Uno contro tutti: l'esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi

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Uno contro tutti: l’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi

Un giovanissimo australiano irrompe sulla scena del tennis già da minorenne. Sarà poi capace di tenere la vetta per 80 settimane. Il vecchio Kid arriva a quota 101

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Erano più giovani di lui, Aaron Krickstein e Michael Chang, quando vinsero il loro primo titolo ATP ma nessuno dei due era riuscito a farlo così presto. Lleyton Hewitt non ha ancora diciassette anni quando, l’11 gennaio 1998, alza il trofeo del torneo di Adelaide, la città che gli ha dato i natali. Primi di iniziare la striscia di cinque vittorie consecutive (nell’ordine Draper, Woodforde, Spadea, Agassi e Stoltenberg le sue vittime), Lleyton aveva giocato un solo incontro nel circuito, perdendo al primo turno degli Australian Open 1997 contro lo spagnolo Sergi Bruguera.

Un predestinato, Lleyton, che sempre in patria – ma questa volta a Sydney – il 18 novembre 2001 batte Grosjean e si aggiudica la Masters Cup, facendosi consegnare da Gustavo Kuerten lo scettro di numero uno del mondo. In precedenza, Hewitt aveva trionfato agli ultimi US Open sotto le Twin Towers battendo Sampras in finale ma aveva dovuto attendere che Kuerten scontasse i punti accumulati l’anno prima per scavalcarlo nel torneo dei maestri. Senza un colpo particolarmente mortifero per gli avversari, Lleyton ha nel carattere e nella solidità di ogni fondamentale le armi che gli consentono di marciare spedito verso la vetta e rimanervi per ben 80 settimane, di cui le prime 75 consecutive.

Tuttavia, nemmeno lui riesce a sottrarsi al destino che vuole il leader del ranking in grossa difficoltà subito dopo l’investitura e, neanche due settimane più tardi, sull’erba stesa per l’occasione dentro la Rod Laver Arena, Hewitt perde il singolare d’apertura della finale di Coppa Davis contro il francese Nicolas Escude (6-4 al quinto dopo essere stato avanti due set a uno) e a poco serve il parziale rimedio contro Grosjean perché nella quinta partita, con Australia e Francia sul 2-2, Wayne Arthurs sostituisce Patrick Rafter ma è di nuovo Escude a prevalere e mettere le mani sull’insalatiera.

 

Chiusa con una certa amarezza la stagione 2001, Hewitt apre ancora peggio quella successiva diventando la prima testa di serie n°1 sconfitta al debutto agli Australian Open; succede a Melbourne, dove Lleyton cede allo spagnolo Alberto Martin in quattro set e lascia il torneo – già orfano del n°2 Kuerten – quando questo è ancora agli albori. “Non sono Superman” ammette il ragazzo ma in cuor suo sta già pensando al riscatto, che avviene puntualmente nella doppia tappa californiana di San Josè e Indian Wells, tornei nei quali il numero 1 trova la maniera di battere, tra gli altri, Agassi e Sampras. La striscia di vittorie si interrompe a quota quindici a Key Biscayne, dove Hewitt diventa il primo re battuto in carriera da uno che la corona la indosserà a lungo: Roger Federer.

Sulla terra – specialmente quella europea – l’australiano non si trova a proprio agio e non a caso arrivano cinque sconfitte tra Monte Carlo e il Roland Garros. Anche se la classifica di chi lo batte non è sempre da primissimi posti, Moya (due volte), Gaudio, Safin e Canas sul rosso sono avversari ostici per il ventunenne che attende – con la giusta convinzione nei propri mezzi – l’arrivo dell’erba, sulla quale far valere le doti eccellenti in termini di risposta e rapidità sul campo. E l’attesa è tutt’altro che vana. Dopo aver conquistato al Queen’s il terzo titolo consecutivo (impresa riuscita, nell’Era Open, solo a McEnroe) e aver dato forfait nei quarti di finale a ‘s-Hertogenbosch, Lleyton Hewitt legittima la sua leadership conquistando i Championships a Wimbledon.

Nelle sette partite disputate, solo l’olandese Sjeng Schalken lo mette alle corde; avanti due set a zero, nel terzo Hewitt non capitalizza nemmeno una delle undici palle-break a disposizione, le ultime quattro delle quali sono match-points. Schalken sopravvive, fa suo il set al tie-break e sfrutta il momento di sbandamento del numero 1 travolgendolo (6-1) nel quarto ma nel quinto, dopo break e contro-break, alla lunga emerge la “tigna” di Lleyton che chiude 7-5 e mette il mattone più pesante del suo secondo Slam.

