I re del Roland Garros: buon compleanno Orso Borg

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I re del Roland Garros: buon compleanno Orso Borg

La leggenda svedese compie 64 anni: riviviamo la sua straordinaria carriera al Roland Garros, battuto solo da Adriano Panatta (due volte) in otto partecipazioni

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Bjorn Borg e e Victor Pecci - Finale del Roland Garros 1979

Ci sono atleti che per maestria tecnica, successi, personalità e carisma, rappresentano delle pietre miliari dello sport. Il tennista svedese Bjorn Rune Borg, del quale ricorre oggi il sessantaquattresimo compleanno, appartiene a questa sparuta schiera di eletti. Ad avviso di chi scrive Borg è uno dei tre giocatori più importanti di tutti i tempi; gli altri sono “Big” Bill Tilden e Jack Kramer. Ognuno di loro impresse al tennis una spinta propulsiva in avanti di enorme importanza al punto che si può dire che dopo il loro avvento nulla fu più come prima, a parte forse le fragole con panna a Wimbledon.

Tilden fu l’uomo che trasformò il gioco del tennis in uno sport, Kramer lo industrializzò e Borg lo proiettò nell’era moderna sia dentro sia fuori dal campo.

Per quanto riguarda la dimensione sportiva il suo modo di colpire la palla con rotazioni estreme sia con il diritto sia con il rovescio bimane (o più esattamente a una mano e tre quarti) e la cura minuziosa dedicata alla preparazione atletica costituiscono ancora oggi e probabilmente costituiranno ancora a lungo uno standard di riferimento per la maggior parte dei professionisti; se estendiamo l’analisi del suo impatto al di là del rettangolo di gioco dobbiamo infine prendere atto che se il tennis da oltre 40 anni non è più considerato un hobby per le élite bensì uno spettacolo globale, ciò è principalmente dovuto alla sua personalità fortemente carismatica.

 

Si può discutere se le novità introdotte da Borg siano state un bene o un male per il tennis; ma è indiscutibile il fatto che siano riconducibili a lui. Personalità carismatica e tecnica innovative non sarebbero però bastate a proiettare Borg nel mito se ad esse non si fossero aggiunte le vittorie; anche sotto questo profilo Borg fu impareggiabile. In un arco temporale che va dal debutto nel circuito professionistico avvenuto nel 1973 e il suo ritiro virtuale del 1981 (quello ufficiale avvenne due anni dopo ma nel 1982 e nel 1983 disputò soltanto il torneo di Montecarlo) Borg conquistò 66 tornei in singolare tra i quali spiccano per importanza 6 Roland Garros e 5 Wimbledon.

A livello di squadra Borg debuttò in Coppa Davis nell’aprile del 1972 contro la Nuova Zelanda a 15 anni e 10 mesi di età e fu poi determinante nella conquista della prima coppa della storia della Svezia, avvenuta nel 1975. È più semplice fare l’elenco di ciò che manca nel suo palmares: lo US Open, torneo in cui giunse in finale quattro volte e – in subordine – l’Australian Open, che però disputò solo nel 1974.

Tornando alle 11 vittorie conquistate nei tornei dello Slam è difficile dire se siano più significativi i successi parigini o quelli londinesi; molti propendono per la cinquina sull’erba dal momento che per ottenerla Borg dovette adattare il suo gioco ad una superficie che – a differenza della terra rossa – non gli era congeniale per abilità innata. Ma dal momento che in una realtà ucronica non devastata dal coronavirus oggi a Parigi, in coincidenza del suo compleanno, si sarebbe disputata la finale del torneo singolare femminile, noi concentreremo la nostra attenzione sul Roland Garros.

