Riforma Davis: una voce fuori dal coro

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Riforma Davis: una voce fuori dal coro

Non tutti sono contrari alla proposta di Haggerty. Si tratta di “evolversi o morire”, anche se il progetto nella sua forma attuale ha bisogno di ancora un po’ di lavoro

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Mi sento di rappresentare una voce fuori dal coro per dire che sono in generale a favore della riforma, anche se ci sono aspetti che mi convincono poco. La Coppa Davis così com’è non è più sostenibile e sta perdendo rilevanza ogni anno che passa. Ricordiamoci che nulla è eterno, che anche alcuni tornei dello Slam (Australian Open in primis ed anche, in misura minore, il Roland Garros) per certi periodi avevano perso la loro “aura” di élite assoluta.

La Davis ha una grande tradizione, una storia ultracentenaria, ma la formula attuale non si concilia con il tennis attuale: impegnare quattro settimane l’anno per la Davis, in un periodo che va da febbraio a novembre, senza poter sapere con certezza e con un certo anticipo dove si gioca e su che superficie, rende la programmazione troppo complicata. Un evento unico di una settimana, fissato nel tempo e nei luoghi con mesi (o forse anni) di anticipo, è molto più semplice da inserire nei propri programmi. Specialmente se ci sono tanti bei soldini in palio.
Non dimentichiamoci inoltre che la Coppa Davis rappresenta la principale fonte di sostentamento dell’ITF, e che al momento le nazioni organizzatrici dei match di Davis lo fanno in larga parte in perdita. Di conseguenza, da una parte l’ITF deve forzatamente salvaguardare la sostenibilità economica della Davis, pena la stessa sopravvivenza della Federazione, e dall’altra le nazioni membre vedono certamente di buon occhio l’influsso dei dollari di Kosmos che per loro rappresentano un maggiore introito a fronte di un minor carico di lavoro (la logistica della Davis attuale è complicata e costosa, e richiede che vi si dedichino risorse economiche ed umane consistenti).

È certo che la comparsa della Laver Cup e le voci di una possibile World Cup organizzata dall’ATP in gennaio abbiano forzato la mano dell’ITF, che come detto non può permettersi di perdere la propria fonte di sostentamento, per cui è probabile che alcuni degli aspetti più controversi della proposta attuale siano stati inseriti nella speranza di poterli aggiustare in seguito. La data, per esempio, è stata fissata “utilizzando quello che c’era in casa”, ovvero riciclando l’attuale settimana dedicata alla finale di Davis, ma è abbastanza chiaro come iniziare a giocare poche ore dopo la fine delle Nitto ATP Finals a Londra ponga dei notevoli problemi logistici.

 

Non vedo problemi invece nel trovare impianti adatti ad ospitare l’evento: se pensate a quello che è stato possibile fare a Milano per le Next Gen Finals in una frazione di un padiglione della Fiera di Rho, è abbastanza semplice pensare di poter occupare diversi padiglioni fieristici di uno delle migliaia di centri congressi in giro per il mondo per poter costruire tutto quello che serve, compresi i campi di allenamento per le 26 nazionali impegnate. Si tratterebbe di una soluzione certamente molto costosa, ma i soldi non sembra siano un problema qui. Ricordiamoci oltretutto degli oltre 4 milioni di Euro spesi dalla Federazione Francese per portare la terra battuta a Guadaloupe via nave per il primo turno 2016 contro il Canada, o dei mega impianti costruiti al Palexpo di Ginevra piuttosto che alla Fiera di Dusseldorf o addirittura all’interno del Prater di Vienna per incontri di Davis durati tre giorni.

Oltre alla collocazione in calendario, ciò che invece deve essere rivisto della proposta attuale, a mio avviso, è la collocazione geografica. Attualmente sembra che si sia orientati a far debuttare la manifestazione a Singapore (anche se Piqué e Kosmos spingono per Madrid), ma credo che per i primi anni sarebbe opportuno mantenere la competizione in Europa o, al limite, in Nord America. Bisogna prima creare una nuova tradizione, poi magari si possono affrontare mercati nuovi come quelli asiatici dove il pubblico e meno affezionato alla competizione a squadre ed al tennis in generale. L’Europa, in particolare, è dove sono situate buona parte delle nazioni leader, ed è abbastanza piccola (ed attraversabile rapidamente ed a prezzi contenuti con i voli low cost o i treni ad alta velocità) da poter consentire ad un numero consistente di fans di viaggiare per andare a sostenere la propria nazionale.