L’indigestione di verdura (leggi erba) ha riempito lo stomaco del leader e, alla ripresa, Hewitt fatica a carburare e sono due spagnoli a sbarrargli la strada nei Masters Series dell’estate americana: Felix Mantilla al primo turno di Toronto e Carlos Moya, ancora lui, nella finale di Cincinnati. Il campione del Roland Garros 1998 l’aveva già battuto a Monte Carlo e Roma e lo batterà di nuovo nel round robin della Masters Cup, rassegna che chiuderà (in bellezza) il 2002 di Hewitt. Ma non corriamo. Dopo Cincinnati, Lleyton cade al secondo turno a Indianapolis (Rusedski) mentre agli US Open – dove difende il titolo – si ferma in semifinale al cospetto di Andre Agassi che nell’atto conclusivo troverà il rivale di una carriera, ovvero Pete Sampras. Una lieve digressione dal tema di questa rubrica (che vuole ripercorrere il cammino dei numeri uno quando sono tali) per ricordare che il vecchio re, Sampras, arriva a questa finale con un digiuno di titoli che perdura da oltre due anni, durante i quali ha giocato sei finali (due agli US Open, una a Indian Wells oltre a Los Angeles, Long Island e Houston) e le ha perse tutte. Ma non questa, con cui Pete sigilla il 14° Slam in carriera e si ritira imbattuto.

Tornando a Hewitt, i passi falsi proseguono anche in autunno. A Tokyo viene battuto dal più forte thailandese di sempre, Paradorn Srichaphan, mentre a Stoccolma rimedia un doppio 6-3 con Raemon Sluiter. L’olandese, che non andrà oltre un best-ranking di n°46 al mondo, troverà il modo di far parlare di sé nel 2009 a ‘s-Hertogenbosch quando, da n° 866 del mondo e in tabellone grazie a una wild-card, diventerà il tennista con la peggiore classifica ad aver raggiunto una finale ATP. Dopo due battute d’arresto, a Parigi Bercy Hewitt riesce ad avanzare fino all’ultimo giorno ma in finale Marat Safin lo regola in tre set (7-6 6-0 6-4). Il risultato di questi… risultati è che Hewitt arriva a Shanghai, sede della Masters Cup, con il timore di perdere lo scettro. La possibilità diviene ancora più concreta quando, dopo aver perso nel round robin con Moya, gli incroci del gruppo rosso fanno sì che, all’ultima giornata, se Albert Costa dovesse battere lo stesso Moya (già qualificato) senza perdere set, Hewitt verrebbe eliminato e a quel punto, vincendo il torneo, Agassi si prenderebbe anche la corona del re.

Invece lo statunitense non arriva nemmeno in semifinale mentre Moya batte uno stoico Costa in quasi tre ore e quello che fino a qualche ora prima era un vicolo stretto e buio si trasforma, per l’australiano Lleyton Hewitt, in una vera e propria autostrada. Oddio, in realtà è lui ad allargarne le corsie lottando come un leone sia in semifinale con Federer (7-5 5-7 7-5) che in finale con Juan Carlos Ferrero, sconfitto 6-4 al quinto dopo essersi fatto recuperare un vantaggio di due a zero. Maestro per il secondo anno consecutivo, Hewitt chiude la stagione da n°1 e smentisce nuovamente tutti i suoi (numerosi) detrattori, che non gli riconoscono le stimmate del fuoriclasse.

Pur facendo meglio dell’anno precedente, nello Slam di casa il numero 1 continua ad accumulare risultati negativi e così il 2003 si apre, per Hewitt, con la sconfitta negli ottavi degli Australian Open per mano di Younes El Aynaoui. Sarà, questa, l’unica vittoria contro un leader ATP in sette partite per il marocchino, che ha già perso due volte con Agassi e con lo stesso Hewitt e perderà di nuovo con gli stessi avversari nel corso della stagione. Una di queste avviene al primo turno di Indian Wells, dove Hewitt ci arriva da campione di Scottsdale e conferma il titolo conquistato nel 2002 battendo in finale il redivivo Kuerten con un doppio 6-1. Inattesa è invece l’eliminazione al debutto in quel di Miami, dove a sorprendere Lleyton è il 34enne mancino spagnolo Francisco Clavet, specialista della terra rossa e assai lontano, quanto a classifica, al suo best-ranking (18) conquistato oltre dieci anni prima. Adesso “Pato” è scivolato al n°178 ed è in tabellone dopo essersi qualificato ma è l’unico tennista nella storia ad aver vinto l’ultimo incontro in carriera battendo il numero 1 del mondo.

