Haggerty e ITF insistono sulla nuova Davis, ma i dubbi restano

Editoriali del Direttore

Haggerty e ITF insistono sulla nuova Davis, ma i dubbi restano

Con il presidente americano solidarizza il francese Giudicelli. Le nostre obiezioni. Quanti voti servono per compiere la rivoluzione. E chi ce li ha

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La scorsa settimana a Genova c’era anche David Haggerty, il presidente dell’ITF, la federazione internazionale. La grande atmosfera creata dai tanti francesi giunti nella città della Lanterna a tifare Pouille e compagni, ma anche dai tifosi italiani, non sembra aver smosso Haggerty dalle sue convinzioni. Per lui nulla è cambiato. Queste sono le risposte che ha dato al collega dell’Equipe Franck Ramella mentre era in corso Italia-Francia. Sotto ad ogni sua risposta c’è un mio commento. In fondo all’articolo potete leggere alcuni precedenti ‘pezzi’ di Ubitennis sull’argomento.


Il fervore di questo weekend cambia il suo punto di vista?
Se fosse così ogni volta, non avremmo bisogno di cambiare. È eccitante vedere tutta questa passione, questo entusiasmo, ma la formula di cui stiamo parlando non cambierà niente di tutto ciò. È un nuovo capitolo, un’evoluzione in cui i giocatori più forti giocheranno. Il nuovo format può assolutamente riprodurre quello che conosciamo già, in un unico luogo con 18 squadre accompagnate dai loro fans e tre match assicurati per la loro squadra.

NOTA DI SCANAGATTA – Un campionato del mondo a squadre di tennis non è come quello del calcio, dove tifosi di tutto il mondo sono capaci di andare anche in Qatar (a nuoto…) per assistervi nonostante temperature allucinanti in un Paese che non offre granché d’altro. Tifosi che oltre alla propria squadra vedono volentieri anche le altre, perché di tutti conoscono tutto. Haggerty parla di tre match assicurati per ciascuna nazione. Se i tre match fossero dietro l’angolo, chissà, magari un migliaio o due migliaia di grandi appassionati di una squadra si muoverebbe. Ma dubito che il discorso di un tal seguito valga per tutte le nazioni. E poi dove si organizzerebbe una tal settimana? Se fosse dall’altra parte del mondo, come si sente dire (Australia, oppure Singapore, Cina, Qatar), secondo me ci andrebbero in pochissimi. È assolutamente irrealistico credere che 100.000 fans di tennis (per una media di 5.500 per ciascuna delle 18 nazioni partecipanti al progetto Haggerty) siano disposti a viaggiare per far da spettatori ad una manifestazione che non può essere giocata altro che nel periodo novembre-gennaio e che deve poter contare su tre mega stadi coperti.

 

Infatti con una programmazione così concentrata di match, non si può correre il rischio che la pioggia blocchi una mezza giornata di gare. E per far disputare in ciascuno dei tre mega stadi le sei partite di due gironi (ciascuno dei quali composti da tre squadre; le tre partite quotidiane di un girone dovrebbero essere disputate nella sessione pomeridiana, le altre tre nella sessione serale) ed esaurire la fase eliminatoria obbligatoriamente in tre giorni, non ci si può fermare neppure per poche ore. Quindi indoor o nulla. Dove sono già per il periodo novembre-gennaio 2019 (o potrebbero essere costruiti) i tre grandi stadi coperti assolutamente necessari? A oggi solo in Australia, non proprio dietro l’angolo, per giocatori e spettatori. Ciò a meno che si progetti la costruzione di tre stadi… Ma solo per un anno chi è il pazzo che li costruirebbe? Per più anni in cambio della garanzia di ospitare la Davis rivoluzionata sempre nello stesso posto? Avrebbe successo, per giocatori e pubblico, una sede sempre uguale e magari lontanissima dall’Europa (dove è concentrata la maggior parte dei top-ten attuali?). Si vuole invece far costruire tre megastadi coperti – in ambienti fieristici? – da approntare per una settimana per poi buttarli giù? Mi pare un progetto folle.


Non crederà tuttavia di poter ritrovare la stessa atmosfera in un unico luogo?
Preferisco posizionarmi in una prospettiva mondiale. Un unico match di Coppa Davis non può essere visto da un numero sufficiente di persone.