Borg e Roland Garros costituiscono un binomio indissolubile al pari di Smith & Wesson. Abbiamo riassunto nella seguente tabella le sue performance in terra di Francia:

1973 1974 1975 1976 1977 1978 1979 1980 1981 V-S
Ottavi V V Quarti ND V V V V 49-2

Solo un uomo è riuscito a vincere un numero maggiore di singolari a Parigi, il francese Max Decugis (il marziano atterrato in Spagna per un’avaria alla navicella spaziale non fa quindi testo). Non ce ne vogliano i francesi, ma crediamo che le otto vittorie del loro connazionale avvenute tra il 1903 e il 1914 abbiano un valore assoluto inferiore alle sei dello svedese. Soltanto Adriano Panatta è riuscito a batterlo in questo torneonel ’73 e nel ‘76. Per curiosa coincidenza sia nel 1973 sia nel 1976 lo sconfisse dopo averlo battuto nei due incontri precedenti.

La vittoria più impegnativa fu quella del 1974; Borg fu costretto per tre volte a giocare il quinto set, contro Van Dillen (che nel primo set degli ottavi gli rifilò un clamoroso 6-0), Ramirez e Orantes contro il quale in finale perse i primi due set per poi lasciargli due game nei restanti tre. Nell’edizione del ’75 smarrì un solo set contro Adriano Panatta in semifinale. Nel 1977, alla gloria di una terza possibile vittoria consecutiva, preferì i dollari americani e prese parte al World Team Tennis, un campionato a squadre che ancora oggi si disputa negli Stati Uniti.

La sua assenza diede così modo a Guillermo Vilas di fare strame dei suoi avversari (6-0 6-3 6-0 in finale a Gottfried). Vilas a Parigi ballò una sola estate. Nel 1978 Borg vi tornò e vinse la coppa dei moschettieri senza perdere neppure un set e lasciando agli avversari 32 game in 7 match. Nella semifinale dell’edizione del ’78 batté Corrado Barazzutti con il punteggio di 6-0 6-1 6-0; narra la leggenda che Barazzutti al termine del match al momento di stringergli la mano gli disse: “Peccato per quel game”. Il campione in carica in finale fece poco meglio del nostro connazionale: 6-1 6-1 6-3 lo score a favore di Borg.

Se qualche lettore desidera farsi un’idea più compiuta di ciò che significava affrontare Borg su terra rossa, gli suggeriamo di dedicare 2 minuti e 25 secondi del suo tempo alla visione delle immagini relative a uno scambio di 86 colpi avvenuto nel corso della finale citata. Non vi diciamo chi lo ha vinto per non rovinarvi la sorpresa.

Nel 1979 Borg non giocò al livello del ’78 ma non ebbe comunque mai bisogno del set decisivo per portare a casa la quarta coppa. Complessivamente zero set e trentotto game persi nel 1980 e quinto successo. Il sesto giunse l’anno successivo. Per Borg fu una passeggiata sino alla finale dove contro Ivan Lendl perdette gli unici due set dell’intero torneo. Quello fu l’ultimo incontro che disputò a Parigi. Nello stesso anno seguiranno le vittorie a Stoccarda e Ginevra. Furono le ultime in assoluto.

Gli spunti per scrivere ancora a lungo di Borg non mancano; dal suo sodalizio con il coach Lennart Bergelin alla tensione delle corde di budello tirate a 35 kg; dal sobrio matrimonio con Loredana Bertè, al tragicomico ritorno alle competizioni nel ’91 a Montecarlo con Donnay in legno e guru al fianco. Lasciamo ad altri il compito di farlo. L’autore di questo articolo si congeda augurando buon compleanno all’idolo della sua adolescenza a fianco del quale si inginocchiò metaforicamente un sabato pomeriggio di luglio del 1980.


Re e Regine del Roland Garros

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Omaggio a Paolo Lorenzi, che si ritira dal tennis

Il tennista senese ha annunciato il ritiro dopo la sconfitta nelle qualificazioni US Open – che eredità ci lascia?