Infine mi piacerebbe che si introducesse una clausola che impedisse di ospitare la “nuova Davis” (se così vogliamo chiamarla) in un luogo in cui già si svolge un torneo del circuito. Uno degli aspetti positivi della formula attuale infatti è che si riesce a portare il grande tennis dove di solito il grande tennis non va, dando così la chance agli appassionati che non possono viaggiare di vedere tennis ad alto livello vicino a loro. Scegliere come sede Indian Wells oppure la già citata Madrid, per esempio, anche se dal punto di vista logistico potrebbe essere più semplice, finirebbe per portare ancora più tennis là dove il grande tennis già c’è, quindi ritengo che sarebbe opportuno evitare di tornare nei soliti posti.

È inutile raccontarci fandonie: certi aspetti della Davis attuale andranno persi. L’atmosfera del tifo per la squadra di casa sarà impossibile da ricreare in campo neutro; non si avranno più incontri alle Hawaii, oppure a Guadaloupe o a Vladivostok. Ma li perderemmo comunque se la Davis venisse lasciata intatta a morire di morte naturale. A questo punto credo che un cambiamento, qualunque cambiamento, sia meglio di un rassegnato immobilismo, iniziando così un processo di evoluzione che sicuramente richiederà diversi cicli e possibili, sostanziali aggiustamenti prima di trovare la formula ideale, ma come dice Nadal “qualunque cosa è meglio di non far nulla, se non si fa nulla non cambierà mai niente”.

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Diriyah Tennis Cup, il primo tennis della (discussa) Arabia Saudita

DIRIYAH – Medvedev, Monfils, Fognini, Goffin, Wawrinka, Isner, Pouille e Struff prenderanno parte alla prima competizione di tennis della storia del paese nella storica cornice che fu residenza dei reali sauditi

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Foto di gruppo, Diriyah Tennis Cup (via Twitter, @DiriyahCup)

da Diriyah, il nostro inviato

Il tennis dei più forti ricomincia, o quantomeno inizia a far mostra di sé. Lo fa in un posto insolito, che non solo non ha mai ospitato un torneo ufficiale ma neanche uno scambio di palle amichevole tra tennisti professionisti. La Diriyah Tennis Cup è infatti l’esordio assoluto del tennis in Arabia Saudita. Non che la cosa stupisca più di tanto alla luce del risultato che si ottiene cercando un tennista saudita nel ranking ATP: una stringa candida come le vesti indossate dai suoi abitanti e oggi, per l’occasione, anche dagli otto partecipanti a questa esibizione.

In mezzo a loro, nell’ultima foto di rito a seguito del sorteggio che ha sistemato Fognini con Isner, Wawrinka con Monfils, Medvedev con Struff e Pouille con Goffin, tra le vesti bianche degli atleti campeggia il dishdasha scuro del principe Abdulaziz bin Turki Al Saud, ex pilota automobilistico e attuale ministro dello sport saudita. Viene il sospetto che lui, membro della famiglia reale, abbia obblighi cromatici diversi e per questo stia indossando la veste scura, ma un collega nato in Bahrein ci informa che sta solo seguendo meglio degli altri la moda stagionale; in autunno e inverno capita più spesso di vedere indossati dishdasha (qui non li chiamano kandura, come negli Emirati) di colore scuro. Il principe-pilota-ministro poco prima aveva provato – con risultati modesti – a farsi insegnare il servizio da Ammar Alhaqbani, un ventunenne che nell’aprile 2018 è stato numero 1580 del mondo e ancora oggi è la cosa più vicina a un tennista che abbia l’Arabia Saudita.

 

Sabato il ragazzino giocherà un match amichevole con il coetaneo Michael Mmoh, che pur statunitense è nato a Riyadh – la capitale, che dista da Diriyah venti minuti d’auto – e ha un padre nigeriano che ha fatto il capitano di Davis saudita ‘part-time’. Incroci bizzarri a seguito dei quali Mmoh si è ritrovato a prendere la racchetta in mano per la prima volta proprio da queste parti, dove è cresciuto, motivo per cui si vede invischiato pure lui in questa faccenda di lunghi abiti bianchi. Che cadono maluccio a tutti, tocca dirlo, ma soprattutto sui duecentootto centimetri di John Isner; il povero gigante di Greensboro è decisamente oversize per la veste che gli hanno fornito e con le cavigliette scoperte – sulle quali è impossibile non soffermarsi – pare la padrona di casa di Tom & Jerry, quella di cui appunto solo le caviglie vedevamo.

