Uno contro tutti: l'esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi

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Uno contro tutti: l’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi

Un giovanissimo australiano irrompe sulla scena del tennis già da minorenne. Sarà poi capace di tenere la vetta per 80 settimane. Il vecchio Kid arriva a quota 101

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Erano più giovani di lui, Aaron Krickstein e Michael Chang, quando vinsero il loro primo titolo ATP ma nessuno dei due era riuscito a farlo così presto. Lleyton Hewitt non ha ancora diciassette anni quando, l’11 gennaio 1998, alza il trofeo del torneo di Adelaide, la città che gli ha dato i natali. Primi di iniziare la striscia di cinque vittorie consecutive (nell’ordine Draper, Woodforde, Spadea, Agassi e Stoltenberg le sue vittime), Lleyton aveva giocato un solo incontro nel circuito, perdendo al primo turno degli Australian Open 1997 contro lo spagnolo Sergi Bruguera.

Un predestinato, Lleyton, che sempre in patria – ma questa volta a Sydney – il 18 novembre 2001 batte Grosjean e si aggiudica la Masters Cup, facendosi consegnare da Gustavo Kuerten lo scettro di numero uno del mondo. In precedenza, Hewitt aveva trionfato agli ultimi US Open sotto le Twin Towers battendo Sampras in finale ma aveva dovuto attendere che Kuerten scontasse i punti accumulati l’anno prima per scavalcarlo nel torneo dei maestri. Senza un colpo particolarmente mortifero per gli avversari, Lleyton ha nel carattere e nella solidità di ogni fondamentale le armi che gli consentono di marciare spedito verso la vetta e rimanervi per ben 80 settimane, di cui le prime 75 consecutive.

Tuttavia, nemmeno lui riesce a sottrarsi al destino che vuole il leader del ranking in grossa difficoltà subito dopo l’investitura e, neanche due settimane più tardi, sull’erba stesa per l’occasione dentro la Rod Laver Arena, Hewitt perde il singolare d’apertura della finale di Coppa Davis contro il francese Nicolas Escude (6-4 al quinto dopo essere stato avanti due set a uno) e a poco serve il parziale rimedio contro Grosjean perché nella quinta partita, con Australia e Francia sul 2-2, Wayne Arthurs sostituisce Patrick Rafter ma è di nuovo Escude a prevalere e mettere le mani sull’insalatiera.

 

Chiusa con una certa amarezza la stagione 2001, Hewitt apre ancora peggio quella successiva diventando la prima testa di serie n°1 sconfitta al debutto agli Australian Open; succede a Melbourne, dove Lleyton cede allo spagnolo Alberto Martin in quattro set e lascia il torneo – già orfano del n°2 Kuerten – quando questo è ancora agli albori. “Non sono Superman” ammette il ragazzo ma in cuor suo sta già pensando al riscatto, che avviene puntualmente nella doppia tappa californiana di San Josè e Indian Wells, tornei nei quali il numero 1 trova la maniera di battere, tra gli altri, Agassi e Sampras. La striscia di vittorie si interrompe a quota quindici a Key Biscayne, dove Hewitt diventa il primo re battuto in carriera da uno che la corona la indosserà a lungo: Roger Federer.

Sulla terra – specialmente quella europea – l’australiano non si trova a proprio agio e non a caso arrivano cinque sconfitte tra Monte Carlo e il Roland Garros. Anche se la classifica di chi lo batte non è sempre da primissimi posti, Moya (due volte), Gaudio, Safin e Canas sul rosso sono avversari ostici per il ventunenne che attende – con la giusta convinzione nei propri mezzi – l’arrivo dell’erba, sulla quale far valere le doti eccellenti in termini di risposta e rapidità sul campo. E l’attesa è tutt’altro che vana. Dopo aver conquistato al Queen’s il terzo titolo consecutivo (impresa riuscita, nell’Era Open, solo a McEnroe) e aver dato forfait nei quarti di finale a ‘s-Hertogenbosch, Lleyton Hewitt legittima la sua leadership conquistando i Championships a Wimbledon.

Nelle sette partite disputate, solo l’olandese Sjeng Schalken lo mette alle corde; avanti due set a zero, nel terzo Hewitt non capitalizza nemmeno una delle undici palle-break a disposizione, le ultime quattro delle quali sono match-points. Schalken sopravvive, fa suo il set al tie-break e sfrutta il momento di sbandamento del numero 1 travolgendolo (6-1) nel quarto ma nel quinto, dopo break e contro-break, alla lunga emerge la “tigna” di Lleyton che chiude 7-5 e mette il mattone più pesante del suo secondo Slam.

