Uno contro tutti: l'esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi

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Uno contro tutti: l’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi

Un giovanissimo australiano irrompe sulla scena del tennis già da minorenne. Sarà poi capace di tenere la vetta per 80 settimane. Il vecchio Kid arriva a quota 101

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Erano più giovani di lui, Aaron Krickstein e Michael Chang, quando vinsero il loro primo titolo ATP ma nessuno dei due era riuscito a farlo così presto. Lleyton Hewitt non ha ancora diciassette anni quando, l’11 gennaio 1998, alza il trofeo del torneo di Adelaide, la città che gli ha dato i natali. Primi di iniziare la striscia di cinque vittorie consecutive (nell’ordine Draper, Woodforde, Spadea, Agassi e Stoltenberg le sue vittime), Lleyton aveva giocato un solo incontro nel circuito, perdendo al primo turno degli Australian Open 1997 contro lo spagnolo Sergi Bruguera.

Un predestinato, Lleyton, che sempre in patria – ma questa volta a Sydney – il 18 novembre 2001 batte Grosjean e si aggiudica la Masters Cup, facendosi consegnare da Gustavo Kuerten lo scettro di numero uno del mondo. In precedenza, Hewitt aveva trionfato agli ultimi US Open sotto le Twin Towers battendo Sampras in finale ma aveva dovuto attendere che Kuerten scontasse i punti accumulati l’anno prima per scavalcarlo nel torneo dei maestri. Senza un colpo particolarmente mortifero per gli avversari, Lleyton ha nel carattere e nella solidità di ogni fondamentale le armi che gli consentono di marciare spedito verso la vetta e rimanervi per ben 80 settimane, di cui le prime 75 consecutive.

Tuttavia, nemmeno lui riesce a sottrarsi al destino che vuole il leader del ranking in grossa difficoltà subito dopo l’investitura e, neanche due settimane più tardi, sull’erba stesa per l’occasione dentro la Rod Laver Arena, Hewitt perde il singolare d’apertura della finale di Coppa Davis contro il francese Nicolas Escude (6-4 al quinto dopo essere stato avanti due set a uno) e a poco serve il parziale rimedio contro Grosjean perché nella quinta partita, con Australia e Francia sul 2-2, Wayne Arthurs sostituisce Patrick Rafter ma è di nuovo Escude a prevalere e mettere le mani sull’insalatiera.

 

Chiusa con una certa amarezza la stagione 2001, Hewitt apre ancora peggio quella successiva diventando la prima testa di serie n°1 sconfitta al debutto agli Australian Open; succede a Melbourne, dove Lleyton cede allo spagnolo Alberto Martin in quattro set e lascia il torneo – già orfano del n°2 Kuerten – quando questo è ancora agli albori. “Non sono Superman” ammette il ragazzo ma in cuor suo sta già pensando al riscatto, che avviene puntualmente nella doppia tappa californiana di San Josè e Indian Wells, tornei nei quali il numero 1 trova la maniera di battere, tra gli altri, Agassi e Sampras. La striscia di vittorie si interrompe a quota quindici a Key Biscayne, dove Hewitt diventa il primo re battuto in carriera da uno che la corona la indosserà a lungo: Roger Federer.

Sulla terra – specialmente quella europea – l’australiano non si trova a proprio agio e non a caso arrivano cinque sconfitte tra Monte Carlo e il Roland Garros. Anche se la classifica di chi lo batte non è sempre da primissimi posti, Moya (due volte), Gaudio, Safin e Canas sul rosso sono avversari ostici per il ventunenne che attende – con la giusta convinzione nei propri mezzi – l’arrivo dell’erba, sulla quale far valere le doti eccellenti in termini di risposta e rapidità sul campo. E l’attesa è tutt’altro che vana. Dopo aver conquistato al Queen’s il terzo titolo consecutivo (impresa riuscita, nell’Era Open, solo a McEnroe) e aver dato forfait nei quarti di finale a ‘s-Hertogenbosch, Lleyton Hewitt legittima la sua leadership conquistando i Championships a Wimbledon.

