Nei Dintorni di Djokovic: Ana Konjuh is back. "Forse non sono fatta per il tennis. Ma non mollo"

Nei dintorni di Djokovic

Nei Dintorni di Djokovic: Ana Konjuh is back. “Forse non sono fatta per il tennis. Ma non mollo”

A quasi tre anni dal primo stop e dopo tre operazioni al gomito, a Zara abbiamo rivisto in campo Ana Konjuh. L’ex n. 20 WTA, nonostante il ranking protetto, ha deciso di ripartire dalla retrovie (“Sarà strano”) per prendere confidenza con il tennis agonistico. E il ritiro non è più un’opzione (“Ho ancora tante motivazioni”)

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Ana Konjuh - Adria Tour (foto: Ilvio Vidovich)
 

L’Adria Tour di Zara, purtroppo, verrà ricordato soprattutto per la positività al COVID-19 di alcuni dei protagonisti e di altre persone – fortunatamente tutte guarite, la cosa più importante – e per le conseguenti polemiche sulla mancata adozione da parte degli organizzatori dell’evento di maggiori precauzioni al fine di ridurre il rischio di contagio. Ma in quel weekend nella città che fu la capitale del Regno di Dalmazia ai tempi dell’impero austro-ungarico, c’è stato comunque qualcosa di bello da segnalare, tennisticamente parlando. Sebbene si sia trattato solo di un doppio di esibizione, in cui insieme a Borna Coric ha affrontato Novak Djokovic ed Olga Danilovic, a Zara abbiamo infatti rivisto in campo Ana Konjuh.

La 22enne talentuosa giocatrice di Dubrovnik era praticamente ferma da quasi tre anni. Da quando nell’agosto 2017, appena entrata in top 20 e dopo aver raggiunto gli ottavi a Wimbledon il mese prima, il gomito destro – già operato nel 2014 – era tornato a farle male. Da quel momento in poi, un calvario. Nell’anno e mezzo successivo, due operazioni all’articolazione (settembre 2017 e marzo 2018), tentativi di rientro e ulteriori terapie conservative. L’avevamo ritrovata in campo all’inizio del 2019. Tre sconfitte in tre incontri, l’ultimo a Budapest, in febbraio, battuta dalla francese Parmentier. E la speranza di essere guarita che subito svaniva davanti alla triste realtà: il dolore al gomito era tornato. Poco dopo ecco la quarta operazione, ultima speranza di risolvere il problema all’articolazione e tornare a giocare senza dolore. Da allora, sono passati altri sedici mesi.

Proprio qualche settimana prima del rientro in campo (prima di Zara, era scesa in campo anche in un’altra esibizione in Croazia, ad Osijek), Ana era stata intervistata in un paio di occasioni dal sito croato 24sata.hr, rivelando i retroscena della decisione di tornare per l’ennesima volta sotto i ferri. “A febbraio ero andata negli USA per una visita, non era previsto che mi operassi, ma è andata così. Il gomito era tornato a farmi molto male, non sapevo cosa fare. Il medico mi disse che non vedeva nulla, ma che era evidente che non potevo più giocare. Si è messo in contatto con i medici che mi avevano operato in precedenza e mi ha dato un’unica opzione: avrei dovuto operarmi di nuovo e avevo cinque minuti per decidere. Il giorno dopo alle cinque del mattino ero sul tavolo operatorio”.

 

Ora, tutto sta finalmente procedendo per il meglio. “Se non ci fosse stata la pandemia, probabilmente adesso sarei in giro per tornei. Mi alleno ogni giorno e spero di non avere più problemi con gli infortuni. Il gomito va bene e questa volta ho avuto molto tempo per il recupero e per una riabilitazione ottimale e confido di essere pronta quando inizieranno i tornei”.

Ana Konjuh (fonte: Facebook)

A Zara la vincitrice nel 2013 di due Slam juniores in singolare, Australian Open e US Open (“È uno dei sogni che non ho realizzato, avrei voluto vincerli tutti e quattro”), ha giocato con una vistosa protezione al gomito, ma a giudicare da quanto visto – a partire da un paio di dritti sparati addosso a Djokovic a rete – la potenza dei colpi che le valsero l’appellativo di “Baby Serena” quando iniziò a muovere i primi passi nel circuito maggiore pare non avere risentito dello stop. “Mi hanno detto che l’80% delle persone recupera completamente da questa operazione (ricostruzione del legamento collaterale ulnare, ndr). Considerando che nessuno sa esattamente quale sia il mio problema – forse è una questione biomeccanica, forse non sono “fatta” per il tennis – nel mio caso questa percentuale è inferiore. Ma mi sono detta: ‘Dai Ana, questo è l’ultimo tentativo’”. 

Un tentativo in cui ripartirà da…zero, dato che attualmente non ha una classifica WTA, considerato che gli ultimi punti erano i tre ottenuti a febbraio dell’anno scorso.

