Sinner e Musetti, attenti a quei due, ma non pretendete miracoli. E meno male che c’è Berrettini

Editoriali del Direttore

Sinner e Musetti, attenti a quei due, ma non pretendete miracoli. E meno male che c’è Berrettini

La fortuna dell’uno è che c’è l’altro. E Matteo a fare da ombrello. Due tennisti precoci l’Italia non li ha mai avuti. Personalità e carattere da vendere. E se l’assenza del pubblico agli Internazionali di Roma aiutasse?

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Jannik Sinner - Internazionali d'Italia 2020 (foto Giampiero Sposito)

Un giorno Musetti, un giorno Sinner, provano a farci dimenticare che il numero 1 del tennis italiano si chiama Matteo Berrettini e che è il tennista romano quello che ha nettamente più risultati, miglior classifica e più chances di andare avanti nel torneo al quale tutti i tennisti italiani tengono naturalmente e tradizionalmente tantissimo, in molti casi quanto e più che a uno Slam. Tant’è che in passato spesso alcuni tennisti italiani hanno avvertito una tale pressione da far registrare risultati deludenti, quando non veri e propri flop.

Tutto il mondo è Paese. Sam Stosur ha sempre giocato Australian Open disastrosi, idem Amelie Mauresmo al Roland Garros. Non era una questione di nemo propheta in patria. Era una questione di nervi fragili. Corrado Barazzutti, che pure è stato top-ten, era certo uno specialista della terra rossa e veniva considerato un duro a morire (anche se era un piangina, frignava sempre), a Roma ha perso quattro volte al primo turno, tre al secondo, cinque volte al terzo e due sole volte è arrivato nei quarti come miglior risultato. Anche Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Flavia Pennetta, come Corrado, hanno certamente giocato meglio altrove che a Roma.

Quest’anno, forse perché non c’è il pubblico sugli spalti, i tennisti italiani stanno facendo in gruppi risultati straordinari, sembrano esprimersi meglio. Sono più tranquilli. Anche se non cominciano bene reagiscono serenamente senza angosciarsi (Caruso con Sandgren, Berrettini con Coria), anche se non chiudono un set (Travaglia con Coric) o un match (Musetti nel secondo set con Wawrinka, Sinner nel secondo set con Tsitsipas) non perdono la testa, ma con calma vanno avanti per la loro strada, con personalità. E anche nei tiebreak, che una volta i “nostri”, da latini più emotivi, perdevano quasi sempre, adesso invece spesso li portano a casa. Che sia perché nessuno gli fa “buuhh” quando sbagliano una palla facile o mancano un’opportunità? Il dubbio c’è.

 

Che un tennista più esperto ci riesca è in fondo più normale. Che riescano a restare freddi anche i giovanissimi lo è meno. La componente emotiva, l’ambiente, ha sempre condizionato parecchio i nostri giocatori. I tennisti italiani sono sempre maturati piuttosto tardi anche per questo motivo. Farina, Schiavone, Pennetta, Vinci hanno giocato meglio e con maggior consapevolezza, quando erano più vicine alla trentina che a 20 anni. Ma anche fra gli uomini abbiamo avuto tanti casi di tennisti “sbocciati” in ritardo con il loro best ranking, quasi mai prima dei 23/24/25 anni ai loro migliori livelli: Pietrangeli, Panatta, Sanguinetti, Pozzi, Seppi, Starace, Fabbiano, Lorenzi, cito in ordine sparso. Altre nazioni hanno avuto enfant-prodige, Spagna, Francia, Svizzera, Germania, USA, Russia, Australia, Serbia, Croazia, Svezia, Argentina. Noi fino a oggi no.

Quindi, tornando ab ovo, Berrettini è sì il nostro miglior giocatore, 65 posti virtuali davanti a Sinner (n.73 virtuale dopo la vittoria su Tsitsipas), 193 davanti a Musetti (che ha fatto un balzo di 48 posti nella classifica virtuale per aver battuto Wawrinka, da 249 a 201), ma avrete notato che tutti i titoli dei media per questi primi degli Internazionali d’Italia se li sono presi i due ragazzini, Musetti e Sinner. Ci sarebbe, in aggiunta a Berrettini, anche un Fabio Fognini, 33 anni e a ridosso dei top-ten, da non dimenticare per quanto ha fatto negli ultimi dieci anni, di certo il miglior tennista italiano dai tempi di Panatta e Barazzutti. Ma ora non sembra ancora pronto e nessuno si aspetta granché da lui, per via dell’operazione alle caviglie e forse non solo. Avrà voglia di mettersi sotto torchio?

Ma si sa che le novità, i giovanissimi, hanno un appeal tutto particolare presso l’opinione pubblica e noi media, un po’ troppo ruffianamente a volte, gli diamo corda. È stato chiesto ieri a Berrettini se lui si sentisse un leader di questa covata di giovani promesse e lui è stato onesto a non cavalcare l’onda, ma a ricordare che “il tennis è uno sport individuale, ognuno corre per sé, anche se poi sono molto contento se il tennis italiano va bene e conquista successi importanti con più giocatori”.

Lo scorso anno, dopo la vittoria di Sinner nel torneo ATP-Next-Gen di Milano sui media si era finito per dare più spazio al “fenomeno” Sinner che a Matteo semifinalista a New York, top-ten e uno dei Magnifici Otto al Masters ATP di Londra. Talvolta Matteo, pur sorridendo, con tatto e ironia, aveva finito per mostrare qualche piccolissimo segno di insofferenza a ritrovarsi messo sullo stesso piano di Jannik, il quale naturalmente non aveva nessuna colpa se una vittoria fra i Next-Gen e con quelle regole bislacche veniva paragonata ai successi di Matteo fra gli adulti del massimo circuito professionistico, nel tennis vero.

