L'eredità tennistica di Maria Sharapova

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L’eredità tennistica di Maria Sharapova

Come giocava Sharapova e perché è diventata un modello tecnico di riferimento, anche se con un aspetto fondamentale quasi inimitabile

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Maria Sharapova - Wimbledon 2004

Si dice esista un modo infallibile per rovinare le discussioni. Accade quando uno dei contendenti decide di tirare in ballo Hitler, giocandosi la “Nazi Card”. Se entra nell’arena dialettica la cosiddetta “Reductio ad Hitlerum”, il tema viene contaminato in modo irreparabile, andando incontro alla sua autodistruzione. Se poi il confronto avviene via Internet, il destino è quasi inevitabile.

Da quando Maria Sharapova è incorsa nelle sanzioni della WADA, accade qualcosa di simile. In che senso? Indipendentemente da quanto scriverò nelle prossime righe, nei commenti sull’articolo prima o poi qualcuno ricorderà che Maria è stata condannata dall’agenzia antidoping. A quel punto entreranno in campo colpevolisti e innocentisti e tutti gli altri aspetti della discussione verranno fagocitati. In sostanza per Sharapova si potrebbe coniare la formula “Reductio ad Meldonium”.

Per questo vorrei proporre un accordo con i lettori: visto che su Ubitennis di occasioni per discutere di Sharapova e del doping ne abbiamo avute (e ne avremo) tante, per una volta possiamo evitare di parlarne e riflettere sul resto? Non è un modo per fare un favore a Maria (anche perché sul tema non mi sento un innocentista), ma per provare a ritagliarci una occasione nella quale ragionare senza compromettere tutto.

 

Qui non voglio trattare del personaggio che è stata capace di diventare popolarissima fuori campo, la figura glamour che ha superato i confini dello sport. E non voglio nemmeno parlare dei suoi successi e del suo albo d’oro (5 Slam, Career Grand Slam). No, vorrei invece concentrarmi sul tipo di tennis che ha proposto, e su come questo ha segnato il movimento tennistico femminile dal 2004 in poi.

1. Power tennis ad alta intensità
L’arrivo delle sorelle Williams, i successi di Lindsay Davenport e la fine del primato di Martina Hingis in WTA sono considerati i segnali fondamentali del passaggio verso una nuova epoca tennistica: l’avvento del cosiddetto power tennis. A cavallo del nuovo millennio si afferma una generazione di atlete con una capacità speciale nel far viaggiare la palla, grazie a una disponibilità di potenza superiore.

Davenport è nata nel 1976, Venus nel 1980, Serena nel 1981. Sharapova, pur affermandosi da giovanissima (il primo Slam lo vince a Wimbledon nel 2004) è nata nel 1987 e dunque si affaccia qualche anno dopo sulla scena WTA. Non la si può quindi considerare una capostipite della nuova era, però a mio avviso rappresenta comunque una figura che introduce alcune novità degne di essere sottolineate.

Per spiegarlo mi rifaccio a un articolo che avevo scritto qualche anno fa, dedicato a una partita storica, la semifinale dell’Australian Open 2005 tra Serena e Sharapova (vinta da Williams per 2-6, 7-5, 8-6).Serena rimaneva una giocatrice in cui era rintracciabile l’eredità di un tennis più classico, cioè un gioco nel quale l’espressione massima di aggressività si concretizza con la discesa a rete. Ed effettivamente la Serena del 2005 in diversi momenti cruciali del match attuava schemi da tennis del decennio precedente: attacco e volèe, attacco e smash. Intendiamoci: era pur sempre power tennis, ma nel modo di concepire lo scambio era ancora riconoscibile l’idea di uno schema costruito sulla transizione in verticale”.

Sharapova invece, fin dagli esordi era in tutto e per tutto una tennista di nuova generazione. Il suo è un gioco che, in linea generale, non prevede la verticalizzazione dello scambio: è invece un tennis di pressione da fondo campo, in cui si cerca il vincente confidando sui colpi al rimbalzo.