Sul rosso, Hewitt gioca in Germania tra Amburgo (dove perde al terzo turno contro il cileno Fernando Gonzalez) e Dusseldorf (tre vittorie nella World Team Cup, di cui particolarmente significativa quella con Moya) ma in precedenza, esattamente tra il 28 aprile e l’11 maggio, ha dovuto lasciare temporaneamente il trono ad Agassi, che però non ha approfittato dell’occasione perdendo a Roma contro il giovane iberico David Ferrer dopo averlo dominato nel primo set (0-6 7-6 6-4). Lo scivolone ha dunque rimesso Hewitt al suo posto ma le settimane di “Rusty” stanno giungendo al termine e l’ultima, l’ottantesima per la precisione, la trascorre al Queen’s dove Sebastien Grosjean ne interrompe una striscia positiva di 17 vittorie e ne decreta la fine del regno. Dunque, sono 80 le settimane complessive di Hewitt in testa alla classifica ATP, periodo nel quale l’australiano ha disputato 28 tornei vincendone 7 e 108 incontri, vincendone 87. A succedergli è nuovamente Agassi, semifinalista nel minore dei due tornei sull’erba londinese, che a sua volta estenderà il suo regno intermittente a un totale di 101 settimane distribuite in un arco temporale di ben otto anni e mezzo.

Gli ultimi quattro tornei da re non portano titoli nella bacheca dello statunitense. A Wimbledon esce negli ottavi vittima di Philippoussis mentre a Washington perde con Fernando Gonzalez prima di cedere a Schuettler nel Masters Series di Montreal. Sconfitto a Cincinnati nel 1999 da Sampras, il tedesco chiuderà la carriera con un bilancio attivo nei confronti del n°1; il 2-6 6-2 6-3 canadese con Agassi lo porta in parità e, a fine stagione, sarà il primo a infliggere una delusione al 22° re dell’ATP. Ma di questo parleremo nella prossima puntata, anche perché prima ci sarà pure un 21° e dopo inizierà la leggenda del re dei re. Adesso ci limitiamo a mettere in cifre la vicenda di Agassi, che si conclude nelle semifinali degli US Open con 101 settimane, 34 tornei e 135 incontri, di cui appena 107 vinti (è solo undicesimo nella speciale classifica che guarda la percentuale di vittorie). Tuttavia, è l’unico numero 1 ad aver vinto in carriera i quattro Slam, il Masters, la Davis e la medaglia d’oro olimpica. Scusate se è poco.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – DICIOTTESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
2001HEWITT, LLEYTONESCUDE, NICOLAS64 36 63 36 46DAVIS CUPG
2002HEWITT, LLEYTONMARTIN, ALBERTO61 16 46 67AUSTRALIAN OPENH
2002HEWITT, LLEYTONFEDERER, ROGER36 46MIAMIH
2002HEWITT, LLEYTONMOYA, CARLOS46 36MONTE CARLOC
2002HEWITT, LLEYTONGAUDIO, GASTON46 57BARCELLONAC
2002HEWITT, LLEYTONMOYA, CARLOS36 26ROMAC
2002HEWITT, LLEYTONSAFIN, MARAT36 16AMBURGOC
2002HEWITT, LLEYTONCANAS, GUILLERMO76 67 46 36ROLAND GARROSC
2002HEWITT, LLEYTONMANTILLA, FELIX62 46 36CANADA OPENH
2002HEWITT, LLEYTONMOYA, CARLOS57 67CINCINNATIH
2002HEWITT, LLEYTONRUSEDSKI, GREG67 46INDIANAPOLISH
2002HEWITT, LLEYTONAGASSI, ANDRE46 67 76 26US OPENH
2002HEWITT, LLEYTONSRICHAPHAN, PARADORN46 36TOKYOH
2002HEWITT, LLEYTONSLUITER, RAEMON36 36STOCCOLMAH
2002HEWITT, LLEYTONSAFIN, MARAT67 06 46PARIGI BERCYS
2002HEWITT, LLEYTONMOYA, CARLOS46 57MASTERS H
2003HEWITT, LLEYTONEL AYNAOUI, YOUNES76 67 67 46AUSTRALIAN OPENL
2003HEWITT, LLEYTONCLAVET, FRANCISCO46 46MIAMIH
2003AGASSI, ANDREFERRER, DAVID60 67 46ROMAC
2003HEWITT, LLEYTONGONZALEZ, FERNANDO16 63 06AMBURGOC
2003HEWITT, LLEYTONROBREDO, TOMMY64 61 36 26 36ROLAND GARROSC
2003HEWITT, LLEYTONGROSJEAN, SEBASTIEN36 46QUEEN’SG
2003AGASSI, ANDREPHILIPPOUSSIS, MARK36 62 76 36 46WIMBLEDONG
2003AGASSI, ANDREGONZALEZ, FERNANDO63 46 67WASHINGTONH
2003AGASSI, ANDRESCHUETTLER, RAINER62 26 36CANADA OPENH
2003AGASSI, ANDREFERRERO, JUAN CARLOS46 36 63 46US OPENH