Non c’è dubbio che battere Wawrinka e Tsitsipas siano due ottimi risultati. Restano tali anche se né Wawrinka, inguardabile nel primo set e fino al 3-1 del secondo, né Tsitsipas, irriconoscibile nel primo set e nel terzo, si sono certo espressi al meglio. I due ragazzi sono entrambi avanti rispetto a tutti i loro coetanei, lo dice la classifica, lo dicono i risultati, hanno entrambi talento e soprattutto hanno personalità, intelligenza, voglia di arrivare e attorno a loro equipe professionali fatte di persone in gamba. Oltre a un background familiare impeccabile: genitori seri, modesti, lavoratori, di sani principi. Tutto ciò aiuta. Aiuta tanto.

I due ragazzi sono sufficientemente umili. Sanno di essere solo all’inizio, di dover mangiare ancora tante pagnotte per salire ai vertici. Hanno le spalle forti. Sanno che senza lavoro non si arriva da nessuna parte importante nemmeno se si sembra predestinati. Sono giustamente ambiziosi e pensano di potercela fare a salire in alto, anche molto in alto, ma sanno anche che ci vorrà tempo. Anni, non mesi. Quanti nessuno può saperlo.

Stanno facendo esperienza, sono ben assistiti, ben programmati. Forse se Sinner non fosse andato a Kitzbuhel per approcciare il tennis sulla terra rossa, anche se al secondo turno ha giocato malissimo e c’è chi gli ha subito gettato la croce addosso, non avrebbe battuto Tsitsipas ieri. Soprattutto dopo essersi lasciato sfuggire di mano il secondo set quando pareva vinto. E i due matchpoint mancati non hanno lasciato tracce nella sua testa. Chapeau. Così come non le avevano lasciate nella testa di Musetti la rimonta di Wawrinka nel secondo set, il ritrovarsi a giocare un tiebreak contro un campione di 17 anni più anziano e mille volte più esperto. Entrambi hanno superato, in questi giorni e alla loro giovanissima età, momenti psicologici tutt’altro che semplici. Come quello di una vittoria quasi raggiunta che rischia di scivolarti di mano. Quanto carattere, quanta personalità ci vuole in quei casi!

L’Italia è fortunata ad avere trovato un Berrettini, cresciuto come tennista e uomo al fianco di una persona perbene e in gamba, dedicata come Vincenzo Santopadre, ma anche ad aver torvato due ragazzi come Sinner e Musetti per tutto quanto ho scritto sopra. E so bene che dietro di loro ce ne sono altri. Zeppieri con Musetti ha perso di strettissima misura. Mi dicono bene di Gigante, ma non ricordo di averlo visto giocare.

Ma la gran fortuna di Sinner è di avere un Musetti alle sue spalle che incalza, e la gran fortuna di Musetti è di avere un Sinner che gli sta davanti. Ciascuno dei due sa che… la scimmia sulle spalle pesa meno quando si è in due a portarla. Adesso l’attenzione generale si sposterà da uno all’altro – ed entrambi coperti dall’”Ombrello Berrettini”, senza pesare troppo né sulle spalle dell’uno né su quelle dell’altro. È un vantaggio di cui, ad esempio, Fognini ha potuto godere assai poco. E forse ha pagato anche questo handicap, a parziale giustificazione di troppe sue altre carenze manifestatesi negli anni.

Da anni e per anni è stato lui il n.1, quindi gioie e dolori, trionfi e disastri come ammonisce Rudyard Kipling fin dall’ingresso della club house dell’All England Club, applausi e fischi lo hanno regolarmente inseguito, anche perché per quel suo carattere spesso indisponente in campo quanto magari apprezzabile fuori (non con tutti, non con me), ha finito sempre per relegare al ruolo di comprimari quasi tutti i suoi connazionali e compagni di Davis. Il talento tennistico di Fognini non lo avevano altri che potessero aspirare ai suoi stessi traguardi. O lui o nessuno, si è detto per anni, poteva approdare fra i top-ten. E lui alla fine ce l’ha fatta, anche se ci ha messo una vita e ha centrato quel traguardo soltanto a 32 anni.

Per Sinner e Musetti, invece, tutti pensano che le possibilità ci siano per entrambi. Il potenziale però è una parola vuota. Quanti sembrava che ce l’avessero e non hanno combinato un bel nulla? E nel frattempo c’è un Matteo Berrettini che è n.8 del mondo e permette ai due giovani rampolli d’umile famiglia (molto meglio non essere ricchi e presuntuosi per arrivare) di percorrere la loro strada con maggior pazienza, senza ansie, senza che siano in troppi a pretendere subito miracoli a ripetizione. Quelli, per ora, vengono richiesti a Matteo. E troppe volte, lui per primo lo sa, si esagera.


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Editoriali del Direttore

Sonego e Nadal non muoiono mai. Se l’azzurro batte anche Rublev non mi stupisco più

ROMA – Per come ha sconfitto un grande Thiem n.4 può farcela anche con il russo n.7. Ma avrà recuperato? Stesso interrogativo si pone per Rafa Nadal di fronte a Zverev

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Lorenzo Sonego - ATP Roma 2021 (ph. Giampiero Sposito)

Qualcuno ha titolato un magazine speciale sugli Internazionali d’Italia “Il Futuro è Jannik” con Sinner nella foto di copertina. Spero tanto che queo qualcuno abbia ragione, che l’abbia proprio azzeccato quel titolo, e del resto lo pensano in tanti, ma intanto il presente al Foro Italico è Lorenzo Sonego! Nemmeno Matteo Berrettini che ha giocato alla pari solo un set contro Tsitsipas, il primo, finendo per essere dominato nel secondo.

Il match che Lori ha vinto ieri sera contro Thiem, n.4 del mondo, campione in carica dell’US Open, due volte finalista e due volte semifinalista al Roland Garros, è stato stupendo, magnifico, così bello e intenso da apparirmi quasi incredibile. L’ho seguito soffrendo fino al match point annullato a un Thiem che ha lottato alla grande come se fosse la finale di uno Slam, seduto a pochi metri dall’arbitro, in mezzo ai Sonego-friends gioendo fino all’ultimo punto trasformato, quello del trionfo e del balletto spontaneo di Lorenzo e dei suoi amici più cari, fidanzata, coach e padre putativo Gipo Arbino e compagna, Umberto Rianna, Filippo Volandri, il manager Corrado Tschabuschnig e compagna, Diego Nepi Molineris, un paio di dirigenti di Reale Mutua sponsor di Lorenzo… nonché del video che vi invito a cliccare.