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Paolo Lorenzi - US Open 2019 (foto John Martin)

La cronaca precede sempre il commento: Paolo Lorenzi ha deciso di ritirarsi in seguito alla sconfitta per 6-4 6-3 contro Maxime Janvier. Questa informazione non arriva come un fulmine a ciel sereno: nel 2021 le vittorie erano state solo sei a fronte di diciannove sconfitte fra tabelloni principali, qualificazioni e Challenger, mentre le rivoluzioni terrestri che spingono sulle articolazioni galoppano sempre più rapidamente verso le quaranta. “Quest’anno è stato tutto più difficile, ho avuto qualche infortunio, sapevo che il mio corpo non era più come prima”, ha detto dopo l’incontro, come riportato dalla Gazzetta dello Sport. Devi capire quando è il momento di finire”.

Ma Paolo Lorenzi è rimasto fedele a sé stesso, e prima di smettere si è regalato un ultimo colpo di coda nel torneo dello Slam che gli ha regalato più soddisfazioni. Al primo turno delle qualificazioni ha infatti battuto un altro veterano come Joao Sousa (tds N.27) per 7-6(5) 1-6 7-5, e lo ha fatto alla Paolo Lorenzi, vale a dire in quasi tre ore, vincendo ben quattordici punti in meno rispetto all’avversario e concedendo più del doppio delle palle break, in gran parte salvate.

Ha forse vinto immeritatamente? No, è semplicemente riuscito per un’ultima volta a fare affidamento sulle armi che l’hanno contraddistinto, su tutte una volontà di rimanere attaccato ai punti che ha spesso e volentieri sopperito alla mancanza di potenza e che l’ha reso uno working class hero della racchetta. E infatti Thomas Fabbiano, anche lui impegnato nel tabellone cadetto (battuto al primo turno da Laaksonen), l’ha celebrato scrivendo su Instagram: “Ultimo match in carriera? Neanche per sogno!”

 

Come detto, Flushing Meadows è di gran lunga il suo Slam preferito (e gli States il suo Paese d’adozione): negli altri tre ha complessivamente vinto cinque incontri senza mai superare il secondo turno, mentre nel main draw newyorchese ne ha portati a casa nove, quasi il doppio, raggiungendo gli ottavi nel 2017 (perse da un Kevin Anderson in procinto di raggiungere la prima finale Slam in carriera) e il terzo turno nel 2016 (quando per due set morse le caviglie ad Andy Murray, di lì a poco campione del mondo) e nel 2019 quando vinse due match infiniti con avversari le cui età complessive non raggiungevano la sua, prima di soccombere a Stan Wawrinka. Ogni volta che sono qui, sono felice, ecco perché ho scelto New York per ritirarmi, ha detto infatti dopo la sconfitta con Janvier.

Questi non sono gli unici risultati di rilievo: 110 vittorie e 185 sconfitte a livello ATP; un titolo a Kitzbuhel 2016 a quasi 35 anni (ha giocato quattro finali nel circuito maggiore, tutte sulla terra, la prima a 32 anni a Sao Paulo); ben 39 finali Challenger con 21 titoli fra il 2006 e il 2019; poche partite in Davis (nove in singolare e una in doppio) ma con tanti quinti set (con Cilic nel 2013, con Chiudinelli nel 2016 e in coppia con Fognini contro Del Potro/Pella sempre nel suo anno migliore). A questo si aggiunge il fregio di essere stato il numero uno d’Italia nel 2016: all’epoca la Top 100 vedeva lo Stivale rappresentato esclusivamente da lui al N.40, Fabio Fognini al N.49 ed Andreas Seppi al N.87, un’epoca decisamente lontana dai successi attuali e presumibilmente futuri.

Al di là di tutto, però, qual è l’eredità di Paolo Lorenzi?

I suoi match sono sempre stati connotati come degli emblemi di una certa scala di valori, e conseguentemente lui è sempre stato vissuto come un’epitome: l’epitome dell’abnegazione, l’epitome della capacità di estrarre ogni oncia di talento da sé stessi, e, quando era al suo picco di numero uno d’Italia, l’epitome di un movimento in cattiva salute. Ma questa rappresentazione francamente un po’ bi-dimensionale sembra tralasciare alcuni aspetti che invece rendono Lorenzi umano ed eccezionale al tempo stesso.