Nelle sette partite disputate, solo l’olandese Sjeng Schalken lo mette alle corde; avanti due set a zero, nel terzo Hewitt non capitalizza nemmeno una delle undici palle-break a disposizione, le ultime quattro delle quali sono match-points. Schalken sopravvive, fa suo il set al tie-break e sfrutta il momento di sbandamento del numero 1 travolgendolo (6-1) nel quarto ma nel quinto, dopo break e contro-break, alla lunga emerge la “tigna” di Lleyton che chiude 7-5 e mette il mattone più pesante del suo secondo Slam.

L’indigestione di verdura (leggi erba) ha riempito lo stomaco del leader e, alla ripresa, Hewitt fatica a carburare e sono due spagnoli a sbarrargli la strada nei Masters Series dell’estate americana: Felix Mantilla al primo turno di Toronto e Carlos Moya, ancora lui, nella finale di Cincinnati. Il campione del Roland Garros 1998 l’aveva già battuto a Monte Carlo e Roma e lo batterà di nuovo nel round robin della Masters Cup, rassegna che chiuderà (in bellezza) il 2002 di Hewitt. Ma non corriamo. Dopo Cincinnati, Lleyton cade al secondo turno a Indianapolis (Rusedski) mentre agli US Open – dove difende il titolo – si ferma in semifinale al cospetto di Andre Agassi che nell’atto conclusivo troverà il rivale di una carriera, ovvero Pete Sampras. Una lieve digressione dal tema di questa rubrica (che vuole ripercorrere il cammino dei numeri uno quando sono tali) per ricordare che il vecchio re, Sampras, arriva a questa finale con un digiuno di titoli che perdura da oltre due anni, durante i quali ha giocato sei finali (due agli US Open, una a Indian Wells oltre a Los Angeles, Long Island e Houston) e le ha perse tutte. Ma non questa, con cui Pete sigilla il 14° Slam in carriera e si ritira imbattuto.

Tornando a Hewitt, i passi falsi proseguono anche in autunno. A Tokyo viene battuto dal più forte thailandese di sempre, Paradorn Srichaphan, mentre a Stoccolma rimedia un doppio 6-3 con Raemon Sluiter. L’olandese, che non andrà oltre un best-ranking di n°46 al mondo, troverà il modo di far parlare di sé nel 2009 a ‘s-Hertogenbosch quando, da n° 866 del mondo e in tabellone grazie a una wild-card, diventerà il tennista con la peggiore classifica ad aver raggiunto una finale ATP. Dopo due battute d’arresto, a Parigi Bercy Hewitt riesce ad avanzare fino all’ultimo giorno ma in finale Marat Safin lo regola in tre set (7-6 6-0 6-4). Il risultato di questi… risultati è che Hewitt arriva a Shanghai, sede della Masters Cup, con il timore di perdere lo scettro. La possibilità diviene ancora più concreta quando, dopo aver perso nel round robin con Moya, gli incroci del gruppo rosso fanno sì che, all’ultima giornata, se Albert Costa dovesse battere lo stesso Moya (già qualificato) senza perdere set, Hewitt verrebbe eliminato e a quel punto, vincendo il torneo, Agassi si prenderebbe anche la corona del re.

Invece lo statunitense non arriva nemmeno in semifinale mentre Moya batte uno stoico Costa in quasi tre ore e quello che fino a qualche ora prima era un vicolo stretto e buio si trasforma, per l’australiano Lleyton Hewitt, in una vera e propria autostrada. Oddio, in realtà è lui ad allargarne le corsie lottando come un leone sia in semifinale con Federer (7-5 5-7 7-5) che in finale con Juan Carlos Ferrero, sconfitto 6-4 al quinto dopo essersi fatto recuperare un vantaggio di due a zero. Maestro per il secondo anno consecutivo, Hewitt chiude la stagione da n°1 e smentisce nuovamente tutti i suoi (numerosi) detrattori, che non gli riconoscono le stimmate del fuoriclasse.