Ammetto che, assai poco professionale, mi sono trovato a ballettare in mezzo a loro perfino io subito dopo il match point trasformato da Lorenzo grazie a un gran servizio. Ma non parteciperò al prossimo “Ballando tra le stelle“, tranquilli.

 

Mi avevano caricato di adrenalina i primi due set finalmente vissuti in mezzo alla gente, in un catino ribollente d’entusiasmo come quello del Grand Stand, ben più piccolo e rimbombante del Centrale, e alla presenza di un pubblico molto più giovane di quello che era solito frequentare il Foro Italico. Un bel segnale per il tennis, il ringiovanimento della sua audience. 

L’ho sentita io quella carica, figurarsi Sonego e Thiem. Nei primi due set insieme agli spettatori finalmente ritrovati un’atmosfera davvero bella e trascinante. Mi è sembrato di rivivere, non ho quasi avvertito la terribile umidità che aveva costretto ad arrendersi quasi tutti i colleghi. Un’atmosfera carica è in qualche modo sopravvissuta anche per il terzo set, sebbene fossimo rimasti in pochissimi, sebbene Thiem avesse solo il papà ad incoraggiarlo e Lorenzo invece una ventina di persone quando, a conclusione del secondo set e intorno alle 21,30, Diego Nepi Molineris si è trovato nella scomoda posizione di dover allontanare il pubblico per via del coprifuoco e dell’obbligatorio rientro a casa entro le 22. 

Si è generosamente beccato qualche fischio, qualche buuh ma neppure troppi perché ha saputo gestire bene la situazione, ricordando che essere tornati in deroga governativa a vedere due ore di gran tennis non era stata una conquista da poco. Di come mi sono goduto quella terza ora più intima, più fredda eppure più calda, lo scrivo più in basso.

RAFA – Non sarebbe giusto ignorare, nel nome di Sonego, la battaglia Nadal-Shapovalov. Anche nel pomeriggio avevo visto una bella ed emozionante partita, con Nadal che sotto 6-3 e 3-0 con la palla del 4-0 per Shapovalov – Sciupavolov? – ha vinto la sua sedicesima battaglia in carriera annullando almeno un match point.

Due stavolta, come due erano stati quelli che gli ho ricordato aveva cancellato a Roger Federer qui al Foro nella finale del 2006 (di quella partita mio figlio conserva gelosamente la maglietta gialla ancora imbrattata di terra rossa che Rafa gli donò dopo essere rotolato appena conquistato l’ultimo punto di quel 7-6 al quinto) e che lui ha detto essere quelli che gli sono rimasti più in mente: “Non li ricordo tutti e 16 i match vinti con il match point contro, in questo momento, ma non mi pare di averne mai annullati nella finale d’uno Slam. Quindi quelli della finale di Roma sono probabilmente i più significativi. Oggi contano meno perchè era una partita di terzo turno” ha spiegato lo spagnolo che anche quando non gioca bene non si arrende mai, non muore mai.

Bravo Rafa, un po’ pollo Shapovalov che però ha un tennis super divertente e spettacolare seppur …natalizio. Fa davvero troppi regali.

E Rafa? Non è più il vero Rafa, secondo me, anche se trova ancora il modo di vincere. Lo ha fatto, annullando match point anche lì, a Barcellona con Tsitsipas, si è ripetuto qui, ma soffre troppo, subisce troppo, ha meno spunto di velocità, finisce troppo facilmente sospinto indietro, verso i teloni di fondocampo e così lascia scoperti troppi angoli. Per un set e mezzo Shapovalov lo ha infilato come un tordo, di qua e di là. Poi però ha commesso troppi errori nei frangenti decisivi.

Smettetela di chiedermi ogni santo giorno se sto progredendo rispetto al giorno prima! ha sbuffato Rafa – Per carità ci penso anch’io… capisco perché lo fate, volete capire anche voi come me se sarò pronto al massimo delle mie possibilità per il Roland Garros che è certamente il mio primo obiettivo. però di rispondere a questa continua misura dei miei progressi, giorno dopo giorno, non se ne può più”.

Rafael Nadal – Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Allora, prima di tornare a scrivere del mio eroe Lorenzo Sonego la taglio corta: mai come quest’anno mi pare che Rafa rischi di perdere lo scettro del Roland Garros, dopo 13 trionfi. Anche se magari oggi dovesse vendicare la sconfitta patita con Zverev a Madrid questo Nadal mi convince meno di sempre. Spesso è in affanno, è nervoso, sbaglia colpi che di solito non sbaglia mai, gioca spesso corto. Compensa tutto con quell’indomita grinta da guerriero che gli consente di inseguire e recuperare palle irrecuperabili per chiunque altro, non molla mai neppure nelle situazioni apparentemente più disperate, ma i i suoi sono diventati quasi tutti match in salita. E non è possibile che tutti quelli che lo battono o lo mettono in difficoltà, Rublev, Tsitsipas, Zverev, Shapovalov giochino per l’appunto il match della vita contro lui. È lui che dà loro una mano a far bella figura, esattamente l’opposto di quello che ha fatto per anni. 

Per affrontare Zverev certamente Madrid è per me il peggior torneo sulla terra battuta, è certo meglio per me giocarci a Roma, Montecarlo, Barcellona e Parigi”.

Non mi sento di escludere che da qui al 30 di maggio le cose cambino, che magari la distanza dei tre set su cinque lo favorisca come è sempre stato in passato, ma a 35 anni – quanti ne compierà il 3 giugno – è più probabile che i tempi di recupero fra una maratona e l’altra si allunghino. Già oggi con Zverev vedremo se Rafa si sarà ripreso dalla faticaccia di ieri. A Parigi, secondo me, molto dipenderà dal sorteggio, dal tabellone.