L’indigestione di verdura (leggi erba) ha riempito lo stomaco del leader e, alla ripresa, Hewitt fatica a carburare e sono due spagnoli a sbarrargli la strada nei Masters Series dell’estate americana: Felix Mantilla al primo turno di Toronto e Carlos Moya, ancora lui, nella finale di Cincinnati. Il campione del Roland Garros 1998 l’aveva già battuto a Monte Carlo e Roma e lo batterà di nuovo nel round robin della Masters Cup, rassegna che chiuderà (in bellezza) il 2002 di Hewitt. Ma non corriamo. Dopo Cincinnati, Lleyton cade al secondo turno a Indianapolis (Rusedski) mentre agli US Open – dove difende il titolo – si ferma in semifinale al cospetto di Andre Agassi che nell’atto conclusivo troverà il rivale di una carriera, ovvero Pete Sampras. Una lieve digressione dal tema di questa rubrica (che vuole ripercorrere il cammino dei numeri uno quando sono tali) per ricordare che il vecchio re, Sampras, arriva a questa finale con un digiuno di titoli che perdura da oltre due anni, durante i quali ha giocato sei finali (due agli US Open, una a Indian Wells oltre a Los Angeles, Long Island e Houston) e le ha perse tutte. Ma non questa, con cui Pete sigilla il 14° Slam in carriera e si ritira imbattuto.

Tornando a Hewitt, i passi falsi proseguono anche in autunno. A Tokyo viene battuto dal più forte thailandese di sempre, Paradorn Srichaphan, mentre a Stoccolma rimedia un doppio 6-3 con Raemon Sluiter. L’olandese, che non andrà oltre un best-ranking di n°46 al mondo, troverà il modo di far parlare di sé nel 2009 a ‘s-Hertogenbosch quando, da n° 866 del mondo e in tabellone grazie a una wild-card, diventerà il tennista con la peggiore classifica ad aver raggiunto una finale ATP. Dopo due battute d’arresto, a Parigi Bercy Hewitt riesce ad avanzare fino all’ultimo giorno ma in finale Marat Safin lo regola in tre set (7-6 6-0 6-4). Il risultato di questi… risultati è che Hewitt arriva a Shanghai, sede della Masters Cup, con il timore di perdere lo scettro. La possibilità diviene ancora più concreta quando, dopo aver perso nel round robin con Moya, gli incroci del gruppo rosso fanno sì che, all’ultima giornata, se Albert Costa dovesse battere lo stesso Moya (già qualificato) senza perdere set, Hewitt verrebbe eliminato e a quel punto, vincendo il torneo, Agassi si prenderebbe anche la corona del re.

Invece lo statunitense non arriva nemmeno in semifinale mentre Moya batte uno stoico Costa in quasi tre ore e quello che fino a qualche ora prima era un vicolo stretto e buio si trasforma, per l’australiano Lleyton Hewitt, in una vera e propria autostrada. Oddio, in realtà è lui ad allargarne le corsie lottando come un leone sia in semifinale con Federer (7-5 5-7 7-5) che in finale con Juan Carlos Ferrero, sconfitto 6-4 al quinto dopo essersi fatto recuperare un vantaggio di due a zero. Maestro per il secondo anno consecutivo, Hewitt chiude la stagione da n°1 e smentisce nuovamente tutti i suoi (numerosi) detrattori, che non gli riconoscono le stimmate del fuoriclasse.

Pur facendo meglio dell’anno precedente, nello Slam di casa il numero 1 continua ad accumulare risultati negativi e così il 2003 si apre, per Hewitt, con la sconfitta negli ottavi degli Australian Open per mano di Younes El Aynaoui. Sarà, questa, l’unica vittoria contro un leader ATP in sette partite per il marocchino, che ha già perso due volte con Agassi e con lo stesso Hewitt e perderà di nuovo con gli stessi avversari nel corso della stagione. Una di queste avviene al primo turno di Indian Wells, dove Hewitt ci arriva da campione di Scottsdale e conferma il titolo conquistato nel 2002 battendo in finale il redivivo Kuerten con un doppio 6-1. Inattesa è invece l’eliminazione al debutto in quel di Miami, dove a sorprendere Lleyton è il 34enne mancino spagnolo Francisco Clavet, specialista della terra rossa e assai lontano, quanto a classifica, al suo best-ranking (18) conquistato oltre dieci anni prima. Adesso “Pato” è scivolato al n°178 ed è in tabellone dopo essersi qualificato ma è l’unico tennista nella storia ad aver vinto l’ultimo incontro in carriera battendo il numero 1 del mondo.

