Uno contro tutti: l'esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi

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Uno contro tutti: l’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi

Un giovanissimo australiano irrompe sulla scena del tennis già da minorenne. Sarà poi capace di tenere la vetta per 80 settimane. Il vecchio Kid arriva a quota 101

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Erano più giovani di lui, Aaron Krickstein e Michael Chang, quando vinsero il loro primo titolo ATP ma nessuno dei due era riuscito a farlo così presto. Lleyton Hewitt non ha ancora diciassette anni quando, l’11 gennaio 1998, alza il trofeo del torneo di Adelaide, la città che gli ha dato i natali. Primi di iniziare la striscia di cinque vittorie consecutive (nell’ordine Draper, Woodforde, Spadea, Agassi e Stoltenberg le sue vittime), Lleyton aveva giocato un solo incontro nel circuito, perdendo al primo turno degli Australian Open 1997 contro lo spagnolo Sergi Bruguera.

Un predestinato, Lleyton, che sempre in patria – ma questa volta a Sydney – il 18 novembre 2001 batte Grosjean e si aggiudica la Masters Cup, facendosi consegnare da Gustavo Kuerten lo scettro di numero uno del mondo. In precedenza, Hewitt aveva trionfato agli ultimi US Open sotto le Twin Towers battendo Sampras in finale ma aveva dovuto attendere che Kuerten scontasse i punti accumulati l’anno prima per scavalcarlo nel torneo dei maestri. Senza un colpo particolarmente mortifero per gli avversari, Lleyton ha nel carattere e nella solidità di ogni fondamentale le armi che gli consentono di marciare spedito verso la vetta e rimanervi per ben 80 settimane, di cui le prime 75 consecutive.

Tuttavia, nemmeno lui riesce a sottrarsi al destino che vuole il leader del ranking in grossa difficoltà subito dopo l’investitura e, neanche due settimane più tardi, sull’erba stesa per l’occasione dentro la Rod Laver Arena, Hewitt perde il singolare d’apertura della finale di Coppa Davis contro il francese Nicolas Escude (6-4 al quinto dopo essere stato avanti due set a uno) e a poco serve il parziale rimedio contro Grosjean perché nella quinta partita, con Australia e Francia sul 2-2, Wayne Arthurs sostituisce Patrick Rafter ma è di nuovo Escude a prevalere e mettere le mani sull’insalatiera.

 

Chiusa con una certa amarezza la stagione 2001, Hewitt apre ancora peggio quella successiva diventando la prima testa di serie n°1 sconfitta al debutto agli Australian Open; succede a Melbourne, dove Lleyton cede allo spagnolo Alberto Martin in quattro set e lascia il torneo – già orfano del n°2 Kuerten – quando questo è ancora agli albori. “Non sono Superman” ammette il ragazzo ma in cuor suo sta già pensando al riscatto, che avviene puntualmente nella doppia tappa californiana di San Josè e Indian Wells, tornei nei quali il numero 1 trova la maniera di battere, tra gli altri, Agassi e Sampras. La striscia di vittorie si interrompe a quota quindici a Key Biscayne, dove Hewitt diventa il primo re battuto in carriera da uno che la corona la indosserà a lungo: Roger Federer.

Sulla terra – specialmente quella europea – l’australiano non si trova a proprio agio e non a caso arrivano cinque sconfitte tra Monte Carlo e il Roland Garros. Anche se la classifica di chi lo batte non è sempre da primissimi posti, Moya (due volte), Gaudio, Safin e Canas sul rosso sono avversari ostici per il ventunenne che attende – con la giusta convinzione nei propri mezzi – l’arrivo dell’erba, sulla quale far valere le doti eccellenti in termini di risposta e rapidità sul campo. E l’attesa è tutt’altro che vana. Dopo aver conquistato al Queen’s il terzo titolo consecutivo (impresa riuscita, nell’Era Open, solo a McEnroe) e aver dato forfait nei quarti di finale a ‘s-Hertogenbosch, Lleyton Hewitt legittima la sua leadership conquistando i Championships a Wimbledon.

Nelle sette partite disputate, solo l’olandese Sjeng Schalken lo mette alle corde; avanti due set a zero, nel terzo Hewitt non capitalizza nemmeno una delle undici palle-break a disposizione, le ultime quattro delle quali sono match-points. Schalken sopravvive, fa suo il set al tie-break e sfrutta il momento di sbandamento del numero 1 travolgendolo (6-1) nel quarto ma nel quinto, dopo break e contro-break, alla lunga emerge la “tigna” di Lleyton che chiude 7-5 e mette il mattone più pesante del suo secondo Slam.

