I 33 anni di Andrea Arnaboldi: "Mi arrabbio se penso che non ho ancora vinto un Challenger"

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I 33 anni di Andrea Arnaboldi: “Mi arrabbio se penso che non ho ancora vinto un Challenger”

Un tennis sempre piacevole, ma finora gli è mancato l’acuto per entrare in top 100: “Non credo di essere più emotivo di altri. Il posto più brutto in cui ho giocato? Marocco, un hotel imbarazzante in mezzo al niente!”

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Andrea Arnaboldi - ATP Challenger Bergamo 2020 (foto Antonio Milesi)

Abbiamo raggiunto telefonicamente Andrea Arnaboldi (n.268 ATP) proprio nel giorno in cui è stato ufficializzato il calendario Challenger per i primi due mesi del 2021, ma come è ormai consuetudine – lo abbiamo fatto con Zeppieri, Lorenzi e Caruso – pubblichiamo la chiacchierata in occasione del compleanno di Andrea, che oggi compie 33 anni.

Buongiorno Andrea, innanzitutto grazie per il tuo tempo. Come ti sembra questa prima parte di calendario?
Figurati, è un piacere parlare con voi. Ed è un sollievo poter finalmente ragionare con qualcosa di ufficiale in mano. Premetto che capisco le difficoltà dell’ATP nell’organizzare un calendario in piena pandemia. Vedo però che purtroppo i Challenger rimangono pochi e che cominciano due settimane dopo rispetto al circuito maggiore. Questo significa aumentare le differenze tra quelli che stanno nei primi 200 e tutti gli altri.

Tu come ti programmerai?
Per prima cosa mi prenderò alcuni giorni per valutare bene anche se è evidente che i due tornei di Biella offrano un indubbio vantaggio logistico. Non male neppure il circuito turco (tre tornei tra Istanbul e Antalya a partire dal 18 gennaio, ndr). Come anche quello francese (anche qui tre tornei in sequenza a partire dal 25 gennaio: Quimper, Orleans e Cherbourg, ndr).

 

Hanno evidentemente cercato di accorpare le date.
Certo, è evidente lo sforzo di creare delle sinergie e dunque di favorire i giocatori. Lo apprezzo molto.  

Dal 10 al 13 gennaio ci sarebbero anche le qualificazioni degli Australian Open a Doha. Tu sei dentro?
Sono fuori di poco. Certo che se dovessero esserci delle defezioni ci metto un attimo a infilare racchette e costume in valigia e a correre in aeroporto.

Il 27 dicembre (oggi, ndr) festeggi il compleanno, toglimi una curiosità: da piccolo la vicinanza col Natale ti ha penalizzato? 
Ci puoi scommettere, sono sempre rimasto fregato! Un regalo unico e via così. Un bimbo rischia di subire dei traumi (ride, ndr).

Il tuo tennis spicca nettamente nei Challenger, purtroppo al momento più come livello di gioco che come risultati. Che spiegazione ti sei dato?
Bella domanda, non sei il primo che mi dice questo. Da un certo punto di vista mi fa piacere. Mi arrabbio però molto se penso che ancora non sono riuscito a vincere un Challenger quando invece so di avere il livello. Forse mi è mancata un po’ di determinazione nei momenti in cui ho avuto delle chance. Ad esempio in novembre a ‘Parma 2’ ho battuto Barrere (la testa di serie n.1, ndr) al termine di una bellissima partita e in semifinale, sopra di un set, ho sprecato molte occasioni contro il britannico Liam Broady.

È un problema emotivo?
Non credo. Certo tutti sentiamo l’importanza di certi punti, ma sinceramente non credo di essere più emotivo di altri.

La tua superficie ideale è il veloce, vero?
Sicuramente la partita della vita la giocherei sul veloce. Devo dire che comunque non disdegno la terra.

Proprio alla terra battuta è legato il tuo ricordo più bello quando nel 2015 al Roland Garros superasti nelle qualificazioni il francese Pierre-Hugues Herbert (attuale n.83 ATP, ndr). Il match (6-4 3-6 27-25) durò oltre quattro ore e mezza, tuttora record assoluto per una partita di tre set.
Ricordi bellissimi che mi porto sempre dietro. A proposito dell’emotività di cui si parlava prima, nel terzo set di quella partita ero consapevole che ogni game poteva essere l’ultimo e questo mi fece vivere con grande intensità ogni singolo momento. Ero in una specie di bolla emotiva che in pratica mi impediva di razionalizzare quanto stava succedendo e quindi di avere paura.

