000 persone che la cantano ti fa venire i brividi ed è ciò per cui di solito si gioca per il proprio Paese. Non avendo quel tipo di motivazione bisogna trovare modo di puntare su qualcos’altro. Ma che non sia troppo lontana…”.

Nicola Pietrangeli ha ribattezzato questa Coppa la “Dollar Cup“, secondo me come molti anziani un po’ troppo cinici e forse anche malpensanti. E sì che sono anziano anch’io… seppur non come lui. Boetsch deve essersi poi fatto scappare con i francesi il suo disagio nel leggere World Cup by Tennis invece che semplicemente Davis Cup, tant’è che a loro ha detto: “Io amo la Coppa Davis. La World Cup non la conosco ancora. Una Coppa del mondo nel tennis vorrebbe dire che c’è un fervore di tutti i Paesi presenti nella zona dove si gioca la Coppa, nella città (e qui ha ripetuto quel che mi aveva detto). Qui non è ancora così. La forza degli incontri a squadre era il nome della Coppa Davis, l’insalatiera, giocare per il proprio Paese, un pubblico caldo ed eccitato attorno agli incontri, all’albergo, in città. La World Cup di calcio è così….

“Hai conosciuto bene Gerard Piqué?”, gli chiede Ramella. “L’ho incontrato una volta. Il tennis lo conosce bene. Non ci siamo parlati sull’attuale formato. Lo si farà. L’argomento è delicato. Eravamo tutti d’accordo che bisognava far qualcosa per rilanciare la Davis. Siamo sulla buona strada? Onestamente non posso rispondere subito. Vedo cose interessanti e altre che mi fanno invece star male. Se si proseguisse completamente su questa direzione sbaglieremmo. Si dovrà certamente modificare delle cose. Piquè è un tipo intelligente, rifletterà. E anche la Federazione internazionale deve riflettere. È suo il trofeo”.

“Che cosa può cambiare ancora? C’è talmente tanto di quel denaro ancora…”. “Può succedere ancora di tutto. Se gli investitori e gli organizzatori decidessero di non sostenere più questo formato, tutto può essere ridiscusso. Per me e la gente che è con me è la storia della Coppa Davis a starci a cuore, la passione che l’ha sempre ispirata, che è stata vissuta da tutti i Paesi nel segno dell’eccellenza che ha sempre dimostrato sul campo. Perché tutto funzioni ci sono tanti parametri e qui ne mancano alcuni. Noi di Rolex siamo vigili. Il lato ‘perpetuo’ del tennis per noi è importante… se un grande pilastro della storia del tennis diventasse qualcosa di ibrido che non riconoscessimo più, ci faremmo delle domande, questo è sicuro.

Questo è quanto ha detto una persona che conta, per il suo passato e il suo presente, a me, a Ramella, a un paio di francesi. Ecco, devo dire che con me era stato più ottimista sul futuro, mentre con i francesi – che secondo me ha capito essere più maldisposti verso questa nuova Coppa Davis – si è mostrato leggermente più critico, sapendo che in Francia l’opinione pubblica, di cui l’ASEFT si fa interprete, è assai schierata contro questo formato. Essendo un uomo di comunicazione, Boetsch non poteva esprimersi diversamente.

In campo inglese ho sentito invece soprattutto colleghi che sono super scettici sull’ATP Cup. “Sarà un disastro” ha sentenziato Mike Dickson, forse anche perché i due giocatori presenti e titolari qui, Edmund n.69 e Evans n.42, non la giocano e da quel che ho capito neppure Norrie n.53. E dietro a loro c’è Andy Murray n.126 e poi il deserto! Infatti c’è Clarke 155 e nessuno altro top 200. Altri due soltanto fra i top 300, Broady 243 e Choinski 278. Poi Ward è 322, Draper 342, Penyston 360, Klein 381 e infine Hoyt valoroso n.400! Stamani i giapponesi di Rakuten, sponsor della Davis e una sorta di Amazon del Giappone se ho ben capito, hanno pensato bene di organizzare una conferenza stampa alle 10 (prima era alle 09:30) cui di sicuro io non prenderò parte visto che mentre scrivo sono le 03:45 del mattino e sono curioso di sapere quanti saranno i presenti.

Ciò anche se è vero che poco dopo inizia la semifinale più interessante, e probabilmente più equilibrata, fra Russia e Canada (ore 10:30), perché Rafa Nadal fa pendere l’ago della bilancia dalla parte della Spagna contro la Gran Bretagna probabilmente orfana di un Andy Murray ancora non pronto, nonostante la pesante assenza di Bautista Agut dovuta alla morte del padre. Fervono le discussioni anche in casa ITF sui vari loghi. Inglesi e americani ne vorrebbero uno unico, Davis Cup, ma spagnoli e argentini premono perché – nel rispetto di 119 anni di storia – la si possa chiamare Copa Davis nei Paesi di lingua spagnola, e così naturalmente i francesi che non sopportano tutti gli anglicismi, vorrebbero continuare a chiamarla Coupe Davis. Insomma, ogni occasione per azzuffarsi sembra buona.

 

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