TORNANDO A SONEGO – Ma ora, voglio esprimere tutta la mia ammirazione per Lorenzo Sonego che al di là del match straordinario che ha saputo giocare per oltre tre ore contro un osso duro, durissimo come Thiem, ha fatto vedere tali e tanti progressi tecnici da lasciarmi esterrefatto. Servizio, rovescio, a due mani come tagliato a una mano, la smorzata di dritto come di rovescio, la volée alta di rovescio che diventa quasi uno smash, il pallonetto liftato. Solo a rete non mi ha sempre convinto. Ha sbagliato qualche voleée davvero facile.

Credo che molti colleghi si sentiranno forse un po’ in colpa per avergli dato meno spazio e credito di quello che Lorenzo meritava. Per quanto mi riguarda c’è un articolo che ho scritto in cui mi ero invece piuttosto sbilanciato sulle sue possibilità. Lo avevo messo quasi sullo stesso piano del suo gemello diverso Berrettini, perché molto più agile e rapido in difesa. Matteo o comanda o va sotto. Lorenzo no. Il suo dritto però fa meno male di quello di Matteo.

Forse ero stato allora influenzato dal suo coach e Pigmalione Gipo Arbino, una persona che stimo molto e che mi aveva magnificato i suoi progressi tecnici, dal servizio al rovescio, al tocco di palla, alla facilità nell’inventare gioco e schemi, la smorzata, il rovescio tagliato. Si è scritto nella settimana di Madrid di un Berrettini trascurato colpevolmente dai media, invaghitisi della nouvella vague costituita dai Sinner, dai Musetti… ma che dire allora di Sonego? Quanti lo hanno considerato capace di giocare ad armi pari con un tipo come Thiem sulla terra rossa, con il n.4 del mondo?

Beh, in tutta onestà fino a questo livello neppure il sottoscritto si era fatto grandi illusioni. Pensavo che perdesse, in tutta sincerità, oppure che vincesse contro un Thiem non in grande forma. E invece ha battuto un ottimo Thiem, voglio assicurarlo a chi non abbia visto il match in TV. E vi dirò che vederlo dal vero è un’altra cosa. Perché il ritmo e la profondità di quegli scambi era pazzesco. Non so come facessero, davvero. Soprattutto non so come facesse Lorenzo. Applausi, applausi e standing ovation.

Lori non è solo cuore. Quello sul campo da tennis lo ha sempre dimostrato fin da quando lo chiamavano “Polpo” per i recuperi che riusciva a fare su palle impossibili grazie alle sue lunghe leve e a una mobilità fuori dal comune per un ragazzo così alto (1.91). È diventato ormai ricorrente e – lasciatemi dire –  piuttosto banale accennare sempre al suo tifo per il Torino, al suo cuore granata. Vero è, peraltro, che si batte con un’ostinazione pazzesca anche quando le cose volgono al peggio, tipo ieri nel terzo set quando da 2-0 avanti si è ritrovato indietro 4-2 e 5-3 e ad annullare un match point seguendo il servizio a chiudendo una gran volée, mente Gipo insisteva a gridargli “Non si molla, Lori, non si molla

Un monento terribile è stato quando con Lorenzo avanti 5-3 nel tie-break: Thiem ha sparato due rovesci lungolinea formidabili, ai confini dell’incoscienza… beh quei due vincenti pazzeschi avrebbero tramortito un toro vero, con la t minuscola, altro che cuore o non cuore granata. “È la miglior partita che gli ho mai visto giocare!” mi ha confessato, con gli occhi ancora arrossati per l’emozione e la commozione, Gipo mentre uscivamo dal campo dove si era celebrata l’apoteosi con tanto di balletto. Se lo dice Gipo che lo conosce meglio di chiunque, potete crederci. Io posso solo dire, dopo aver visto migliaia di partite, che questa è stata una di quelle che non scorderò.

E ADESSO I QUARTI – Lorenzo sarà in grado di ripetersi contro Rublev? Non lo so perché non posso sapere quanto Lorenzo abbia speso fisicamente e mentalmente. Intanto è arrivato a un tiro di fionda da Fabio Fognini che è n.28 ATP con 1958 punti. Sei punti più indietro, a n.29 virtuale con 1952 punti c’è Lorenzo. Dovesse vincere con Rublev, che ha disposto abbastanza agevolmente di Bautista Agut con un doppio 6-4, due break conquistati per set e uno ceduto, ovviamente sarebbe sorpasso nei confronti di Fabio

Fra lui e il russo, senza contare un precedente antico (2016 a Cortina, Rublev vinse 6-3 7-5) c’è l’unico confronto diretto che conta, la finale di Vienna 2020. Sonego aveva battuto un Djokovic che non valeva, per determinazione e voglia di vincere, la metà di Thiem ieri sera. In finale perse contro Rublev più nettamente del punteggio, 6-4 6-4. Ma sulla terra rossa, con le varianti che Lorenzo può mettere in campo, la smorzata, gli attacchi improvvisi, l’aggressione sulla seconda palla non irresistibile del russo, se non è stanco Lorenzo potrà giocarsela. Ecco, già dire che affrontando uno dei tennisti più “caldi” del 2020-2021 e n.7 del mondo, Lorenzo può giocarsela alla pari, dice tutto.

In breve accenno alla notevole curiosità che mi destano tutti i quarti di finale maschili odierni: Djokovic-Tsitsipas sarà presto una finale in qualche Slam, Zverev-Nadal potrebbe esserlo anche a Parigi, di Rublev-Sonego ho detto. Non c’è dubbio che il “quarto” più sorprendente e inatteso è quello fra Delbonis, l’argentino dal servizio sincopato, brutto quanto efficace e sulla terra capace di battere anche grandi giocatori (ricordo Federer fra le sue vittime in quel di Amburgo) e il gigante di 2 metri e 11 cm Opelka.

Questi è una vera sorpresa sulla terra rossa. In tutta la sua vita, mi ha segnalato Claudio Giuliani che si occupa brillantemente della nostra newsletter – e se non vi ci iscrivete mi date un dispiacere, siamo a quota 4.700… ci leggete in oltre 100.000 al giorno, se non si arriva velocemente  a 10.000 iscritti mi deludete! – Opelka aveva vinto due sole partite sulla terra rossa. Qui a Roma ne ha già vinte tre. 