Sul rosso, Hewitt gioca in Germania tra Amburgo (dove perde al terzo turno contro il cileno Fernando Gonzalez) e Dusseldorf (tre vittorie nella World Team Cup, di cui particolarmente significativa quella con Moya) ma in precedenza, esattamente tra il 28 aprile e l’11 maggio, ha dovuto lasciare temporaneamente il trono ad Agassi, che però non ha approfittato dell’occasione perdendo a Roma contro il giovane iberico David Ferrer dopo averlo dominato nel primo set (0-6 7-6 6-4). Lo scivolone ha dunque rimesso Hewitt al suo posto ma le settimane di “Rusty” stanno giungendo al termine e l’ultima, l’ottantesima per la precisione, la trascorre al Queen’s dove Sebastien Grosjean ne interrompe una striscia positiva di 17 vittorie e ne decreta la fine del regno. Dunque, sono 80 le settimane complessive di Hewitt in testa alla classifica ATP, periodo nel quale l’australiano ha disputato 28 tornei vincendone 7 e 108 incontri, vincendone 87. A succedergli è nuovamente Agassi, semifinalista nel minore dei due tornei sull’erba londinese, che a sua volta estenderà il suo regno intermittente a un totale di 101 settimane distribuite in un arco temporale di ben otto anni e mezzo.

Gli ultimi quattro tornei da re non portano titoli nella bacheca dello statunitense. A Wimbledon esce negli ottavi vittima di Philippoussis mentre a Washington perde con Fernando Gonzalez prima di cedere a Schuettler nel Masters Series di Montreal. Sconfitto a Cincinnati nel 1999 da Sampras, il tedesco chiuderà la carriera con un bilancio attivo nei confronti del n°1; il 2-6 6-2 6-3 canadese con Agassi lo porta in parità e, a fine stagione, sarà il primo a infliggere una delusione al 22° re dell’ATP. Ma di questo parleremo nella prossima puntata, anche perché prima ci sarà pure un 21° e dopo inizierà la leggenda del re dei re. Adesso ci limitiamo a mettere in cifre la vicenda di Agassi, che si conclude nelle semifinali degli US Open con 101 settimane, 34 tornei e 135 incontri, di cui appena 107 vinti (è solo undicesimo nella speciale classifica che guarda la percentuale di vittorie). Tuttavia, è l’unico numero 1 ad aver vinto in carriera i quattro Slam, il Masters, la Davis e la medaglia d’oro olimpica. Scusate se è poco.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – DICIOTTESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
2001HEWITT, LLEYTONESCUDE, NICOLAS64 36 63 36 46DAVIS CUPG
2002HEWITT, LLEYTONMARTIN, ALBERTO61 16 46 67AUSTRALIAN OPENH
2002HEWITT, LLEYTONFEDERER, ROGER36 46MIAMIH
2002HEWITT, LLEYTONMOYA, CARLOS46 36MONTE CARLOC
2002HEWITT, LLEYTONGAUDIO, GASTON46 57BARCELLONAC
2002HEWITT, LLEYTONMOYA, CARLOS36 26ROMAC
2002HEWITT, LLEYTONSAFIN, MARAT36 16AMBURGOC
2002HEWITT, LLEYTONCANAS, GUILLERMO76 67 46 36ROLAND GARROSC
2002HEWITT, LLEYTONMANTILLA, FELIX62 46 36CANADA OPENH
2002HEWITT, LLEYTONMOYA, CARLOS57 67CINCINNATIH
2002HEWITT, LLEYTONRUSEDSKI, GREG67 46INDIANAPOLISH
2002HEWITT, LLEYTONAGASSI, ANDRE46 67 76 26US OPENH
2002HEWITT, LLEYTONSRICHAPHAN, PARADORN46 36TOKYOH
2002HEWITT, LLEYTONSLUITER, RAEMON36 36STOCCOLMAH
2002HEWITT, LLEYTONSAFIN, MARAT67 06 46PARIGI BERCYS
2002HEWITT, LLEYTONMOYA, CARLOS46 57MASTERS H
2003HEWITT, LLEYTONEL AYNAOUI, YOUNES76 67 67 46AUSTRALIAN OPENL
2003HEWITT, LLEYTONCLAVET, FRANCISCO46 46MIAMIH
2003AGASSI, ANDREFERRER, DAVID60 67 46ROMAC
2003HEWITT, LLEYTONGONZALEZ, FERNANDO16 63 06AMBURGOC
2003HEWITT, LLEYTONROBREDO, TOMMY64 61 36 26 36ROLAND GARROSC
2003HEWITT, LLEYTONGROSJEAN, SEBASTIEN36 46QUEEN’SG
2003AGASSI, ANDREPHILIPPOUSSIS, MARK36 62 76 36 46WIMBLEDONG
2003AGASSI, ANDREGONZALEZ, FERNANDO63 46 67WASHINGTONH
2003AGASSI, ANDRESCHUETTLER, RAINER62 26 36CANADA OPENH
2003AGASSI, ANDREFERRERO, JUAN CARLOS46 36 63 46US OPENH

