Cosa rimane del 2020: e se si giocasse in off-season?

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Cosa rimane del 2020: e se si giocasse in off-season?

Stagione a metà: da agosto ad ottobre. Con la missione impossibile del recupero dei tornei. Internazionali a settembre o ottobre? Indian Wells prima o dopo le Finals?

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Federer e Nadal - Match in Africa 6

L’emergenza legata alla pandemia di COVID-19, la malattia causata dal coronavirus, ha letteralmente sconvolto la stagione del tennis. Dapprima è saltato il Sunshine Double, ovvero i prestigiosissimi tornei di Indian Wells e Miami. Poi, dopo qualche esitazione soprattutto da parte della WTA, è stata annullata l’interra tournée sulla terra rossa europea, ricca di eventi di grande importanza e tradizione come Montecarlo, Madrid, Roma e Stoccarda, e necessaria preparazione per il secondo Slam stagionale, il Roland Garros – che nel frattempo ha traslocato a fine settembre. A breve, stando alle rivelazioni di una fonte ben informata, il vice-presidente della federazione tedesca Dick Hordoff, probabilmente verrà annunciata anche la cancellazione della stagione sull’erba, incluso ovviamente Wimbledon.

E quindi cosa rimane? Si possono fare delle ipotesi basate su un possibile calendario ridotto che vada da luglio fino alla fine dell’anno, intendendo letteralmente la fine dell’anno solare. Secondo Cristopher Clarey, noto giornalista del New York Times, nel caso in cui si decida di provare a riprendere quest’anno ATP e WTA potrebbero voler recuperare più eventi possibili, cancellando di fatto la off-season. Tra quelli che non hanno ancora annullato l’edizione 2020, la priorità andrebbe presumibilmente ai tornei più importanti, partendo dunque da Slam, Masters 1000 e Premier nei rispettivi circuiti per poi considerare tutti gli altri. Peccato che alcuni tornei, per quanto importanti, non possono essere disputati in altri periodi, in primis per questioni climatiche. Ad esempio come lo stesso Hordoff ha suggerito, giocare Wimbledon in autunno non è possibile. 

Quindi per immaginare come si potrebbe svolgere una tale mini-stagione e quali tornei si possano effettivamente sistemare in altre collocazioni bisogna tenere conto di due criteri: l’importanza del torneo e la possibilità effettiva che il torneo possa avere luogo in altre date. Proviamo a farlo. 

Al momento, per quanto ne sappiamo, la carovana del tennis dovrebbe ripartire ad inizio luglio. Sembra difficile che la stagione riparta già in piena estate considerando l’aumento esponenziale della diffusione del virus a livello globale. Inoltre, va sottolineato come di solito luglio sia un mese di transizione nel calendario del tennis, con una serie di eventi non di primissimo piano che renderebbe meno doloroso un ulteriore rinvio della stagione. Il circuito ATP si divide tra tornei sulla terra rossa europea in mezzo ai quali spicca il 500 di Amburgo, un appuntamento di grande tradizione ma che negli ultimi anni ha perso enormemente appeal, e un paio di tornei americani su cemento. La WTA segue un percorso simile e non c’è nemmeno un Premier in programma. L’evento clou dovevano essere le Olimpiadi di Tokyo ma sappiamo come è andata a finire. E anche per questo viene da pensare che questi tornei abbiano i giorni contati. 

E così si piomba ad agosto. Ovvero il mese della tournée americana sul cemento, composta da due grandi combined (Rogers Cup e Cincinnati) e altri eventi di rilievo (Washington e San José su tutti), che va a concludersi con gli US Open, terzo Slam stagionale. Insomma, un periodo molto intenso e ricco di tornei che contano molto per il ranking, per gli sponsor, per le televisioni: per tutti. E che non possono essere rimpiazzati da altri. Se la stagione 2020 ripartirà, è presumibile e naturale che riparta da agosto. Peraltro, è il mese in cui si presume ricomincino i principati campionati di calcio, tanto per dire. Se il tennis non ripartirà da qua, allora potrebbe veramente non ripartire più. O quantomeno ci si interrogherebbe sul senso di una stagione in cui non vengono più giocati Slam nel loro periodo prestabilito. 