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Chissà, forse Reilly Opelka, si sta ribellando alla scoraggiante situazione del tennis statunitense: per la prima volta nella storia dal XX secolo in poi, non c’è neppure un tennista americano fra i primi 30 del mondo! Mentre i francesi si sono lamentati qui perchè per la prima volta da non ricordo più quando nessun francese è approdato al secondo turno di un Mille.

Scusate se dopo tutte le emozioni della giornata, stanco quasi come Sonego, accenno solo brevemente alla situazione del torneo femminile: una sola testa di serie superstite nella metà bassa, Pliskova che affronta Ostapenko, e l’altro quarto è Martic-Pegula. In alto invece due duelli molto più  interessanti: Barty-Gauff, Swiatek-Svitolina. Ma sono le 4 del mattino e mi scuserete se ora vado a letto. Oggi Sonego, Nadal e io abbiamo una giornata pesante.  

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Editoriali del Direttore

Una vittoria di Sinner su Nadal sarebbe un miracolo?

ROMA – Intanto ci hanno viziato: 6 azzurri su 8 al secondo turno. Ma senza il corridoio giusto. Musetti già KO. Due li aspettiamo in ottavi: Berrettini e chi vince fra Sonego e Mager. Ma poi?

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Jannik Sinner - ATP Barcellona 2021 (via Twitter, @nextgenfinals)

da Roma, il direttore

Questi ragazzi ci stanno viziando. Non siamo ancora arrivati a come ci viziarono a suo tempo le ragazze, ma siamo sulla buona strada. E poi, a dir il vero, le ragazze ci viziarono più fuori casa, a Parigi e New York soprattutto, piuttosto che a Roma. Al Foro Italico siamo partiti con otto tennisti in tabellone e già era un bel partire. Dopo di che ben sei su otto li ritroviamo al secondo turno e siamo già sicuri che almeno un italiano, Sonego oppure Mager, lo ritroveremo in ottavi di finale. Come si fa a lamentarci dopo 40 anni di vacche magre, molto magre?

Tornare su tutti i tornei di quest’anno in cui abbiamo avuto uno dei nostri in finale avrebbe solo carattere riepilogativo. È stato già scritto in tutte le salse. E francamente che questa volta si centri un’altra finale appare più improbabile di sempre. Perché? Beh perché quando in un torneo sulla terra battuta sono presenti Nadal, Djokovic e Thiem, più che a un posto in finale… ci si accontenterebbe anche di un posto in semifinale!

 

Un traguardo che dopo Filippo Volandri, se non sbaglio, non ha più centrato nessuno. E Volandri, senza volergli togliere alcun merito, approfittò di alcune circostanze piuttosto favorevoli, perché batté Gasquet, Federer e Berdych che onestamente non mi parvero nei loro panni migliori. Federer in particolare era chiaramente fuori forma. Lo stesso Filippo – va detto – quando qualcuno gli ha chiesto se il suo exploit con la leggenda Federer sia stato il più grande di sempre, ha ammesso con ammirevole onestà intellettuale che le sue partite migliori erano state altre, ma che “certo battere Federer a Roma è il risultato che resta più impresso nel ricordo e nella testa di tutti”.

Anche i vari Nadal, Djokovic, Thiem in qualche passo falso sono inciampati di recente. In particolar i primi due hanno dato la sensazione di essere un pochino meno motivati e preparati del solito. Il che… con l’età ben si spiega! Comunque alla vigilia del torneo speravo che i migliori dei nostri potessero evitare Nadal, Djokovic e Thiem per infilare magari un bel corridoio fino alle semifinali, anche se non è che oggi Tsitsipas e Zverev siano clienti molto più raccomandabili.

Ma disgrazia volle che lì dove i top-seeds sono la n.3 Medvedev e la n.8 Schwartzman – quindi il corridoio più “permeabile” –  per l’appunto non ci sia nessun italiano superstite. C’era Lorenzo Musetti e io temevo che l’impatto con un gigante di due metri e 11 che tira noci di cocco da un’altezza di 4 – se ci aggiungete il braccio, la racchetta si fa presto ad arrivarci – potesse essere letale. E ciò a prescindere dai metri che Lorenzo si concede normalmente per rispondere al servizio. Avesse potuto farlo contro Opelka si sarebbe sistemato nella prima fila della tribuna. Rischiando così di esporsi alle traiettorie esterne che se non le anticipi non c’è verso di acchiapparle.

23 ace, 30 punti su 35 vinti per il gigante (che avrebbe preferito giocare in NBA) quando ha messo la prima; 10 punti su 18 quando ha messo la seconda. Il computo totale significa aver ceduto la miseria di 13 punti in tutto in 10 game di battuta. Nemmeno un quindici e mezzo di media! Palle break per Lorenzo? Naturalmente zero.

Opelka non aveva più vinto una partita, salvo quella del primo turno con Kecmanovic, da un secolo, però quando è in giornata – ne sa qualcosa anche Fognini – è dura arginarlo, soprattutto quando non si ha tanta esperienza e fino a un anno fa si giocava contro juniores che se riuscivano a battere a 180 km orari facevano salti di gioia. Insomma, in quel quarto che ospita dall’alto in basso Schwartzman vs Aliassime e poi Delbonis vs Goffin, con Opelka che attende a piè fermo il vincitore dell’atteso derby russo di stasera Medvedev-Karatsev, di italiani – uscito di scena Musetti – non ce ne sono più. Non che fosse una porta spalancata eh, ma insomma sono certo che Berrettini, Sinner e Sonego se avessero potuto scegliere avrebbero preferito trovarsi lì.