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten

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Addio a Mike Agassi: dall’orco alla costruzione di un campione

È scomparso a 90 anni il padre di Andre Agassi, coprotagonista del rapporto conflittuale con il figlio raccontato in Open. “Ma se sono un mostro, sono riuscito bene”, ha raccontato qualche anno fa

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È morto venerdì sera, a 90 anni, Mike Agassi, all’anagrafe Emanoul Aghassian prima dell’americanizzazione del suo nome. Il padre di Andre, che anche tanti non appassionati di tennis hanno imparato a conoscere ritrovandoselo sulle mensole della libreria di casa. Il personaggio dell’ex pugile iraniano (due volte all’Olimpiade, Londra 1948 ed Helsinki 1952) è infatti coprotagonista essenziale nel racconto di Open, l’autobiografia in cui Andre Agassi ha raccontato i retroscena dell’influenza – spesso autoritaria e invasiva, ma determinante nel portarlo ad alti livelli – che il padre ha avuto nella sua formazione tennistica.

Amante di questo sport e arrivato negli Stati Uniti nei primi anni Cinquanta, Mike Agassi aveva il desiderio misto a ossessione di rendere campione uno dei suoi figli: se con i tre fratelli maggiori di Andre l’operazione non aveva dato frutti, l’investimento sul più piccolo della famiglia è stato subito imponente. La pallina con cui familiarizzare praticamente nella culla, poi il campo da tennis costruito nel terreno di casa, allenamenti intensivi sin dall’età di quattro anni e la famosa macchina spara palle (“il Drago”) che consentiva al giovanissimo Andre di esercitarsi al ritmo di migliaia di sollecitazioni al giorno. A 14 anni, lo spedì in Florida per farlo plasmare dalle mani di Nick Bollettieri, con il quale fini poi anche a contrasto sui metodi. Le spigolosità caratteriali rimangono tema dominante. La costruzione del campione capace poi di vincere otto Slam, però, è innegabilmente riuscita.

“MOSTRO” – Se in “Open” Andre Agassi racconta la sua versione di un rapporto terribilmente conflittuale, i cui nodi si sono poi sciolti con il passare degli anni, esiste anche un controcanto. Papà Mike in “Indoor”, pubblicato nel 2004, ha raccontato attraverso la penna di Dominic Cobello la sua vicenda di emigrante clandestino che è riuscito a suo modo a costruirsi il sogno americano. Arrivando fino a Las Vegas dove ha conosciuto Elisabeth, che sarebbe diventata la mamma di Andre. Dietro, una storia (anche geopolitica) ricca di sfumature: il padre di Mike (e nonno di Andre) era un armeno benestante nato a Kiev, costretto poi dal comunismo – e dalla perdita delle risorse di famiglia – a rifugiarsi in Iran con la famiglia. Lì Mike ha scoperto la vocazione pugilistica, poi gli Stati Uniti e il tormento di provare a disegnare per i figli – alla resa dei conti, per un figlio – un futuro migliore del suo.