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten

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Australian Open

Australian Open Junior: i campioni nel singolare sono il belga Alexander Blockx e la russa Alina Korneeva

Nel segno di Carlos Alcaraz e Maria Sharapova, le affermazioni juniores dell’Happy Slam 2023

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Alex Block - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)
Alex Block - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)

Il primo tennista belga in finale all’Australian Open ha rotto la maledizione dei suoi connazionali negli appuntamenti conclusivi delle prove Major dedicate ai campioni Under 18 del tennis mondiale. Dopo che difatti nelle due finali Slam di categoria del 2022 al Roland Garros e allo US Open il “diavolino rosso” Gilles Arnaud Bailly era sempre uscito dal campo sconfitto, al primo torneo del Grande Slam che apre la nuova stagione Alexander Blockx ha riscattato il movimento giovanile del suo Paese trionfando in tre set sullo statunitense Learner Tien per 6-1 2-6 7-6(9). Una vittoria che sa di duplice soddisfazione per Sasha “il belga”, visto e considerato che era giunto all’ultimo atto della competizione anche nel tabellone di doppio ma a sbarrargli la strada ed impedirgli di poter festeggiare un successo raddoppiato è stato proprio l’avversario messo al tappeto nella finale del singolare. Tier al fianco di Cooper Williams, infatti, ha avuto la meglio di Blockx e del suo compagno di specialità per l’occasione: il portoghese Joao Fonseca.

Curiosa la storia personale del nuovo campione junior Down Under, il quale si è avvicinato al mondo della racchetta quasi per una accidentale casualità. Accompagnando suo fratello a lezione scoppiò la scintilla che gli fece letteralmente perdere la testa per il tennis, un amore viscerale per questo sport che dacché prese la sua prima lezione dal maestro Philippe Cassiers non ha più abbandonato. Da allora sono trascorsi ben 13 anni e il suo primo maestro ha continuato a seguirlo divenendo stabilmente il proprio coach personale. Dopo aver alzato al cielo di Melbourne il trofeo di campione Under 18 del torneo, il 17enne belga ha dichiarato di ispirarsi come modello di riferimento nel panorama tennistico attuale allo spagnolo – e numero uno ATP ancora per poco meno di 48 ore – Carlos Alcaraz: “Il dritto di Carlitos è pesante, il suo rovescio è buonissimo e poi mentalmente è uno dei migliori. E’ certamente l’esempio perfetto”.

 

Il mancino a stelle e strisce Learner Tien pur classificatosi al secondo posto nel torneo, superato soltanto in finale, a differenza di colui che si è laureato vittorioso nella partita che assegnava il trofeo, si è già fatto notare nel circuito maggiore. Lo scorso anno, infatti, grazie al fatto di essersi aggiudicato il titolo USA Under 18 a Kalamazoo ha ottenuto un invito per la successiva edizione di Flushing Meadows. E’ stato così il primo sedicenne a prendere parte ad un main-draw del Tour maggiore dal 2019, e addirittura il più giovane a partecipare al tabellone principale di New York dal 2005. In quella circostanza, fu persino in grado di strappare un set alla testa di serie numero 32 Miomir Kecmanovic. Nella sua freschissima bacheca Tien può già vantare un successo da professionista, in doppio in un evento ITF. Mentre da singolarista, prima del risultato in terra australiana, si era spinto sino ai quarti dell’edizione junior di Wimbledon 2022. Nel dicembre scorso, inoltre, è stato annunciato il suo ingresso nella squadra di college dell’University of Southern California.