Tuttavia già il fatto che si possa parlare ancora di loro tre è superpositivo. Avevo detto di temere Basilashvili per “Berretto”, poco fresco reduce dall’esaltante torneo di Madrid, dall’altitudine, dai campi velocissimi dove un gran servizio seguito da un gran dritto potevano bastare. Il primo set sembrava avermi dato ragione. Per fortuna, e per la bravura di Matteo che ha avuto l’intelligenza di non spazientirsi, ci sono stati anche secondo e terzo set, anche se sul 3 pari Matteo mi ha fatto tremare con quelle tre palle break salvate che, altrimenti, avrebbero potuto compromettere ogni cosa.

Decisamente una delle qualità migliori di Matteo, al di là del servizio e del dritto, sta nel carattere. Nella capacità di concentrarsi con grande continuità e di affrontare con coraggio le situazioni più complesse: ha avuto 5 palle break in tutto e al georgiano che aveva vinto il BMW Open di Monaco ha strappato il servizio quattr volte. Se non è grande capacità di capitalizzare questa, qual è? Basilashvili di palle break ne ha avute di più nel match: sette. Ma ne ha sapute trasformare soltanto due. In conclusione e per sintetizzare: ci sono stati 12 punti – fra i 176 giocati in totale – che hanno avuto particolare importanza. Matteo ne ha vinti 9 e Nikolos 3. La differenza tra chi vince e chi perde sta lì.

Quindi alla fine del match nel quale in fondo Matteo ha vinto appena due punti in più rispetto al suo avversario (89 vs 87) nonostante il 62 con cui ha vinto il secondo set, sui punti importanti Matteo ne ha vinti il triplo del suo avversario. Chapeau! Oggi Matteo ha Millman che ha sorpreso Lajovic e gli addetti ai lavori. “Non ci ho mai giocato, neppure in allenamento, lo conosco proprio poco” ha detto “Berretto”.

Anche coloro che, come lui, lo conoscono poco, forse ricorderanno però come l’”uomo del mulino” australiano Millman battè il testimonial del Mulino Bianco Roger Federer in una giornata così calda, umida e afosa dell’US Open 2018 che perfino a Roger si inumidì la maglietta, prima di costringerlo a sventolare bandiera bianca. Così, dopo aver anche fatto da sparring partner a Federer quando lo svizzero lo aveva ospitato in Svizzera – vatti a fidare delle persone cui si fa del bene! “Quella della riconoscenza è un’erba che non cresce spesso!” era uso ripetere Maestro Rino Tommasi – l’australiano di Brisbane centrò i suoi primi (e ultimi) quarti di finale di uno Slam. Poi perse contro Djokovic che, se non ricordo male, rischiò lui pure lo svenimento per il caldo insopportabile, disumano.

Ma il clima, dopo la pioggia torrenziale di ieri, a Roma oggi non sarà davvero torrido. Matteo è favorito. Lo scampato pericolo con Basilashvili lo avrà rincuorato quasi quanto il gran torneo di Madrid e la sua prima finale Masters 1000. Semmai dopo diventerà ancora più dura, sia che vinca Tsitsipas (più probabilmente) oppure Cilic, per ritrovarsi nella migliore delle ipotesi Djokovic nei quarti. Salute!

D’altra parte prima o poi Matteo doveva pagare un po’ il conto per qualche tabellone invece abbastanza fortunato. Non gli voglio togliere nulla, ma allo US Open 2019 arrivò in semifinale senza aver battuto nessun “top-top-top” player. Rublev fu il più forte, ma non era ancora quello dell’anno dopo quando si è preso la rivincita su Matteo ancora all’US open, in ottavi. E anche a Madrid, per carità, Matteo ha battuto ottimi giocatori contro i quali aveva anche perso, Garin e Ruud, ma dall’altra parte Zverev aveva dovuto battere Nadal e Thiem. Non proprio la stessa cosa.

Sorry se mi sono dilungato. Nel video sono più breve, se non li guardate peggio per voi. Sarò più sintetico nel celebrare la vittoria di Sonego nel giorno del suo ventiseiesimo compleanno sul redivivo Gael Monfils. Come regalo di compleanno… mi permetto di essere critico nei suoi confronti, come lo si può essere nei confronti di un ragazzo cui si vuole bene.

Ha vinto il primo set, è avanti di un break anche nel secondo: 4-3 e servizio. Ma lo perde. È un vecchio e brutto vizio quello di non chiudere un match quando stando più attenti si deve “ucciderlo”. Se non lo si fa la partita si incarognisce, l’avversario si “arrapa”, usa la sua esperienza e ti strappa nuovamente il servizio sul 6-5. C’era il vento, la partita era slegata, complessivamente bruttina. Ma stessa storia nel terzo set: Sonego parte bene, subito break, però sul 3-2 perde il servizio addirittura a zero. Ma si può? Così gli arrivano anche i crampi, forse di nervosismo. Alla fine vince, 6-4, dopo aver tolto nuovamente il servizio a Monfils sul 4 pari al termine di un game interminabile e alla terza palla break utile. Ma che fatica!

Così oggi contro Mager, che ha goduto di un giorno di riposo in più dopo aver battuto lunedì de Minaur, Lorenzo sarà inevitabilmente più stanco di quello che avrebbe dovuto essere se avesse chiuso più facilmente, già nel secondo set ma anche nel terzo, una pratica che chiedeva soltanto di essere chiusa. Buon per Mager, naturalmente. Chi vince andrà a sbattere contro il vincente fra Thiem (più probabile) e Fucsovics. La vedo dura oggi per Travaglia se Shapovalov va di fretta come ieri.

Dulcis in fundo Sinner vs Nadal: qui si parrà la tua nobilitate caro Jannik, avrebbe detto il mio concittadino di Firenze appena un po’ più noto del sottoscritto, l’Alighieri. Quel che Jannik seppe fare nel Roland Garros poi dominato senza perdere un set in tutto il torneo da Rafa è rimasto negli occhi di tutti. Servì per il set, il primo, non servì abbastanza bene. Gli è già successo, prima e dopo quella volta.

Oggi Jannik non può permettersi di non servire più che bene. Può forse confidare in un Nadal meno sicuro di sé, perché le lezioni patite a Montecarlo con Rublev come a Madrid con Zverev non possono non aver lasciato il segno nella fiducia del maiorchino. Ma solo se Jannik sarà in grado di cominciare alla grande per incrinare ancor più quella fiducia inevitabilmente traballante potrà competere con qualche speranza di successo. Vedremo.