Rimane agli atti la narrazione del padre orco delle prime 100 pagine di Open, quell’uomo che Andre ha definito “un aggressivo di natura”, ma anche un uomo con un profilo diverso – sensibile anche alla beneficenza, ricordando l’infanzia complicata a Teheran – quando si è mosso al di fuori delle conflittualità interne alla famiglia. Un passaggio dell’intervista concessa a Emanuela Audisio per Repubblica, nel 2015, può funzionare da epitaffio: “Dietro il successo dei campioni c’è sempre un genitore. Ok sarà per la loro ambizione, magari frustrata, come la mia, che da pugile per l’Iran ho partecipato a due Olimpiadi senza vincerle, ma intravedere un destino per i figli, invece di lasciarli in balia del niente, può essere male? Connors, Evert, Seles, Capriati, Pierce, Steffi Graf, Nadal, Sharapova, le sorelle Williams: dietro c’è qualcuno della famiglia che ha spinto un’ossessione, come la chiamate voi. Questa casa ha un indirizzo: viale Agassi. Se sono un mostro, sono riuscito molto bene“.

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“Je ne m’arrêtrai jamais” sulle scarpe di Parigi. A quarant’anni continua la corsa di Serena Williams

Serena Williams compie quarant’anni, la corsa per il 24° slam continua. Ci riuscirà?

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È l’anno dei quarantenni tra gli dei dell’Olimpo del tennis ancora in attività. Dopo Roger Federer, che l’8 agosto scorso ha tagliato il traguardo degli “anta” e continua a far sognare e sospirare tutti i fan della racchetta (in visibilio nel vederlo arrivare in tribuna alla Laver Cup, seppure con le stampelle dopo la delicata operazione al ginocchio), ora tocca a Serena Williams, regina indiscussa del tennis femminile contemporaneo con 23 titoli Slam (e tanto altro ancora), che oggi spegne 40 candeline.

La cadetta delle sorelle Williams (eh sì, perché Venus di anni ne ha 41 suonati e anche lei, anche se non sappiamo ancora per quanto tempo, continua a incantare le platee mondiali del tennis) contende il titolo di tennista più vincente di tutti i tempi a Margaret Smith Court. L’ex campionessa australiana vanta 24 Slam, uno in più di Serena che non è ancora riuscita a eguagliare il suo record – traguardo che forse la consacrerebbe definitivamente come più grande campionessa del tennis femminile all time, se consideriamo tutte le altre vittorie e la longevità della sua carriera.

In fondo, però, le ‘serve’ davvero quel 24° slam per essere considera la più grande della storia? Forse no. Innanzitutto Serena detiene il record di maggior numero di Slam dell’Era Open. Certo, le altre grandi numero 1 Margaret e Steffi Graf (non dimentichiamo che la tedesca ha vinto 22 Slam e nel 1988 ha completato il Golden Slam) sono state atlete immense, ma Serena vanta una carriera lunghissima che prosegue dopo 26 anni dagli inizi (era il 1995) e durante la quale ha dimostrato più e più volte di avere non solo una marcia in più rispetto alle avversarie ma, soprattutto, una voglia di giocare, vincere e rialzarsi senza pari.

 

Nonostante i molteplici infortuni e, soprattutto, alcuni problemi gravi di salute (ha rischiato la vita nel 2011 in seguito a un’embolia polmonare), Serena Williams è sempre riuscita a riemergere dalle difficoltà e a rientrare, più forte di prima, fino a conquistare l’ultimo Slam (almeno finora) nel 2017, in Australia, all’età di 35 anni e 4 mesi, diventando la tennista più anziana a vincerne uno in Era Open. E, cosa straordinaria, quel trofeo lo ha vinto mentre era già in dolce attesa, poiché la piccola Olympia sarebbe nata appena sette mesi e mezzo dopo, il 1 settembre.

Quell’ultimo titolo arrivava due anni dopo la cocente delusione del mancato Grande Slam a New York, nel 2015, quando sembrava che niente e nessuno potesse fermarla; invece, a farla cadere fu l’abilissima mano di Roberta Vinci – che avrebbe poi disputato la storica finale tutta italiana vinta da Flavia Pennetta. Un durissimo colpo per la statunitense che, infatti, dopo la sconfitta con Roberta pose fine alla stagione 2015.

Tante vite in una per Serena Williams, da giovane campionessa travolgente, alle prime “cadute”, per poi rialzarsi, reinventarsi e risalire in vetta alle classifiche. E intanto il tempo passa, gli anni si fanno sentire e il fisico non sempre risponde al meglio alle sfide a cui viene sottoposto da giovani e rampanti stelle della racchetta. Ultimamente, Serena ha dovuto affrontare grandi delusioni sul campo – a volte causate anche da reazioni non sempre giustificate ed esemplari – come la finale persa a New York nel 2018 contro l’emergente Naomi Osaka, in cui Serena perse le staffe dopo un warning per coaching, esplodendo in una crisi di nervi francamente fuori luogo.

