Verso gli Australian Open: tabellone femminile pieno di incognite

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Verso gli Australian Open: tabellone femminile pieno di incognite

Raramente ci sono state tante giocatrici di vertice alle prese con problemi fisici più o meno gravi. Nel frattempo a Brisbane sono emerse Vika Azarenka e Samantha Crawford

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E’ stato l’inizio d’anno dei forfait e dei ritiri. E così per molte giocatrici di vertice manca qualsiasi riferimento utile per poter esprimere una valutazione in vista dei prossimi Australian Open, che si presentano ricchi di incognite come non mai; in molti casi non si può fare altro che sospendere il giudizio e rimanere in attesa dei responsi dei primi turni di Melbourne. Per fortuna i tornei sin qui disputati qualche indicazione su alcune protagoniste l’hanno data, e almeno su di loro è possibile ragionare.

– Le prime 16 teste di serie
Ecco il riepilogo relativo alle prime 16 teste di serie (tra parentesi il miglior risultato ottenuto in carriera agli Australian Open).

1. Serena Williams (6 vittorie: 2003, 2005, 2007, 2009, 2010, 2015)
Questo l’inizio di stagione di Serena: rinuncia al primo match di Hopman Cup, secondo match interrotto sul 5-7, 0-2 contro Gajdosova, e poi ritiro definitivo dalla manifestazione per problemi al ginocchio.
Dopo la sconfitta con Roberta Vinci agli US Open Serena aveva già parlato di problemi fisici quando aveva dichiarato: “Ho giocato con infortuni per la maggior parte dell’anno, sia che fosse il mio gomito, il mio ginocchio e, in alcuni momenti finali nel mio match a Flushing, anche il mio cuore”.
A quanto pare il ginocchio continua a essere un problema. Quanto serio lo si capirà a Melbourne.

 

2. Simona Halep (QF 2014, 2015)
Forfait a Brisbane per un dolore al tendine di Achille del piede sinistro, come già diverse volte l’anno scorso. Qualche indicazione si avrà dai match di Sydney, ma nel momento in cui scrivo non ha ancora esordito.

3. Garbiñe Muguruza (R16 2014, 2015)
Ritiro nel corso del primo match stagionale sul 6-7, 0-1 contro Varvara Lepchenko, per un problema alla pianta del piede sinistro. L’entità del problema si verificherà a Melbourne.

4. Agnieszka Radwanska (SF 2014)
Ha vinto il torneo di Shenzen, confermando il trend positivo di fine 2015. Ricordo però il ranking delle cinque avversarie sconfitte in Cina, senza peraltro perdere un set: numero 108, 139, 110, 95, 98.
Ha rinunciato a Sydney, ufficialmente per un problema alla gamba sinistra, ma potrebbe anche aver ritenuto sufficienti le partite fin qui disputate.

5. Maria Sharapova (1 vittoria nel 2008)
Forfait a Brisbane, per un problema avuto in allenamento all’avambraccio sinistro. Si è parlato di rinuncia precauzionale, ma per saperne di più anche per lei bisognerà aspettare Melbourne.

6. Petra Kvitova (SF 2012)
Come Muguruza, un solo set giocato, e perso per 2-6, contro Saisai Zheng e poi il ritiro per problemi gastrointestinali. Il ritiro di Shenzen è stato il primo nel corso di un match di tutta la carriera di Petra Kvitova. Poi è arrivata la rinuncia a Sydney (dove era campionessa in carica). Kvitova in passato ha dichiarato che preferisce preparare gli Slam giocando la settimana prima del torneo, e lo ha fatto anche prima dei due Wimbledon vinti. A differenza delle altre giocatrici che hanno dato forfait, il suo problema fisico non è riconducibile al tennis.

7. Angelique Kerber (R 16 2013, 2014)
A Brisbane ha raggiunto la finale (vittorie contro Giorgi, Brengle, Pavlyuchenkova e Suarez Navarro) giocando un tennis solido e perdendo solo da Azarenka in ottime condizioni di forma. A Sydney ha iniziato battendo Svitolina, ma poi ha allungato la lista dei ritiri precauzionali (per un problema allo stomaco). A me Angelique sembra pronta per l’appuntamento di Melbourne; se non le capiterà un tabellone impossibile potrebbe migliorare il suo record in Australia, visto che sino a oggi è l’unico Slam in cui non è riuscita ad arrivare almeno ai quarti di finale.