Novak Djokovic e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

Scartando questi scenari più pessimistici, si arriverebbe a settembre inoltrato. Il mese della discordia. Iniziata dal Roland Garros, che in maniera totalmente unilaterale, ha deciso di riprogrammarsi a fine mese, nelle settimane che vanno dal 20 settembre al 4 ottobre. Nessuno può impedire al presidente della FFT, Bernard Giudicelli, di organizzare l’evento, se non le autorità pubbliche francesi. Al massimo ATP e WTA possono decidere di non attribuirgli punti. Come è ben noto, le nuove date del Roland Garros coincidono con quelle della Laver Cup, mega evento di esibizione organizzato da Roger Federer, che mette di fronte i migliori giocatori europei contro quelli del resto del mondo. Tramite un comunicato ufficiale, la Laver Cup ha comunicato l’intenzione di non muoversi da quelle date e da Boston, la sede designata per la quarta edizione.

Inoltre, mentre il calendario ATP è abbastanza povero di tornei importanti, in quelle settimane la WTA è già nel pieno del suo asian swing, con ad esempio il Premier 5 di Wuhan, l’epicentro del coronavirus, curiosamente. Considerando il clima di guerra che c’è tra le istituzioni del tennis e Giudicelli, Steve Simon, chairman della WTA, non vorrà rinunciare alla sua gallina (orientale) dalle uova d’oro. E così i top player potrebbero ritrovarsi a scegliere tra (da una parte) Roland Garros e Laver Cup/Asian Swing (dall’altra). L’Open di Francia può giocare la carta del prestigio di uno Slam, ma pagare a caro prezzo l’eventuale mancanza di punti così come la transizione sulla terra. 

E poi c’è la “questione romana”. Angelo Binaghi, presidente della nostra federtennis, sembra determinato a mettere in piedi gli Internazionali d’Italia ad ogni costo. Nella loro forma attuale, sulla terra rossa, avrebbero senso in preparazione al Roland Garros ma c’è sola una settimana di break tra gli US Open e il Roland Garros nelle nuove date. Inoltre, se Parigi potrebbe valere la messa (il cambio repentino di superficie da US Open a French Open) per alcuni giocatori, per Roma il trade-off è meno convincente. Infine, anche qua viene da chiedersi: ATP e WTA ingoieranno il rospo di un grosso combined ‘sacrificato’ come evento in preparazione di un Roland Garros che potrebbero voler boicottare? Tanto dipenderà quindi anche dallo sviluppo di questi delicati rapporti politici tra istituzioni, attualmente ai minimi termini. Insomma, l’ipotesi degli Internazionali d’Italia a settembre sembra assai poco percorribile.

Il campo Pietrangeli, al Foro Italico di Roma

A pagina due (clicca QUI per leggere) l’ipotesi di giocare in off-season: pro e contro

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Perché Djokovic dovrebbe fare più attenzione a quello che dice

Risposta breve: perché è un riferimento per milioni di tifosi che lo ascoltano, e ha delle responsabilità. La risposta lunga è nell’articolo

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Novak Djokovic - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Jose Manuel Alvarez / Kosmos Tennis)

L’incertezza. È con essa che ci troviamo spesso a fare i conti quando analizziamo una situazione o dobbiamo prendere decisioni ponderate. A volte il problema è la scarsezza di informazioni disponibili; a volte, solo all’apparenza paradossalmente, è l’abbondanza di informazioni – soprattutto quando sono contraddittorie e non abbiamo tempo o strumenti per valutarne la fondatezza.

L’incertezza si è presentata in tutta la sua forza con la pandemia di COVID-19; fin dall’inizio che possiamo forse far coincidere con lo scontro sui social dei due virologi Burioni e Gismondo. Da allora – e sono passati meno di tre mesi – si susseguono domande per le quali vogliamo risposte certe che, viceversa, faticano ad arrivare, a partire dalla posizione ambigua dell’OMS sulle mascherine ai tempi di permanenza del coronavirus sulle diverse superfici e con quale carica virale. Non sappiamo se ci si possa ammalare di nuovo e dopo quanto tempo, contiamo i giorni sul calendario fino a quello, sconosciuto, del vaccino o della cura.