Pur facendo meglio dell’anno precedente, nello Slam di casa il numero 1 continua ad accumulare risultati negativi e così il 2003 si apre, per Hewitt, con la sconfitta negli ottavi degli Australian Open per mano di Younes El Aynaoui. Sarà, questa, l’unica vittoria contro un leader ATP in sette partite per il marocchino, che ha già perso due volte con Agassi e con lo stesso Hewitt e perderà di nuovo con gli stessi avversari nel corso della stagione. Una di queste avviene al primo turno di Indian Wells, dove Hewitt ci arriva da campione di Scottsdale e conferma il titolo conquistato nel 2002 battendo in finale il redivivo Kuerten con un doppio 6-1. Inattesa è invece l’eliminazione al debutto in quel di Miami, dove a sorprendere Lleyton è il 34enne mancino spagnolo Francisco Clavet, specialista della terra rossa e assai lontano, quanto a classifica, al suo best-ranking (18) conquistato oltre dieci anni prima. Adesso “Pato” è scivolato al n°178 ed è in tabellone dopo essersi qualificato ma è l’unico tennista nella storia ad aver vinto l’ultimo incontro in carriera battendo il numero 1 del mondo.

Sul rosso, Hewitt gioca in Germania tra Amburgo (dove perde al terzo turno contro il cileno Fernando Gonzalez) e Dusseldorf (tre vittorie nella World Team Cup, di cui particolarmente significativa quella con Moya) ma in precedenza, esattamente tra il 28 aprile e l’11 maggio, ha dovuto lasciare temporaneamente il trono ad Agassi, che però non ha approfittato dell’occasione perdendo a Roma contro il giovane iberico David Ferrer dopo averlo dominato nel primo set (0-6 7-6 6-4). Lo scivolone ha dunque rimesso Hewitt al suo posto ma le settimane di “Rusty” stanno giungendo al termine e l’ultima, l’ottantesima per la precisione, la trascorre al Queen’s dove Sebastien Grosjean ne interrompe una striscia positiva di 17 vittorie e ne decreta la fine del regno. Dunque, sono 80 le settimane complessive di Hewitt in testa alla classifica ATP, periodo nel quale l’australiano ha disputato 28 tornei vincendone 7 e 108 incontri, vincendone 87. A succedergli è nuovamente Agassi, semifinalista nel minore dei due tornei sull’erba londinese, che a sua volta estenderà il suo regno intermittente a un totale di 101 settimane distribuite in un arco temporale di ben otto anni e mezzo.

Gli ultimi quattro tornei da re non portano titoli nella bacheca dello statunitense. A Wimbledon esce negli ottavi vittima di Philippoussis mentre a Washington perde con Fernando Gonzalez prima di cedere a Schuettler nel Masters Series di Montreal. Sconfitto a Cincinnati nel 1999 da Sampras, il tedesco chiuderà la carriera con un bilancio attivo nei confronti del n°1; il 2-6 6-2 6-3 canadese con Agassi lo porta in parità e, a fine stagione, sarà il primo a infliggere una delusione al 22° re dell’ATP. Ma di questo parleremo nella prossima puntata, anche perché prima ci sarà pure un 21° e dopo inizierà la leggenda del re dei re. Adesso ci limitiamo a mettere in cifre la vicenda di Agassi, che si conclude nelle semifinali degli US Open con 101 settimane, 34 tornei e 135 incontri, di cui appena 107 vinti (è solo undicesimo nella speciale classifica che guarda la percentuale di vittorie). Tuttavia, è l’unico numero 1 ad aver vinto in carriera i quattro Slam, il Masters, la Davis e la medaglia d’oro olimpica. Scusate se è poco.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – DICIOTTESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
2001HEWITT, LLEYTONESCUDE, NICOLAS64 36 63 36 46DAVIS CUPG
2002HEWITT, LLEYTONMARTIN, ALBERTO61 16 46 67AUSTRALIAN OPENH
2002HEWITT, LLEYTONFEDERER, ROGER36 46MIAMIH
2002HEWITT, LLEYTONMOYA, CARLOS46 36MONTE CARLOC
2002HEWITT, LLEYTONGAUDIO, GASTON46 57BARCELLONAC
2002HEWITT, LLEYTONMOYA, CARLOS36 26ROMAC
2002HEWITT, LLEYTONSAFIN, MARAT36 16AMBURGOC
2002HEWITT, LLEYTONCANAS, GUILLERMO76 67 46 36ROLAND GARROSC
2002HEWITT, LLEYTONMANTILLA, FELIX62 46 36CANADA OPENH
2002HEWITT, LLEYTONMOYA, CARLOS57 67CINCINNATIH
2002HEWITT, LLEYTONRUSEDSKI, GREG67 46INDIANAPOLISH
2002HEWITT, LLEYTONAGASSI, ANDRE46 67 76 26US OPENH
2002HEWITT, LLEYTONSRICHAPHAN, PARADORN46 36TOKYOH
2002HEWITT, LLEYTONSLUITER, RAEMON36 36STOCCOLMAH
2002HEWITT, LLEYTONSAFIN, MARAT67 06 46PARIGI BERCYS
2002HEWITT, LLEYTONMOYA, CARLOS46 57MASTERS H
2003HEWITT, LLEYTONEL AYNAOUI, YOUNES76 67 67 46AUSTRALIAN OPENL
2003HEWITT, LLEYTONCLAVET, FRANCISCO46 46MIAMIH
2003AGASSI, ANDREFERRER, DAVID60 67 46ROMAC
2003HEWITT, LLEYTONGONZALEZ, FERNANDO16 63 06AMBURGOC
2003HEWITT, LLEYTONROBREDO, TOMMY64 61 36 26 36ROLAND GARROSC
2003HEWITT, LLEYTONGROSJEAN, SEBASTIEN36 46QUEEN’SG
2003AGASSI, ANDREPHILIPPOUSSIS, MARK36 62 76 36 46WIMBLEDONG
2003AGASSI, ANDREGONZALEZ, FERNANDO63 46 67WASHINGTONH
2003AGASSI, ANDRESCHUETTLER, RAINER62 26 36CANADA OPENH
2003AGASSI, ANDREFERRERO, JUAN CARLOS46 36 63 46US OPENH