Proprio lo statunitense giocherà con Fognini il primo quindici della storia saudita, giovedì alle 16 locali, nella stessa arena che quattro giorni fa ha ospitato il ring della rivincita per Joshua contro Ruiz (un match di boxe che ha assegnato circa un trilione di titoli, per i profani della materia). L’arena è stata costruita a tempo di record nel bel mezzo di Diriyah, una sorta di enorme sito archeologico che tre secoli fa ha fatto da cittadella fortificata alla prima dinastia reale saudita e probabilmente avrebbe oggi tutt’altro potenziale storico-turistico se gli Ottomani non l’avessero saccheggiata in una guerra di inizio Ottocento. Tra i fiori all’occhiello del programma Vision 2030 ideato dal principe Mohammad bin Salman Al Sa’ud che erediterà il trono di re Salman, comunque, ci sono proprio la riqualificazione e la restaurazione di quest’area che è tra i patrimoni UNESCO meno conosciuti al mondo.

Insomma, che il sottotesto di questa esibizione e in generale dell’intera Diriyah Season sia, a chiare lettere, ‘l’Arabia Saudita non è soltanto La Mecca e petrolio’ è chiaro, che a quest’affermazione si possa credere sin da subito è un altro paio di maniche nelle quali attenderemmo un attimo prima di infilarci, considerando che i tre milioni di dollari di montepremi della competizione sono stati iniettati quasi interamente dallo sponsor del torneo Saudi Aramco, una delle più grandi aziende petrolifere del mondo posseduta al 98,5% dal governo saudita. Quel punto e mezzo percentuale che sfugge al totale è stato quotata in borsa a mezzo di una IPO da oltre 25 miliardi, ça va sans dire la più grande di sempre.

Ecco, l’Arabia Saudita che apre al tennis è un negozio di lusso che poggia le sue fondamenta su un istituto di diritti civili assai discutibile, sebbene la propaganda della GSA – General Sport Authority , quella di cui è presidente sempre il solito principe-pilota – assicuri che i recenti programmi di modernizzazione sociale abbiano sensibilmente aumentato il numero di bambine e ragazzine che si dedicano allo sport. Giova però ricordare che qui le donne possono guidare da appena un anno e mezzo, che la libertà di stampa è ancora una conquista di là da ottenersi e che i primi visti turistici sono stati rilasciati due mesi fa. Che sia per distogliere l’attenzione dalla polvere che giace sotto al tappeto o per cordialità congenita – un po’ della seconda c’è di certo – l’accoglienza di cui possiamo beneficiare in questo contesto ludico è fenomenale, la piacevole tendenza al convivio dei sauditi sorprende almeno quanto il caffé arabo (che non è il nostro né quello turco) e il piatto di morbida carne immersa nello yogurt e sormontata da marmellata di ciliegie.

Faccende culinarie, queste, a cui si saranno dedicati anche gli otto tennisti invitati a mezzo di discreti dobloni dal paese più ricco del Golfo. Tutti parecchio divertiti dal contesto, con Struff un po’ intimorito dal maggior blasone degli altri sette e Pouille come al solito presenza silenziosa e vittima di una gag del solito Monfils, che per tutta la cerimonia del sorteggio – svoltasi con l’elegante formula di una tazzina di caffé servita a ognuno degli otto, sul rovescio della quale c’era segnato il numerello utile a definire gli accoppiamenti – si è messo a canzonarlo dicendo di voler essere sorteggiato con lui.

Fognini è stato l’unico a restituire il ‘come stai?‘ del presentatore della cerimonia, con tanto di pacca di rimando sulla schiena, ed è apparso di buon umore. Al suo seguito ci sono due terzi del suo nuovo team, il fisioterapista Giovanni Teoli e lo sparring Alberto Giraudo, mentre manca Barazzutti. Difficilmente deciderà di rilasciarci qualche dichiarazione in via ufficiale, anche se un incontro fortuito nella lounge dell’aeroporto – eh sì, Ubitennis ha viaggiato sullo stesso volo Roma-Riyadh di Fognini – ci ha fornito l’occasione di scambiare due parole a microfoni spenti. Si è parlato dell’Inter più che altro, che poi non si sarebbe qualificata per gli ottavi di Champions, e poco dopo Fabio si è dedicato a una videochiamata con Flavia e prole. Proprio la nascita imminente del secondogenito potrebbe costringerlo a saltare l’ATP Cup, dove la sua presenza sarebbe piuttosto importante per contrastare la Russia di Medvedev e gli Stati Uniti di Isner. Sfida della quale avremo, come detto, proprio qui in Arabia il primo assaggio.