Ci domandiamo, immaginando una qualche normalità raggiunta nel giro di qualche mese almeno a livello nazionale, se dobbiamo aspettarci una nuova ondata con l’arrivo dell’autunno. Siamo perplessi sul perché alcuni Paesi siano stati colpiti molto più di altri pur con simili condizioni, e contraddittorie si stanno rivelando le analisi demografiche, culturali, ambientali, come riporta The New York Times. Di sicuro, quei termini entrati prepotentemente nel nostro vocabolario – misure draconiane, lockdown – sono estremamente efficaci per il contenimento dei contagi, ma il prezzo da pagare, lo stiamo vedendo, è estremamente alto.

 

In questo clima già pregno di incertezza “istituzionale”, a complicare ulteriormente la situazione si inseriscono fake news e “catene” rilanciate sui social media. Dopo la lista, relativamente innocua, delle imprescindibili applicazioni domestiche dell’acqua ossigenata e del bicarbonato, capaci grazie alle loro fantomatiche caratteristiche di liberarci da ogni problema, un discorso ben diverso deve essere fatto quando si tratta di indicazioni che possono avere effetti sulla salute degli individui. Se la condivisione di informazioni di questo tipo dovrebbe essere informata al principio della massima cautela da parte di ognuno di noi, è indispensabile un’attenzione infinitamente maggiore da parte di chi sa di venire ascoltato da una moltitudine di persone.

Un esempio è lampante: a Washington, Trump parla di un rimedio contro il virus e in Arizona un uomo muore per aver assunto (qualcosa che assomigliava a) quel “rimedio”. Causalità diretta, non effetto farfalla. Paura, incertezza e, come dicevamo, mancanza di adeguati strumenti per distinguere la realtà dalle ipotesi se non dalle sciocchezze.

Poiché qui si parla di tennis (non pareva, finora), non possiamo non soffermarci su Novak Djokovic. Nelle ultime settimane, il numero uno del mondo si è fatto purtroppo notare in un paio di infelici occasioni, oltre che per le lodevoli e ingenti iniziative filantropiche. Non ci riferiamo alla violazione delle restrizioni in Spagna, certamente frutto di un fraintendimento e che non ha fatto correre rischi concreti a nessuno, per quanto non si debba ragionare in questi termini di fronte alle norme di legge; d’altra parte, un fatto di “entità” simile in Argentina avrà probabilmente ben altre conseguenze.

Come riportato dai media serbi, Nole ha prima dispensato “dieci consigli per la lotta contro il coronavirus”, a quanto sembra ricalcando alcune delle più note bufale (presunti rimedi ufficialmente smentiti) circolate negli ultimi tre mesi, tra acqua calda con limone, aglio e vitamina C da assumere regolarmente. Siamo d’accordo che bere un appetitoso bicchiere d’acqua calda con limone appena alzati non faccia alcun male e mai ci azzarderemo a contraddire chi garantisce di aver smesso di ingrassare dopo aver sostituito la solita colazione a base di mezzo chilo di panettone con il prezioso liquido. E certo l’aglio tiene a distanza sociale (anche) chi è contagioso. Ma, come abbiamo visto, per dieci, cento, mille persone che ci ridono sopra, ce n’è una che ci crede e abbassa la guardia convinta di essere invulnerabile al contagio o, almeno, alle complicanze più gravi.

Per ultima è arrivata la sua diretta Instagram con Chervin Jafarieh, fondatore del brand ‘Cymbiotika’ che vende integratori alimentari (anche piuttosto costosi) a cui sono associati effetti benefici sulla salute: riduzione degli stati d’ansia, potenziamento del sistema immunitario, azione rigenerante sul sistema nervoso. Jafarieh condivide con Djokovic l’approccio olistico alla salute e, a quanto pare, anche alcune opinioni… un po’ particolari. Nel corso della diretta, i due si sono detti convinti che le molecole d’acqua reagiscano alle nostre emozioni, diventando positive o negative in base allo stato d’animo. Questa teoria della ‘memoria dell’acqua’, che appartiene alla medicina omeopatica, è stata cavalcata dallo pseudo-scienziato giapponese Masaru Emoto, autore di un best seller sull’argomento (‘The Hidden Message In Water‘) pur senza avere alle spalle studi scientifici. Non sembra particolarmente difficile riscontrare la mancanza di evidenze sull’argomento.