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten

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Il favoloso mondo di Iga: tennis, psicologia e jazz

L’anno scorso Swiatek aveva vinto un solo gioco contro Halep al Roland Garros. Quest’anno l’ha dominata. “Partita perfetta. Miglioro passo dopo passo”. Con l’aiuto di una psicologa. Nella sua playlist? “Ascolto di tutto. In questo periodo molto jazz”

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Iga Swiatek - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Un anno nella carriera di un tennista equivale a dieci di una persona normale. Soprattutto quando sei all’inizio. Lo sa bene la 19enne polacca Iga Swiatek, uno dei volti nuovi più interessanti nel circuito femminile. Al Roland Garros dell’anno scorso, dopo tre buone vittorie, Swiatek si era ritrovata al cospetto della campionessa in carica Simona Halep. Ed era finita sotto la doccia dopo tre quarti d’ora di gioco, sconfitta con un pesantissimo 6-1 6-0. In questo 2020, le due si sono ritrovate a disputare la medesima partita. E ad andare negli spogliatoi con le pive nel sacco è stata Halep, schiantata con il punteggio di 6-1 6-2

“Tutto è stato diverso per me. Sapevo che questa era una grande opportunità. E sapevo di poter giocare il mio miglior tennis in grandi palcoscenici perché mi era già capitato”, ha dichiarato una raggiante Swiatek nella conferenza stampa post-match. “Ora ho più esperienza, so reggere la pressione. Sento che sono cresciuta. Sono in grado di giocare un match come questo e vincerlo. Tutto ha funzionato bene. Ho fatto tutto quello che mi ha detto il mio coach. È stato il match prefetto per me”. Ed, in effetti, perfetta lo è stata davvero la ragazzina di Varsavia. Più incisiva con i colpi a rimbalzo, più capace di variare angoli e soluzioni tecniche, più resiliente nella fase difensiva. In una sola parola: dominante. 