Eppure, Serena è sempre lì. Mamma e sposa felice, non è solo un’abilissima imprenditrice, ma anche una vera e propria star negli Stati Uniti per le sue frequenti presenze in talk show, pubblicità, spettacoli e passerelle. Testimonial di svariati brand, ora possiede una propria linea di abbigliamento e accessori. Ma non è tutto. Recentemente, per il nuovo spot della Nike, girato a Nizza, dove si trova la Academy del suo celebre Coach Patrick Mouratoglou, Serena ha lanciato la sua propria linea in seno al brand americano, la Serena Design Crew.

La cronaca recente dice che negli ultimi mesi i campi da tennis non riescono a darle le soddisfazioni desiderate: l’ultimo titolo è datato Auckland 2020, e dopo la vittoria Slam in Australia 2017 ha perso ben quatto finali nei major. Nel 2021 ha ceduto in semifinale dell’Australian Open contro Osaka; al Roland Garros con Rybakina; si è infortunata a Wimbledon e ha dato forfait a New York. In questi ultimi scampoli di carriera, tuttavia, Serena è comunque sempre grande protagonista dei palcoscenici più glamour. L’abbiamo vista infatti sfilare due settimane fa al Met Gala, anche esagerata, un po’ sfrontata ma mai banale, piaccia o meno – occasione nella quale si è lasciata fotografare anche con Maria Sharapova, una delle sue più grandi rivali (sebbene sul campo abbia vinto quasi sempre Serena). A quarant’anni, la volontà di sentirsi sempre una regina c’è eccome.

La stagione 2021 sta volgendo al termine e Serena si ripresenterà sui campi nel 2022. Pronta, nelle intenzioni di vincere ancora. L’obiettivo? Lo Slam n. 24, ovviamente. Sarà difficile. Sono tante le avversarie già affermate e quelle più giovani che si affacciano sul circuito, estremamente competitive, con tanta fame di successi. Le bellissime storie di Emma Raducanu e Leylah Fernandez sono indicative del nuovo che avanza a grandi passi. E poi ci sono le altre, che non intendono smettere di brillare, come Barty, Swiatek, Kenin, Andreescu, Muguruza, Halep – per citarne solo alcune- e speriamo anche Naomi Osaka, se riuscirà a ritrovare serenità e fiducia.

Certo, sarà dura. Ma Serena ci ha abituato che, se fisicamente sta bene, può cullare ancora questo sogno. A quarant’anni? “Je ne m’arrêtrai jamais” (non mi fermerò mai) c’era scritto sulle scarpe con cui è scesa in campo a Parigi. La sfida, dunque, continua.

Alcuni dei numeri da capogiro di Serena Williams:

  • 73 titoli nel circuito
  • 25 finali
  • 23 titoli del Grande slam
  • 10 finali Slam
  • 319 settimane da n. 1 del mondo (terza dopo Steffi Graf, 377 settimane e  Martina Navratilova, 332).
  • 14 titoli Slam in doppio (tutti insieme a Venus)
  • 23 titoli in doppio
  • 1 oro olimpico in singolare
  • 3 ori olimpici in doppio

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Omaggio a Paolo Lorenzi, che si ritira dal tennis

Il tennista senese ha annunciato il ritiro dopo la sconfitta nelle qualificazioni US Open – che eredità ci lascia?

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Paolo Lorenzi - US Open 2019 (foto John Martin)

La cronaca precede sempre il commento: Paolo Lorenzi ha deciso di ritirarsi in seguito alla sconfitta per 6-4 6-3 contro Maxime Janvier. Questa informazione non arriva come un fulmine a ciel sereno: nel 2021 le vittorie erano state solo sei a fronte di diciannove sconfitte fra tabelloni principali, qualificazioni e Challenger, mentre le rivoluzioni terrestri che spingono sulle articolazioni galoppano sempre più rapidamente verso le quaranta. “Quest’anno è stato tutto più difficile, ho avuto qualche infortunio, sapevo che il mio corpo non era più come prima”, ha detto dopo l’incontro, come riportato dalla Gazzetta dello Sport. Devi capire quando è il momento di finire”.