In realtà la tennista dalmata potrebbe sfruttare il ranking protetto di n. 255 (“Non sono stata molto tempestiva nel richiederlo” ha ammesso, ed è difficile darle torto considerato che lo ha fatto a metà luglio 2018, a più di dieci mesi dal primo stop e dopo che si era già sottoposta a due interventi: solo un mese prima era ancora n. 127), ma ha dichiarato che non è sua intenzione farlo subito (“Penso di utilizzarlo per le qualificazioni degli Slam”), dato che vuole iniziare giocando tornei di livello inferiore, per riprendere confidenza con i match. Tornei che non frequenta da un bel po’. “Sì, riparto da zero, è così. Ho dimenticato come sia giocare in questi tornei, perché sono passata velocemente da junior a senior. In tutti i casi, sarà strano”.

Siamo andati a controllare e in effetti per Ana sarà veramente strano, perché da quasi sei anni non frequenta i tornei ITF di livello inferiore. A parte infatti il match di primo turno a Trnava, in Slovacchia, nel gennaio dello scorso anno, nell’ultimo tentativo di rientro purtroppo andato male (dove perse 7-6 6-4 dalla n. 153 Martincova, non proprio un sorteggio favorevole per un primo turno ITF), l’ultimo ITF da 25.000$ disputato fu quello di Clemont-Ferrand nel settembre 2014, quando aveva diciassette anni.

In questi ultimi tre anni la vita di Ana è stata ben diversa da quella a cui era abituata, da juniores prima e professionista poi. Tra riposo e riabilitazione, tanto il tempo passato a casa davanti alla TV, a guardare serie TV (“Le adoro. Ho iniziato a guardare “La casa di carta” ma non ho finito. Mi sono dovuta dare una calmata, ero capace di rimanere a guardare puntate fino alle prime ore del mattino…”) e anche altri sport. “Sono diventata un’appassionata di NFL. Passo un paio di mesi all’anno negli USA e mi sono appassionata di questo sport. Eravamo a Cincinnati, vai in un ristorante e tutti ne parlano, guardano i match… Per chi faccio il tifo? Per i San Francisco 49ers, San Francisco è una città che adoro”.

Un’altra curiosità collegata alla nazione nordamericana è il fatto che abbia dichiarato che il suo migliore amico nel tour non è un connazionale, come di solito capita, ma proprio un tennista statunitense, Frances Tiafoe. “Quella dichiarazione devo cambiarla. Il mio amico più caro è Borna Coric. Devo dirlo, perché si è arrabbiato con me quando ho detto che era Tiafoe… Quindi con l’occasione mi scuso con Borna. Tra l’altro, anche Frances si era arrabbiato con me: quando gli avevano tifato contro, o meglio per Borna, quando avevano giocato contro in Coppa Davis a Zara. Non è stato facile…”.

Ana Konjuh con Borna Coric durante il doppio di esibizione a Zara (foto: Mario Cuzic/HTS)

In passato l’allieva di coach Antonio Veic, suo connazionale ed ex n. 119 del mondo, aveva più volte dichiarato – l’ultima solo lo scorso anno – che pensava di smettere presto con la carriera agonistica. “Sì, all’inizio della carriera avevo detto che era mia intenzione giocare fino ai 26 anni e poi crearmi una famiglia, diventare mamma. A causa di questi infortuni i piani sono cambiati. Giocherò probabilmente fino ai 30. Ma potrei ritirarmi prima se raggiungessi quello che vorrei…”. E cosa vuole Ana Konjuh?Vincere un torneo del Grande Slam, è il sogno di tutti quelli che giocano a tennis. Ed è questo il momento per sperarci, considerato che ci sono tenniste che periodicamente riescono a fare salto e ad ottenere il grande risultato. Basta guardare chi sono le ragazze che hanno conquistato gli ultimi Slam, sono tutte della mia generazione”.

I dati le danno assolutamente ragione: degli ultimi sei Slam solo uno (Wimbledon 2019, Simona Halep) è stato vinto da una giocatrice della generazione precedente. Gli altri sono stati appannaggio, nell’ordine, di Naomi Osaka, coetanea di Ana, di Ashleigh Barty, un anno in più della croata, e di Bianca Andreescu e Sofia Kenin, rispettivamente più giovani di diciassette e dieci mesi.

E magari lo Slam in cui trionfare potrebbe essere quello che ama di più, Wimbledon. “È particolare. Sarà per l’erba, sarà perché siamo tutti vestiti di bianco… Comunque tutti i giocatori vorrebbero giocare una volta nella vita sul Centrale di Wimbledon”. Ma nel breve termine c’è un altro obiettivo a cui la tennista croata tiene in modo particolare: la qualificazione alle Olimpiadi di Tokyo. Ci aveva messo una pietra sopra, ma il rinvio dei Giochi di un anno a causa della pandemia le offre ora una nuova possibilità. “Credo sia il sogno di ogni tennista partecipare alle Olimpiadi. Sono stata a Rio 2016 e la partecipazione ai Giochi è un qualcosa di unico. Spero, se sarò in salute, di poter risalire nel ranking in modo da qualificarmi per Tokyo”.

L’ultima domanda è – purtroppo – doverosa: e se il rientro non dovesse andare secondo i piani? Mesi fa la giovane croata aveva infatti fatto capire che se ci fossero stati dei nuovi problemi, avrebbe potuto veramente decidere di appendere la racchetta al chiodo. Ma il tempo ha stemperato dubbi e preoccupazioni, ed ha anche dato ad Ana la forza e l’energia per ripartire e non pensare più ad arrendersi. “Era una cosa detta a caldo. Se dovesse capitare ancora qualcosa, ritornerei ancora. Ho ancora tante motivazioni”.