E se nei confronti diretti Williams ha dominato su Sharapova, sul piano storico si potrebbe dire che è invece accaduto il contrario: a prevalere nel tempo è stato il modello di tennis di Maria. Oggi quasi si fatica a ricordare la Serena che praticava un tennis di imprinting classico (con attacchi verticali e voleè), eppure è esistita; ma poi sul piano dell’evoluzione tennistica Williams si è “sharapovizzata” cercando, con il passare degli anni, sempre più il vincente da fondo.

Ecco, il primo aspetto di Sharapova da evidenziare è proprio questo: il suo è un power tennis da pura colpitrice da fondo, che non ha legami con le impostazioni di gioco del secolo precedente.

Ma direi che va sottolineato un secondo aspetto davvero caratteristico di Maria e strettamente collegato alla idea del tennis di pressione da fondo campo: quello della ricerca costante della massima intensità. L’intensità si esplica attraverso una aggressività che non conosce pause o ripensamenti, tanto che i colpi interlocutori sono ridotti ai minimi termini, se non aboliti. Questa non la si può considerare una “invenzione” di Sharapova, perché la figura che innova in modo radicale sotto questo aspetto è Monica Seles. Però Maria è forse la prima a combinare le due cose in modo inequivocabile: la potenza e l’alta intensità.

a pagina 2: Struttura fisica e scelte tecnico-tattiche

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L’unità di misura di Elise Mertens

La storia di una giocatrice che curiosamente ha compiuto il salto di qualità a partire da uno degli episodi più anomali e controversi degli ultimi anni

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Elise Mertens - Doha 2019 (foto via Twitter, @QatarTennis)

Vi ricordate di Chanelle Scheepers? Capisco che la domanda suoni bizzarra. Anzi, immagino che la maggior parte dei lettori avrà aggrottato la fronte, e cominciato a esplorare gli angoli più reconditi della propria memoria alla ricerca di una risposta.

Avete ragione. Non voglio dire che Scheepers possa essere l’equivalente manzoniano del Carneade di Don Abbondio, ma siamo lì. Eppure quando penso ad Elise Mertens mi viene in mente Chanelle Scheepers. Però la ragione di questa strana associazione posso spiegarla solo alla fine, una volta chiarito il mio punto di vista su Mertens. Quindi prima occorre approfondire la storia e le caratteristiche di Elise, per poter capire fino in fondo il senso della domanda iniziale.

L’idea di scrivere di Elise Mertens mi è venuta durante la stesura degli articoli sui migliori colpi in WTA. Al momento di scegliere le “elette”, Mertens è comparsa in quattro graduatorie: nelle risposte interlocutorie, nei pallonetti, nella lettura e nella costruzione del gioco. Eppure pur essendo già stata ampiamente Top 20 (la sua migliore classifica è numero 12, nel novembre 2018), non le avevo ancora dedicato un articolo. È venuto il momento di colmare la lacuna.

 

Gli inizi di Elise Mertens
Mertens è nata a Lovanio il 17 novembre 1995. Nasce prematura con oltre due mesi di anticipo, unica sopravvissuta di una gravidanza gemellare. Ha detto a questo proposito: “Forse nel tennis sono una lottatrice perché ho cominciato a lottare sin dai primi giorni di vita, quando ho rischiato di non sopravvivere”. A quattro anni inizia a giocare a tennis, seguendo la sorella maggiore Lauren; e ben presto si scopre che sul campo la più dotata in famiglia è la sorella minore. Di lì a poco il Belgio diventerà una nazione leader nel tennis femminile grazie alle imprese di Henin e Clijsters, che sono inevitabilmente gli idoli di Elise da bambina.

A soli tredici anni prende una decisione fondamentale: sceglie di dedicarsi soprattutto al tennis, cominciando a viaggiare per il mondo, accompagnata di solito dalla madre. Della sua carriera da junior colpisce la quantità e la distanza degli spostamenti. Normalmente una tennista di 14-16 anni quando si sposta all’estero tende a stare vicino al proprio paese, raramente cambiando continente. Invece Mertens gioca ovunque: dal Bangladesh all’Egitto, dagli Stati Uniti al Perù, dalla Thailandia alla Colombia. Oltre ai tornei in Europa.