Il suo modo di giocare è forse l’elemento che lo accomuna più di tutti a noi appassionati. Chiunque abbia giocato a livelli più o meno alti (nel caso dell’autore di questo articolo forse è meglio dire “più o meno bassi”), deficitando di colpi risolutivi e centimetri, si sarà prima o poi e sovente trovato/trovata ad affrontare interi match di remate da fondo campo, ribattendo con moonball su moonball (i cui flirt con la ionosfera dipendevano dalla presenza o meno del pallone aerostatico) agli attacchi del nerboruto avversario di turno, sperando di vincere nella battaglia a chi si stanca prima.

Questa dinamica di potere non si vede praticamente più a livello professionistico: ogni Top 100 deve essere in grado di vincere un’alta percentuale di punti rapidi e, se necessario, di essere padrone del proprio destino. Non Lorenzi però: Lorenzi si è sempre difeso colpo su colpo, e l’ha fatto per vent’anni senza mai cadere preda della frustrazione, facendo sapere fin da subito all’avversario che la partita l’avrebbe dovuta vincere lui. Più di tutto, però, in uno sport con una dimensione multimediale spiccata come il tennis, Lorenzi è stato disposto a sacrificare il suo corpo percorrendo innumerevoli fino a scomparire dall’inquadratura in nome della propria dedizione. Di nuovo, un working class hero, ma siamo sicuri di non stare appiccicando definizioni che, nell’idealizzarla, sminuiscono la sua figura?

Al di là delle considerazioni più prosaiche (“lo pagano per giocare, sarebbe strano se non s’impegnasse” o “è il suo mestiere, non è che abbia molte alternative”), a volte si dà per scontato che un atleta o un’atleta accetti di sottoporsi a tale stress fisico ma soprattutto psicologico, perché rimettere il proprio destino nella racchetta dell’avversario con tanta frequenza, e con livelli di gratificazione non sempre equivalenti, non è cosa da tutti, anzi, è un tipo di sfida che quasi tutti i giocatori rifuggono appena possibile cercando gradi di controllo (tecnici e prossemici) sempre più alti.

Ed è qui che Lorenzi si afferma come tennista unico nel suo genere. Pochi giocatori di quel livello si sono trovati ad affrontare dilemmi simili, e lui certamente avrebbe preferito servire come Isner o generare velocità di palla come Berrettini. La morale del duro lavoro suona bene, ma lui non avrebbe forse preferito vincere qualche punto gratis in più?

Il tema della gratificazione ritorna guardando una compilation dei suoi punti migliori:

Al di là della natura agonica dei punti (spesso prolungati e spesso chiusi con dei bei duelli a rete che valorizzano la mano dell’azzurro), sublimata dall’espressione sfinita del punto vinto contro Zhang (minuto 3:50), si può notare come molti dei suoi quindici più belli vedano come vittime Djokovic, Nadal e Murray. Saranno indubitabilmente i punti più belli vinti in carriera? Forse, ma più probabilmente sono anche fra i pochi suoi grandi scambi che sono stati trasmessi in televisione, vuoi per la caratura dell’avversario, vuoi per la location, vuoi perché si tratta di Coppa Davis old school.

Ed è qui che tutti possiamo immedesimarci ancora di più (e ancora di meno) con Paolo Lorenzi, che pur sotto 6-1 5-0 e set point con Djokovic infila un passante di rovescio stretto anticipato appena il rivale gioca un approccio un po’ approssimativo. Per il tennista pro medio, le occasioni di scendere in campo su un campo patinato sono poche, e spesso e volentieri hanno inevitabilmente una funzione sacrificale, ma a Lorenzi non sembra essere mai interessato: tutto quel lavoro l’aveva portato lì, e lui non si sarebbe scoraggiato. Come per il suo stile di gioco, anche qui non si può dare per scontata questa forma mentis, che è obbligata per poter stare lì, ma assolutamente arbitraria e per arrivarci e per rimanerci.