Infine a riprova del grande momento che sta vivendo il tennis maschile d’Oltreoceano e che si rifà ad un illustre passato, come abbiamo potuto appurare anche dal torneo senior, con il mancino di chiare origini asiatiche – attuale numero 27 del ranking ITF giovanile – diventano 12 gli statunitensi che hanno raggiunto la finale del singolare maschile all’Open d’Australia junior. Sette di loro si sono pure aggiudicati il titolo: Gerry Moss (1955), Butch Buchholz (1959), Andy Roddick (2000), Donald Young (2005), Sebastian Korda (2018) e il campione uscente Bruno Kuzuhara.

Al contrario, sono unicamente sei in totale i giocatori belgi in grado di raggiungere una finale Slam da junior – considerando tutti e quattro i Majors – con soli due campioni prima di Blockx: Jacques Brichant (due anni di fila finalista all’Open di Francia, con vittoria nel ’47 e sconfitta la stagione successiva) e Kimmer Coppejans, sempre campione sulla terra rossa di Bois De Boulogne nel 2012.

UN DERBY TRA TENNISTE SENZA BANDIERA

A contendersi il titolo di campionessa juniores dell’Australian Open 2023 sono state invece due promesse del tennis russo. Dunque, un derby tra atlete neutrali ha fatto da cornice all’assegnazione del trofeo. A spuntarla è stata la siberiana Alina Korneeva, capace di superare la quindicenne Mirra Andreeva – la quale pur perdendo è riuscita comunque ad eguagliare il risultato ottenuto dalla sorella Erika, che al RG 2022 aveva raggiunto l’ultimo atto del torneo – rimontandola con il punteggio finale che recita (6)6-7 6-4 7-5.

In queste sue prime settimane vissute sul suolo australiano – non vi era mai stata prima, in parte ricorda il primo viaggio fuori dagli Stati Uniti di Ben Shelton – con accanto a sé la madre Alina si è concentrata esclusivamente sul tennis nonostante abbia dichiarato che le sarebbe piaciuto fare visita allo zoo di Melbourne. I suoi modelli di riferimento, soprattutto per ciò che concerne i valori che hanno trasmesso fuori dal campo sono Serena Williams e Rafa Nadal.

Tuttavia con una racchetta in mano è tutt’altra storia, dato che in patria l’accostano ad una leggenda del passato vincitrice di cinque prove dello Slam. Il soprannome affibbiatole è quello di “mini-Sharapova“. La giovane russa è stata protagonista di una repentina crescita durante il 2022, a tal punto da farle scalare con la stessa rapidità anche la classifica ITF juniores. Non a caso delle quattro semifinaliste, era l’unica che non aveva ancora partecipato allo Slam aussie prima di quest’anno. Al momento si trova alla piazza numero 15 del ranking di categoria, e alla posizione numero 553 – ma ha già soggiornato per un breve periodo nella Top 300 – della classifica WTA poiché ha già fatto suo il primo titolo da Pro – lo scorso settembre – al W15 di Casablanca. Una finale tra russe, che però ha comunque rappresentato qualcosa di molto più significativo per le protagoniste arrivate a giocarsela che un semplice derby fra connazionali. Korneeva e Andreeva sono difatti molto amiche, tant’è che si sono iscritte in coppia al torneo di doppio dove hanno fatto un bel percorso venendo eliminate solamente in semifinale dal duo giapponese formato da Hayu Kinoshita e Sara Saito, le quali a loro volta sarebbero state superate nel match valevole per il titolo dalla nostra Federica Urgesi e Renata Jamrichova.

Alina ha anche detto di aver perseguito una routine molto metodica in questi giorni di torneo, si è sempre svegliata un’ora e mezza prima che la navetta andasse a prenderla all’Hotel dell’Albert Park – in cui è situato il circuito di Formula Uno – dove ha soggiornato per trasportarla a Melbourne Park. Rigorosa anche nel consumare la stessa tipologia di colazione: uova strapazzate con salsa di pomodoro, due salsicce di pollo, sei fette di anguria, cinque di melone più un succo d’ananas.