L’attività giovanile è molto intensa (quasi 190 match di singolare nei tornei organizzati da ITF), con risultati notevoli ma non fenomenali. Vince 3 titoli in totale (nessun grado A, un solo grado 1, a Linz nel 2013) ma siccome raramente perde ai primi turni, riesce a entrare in Top 10: numero 7 nell’aprile 2013.

Le giocatrici nate come lei nel 1995 che faranno strada si chiamano Keys, Kontaveit, Sakkari, Putintseva, Peterson, Witthoeft. Nella carriera da junior, però, la sconfitta più dura la vive contro una avversaria più giovane di sei mesi: nell’ottobre 2010 in Thailandia, perde 6-1, 6-0 contro Ashleigh Barty, che è dell’aprile 1996.

Nel suo anno più orientato agli alti livelli da junior, il 2012, Mertens perde nel torneo di Santa Croce da Rebecca Peterson, al Bonfiglio da Bernarda Pera (nata però nel novembre 1994), al Roland Garros da Eugenie Bouchard (anche lei più anziana, del 1994), a Wimbledon da Anett Kontaveit (1995) e allo US Open da Taylor Townsend (1996).

Rispetto ad altre coetanee, Mertens comincia tardi l’attività fra le adulte. Di fatto il suo primo ranking WTA lo ottiene nel 2013, quando va per i 18 anni. Tanto per fare un paragone: alla stessa età Madison Keys sta già entrando in Top 100 e chiuderà quella stagione in Top 40. Il passaggio al professionismo per Elise non è solo tardivo, ma anche non proprio semplice.

Ha scritto lei stessa di recente per Behind the Racquet: “Non è facile compiere il grande passo. Ero in top 10 da junior e mi sono sentita di nuovo al buio, cominciando tutto da capo. È stato emozionante poter ricominciare, ma ho anche avuto paura di tutto il lavoro che mi aspettava. (…) Ho iniziato a giocare i tornei pro più tardi delle altre, a 17 anni, e sono diventata completamente professionista a 18. All’inizio non è stato semplice capire tutte le nuove avversarie. Ho perso molte partite in quel periodo. Ma la sensazione avuta quando ho vinto il primo 10k è stata incredibile. Quella sensazione vincente ti fa andare avanti, la passione ti fa andare avanti”.

Dal 2013 al 2016 sono stagioni di progressi, che le permettono di salire nel ranking senza però imprese memorabili: numero 577 a fine 2013, poi numero 240, quindi 151 e a fine 2016 numero 120. È una traiettoria sicuramente positiva, ma non straordinaria. sino a quando, all’inizio del 2017, arriva il momento che cambia la sua carriera.

a pagina 2: La svolta di Hobart

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L’impegno di Naomi Osaka

Cosa significa per la giocatrice più pagata al mondo prendere posizioni politiche precise e scendere in piazza a manifestare?

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Naomi Osaka - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

All’inizio di luglio Naomi Osaka ha scritto alla rivista Esquire, prendendo una posizione pubblica nel dibattito politico che si è sviluppato in seguito alla morte di George Floyd. A mio avviso costituisce una scelta interessante, e non tanto frequente fra le tenniste di vertice degli ultimi anni. Per questo penso meriti qualche riflessione.

Innanzitutto devo sgombrare il campo da un possibile equivoco. Sono dell’idea che un sito di sport debba parlare di sport, evitando di abbandonare il proprio ambito di riferimento. E non credo che i lettori debbano aspettarsi da un articolo di tennis valutazioni e giudizi sulla questione del razzismo negli USA, su “Black Lives Matter”, etc. etc. In più sono profondamente convinto che per scrivere articoli su un argomento tanto importante occorra avere un livello di competenza su avvenimenti e contesto che non sento di possedere. Naturalmente ho le mie opinioni (penso che Osaka abbia ragione), ma non ho intenzione di entrare nel merito politico del tema.