Giocare in uno Slam significa entrare in un’altra dimensione?
Sì, da ogni punto di vista. Ci sono molte più cose in palio: più punti, più soldi e un prestigio che i Challenger non ti daranno mai. Di conseguenza anche il tuo impegno e la tua concentrazione salgono in proporzione.

Andrea Arnaboldi – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

In quel torneo dopo aver superato James Duckworth al primo turno perdesti contro Marin Cilic, allora un top player. Hai avuto altre esperienze con giocatori di vertice?
A Roma nel 2015 ho giocato contro Goffin quando era n.12 (onorevole sconfitta in tre set, ndr) e qualche anno fa mi sono allenato a Doha con Djokovic. Con Nadal e Federer invece non ho mai incrociato la racchetta.

Wimbledon 2019, perdesti al primo turno con Karlovic.
Sull’erba era obiettivamente un turno piuttosto complicato. Tornando in spogliatoio realizzai che forse avrei potuto fare di più (6-4 6-4 7-6) contro un avversario che non è certo imbattibile. Il problema con lui è che non riesci mai a prendere ritmo.

Il fatto che tu sia mancino è un vantaggio?
Penso che sia un piccolo vantaggio, ma solo per il fatto che ce ne sono pochi e dunque gli avversari sono meno abituati.

Si dice che i mancini siano ingiocabili quando battono da sinistra.
Dipende sempre da che tipo di risposta ti trovi davanti. Ci sono dei giocatori che soffrono il servizio a uscire, io stesso sono un po’ in difficoltà quando gioco contro un altro mancino. Altri avversari invece neutralizzano facilmente questo tipo di servizio.

Da giovane sei stato sei anni in Spagna.
Esperienza bellissima. Qui in Italia avevo già lavorato con un preparatore atletico che faceva base a Valencia, mi ero trovato bene e così mi invitarono a fare lì la preparazione invernale. Dovevo rimanere un mese ma si creò un tale feeling con il coach Josè-Luis Aparisi che rimasi sei anni. Fu un’ottima scelta per il mio tennis ma anche per la mia persona.

Parlerai benissimo spagnolo.
Beh sì, sei anni sono tanti. Non l’ho mai studiato ma l’ho imparato abbastanza in fretta.

E con l’inglese?
Me la cavo. Le lingue mi piacciono molto. Ai tornei parlo spesso con gli stranieri.

Chi sono i tuoi migliori amici nel circuito?
In genere ho ottimi rapporti con tutti ma se devo sceglierne uno, dico sicuramente Luca Vanni. Abbiamo un bellissimo rapporto. Ma vado d’accordo anche con i ragazzi più giovani, tipo Pellegrino.

A proposito di ragazzi giovani pronostico secco su quello che sarà il best ranking di Sinner e Musetti.
Entrambi in top 10. Ma secondo me Sinner potrebbe ambire anche a qualcosa di più.

Tipo numero 1?
Lo hai detto tu (ride; in realtà lo ha detto anche Lorenzi!, ndr)

Prima delle partite hai dei rituali?
Dei rituali miei per preparare al meglio l’ingresso in campo. Poi sì, qualcosa di scaramantico può capitare. Ma non voglio farmi condizionare, sennò rischio di entrare in campo preoccupato.

A proposito di scaramanzia e rituali, tutti i giocatori quando stanno per servire prendono sempre in mano tre palline per poi restituirne una al raccattapalle. Ha un significato particolare?
Nel mio caso è una cosa puramente tecnica, cerco di scegliere la pallina più nuova, quella meno consumata. Poi può essere che per alcuni anche questo sia diventato una specie di rito.

Hai da poco cambiato coach. Giorgio Mezanzani ti segue nei tornei?
Sai, abbiamo iniziato da poco a lavorare assieme e quest’anno non è che si sia viaggiato tanto. Penso però che avere con sé uno staff, per quanto ridotto, possa fare la differenza. Nel mio caso lui e Stefano Viganò, il mio preziosissimo e insostituibile preparatore atletico.