Negli oltre 365 giorni che sono passati tra questi due match, Swiatek ha fatto registrare dei buoni risultati. A partire dagli ottavi agli Australian Open. Ma senza exploit straordinari. Tanto che quella contro Halep è stata la prima vittoria contro una Top 10 in carriera. Una crescita non rapidissima ma costante quella della polacca. Che sente che questa sia la via giusta per lei. Mi piace fare un passo alla volta perché così sento che posso essere più consistente nel futuro”, ha spiegato. “Sono contenta che ad esempio non sono riuscita ad arrivare in finale l’anno scorso al Roland Garros perché penso che oggi la pressione sarebbe troppo grande. Mi piace avere tempo per crescere. Il fatto che sto progredendo passo dopo passo è perfetto per me”. E di sicuro di passi ce ne saranno altri nei prossimi mesi e anni. 

 

Questi progressi sono arrivati anche grazie ad un lavoro specifico sull’aspetto mentale. Ormai tanti tennisti di vertice, tra i quali anche il nostro Matteo Berrettini, si fanno seguire da uno psicologo che li aiuta a trovare le giuste sensazioni dentro e fuori dal campo. Così sta facendo anche la polacca. “Non ci sono molte persone che parlano di psicologia nel tennis. È una cosa abbastanza nuova. Io ho una psicologa nel mio team da un paio di anni circa. Penso che l’aspetto mentale sia fondamentale nel tennis di oggi perché tutte sanno giocare molto bene. Ma quelle che riescono ad essere anche forti mentalmente fanno la differenza. Quindi ho sempre cercato di migliorare da questo punto di vista”, ha detto a riguardo.

Ma Swiatek non è una di quelle che pensano al tennis 24 ore al giorno. Lo si può dedurre anche dal suo profilo Instagram, in cui alle foto degli allenamenti e dei successi in campo se ne alternano altre più buffe e ironiche di vita quotidiana. Iga che studia, Iga che legge libri, Iga che fa vela. Ma soprattutto Iga che ascolta musica. E non esattamente le ultime novità del pop contemporaneo, come ci si potrebbe aspettare. La ragazza ha infatti gusti un po’ retrò. Come ad esempio Guns and Roses e AC/DC. “Mi ricordo quando ero più giovane e viaggiavo insieme ai coach della federazione polacca. Ognuno mi faceva ascoltare musica diversa. Quindi ascolto un po’ di tutto. Ho cominciato ad ascoltare anche molto jazz di recente. Mi piace sapere di cose che non sono il tennis”, ha raccontato. 

Sara proprio la giovane e interessante tennista polacca a sfidare oggi la nostra Martina Trevisan, assoluta rivelazione di questa edizione dello Slam parigino, per un posto in semifinale. L’unica volta che abbiamo giocato contro ho perso (6-2 2-6 6-2 il punteggio, ndr). Era a Varsavia (un torneo 25k, ndr). Ero nervosa perché è la mia città e volevo fare bella figura. Ma non penso che conterà molto. È successo alcuni anni fa (due, ndr) e oggi siamo in una situazione completamente diversa”, ha commentato. Difficile darle torto. La posta in palio è enormemente più alta. E Iga sembra essere una che impara in fretta le lezioni. Chiedetelo ad Halep. La nostra Martina è avvertita. 

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Italiani

Conosciamo Lorenzo Giustino, il napoletano di Barcellona che ha conquistato Parigi

L’azzurro ha vinto contro Moutet il secondo match più lungo della storia del torneo. “Ho cercato i vincenti fino alla fine, non mi regalava nulla”. Sei italiani al secondo turno, sulla sua strada c’è Schwartzman

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Sto benissimo, andrò anche a farmi un giro per quanto mi sento fresco“. Ci scherza su, Lorenzo Giustino, propensione naturale alla battuta anche dopo la serata più bella della sua vita sportiva. O meglio, la due giorni: perché il romanzo da sei ore di cui è stato protagonista vincente è iniziato domenica. Il successo contro Corentin Moutet, 71 del mondo, gli ha fatto salire il conto in banca di 84.000 euro. Un quinto del totale guadagnato fino ieri in una carriera da operaio del tennis, arrivata a 29 anni senza la gioia del successo in un match nel circuito maggiore. Lorenzo, napoletano cresciuto e residente a Barcellona, si è ripreso tutto con gli interessi. Insieme al clamore suscitato dal secondo match più lungo di sempre al Roland Garros, secondo solo alle sei ore e 33 minuti di Santoro-Clement del 2004. Il primo per un italiano, superando Camporese-Becker dell’Australian Open 1991 (cinque ore e 11 minuti).