L’indigestione di verdura (leggi erba) ha riempito lo stomaco del leader e, alla ripresa, Hewitt fatica a carburare e sono due spagnoli a sbarrargli la strada nei Masters Series dell’estate americana: Felix Mantilla al primo turno di Toronto e Carlos Moya, ancora lui, nella finale di Cincinnati. Il campione del Roland Garros 1998 l’aveva già battuto a Monte Carlo e Roma e lo batterà di nuovo nel round robin della Masters Cup, rassegna che chiuderà (in bellezza) il 2002 di Hewitt. Ma non corriamo. Dopo Cincinnati, Lleyton cade al secondo turno a Indianapolis (Rusedski) mentre agli US Open – dove difende il titolo – si ferma in semifinale al cospetto di Andre Agassi che nell’atto conclusivo troverà il rivale di una carriera, ovvero Pete Sampras. Una lieve digressione dal tema di questa rubrica (che vuole ripercorrere il cammino dei numeri uno quando sono tali) per ricordare che il vecchio re, Sampras, arriva a questa finale con un digiuno di titoli che perdura da oltre due anni, durante i quali ha giocato sei finali (due agli US Open, una a Indian Wells oltre a Los Angeles, Long Island e Houston) e le ha perse tutte. Ma non questa, con cui Pete sigilla il 14° Slam in carriera e si ritira imbattuto.

Tornando a Hewitt, i passi falsi proseguono anche in autunno. A Tokyo viene battuto dal più forte thailandese di sempre, Paradorn Srichaphan, mentre a Stoccolma rimedia un doppio 6-3 con Raemon Sluiter. L’olandese, che non andrà oltre un best-ranking di n°46 al mondo, troverà il modo di far parlare di sé nel 2009 a ‘s-Hertogenbosch quando, da n° 866 del mondo e in tabellone grazie a una wild-card, diventerà il tennista con la peggiore classifica ad aver raggiunto una finale ATP. Dopo due battute d’arresto, a Parigi Bercy Hewitt riesce ad avanzare fino all’ultimo giorno ma in finale Marat Safin lo regola in tre set (7-6 6-0 6-4). Il risultato di questi… risultati è che Hewitt arriva a Shanghai, sede della Masters Cup, con il timore di perdere lo scettro. La possibilità diviene ancora più concreta quando, dopo aver perso nel round robin con Moya, gli incroci del gruppo rosso fanno sì che, all’ultima giornata, se Albert Costa dovesse battere lo stesso Moya (già qualificato) senza perdere set, Hewitt verrebbe eliminato e a quel punto, vincendo il torneo, Agassi si prenderebbe anche la corona del re.

Invece lo statunitense non arriva nemmeno in semifinale mentre Moya batte uno stoico Costa in quasi tre ore e quello che fino a qualche ora prima era un vicolo stretto e buio si trasforma, per l’australiano Lleyton Hewitt, in una vera e propria autostrada. Oddio, in realtà è lui ad allargarne le corsie lottando come un leone sia in semifinale con Federer (7-5 5-7 7-5) che in finale con Juan Carlos Ferrero, sconfitto 6-4 al quinto dopo essersi fatto recuperare un vantaggio di due a zero. Maestro per il secondo anno consecutivo, Hewitt chiude la stagione da n°1 e smentisce nuovamente tutti i suoi (numerosi) detrattori, che non gli riconoscono le stimmate del fuoriclasse.

Pur facendo meglio dell’anno precedente, nello Slam di casa il numero 1 continua ad accumulare risultati negativi e così il 2003 si apre, per Hewitt, con la sconfitta negli ottavi degli Australian Open per mano di Younes El Aynaoui. Sarà, questa, l’unica vittoria contro un leader ATP in sette partite per il marocchino, che ha già perso due volte con Agassi e con lo stesso Hewitt e perderà di nuovo con gli stessi avversari nel corso della stagione. Una di queste avviene al primo turno di Indian Wells, dove Hewitt ci arriva da campione di Scottsdale e conferma il titolo conquistato nel 2002 battendo in finale il redivivo Kuerten con un doppio 6-1. Inattesa è invece l’eliminazione al debutto in quel di Miami, dove a sorprendere Lleyton è il 34enne mancino spagnolo Francisco Clavet, specialista della terra rossa e assai lontano, quanto a classifica, al suo best-ranking (18) conquistato oltre dieci anni prima. Adesso “Pato” è scivolato al n°178 ed è in tabellone dopo essersi qualificato ma è l’unico tennista nella storia ad aver vinto l’ultimo incontro in carriera battendo il numero 1 del mondo.

