Uno contro tutti: e alla fine arriva Federer

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Uno contro tutti: e alla fine arriva Federer

Dopo le 8 settimane di Ferrero e le 13 di Roddick, il 2 febbraio 2004 Roger Federer diventa il 23esimo padrone del ranking ATP. Rimarrà in vetta per 237 settimane consecutive

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Roger Federer diventa per la prima volta numero 1 il 2 febbraio 2004

Come anticipato in chiusura della scorsa puntata, l’8 settembre 2003 si chiude definitivamente il lungo e frammentato regno di Andre Agassi. A spodestarlo per l’ultima volta è lo spagnolo Juan Carlos Ferrero, che ha sconfitto proprio lo statunitense nella semifinale degli US Open per poi essere a sua volta battuto in finale da Andy Roddick. Pur deluso dalla netta sconfitta, “Mosquito” diventa il 21esimo leader del ranking ATP ma l’incombere della stagione indoor e la vicinanza in classifica dello stesso Roddick suonano come pericolosi campanelli d’allarme per la conservazione del trono. Invece, nonostante abbia ottenuto la maggior parte dei suoi successi sulla terra rossa (Roma, due volte Monte Carlo e il Roland Garros), Ferrero dimostra di eccellere anche sul duro e conquista la finale a Bangkok (sconfitto da Taylor Dent) e la vittoria nel Masters Series di Madrid, dove regola in finale il cileno Nicolas Massu.

Gli ottimi risultati vengono però vanificati a Parigi Bercy, laddove il ceco Jiri Novak ottiene la sua unica vittoria in carriera contro un numero 1 (a fronte di sette sconfitte) chiudendo dopo sole otto settimane l’esperienza di Ferrero sul tetto del mondo. L’iberico fa registrare un bilancio di 11 incontri vinti e 3 persi (oltre a Dent e Novak, il primo a batterlo era stato l’argentino Calleri in Davis) e consegna il bastone del comando a Roddick, a cui basta la semifinale parigina (persa in due tie-break con Henman) per rilevarne il posto e giocare la Masters Cup di fine stagione da leader ATP.

Ventunenne del Nebraska, Andy Roddick è il favorito del Masters che si disputa al West Side Tennis Club di Houston ma si complica la vita nel girone perdendo da Rainer Schuttler in tre set e così in semifinale deve vedersela con il campione di Wimbledon, Roger Federer. Lo svizzero, n°3 del mondo, ha dovuto annullare due match-point ad Agassi nella fase a round robin e si è classificato primo nel suo gruppo anche in virtù delle nette vittorie su Nalbandian (la prima in carriera) e Ferrero, al quale di fatto ha tolto ogni possibilità di riprendersi la corona e chiudere la stagione da re. Pur avendo un bilancio negativo (1-4), Roddick ha battuto Federer nell’ultimo confronto diretto agli Open del Canada e pensa di potersi ripetere ma il tie-break del primo set diventa lo spartiacque di un match che ripropone lo splendido stato di forma dell’elvetico: 7-6 6-2 e Federer chiuderà la settimana texana battendo di nuovo (ma stavolta molto più facilmente) Agassi e proponendosi come alternativa credibile a Roddick, sesto statunitense a chiudere l’anno in cima al ranking dopo Connors, McEnroe, Courier, Sampras e Agassi.

Il 2004 dell’americano inizia in Qatar e inizia male. A Doha, Roddick perde al secondo turno con lo svedese Jonas Bjorkman e arriva a Melbourne con più dubbi che certezze. Nel primo Slam stagionale, lui e Federer sono ai poli opposti del tabellone ma è il redivivo Marat Safin a impedire che si affrontino in finale, come logica vorrebbe. Dopo quasi tre stagioni da Top-10, nel 2003 il russo ha giocato poco e male ed è precipitato fino alla posizione n°86 in classifica ma il suo talento – pur non affiancato dalla dovuta continuità – è fuori discussione e agli Australian Open lotta come un leone fin dal primo turno, vince tre partite al quinto set (Todd Martin, Roddick nei quarti e Agassi in semifinale) e conquista la finale dove Roger Federer gioca sapendo già che l’indomani diventerà il 23esimo padrone del vapore.