NOTA DI SCANAGATTA – Vero. Le finali di Davis interessano quasi unicamente i Paesi che le disputano. E se una finale è sul tipo di Slovacchia-Croazia (magari senza un top-ten), negli altri Paesi il risultato finisce nelle brevi soltanto a match concluso, neppure giorno per giorno. Ma quanti degli appassionati di quei 18 Paesi andrebbe a vedere le partite in una località estera? L’evento potrebbe avere soprattutto rilievo televisivo, ma quando si sono visti in tv eventi a tribune deserte (Qatar, Singapore, Shanghai, tornei in Cina) che appeal hanno avuto? Quindi sì, qualcosa va pensato, rinnovato, perché il problema esiste, ma non è la soluzione proposta quella giusta.


Ma un match di Coppa Davis non aiuta a promuovere il tennis nel Paese nel quale viene disputato?
Non sono d’accordo. Per me, la cosa più importante è collocare il tennis in una prospettiva globale e che il suo impatto sia mondiale. Il promotore e gli sponsor vogliono una maggiore esposizione dell’evento.

NOTA DI SCANAGATTA – Ho già risposto sopra, esprimendo i miei dubbi.


Considerato il silenzio di BNPP e BEIN, si ha l’impressione che siano un po’ a disagio per questo nuovo progetto?
Siamo giunti a proporre questi cambiamenti dopo aver fatto le trattative insieme a loro…

Si accorge della protesta che si fa sentire sempre di più? Pouille parla di boicottaggio…
Ci sono molti paesi favorevoli a questo cambiamento. Stati-Uniti, Gran Bretagna e tanti altri. Il board è stato unanime. Sono stato a Indian Wells, ho parlato con molti giocatori e tanti ci seguono. Hanno detto chiaramente che non volevano giocare quattro settimane all’anno. Il nostro format dura una settimana, con un prize money di 20 M, cosa alquanto significativa.

NOTA DI SCANAGATTA – Vero che i soldi e l’idea di dedicare alla Davis una sola settimana eccitano i giocatori, ma la Gran Bretagna non è schierata al completo sulle posizioni di Haggerty e quasi tutti i giocatori francesi, con capitan Yannick Noah in testa, hanno definito la proposta di Haggerty “scandalosa”! È sicuro Giudicelli di poter gestire tutti i 12 voti spettanti alla Francia se alcuni dirigenti del suo consiglio non condividono la sua presa di posizione?


Se l’ATP organizzasse la sua World Team Cup, la situazione non sarebbe completamente assurda?
Il tennis non ha bisogno di due campionati a squadre. Ne basta uno e crediamo che debba essere la Coppa Davis. Ne parleremo con l’ATP.

NOTA DI SCANAGATTA – Allora stiamo freschi. Non si sono accordati su aspetti molto più semplici. L’ATP non sogna altro che di strappare all’ITF il controllo sull’evento più importante che finora l’ITF ha gestito da sola (sugli Slam il controllo dell’ITF è solamente teorico). La ITF avrebbe una grande arma da agitare, quella degli Slam. Se gli Slam fossero uniti e solidali (cosa che non è, ciascuno corre per sé), la policy dura da applicare sarebbe solo questa: chi non gioca la Davis per motivi poco seri o credibili, non gioca nemmeno gli Slam! È un po’ quel che accade per le Olimpiadi. Why Not? Ma gli Slam potrebbero incorrere nelle leggi anti-trust, soprattutto l’US Open negli USA, perché in teoria non si può impedire a un professionista di guadagnare dei soldi cui avrebbe diritto. Insomma insorgerebbero problemi legali di non facile soluzione.


Riducendo l’impatto della Coppa Davis, non crede di alterare l’importanza della stessa ITF?
Credo al contrario che ciò rafforzerà l’ITF, perché con le risorse associate a questo progetto potremo ridistribuire alle nazioni somme di denaro considerevoli per sviluppare il futuro del tennis.

NOTA DI SCANAGATTA – Avrà davvero fatto bene i conti? Non ho tutti gli elementi che ha avuto la società di Piquet per lanciare la rivoluzione, per cui non posso pronunciarmi. Ma esprimo forti dubbi.