Sul rosso, Hewitt gioca in Germania tra Amburgo (dove perde al terzo turno contro il cileno Fernando Gonzalez) e Dusseldorf (tre vittorie nella World Team Cup, di cui particolarmente significativa quella con Moya) ma in precedenza, esattamente tra il 28 aprile e l’11 maggio, ha dovuto lasciare temporaneamente il trono ad Agassi, che però non ha approfittato dell’occasione perdendo a Roma contro il giovane iberico David Ferrer dopo averlo dominato nel primo set (0-6 7-6 6-4). Lo scivolone ha dunque rimesso Hewitt al suo posto ma le settimane di “Rusty” stanno giungendo al termine e l’ultima, l’ottantesima per la precisione, la trascorre al Queen’s dove Sebastien Grosjean ne interrompe una striscia positiva di 17 vittorie e ne decreta la fine del regno. Dunque, sono 80 le settimane complessive di Hewitt in testa alla classifica ATP, periodo nel quale l’australiano ha disputato 28 tornei vincendone 7 e 108 incontri, vincendone 87. A succedergli è nuovamente Agassi, semifinalista nel minore dei due tornei sull’erba londinese, che a sua volta estenderà il suo regno intermittente a un totale di 101 settimane distribuite in un arco temporale di ben otto anni e mezzo.

Gli ultimi quattro tornei da re non portano titoli nella bacheca dello statunitense. A Wimbledon esce negli ottavi vittima di Philippoussis mentre a Washington perde con Fernando Gonzalez prima di cedere a Schuettler nel Masters Series di Montreal. Sconfitto a Cincinnati nel 1999 da Sampras, il tedesco chiuderà la carriera con un bilancio attivo nei confronti del n°1; il 2-6 6-2 6-3 canadese con Agassi lo porta in parità e, a fine stagione, sarà il primo a infliggere una delusione al 22° re dell’ATP. Ma di questo parleremo nella prossima puntata, anche perché prima ci sarà pure un 21° e dopo inizierà la leggenda del re dei re. Adesso ci limitiamo a mettere in cifre la vicenda di Agassi, che si conclude nelle semifinali degli US Open con 101 settimane, 34 tornei e 135 incontri, di cui appena 107 vinti (è solo undicesimo nella speciale classifica che guarda la percentuale di vittorie). Tuttavia, è l’unico numero 1 ad aver vinto in carriera i quattro Slam, il Masters, la Davis e la medaglia d’oro olimpica. Scusate se è poco.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – DICIOTTESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
2001HEWITT, LLEYTONESCUDE, NICOLAS64 36 63 36 46DAVIS CUPG
2002HEWITT, LLEYTONMARTIN, ALBERTO61 16 46 67AUSTRALIAN OPENH
2002HEWITT, LLEYTONFEDERER, ROGER36 46MIAMIH
2002HEWITT, LLEYTONMOYA, CARLOS46 36MONTE CARLOC
2002HEWITT, LLEYTONGAUDIO, GASTON46 57BARCELLONAC
2002HEWITT, LLEYTONMOYA, CARLOS36 26ROMAC
2002HEWITT, LLEYTONSAFIN, MARAT36 16AMBURGOC
2002HEWITT, LLEYTONCANAS, GUILLERMO76 67 46 36ROLAND GARROSC
2002HEWITT, LLEYTONMANTILLA, FELIX62 46 36CANADA OPENH
2002HEWITT, LLEYTONMOYA, CARLOS57 67CINCINNATIH
2002HEWITT, LLEYTONRUSEDSKI, GREG67 46INDIANAPOLISH
2002HEWITT, LLEYTONAGASSI, ANDRE46 67 76 26US OPENH
2002HEWITT, LLEYTONSRICHAPHAN, PARADORN46 36TOKYOH
2002HEWITT, LLEYTONSLUITER, RAEMON36 36STOCCOLMAH
2002HEWITT, LLEYTONSAFIN, MARAT67 06 46PARIGI BERCYS
2002HEWITT, LLEYTONMOYA, CARLOS46 57MASTERS H
2003HEWITT, LLEYTONEL AYNAOUI, YOUNES76 67 67 46AUSTRALIAN OPENL
2003HEWITT, LLEYTONCLAVET, FRANCISCO46 46MIAMIH
2003AGASSI, ANDREFERRER, DAVID60 67 46ROMAC
2003HEWITT, LLEYTONGONZALEZ, FERNANDO16 63 06AMBURGOC
2003HEWITT, LLEYTONROBREDO, TOMMY64 61 36 26 36ROLAND GARROSC
2003HEWITT, LLEYTONGROSJEAN, SEBASTIEN36 46QUEEN’SG
2003AGASSI, ANDREPHILIPPOUSSIS, MARK36 62 76 36 46WIMBLEDONG
2003AGASSI, ANDREGONZALEZ, FERNANDO63 46 67WASHINGTONH
2003AGASSI, ANDRESCHUETTLER, RAINER62 26 36CANADA OPENH
2003AGASSI, ANDREFERRERO, JUAN CARLOS46 36 63 46US OPENH