Qui vorrei piuttosto ragionare su un argomento differente: su che cosa significhi per Osaka avere assunto posizioni politiche tanto nette in modo pubblico. Ricordo che, prima della pubblicazione del testo su Esquire, a fine maggio Naomi aveva già postato sui social un filmato che ritraeva la sua partecipazione a una delle manifestazioni tenute a Minneapolis successive alla morte di George Floyd. E anche se questo messaggio forse aveva avuto meno risonanza, si può dire fosse per certi aspetti anche più forte, visto che non è frequente per un personaggio pubblico decidere di spostarsi in un altra città per unirsi in prima persona alla folla dei manifestanti.

 

Forse sbaglio, ma per esempio non credo che Serena Williams si sia mai spinta tanto avanti. Anche il suo boicottaggio a Indian Wells è sempre stato focalizzato sul singolo torneo e sulle vicende personali che aveva vissuto, più che su una questione politica a vasto raggio, di carattere generale.

Scorrendo la pagina Twitter di Naomi Osaka, ci si rende conto che nelle ultime settimane sono diversi i tweet che si occupano di aspetti politici e sociali. Come dicevo sopra, non è molto frequente che una tennista di vertice come Naomi (già numero 1 del mondo e vincitrice di Slam) si schieri con tale evidenza all’interno del dibattito politico. Siamo più abituati a grandi sportivi che preferiscono evitare di definire inequivocabilmente le loro convinzioni ideologiche. Le ragioni di questo disimpegno possono essere personali: scarso interesse verso la situazione, o desiderio di riservatezza. Ma la prima motivazione che viene in mente, è quella economica. Economica perché gli sportivi più popolari ricavano una quota significativa dei loro introiti dalle sponsorizzazioni.

Proprio qualche settimana fa abbiamo appreso da Forbes che Osaka a soli 22 anni costituisce la figura di riferimento di un piccolo impero commerciale. Con 37,4 milioni di dollari totali guadagnati nel 2019, Naomi è infatti risultata la sportiva donna più pagata della storia. E l’atleta (uomini e donne) numero 29 della classifica complessiva relativa ai guadagni.

Se però guardiamo dentro al suo bilancio, le cose si fanno ancora più interessanti. Di questi 37,4 milioni totali, infatti, ben 34 derivano dagli sponsor. Se consideriamo solo questa fonte di profitto, Osaka nella classifica sale addirittura al numero 8 a livello assoluto (uomini e donne). E nel tennis solo Federer guadagna dagli sponsor più di lei. Atleti come Djokovic, Nadal, Serena Williams, nel 2019 hanno ricavato meno di Naomi.

Credo di non sbagliare se sostengo che ogni agente di grandi sportivi suggerisce al proprio cliente di non esternare su argomenti che possono scontentare una parte del pubblico, e quindi del mercato. In un certo senso è insito nel concetto stesso di testimonial: al testimonial si chiede di piacere alle persone; anzi: di piacere al maggior numero di persone possibile. Ecco perché quando lo sportivo è un testimonial veramente importante, si preferisce che assuma atteggiamenti “ecumenici” e non divisivi.

Certo, si possono verificare anche casi opposti, cioè di sportivi che a priori non possono offrire una immagine unificante, e vengono scelti dalle aziende perché sono “contro”. Penso per esempio a giocatori come Dennis Rodman o più recentemente alla decisione di Nike di mettere sotto contratto Colin Kaepernick. Ma è molto improbabile che diventino i più pagati dagli sponsor.

E non è nemmeno così importante se oggi certe scelte politiche possono sembrare più “mainstream” (valutazione comunque tutta da dimostrare): in ogni caso per chi deve promuovere un prodotto sul mercato, non conta solo essere in linea con la maggioranza, ma anche non inimicarsi la minoranza.

Probabilmente il testimonial sportivo per eccellenza degli ultimi anni è stato Michael Jordan; e a lui si attribuisce una frase che spiega in poche parole la situazione: “Anche i repubblicani comprano le scarpe sportive”. Che questa famosa affermazione sia vera o no (Jordan forse non l’ha mai pronunciata, ma non l’ha nemmeno smentita prima che diventasse proverbiale), resta il fatto che sintetizza molto bene l’idea di un testimonial che deve maneggiare con estrema circospezione certi argomenti, perché possono diventare esplosivi.