Ma Paolo Lorenzi è rimasto fedele a sé stesso, e prima di smettere si è regalato un ultimo colpo di coda nel torneo dello Slam che gli ha regalato più soddisfazioni. Al primo turno delle qualificazioni ha infatti battuto un altro veterano come Joao Sousa (tds N.27) per 7-6(5) 1-6 7-5, e lo ha fatto alla Paolo Lorenzi, vale a dire in quasi tre ore, vincendo ben quattordici punti in meno rispetto all’avversario e concedendo più del doppio delle palle break, in gran parte salvate.

Ha forse vinto immeritatamente? No, è semplicemente riuscito per un’ultima volta a fare affidamento sulle armi che l’hanno contraddistinto, su tutte una volontà di rimanere attaccato ai punti che ha spesso e volentieri sopperito alla mancanza di potenza e che l’ha reso uno working class hero della racchetta. E infatti Thomas Fabbiano, anche lui impegnato nel tabellone cadetto (battuto al primo turno da Laaksonen), l’ha celebrato scrivendo su Instagram: “Ultimo match in carriera? Neanche per sogno!”

 

Come detto, Flushing Meadows è di gran lunga il suo Slam preferito (e gli States il suo Paese d’adozione): negli altri tre ha complessivamente vinto cinque incontri senza mai superare il secondo turno, mentre nel main draw newyorchese ne ha portati a casa nove, quasi il doppio, raggiungendo gli ottavi nel 2017 (perse da un Kevin Anderson in procinto di raggiungere la prima finale Slam in carriera) e il terzo turno nel 2016 (quando per due set morse le caviglie ad Andy Murray, di lì a poco campione del mondo) e nel 2019 quando vinse due match infiniti con avversari le cui età complessive non raggiungevano la sua, prima di soccombere a Stan Wawrinka. Ogni volta che sono qui, sono felice, ecco perché ho scelto New York per ritirarmi, ha detto infatti dopo la sconfitta con Janvier.

Questi non sono gli unici risultati di rilievo: 110 vittorie e 185 sconfitte a livello ATP; un titolo a Kitzbuhel 2016 a quasi 35 anni (ha giocato quattro finali nel circuito maggiore, tutte sulla terra, la prima a 32 anni a Sao Paulo); ben 39 finali Challenger con 21 titoli fra il 2006 e il 2019; poche partite in Davis (nove in singolare e una in doppio) ma con tanti quinti set (con Cilic nel 2013, con Chiudinelli nel 2016 e in coppia con Fognini contro Del Potro/Pella sempre nel suo anno migliore). A questo si aggiunge il fregio di essere stato il numero uno d’Italia nel 2016: all’epoca la Top 100 vedeva lo Stivale rappresentato esclusivamente da lui al N.40, Fabio Fognini al N.49 ed Andreas Seppi al N.87, un’epoca decisamente lontana dai successi attuali e presumibilmente futuri.

Al di là di tutto, però, qual è l’eredità di Paolo Lorenzi?

I suoi match sono sempre stati connotati come degli emblemi di una certa scala di valori, e conseguentemente lui è sempre stato vissuto come un’epitome: l’epitome dell’abnegazione, l’epitome della capacità di estrarre ogni oncia di talento da sé stessi, e, quando era al suo picco di numero uno d’Italia, l’epitome di un movimento in cattiva salute. Ma questa rappresentazione francamente un po’ bi-dimensionale sembra tralasciare alcuni aspetti che invece rendono Lorenzi umano ed eccezionale al tempo stesso.

Il suo modo di giocare è forse l’elemento che lo accomuna più di tutti a noi appassionati. Chiunque abbia giocato a livelli più o meno alti (nel caso dell’autore di questo articolo forse è meglio dire “più o meno bassi”), deficitando di colpi risolutivi e centimetri, si sarà prima o poi e sovente trovato/trovata ad affrontare interi match di remate da fondo campo, ribattendo con moonball su moonball (i cui flirt con la ionosfera dipendevano dalla presenza o meno del pallone aerostatico) agli attacchi del nerboruto avversario di turno, sperando di vincere nella battaglia a chi si stanca prima.