Nel mezzo, c’è stata la presa di posizione dal sapore “no-vax” su Facebook. La dichiarazione perentoria “personalmente sono contrario alle vaccinazioni” ha scatenato inevitabili polemiche. A stretto giro di posta è allora arrivata una nota dello stesso Novak che, lungi dallo smentire o confermare la sue idee sui vaccini in genere, dribblava l’argomento concentrandosi piuttosto sulla sua contrarietà a vaccinarsi contro il COVID-19 per poter viaggiare. Per l’argomento che stiamo trattando, il passo fondamentale di quella nota è “ho espresso le mie opinioni perché ne ho il diritto”. Una frase semplice, addirittura scontata, eppure colma di implicazioni.

Evidentemente, su un determinato argomento (o anche su tutti) ognuno ha diritto alla propria opinione. O a quella di una catena di Whatsapp. In definitiva, il pensiero è libero. Diversa è però la manifestazione di quel pensiero, in Italia diritto costituzionalmente protetto e pilastro fondamentale di ogni democrazia. Questa libertà non è assoluta e incontra appunto dei limiti fissati dalla legge, per cui, ad esempio, non ci si può avvalere del diritto di manifestare il proprio pensiero per diffamare impunemente o istigare a delinquere, né turbare l’ordine pubblico con notizie false, esagerate o tendenziose. Indubbiamente, accanto a casi semplici, scolastici, esiste una zona grigia e potenzialmente pericolosa per illuminare la quale – senza alcun dubbio – non disponiamo degli ormai famosi strumenti.

Ma abbiamo almeno la moderata certezza che debba comunque esistere un altro limite. Un limite che ha a che fare con il senso di responsabilità di ognuno. E, va da sé, più ampia è la platea in ascolto, più attenzione e senso di responsabilità si rendono necessari.

Novak Djokovic ha chissà quanti milioni di fan – 8,7 milioni di follower su Twitter, per dire – ed è il numero uno della classifica mondiale. Quindi, fermi restando gli approcci olistici, le diete e tutto quanto attiene alla sua sfera privata, soprattutto in questo momento di crisi globale non è forse opportuno – di più, ineludibile – che Nole non contribuisca ulteriormente al clima di confusione e incertezza? Che impari a distinguere tra convinzioni personali ed evidenze scientifiche quando parla a milioni di persone? Insomma, che si faccia carico delle responsabilità che competono a chi è nella sua posizione.

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Di che stile sei?

Viaggio storico… ed evoluzionistico, da Darwin a Federer e Nadal, passando per Agassi e Sampras, Borg e Kuerten. L’idea eterea di Henin

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Rafa Nadal e Roger Federer - Wimbledon 2008 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Lui è Charles Robert Darwin, biologo, zoologo e botanico di fama vissuto nell’Ottocento. Loro sono Nadal, Djokovic, Federer e Murray, tennisti di spicco dell’era moderna. In comune hanno l’origine della specie, un’infinità di dati raccolti qua e là dallo scienziato per formulare, sfidando le ire del clero, che le specie animali e vegetali variano i caratteri e si evolvono secondo un processo di “selezione naturale”. Il luminare britannico pensò di teorizzare che membri dello stesso gruppo finiscano per inseguire pensieri diversi pur provenendo da un antenato comune.

Chissà chi fu il primo ominide colto a brandire in modo improprio qualcosa che somigliasse a una futura racchetta; quello a cui addossare l’onere di essere l’avo di tutti i tennisti. Forse non andava oltre una clava, l’oggetto agitato dal preistorico Homo, e quei movimenti esibiti con fanatica veemenza rincorrevano più la necessità di sfamarsi che non la boria di ambizioni sportive. Vabbè, amen: chiunque egli fosse, sappia che da lui hanno preso spunto fiotte di randellatori che, a seguito di selezione naturale, giungono a noi sotto evolute spoglie di giocatori ricchi e famosi. Dice Darwin: “Esiste una lotta continua per la sopravvivenza all’interno della stessa specie. Sopravvivono soltanto gli individui più favoriti, quelli meglio strutturati per giungere alle risorse disponibili, ottenendo un vantaggio riproduttivo sui soggetti meno adattivi”.