Pouille, Wawrinka, Fognini e Goffin – Diriyah Tennis Cup (via Twitter, @DiriyahCup)

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Italiani

2019, il tennis ad aprile: Fognini punta sul rosso e vince, Berrettini nuova stella

Ad aprile splende il tennis italiano. Fabio vive una settimana magica e conquista il primo 1000 a Montecarlo. Matteo vince a Budapest e non si ferma più. Intanto Torino si aggiudica le ATP Finals dal 2021 al 2025

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Fabio Fognini - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

FABIO PRINCIPE A MONTECARLO – Aprile 2019 resterà per sempre nel cuore di Fabio Fognini. A Montecarlo – a pochi chilometri da casa sua (Fabio è infatti di Arma di Taggia) – il ligure, dopo un inizio di stagione alquanto deludente, centra finalmente la settimana perfetta e conquista il titolo più importante (finora) in carriera, diventando così il primo tennista azzurro a vincere un Masters 1000. Il giusto coronamento per un giocatore dal talento inesauribile e raffinato che, pur avendo conseguito fino a quel momento risultati egregi (non dimentichiamo la vittoria in doppio con Simone Bolelli all’Australian Open nel 2015 e la qualificazione al Masters della stessa categoria nello stesso anno), in singolare non era mai riuscito a realizzare quell’acuto che distingue i buoni giocatori da quelli più vincenti e con una marcia in più.

La consacrazione arriva per giunta sull’amata terra rossa, superficie prediletta da Fabio (ma ha vinto anche un torneo sul duro, in Messico), su cui precedentemente aveva sollevato ben sette trofei (Stoccarda e Amburgo, 2013; Viña del Mar, 2014; Umago, 2016; Gstaad, 2017; San Paolo e Bastad, 2018). Il ligure si era issato fino a quel momento in altre 10 finali (6 su terra e 4 sul duro). Fabio fa brillare di nuovo il blasone del tennis italiano, vincendo a Montecarlo 51 anni dopo Nicola Pietrangeli ed essendo il primo azzurro dell’Era Open a conquistare un Masters 1000 (l’ultimo ad imporsi in un torneo più o meno equivalente fu Adriano Panatta a Roma nel 1976).

Per l’azzurro, testa di serie n. 13, il destino è segnato sin dal primo turno. Contro il giovane Andrey Rublev è sull’orlo del baratro, trovandosi sotto 4-6 1-4 e 15-40 sul proprio servizio. Da questo momento, la svolta, complice un pizzico di fortuna e la volontà di risollevare le sorti di un match cominciato male. Fabio non solo annulla cinque palle per il 5-1 Rublev – la quarta con un inaspettato ace di seconda – ma rimonta e fa suo il secondo parziale, per poi cambiare atteggiamento e diventare così il mattatore del terzo set. Il russo, dal canto suo, rimane frastornato dalle tante occasioni mancate e perde via via la lucidità. Alla fine a vincere è Fognini che, sempre più intraprendente e in fiducia si impone sull’avversario con il punteggio di 4-6 7-5 6-4.

Al secondo round, Gilles Simon dà forfait per infortunio; agli ottavi Fabio liquida la pratica Sascha Zverev in due set mentre contro Borna Coric, ai quarti di finale, affronta e vince un’altra durissima lotta al terzo set. Ora è centrato e in fiducia, il suo tennis è sempre più efficace e solido. E poi Rafa Nadal. Una partita perfetta per un Fognini centratissimo, devastante e sempre in controllo in semifinale contro il campionissimo spagnolo, re (quasi sempre) incontrastato sul rosso che, a Montecarlo, ha trionfato ben 11 volte. Ebbene, non c’è storia. Fabio è semplicemente perfetto, Nadal un po’ meno. Con un perentorio 6-4 6-2 l’azzurro si impone su Rafa per la quarta volta in carriera, la terza sulla terra, e vola per la prima volta in finale di un torneo ‘1000’.