La storia dello sport ci insegna anche che le prese di posizione politiche possono diventare devastanti per la carriera di un atleta. Uno dei casi più celebri riguarda i protagonisti della protesta sul podio dei 200 metri delle Olimpiadi di Città del Messico ’68 (Tommie Smith, John Carlos, ma anche l’australiano Peter Norman), che hanno pagato dure conseguenze per quella immagine diventata un simbolo mondiale.

Torniamo al tennis. Forse il caso di grande giocatrice che quando era ancora in attività si è più esposta su questioni extrasportive è stata Martina Navratilova. Nel momento in cui ha dichiarato pubblicamente la propria omosessualità, per la mentalità dell’epoca stava compiendo un atto politico, più di quanto forse possa apparire oggi. Un atto che non era stato privo di conseguenze.

Nel documentario che ESPN ha dedicato alla sua rivalità con Chris Evert (Unmatched, uscito nel 2013) Martina ricorda che quando ha cominciato a vincere molto, c’erano media statunitensi che presentavano le sue partite contro Chris come uno scontro tra bene e male. Scontro nel quale Evert impersonava il bene (la “fidanzata” della porta accanto) e Navratilova il male (la giocatrice proveniente da un paese comunista e per di più lesbica):

Certo, se paragoniamo le conseguenze sulla carriera avute da Navratilova con quelle subite dagli sprinter di Città del Messico ci rendiamo conto che Martina ha avuto molti meno problemi. E questo varrà sicuramente anche per Osaka; non solo perchè sono cambiati i tempi, ma anche perché, al contrario di altre discipline, il tennista professionista è sostanzialmente una entità autonoma, che (se gioca bene ed è forte) non deve passare attraverso le maglie delle federazioni o dei club per poter svolgere la propria attività.

Però non sono in ogni caso tutte rose e fiori. Una tennista in attrito con la propria federazione potrebbe dover rinunciare alla Fed Cup e molto probabilmente anche alle Olimpiadi. A proposito di Olimpiadi: Osaka lo scorso anno era stata scelta dal comitato di Tokyo 2020 come testimonial dei Giochi (rinviati al 2021 a causa della pandemia); e chissà se gli organizzatori dell’evento hanno gradito le sue ultime mosse pubbliche.

Questo ci introduce a un altro aspetto che riguarda Naomi: il pronunciamento politico di una giocatrice giapponese su questioni che hanno avuto il loro fulcro negli Stati Uniti. Ricordo che Osaka è nata in Giappone (da madre giapponese e padre haitiano), ma la sua famiglia si è trasferita negli USA quando lei aveva tra anni, e dunque negli USA risiede da circa 20 anni.

Ecco, la scelta di Osaka è forse un po’ più coraggiosa se teniamo conto del fatto che Naomi è scesa in piazza negli Stati Uniti da “straniera”. Infatti per obblighi stabiliti dalla legge giapponese, lo scorso anno ha dovuto rinunciare al passaporto statunitense. Ma evidentemente in questo caso ha prevalso la sua storia personale, ricca di riferimenti transnazionali, che non si possono confinare dentro i vincoli di una cittadinanza. Lo ha sostenuto lei stessa in una parte dell’articolo su Esquire:Una singola etichetta non è mai stata sufficiente per descrivermi, ma ci hanno provato lo stesso. È giapponese? Americana? Haitiana? Nera? Asiatica? Beh, sono tutte queste cose assieme”.

Ecco un altro elemento da non sottovalutare della decisione di Osaka: la sua scelta politica a favore di una società plurale, espressa in quanto giocatrice e cittadina giapponese. Non dimentichiamo che se Osaka ha guadagnato così tanto, molto lo deve agli sponsor del sol levante. E cultura e mentalità giapponese non sono quelle statunitensi.

Ha scritto Naomi a proposito del suo rapporto con il paese di nascita: “Il Giappone è una nazione molto omogenea, e per questo ho faticato a parlare di razzismo. Ho ricevuto commenti razzisti online e persino in TV, ma si tratta di una minoranza. In realtà, le persone di razza mista – e soprattutto gli atleti di razza mista – sono il futuro del Giappone. Io, Rui Hachimura [giocatore NBA per gli Washington Wizards, ndr] e altri ancora, siamo stati accettati dalla maggior parte del pubblico, dei tifosi, degli sponsor e dei media”.