Rispondo qui, dopo avervi… costretto a leggere tutta questa pappardella, all’interrogativo del titolo. Sì, per me una vittoria di Sinner sarebbe un miracolo. Onestamente non mi è parso ancora pronto. Forse si è sollevato sul suo conto un eccesso di entusiasmo e di aspettative. Solo se Nadal gli desse una gran mano allora Jannik, che ha il solo vantaggio di non avere questa volta assolutamente nulla da perdere, potrebbe spuntarla. Ma, ripeto, per me sarebbe un miracolo.

E le tre ragazze? Tutte k.o. al primo turno, tutte con rimpianti enormi. Di Giorgi e del suo 4 a 0 al terzo già avete letto ieri. Cocciaretto non dimenticherà i tre set point mancati nel tie-break del primo set. Martina Trevisan non potrà ricordare tutte le occasioni perché sono state troppe. È dura, durissima perdere un match che si conduce 6-0 4-1, poi 5-3 nel secondo, quindi anche 4-2 e 5-3 nel terzo. Un dolore tafazziano infinito. E gli ultimi due punti? Quelli del tie-break decisivo, dopo aver salvato da 0-4 e 2-6, quattro match point consecutivi (per Shvedova) più un quinto poi, convertito.

Come Martina abbia potuto sbagliare quei due punti… beh, lo sa solo lei. Io mi sarei tirato un mattone sui piedi. Se riusciste a rivederli… è impressionante. Sull’ultimo punto in particolare, una smorzata riuscita male alla Shvedova e diventata un pallonetto a un metro dalla rete; Martina è arrivata con grande agio, il campo era aperto, bastava spingerla da qualsiasi parte e sarebbe stato punto. L’ha messa incredibilmente fuori! Poteva andare a due punti dalla vittoria. Di che cosa sono capaci i nervi nel tennis. Pazzesco. Mi sa che Martina si sognerà questa partita per tutte le notti fino alla prossima gara.

Chiudo, dopo la citazione infernale e dantesca, con una nota leopardiana sulla caducità delle umane (e tennistiche) cose. Essa è ben esemplificata dal primo turno del torneo femminile che ha visto di fronte al primo turno Madison Keys e Sloane Stephens, con quest’ultima che era entrata in tabellone addirittura soltanto come lucky loser per il forfait di Muchova. Soltanto quattro anni fa questa era stata la finale dello US Open 2017 e in quell’occasione era stata Stephens a prevalere, 6-3 6-0. Era la prima finale tutta americana dai tempi dello US Open 2002 quando si affrontarono le due sorelle, Serena e Venus, in quello che papà Richard battezzò lo “Williams show”.

Allora Stephens era n.83 e Keys n.17. Oggi Stephens è 65 e Keys è 23. Keys stavolta ha vinto. Giocarono nel 2017 davanti a 20.000 spettatori nell’Ashe Stadium e a centinaia di milioni di telespettatori nel mondo. Ieri hanno giocato, tristemente, davanti a nessuno.

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Editoriali del Direttore

Zverev è un campione, ma siete sicuri che Berrettini non lo sia? Io no

Matteo è stato molto discusso, molto trascurato dall’opinione pubblica pro Sinner, ma Zverev per primo ha detto: “Uno che serve a 235 km orari e domina i colpi come lui… è stato più duro che battere Nadal e Thiem”

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Alexander Zverev e Matteo Berrettini - ATP Madrid 2021 (via Twitter, @MutuaMadridOpen)

Matteo Berrettini non ce l’ha fatta a vincere il suo primo Masters 1000, anche se si è avuto in più di un momento la sensazione che potesse farcela. L’ha avuto lui, quando dopo aver vinto il primo set in modo rocambolesco, ha tenuto i primi tre game di servizio a zero, 12 punti a zero. Lì è sembrato – a lui e a me – che anche Zverev potesse essere demolito com’era accaduto suo malgrado a Ruud.

A Matteo la sconfitta brucia ed è normale che sia così. Lui è deluso (“Ho vinto un set che pensavo di perdere, ho perso un set che pensavo di vincere” e alludeva al secondo, anche se io ricorderò fra poco la palla break del terzo) e io pure ovviamente, ma io lo sono sicuramente soltanto fino a un certo punto. Lui non so. Diciamo però che entrambi dovremmo guardare più in là, in prospettiva.

Nel terzo set, accennavo, Matteo ha avuto la palla break del 3-1 e questo già dice molto. L’importante – e in questo momento potrà apparire certamente come una magra consolazione – è avere constatato che fra lui e uno dei migliori sei tennisti del mondo, il tedesco Zverev che è un sicuro campione, un giocatore che, con i vari Nadal, Djokovic e Federer in campo, ha già vinto le ATP Finals e quattro Masters 1000, il primo dopo quello di Madrid 2018, non c’è poi grande differenza. La differenza si è vista soprattutto in termini di esperienza. In qualche schiaffo al volo mancato per lasciare rimbalzare la palla, in qualche rovescio slice troppo difensivo sulla diagonale dei rovesci più favorevole a Zverev, in qualche smorzata giocata con meno sagacia tattica di altre volte. Ed è stata decisiva.

 

Lo si è visto nelle fasi finali, quando Matteo non ha più espresso quel tennis ordinato e coerente del primo set in cui aveva accusato una sola pausa nel tie-break, quando avanti per 5 punti a 0 e tre mini-break, si era fatto raggiungere. Lui si è reso conto di non aver giocato il suo miglior match, anche se va dato atto a Zverev di aver giocato anche in difesa (recuperando palle quasi impossibile per un tipo alto 1 metro e 98) un grandissimo match da metà del secondo set in poi.

Però dopo questo torneo in Spagna voglio sperare che nessuno dubiti più delle qualità di Matteo e del suo pieno diritto ad essere considerato un legittimo top-10.