Quanti si sarebbero (e si sono) fermati prima? Quanti non sarebbero (e non sono) riusciti a trarre soddisfazione da risultati che non corrispondono ai sacrifici, sia fisici che economici? Questa è la natura spietata dello sport professionistico, e nel tennis ancora di più, ed è qui che Lorenzi si distingue. Si può solo concludere che il suo legame con il gioco, o quello dei Ricardas Berankis e Radu Albot di questo mondo (per citare giocatori dalle caratteristiche comparabili), sia sempre stato più forte.

Non è vero che ogni vetta sia raggiungibile o che ogni sogno sia realizzabile, soprattutto nella competizione. Si può però mettere a frutto ciò che si ha a disposizione per dare il proprio meglio, e Lorenzi, prima che i successi degli uomini italiani nel circuito ATP diventassero quasi una pretesa, ci è riuscito. “Vorrei che mi ricordassero come un giocatore che ha dato il massimo ogni volta in campo e ha sempre lottato fino alla fine”, ha detto dopo la sconfitta di ieri. Lorenzi sembra sapere che non c’è niente di romantico o moralistico in questo suo retaggio, ed è per questo che il suo messaggio assume ancora più valore, perché stiamo parlando di un giocatore che ha capito che questo fosse l’unico modo per raggiungere gli obiettivi che si era prefissato, e forse anche qualcosa di più. Buon ritiro, Paolino!

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Elogio di Opelka: articolo semiserio in difesa di un gigante

Il finalista di Toronto viene stigmatizzato da quasi tutti gli appassionati, ma è davvero (solo) un servebot?

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Reilly Opelka a Toronto 2021 (Credit: @NBOtoronto on Twitter)

Leggendo i commenti dei nostri lettori si ha la sensazione che in questo momento un solo sentimento metta d’accordo le menti e i cuori degli appassionati: l’avversione per Reilly Opelka.

Persone pronte a tutto pur di difendere l’onore del proprio beniamino – di norma “Apollo” Federer, “Ercole” Nadal e “Ulisse” Djokovic – quando scende in campo Opelka seppelliscono infatti l’ascia di guerra e insieme ad essa ogni senso di pietà e di misura per infierire su questo giovane tennista statunitense che questa sera a Toronto giocherà la partita per ora più importante della sua carriera, assurto a simbolo della decadenza estetica e tecnica del tennis e del tragico futuro che –secondo molti – lo attende una volta usciti di scena i Tre Grandi.

Un lettore occasionale potrebbe chiedersi la ragione di tanta avversione e a codesto lettore qualcuno potrebbe lombrosianamente rispondere così: guardare per capire.

 

E cosa si vede quando si guarda Opelka? Si vede un gigante barbuto con tratti somatici che possono ricordare il protagonista del racconto “i delitti della Rue Morgue” di Poe oppure il Cattivo con la c maiuscola della letteratura italiana, Franti, che Edmondo de Amicis nel libro Cuore descrive così: “E ha daccanto una faccia tosta e trista, uno che si chiama Franti, che fu già espulso da un’altra sezione….E’ malvagio…Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa. In quegli occhi torbidi che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino con una faccia invetriata…”.

Non sappiamo cosa sia una faccia invetriata, ma scommetteremmo sul fatto che non costituisca un bello spettacolo; se poi c’è qualcosa a cui Reilly non rinuncia mai è proprio il berettino con visiera!  Ma sotto il profilo che più dovrebbe interessare, ovvero quello sportivo, cosa si vede guardando Opelka in azione? A questa domanda risponderemo più avanti.

Per il momento ci limitiamo a dire tra il serio e il faceto che è nostra ferma intenzione procedere alla riabilitazione di Reilly attraverso questo articolo; per la cronaca a quella del gorilla assassino protagonista del racconto di Poe pensò lo stesso autore e Umberto Eco a quella di Franti nel memorabile saggio “Elogio di Franti”, contenuto in “Diario minimo”.