Possiamo aspettarci dei cambiamenti per la mozione finale che verrà sottoposta alla votazione nel mese di agosto?
Ne stiamo parlando. Siamo aperti a dei piccoli cambiamenti. La date della fine di novembre? Vedremo. Tuttavia utilizzeremo le settimane di cui abbiamo a disposizione nel calendario.

NOTA DI SCANAGATTA – Haggerty mi ha detto che almeno un mese prima delle date dell’assemblea di Orlando, 13-16 agosto, le eventuali modifiche al progetto originale dovranno (per correttezza) essere comunicate a tutte le 147 nazioni invitate. Che non è detto che partecipino, perché la partecipazione non è obbligatoria e non è certo un grande incentivo un contributo di 500 euro per il viaggio, anche se poi c’è piena ospitalità per un dirigente di ciascun Paese per i quattro giorni dell’assemblea in Florida. Ci sono anche molte federazioni povere, soprattutto fra le 82 che hanno un solo voto, in Africa, Asia e altre regioni assai lontane dalla Florida. Per Giudicelli, il dirigente Corso presidente della Federazione Francese (vedi l’intervista resa a Genova al nostro inviato Scognamiglio), il vero problema non è tanto logistico quanto nel calendario. “Trovare una settimana giusta fra il circuito che finisce in Europa e quello che comincia in Australia, per i giocatori e il pubblico è la cosa più complicata, il vero problema”.


CONCLUSIONE – Perché una qualsiasi riforma venga approvata ci vogliono come minimo i due terzi dei voti validi. Vota solo chi è presente. Non si può votare per email. Ci sono Paesi che hanno diritto a più voti e altri meno. Se fossero presenti tutti i dirigenti delle 147 nazioni aventi diritto al voto, i voti totali sarebbero 462 e i due terzi di 462 fa 308. Ovvio che ne basteranno molti meno. In altri consessi sportivi è accaduto di tutto in situazioni consimili. Si è andati cioè a caccia di voti, foraggiando quelle nazioni che con i loro voti potessero influenzare l’esito finale. Ovviamente non in modo ufficiale. Ma si sa che “stimolare” certi Paesi in cambio di qualche favore, non è poi così difficile. Allora ecco lo scenario dei voti: 82 nazioni hanno un voto, 25 ne hanno 3, 14 ne hanno 5, 7 ne hanno 7, 14 ne hanno 9 (inclusa l’Italia), 5 ne hanno 12 (cioè gli Slam e per ragioni abbastanza misteriose ora che non ha più un Masters 1000, dacché Amburgo ha lasciato il posto a Madrid). Quindi, come dicevo ci sono 462 voti per 147 nazioni. Il punto è: chi davvero ci andrà? Haggerty mi ha detto di contare sulla unanimità dei dirigenti che fanno parte del Board e che ritiene di partire da 120 voti. Se riesce a fare un po’ di più che raddoppiarli… la rivoluzione andrà in porto. Personalmente dubito che così come è formulata, salvo grosse modifiche, possa “passare” anche al vaglio di un’assemblea un po’ “telecomandata”.

A spingere per le modifiche potrebbero essere le piccole nazioni, quelle per le quali giocare la Coppa Davis è una perdita di denaro. Il progetto Piquet-Haggerty promette soldi in abbondanza a tutti, ma nessuno sa se tali promesse potranno davvero essere mantenute. Yannick Noah ha parlato di “una gran tristezza, è la fine della Coppa Davis. Hanno venduto l’anima di una prova storica”. Andre Stein presidente della federazione belga, ha annunciato che voterà contro la riforma. Cinque voti contro più i 12 della federazione tedesca dopo che il vicepresidente Dirk Hordoff ha detto che il suo Paese era certamente contrario ed è stato ancora più deciso: “Mi auguro che tutti i Paesi che voteranno contro, se vinceranno voteranno anche per le dimissioni di Haggerty. La federazione tedesca non è mai stata consultata né coinvolta in questo progetto, quindi non ha mai dato il suo accordo a queste modifiche”. “Non so ancora che cosa voterò – ha detto Thomas Wallen, il presidente della Federazione svedesema ne parlerà con i giocatori svedesi che l’hanno vinta…”. Facesse così anche Giudicelli finirebbe per non dare i 12 voti a chi intende darli! Wallen ha però aggiunto: “So però che i tempi cambiano e a seguito della bassa partecipazione dei giocatori più forti qualche modifica andrà fatta”.