Korneeva ha debuttato nel circuito maggiore a Monastir 2022, dopo aver conquistato ben quattro tornei ITF. E’ allenata dal coach francese Jean Cristophe Faurel: ex numero 140 ATP con un passato da allenatore di Coco Gauff.

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Roger Federer diventa un’opera d’arte: ecco l’installazione dell’artista Ugo Rondinone

Il campione svizzero sfida la gravità per il nuovo documentario “Portrait of a Champion”, basato sulla composizione dell’artista italo-svizzero Ugo Rondinone

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Simon Bruty)

Dal ritorno alle passioni giovanili, rimaste per troppo tempo amori confinati nel dimenticatoio, passando per il glamour delle passerelle – in vista dei preparativi del Met Gala – e fino ad arrivare a raffigurare una fonte d’ispirazione per la propria canzone d’esordio; il passo è brevissimo per trasformarsi anche in un’opera d’arte sospeso nell’aria con l’unico aggancio rappresentato da un paio di funi (come riporta La Gazzetta dello Sport).

Davvero, Roger Federer da quando ha appeso la racchetta lo scorso settembre non si sta facendo mancare alcunché vivendo le più svariate esperienze. Dopo l’obbligatoria tappa alla settimana della moda parigina in occasione dell’Haute Couture, il campione svizzero è apparso nel trailer del documentario “Portrait of a Champion” – disponibile per la visione dal 31 gennaio – in cui racconta il percorso personale che lo ha accompagnato durante l’intero iter propedeutico alla realizzazione dell’istallazione: “Burn Shine Fly” dell’artista Ugo Rondinone.

L’IDEA DIETRO L’OPERA – Per dare vita ad una delle sette sculture realizzate dall’artista svizzero di origini italiane, ispiratosi per la creazione di quest’opera ai trapezisti poiché l’idea che voleva trasmettere attraverso questa serie di sculture era quella dell’effetto che viene prodotto quando si è in volo, Federer – il quale nel complesso artistico rappresenta il “Cloud Six“, ovvero la sesta parte della composizione – è stato appeso al soffitto con un’imbracatura in modo tale che il suo corpo potesse venire catturato in diverse pose mediante la tecnologia 3D, provvista di uno scanner ad alta rifinitura.

 

Il 41enne nativo di Basilea ha così dovuto trascorrere innumerevoli ore all’interno di uno stampo, apposito a ricreare una copia esatta del proprio corpo. Il medesimo procedimento è stato poi anche apportato per il viso del 20 volte campione Slam dopo averlo necessariamente ricoperto di silicone: “Penso che quando si hanno 41 anni e si è in viaggio da ben venti, avere l’opportunità di lavorare con qualcuno come Ugo è un qualcosa di entusiasmante perché ti porta completamente fuori dalla realtà per catapultarti in un altro mondo” – queste le parole di Roger, a commento della serata indetta per annunciare l’uscita ufficiale del documentario, per poi chiosare – “Forse è un mondo in cui non mi sento così a mio agio ma perché per me l’arte è nuova e ho per questo ancora tanto da imparare su di essa… L’arte è qualcosa che mi entusiasma davvero tanto e voglio saperne sempre di più poiché sono una persona molto curiosa della vita, e quindi di tutti i suoi aspetti“.

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Marion Bartoli si rivela a Behind The Racquet: “La moda mi ha salvato”

La tennista francese ha parlato del ritiro e della nuova vita da designer, commentatrice e, per breve tempo, coach

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Marion Bartoli - Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Dal 2019, Noah Rubin porta avanti  “Behind The Racquet”, uno spazio social che ospita le vite dei tennisti oltre al tennis, “dietro alla racchetta”. Questo progetto si è rivelato nel corso di questi anni ben più di un curioso dietro le quinte, ma anche un’opportunità di scorgere aspetti autentici di tanti uomini e donne prima che di tennisti e tenniste, le loro debolezze, le loro insicurezze, le loro motivazioni. 

Nel tempo hanno partecipato tennisti del calibro di Andrey Rublev, Madison Keys, Sloane Stephens, Dustin Brown, oltre alle italiane Sara Errani e Martina Trevisan. 