Rinvigoriti e non scoraggiati da precedenti così illustri, iniziamo la nostra impresa partendo dai dati biografici relativi al Nostro.

Reilly Opelka nacque a Saint Joseph, un paese del Michigan di circa 8.000 anime, nel 1997; più precisamente il 28 agosto, un mese generoso con il tennis dato che cinque degli attuali primi venti giocatori del mondo festeggiano il proprio compleanno nel mese dedicato all’imperatore Augusto: Federer, Tsitsipas, Schwartzman, Sinner e Auger-Aliassime.

Il padre di Opelka – George – per ragioni di lavoro nel 2005 trasferì la famiglia in Florida e in un club di golf fece amicizia con un Grande Maestro di tennis (le maiuscole non sono un refuso): Tom Gullikson. Su richiesta di George, Gullikson accettò di dare un’occhiata a Reilly, che all’epoca da due anni giocava a tennis, e per i successivi sei fu per lui ciò che il mitico Pigmalione fu per la sua scultura: tutto.

Opelka ha recentemente sintetizzato con queste parole l’impatto che Gullikson ebbe sulla sua formazione tecnica: “Decise lui come avrei dovuto giocare e in base  a questa scelta costruì il mio gioco. Tutti i miei fondamentali sono opera sua, specialmente il servizio”. Gullikson in particolare  modificò la sua presa di diritto (da western a semi-western), quella della volée (da eastern a continental), e il movimento del servizio.

Nel 2011 Gullikson lasciò la Florida per fare ritorno in California in qualità di istruttore della USTA, ma prima di farlo affidò il suo giovane pupillo alle cure di un coach di sua fiducia che era stato numero 3 del mondo nel 1977: Brian Gottfried. Nel corso degli anni il rapporto tra Opelka e Gullikson non è comunque mai venuto meno; alcuni membri del suo attuale staff – come ad esempio il mental coach Jim Loher e il coach Jay Berger – gli furono da lui suggeriti.

Reilly Opelka si mise in luce per la prima volta vincendo l’edizione junior di Wimbledon 2015, e nel medesimo anno ad Atlanta debuttò nel professionismo; un atleta con una struttura fisica così particolare ha bisogno di più tempo per maturare e – complice anche la mononucleosi contratta nel 2018 – solo alla fine del 2018 riuscì ad entrare nella top 100; la vittoria ottenuta nel febbraio del 2019 a New York e un anno più tardi a Delray Beach lo proiettarono stabilmente tra i primi 50. Grazie a guadagni sempre più consistenti, Reilly potè finalmente permettersi di archiviare i viaggi aerei in classe economy, palese tormento per un atleta della sua statura; appassionato d’arte, Opelka è altresì un attento collezionista di opere contemporanee.

Passiamo ora a parlare di Opelka sotto il profilo tecnico. Abbiamo la sensazione che molti di coloro che denigrano il gioco dello statunitense non lo abbiano mai visto giocare  a lungo.

Madre natura gli ha regalato 211 centimetri di statura e di conseguenza il suo punto di forza è il servizio e quello debole la risposta; Djokovic è sicuramente più rapido di lui negli spostamenti laterali ma, rispetto a qualche anno fa, Opelka si muove molto meglio, segno che la preparazione atletica è ben curata.

Il diritto da fermo è praticamente uno smash che piega il polso a qualunque avversario e in corsa un ottimo colpo difensivo; il rovescio bimane non incanta ma, rispetto a quello – per esempio – di Andy Roddick, pare quasi una meraviglia.