Non c’è dubbio che anche nel tennis la teoria abbia fatto il suo corso approdando a giocatori di grande tecnica, alti, muscolosi e dalle menti indistruttibili. La selezione è rimasta fedele al suo copione proponendo, ai giorni nostri, qualcosa che attiene più a un videogame che non a uno sport di manovra com’era alle origini. Tutto in un ventaglio di stili che nel tempo ha riprodotto tipologie di gioco diverse tra loro e modelli di riferimento ai quali far risalire il processo evolutivo. Così osserviamo che Nadal è un mancino meno evoluto rispetto a Laver e McEnroe, mentre è il modello avanzato di Connors, Vilas e Muster. Da par suo, Djokovic è una mutazione in meglio di Borg senza avere la magia di Andre Agassi. E se Federer ha replicato in meglio la perfezione regale di Pete Sampras, Murray potrebbe essere l’esaltazione di Gattone Mecir.

La storia racconta di folgorazioni arrivate a Darwin osservando uccelli alle Galapagos. Noi i nostri bravi fulmini li abbiamo guadagnati ai bordi di cento, mille campi, spiando match di ogni risma allo scopo di assortire giocatori per analogie e scovare il nesso tra un tennis e l’altro.

Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

L’abito o il monaco?

Tutta questa filippica per confermare che, anche nel tennis, la storia dell’abito e del monaco gode di una sua verità. Questione di stili! Così non sembri bizzarro che taglie extralarge alla Nadal siano inchiodate al catenaccio invece che andare a rete a mostrare muscoli in esubero. O che, al contrario, uno come Laver si sia proiettato in avanti con aria da gigante pur essendo a malapena un mid-size. Accade quando l’abito è ingannevole rispetto al monaco che ci sguazza dentro. Non faceva una grinza, invece, la tonaca di Higueras, Solomon e Dibbs indossata a pennello nel seminato di un tennis pedalato che metteva d’accordo anima e corpo. E più che un umile saio, trattasi di sciccoso frac quello indossato da Sampras e Federer, nel loro gioco a tutto tondo.

A dispetto di quell’unico avo armato di clava, siamo tutti diversi e scava scava, ognuno finisce col somigliare a un modello di gioco! Timido, esuberante, composto, istintivo, metodico e chissà quant’altro potrebbe suggerire una personalità agonistica. In mano a Freud lo stile sarebbe stato un connubio tra corpo e anima da consumare in un’alcova. Un connubio indissolubile che spinge l’istinto tra le braccia di uno stile prediletto. È la palla a far da tramite tra il dire e il fare e ogni uomo con racchetta in mano si completa in alcune geometrie piuttosto che in altre diversificandosi dagli altri.

Uno stile da indossare soprattutto in corso d’opera. “Fai il tuo gioco”, sentii urlare alle mie spalle al torneo di Montecarlo di qualche anno fa. Autore di tanto chiasso, un tifoso sulla cinquantina, nascosto dietro occhiali da sole e insaccato sotto un Panama beige, inviperito poiché a suo dire Guga Kuerten stava facendo un uso esagerato del dritto snobbando il suo bellissimo rovescio. Con entusiasmo misto a rabbia, l’acceso tifoso aveva gridato la più semplice delle verità: esaltare i punti forti limitando i deboli al minimo sindacale. Neanche l’avesse sentito, il brasiliano rientrò nei suoi panni usando al meglio l’arma più letale del suo arsenale. Alzò il ritmo sublimando aperture a tutto campo e gratificò il ritmo con fruttuose incursioni a rete. Riportò il match, mostrando che al proprio stile non si rinuncia neanche con una pistola alla tempia.

Guga Kuerten deve decidere in quale angolo far morire il suo fantastico rovescio

Storie di stili, storie di personalità!

Quando Chris Evert arginava le discese di Navratilova non andava in onda soltanto un duello tra attacco e passante ma soprattutto un confronto tra muscolarità e grazia, impeto e raziocinio. Così come, tra Panatta e Borg, scendevano in campo differenti filosofie di vita. Da un lato la curiosità di scoprire cosa bollisse a ridosso della rete, dall’altra l’emotività silenziosa districata nel garbuglio di rimbalzi giocati in fondo campo. Tra McEnroe e Lendl più che un confronto tra attacco e difesa era una guerra tra mondi agli antipodi: la genialità di un tennis pieno di riccioli iracondi contro quello metodico e monocorde di un volto senza età che richiamava da vicino quello del conte Dracula.