Sotto questo aspetto va ricordato come lo scorso anno ci furono polemiche per un cartone animato realizzato da uno sponsor giapponese di Naomi in cui era raffigurata come una giocatrice di pelle bianca. Allora lei si era espressa in modo tutto sommato più accomodante (“Avrebbero dovuto parlarmene”). Difficile dire se perché ritenesse la vicenda secondaria, o perché non desiderasse ancora esporsi in modo così deciso come ha fatto di recente. E questa evoluzione ci conduce agli aspetti più personali del suo impegno.

a pagina 2: L’aspetto personale della Osaka “politica”

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Wimbledon 2020 virtuale: fuori Williams e Kvitova, chi sarà la campionessa?

Seconda settimana dei Championships, arrivano le partite decisive. Prevarrà l’esperienza di Halep o Pliskova oppure la linea verde di Andreescu o Kenin? O vincerà una outsider?

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Simona Halep e Serena Williams - Wimbledon 2019

Seconda parte del nostro torneo di Wimbledon 2020 virtuale.
Trovate QUI l’articolo dedicato alla prima settimana.
Per la spiegazione su come è stato composto il tabellone di partenza vedi QUI. Mentre per le regole che illustrano i criteri per stabilire le vincitrici delle partite vedi QUI.

Questo è il tabellone, come lo avevamo lasciato al termine del terzo turno:

 

Day 7: Ottavi di finale
Il lunedì della seconda settimana di Wimbledon, il cosiddetto “Manic Monday” è considerato da molti appassionati una festa del tennis, per l’alto numero di partite importanti che propone. Io però la vedo in modo un po’ diverso. L’affollamento di match interessanti avviene perché non si gioca di domenica, e visto che il martedì vanno già disputati i quarti di finale (quindi senza il normale giorno di pausa fra turni), gli organizzatori sono obbligati a programmare tutte le partite all’inizio della giornata, in modo da garantire un minimo di equità sulle ore di riposo.

La conseguenza è un affastellamento quasi ingestibile, che obbliga a forzate rinunce. Andare in tribuna a seguire un match dal vivo, infatti, significa non solo perdere gli altri cominciati alla stessa ora, ma anche, se per caso la partita si allunga, buona parte di quelli successivi.

L’alternativa è rimanere in sala stampa e utilizzare il proprio monitor per fare zapping tra i diversi campi, oppure sintonizzarsi su un match diverso da quello del collega vicino, e seguire più partite in contemporanea.

Wimbledon – Sala stampa piano terra

Stare al chiuso a guardare un monitor, quando a pochi metri hai il tennis reale, non è esattamente la mia concezione di inviato, eppure negli anni passati ho quasi sempre optato per questa soluzione, per non perdere troppi avvenimenti di giornata.

Ma non questa volta; saltando dal Court 1 al Centre Court, c’erano buone possibilità di seguire dal vivo due partite quasi imperdibili: prima Muguruza contro Pliskova, poi Williams contro Andreescu. Trascurando però altri match allettanti, come Kenin contro Martic e Kvitova contro Ostapenko. Ma, come detto, durante il “Manic Monday” si finisce in ogni caso per perdere molto tennis. Veniamo comunque alle partite.

Halep, Stephens e Sabalenka (rispettivamente contro Mertens, Mladenovic e Pavlyuchenkova) hanno fatto valere la loro migliore classifica, e hanno superato l’ostacolo in due set. Una sottolineatura in più per Sabalenka, per due motivi: perché aveva perso l’unico precedente con Pavlyuchenkova, ma soprattutto perché con questa vittoria approda per la prima volta in carriera ai quarti di finale di uno Slam.

Rispetto ai pronostici della vigilia, la grande sorpresa di giornata è la sconfitta nettissima di Naomi Osaka contro Greet Minnen (6-3, 6-0). Di fronte a un punteggio così marcato, è difficile trovare un senso affidandosi solo a spiegazioni tecniche; in questi casi quasi sempre l’aspetto preponderante è quello mentale. Per questo forse la cosa migliore è affidarsi alle parole della stessa Osaka in conferenza stampa: “Ho iniziato molto emozionata, ma può capitare, specie nelle partite degli Slam. Ma poi, forse a causa del break subito in apertura, non sono mai riuscita a liberarmi dalla tensione iniziale, per cominciare a esprimermi serenamente. A quel punto è stato come giocare con uno zaino sulle spalle, che diventava sempre più pesante a ogni game perso”.