È da più un anno e mezzo, in pratica, che la maggior parte delle attenzioni degli appassionati italiani sembravano rivolte soltanto a Jannik Sinner. Matteo aveva sempre sopportato con pazienza ed umiltà il suo essere un po’ snobbato, per quanto lui fosse top 10  quando Jannik a fine 2019 aveva sì vinto le Next Gen Finals contro dei ragazzi appena un po’ meno giovani di lui, ma era pur sempre una settantina di posti in classifica più indietro rispetto al tennista romano.

Sia chiaro, è normale che ci si… innamori soprattutto dei tennisti giovani, anzi giovanissimi, perché sono soprattutto loro che ci fanno sognare in prospettiva. E certamente Sinner – oggi n.9 dietro a Matteo n.8 nella race – ha tali qualità, al di là di quella indubbia precocità che ha autorizzato confronti a distanza con i migliori tennisti delle ultime due decadi, Djokovic, Federer, Nadal, che – ribadisco – è normale che su lui si sia incentrato tanto interesse, degli appassionati e degli sponsor.

Molto più che su Berrettini, che ha il ‘torto’ di essere venuto alla ribalta dopo i 23 anni, senza una grande carriera da junior o da under 21. Di sponsor Sinner ne ha già nove, se non me ne sono perso qualcuno. Anche loro hanno contribuito – nel promuovere i loro brand – a conquistare tanto spazio extra per il loro ambassador.

Questo apporto degli sponsor non c’è stato assolutamente, quantomeno in misura lontanamente paragonabile per Matteo Berrettini. I suoi sponsor – oltre ad essere inferiori per numero (un terzo?) – si sono mossi talmente sottotraccia, che si è arrivati perfino a dubitare che i rapporti di qualcuna di quelle aziende con il tennista romano fossero ancora in essere. O lo fossero solo ancora per pochi mesi. Si poteva infatti dubitare che essi fossero forse ancora in piedi perché legati a contratti che per via del Covid e dei sei mesi di break non fossero stati completamente onorati. O non fossero suscettibili – è un’ipotesi – di azione legali collegate anche al cambio di management avvenuto per Matteo che dalle cure della Topseed di Corrado Tschabushnig era a fine anno scorso passato a quelle della società di Ivan Ljubicic, la LJ Sports Group.

Un passaggio particolarmente doloroso, anche affettivamente, per il vecchio manager che poteva dire di “aver tirato su Matteo” e tutto il suo clan, da Santopadre al mental coach per anni e anni e se lo era visto scivolar via dalle mani quando poteva essere arrivato il momento di raccogliere i frutti di tanta semina.

Matteo Berrettini – ATP Madrid 2021 (ph. Diego González) (2)

 VERSO TORINO

Nella Race intanto Matteo, come dicevo. è n.8. Mancano ancora troppi mesi, tantissimi punti ATP in palio e da conquistare, per poter festeggiare la sua presenza alle finali ATP di Torino. Ma troppa gente nei mesi scorsi sembrava persuasa che le migliori chance di essere a Torino le avesse Jannik Sinner, che le nostre chance di avere un rappresentante italiano fossero tutte legate agli exploit del tennista altoatesino. Si parlava solo di lui, mentre Matteo pareva caduto nel dimenticatoio. L’infortunio in cui Matteo era incappato in Australia, sebbene fino a lì avesse giocato piuttosto bene, pareva quasi che per la gente non ci fosse stato. Capitava invece di leggere la sua progressiva retrocessione in termini di Race, quasi che Matteo avrebbe potuto inventarsi qualcos’altro per conquistare punti da infortunato. Chiaro che senza giocare i punti non poteva farli.

La cosa più bella di questi momenti d’oro del tennis italiano è essersi ritrovati con due italiani in finale in un Masters 1000 nell’arco di poco più di un mese, quando per anni dal 1990 a oggi ne avevamo avuto uno solo, Fabio Fognini nel 2019 a Montecarlo. Io non sono mai stato bravo in aritmetica, ma dal 1990 a 2019 ci sono 29 anni! E non è che, quando i Masters 1000 non si chiamavano così, ma i tornei di quello status erano più o meno gli stessi, Montecarlo, Roma, Canadian Open, Cincinnati eccetera, conquistassimo finali di quel rango a bizzeffe. Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli e stop. Roba vintage, anni Settanta.  

Ma adesso non ci sentiamo di escludere che possano farcela per le ATP Finals sia Berrettini sia Sinner. Quando l’approdo alle ATP finals di Londra di Berrettini nel 2019 “coprì” un digiuno di 42 anni. Eppure entrambi i nostri potenziali top-Eight, a ben guardare non sono stati fortunatissimi, a mio avviso. 

Sinner non ha davvero goduto di sorteggi particolarmente favorevoli. All’Australian open ha trovato subito Shapovalov all’indomani della vittoria di Melbourne 250 ATP. A Montecarlo ha trovato al suo secondo turno Djokovic che giocava il primo dopo il bye. Anche a Roma, insomma, ammesso che batta Humbert, Sinner troverà Nadal, che non è un bell’incontrare a Roma dove Rafa ha trionfato nove volte. Sarebbe stato meglio incontrarlo a Madrid, su quel tipo di superficie, no? Eppure Jannik è n.9 nella Race.

Quanto a Berrettini, abbiamo ricordato l’infortunio agli addominali che lo ha appiedato per due mesi, una convalescenza che lui per primo non si aspettava così lunga. Ciononostante è n.8. E se avesse potuto difendere le sue chance in quei due mesi non avrebbe avuto qualche punto in più?

Per questi motivi oggi non ci sentiamo di escludere che possano farcela tutti e due a centrare l’approdo di Torino.  Quando se ne parlava a gennaio si diceva che era un sogno. Ma, siamo onesti, non solo avremmo firmato carte false per averne uno – e ancora le firmerei sia chiaro – ma ci credevamo tutti assai poco. Oggi, francamente, anche chi ama restare con i piedi per terra, ha invece il diritto di crederci. E di dire, sebbene io dagli Internazionali d’Italia una volta visto il tabellone abbia già scritto che non mi aspetto molto: why not?

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