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten

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Vika Azarenka, la campionessa nata due volte

La ‘nuova’ Vika Azarenka è una campionessa ritrovata, dopo essere stata a un passo dal ritiro

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Credere in se stessi, sempre. Banale, certo, ma non così scontato. Per Vika Azarenka, questo concetto apparentemente semplice ma essenziale è un mantra che ne ha scandito l’intera esistenza. Se c’è un’atleta che possiede una fiducia incrollabile nelle proprie possibilità è proprio Vika. Ragazza apparentemente algida ma dal fare cortese, la campionessa bielorussa non è poi cosa fredda (anzi, tutt’altro!) ma possiede invece una volontà d’acciaio. Azarenka ha 31 anni e vanta una carriera ormai lunga ma, soprattutto, tennisticamente è nata due volte. Di questo sono capaci solo i fuoriclasse, ovvio, ma in particolare coloro che sono profondamente convinti di poter intraprendere e completare il percorso della risalita. Volli e fortissimamente volli, questo il motto che accompagna la rinascita di Vika Azarenka.

L’ASCESA ALL’OLIMPO DEL TENNIS – Eh sì, perché la campionessa bielorussa, dopo essere stata una delle regine indiscusse del circuito tra il 2012 e il 2013 e (tra alti e bassi) fino al 2016, conosce poi un periodo di grande crisi. Con il suo tennis esplosivo, a tratti inarrestabile, Azarenka si afferma tra le grandi vincendo il suo primo Slam a Melbourne (2012) dopo aver vinto titoli importanti già nel 2009 e nel 2011 (due volte il torneo di Miami, rispettivamente contro Serena e Sharapova). In quella magica estate australiana, Vika sbaraglia tutte le avversarie e vince il torneo facendo un sol boccone di Maria Sharapova in finale, totalmente inerme di fronte al tennis dominante – e anche chirurgico – dell’avversaria. Vittoria che le vale la prima posizione mondiale. Nello stesso anno si issa in finale allo US Open, fermata da Serena in tre set.

Il momento magico continua anche nel 2013, con il secondo sigillo in Australia (batte Li Na in una finale al cardiopalma) e il raggiungimento di un’altra finale newyorkese, ancora persa contro Serena Williams al terzo set. Poi alti e bassi, tra infortuni e cambio di allenatore, fino alla storica doppietta Indian Wells – Miami nel 2016 ottenuta battendo in finale prima Serena e poi Kuznetsova (terza tennista a realizzarla dopo Steffi Graf e Kim Cljisters).

 

Ma il trofeo più bello per Victoria giunge il 19 dicembre 2016, quando nasce Leo, il bimbo avuto dal compagno statunitense Billy McKeague. I due si separano alcuni mesi dopo e comincia una lunga battaglia giudiziaria per la custodia del piccolo, voluta dall’ex compagno, che costringe Vika a mettere in pausa la carriera tennistica per l’impossibilità di lasciare il suolo americano. Salta dunque tutta la stagione 2017 per riprendere infine le gare nella primavera del 2018.

COMEBACK DIFFICILE E RINASCITA – La ripresa si rivela però complicata e tutta in salita. Ritrovare il tennis ‘di ritmo’ che l’aveva fatta schizzare in cima alla classifica non è scontato. Sono due anni di tante sconfitte e qualche rara vittoria. Nel 2018 giunge in semifinale a Indian Wells e nel 2019 disputa la sua prima finale dopo tre anni, a Monterrey. Poi non gioca più dallo US Open 2019 fino al marzo del 2020. La stagione comincia maluccio, con due sconfitte a Monterrey (prima della pandemia) e Lexington, alla ripresa. Poi, improvvisamente, scatta qualcosa.