Viaggiare con lo staff è economicamente sostenibile?
Dipende da come uno vuole investire i propri guadagni. A livello Challenger, con un po’ di sacrifici, si può fare. Considera che l’organizzazione da una bella mano, facendosi carico dei pernottamenti e talvolta anche dei pasti.

Andrea Arnaboldi – ATP Challenger Parma 2 2020 (foto Marta Magni)

Ti piace viaggiare?
Non mi pesa assolutamente.

Riesci anche a fare del turismo?
Ultimamente mi piace ritagliarmi un po’ di tempo per vedere delle cose. Senza esagerare ovviamente, ma un pomeriggio ogni tanto può essere interessante. Recentemente ho visitato Porto e Istanbul ed è stato molto piacevole.

Invece il posto più orribile dove hai giocato?
Ce ne sono diversi. Mi ricordo in particolare un Future in Marocco quando con Luca Vanni finimmo a dormire in un hotel imbarazzante, in mezzo al niente. Ne parliamo sempre quando ci incontriamo (ride, ndr).

Quando sei in viaggio come occupi i momenti off?
Netflix, al contrario di molti colleghi, lo uso davvero poco. In questo momento sto leggendo un libro sugli All Blacks e porto sempre con me la settimana enigmistica. Una cosa un po’ da vecchietti (ride, ndr) ma a me piace un casino.

Si dice che tu sia un buon chitarrista.
Chi ha fatto la ‘spiata’ è stato troppo gentile, ho effettivamente un paio di chitarre, ma purtroppo è da un po’ che non suono e sono decisamente arrugginito.

Pratichi e/o segui altri sport?
Mi piace molto giocare a golf, ho un bellissimo campo vicino a casa e ci vado appena posso. Seguo anche le gare del PGA Tour quando le passano in TV, altrimenti cerco i filmati. Chissà, forse un giorno potrei giocare contro Nadal (più che un appassionato, visto che si distingue anche in tornei pro, ndr), visto che non ci sono riuscito su un campo da tennis.

So che sei interista.
Ti prego, sono in lutto dopo che siamo usciti dalla Champions League. Secondo me soprattutto per colpa dell’allenatore di cui non condivido per niente le scelte.

Il tuo rapporto coi social? Non mi sembri particolarmente attivo.
È così, guardo, osservo ma non scrivo più di tanto. Potrei promuovermi un po’ meglio ma lo strumento non mi fa impazzire.

A proposito di social mi hanno raccontato degli insulti che voi giocatori ricevete in caso di sconfitta.
Nel mio caso anche quando vinco.

Gente che aveva scommesso sulla tua sconfitta?
Immagino di sì.

Cosa pensi del problema delle scommesse nel mondo del tennis?
La T.I.U. (Tennis Integrity Unit) sta andando giù duro ma temo che in realtà nella rete rimangano solo i pesci piccoli. La mia opinione sull’argomento è molto chiara. Se uno fa queste cose deve essere radiato, non importa quanto sia ‘pesante’ il suo nome.

Meglio tornare al campo. Tu sei anche un ottimo doppista.
Il doppio mi piace molto ed è mia intenzione tornare a giocarlo più spesso nel 2021. È comunque un introito e in prospettiva una buona carriera. Il problema è che spesso devi improvvisare la formazione perché è difficile avere la stessa classifica e lo stesso percorso di quelli con cui ti piacerebbe giocare. Ed è per questo motivo che non ho mai avuto un compagno fisso.

Federer si ritira?
Speriamo di no, anche se le sue ultime dichiarazioni lo lasciano temere. Non penso però che vorrà mancare a Wimbledon, anche se il 2021 sarà molto probabilmente il suo ultimo anno.

Dimmi qualcosa di tuo cugino Federico (20 anni, n.901 ATP, ndr).
Secondo me ha grandi qualità e penso che farà veramente bene. Certo ha bisogno di tempo per maturare sia come persona che come giocatore.

Andrea grazie di tutto e auguri sia per il compleanno che per le Festività. Spero che il 2021 ti porti tante soddisfazioni.
Grazie a te e a tutti i lettori di Ubitennis.

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Opinioni

Naomi Osaka: “Atleti, fate sentire la vostra voce. Io non resterò zitta a palleggiare”

“Anche noi siamo vittime di pregiudizi e razzismo, proprio come chiunque altro. Perché affermare il contrario?”