Petra Martic – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Petra Martic ha sconfitto di nuovo Sofia Kenin, come era accaduto all’inizio del 2019 ad Auckland. Da allora Kenin è sicuramente cresciuta sia sul piano tecnico che come status nel circuito, grazie al successo all’Australian Open 2020. Probabilmente l’erba ha però aiutato Martic, che ha potuto evidenziare le proprie qualità al servizio. Grazie ai molti punti legati al colpi di inizio gioco, Petra è riuscita a evitare troppi scambi lunghi, con il rischio di rimanere impigliata nella ragnatela tattica di Kenin. Risultato finale: 5-7, 6-3, 6-4 per Martic.

Lascia i campi di Church Road anche Petra Kvitova, che deve quindi rimandare al 2021 la speranza di fare tris a Wimbledon. Anche lei vittima di Jelena Ostapenko, che in questi Championships ha già sconfitto tre teste di serie: prima Bencic (numero 8), poi Strycova (numero 32), ora Kvitova (numero 12).

Come detto, non ho seguito il match per intero, ma rivedendo le fasi salienti al ritorno in sala stampa, sottolineerei questo: Petra è sembrata in controllo fino al 6-3, 3-3. Poi ha avuto un passaggio a vuoto nel finale di secondo set, che ha incrinato la sicurezza dei suoi colpi. Al contrario Ostapenko ha preso fiducia, e nella seconda parte del match è stata lei a diventare più incisiva (3-6, 6-3, 6-4). Risultato a sorpresa fino a un certo punto, visto che i precedenti fra le due giocatrici erano quasi in equilibrio (4-3 Kvitova).

Petra Kvitova – Wimbledon 2017

Pliskova contro Muguruza era un confronto fra ex numero 1 WTA. La partita prometteva molto, ma alla fine non ha offerto particolari emozioni. I precedenti fra Karolina e Garbiñe indicavano una chiara favorita (8-2 per Pliskova), e non ci sono state sorprese. Con un doppio 6-3 Pliskova ha confermato di trovarsi bene contro Muguruza; quello che forse merita di essere sottolineato è che con questo risultato Karolina raggiunge per la prima volta i quarti di finale a Wimbledon. Nel 2018 e 2019 gli ottavi le erano sempre stati fatali: due anni fa contro Bertens, lo scorso anno contro Muchova, nel memorabile match terminato 13-11 al terzo.

Per chiudere, la partita più attesa della giornata, rivincita della finale dello scorso US Open: Bianca Andreescu contro Serena Williams. Serena è partita meglio, con un primo set impeccabile soprattutto alla battuta. Grazie al servizio molto efficiente le è bastato un break per chiudere il primo set 6-3.

Ma nel secondo set Andreescu ha cominciato a rispondere più efficacemente, è riuscita a muovere di più il gioco mettendo in evidenza i limiti di Williams negli spostamenti. E così Bianca è arrivata a servire per il set sul 5-3. Ha perfino mancato di un soffio un set point (il nastro ha bloccato un dritto in avanzamento che sarebbe stato vincente). Scampato il pericolo, Serena ha reagito e forzato la decisione del set al tiebreak. Bianca però non si è abbattuta e lo ha vinto con un certo margine (7-3).

Pareggiati i conti, sullo slancio Andreescu si è portata avanti di un break all’inizio del terzo set. Poi ha perso il vantaggio, ma l’ha di nuovo riottenuto, riuscendo alla fine a chiudere 3-6, 7-6, 6-4. A conti fatti Andreescu è ancora imbattuta su tre confronti avuti con Serena Williams, e si presenta come unica Top 10 sopravvissuta nella parte alta del tabellone. Ecco il riepilogo degli ottavi di finale:

a pagina 2: I quarti di finale

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