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Australian Open

Nei dintorni di Djokovic AO Edition: a Melbourne è l’ora del D10KO?

Per gli addetti ai lavori è Djokovic il grande favorito dello Slam di apertura della stagione 2023. Vediamo cosa fa pensare che assisteremo alla sua decima cavalcata trionfale a Melbourne e cosa invece può far dubitare che l’aggancio a Nadal a quota 22 Slam sia dietro l’angolo

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Novak Djokovic, Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Sono passati meno di due mesi dalle ATP Finals e ancor meno dalle fasi finali della Coppa Davis ed il tennis professionistico torna a fare sul serio: lunedì a Melbourne inizia il primo Slam stagionale, l’edizione n. 111 dell’Australian Open. E come si immaginava quando c’è stata la conferma della revoca del divieto di ingresso in Australia per tre anni comminatogli dopo quanto accaduto lo scorso anno, il grande favorito è Novak Djokovic. Il fuoriclasse serbo è a caccia del suo decimo Slam Down Under, che significherebbe agganciare Nadal a quota 22 nella classifica totali dei Major vinti e, tanto per non farsi mancare nulla, anche la riconquista – ne entrerebbe in possesso per la settima volta – di quello scettro di n. 1 mondiale che ha tenuto per più tempo di tutti (373 settimane). Ma quali sono i motivi principali che portano a ritenere il 35enne campione di Belgrado in grado di portare a termine l’ennesima impresa da record – il secondo tennista in campo maschile a raggiungere la doppia cifra nelle vittorie di un singolo Slam dopo Nadal al Roland Garros – e quali invece i segnali che portano invece a ipotizzare che ci sia la possibilità che i pronostici vengano sovvertiti? Abbiamo cercato di riassumerli qui di seguito.  

I punti a favore

Sia parlando di dati statistici che di risultati recenti, i numeri sono dalla parte di Nole. Che si presenta ai nastri di partenza con una imbattibilità sui campi di Melbourne Park che dura dal 2019 (striscia di 27 vittorie consecutive: ultima sconfitta nel 2018, contro Chung negli ottavi), con tre vittorie nelle tre ultime partecipazioni, ed un parziale negli ultimi sette mesi di 30 vittorie ed una sola sconfitta (la finale del Masters 1000 di Bercy contro Rune) in match ufficiali. Ne dovrebbe derivare un serbatoio dell’autostima bello pieno, e sappiamo quanto conti per il belgradese poter approcciare un grande evento con la miglior attitudine mentale. Considerazione, quest’ultima, rafforzata dalle prestazioni della scorsa settimana ad Adelaide, che hanno evidenziato come anche tecnicamente e fisicamente la condizione del tennista serbo sia ottimale. Aggiungiamo il fatto che il lotto dei suoi principali competitors non è che invece se la passi benissimo: se ci focalizziamo sui più recenti campioni Slam, Alcaraz è fuori dai giochi, Nadal non ha brillato alla United Cup e le recenti dichiarazioni ottimistiche non possono dissipare i dubbi sul suo stato di forma, Medvedev in queste non ha dato segnali di essere tornato quello del biennio 2020-2021 e non la copia un po’ sbiadita vista all’opera lo scorso anno.

Anche il sorteggio pare sia stato benevolo con Nole. Non si vedono infatti grossi ostacoli sino ai quarti di finale, anche se la sfida a Carreño Busta a livello di ottavi evoca spiacevoli ricordi newyorchesi. Nei quarti invece qualche problemino – e ci mancherebbe altro, potrebbe dire qualcuno, dato che è uno Slam e siamo a livello di top ten – potrebbe arrivare. A rigor di classifica a procuraglieli dovrebbe essere il n. 6 del mondo Rublev, ma forse potrebbe averne qualcuno in più se dall’altra parte della rete trovasse quel Rune che è l’unico che può dire di averlo battuto da giugno a questa parte in un torneo ufficiale. E probabilmente sarebbero anche maggiori se invece ci fosse quel Kyrgios che il primo set della finale di Wimbledon glielo aveva portato via e che di fronte ai suoi connazionali trova sempre energie e soprattutto motivazioni extra. Ma un Nole che arriva alla seconda settimana senza aver speso troppe energie sotto il sole dell’estate australiana, e i suoi potenziali primi tre turni rendono l’ipotesi parecchio plausibile, dovrebbe essere nelle condizioni psicofisiche ottimali per tenere a bada tutti i nomi fatti, compreso il suo nuovo amico di Canberra. Anche i possibili incroci in semifinale non paiono ostacoli insormontabili: per quanto entrambi siano in evidente crescita, affrontare uno tra Ruud (anche se noi speriamo che da quello spicchio di tabellone salti fuori Berrettini) e Fritz – anche qui qualche doloroso ricordo, anche se tutto è bene quel che finisce bene – per arrivare alla trentatreesima finale Slam non è la peggiore delle combinazioni possibili.