Dopo aver più volte considerato l’idea di ritirarsi definitivamente dal circuito, la bielorussa fa un ultimo tentativo, supportata dal nuovo coach, il giovane francese Dorian Descloix. Terminato il riposo forzato dovuto alla pandemia, quella che scende in campo in agosto per il torneo di Cincinnati (ma sui campi di New York) è una giocatrice il cui fuoco dentro brucia di nuovo. Tenuta atletica eccellente, timing perfetto nel colpire la palla, una ritrovata profondità e pesantezza di colpi, siluri che schizzano vicino alle righe. Insomma l’ex n. 1 del mondo gioca di nuovo da numero 1. Niente da fare per Donna Vekic, Caroline Garcia, Alizé Cornet e Ons Jabeur, tutte sconfitte in due set. In semifinale, contro Johanna Konta, la bielorussa fatica di più; perde il primo set, rimonta e la vittoria è sua al terzo. In finale, Naomi Osaka, infortunata, dà forfait. Dopo tre anni e mezzo, la Azarenka solleva nuovamente un trofeo, per giunta in un Premier 5. Ma non finisce qui.

I campi di Flushing Meadows, che tanto le hanno sorriso negli anni passati, le portano ancora fortuna. Vika continua imperterrita la sua corsa e si ripresenta pressoché ingiocabile contro Barbara Haas, Aryna Sabalenka e Iga Swiatek (che poi vincerà a sorpresa il Roland Garros). Karolina Muchova la trascina al terzo ma Vika non si scompone; rimonta e vince. Nasconde la palla e Mertens ai quarti e in semifinale travolge Serena Williams alla distanza, vincendo al terzo set. Dodici vittorie di fila per lei, con un tennis che ricorda da molto vicino quello espresso nel 2012 e nel 2013. Vika è una roccia in campo, è tornata a coniugare le giuste misure e la spinta perfetta con le gambe e il resto del corpo. Senza contare la solidità mentale prolungata, che le permette di essere più lucida e nettamente superiore alle avversarie – la vediamo spesso chiudere gli occhi e isolarsi, in panchina, sull’obiettivo da cogliere in campo.

All’ultimo round, però, contro Naomi Osaka – che stavolta scende in campo – forse paga lo scotto di un tale tourbillon e della lunga tensione mentale. Dopo averla stordita nel primo parziale con un rapido 6-1, Vika esaurisce benzina e lucidità e cede alla giapponese per 6-1 3-6 3-6. Il filotto delle 12 vittorie si interrompe ma Vika è comunque raggiante. Per lei è la quinta finale slam in carriera. Protagonista di un comeback da sogno, ritorna in Top 15. Ma, soprattutto, a 31 anni, può ancora considerarsi tra le più forti del circuito. Nonostante il rapido passaggio dal cemento alla terra, a Roma si issa ai quarti di finale – fermata da Muguruza (che disputerà la finale). Non va oltre il secondo turno al Roland Garros ma, nell’ultimo suo torneo della stagione, a Ostrava, si regala un’altra finale (contro la connazionale Sabalenka, che vince il torneo).

In una stagione difficile, quasi surreale, dopo aver ritrovato la serenità nella vita privata, indispensabile per vincere, Vika Azarenka dimostra di poter ancora “graffiare” le avversarie. Chiude l’anno al n. 13 del ranking WTA, tennisticamente rinata e forgiata dall’esperienza accumulata negli anni, che si manifesta anche nei suoi post Instagram, che sfrutta per condividere (oltre ad alcuni momenti della sua vita quotidiana) pensieri sull’importanza di avere fiducia in se stessi, senza mai dimenticare che niente è impossibile. Prima tennista, poi mamma, quindi tennista e mamma: se lo dice una roccia come Vika, possiamo crederci.

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Massimo Cierro: memorie di un tennista

Non di soli predestinati è fatta la storia del tennis. Oggi vi raccontiamo la storia di Massimo Cierro, ex tennista napoletano, che batté Muster ma non ci riuscì con Connors

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5-2, manca un game, poi set, match e torneo. Al servizio la coppia avversaria. Prima risposta buttata via. Fuori. Palesemente fatto apposta.
“Ma cosa fai, dobbiamo chiudere”.
“No, il torneo si vince quando sarò io a servire!”
“Ma non possiamo rischiare, e poi non ho mai vinto un torneo di doppio, mica vuoi lo perda così?”
“Ho detto che devo essere io a servire il game decisivo della vittoria e basta”.
E via palle sparacchiate nei teloni fino al game in questione.