Tra Steffi Graf e Monica Seles si accendeva un duello dal sapore antico tra il gioco classico a una mano e quello ambidestro, talentuoso e dispendioso. E mentre Justine Henin inseguiva l’idea eterea che il tennis ortodosso di stampo vallone fosse migliore di quello bimane e fiammingo di Clijsters, Serena Williams azzerava ogni alter ego portando in campo il culto del primo colpo. Tra Agassi e Sampras andava in onda l’attacco da dietro contro quello in avanti ma anche i colori del gaudente Kid di Las Vegas, le sue macchine sgargianti, l’aereo personale e i flirt con sventole dello star system contro il talento cristallino di un eroe del Maryland, amante più del suo privato che di un mondo impiccione e gossipparo.

Oggi, dopo attenta selezione, il tennis si dimena tra quattro stili. In Federer alberga il lirismo più leggiadro mentre in Nadal trabocca l’impeto agonistico. Djokovic è figlio del pensiero razionale e guarda ai punti come a righe di un romanzo mentre Murray vede nel tennis teoremi di geometria pura.

 

I nuovi ominidi

Non c’è più Darwin a cui chiedere lumi sugli ominidi di domani ma la domanda è se Zverev, Tsitsipas, Medvedev e compagnia saranno l’evoluzione dei meravigliosi quattro Fab. Non azzardo previsioni, dico solo che se al processo selettivo continueranno a sopravvivere i più forti non è detto che siano comunque i più gradevoli. E se il domani sarà terra di conquista per supereroi oltremodo muscolati, speriamo almeno che la selezione naturale non ci privi della minoranza talentuosa che buca il video e delizia il tennis con la bellezza dei suoi gesti.

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I due piani di diseguaglianza del tennis: da Djokovic a Serena, passando per il n.500

Si lamentano i tennisti più bassi in classifica e le donne, chiedendo la stessa cosa: una distribuzione più equa dei soldi. Hanno ragione? E la situazione si può risolvere? Vediamo qualche numero, tra ATP e WTA

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Novak Djokovic e Serena Williams - Rally for relief, Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Allo scopo di identificare quanto sia in salute uno sport, sono tanti gli indicatori che possono essere presi in esame. Questi indicatori ruotano attorno a due macro-categorie di analisi: la prima misura il massimo potere di fuoco di uno sport, prendendo in esame i tornei più ricchi e i giocatori meglio pagati, la seconda si riferisce alla sua capacità di far vivere dignitosamente i giocatori che compongono la base dell’attività professionistica. Per dirla con un adagio, si stima la forza di una catena misurando la resistenza del suo anello più debole.

Il piano d’analisi di questo articolo è il secondo, la teoria della catena. Ci addentreremo un po’ nelle due diseguaglianze che caratterizzano il mondo del tennis: la sproporzione di ricchezza tra piani alti e piani bassi della classifica e la differenza di guadagni tra uomini e donne.

LA PRIMA DISEGUAGLIANZA – Lo sbilanciamento top-down è un argomento di estrema attualità in questi giorni, per via della proposta di sostegno in favore dei tennisti che occupano le posizioni più basse di classifiche (e relativi disaccordi, quelli di Thiem e Hewitt principalmente). Il semplice fatto che questa proposta – partita da Djokovic – sia stata avallata dall’ATP significa che l’associazione dei giocatori riconosce l’esistenza del problema.

 

Il rimbalzo che raccogliamo è quello della pallina lanciata sul Financial Times dal corrispondente sportivo Murad Ahmed, autore di quest’articolo corredato da una serie di grafici che riportiamo di seguito. Le cifre si riferiscono al montepremi guadagnato dai giocatori compresi nella top 500 del money rank ATP e WTA della scorsa stagione, classifiche capeggiate rispettivamente dai numeri uno di fine anno Nadal (oltre 16 milioni) e Barty (11,3 milioni – più del doppio di quanto aveva guadagnato in carriera fino al 2018).