 

In finale dovrebbe trovare uno tra – in ordine di ranking – Nadal, Tsitsipas (qui per Sinner vale ovviamente la stessa speranza espressa prima per Berrettini) o Medvedev. Con il maiorchino, al netto delle considerazioni precedenti sul suo stato di forma, al di fuori della terra battuta non perde da quasi 10 anni (finale US Open 2013) e nell’ultima sfida a Melbourne, la finale 2019, dominò. Con il greco non perde dal 2019 ed ha vinto gli ultimi sette head to head, comprese le due sfide Slam finite al quinto a Parigi. Con il russo c’è sicuramente la ferita della sconfitta subita nella finale dello US Open 2021 che ha fatto svanire il sogno del Grande Slam proprio sul traguardo, ma all’inizio di quell’anno un Nole non a corto di energie come a New York aveva vinto in tre set la finale australiana e abbiamo già detto che Daniil non sembra ancora uscito dal tunnel 2022, stagione che lo ha visto perdere tre sfide su tre contro Nole. Insomma, a questo punto, per mettere un po’ di pepe forse vale la pena inserire anche il nome di Auger-Aliassime tra quelli dei possibili finalisti, dato che prima o dopo ci arriverà e considerato il fatto che tra tutti i giocatori citati è l’unico insieme a Rune che è in parità negli scontri diretti con il fenomeno serbo, anche se solo grazie al fatto che la vittoria nella Laver Cup su un Djokovic acciaccato è calcolata nelle statistiche. Ma con FAA o senza, la sensazione è che la sostanza non cambi: chiunque si troverà di fronte in finale, il campione serbo partirà favorito.

I punti di attenzione

Insomma, tutto sta filando liscio e non ci sono dubbi che Nole metta nella bacheca del suo Novak Tennis Center di Belgrado l’ennesima riproduzione della coppa del vincitore dell’Australian Open? Keep calm, per dirla come gli australiani (a meno che nel loro tipico slang non abbiano un modo diverso per dirlo, ma non risultava). Al netto dell’ovvia considerazione che nello sport non è mai finita finché non è finita e che di clamorose eliminazioni dei grandi favoriti sono pieni gli annali, non è che proprio tutto stia filando liscio come l’olio in casa serba. Ci sono infatti dei segnali che possono dare un po’ di coraggio ai suoi avversari e che probabilmente si possono ricondurre tutti ad un’unica considerazione: nonostante in campo cerchi di non darlo a vedere (e gli riesce benissimo), Nole veleggia verso le 36 primavere. E per quanto appunto non abbia niente dell’agonista over 35, si può notare come qualche acciacco ogni tanto inizi a saltar fuori anche per lui. È successo sia la scorsa settimana durante il torneo di Adelaide, sia in questi giorni di allenamento a Melbourne. Niente di preoccupante, a suo dire. Ma come sappiamo che quando sente girare tutti gli ingranaggi alla perfezione Djokovic è in grado di trasformarsi in RoboNole e diventare pressoché imbattibile, dall’altra parte abbiamo anche visto che quando invece percepisce che qualcosa non va nel verso giusto la cosa può impattare sul suo approccio in campo e far intravedere qualche crepa nel suo gioco, in cui gli avversari più accorti possono infilarsi (ed è logico pensare a Nadal, anche solo ricordando la rimonta da 2-5 nel quarto set dei quarti dell’ultimo Roland Garros). Il nervosismo dimostrato nella finale di Adelaide ne è l’esempio più recente.

E non si può inoltre non osservare il fatto che comunque, anche se alla fine la vittoria la porta poi a casa praticamente sempre lui, Nole nell’arco di un match non appare più così dominante come in passato. Giocoforza, infatti, dopo vent’anni dalla prima partita da professionista – era il 6 gennaio 2003, perse al primo turno di un ITF in Germania – e oltre 1200 partite a livello ATP, l’intensità in campo non può più essere sempre quella di una volta: i momenti di pausa durante i match sono un pochino più frequenti, le chance non vengono sfruttate con la chirurgica lucidità di qualche anno fa. E anche se, soprattutto al meglio dei cinque set, la classe, l’esperienza e la forza mentale gli permettono di alzare il livello e fare ancora la differenza nei momenti decisivi di un match, far rimanere in partita avversari che spesso hanno dieci e più anni di meno e soprattutto non hanno telaio e motore usurati da centinaia di partite in più, può diventare estremamente pericoloso se la partita si allunga e il fisico diventa il fattore più rilevante, specie sotto il cocente sole australiano.

Conclusioni

Diciamo che se il fisico non lo tradisce, tutto fa pensare che sia l’ora del D10KO, se ci consentite di sintetizzare così, a mo’ di hashtag, l’obiettivo del fuoriclasse belgradese: la conquista della decima vittoria a Melbourne. L’unico appiglio per gli avversari è appunto il fatto che il tempo, citando Jovanotti, “comunque vadano le cose lui passa” e quindi ad un trentacinquenne può presentare il conto quando meno se lo aspetta. A proposito, com’è la statistica dei vincitori Slam over 35? Ah, già: Federer e Rosewall a quota tre vittorie, Nadal a due e Djokovic a una. Lo ammettiamo, non l’avevamo considerata nel fare le nostre riflessioni. Ma, tutto sommato, che rilevanza volete che abbia? Nole mica è il tipo che si pone sempre nuove sfide e trae energia dai nuovi obiettivi, come diventare non solo il giocatore con più vittorie Slam in assoluto ma anche da over 35, no?