Ad essi si è ora unita Marion Bartoli. La tennista francese è celebre per la tormentata carriera sportiva, che l’ha sì portata al numero sette del mondo e alla vittoria del torneo di Wimbledon nel 2013, ma anche al ritiro appena due mesi dopo, all’età di ventinove anni, a causa dei persistenti problemi fisici. Successivamente, Bartoli è entrata nel mondo della moda, ma non ha abbandonato del tutto il tennis: nel 2019 ha allenato Jelena Ostapenko, e oggi lavora come commentatrice. Ha raccontato così la sua esperienza a Behind the Racquet

 

Ho vinto Wimbledon nel 2013 e mi sono ritirata alcune settimane dopo. Quando vinci uno slam sei al settimo cielo e non vuoi lasciare perché sei stata finalmente ripagata del tuo duro lavoro. La mia mente voleva continuare ma il corpo non poteva proprio andare avanti. Ho dedicato la mia vita a competere con le migliori giocatrici del mondo. Le ore extra di esercizio e allenamento sono costate: non potevo continuare a giocare nel dolore. Volevo vincere un grande slam così ardentemente che la mia mente ha sospinto il mio corpo finchè non ho vinto Wimbledon. Ma poi, quando ho vinto, mi sono sentita vuota. È stato doloroso perché non potevo capitalizzare sulla mia vittoria. 

Fortunatamente, mi sono imbattuta nella moda e nel design. Ho conseguito una laurea in moda a Londra, al Centre Saint Martins, il che ha distolto la mia mente dalla sofferenza di non poter giocare a tennis. Ho lavorato per Fila per lungo tempo. Il mio successo fuori dal campo mi ha aiutato a cancellare la mia precedente identità di tennista. Senza la moda, dopo il ritiro sarebbe andata molto peggio. Ma il tennis mi manca ancora. Quando ho una brutta giornata, desidero tornare in campo. Lavorando come commentatrice, quando oltrepasso nuovamente i cancelli di Wimbledon vengo assalita dai ricordi. Non è facile vedere i giocatori di oggi scendere in campo quando anche tu, in passato, eri lì. 

Il mio più grande tifoso è sempre stato mio padre, che mi ha aiutato a rimanere positiva durante i miei infortuni. Essendo un dottore che deve avere a che fare con situazioni critiche ogni giorno, vedeva i miei infortuni in un’ottica più ottimista. A 23 anni, ho perso la mia prima finale slam a Wimbledon. È stato un momento difficile perché ero andata molto vicina al successo. Ho parlato con mio padre e lui mi ha aiutato a considerare la situazione nel suo complesso. Una difficoltà è un momento della tua vita che ti rende solo più forte. Mi ha dato una nuova prospettiva sul tennis e sulla vita. 

Ho sempre voluto allenare perché mi piace dare alle persone, essere generosa e ripagare lo sport. Per me allenare non riguarda i soldi o la fama, ma l’aiutare qualcuno ad essere un giocatore migliore. Non ha importanza se sei un giocatore da club o un professionista perché ciascuno ha il suo margine di miglioramento. La cosa che mi rende più soddisfatta è condividere la mia conoscenza tennistica per aiutare un giocatore a migliorare. 

Nel 2019 ho cominciato ad allenare Jelena Ostapenko. Aveva vinto il Roland Garros due anni prima ma era sul punto di uscire dai primi 100. Conosco il tennis femminile molto bene ed avevo affrontato molte sue avversarie durante la mia carriera. Abbiamo leggermente modificato la sua tecnica e l’abbiamo aiutata a guadagnare forza mentale. Jelena ha vinto nove dei suoi successivi dieci incontri, è tornata in top 50 e ha vinto il suo primo titolo wta in più di due anni: è stata una grande esperienza.  

Quando maturi e guadagni esperienza, rifletti sulla tua vita. Il mio errore più grande è stato non affidarmi ad un fisioterapista privato perché sarei durata molto di più sul tour. Il mio corpo era costantemente dolorante ed era faticoso stare in campo. Ma era costoso assumere un fisioterapista e il prize money al tempo era più basso. Ho sentito Sharapova rivelare la sua esperienza sul tour, di recente. Ha detto che quando entrava in un tennis club era completamente immersa nel suo mondo ed estremamente concentrata. La mia esperienza è stata simile ma non così estrema. Ho fatto amicizia con altre quattro giocatrici, ma si può dare il massimo anche rispettando il tuo avversario. Io l’ho sempre fatto.”

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