(grafico realizzato dal Financial Times – CLICCA PER INGRANDIRE)

Seguiamo le evidenze del grafico. Il 250esimo tennista ha incassato un lordo di 124.000 dollari (ricordiamo: sono tutti importi da tassare) mentre la 250esima tennista si è fermata a 80.000 dollari. I dati più rilevanti riguardano la percentuale di giocatori – il 45% – che ha guadagnato meno di 100.000 dollari e la percentuale di giocatrici che addirittura non hanno superato i 50.000 dollari, il 41% del campione preso in esame.

Circa un quarto dei tennisti non ha raggiunto i 40.000 $ di prize money e un quarto delle tenniste è rimasta sotto la soglia del salario annuale medio di Grecia e Cile, non esattamente due superpotenze economiche, che si attesta attorno ai 27.000 dollari. Da questo punto di vista la sproporzione è evidente, poiché appena una manciata tra i top 500 del money rank maschile (meno di dieci) ha guadagnato meno di 25.000 dollari.

DIFFERENZE TRA ATP e WTA – Questo scarto ci collega alla seconda diseguaglianza, quella tra (i montepremi di) tennis maschile e femminile. Anche questa è una questione piuttosto dibattuta, che cominciamo ad affrontare dicendo che dieci dei tredici grandi tornei del calendario maschile sono combined e sette tra questi (i quattro Slam, Indian Wells, Miami e Madrid) propongono una perfetta parità di montepremi.

Il modo corretto di procedere in quest’analisi è confrontare i tornei di categorie analoghe per assegnazione di punti: Masters 1000 con Premier Mandatory e Premier 5, ATP 500 con Premier semplici, ATP 250 con WTA International. Il primo scalino (mica tanto -ino) lo troviamo confrontando i tornei che compongono gli eventi combined di Roma, Cincinnati e Rogers Cup, nei quali il montepremi non è parificato perché il torneo maschile è un Masters 1000 mentre quello femminile è un Premier 5, e assegna 900 punti alla vincitrice invece che 1000. Nonostante uno scarto così piccolo in termini di punti, la differenza economica è molto più ampia: a Roma il montepremi maschile supera quello femminile del 68%, in Canada del 123% e a Cincinnati addirittura del 128%.

L’esistenza di questa categoria di tornei intermedi dimostra in qualche modo l’impossibile da parte del circuito femminile di sostenere nove tornei paragonabili ai Mille, poiché l’appartenenza a una determinata categoria implica che il montepremi non può scendere sotto un limite minimo. Tolti i Mandatory insomma, la cui parità di montepremi è in qualche modo ‘imposta’, tra 1000 e Premier 5 non c’è partita.

Così come non c’è partita tra ATP 500 e Premier e nemmeno tra ATP 250 e WTA International. Il 500 più ‘povero’ è quello di Rio di Janeiro e nel 2019 ha comunque offerto un montepremi quasi doppio (1,759,905 $) rispetto al Premier più ricco, quello di Mosca (966.900 $); il montepremi base di un ATP 250 (586.140 €, al cambio attuale circa 650mila dollari) doppia quello di tutti i WTA International (250.000 dollari) ad eccezione di Shenzhen, che come tutti i tornei asiatici merita un discorso a parte. Basti pensare che la città cinese nel 2019 ha ospitato prima l’evento minore di gennaio, elargendo un montepremi di oltre 600mila dollari, e poi a fine ottobre ha organizzato la prima edizione delle Finals mettendo a disposizione delle giocatrici la cifra record di 14 milioni – del tutto sproporzionata rispetto al modesto ritorno economico generato dalla competizione.

Un ulteriore spunto di analisi lo offre uno studio pubblicato da tre ricercatori della University of the South (Tennessee), istituto di formazione accademica che fa capo a 28 diocesi della Chiesa Episcopale negli Stati Uniti del Sud. Il dataset è composto da alcuni tornei del triennio 2017-2019 e cerca di identificare quali sono i fattori che incidono maggiormente sul gap di montepremi tra circuito maschile e femminile, prendendo in esame il paese di disputa del torneo, la superficie e la distanza in giorni dal successivo torneo dello Slam. I dati su cui si basa lo studio non sono ben circostanziati, ma di sicuro non sono stati presi in esame tutti i tornei, poiché il montepremi maschile minore nel dataset (745.940 dollari) non equivale a quello del torneo meno ricco su piazza, come abbiamo già visto.