Tra lui e la coppa c’è l’outsider Dusan Lajovic, n. 48 del mondo. Nonostante il serbo sia un avversario ostico e abbia disputato un torneo perfetto fino alla finale senza perdere un set, si tratta per il ligure di un’occasione ghiotta. Gestendo alla grande vento, pressione e tensione, Fognini mette in campo tutta la sua esperienza e savoir faire e, alla fine, si impone su un combattivo Lajovic con lo score di 6-3 6-4. Un trionfo. La consacrazione di un talento che troppo spesso, in passato, era stato condizionato da emozioni e reazioni a volte inappropriate in campo da parte di Fabio.

Ed è un grande regalo, per Fabio stesso, il suo team, i tifosi e la sua famiglia: “Io sono nato qui vicino e vincere questo torneo per me è staordinario. È incredibile. Grazie al mio team. Quest’anno abbiamo iniziato abbastanza male, ma poi ad aprile abbiamo vinto un bel torneino (ride). Grazie ad Arma, agli amici. A Flavia, che mi supporta e mi sopporta. E poi un regalo speciale per la mamma: “La vittoria la voglio dedicare soprattutto a mia madre che domani compie gli anni. Questa coppa è per lei”. Dopo il successo al Principato, Fognini, da n. 18 sale al n. 12 eguagliando Paolo Bertolucci e, di lì a due mesi, taglierà il traguardo della top 10, raggiungendo il (per ora) best ranking della posizione n. 9.

Matteo Berrettini – Budapest 2019 (foto via Facebook, @huntennis)

L’ESPLOSIONE DI MATTEO BERRETTINI – Sulle orme di Fabio Fognini, un altro giovane italiano si mette in luce sulla scena mondiale. Il 23enne romano Matteo Berrettini, allenato da Vincenzo Santopadre, dopo aver vinto nel 2018 il suo primo titolo ATP a Gstaad, continua a fare progressi e, nel mese di aprile 2019, compie quel salto di qualità che farà di lui, a fine stagione, uno dei migliori otto tennisti del circuito. Reduce dalla semifinale a Sofia e dalla vittoria al Challenger di Phoenix, Matteo continua a mettere in campo un tennis sempre più solido e intraprendente, dimostrando di aver acquisito maggiore maturità e consapevolezza dei propri mezzi. A Budapest disputa un torneo pressoché perfetto e, dopo aver superato Kukushkin, Bedene, Cuevas e Djere, in finale contro Kraijnovic, sotto di un set, dimostra personalità e determinazione, alzando il livello nel momento cruciale e andandosi a prendere il secondo titolo (4-6 6-3 6-1 lo score). Entra così in Top 40 (aveva cominciato l’anno da n. 54).

Da questo momento, Matteo non si ferma più. Finale al torneo di Monaco (persa con Garin); percorso netto a Stoccarda (giugno) dove, senza concedere neanche un set, solleva il terzo trofeo nel circuito maggiore; semifinale ad Halle (persa da Goffin). Poi l’ulteriore grande conferma: arrivano le semifinali allo US Open e a Shanghai. Una gioia e una consapevolezza sempre più grandi per Berrettini che, alla fine della stagione, entra in Top 10 ed è, attualmente all’ottava posizione del ranking. Riscrive così la storia del tennis azzurro diventando il terzo italiano a qualificarsi (in singolare) alle ATP Finals dopo Panatta e Barazzutti, ed il primo a vincere un match al Masters grazie alla vittoria contro Thiem (round robin). Ma, ne siamo certi, per Matteo è solo l’inizio…

Torino ospiterà le ATP Finals dal 2021 al 2025 (foto @ATPTour)

TORINO PALCOSCENICO DELLE ATP FINALS DAL 2021 – Ma, in aprile, le belle sorprese per il tennis azzurro non finiscono qui. Il 24 aprile viene ufficializzata la nuova sede del Masters di fine anno: l’ATP sceglie Torino e l’evento si svolgerà al Pala Alpitour (14.700 posti) dal 2021 al 2025; le altre città candidate erano Manchester, Tokyo e Singapore. Vince Torino, vince l’Italia. Il capoluogo piemontese – quindicesima sede delle Finals – è forte non solo di una grande esperienza e tradizione nel mondo dello sport, ma anche del suo ruolo centrale nell’arte, nella cultura e nella storia del paese. L’Italia si inserisce così sempre più nella rosa dei paesi europei all’avanguardia nell’organizzazione di eventi sportivi dove il tennis trova sempre maggiore spazio. Dopo Roma, con gli Internazionali d’Italia, e Milano, con le NextGen, ora sarà la volta del capoluogo piemontese ad accogliere il grande tennis.