“SE AVETE UN’AUTO DIESEL E VI DICONO CHE IL DIESEL NON VERRÀ PIÙ UTILIZZATO NEL MONDO, OCCORRERÀ PASSARE ALL’ELETTRICO!” 

Il presidente svizzero René Stammach ha annunciato che voterà a favore: “In Svizzera siamo tradizionalisti, ma negli ultimi 20 anni la nostra federazione ha perso 5 milioni di franchi con la Coppa Davis. Sono solo 4 o 5 le nazioni per le quali la Davis è interessante sotto il profilo finanziario. So che i giocatori francesi sono contrari alle modifiche, ma sui 212 Paesi dell’ITF (anche se a votare sono 147; n.b) trovatemi un 10% di giocatori che la pensano come loro! I francesi sono orgogliosi di giocare per il loro Paese, hanno sempre amato la Davis, li comprendo perfettamente quando pensano che tutte queste modifiche siano ‘zero’ e sarei d’accordo se tutto il mondo la pensasse come loro. Ma la realtà è tutt’altra. È splendido sognare… sul passato, e fa sempre male dire addio a qualcosa che si ama. Ma se non cambiamo qualcosa la Davis morirà nei prossimi tre o quattro anni. Perché con il business si va alla svelta. Se avete un’auto Diesel e nel mondo il diesel non viene più utilizzato, si deve passare all’elettrico!”.

Rafa Nadal: “L’attuale formato della Davis è vecchio, quindi non è perfetto. Anche il nuovo format non sarà perfetto perché si perderanno delle cose, non so se quindi funzionerà o no (lui inizialmente sembrava, come Djokovic, favorevole alle modifiche n.d.r.) ma è bene che ci sia gente in ITF che ha nuove idee e anche che ci siano sponsor che dimostrano di aver fiducia nel futuro del nostro sport… non so se vanno nella giusta direzione o in quella sbagliata, ma che qualcuno si muova è comunque positivo… tutti gli eventi hanno bisogno di essere prima o poi modernizzati… dobbiamo trovare modo che tutti i giocatori giochino… ma per essere giusti e onesti quando diciamo che i top-players non giocano molto spesso la Coppa Davis è vero… però i top-players sono anche… molto vecchi!”.


Questa la composizione dei voti per ciascuna nazione (vedi pagina 44). Ed ecco come funzionano i rimborsi ufficiali, max 500 euro per ogni nazione partecipante all’assemblea. Questo il testo originale in tema di rimborsi: “ITF will reimburse $500 per association towards one delegate airfare · ITF will cover 4 nights’ accommodation for one delegate per association Terms and Conditions · Flight and hotel offer not available to nations in subscription arrears at as 1 July 2018. · $500 contribution towards flight will be paid within 30 days of the completion of the AGM to the national association bank account the ITF holds on record. · Hotel dates included in the offer: 12-16 August (max 4 nights). No dates outside of these will be covered. · The costs covered by the ITF Hotel Room offer (max 4 nights for a single deluxe room) will be deducted from your final hotel bill. · Accommodation cannot be split over 2 delegates. · Room must be booked via the online AGM registration site and guaranteed with a credit card. · Room rate only covered, incidentals not included. · A maximum of 4 nights, no monetary value will be offered for stays of less than this. · The ITF hotel room offer is only available for the category of Deluxe Standard room (single occupancy), for ONE delegate from each member nation. · If a Deluxe room is booked for 2 people, any additional occupancy cost will be at your association’s expense. · Only Standard Deluxe rooms are available, the ITF is unable to cover the cost of a higher category room or contribute towards it. · A no show or late cancellation will result in the credit card guaranteeing the booking being charged 100% of booked room nights (non-refundable by the ITF)”.

Ha collaborato Laura Guidobaldi

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Editoriali del Direttore

ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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Editoriali del Direttore

UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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