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Flash

Nei Dintorni di Djokovic: Bedene, un addio senza rimpianti. Ma con un sogno

Si ritira Aljaz Bedene, miglior tennista sloveno di sempre. Senza rimpianti, ma con un piccolo rammarico (“Il Covid è arrivato quando potevo fare un ulteriore salto di livello”). Nel suo futuro, ancora spazio per il tennis: “Vorrei aiutare i giovani sloveni. Io ho fatto da solo, non vorrei fosse così anche per loro”

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Aljaz Bedene (fonte: Instagram)

Al termine del match perso contro Musetti al primo turno del Croatia Open di qualche settimana fa, lo speaker ha chiesto al pubblico di salutare con particolare affetto Aljaz Bedene, dato che quello era stato il suo ultimo match ad Umago: a settembre, infatti, il tennista sloveno si ritirerà dal tennis agonistico. Undici partecipazioni ad Umago (solo il cinque volte campione del torneo, Carlos Moya ha fatto meglio), di cui nove nel tabellone principale: dal 2011 ad oggi il tennista di Lubiana è stato presente a tutte le edizioni del Croatia Open. Miglior risultato i quarti di finale raggiunti nel 2013 e nel 2019: sconfitto in entrambe le occasioni dal futuro vincitore del torneo, rispettivamente Tommy Robredo e Dusan Lajovic. “Non ho mai voluto rinunciare ad Umago. Neanche lo scorso anno dopo che avevo appena avuto il Covid. È il mio torneo di casa, è quello più vicino a casa. Per me qui è diverso rispetto a qualsiasi altro torneo. E oggi c’era un’atmosfera particolare” ha commentato Bedene, che la prossima settimana giocherà lo US Open e poi chiuderà davanti al suo pubblico, in Slovenia, nel playoff del World Group II di Coppa Davis contro l’Estonia.

Che Bedene fosse ai titoli di coda lo aveva “spoilerato” ufficialmente in maggio Novak Djokovic (in Slovenia la notizia, in realtà, girava da un po’) nella conferenza stampa prima del loro match di terzo turno del Roland Garros. E proprio dopo quel match, insieme ad un collega sloveno avevamo chiesto di intervistarlo per saperne di più sulla sua decisione e per ripercorrere insieme a lui la sua carriera. Ma la prima domanda, la più ovvia, ci veniva rubata da una giornalista serba. Che si materializzava all’improvviso nel salottino e sfruttando il classico momento di attesa prima dell’inizio – quando il giocatore si sta ancora sedendo, per capirci – coglieva l’attimo per chiedere al tennista di Lubiana se ci fossero margini per un ripensamento. “No, credo proprio di no. Sto già pensando ad altre cose” la risposta decisa di Bedene, che alla successiva domanda su cosa intendesse fare una volta appesa la racchetta al fatidico chiodo aggiungeva un vago “Ho alcuni progetti”.

Sparita la collega (che, ad onor del vero, aveva poi chiesto scusa per il blitz) abbiamo potuto iniziare a riavvolgere con il 33enne tennista sloveno il nastro della sua carriera. Quando lo si fa, nel guardare indietro un giocatore magari scopre di avere qualche rimpianto. Per Bedene, ad esempio, poteva essere il non aver vinto nessun titolo del circuito maggiore, pur arrivando per quattro volte in finale (ben diverso lo score a livello Challenger, dove ha vinto 16 delle 18 finali disputate: l’ultima proprio nel torneo di Casa, l’Open di Slovenia a Portorose, nel 2019). Ma per Aljaz non è così.  “Sinceramente, non ho rimpianti. Forse l’unica cosa che mi dispiace è che nel momento in cui volevo e sentivo che potevo fare quel passo per salire di livello, è arrivato il Covid. In quel momento stavo giocando veramente bene: non dico da top 20, ma sicuramente da top 30.” Andando a vedere i risultati in quell’inizio di 2020 prima che la pandemia stravolgesse la vita di tutti, effettivamente Bedene si stava veramente esprimendo bene sul campo da gioco: in quel mese e mezzo era arrivato due volte nei quarti, tornando dopo quasi due anni nella top 50. E arrivava da un ottimo finale di stagione 2019, con una finale e due quarti. “Però, come dire, non ho rimpianti perché ho sempre dato il massimo di quello che potevo e anche questo è un qualcosa che non è dipeso da me. Dopo, tra la pandemia prima e l’infortunio poi, ho perso molta motivazione.”

 

Continuando a riavvolgere il nastro, su una nostra specifica domanda sulla questione, ecco che però un piccolo, piccolissimo rimpianto salta fuori. Bedene, infatti, condivide il primato della miglior classifica ATP di un tennista sloveno in campo maschile con Grega Zemlja, entrambi saliti sino alla posizione n. 43. E ritenendosi, per i risultati raggiunti, il miglior tennista sloveno di sempre, c’è un piccolo rammarico per il fatto che il best ranking non ne sia una ulteriore prova. “Ecco, forse quella posizione n. 43 in coabitazione. Però ho giocato così tanto nel circuito ATP, nei tornei del Grande Slam, che credo di poter dire di essere comunque, di gran lunga, il miglior giocatore sloveno.”