 

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Al femminile

WTA, diario di un decennio: il 2014

Quinta puntata dedicata al decennio appena terminato in WTA: gli ultimi Slam di Li Na, Sharapova e Kvitova, e Serena Williams che raggiunge Evert e Navratilova. Ma soprattutto un anno ricco di match indimenticabili

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Simona Halep e Maria Sharapova - Roland Garros 2014

Quinto articolo dedicato agli anni ’10 del tennis femminile, che tratterà del 2014. Per la illustrazione dei criteri adottati, rimando alla introduzione del primo articolo, pubblicata martedì 26 novembre.

ANNO 2014

La fine del triello
Il torneo di Brisbane che apre il 2014 suggerisce assoluta continuità con le stagioni precedenti: Serena Williams supera in semifinale Sharapova e in finale Azarenka. Sono i tre nomi che hanno caratterizzato il 2012 e 2013. In realtà Brisbane è l’ultimo torneo riconducibile alla idea di “triello”. La situazione che ha caratterizzato la WTA nel biennio precedente sta per dissolversi, per ragioni differenti.

Innanzitutto i problemi fisici di Azarenka. La giocatrice capace di dare filo da torcere sul cemento a Serena Williams chiude la fase più alta della sua carriera. Se fra il 2011 e il 2013 negli Slam ha raggiunto 3 semifinali, 2 finali e 2 vittorie, dal 2014 non riuscirà più ad andare oltre i quarti di finale in un Major. Il ranking testimonia le difficoltà: numero 2 a fine 2013, numero 32 a fine 2014. La miglior Azarenka si rivedrà solo all’inizio del 2016, prima dello stop per maternità.

Anche per Williams nel 2014 cambieranno le cose: raddoppierà le sconfitte del 2013 (da 4 a 8) e probabilmente questo la porterà a rivedere la programmazione, concentrandosi solo sui tornei più importanti. Gli effetti si vedranno sulla sua agenda del 2015; è come se da quella stagione cambiassero le rivali: più che con le colleghe in attività, Williams comincia a misurarsi con le grandi giocatrici del passato per superare i loro record, nella virtuale gara fra le più grandi tenniste di tutti i tempi.

Resiste però ancora Sharapova, che nel 2014-2015 vivrà l’ultima grande fase della carriera, prima di andare incontro ai tanti problemi degli anni successivi, caratterizzati da seri infortuni e dalla squalifica della Wada.

Intanto però comincia a farsi avanti una nuova generazione. In particolare, dagli Internazionali di Italia 2013, ha compiuto un improvviso salto di qualità una giovane rumena, nata nel settembre 1991: Simona Halep. Partita dalle qualificazioni, ha raggiunto la semifinale del torneo di Roma e da quel momento ha cambiato marcia. Nel 2013 ha vinto ben sei tornei di livello crescente: prima tre International (Norimberga, s’Hertogenbosch, Budapest); poi due Premier (New Haven e Mosca); infine il “Masterino” di Sofia.

Per via dell’inerzia che caratterizza i meccanismi del ranking, Halep non è ancora arrivata ai vertici, ma è questione di giorni. Nel maggio 2013 era numero 64 del mondo, diventa Top 10 nel gennaio 2014 e da quel momento rimarrà fra le prime dieci della classifica per tutto il resto del decennio (unica a riuscirci).

La stagione dei grandi match
Ogni anno tennistico offre le proprie specificità, anche se rimane la scadenza fissa dei grandi appuntamenti (Slam e Premier Mandatory) e la regolarità dei cambi di superficie: prima il cemento, poi la terra, quindi l’erba infine il ritorno al cemento. Per quanto riguarda questa stagione, nella mia (del tutto personale) visione, direi che la principale caratteristica del 2014 è l’avere offerto molte singole partite di livello altissimo.

Ecco perché forse lo si potrebbe definire come “l’anno dei grandi match”. In vista della fine di questo ciclo di articoli ho provato a selezionare le partite più memorabili del decennio; e mi sono ritrovato davanti ad almeno cinque match del 2014 che proprio non saprei come escludere dalla lista definitiva. Il primo si svolge a Melbourne, durante gli Australian Open.

a pagina 2: Li Na e gli Australian Open

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