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Naomi Osaka - US Open 2020 (via Twitter, @naomiosaka)

Questo è un articolo tratto da Turning Points, una rubrica che analizza quali momenti critici del 2020 potranno avere effetto sul 2021. Comparso sul New York Times, lo abbiamo tradotto integralmente. Si tratta di un testo scritto in prima persona da Naomi Osaka.


Turning Point (l’accaduto): A seguito delle pressioni da parte dei loro giocatori e dei tifosi, le squadre delle quattro leghe sportive più importanti d’America cancellano partite e allenamenti per protestare contro il razzismo e la violenza da parte della polizia.

“Zitto e palleggia” (Shut up and dribble).

 

Questo è quello che una giornalista televisiva [Laura Ingraham di Fox News, ndr] ha suggerito di fare a LeBron James dopo che quest’ultimo, in un’intervista rilasciata a ESPN nel 2018, ha parlato di razzismo, di politica e delle difficoltà di essere un personaggio pubblico afroamericano.

Inutile dire che il consiglio non sia stato seguito. LeBron, l’attivista, ha attirato la mia attenzione nel 2012. Lui e i suoi compagni di squadra dei Miami Heat hanno postato una foto di loro incappucciati per protestare contro la morte di Trayvon Martin, un adolescente afroamericano della Florida che indossava un cappuccio mentre veniva ucciso a colpi di pistola da George Zimmerman, il coordinatore della ronda di quartiere locale. 

Nel 2014 Eric Garner, un afroamericano, muore a Staten Island dopo essere stato strangolato da alcuni agenti di polizia, una manovra al tempo proibita dalla polizia e che è successivamente divenuta illegale nello Stato di New York. Poco più tardi, in un riscaldamento pre-partita, LeBron ha indossato una maglietta con le ultime parole di Garner – “I can’t breathe” (Non riesco a respirare) – facilmente udibili in un video che ritrae i poliziotti mentre lo strangolano. Il resto della lega lo ha seguito, ma James è stato il punto focale.

Fast forward a quest’anno e lui è ancora sotto i riflettori. LeBron ha la voce più potente sulla piattaforma più grande e la usa per protestare contro il razzismo sistematico, l’ineguaglianza e l’abuso di potere da parte della polizia, il tutto mentre continua a giocare alla grande a dispetto di proteste senza precedenti, di una pandemia globale e di profonde ferite personali, inclusa la tragica scomparsa del nostro amico Kobe Bryant.

LeBron è indomito nel suo sostegno costante alla comunità afroamericana; è risoluto, schietto e appassionato. Sul parquet o al microfono lui è un’ispirazione, semplicemente inarrestabile. È dedito al suo lavoro come nel suo supporto alla comunità, nonostante continui a combattere contro un sistema consolidato che vuole zittire gli atleti che alzano la voce.

I musicisti cantano e scrivono sempre (e da sempre) di movimenti sociali, attivismo e uguaglianza. Gli attori danno voce alle loro opinioni e appoggiano personalmente candidati politici, organizzando raccolte fondi e feste. Ci si aspetta quasi che uomini d’affari, autori e artisti abbiano opinioni a proposito delle ultime notizie e difendano pubblicamente il loro punto di vista. Ma quando lo facciamo noi atleti, siamo sempre criticati se esprimiamo le nostre opinioni.

Naomi Osaka e LeBron James

Possibile che le persone ci considerino nient’altro che corpi – individui che raggiungono quello che è fisicamente quasi impossibile per tutti gli altri, e che divertono il pubblico spingendosi oltre i propri limiti? Possibile che si meraviglino che un insieme di muscoli, ossa, sangue e sudore possa anche esprimere un’opinione? Può lo sport essere solo sport e la politica essere solo politica?

Il messaggio è sempre lo stesso. Colpisci la palla. Fai canestro. Zitto e palleggia.

Ma qualunque sia l’argomento, si tende a ignorare un fatto importante: quando non giochiamo, viviamo nello stesso Paese di tutti gli altri. E come la maggior parte degli atleti può affermare, questo significa che anche noi siamo vittime delle stesse ingiustizie e diseguaglianze che hanno portato alla morte persone proprio come noi, ma che non dispongono delle stesse protezioni garantite dalla nostra fama, nonché dalla protezione e dal sostegno che riceviamo. Basta chiedere al giocatore NBA Sterling Brown, colpito con un taser da degli agenti di polizia, o al mio collega James Blake, scaraventato a terra e ammanettato dalla polizia per 15 minuti mentre era fuori da un albergo di New York (i poliziotti hanno poi dichiarato che si è trattato di uno “scambio d’identità”). Solo perché siamo atleti questo non significa che non siamo influenzati da quello che succede nel paese, o che siamo obbligati a tenere la bocca chiusa.