A dispetto della statura, Opelka nei pressi della rete – dove mostra di avere un gran senso della posizione e un tocco delicato – ha una flessibilità fisica sbalorditiva più ancora che notevole: nel match contro Tsitsipas si è ripetutamente esibito con successo in volée basse che avrebbero messo in difficoltà il ministro Brunetta. Non ci credete? Mettete da parte i pregiudizi e guardate almeno il terzo set della semifinale. Se accetterete il nostro consiglio, scoprirete altre due spiccate qualità di Opelka: senso tattico e audacia; non tutti hanno il coraggio e la capacità di annullare palle break delicatissime seguendo a rete la seconda di servizio. A proposito della seconda di servizio: il kick che lo statunitense vi imprime fa sì che un atleta alto oltre 190 centimetri debba saltare per colpire la palla con il rovescio a una mano se non vuole essere costretto a rispondere dal parcheggio dello stadio.

Comunque vada a finire la finale che a Toronto lo vedrà opposto a un altro preclaro rappresentante del bello stile – Daniil Medvedev – da lunedì Opelka sarà il capofila del movimento maschile statunitense davanti a John Isner; occuperà infatti la posizione numero 23 in caso di sconfitta e 16 in caso di vittoria.

Come direbbe il nostro Direttore: not too baaad.

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I 40 anni da paradosso di Roger Federer

Roger Federer compie 40 anni. Ha giocato soltanto 19 partite tra 2020 e 2021. L’ultimo punto è stato un dritto sballato che gli è costato un bagel a Wimbledon contro Hurkacz

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Nel giorno in cui l’Italia chiude la sua spedizione a Tokyo con 40 medaglie, record assoluto per quanto riguarda le partecipazioni italiane alle Olimpiadi moderne, a distanza di qualche migliaio di chilometri Roger Federer compie 40 anni. Li compie in un’atmosfera strana, di sospetto, e il sospetto grossomodo unanime è che stia covando l’idea del ritiro (‘ma va?‘, direbbe qualcuno).

Lo abbiamo visto colpire l’ultima palla a Wimbledon, un dritto lungolinea che solitamente mette in campo a occhi chiusi – avete presente quando abbrevia i passi e taglia il campo per non dare tempo all’avversario di trovare contromisure? – e questa volta è finito invece in corridoio, a sancire il 6-0 di Hurkacz e la sua qualificazione in semifinale. Sì, l’ultimo punto ufficiale giocato da Federer è un errore che l’ha condannato a subire un bagel a Wimbledon. Fa già rumore così.

Non è però il punto in sé. Gli errori si commettono anche a vent’anni, le giornate storte capitano anche a venticinque. Sono più che altro i soli 19 incontri ufficiali disputati tra 2020 e 2021, i sei della scorsa stagione concentrati tutti all’Australian Open e quelli di quest’anno divisi tra Doha, Ginevra, Roland Garros, Halle e appunto Wimbledon. Anche l’attuale (bugiarda) posizione numero 9 nel ranking, coda dei meccanismi protettivi di una classifica che sta per scongelarsi e lentamente spedirà Federer lontano dai vertici.

 

Federer non gioca una finale dall’ottobre 2019 (stagione in cui di partite ne giocò ben 61) quando si tolse la soddisfazione di vincere il decimo titolo casalingo dominando uno spaesato de Minaur. Quest’anno il salvagente di Basilea non c’è, il torneo è saltato come nel 2020 a causa della pandemia e a Roger non restano troppi appuntamenti in calendario per mostrare quel che resta del suo talento, che nonostante gli acciacchi attira ancora orde di tifosi, dove si puote secondo le disposizioni sanitarie. Sennò in TV.

Ufficialmente la causa della sua rinuncia alle Olimpiadi e successivamente ai Masters 1000 di Toronto e Cincinnati è un fastidio al ginocchio destro, quello operato lo scorso anno, ma la realtà è semplicemente che Federer ha quarant’anni. Con tutto ciò che ne consegue. Il suo obiettivo è disputare lo US Open per poi fare tappa verosimilmente a Boston, dal 24 al 26 settembre, per la Laver Cup. E poi chissà, magari una puntatina a Indian Wells per l’edizione ottobrina del BNP Paribas Open dal momento che Shanghai è appeso a un filo e Bercy fa gola più che altro a chi si gioca le ultime carte per le ATP Finals. Tra questi giocatori non c’è né ci sarà Roger, fuori dalla top 50 nella Race to Torino.