MARATONA – Domenica sera lo stop intorno alle 22:30, causa pioggia, con il tabellone fermo sul 4-3 e servizio per l’azzurro nel terzo set (dopo che ne avevano vinto uno per parte). “Mi sono messo a guardare insieme al mio allenatore Gianluca Carbone la partita tra Chardy e Rodionov – ha raccontato, sempre col sorriso – e ho detto: vuoi vedere che finisco anche io con un punteggio tipo 12-10 al quinto?“. È chiaramente andata anche peggio, con un quinto parziale durato tre ore e diventato guerra di nervi oltre che di colpi. Epopee generate dall’assenza del tie break, in partite che però poi rischiano di eliminare sul piano delle energie entrambi i giocatori. “Siamo rimasti solidi e centrati, sbagliando entrambi pochissimo – ha raccontato in sala stampa – per questo siamo arrivati al 18-16 del quinto. Nel finale in ogni caso ho provato a essere aggressivo, i punti dovevo farli cercando i vincenti perché lui non mi regalava davvero nulla“.

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Lorenzo Giustino, 29 anni da Napoli, ha vinto la partita più lunga giocata da un italiano nella storia dei tornei dello Slam. L'incontro è cominciato ieri, è stato sospeso sul punteggio di 0-6 7-6 4-3 e servizio per Giustino, è ricominciato oggi e si è prolungato fino al 18-16 nel quinto set: come è noto, al Roland Garros non esiste il tie-break al set decisivo. Giustino l'ha spuntata dopo oltre 6 ore, togliendosi la soddisfazione di vincere il suo primo incontro in un Major Si tratta di una partita da record su più fronti: è l'ottavo match più lungo dell'Era Open, il secondo qui al Roland Garros dopo il Santoro-Clement del 2004 e il quarto in assoluto negli Slam. Ecco la top 10 degli incontri più lunghi: 1️⃣ 11:05 – Isner b. Mahut – Wimbledon 2010 2️⃣ 06:43 – L. Mayer b. Souza – Coppa Davis 2015 3️⃣ 06:36 – Anderson b. Isner – Wimbledon 2018 4️⃣ 06:33 – Santoro b. Clement – Roland Garros 2004 5️⃣ 06:22 – McEnroe b. Wilander – Coppa Davis 1982 6️⃣ 06:21 – Becker b. McEnroe – Coppa Davis 1987 7️⃣ 06:15 – Clerc b. McEnroe – Coppa Davis 1980 8️⃣ 06:05 – GIUSTINO b. MOUTET – RG 2020 9️⃣ 06:04 – Clement b. Rosset – Coppa Davis 2001 🔟 06:01 – Tahiri b. Muller – Coppa Davis 2005 #rolandgarros #rolandgarros2020 #giustino #lorenzogiustino #record #tennis #instatennis #instasports

 

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COMBATTENTE – Per rendere l’idea dell’eccezionalità di quanto accaduto: Giustino, che ha nella vetrina di casa i trofei di nove Futures e un Challenger (Almaty 2019), ha giocato un totale di appena sei partite nel circuito maggiore. Nel tabellone principale di uno Slam ci era finito solo un’altra volta, da lucky loser all’ultimo Australian Open, perdendo in tre set da Raonic. Per ben 17 volte si era fermato alle qualificazioni. Ha messo piede a Parigi da numero 157 del mondo (è stato anche 127, un anno fa, prima di essere frenato da qualche guaio fisico) e stavolta si è finalmente arrampicato nel main draw con le sue mani: nei giorni scorsi ha battuto in serie Maximilian Marterer, Hugo Grenier e Dustin Brown sulla distanza dei tre set. “Sono molto migliorato negli ultimi due anni – ha raccontato -, non solo sul piano tecnico ma anche dal punto di vista mentale. L’ho dimostrato non solo in questa impresa, ma anche nelle qualificazioni, lottando in due casi fino ai terzi set vinti 7-5 e 7-6“.