In effetti i numeri danno ragione al 33enne nativo di Lubiana. Per Bedene lo US Open d’addio sarà il trentacinquesimo torneo del Grande Slam. Miglior risultato – sinora – il terzo turno, raggiunto in ben sei occasioni: tre volte a Parigi, l’ultima proprio nel 2022, due a Wimbledon e una allo US Open. Piccola curiosità (dato il nome della rubrica, è doveroso riportarla): a stopparlo al suo primo e al suo ultimo terzo turno Slam, entrambi giocati a Parigi, è stato sempre Novak Djokovic e sempre lasciandogli otto giochi (distribuiti praticamente in modo quasi identico: 62 63 63 nel 2016, 63 63 62 lo scorso maggio). Tornando ai numeri di Bedene, tra Slam, circuito ATP e Davis, arriva a sfiorare quota 300 match giocati (quella con Musetti ad Umago è stata la partita n. 296). Nel confronto con l’altro n. 43 ATP della storia del tennis sloveno, Zemlja, non c’è storia: il 35enne di Jesenice non arriva a cento match ai massimi livelli, ha disputato solo una finale ATP e ha giocato in tutto 11 Major (miglior risultato gli ottavi anche per lui, però in due sole occasioni: una a Wimbledon e una a New York). Per dirla tutta, ci sarebbe da aggiungere che Zemlja è nettamente in vantaggio negli scontri diretti: 6-1. In realtà, però, dato che parlavamo di circuito ATP e Slam va specificato che nessuno di questi si è giocato a quel livello. Se non l’ultimo, proprio quello vinto da Bedene, nel primo turno delle qualificazioni – e quindi l’ATP non lo conta nelle statistiche del circuito – dell’ATP 250 di Zagabria del 2015. Gli altri sono tutti match a livello Challenger e Future, dove i quasi tre anni di età e i quattro di professionismo in più di Zemlja hanno avuto indubbiamente il loro peso contro il più giovane e meno esperto connazionale.

Tornando al rewind della sua carriera ed alle quattro finali ATP perse, è stato logico anche chiedergli in quale occasione si è sentito di essere andato vicino ad alzare la coppa del vincitore. “A Metz nel 2019, contro Tsonga. Ero sopra 7-6 4-3 e palla break. Ma ripenso anche quella contro Pouille. Stavo giocando veramente bene (ATP 250 di Budapest, nel 2017: da qualificato, arrivò in finale senza perdere un set, ndr), e al mattino prima della finale mi si aprì una vescica sulla mano. Giocai la finale, ma senza poter essere competitivo, veramente un peccato.”

Confidando nel fatto che immerso nei ricordi del passato potesse essere un pochino più facile che ci rivelasse qualcosa del suo futuro, abbiamo provato ad avere più fortuna della collega serba, ributtando lì la domanda su cosa pensa di fare da ottobre prossimo in poi. Bedene è rimasto ermetico su quella che probabilmente è la sua “business idea” principale (“Un grande progetto di cui non posso parlare perché è ancora in fase di definizione“, che i rumors in Slovenia dicono sia la creazione, insieme al fratello, di un’agenzia di management per sportivi), ma qualcosa – e anche di interessante – del suo futuro alla fine ce lo ha detto. “Posso dire che vorrei comunque rimanere anche nel tennis, vorrei aiutare i giovani tennisti sloveni. In Slovenia non abbia strutture adeguate che possono aiutare a crescere quelli con maggiori prospettive. Quindi mi sto concentrando anche su quello.

Ecco allora un nuovo tuffo nei ricordi, stavolta più lontani nel tempo: quelli degli inizi, dei primi passi per diventare un tennista. E dalle parole di Bedene traspare un po’ di rammarico. “Se ripenso a com’ero io da ragazzo… Se sedici anni fa avessi saputo quello che so oggi o se avessi avuto vicino qualcuno che aveva le competenze necessarie, avrei fatto le cose diversamente. Di fatto noi eravamo soli, i genitori hanno fatto ciò che potevano e sapevano, sono stati fantastici… Ma partivamo tutti da zero. Proprio per questo vorrei aiutare i giovani sloveni. Se ci sono giovani come me ai tempi, con del talento, vorrei aiutarli. In questo momento abbiamo Bor Arntak, che è tra i primi dieci al mondo a livello juniores, ma dove può allenarsi? Chi può avere come sparring partner per crescere ulteriormente? Sì, ci siamo noi “vecchi” (lui ed il 31enne Blaz Rola, altro giocatore sloveno ancora in attività, che è stato top 100, ndr), ma, onestamente, siamo in ritardo di una decina di anni rispetto ai paesi più avanzati dal punto di vista tennistico. In primis in termini di strutture, ma anche di competenze e conoscenze. Certo, dovrebbe essere qualcun altro a farlo, ma proverò a farlo io”.