Al servizio Julio Goes. Il game tanto invocato. Il suo. Doppio fallo.
“A fine match giuro che ti strozzo, non esiste che perda così una partita vinta e il torneo”.
“Non preoccuparti”.
Altro doppio fallo. Rabbia, insulti e lacrime si mischiano.
“Bene, adesso si fa sul serio, piazzo quattro ace e vinciamo il titolo e tu la smetti di frignare! Te l’ho detto, si vince quando sarò io a servire ed ora sono io che sto servendo”.
Due ace e due servizi vincenti, da 0-30, game set, match e torneo. Massimo Cierro vince il torneo in coppia con Julio Goes, tennista brasiliano e persona sui generis che per dimostrare a chi lo pensa di non sbagliare, da vita a una esultanza/danza il cui leit motiv è… indicare i genitali al pubblico.


Agadir, Marocco. 1992. Cierro vs Davin. Match point Cierro sul 6-5. Massimo si gira verso Castellani che lo segue in quel periodo.
“Cosa faccio, che ho una paura?”
“Batti e scendi”.
“Sicuro Albè?”
“Batti e scendi”.
“E battiamo e scendiamo”.
Se Castellani ha detto di far così, si fa così. Servizio, risposta nei piedi, splendida volée stoppata, Davin prende la palla al secondo rimbalzo e la ributta di là. Racchetta in aria ed esultanza. L’arbitro chiama la parità. Proteste di Cierro, perplessità di chiunque ha visto. Il match continua ma per Massimo è finito là. Vince Davin 7-6 al terzo.


Massimo Cierro da Napoli, famiglia di tennisti e il fratello Gianni come coach, raggiunse l’apice della notorietà battendo a Roma nel 1991 Karel Novacek, top 10 e fresco vincitore del torneo di Amburgo dove aveva steso Becker in finale. Cierro non era, per gli addetti ai lavori, un (cog)nome nuovo, di lui si parlava già da un po’ per i buoni risultati che stava ottenendo nel circuito. Durante la sua carriera avrebbe raccolto diversi scalpi tra cui un giovanissimo Muster, Korda, Schapers, Alberto Mancini, Martin Jaite, perso incontri ben giocati come quello col finalista di Roma 1988 Perez Roldan e giocato non come avrebbe potuto e voluto contro Connors (Roma 1989) e Vilas. Vinse cinque titoli di Campione d’Italia (tre in doppio e due in singolare) che gli valsero anche, cosa bizzarra, un contratto con Lacoste, da sempre marchio di riferimento della “francesità”.

 

Ha prodotto un modello di racchetta davvero strano Lacoste, in mano a Forget va che è una meraviglia. Ha la particolarità di essere simmetricamente ammaccata ai lati dell’ovale, che chi la vede pensa di essere ubriaco prima di realizzare che proprio di un’ammaccatura si tratta. Massimo non è che ci si trovi tanto bene, e prima di partire per Parigi va in una autocarrozzeria e fa dipingere di nero le sue vecchie racchette su cui farà apporre il logo del coccodrillo.

Parigi finalmente. Primo turno sul campo 1 contro Henry Leconte. Caos tra racchette vecchie pittate, nuove ammaccate e l’emozione e difficoltà di giocare al Roland Garros contro un francese. Leconte è tanta roba, tanta spocchia e ancor maggiore talento e braccio veloce. Poco da fare, buon secondo set, primo e terzo un po’ meno e il match viene archiviato nella cartella “è meglio perdere che non essersi mai incontrati.”

Sarà vero che uno sportivo abbisogni di una corretta alimentazione? Cierro ricorda, in quel di Rotterdam, quando con l’amico Cancellotti commentavano le imprese culinarie di Camporese, mentre loro pesavano e contavano anche le foglie di insalata. Qualche giorno dopo avrebbero commentato quelle tennistiche. Omar vinse il torneo in finale contro Ivan Lendl, match che chiunque può trovare sul tubo e apprezzarne il folle finale con la chicca della telecronaca del duo Scanagatta/Lombardi.

In rilassati pomeriggi al sole, Cierro nei panni di Massimo, racconta di questo ed altro, di quando in un primo turno a Roma, si prese a male parole con Pistolesi rimediando una multa di consistenza appena inferiore al piacere della vittoria o quando il giovane Nargiso affermava senza pudore alcuno di essere nel tennis quello che Maradona era nel calcio prendendosi gli insulti e sfottò di chiunque. E ancora della annichilente personalità di Capitan Panatta, della competenza di Paolo Bertolucci, di Barazzutti “dedizione e lavoro” e Zugarelli mix degli ultimi due. Sorride nel ricordare la testa scollegata dal talento di Paolo Canè contro cui ha anche vinto, la tigna organizzativa di Piatti, di cui ha battuto l’allora pupillo Furlan e di quando Rino Tommasi, durante un US Open, lo umiliò nelle sue pagelle che la metà sarebbe bastato.