Lo sport non è mai stato apolitico, e finché continuerà ad essere giocato da esseri umani non lo sarà mai.

Muhammad Ali è stato per anni la voce della giustizia, anche quando venne condannato a cinque anni di reclusione per via del suo rifiuto alla leva obbligatoria, motivata dal suo credo religioso. Nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos vennero fischiati quando alzarono i pugni guantati di nero sul podio, e affrontarono successivamente una marea di critiche da parte del pubblico e dai media quando tornarono negli Stati Uniti.

Colin Kaepernick ha messo a rischio la propria carriera quando si è inginocchiato durante l’inno nazionale prima di una partita della NFL, rischiando di non giocare più in una partita di lega per via del suo gesto.

Megan Rapinoe è una convinta sostenitrice del movimento LGBTQ+ e della parità salariale, anche se ciò ha dovuto significare tenere testa al presidente degli Stati Uniti e rifiutare un invito della Casa Bianca.

Venus Williams ha fatto molto più di quanto molti sappiano per portare avanti le battaglie di Billie Jean King e garantire uguaglianza per le donne nel tennis. Coco Gauff, nonostante la sua giovane età, è una fiera e appassionata sostenitrice del movimento Black Lives Matter, sia online che in pubblica presenza.

Nonostante i progressi ottenuti, continuo a pensare che noi atleti abbiamo ancora molta strada da fare. Oggi, data la copertura televisiva e il risalto sui social media, noi atleti disponiamo delle più grandi e visibili piattaforme mai esistite. Per come la vedo io, questo significa avere maggiore responsabilità di far sentire la nostra voce. Non resterò zitta a palleggiare.

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ATP

ATP Delray Beach: Korda non ne ha più, secondo titolo per Hurkacz

Hubert Hurkacz vince il titolo a Delray Beach senza perdere un set. Sebastian Korda, seppur sconfitto, bussa alla Top100

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Hubert Hurkacz con il trofeo di Delray Beach 2021 (foto Twitter @DelrayBeachOpen)

(4) H. Hurkacz b. S. Korda 6-3 6-3

Il futuro può attendere ancora un po’ per il figlio d’arte Sebastian Korda (ATP n. 119), ma non ci sono dubbi che la strada intrapresa sia quella giusta. Dopo una settimana quasi trionfale, durante la quale quattro giocatori classificati più in alto di lui (Kwon, Paul, Isner e Norrie), l’ex campione juniores dell’Australian Open 2018 ha dovuto cedere il passo in finale alla maggiore esperienza e alla maggiore freschezza atletica del polacco Hubert Hurkacz, n. 35 ATP e testa di serie n. 4 del tabellone.

Entrato in campo con grande spavalderia, Korda ha subito ottenuto il break a zero aggredendo l’avversario con la risposta. Hurkacz tuttavia non si è fatto impressionare dalla partenza a razzo del suo avversario, e dall’1-3 del primo set ha infilato cinque giochi consecutivi per chiudere il primo parziale 6-3 in 34 minuti. Decisivo l’ottavo gioco, nel quale Korda ha ceduto la battuta da 30-0, iniziando ad avvertire il fastidio alla gamba sinistra che lo ha costretto poco dopo a chiedere un medical time-out. “Ho giocato diverse partite piuttosto lunghe questa settimana, ho cominciato a sentire un dolore all’adduttore che si propagava fino all’inguine ogni volta che atterravo dal servizio – ha spiegato Sebastian dopo la partita – In ogni modo non si tratta di una scusa, dal 2-1 del primo set è stato lui il giocatore migliore”.

 

L’intervento del fisioterapista sull’1-2 del secondo set non ha potuto far molto per migliorare la situazione della gamba di Korda, che ha continuato a fare esercizi di allungamento tra un punto e l’altro ed ha subito il break decisivo subito dopo, siglato da un doppio fallo e due errori gratuiti da fondocampo.