Federer non giocherà a tennis ancora per molto, ma questo lo sappiamo da tempo. Un tempo che però si è dilatato, poco alla volta, consegnandoci quasi l’illusione che al suo ritiro possa applicarsi il paradosso di Zenone, quello di Achille che non riesce a colmare il suo svantaggio dalla tartaruga per via degli ‘infiniti piccoli spazi’ che lo separano dall’animale. La matematica però dice che la somma di infiniti segmenti in uno spazio finito è una quantità finita, come il tempo che separa il tennis dal ritiro di Federer.

Roger Federer – Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Se giocherà una partita da quarantenne come (ampiamente) fatto da Jimmy Connors e Ken Rosewall, i due giocatori dalla caratura più simile a quella di Federer capaci di prolungare la carriera oltre gli -anta? Sì, questo è assai probabile. Magari riuscirà anche a giocarne una decina. Se lo rivedremo in campo nel 2022? Già questa è una previsione più complicata da indovinare, perché la sensazione è che la misura sia colma. Non intendiamo che la pazienza e la voglia di Federer di prendere a racchettate una palla siano terminate, ma forse lo sono le sue chance di competere per un ultimo grande traguardo.

Qui è opportuno anche definire i contorni di questo traguardo. Deve essere necessariamente uno Slam o ci si può accontentare di un Masters 1000? Vincere un’altra volta, chessò, il Miami Open, quanto ulteriore lustro darebbe alla carriera di un campione già gigantesco? Continuare a lottare per traguardi che cinque o dieci anni fa erano quelli minimi, come raggiungere un ottavo Slam, e farlo come se tutta la sua carriera – pure la validità degli Slam già vinti! – dipendesse da un terzo turno giocato in uno stadio vuoto, a tarda sera, contro un avversario pure abbastanza incarognito (sabato 5 giugno, Federer-Koepfer su uno Chatrier vuoto in modo straziante), forse è la misura più precisa del perché Federer gioca ancora a tennis. Ancora gli piace. Ma ancora per quanto?

Sottoporsi alla scomoda routine di allenamenti, riabilitazioni e allontanamenti periodici dalla famiglia per disputare i grandi tornei, senza credere davvero di poterli vincere, non è probabilmente un motivo sufficiente a tenere in campo per molti altri mesi un signore che ha venti Slam e il doppio degli anni. A Parigi era stato proprio lo sforzo profuso per battere Koepfer a impedirgli di scendere in campo contro Berrettini. A Wimbledon l’infortunio di Mannarino gli ha evitato un possibile quinto set già al primo turno, poi la ‘solita’ vittoria con Gasquet – un pattern che rischia di ripetersi ad libitum, se i due dovessero continuare a sfidarsi anche dopo il ritiro – e le due buone prestazioni contro Norrie e Sonego, prima di quella assai opaca contro Hurkacz. Saliscendi, partite buone e altre meno buone.

Sì, perché a quarant’anni si sale (poco) e si scende (tanto). Il fisico non consente di andare in linea retta. Valentino Rossi ha annunciato il ritiro a 42 anni e mezzo; Gianluigi Buffon, un anno in più, è tornato al Parma dove tutto è cominciato (in serie B) per la probabile ultima stagione da professionista. Roger Federer è ancora qui, quando va in campo c’è un istante in cui sembra lui e poi un altro in cui non lo riconosciamo più, perché magari la schiena irrigidita gli impedisce di chinarsi a raccogliere con la consueta grazie una demi-volée.

Gioca pure quanto vuoi, Roger, un mese o altri dieci. Il lutto lo stiamo già elaborando e ci faremo trovare pronti, quando ci dirai che basta così. Forse.

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