Safin, provato dalle battaglie dei giorni precedenti, resiste per tutto il primo set ma finisce per perderlo al tie-break e con quello anche ogni – peraltro minima – speranza di prendersi il titolo. Il 2 febbraio 2004, dunque, diventa una pietra angolare nella storia di questo sport perché è il primo di 1293 giorni consecutivi trascorsi sul trono da Roger Federer, come nessuno ha fatto in passato e fino ai giorni nostri. In un momento in cui i bimani sembrano poter monopolizzare il circuito, almeno nelle alte sfere, Federer rinnova la tradizione dei sovrani con il rovescio a una mano, l’ultimo dei quali è stato il brasiliano Gustavo Kuerten.

 

Per quanto si sia capito, fin da quel pomeriggio londinese del 2001 in cui ha sconfitto in cinque set Pete Sampras sul centrale di Wimbledon, che Federer ha le stimmate del fuoriclasse, nessuno può ragionevolmente prevedere ciò che invece succede dal momento del suo insediamento nella stanza del potere del tennis maschile. Nel suo primo anno di regno, lo svizzero perde un pugno di incontri ma non mancano i dolori. Il primo a causargli un dispiacere è Tim Henman, che lo elimina nei quarti a Rotterdam; dopo aver vinto a Dubai e Indian Wells, Federer assaggia per la prima volta le sgradevoli rotazioni di un giovane spagnolo mancino che lo batte senza appello al secondo turno di Miami: è Rafael Nadal e, con lui, Roger edificherà una delle rivalità più esaltanti nella storia del gioco.

Sia pur asceso al trono, il re mostra ancora qualche lato di debolezza e, sulla terra rossa, cade vittima di due specialisti già campioni del Roland Garros: Albert Costa (a Roma) e Gustavo Kuerten, proprio a Parigi. Il triplice 6-4 subìto dal brasiliano fa già calare qualche ombra sulle potenzialità dell’elvetico, il cui gioco sembra decisamente più adatto alle superfici rapide. Il progetto-Federer però è ancora in costruzione, soprattutto sul piano della consapevolezza, e riceve lusinghiere risposte dall’erba di Halle e Wimbledon (dove si conferma campione), dal vittorioso blitz a Gstaad (a cui Federer non rinuncia, nonostante le fatiche londinesi, per onorare una promessa fatta qualche anno prima, quando proprio gli organizzatori del torneo gli diedero la wild-card che lo fece debuttare nel circuito maggiore) e infine dal successo nel Masters Series di Toronto.

L’intensa attività, che mal si addice a chi deve gestire il potere, lo rende tuttavia vulnerabile sia a Cincinnati che all’appuntamento olimpico di Atene. In Ohio a batterlo subito è Dominik Hrbaty, che completa così il suo poker di scalpi eccellenti (dopo Kafelnikov, Agassi e Safin) e chiuderà la carriera con un bilancio positivo (4-3) nei confronti con i numeri 1. In Grecia invece, torneo a cui Federer tiene particolarmente, il secondo turno gli propone un diciottenne ceco di belle speranze che, nella sorpresa generale, lo batte 4-6 7-5 7-5: si tratta di Tomas Berdych e siamo solo alla prima di 26 sfide dirette tra i due.