Secondo sigillo in carriera per Hurkacz, dopo il successo di Winston-Salem nel 2019, che gli vale l’ingresso nei Top 30 e nelle teste di serie per il prossimo Australian Open. Per il diciannovenne Korda, invece, un po’ di riposo a casa con la sua famiglia, che era in tribuna a Delray Beach per sostenerlo durante la finale: oltre a papà Petr (camipione dell’Australian Open 1998) e a mamma Regina (ex n. 26 WTA) c’erano anche le sorelle Jessica e Nelly, entrambe golfiste professioniste. Korda si è infatti cancellato dal Challenger di Istanbul della settimana prossima e raggiungerà il suo preparatore atletico in Repubblica Ceca per una sessione di rafforzamento fisico. “Anche se mi piacerebbe giocare quanti più tornei possibile, il mio corpo ha bisogno di riposo e di rinforzarsi – ha spiegato Korda – Sono fortunato che il mio preparatore è un ottimo comunicatore e dopo essermi riposato qui in Florida andrò da lui”.

Nel frattempo con questo risultato Korda si è avvicinato alla Top 100: a partire da lunedì prossimo salirà fino al n. 103, suo miglior ranking in carriera.

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ATP

Il battesimo del figlio d’arte: Sebastian Korda giocherà la prima finale a Delray Beach

Bella vittoria in due set su Cameron Norrie: il figlio di Petr Korda sfiderà Hurkacz per vincere il primo titolo in carriera ed entrare in top 100

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A quasi ventitré anni – era il 1° febbraio 1998 – dal primo, unico e contestatissimo successo Slam di papà Petr sui campi di Melbourne, il mondo del tennis deve volgere lo sguardo a Sebastian Korda, 20 anni, che raggiunge la prima finale della sua giovane carriera all’ATP 250 di Delray Beach.

Sui campi che guardano la costa della Florida opposta alle rive su cui è nato Sebastian – gli ha dato i natali Bradenton, ‘terra di tennis’ per via dell’accademia di Nick Bollettieri – Sebastian ha battuto in due set e con insospettabile saggezza Cameron Norrie, mancino dal tennis assai interessante. “Sono veramente gasato, non potrei essere più felice” ha detto Korda dopo il successo, tradendo tutta l’eccitazione dei vent’anni. “Mi sono allenato con il mio coach (Dean Goldfine, è nel team assieme a papà Petr – e chissà che non si aggiunga Agassi a breve, come da rumors), lui colpisce molto piatto. Ha funzionato. Norrie ha un gioco super estroso, il rovescio incrociato è di livello mondiale e il dritto è difficile da difendere. Sono contento del modo in cui ho giocato l’intera partita, per come sono rimasto aggressivo“.

Dicevamo dell’insospettabile saggezza perché dopo aver corsa di testa praticamente per tutto il match, sul 6-3 5-4 e servizio a disposizione il giovane Sebastian ha sentito un po’ la pressione e ha mancato due match point. “Sul primo è stato bravo lui, ma sul secondo ho fatto doppio fallo“. In realtà Korda ha buttato via entrambi i punti (il primo con un dritto abbastanza comodo in corridoio), ma ha ricevuto un piccolo aiuto dal suo avversario che nel game successivo gli ha reso il favore del doppio fallo; ottenuto così un altro break di vantaggio, lo statunitense ha rimesso in moto il suo tennis di pressione da fondocampo, sempre guidato dal dritto, e si è guadagnato la sua prima finale tra i grandi.

 

Non partirà favorito nel match contro Hubert Hurkacz, che da un lato ha fatto percorso netto – nessun set ceduto e due soli turni di servizio non difesi in tre partite – ma dall’altro non ha dovuto affrontare alcun top 100; tra quarti e semifinale, ha addirittura superato un giocatore che occupa la top 300 per un soffio (Quiroz) e un altro (Christian Harrison) che ha iniziato il torneo da numero 789 del mondo. Non certo un campo minato per il polacco, che ringrazia e oltre ai favori del pronostico in finale si prende anche la certezza di una testa di serie all’Australian Open (al momento la 29°); non a scapito di Lorenzo Sonego, per fortuna dell’italiano, poiché i forfait di Isner e Garin consentono al torinese di mantenere la 31° piazza nel seeding. Con Sinner che attende alla finestra: un altro forfait e ci sarà spazio anche per lui tra le teste di serie.

Il tabellone completo di Delray Beach

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