ALLE RADICI – Lorenzo Giustino nasce tennisticamente a Barcellona, dove si è trasferito a sette anni insieme ai genitori che hanno scelto di lasciare Napoli per regalare ai figli un orizzonte più ampio (ora però sono rientrati in patria). Il fratello Gennaro, oggi, è medico a New York, dopo essersi specializzato in cardiologia al San Raffaele. Il giovanissimo Lorenzo inizia a palleggiare nell’accademia di Manuel Orantes, promette bene e si guadagna le attenzioni di guide di spessore: il suo primo allenatore è Albert Torras, diventato poi coach di Federico Delbonis. Ma anche Sergi Bruguera e il padre Luis hanno contribuito significativamente alla sua formazione da terraiolo, provando anche (senza esito) a suggerirgli di acquisire la cittadinanza sportiva spagnola.

Ha sempre avuto buone capacità di adattamento all’avversario e ha svelato, di recente, come la fase matura della sua carriera sia orientata alla qualità del lavoro e alla cura dei dettagli, dopo tanta quantità. Al secondo turno troverà forse uno dei giocatori più adatti ai campi e al clima di Parigi: Diego Schwartzman, fresco finalista di Roma. Ostacolo altissimo, ben più dei centimetri che l’argentino porterà sul campo. Nel frattempo, il napoletano di Barcellona ha contribuito al record: mai nell’era Open sei italiani si erano spinti al secondo turno del Roland Garros (in attesa che si concluda il match di Mager). Lui era decisamente il meno pronosticabile.

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Non fate come Kyrgios: non sottovalutate Pablo Carreño Busta allo US Open

Tra i quattro semifinalisti lo spagnolo è il meno titolato, ma a livello Slam non ha tanto da invidiare ai suoi avversari. Prima di sminuirlo, Kyrgios dovrebbe dare uno sguardo ai suoi risultati

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Pablo Carreño Busta - US Open 2020 (photo by Simon Bruty/USTA)

Le semifinali dei due tabelloni dello US Open 2020 hanno un tratto comune? In tanti potrebbero rispondere sì a questa domanda e potremmo essere parzialmente d’accordo anche noi. Per quale motivo? Beh, nel femminile abbiamo parlato ieri di Jennifer Brady, numero 41 del ranking (28 del seeding) alla prima semifinale Slam, che si è ritrovata attorno Serena Williams (23 Major), Azarenka e Osaka (due titoli Slam per parte). Nel maschile invece i quattro giocatori rimasti non hanno mai vinto un titolo a questi livelli, ma nonostante ciò si parla principalmente di Zverev, Thiem e Medvedev e Pablo Carreño Busta, che a differenza di Brady una semi Slam l’ha già giocata, viene erroneamente considerato un intruso.

A ingannare è probabilmente il ranking: lo spagnolo è una ventina di posizioni dietro i tre che hanno raggiunto come lui il penultimo atto del torneo, ma arrivati in queste fasi l’abitudine a giocare su determinati palcoscenici e con una certa pressione sulle spalle può fare la differenza tra una sconfitta e una vittoria. E a tal proposito, Carreño non parte battuto in partenza, almeno nella semifinale. Per Sascha Zverev è la seconda semi Slam della carriera, come lo è per lo spagnolo. Dall’altro lato invece Thiem giocherà la sua sesta, ma appena la seconda su cemento, mentre Medvedev ha raggiunto questa fase in un Major solo un anno fa, sempre a Flushing Meadows. Tuttavia non è da trascurare il fatto che sia il russo che l’austriaco hanno già preso parte a una finale Slam e tutti e tre hanno già vinto un trofeo Masters 1000. Ad ogni mod,o se si guardano le due sfide da questa prospettiva, il gap tra i tre top 10 e Carreño è abbastanza piccolo, di certo infinitamente inferiore rispetto a quello tra Brady e le altre tre campionesse.