Cierro è stato numero 113 del mondo. Dotato di buona gamba e capacità di muovere il gioco, avrebbe potuto avere una carriera migliore se avesse creduto maggiormente in se stesso da dedicarsi con più convinzione anche alla stagione sul duro. Purtroppo in quegli anni il tennis in Italia nasceva e finiva sul rosso e nessuno pensava di poter azzardare altro ed oltre. Eppure si poteva. I successi di Pozzi, Camporese e del Pescosolido di Scottsdale stavano a dimostrarlo, iniziando a sdoganare il concetto, tutto latino, dell’imprescindibilità del tennis dalla terra.

Chi non agisce non ha rimpianti. Massimo ha quelli di aver buttato qualche match, su tutti quello contro Connors e di non aver intrapreso la carriera di coach. Adesso si gode la sua vita di tecnico federale, insegnando tennis in un circolo sul mare nella sua Napoli, raccontando a chi vuol saperne, dell’Italia del tennis negli anni ’80 e ’90, di quando Mc Enroe e Lendl avevano pensionato le star del decennio precedente e Becker, Edberg e Wilander dominavano ignari che la generazione del 1970/71 stava per spazzare via tutto, ridisegnando il tennis e trasportandolo in una nuova era.

Il libro della Storia dell’uomo raccoglie tanti capitoli e tante singole storie. La copertina di ognuno ha per l’icona l’eroe degli avvenimenti che narra. Quella di Massimo Cierro è quella di un ragazzo normale, che si divertiva a giocare a tennis e che, passo dopo passo, si è ritrovato a recitare se stesso con una racchetta in mano, nei grandi teatri che quel palcoscenico offriva. Non di soli predestinati son pieni gli avvenimenti. Una canzone la canta per primo il cantante, ma poi a tutti appartiene.

“La storia siamo noi
nessuno si senta offeso
siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo
la storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso”


Ancora, su Massimo Cierro: fu lui a soprannominare ‘Diavolo’ lo svedese Kent Carlsson

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Au ReVoir Edouard, tennista quasi mai peRVenuto

A fine 2016 ha annunciato il ritiro dal singolo Edouard Roger-Vasselin. Nel menefreghismo più totale. Oggi gioca le ATP Finals con Melzer. Il ritratto di un tennista mediocre tracciato da un innamorato Davide Orioli

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Edouard Roger-Vasselin (via Twitter, @FFTennis)

Ormai quasi quattro anni fa, un Roger abbandonava l’attività di singolare. Si era a fine 2016 e fu una settimana movimentata per il tennis: l’assalto a Petra Kvitova, il fidanzamento di Serena, il ritorno di quell’altro Roger, il ritiro di Ivanovic. Oltre al prevedibile riprendere di tornei e competizioni. Non sorprende che in mezzo a tutto ciò fosse passata inosservata la notizia del mezzo ritiro di un giocatore. Edouard Roger-Vasselin, da quel momento, si sarebbe infatti concentrato solo sul doppio.

Oggi Roger-Vasselin è ancora in piena attività, e nelle ultime quattro stagioni ha vinto otto titoli con cinque partner diversi e raggiunto anche una finale Slam, a Wimbledon nel 2019, in coppia con Nicolas Mahut. A partire dal torneo di Bercy 2019 e per tutto il 2020, invece, ha sempre giocato in coppia con Jurgen Melzer ed è riuscito a trovare abbastanza continuità da centrare la qualificazione per le ATP Finals (esordirà quest’oggi alle 19, contro Pavic e Soares).

Per celebrare questo piccolo traguardo raggiunto dal tennista francese – che aveva già giocato le Finals nel 2014, assieme a Benneteau, raggiungendo la semifinale – vi riproponiamo un articolo scritto dal nostro Davide Orioli, rimasto (colpevolmente!) incastrato nel limbo degli articoli che non hanno mai visto la luce. Davide era e rimane un grande estimatore del Roger meno famoso. Ma non per questo, meno degno di celebrazioni.

 

Diciamoci la verità Edouard, la notizia del tuo mezzo ritiro sarebbe passata inosservata anche a metà dicembre, anche quando i tabloid e i siti vanno a recuperare match d’archivio, statistiche insulse, gossip inventati pur di riempire la prima pagina con qualcosa di inerente al tennis. E questo perché tu, caro Edouard, non conti quasi nulla; non hai vinto niente, non hai carisma, non sei bello, non sei personaggio. Hai però una cosa buona: un animo gentile e fanciullo. Una totale mancanza di cattiveria sia umana che agonistica, che forse in carriera ti è costata qualcosa. Ma, allo stesso tempo, ti ha fatto guadagnare un riconoscimento che nessun altro ha: divenire il paladino, l’uomo simbolo, il portabandiera del Bagel di Ubitennis. Traguardo del quale, da perdente quale sei, non sei nemmeno a conoscenza.