Questa dinamica di potere non si vede praticamente più a livello professionistico: ogni Top 100 deve essere in grado di vincere un’alta percentuale di punti rapidi e, se necessario, di essere padrone del proprio destino. Non Lorenzi però: Lorenzi si è sempre difeso colpo su colpo, e l’ha fatto per vent’anni senza mai cadere preda della frustrazione, facendo sapere fin da subito all’avversario che la partita l’avrebbe dovuta vincere lui. Più di tutto, però, in uno sport con una dimensione multimediale spiccata come il tennis, Lorenzi è stato disposto a sacrificare il suo corpo percorrendo innumerevoli fino a scomparire dall’inquadratura in nome della propria dedizione. Di nuovo, un working class hero, ma siamo sicuri di non stare appiccicando definizioni che, nell’idealizzarla, sminuiscono la sua figura?

Al di là delle considerazioni più prosaiche (“lo pagano per giocare, sarebbe strano se non s’impegnasse” o “è il suo mestiere, non è che abbia molte alternative”), a volte si dà per scontato che un atleta o un’atleta accetti di sottoporsi a tale stress fisico ma soprattutto psicologico, perché rimettere il proprio destino nella racchetta dell’avversario con tanta frequenza, e con livelli di gratificazione non sempre equivalenti, non è cosa da tutti, anzi, è un tipo di sfida che quasi tutti i giocatori rifuggono appena possibile cercando gradi di controllo (tecnici e prossemici) sempre più alti.

Ed è qui che Lorenzi si afferma come tennista unico nel suo genere. Pochi giocatori di quel livello si sono trovati ad affrontare dilemmi simili, e lui certamente avrebbe preferito servire come Isner o generare velocità di palla come Berrettini. La morale del duro lavoro suona bene, ma lui non avrebbe forse preferito vincere qualche punto gratis in più?

Il tema della gratificazione ritorna guardando una compilation dei suoi punti migliori:

Al di là della natura agonica dei punti (spesso prolungati e spesso chiusi con dei bei duelli a rete che valorizzano la mano dell’azzurro), sublimata dall’espressione sfinita del punto vinto contro Zhang (minuto 3:50), si può notare come molti dei suoi quindici più belli vedano come vittime Djokovic, Nadal e Murray. Saranno indubitabilmente i punti più belli vinti in carriera? Forse, ma più probabilmente sono anche fra i pochi suoi grandi scambi che sono stati trasmessi in televisione, vuoi per la caratura dell’avversario, vuoi per la location, vuoi perché si tratta di Coppa Davis old school.

Ed è qui che tutti possiamo immedesimarci ancora di più (e ancora di meno) con Paolo Lorenzi, che pur sotto 6-1 5-0 e set point con Djokovic infila un passante di rovescio stretto anticipato appena il rivale gioca un approccio un po’ approssimativo. Per il tennista pro medio, le occasioni di scendere in campo su un campo patinato sono poche, e spesso e volentieri hanno inevitabilmente una funzione sacrificale, ma a Lorenzi non sembra essere mai interessato: tutto quel lavoro l’aveva portato lì, e lui non si sarebbe scoraggiato. Come per il suo stile di gioco, anche qui non si può dare per scontata questa forma mentis, che è obbligata per poter stare lì, ma assolutamente arbitraria e per arrivarci e per rimanerci.

Quanti si sarebbero (e si sono) fermati prima? Quanti non sarebbero (e non sono) riusciti a trarre soddisfazione da risultati che non corrispondono ai sacrifici, sia fisici che economici? Questa è la natura spietata dello sport professionistico, e nel tennis ancora di più, ed è qui che Lorenzi si distingue. Si può solo concludere che il suo legame con il gioco, o quello dei Ricardas Berankis e Radu Albot di questo mondo (per citare giocatori dalle caratteristiche comparabili), sia sempre stato più forte.

Non è vero che ogni vetta sia raggiungibile o che ogni sogno sia realizzabile, soprattutto nella competizione. Si può però mettere a frutto ciò che si ha a disposizione per dare il proprio meglio, e Lorenzi, prima che i successi degli uomini italiani nel circuito ATP diventassero quasi una pretesa, ci è riuscito. “Vorrei che mi ricordassero come un giocatore che ha dato il massimo ogni volta in campo e ha sempre lottato fino alla fine”, ha detto dopo la sconfitta di ieri. Lorenzi sembra sapere che non c’è niente di romantico o moralistico in questo suo retaggio, ed è per questo che il suo messaggio assume ancora più valore, perché stiamo parlando di un giocatore che ha capito che questo fosse l’unico modo per raggiungere gli obiettivi che si era prefissato, e forse anche qualcosa di più. Buon ritiro, Paolino!

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