Detto ciò, è comprensibile che l’attenzione sia rivolta a Dominic, Sascha e Daniil per un altro motivo. È da quattro anni ormai (Wawrinka allo US Open 2016) che non si vede un vincitore Slam diverso da Federer, Nadal o Djokovic e da allora si cerca un giovane in grado di interrompere il loro dominio. Vista l’assenza dei Big Three, non veder vincere uno tra Thiem, Zverev o Medvedev nemmeno stavolta porrebbe dei grossi dubbi sulle loro capacità di sostituirsi al trio che ha dominato l’ultimo decennio. Perciò anche mediaticamente Carreño Busta “tira” meno degli altri tre, ma non per questo va sottovalutato. Ci ha messo del suo anche Nick Kyrgios con i suoi tweet.

 

L’australiano da qualche giorno sta conducendo una crociata contro Carreno, tacciandolo come terraiolo “che senza il mattone tritato non sarebbe arrivato nemmeno vicino alla top 50”. “Deve essere piuttosto annoiato” ha commentato lo spagnolo e Nick alla vigilia delle semifinali ha risposto ancora, postando su Instagram i confronti diretti (conduce 2-0) con Carreno, dicendo che alla noia preferirebbe giocare lo US Open e batterlo ancora. Tuttavia l’australiano al massimo ha raggiunto due quarti di finale negli Slam, peraltro vecchi di oltre cinque anni. In più dimostra di non aver letto con la dovuta attenzione i risultati della carriera di Carreño Busta.

Pablo Carreño Busta – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Usando la lente d’ingrandimento sulla carriera dello spagnolo, capiamo ancora meglio che la sua superficie preferita non è la terra battuta come dice Kyrgios, bensì il cemento outdoor. A 23 anni centra il primo discreto risultato in uno Slam, un terzo turno allo US Open nell’edizione 2014. Si ripete due anni dopo, sempre a Flushing Meadows e poi all’Australian Open 2017, quello che a tutti gli effetti è l’anno della sua esplosione definitiva. Bisogna attendere il Roland Garros 2017 per vederlo superare il secondo round nell’unico Slam su terra del calendario. Quell’anno si spinse fino ai quarti, dove fu costretto al ritiro contro Rafa Nadal. Non si spinse mai oltre sul rosso, cosa che invece gli è riuscita due volte sul duro, la prima alla fine di quell’estate.

A Flushing Meadows non perse neanche un set fino alla semifinale, la sua prima in un Major. Tuttavia ci riuscì superando ben quattro qualificati. King al primo turno, Norrie al secondo, Mahut al terzo e Denis Shapovalov in ottavi. Quest’anno ha battuto nuovamente il canadese, diventato nel frattempo un tennista ‘vero’, al termine di una durissima battaglia durata cinque set ai quarti di finale. Riguardando il tabellone dell’edizione 2017 è curioso vedere che il canadese (che qualche settimana prima si fece conoscere alla Rogers Cup, battendo Rafa Nadal) superò al primo turno Daniil Medvedev, abbastanza nettamente (7-5 6-1 6-2).

Proprio in relazione a Shapovalov, si può evidenziare come il canadese avesse battuto in quattro set Goffin prima di arrestarsi al cospetto di Carreño Busta. Due tennisti che presentano delle somiglianze, e rispetto al quale ‘Shapo’ è certamente più esplosivo: eppure, contro Goffin la rimonta gli è riuscita piuttosto agevolmente, mentre lo spagnolo gli ha imposto un 6-3 al quinto set. Interrogata sulla questione, è probabile che la maggioranza degli appassionati definirebbe Goffin un tennista più forte di Carreno Busta: quanto al rendimento negli Slam, però, il belga è arrivato tre volte ai quarti vincendo un solo set, Carreño (un anno più giovane) ha fatto lo stesso avanzando due volte in semifinale.

Qualche dato ci permette di chiudere definitivamente il discorso rispetto alla superficie d’elezione di Carreño Busta: in carriera ha vinto complessivamente 289 match su cemento, il 66% di quelli disputati. Invece su terra battuta sono 157 le vittorie su 257 partita, un ottimo 61%, ma piuttosto inferiore rispetto al record personale sul duro. E infine, anche i trofei confermano tale rapporto: tre li ha vinti su cemento (Winston-Salem 2016, Mosca – indoor – 2016 e Chengdu 2016) e uno su terra battuta (Estoril 2017). Adesso siete convinti del fatto che Carreno è tutt’altro che un intruso in queste semifinali?

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