Queste parole di Bedene ci fanno fare un salto in avanti, ad un altro momento molto significativo della sua carriera. Con il pensiero però, senza andare a tirar fuori nuovamente la storia direttamente con Aljaz, dopo tutto questo tempo. Un salto al 2015, quando chiese di poter difendere i colori della Gran Bretagna in Coppa Davis dopo aver ottenuto la cittadinanza britannica. A quei tempi disse in più occasioni che si trattava anche un gesto di gratitudine verso una nazione (e la sua federazione) che gli aveva permesso di realizzare il suo sogno di diventare un giocatore professionista: Bedene si era infatti trasferito in Inghilterra nel 2008, a 19 anni. Implicitamente, con le sue parole, ha ricordato quanto sia stata fondamentale per il suo futuro agonistico la scelta di lasciare la Slovenia. Anche quella del 2015 avrebbe potuto rivelarsi fondamentale per la sua carriera, dato che se la sua richiesta fosse stata accolta (ricordiamo che fu respinta perché Bedene aveva già giocato per la Slovenia in Davis e una regola inserita proprio all’inizio di quell’anno vieta ad un tennista di giocare per due nazionali di Davis diverse) sarebbe stato schierato come secondo singolarista. E proprio alla fine di quel 2015 Andy Murray – con cui in quegli anni si allenava – trascinò la Gran Bretagna alla conquista dell’insalatiera.

Ne è passata di acqua sotto i ponti, da allora. Vistosi respinta definitivamente la richiesta nel 2017, dall’anno successivo Bedene tornò a difendere i colori sloveni in Coppa Davis, anche per tentare di coronare il sogno di partecipare alle Olimpiadi di Tokyo. Sogno purtroppo sfumato, tra Covid, rinvio dei Giochi e infortunio. Ma Aljaz non ha dimenticato il suo percorso. E da quella gratitudine che non è riuscito a dimostrare a chi lo accolse ragazzino di belle speranze e lo fece diventare un tennista di alto livello. è passato a voler provare ad essere lui a dare, in Slovenia, quell’aiuto che non ha mai potuto avere.  L’ex top 50 infatti prosegue nel suo discorso. “Quello che manca è un sistema. Quando ho visto cosa hanno iniziato a fare gli italiani qualche anno fa ho pensato “Wow, fantastico” e guarda adesso dove sono i giocatori italiani. Certo, avevano più risorse ed hanno potuto investire di più, ma comunque quello che è stato fatto è creare un sistema. Noi in Slovenia non abbiamo un sistema, bisogna crearlo e da qualche parte bisogna pur iniziare. Lo ripeto servono strutture e bravi professionisti, poi arriveranno i giocatori.”

Chissà, forse tra qualche anno quel piccolissimo rimpianto per Aljaz Bedene non avrà più ragione di esistere, perché grazie al suo impegno arriverà un altro giocatore sloveno che farà meglio di quella posizione n. 43.  E ci sarà riuscito senza dover andare in un altro paese. Allora buona fortuna, Aljaz. Anzi, glielo diciamo in sloveno: srečno, Aljaž!

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evidenza

Nei dintorni di Djokovic: tutti i piani di Kecmanovic

I due Masters 1000 statunitensi hanno messo in evidenza il salto di qualità del 22enne serbo Miomir Kecmanovic. Che grazie all’aiuto di coach Nalbandian ha cambiato il suo approccio al gioco. “Prima giocavo solo in un modo, ora ho più soluzioni”

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Miomir Kecmanovic - Miami 2022 (foto Twitter @atptour)

Sono due le principali considerazioni che emergono analizzando quanto accaduto nel “Sunshine Double” in campo maschile. La prima è la conferma che Carlitos Alcaraz è il nuovo “crack” del tennis mondiale maschile. La seconda è che in tennis statunitense può legittimamente sperare di aver trovato in Taylor Fritz un giocatore in grado di lottare nei prossimi anni per un posto nella top 10. Ma oltre a questo, c’è anche da evidenziare come alle spalle dei citati vincitori dei due primi Masters 1000 stagionali – ora entrambi top 15 ATP – un altro giovane si è ritagliato un ruolo da protagonista sul cemento statunitense: Miomir Kecmanovic. Il 22enne serbo, infatti, in entrambi i tornei si è dovuto inchinare solo ai due futuri vincitori, perdendo da entrambi in tre set e giocando contro il 18enne fenomeno spagnolo quello che per molti è stato sinora il match più bello della stagione.

L’ex n. 1 del mondo juniores aveva iniziato l’anno reduce da un periodo complicato, in particolare la stagione scorsa nella quale non era riuscito a proseguire nel trend di crescita – sia a livello di risultati che di classifica – degli anni precedenti. Entrato tra i top 50 ad agosto 2019, Miomir aveva raggiunto il best ranking di n. 39 (migliorato di una posizione dopo i risultati di Indian Wells e Miami) poco più di un anno dopo, grazie al primo titolo ATP conquistato sulla terra rossa di Kitzbuhel nel settembre 2020. Ma da lì la faccenda si era complicata. Prima con un finale di stagione in cui non era riuscito a passare più di un turno negli altri sei tornei disputati, poi con un 2021 deludente, come certificato dallo score stagionale di 14 vittorie e 26 sconfitte dopo che i due precedenti anni da “pro” a tempo pieno lo avevano visto concludere con un saldo positivo tra vittorie e sconfitte. Delusione acuita dal fatto che a partire da maggio, dal Roland Garros in poi, per Miomir i set decisivi erano diventati tabù. Dopo la sconfitta al quinto set nel secondo turno dello Slam parigino contro il connazionale Djere, in cui si era trovato avanti due set a zero, il giovane belgradese aveva infatti perso al quinto anche negli ultimi due Major stagionali ed in nove dei dieci match al meglio dei tre in cui era andato al terzo, l’ultimo dei quali l’amarissima sconfitta 13-11 nel tie-break decisivo in Coppa Davis contro Kukushkin.