Appena una settimana dopo la delusione olimpica, Federer si presenta agli US Open in veste di favorito e inizia il suo lustro newyorchese senza sconfitte soffrendo solo nei quarti contro Agassi (e il vento) e infliggendo, unico nella storia del torneo e secondo in assoluto in uno slam, al finalista (Lleyton Hewitt) ben due 6-0 nell’atto conclusivo. Sulla scia della vittoria statunitense, Roger domina anche a Bangkok e si riconferma campione alla Masters Cup di Houston, manifestazione in cui batte di nuovo Hewitt sia nel gruppo di round robin che in finale. L’elvetico chiude il 2004 in cima al ranking e con un record di 74-6, che sembra già ragguardevole, ma nella stagione che segue farà ancora meglio, iniziando a far credere di poter essere veramente lui il migliore di sempre.

Eppure, anche se perderà solo 4 delle 85 partite disputate, tre di queste saranno particolarmente significative. La prima è la semifinale degli Australian Open, dove difende il titolo e dove non capitalizza un match-point contro Marat Safin per poi perdere 9-7 al quinto. La seconda è ancora una semifinale, quella del Roland Garros che lo vede soccombere in quattro set al tennista che monopolizzerà la terra parigina per i tre lustri a venire, ovvero Rafael Nadal. Infine, la finale della Masters Cup a Shanghai in cui, non al meglio della condizione, si fa rimontare un vantaggio di due set dall’argentino David Nalbandian che vince così il trofeo più prestigioso di una carriera che, pur al netto di una finale Slam (persa a Wimbledon contro Hewitt) e di un best-ranking da numero 3 del mondo, non ne ha eguagliato il talento.

Il quarto ko Federer l’ha patito nei quarti a Monte Carlo lasciando sul campo altri tre match-point e facendosi battere da un talentuoso francese di nemmeno 19 anni reduce dalla vittoria nel challenger di Napoli ma che non ha mai battuto un top-10 in carriera e – dopo la vittoria in oggetto – affronterà altre 16 volte un numero 1 e perderà sempre: Richard Gasquet.

Come detto, però, il 2005 di Federer è anche e soprattutto una cavalcata impressionante con undici titoli complessivi tra cui il tris a Wimbledon, il bis a New York, la doppietta negli emirati (Doha-Dubai) e quella ancora più prestigiosa da una costa all’altra degli Stati Uniti (Indian Wells-Miami) oltre ad altri due Masters Series (Amburgo e Cincinnati). Insomma una stagione esaltante e praticamente irripetibile. Come dite? Non irripetibile? In effetti il 2006 sarà ancora migliore, ma questo lo vedremo nella prossima puntata.             

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – DICIANNOVESIMA PARTE

2003FERRERO, JUAN CARLOSCALLERI, AGUSTIN46 57 16DAVIS CUPC
2003FERRERO, JUAN CARLOSDENT, TAYLOR36 67BANGKOKH
2003FERRERO, JUAN CARLOSNOVAK, JIRI57 57PARIGI BERCYS
ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
2003RODDICK, ANDYSCHUETTLER, RAINER64 67 67MASTERS H
2003RODDICK, ANDYFEDERER, ROGER67 26MASTERS H
2004RODDICK, ANDYBJORKMAN, JONAS36 46DOHAH
2004RODDICK, ANDYSAFIN, MARAT62 36 57 76 46AUSTRALIAN OPENH
2004FEDERER, ROGERHENMAN, TIM36 67ROTTERDAMH
2004FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL36 36MIAMIH
2004FEDERER, ROGERCOSTA, ALBERT63 36 26ROMAC
2004FEDERER, ROGERKUERTEN, GUSTAVO46 46 46ROLAND GARROSC
2004FEDERER, ROGERHRBATY, DOMINIK61 67 46CINCINNATIH
2004FEDERER, ROGERBERDYCH, TOMAS64 57 57OLIMPIADI ATENEH
2005FEDERER, ROGERSAFIN, MARAT75 46 75 67 79AUSTRALIAN OPENH
2005FEDERER, ROGERGASQUET, RICHARD76 26 67MONTE CARLOC
2005FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL36 64 46 36ROLAND GARROSC
2005FEDERER, ROGERNALBANDIAN, DAVID76 76 26 16 67MASTERS H

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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