Mi ricordo, caro Edouard, quando la nostra storia d’amore tennistico cominciò: eravamo a Chennai, tre anni orsono. Entrambi neofiti. Io per la prima volta scrivevo articoli, tu per la prima volta ti giocavi un torneo con buone chance. In finale un omone grosso e potente di nome Stan fece polpette di te, era il 2014 e quello svizzero dal naso paonazzo 3 settimane più tardi avrebbe alzato al cielo il suo primo trofeo Slam. “Fallire. Provare di nuovo. Fallire meglio” portava tatuato, e porta ancora, sull’avambraccio. Dovrebbe vergognarsene, come può giudicarsi un fallimento un tennista che ha vinto in carriera 3 slam? Quel tatuaggio è tuo, tuo di diritto caro Edoaurd. Perché ti sei posto obiettivi piccoli, realistici e plausibili, e sei riuscito a fallire anche quelli. Invece che mirare alle aquile hai tirato ai polli, e hai preso i sassi.

Mi ricordo, sì io mi ricordo caro Edouard, che ero cronista timido e non mi osavo al mio primo torneo fermare tennisti nei vialetti, non sapevo manco se era concesso, non lo so nemmeno ora. Ma passando di lì col tuo coach mi guardasti con quel tuo sorriso bambino mentre andavi a prepararti per la semifinale contro Granollers. Ed era uno sguardo così umano, terra terra, umile, che mi venne naturale fermarti e scambiare due parole. Da lì diventasti il mio eroe. Edouard Roger-Vasselin, il tennista così semplice e disponibile, così educato.

Édouard Roger-Vasselin

Mi ricordo, sì io mi ricordo, che mi confessasti il tuo sogno. Non è Wimbledon. Non è la moglie pin up. Non era manco la Davis che pure non sei andato lontano dal vincere. Magari l’avresti vinta pure, se in finale non avessero convocato in doppio contro quel solito svizzero di cui sopra e il suo amichetto un po’ più bravo di lui, uno zoppo e un giullare. Potevi fare la voce grossa, dire: “Sono il campione di doppio del Roland Garros!”. Invece ti sei preso i soliti sberleffi restando in tribuna.

No il tuo sogno dicevo, era semplice, piccolo, umile: raggiungere la seconda settimana di uno slam. Non solo non ci sei mai riuscito, ma da perfetto fallimento sei andato due volte a un misero punto, contro Kevin Anderson a Parigi, prima di arrenderti e accantonare il tuo desiderio. Sì ok, ti sei consolato in doppio: con Benneteau (un altro perdente mica da poco, dieci finali ATP e mai un titolo compresi 5 championship point sprecati contro Joao Sousa, all’epoca sconosciuto fuori dalla top100) avete vinto il RG. Ma si sa, il doppio è il cimitero dei mediocri, o il divertimento dei campioni. È dove vincono quelli che altrove non potrebbero mai, per grazia e generosità dei più forti. Che lo ignorano o si distraggono.

La notizia del tuo ritiro dal singolo mi ha colto come un colpo al ventre, lo confesso. Perché hai anche un bello stile di gioco e avresti meritato di più; di più di tanti pedalatori da fondo, ragazzini viziati, servebot, one-trick-pony et similia. Ma soprattutto perché, dovessi mai tornare a scrivere un Bagel, di chi narrerò le gesta? Chi prenderò per i fondelli o caro Edouard, il diversamente Roger che ho sempre messo nei tag anche in articoli in cui non ti menzionavo minimamente? Ma in un certo senso ti capisco, per uno come te è coerente ritirarsi da perdente in carica. Fallire, provare di nuovo, fallire sempre alla stessa maniera. Non come Stan. Ti ho voluto bene, quasi quanto l’altro Roger, per esserne l’antinomia, il peRVente peRVetto.

Da domenica sono a Sydney, torno a fare l’inviato. Credevo che il mio obiettivo personale sarebbe stato un selfie con la Bouchard. Invece la mia priorità sarà di vagare alla ricerca di un nuovo Vasselin, un altro tennista dall’indole semplice e la sconfitta nel DNA. Non sarà facile rimpiazzarti, lo ammetto. Buon prosieguo di carriera in doppio, cher Edoaurd. Ci rivediamo a Parigi con velleità di secondo titolo, e che la terra rossa ti sia lieve.

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