Sì la scorsa stagione è stata dura, non è andata come speravo, ma chi lo sa, magari mi tornerà indietro in questa” aveva dichiarato ad inizio stagione il giovane belgradese, dando la sensazione di essersi lasciato alle spalle le amarezze del 2021. E professando, spiegandone i motivi, un certo ottimismo dopo il lavoro fatto in off-season con il suo nuovo coach, un grande ex come David Nalbandian, subentrato nella scorsa stagione allo storico allenatore di Miomir, il croato Miro Hrovatin. “Sono molto più preparato fisicamente e penso in maniera diversa in campo. Questo è l’aspetto su cui, più di tutti, ha influito David. Prima giocavo solo in un modo e se qualcosa non funzionava non avevo altre opzioni: un piano B, un piano C… Adesso ho diverse soluzioni a cui affidarmi”.

 

E che qualcosa in Miomir fosse cambiato si era iniziato a notare già a Melbourne, dove aveva sfruttato il corridoio lasciato libero dal forfait obbligato di Djokovic spingendosi sino agli ottavi di finale, prima di inchinarsi a quella vecchia volpe di Gael Monfils. Risultato assolutamente non scontato, sia per il potenziale carico emotivo da gestire pensando alle aspettative in patria per il fatto di aver “preso il posto” di Nole, sia perché i suoi precedenti risultati Slam (mai oltre il secondo turno) non inducevano certo all’ottimismo. E se sul primo aspetto “Misha” (il suo soprannome in Serbia, ndr) aveva negato di avvertire una pressione particolare nel ritrovarsi lì dove avrebbe dovuto trovarsi il suo fenomenale connazionale, sul secondo invece aveva ammesso che cominciava a non essergli indifferente. “Questa cosa mi ronzava in testa, giocavo gli Slam da tre anni e avevo sempre perso al secondo turno. Mi sono tolto un peso dal cuore, finalmente ho superato il secondo turno.

Vediamo se riesco a mantenere questo livello, spero di riuscirci” aveva dichiarato ai giornalisti serbi lasciando Melbourne. Viste da lontano, le due successive sconfitte con Francisco Cerundolo sulla terra sudamericana in febbraio (a cui si aggiungeva quella contro il cileno Tabilo) erano apparse ai più critici come i segnali che la performance di Melbourne non era stata che un fuoco di paglia. Invece a posteriori assumono un’altra valenza, sia in considerazione dell’exploit – anche grazie al supporto della dea bendata – del tennista argentino con la semifinale raggiunta a Miami, sia perché evidenziano come Miomir si sia messo in gioco sulla terra, superficie che nonostante la vittoria a Kitzbuhel non ha mai amato particolarmente ma che si è reso conto essergli necessaria per ampliare il bagaglio tecnico e tattico e fare un salto di qualità. Ha infatti saltato Montecarlo per recuperare dalle fatiche del Sunshine Double (10 partite disputate in totale, solo Alcaraz ne ha giocate di più, 11), ma tornerà sul mattone tritato già dalla prossima settimana, nel torneo di casa: l’ATP 250 di Belgrado.

Da quanto visto sul cemento USA, spiccano alcuni aspetti del “nuovo” Kecmanovic. Sicuramente la condizione fisica: battagliare alla pari per due ore e mezza con Alcaraz sotto il sole (e l’umidità) della Florida non è da tutti. Ma non è solo una questione di fisico: come aveva spiegato a inizio anno, Miomir adesso gioca in modo diverso. Se prima con i colpi ricercava prevalentemente la profondità, attraverso la quale indurre all’errore dell’avversario, ora il tennista di Belgrado cerca di sfruttare il campo anche in ampiezza, giocando con maggiore angolazione. Ed è diventato più aggressivo, soprattutto con il dritto, cercando di essere lui a conquistare il punto senza attendere – come faceva spesso in passato – l’errore dell’avversario. Grazie anche al supporto di una prima di servizio che sta diventando un’arma importante (81 ace nei primi quattro mesi del 2021, quando il suo record in un anno sono i 166 fatti nel 2019).

Forse però il salto di livello più importante è stato a livello mentale. Kecmanovic ha sempre avuto la tendenza a lamentarsi un po’ troppo tra un punto e l’altro quando le cose in campo non giravano per il verso giusto e a scivolare nella spirale di un body language negativo. Non che questo comportamento sia sparito del tutto, ma la sensazione è che ora riesca a circoscrivere mentalmente la cosa e a resettare, senza portarsi dietro strascichi emotivi nei punti successivi e soprattutto cercando di mantenere un linguaggio del corpo positivo. Lo ha ammesso anche lui: “In campo dimostro più voglia ed energia, “mordo” di più – sono riuscito a svoltare nel modo giusto a livello mentale”. A proposito di svoltare: tornando al discorso dei set decisivi, quest’anno il suo score nei match finiti al terzo è di 5 vittorie e 4 sconfitte.
Già, sembra proprio ci sia un nuovo Miomir Kecmanovic in circolazione. Ed ha più di un piano…

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