Ad ogni modo, la conclusione recita che al diminuire della distanza temporale dello Slam successivo aumenta la discrepanza percentuale di montepremi tra ATP e WTA e anche la superficie è un fattore (la differenza è molto più marcata sul cemento). In un certo senso, questo modello di regressione conferma quanto emerso dalla nostra analisi: i tornei più vicini agli Slam sono quelli di categoria inferiore, spesso tornei non combined nei quali emerge la difficoltà della WTA di tenere alti il montepremi quando gli introiti in termini di sponsorship e diritti TV sono sistematicamente inferiori ai corrispettivi maschili.

Immagini del defunto torneo WTA di Lugano

CONCLUSIONI – Se queste due diseguaglianze nel tennis esistono, e lo abbiamo confermato, resta ora da capire se sono risolvibili. Ed eventualmente a che prezzo.

Per quel che attiene allo sbilanciamento dei guadagni tra piani alti e piani bassi della classifica è stato lo stesso Andrea Gaudenzi a dire che si può fare di più e si può fare meglio, poiché i montepremi sono rimodulabili ed è possibile decurtare i premi maggiori in favore di quelli minori, in ottica redistributiva.

Forse lo stesso non si può dire dello sbilanciamento tra ATP e WTA. Come abbiamo visto, la parità di montepremi in alcuni tornei è stata imposta da pressioni socio-culturali – quasi eterodiretta – più che dettata spontaneamente da circostanze favorevoli di mercato. Per farla breve, nessuno ha stimato che la rassegna femminile potesse contribuire al fatturato del torneo esattamente per il 50% – e non è ragionevole crederlo per nessun torneo. Oggi non è più possibile discernere con precisione quale sia il contributo economico del torneo femminile all’interno di un combined ‘simmetrico’, ma ci si può ancora fare un’idea del diverso potere di fuoco guardando ai tornei gestiti unicamente dalla WTA. Il bacino d’utenza è inferiore e lo sono di conseguenza le possibilità economiche (specie in termini di diritti TV: Rogers Cup docet) e il margine di allargare i montepremi.

Qualcuno può obiettare che si tratta di un difetto culturale, che educando lo spettatore a guardare tennis maschile e femminile in egual misura si contribuirebbe a colmare il gap d’interesse e di conseguenza quello economico. Ma fino a che punto si può (o si deve) intervenire forzatamente sui gusti del consumatore, quando si parla di intrattenimento? A differenza del gap salariale in contesti in cui uomo e donna svolgono la stessa mansione, ingiustificato al punto che si può e si deve intervenire con strumenti legislativi per sanarlo, nel tennis le cose stanno diversamente.

Che uomo e donna raggiungano livelli di eccellenza atletica non comparabili è facile dedurlo dal fatto che, nel momento in cui il tennis ha smesso di essere uno sport borghese da giardino per diventare una vera disciplina agonistica, sono state create competizioni separate. Non con intenti divisivi, ma – come per ogni sport – per garantire alle donne stesse la possibilità di affermazione fisico-tecnica, e dunque economica. Se da questo è scaturita una differente esposizione mediatica, in parte è ascrivibile a un modo di intendere la società in senso patriarcale – ma la correzione culturale è in atto da anni – e in parte al fatto che il gesto maschile è percepito in senso assoluto come un gesto più difficile, quindi più spettacolare.

Una soluzione salomonica sembra essere dunque l’unione tra ATP e WTA, che nei fatti porterebbe sul lungo periodo a considerare il tennis come unica entità, senza la distinzione attuale tra tennis maschile e femminile. La completa parità di montepremi sarebbe – in questo caso sì – una naturale conseguenza, poiché ogni voce di bilancio (ticketing, sponsor, diritti TV) diventerebbe unica per i due circuiti e le decisioni verrebbero prese tutte allo stesso tavolo. Sarebbe una correzione cosciente, e forse persino un modo per rendere il tennis più competitivo al cospetto di leghe sportive che hanno ancora un potere di attrazione molto superiore a quello del tennis. Se unione sarà, verrà fatta sicuramente con un obiettivo: fare in modo che il risultato finale sia più che una semplice somma di due addendi.

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