8. Venus Williams (F 2003)
Per gli effetti del ritiro definitivo di Flavia Pennetta e del forfait di Lucie Safarova (che non ha superato del tutto l’infezione batterica che l’ha colpita l’autunno scorso), Venus Williams, attuale numero 10 del ranking, dovrebbe essere testa di serie numero 8 agli Australian Open.
Ha perso al primo turno ad Auckland, dove era campionessa in carica, per 6-7 6-3 6-3 da Daria Kasatkina. Kasatkina, appena diciottenne, è la campionessa al Roland Garros junior del 2014, e in grande crescita in classifica dopo i risultati del 2014. Purtroppo non ho visto il match, che si presentava come uno dei più interessanti della prima settimana di tornei, quindi non posso esprimere giudizi sulle condizioni di Venus.

9. Karolina Pliskova (R32 2015)
Ha aperto l’anno alla Hopman Cup, un evento non ufficiale, dove ha perso il match più probante contro Elina Svitolina. A Sydney (l’anno scorso arrivò in finale) ha esordito sconfiggendo Ana Ivanovic e poi Pavlyuchenkova.
Pliskova nel 2015 ha scalato le classifiche e ottenuto ottimi risultati nei tornei WTA, mentre ha deluso negli Slam, dove in carriera (a parte il terzo turno di Melbourne 2015) ha sempre perso al primo o al secondo turno. Per questo penso che per lei uno degli obiettivi fondamentali del 2016 sia quello di riuscire finalmente a fare strada in un Major approdando almeno alla seconda settimana, come la sua testa di serie suggerisce. Deve imparare a gestire la pressione e giocare come sa, superando il blocco che nel 2015 l’ha portata a perdere da avversarie di ranking molto inferiore, come Mitu (Roland Garros) e Tatishvili (US Open).

10. Carla Suarez Navarro (QF 2009)
A Brisbane ha sconfitto Tomljanovic, Stosur e Lepchenko, ma perso abbastanza nettamente da Kerber. A Sydney, in una giornata caldissima, è subito uscita dal torneo per mano di Sara Errani. Aveva finito l’anno senza più energie, tutte profuse nella prima parte di stagione, ma le vacanze dovrebbero averla ricaricata.

11. Timea Bacsinszky (R32 2015)
Per Bacsinszky comincia un anno importante: dopo i grandissimi progressi del 2015 affronta la stagione delle conferme. L’anno scorso aveva esordito a Shenzhen arrivando sino in finale, sconfitta da Simona Halep (ma dopo aver battuto Kvitova); quest’anno ha perso già due volte al primo turno: a Brisbane contro Pavlyuchenkova, a Sydney contro Schmiedlova.
Timea aveva concluso il 2015 con un ritiro per un infortunio al ginocchio, e quindi rimane da capire se ha avuto il tempo necessario non solo per guarire completamente, ma anche per prepararsi a sufficienza.

12. Belinda Bencic (R64 2015)
Molto efficace contro Sara Errani a Brisbane, Bencic è stata sorpresa da Samantha Crawford al secondo turno, in un match che purtroppo non ho visto. Iscritta anche a Sydney, ha superato due avversarie insidiose come Lucic-Baroni e Pironkova. Pur essendo giovanissima, Belinda dimostra di essere ormai piuttosto affidabile e costante: a meno di colpi bassi dal sorteggio, dovrebbe riuscire a migliorare il suo record a Melbourne (secondo turno l’anno scorso) incrementando di conseguenza il ranking in vista di un ingresso in top ten.

13. Roberta Vinci (R32 2006, 2010, 2013)
Ha giocato bene a Brisbane (vittorie su Jankovic e Cibulkova, sconfitta da Azarenka), mentre a Sydney ha perso 7-5 al terzo da Stosur. A me è parso che abbia ripreso il 2016 con lo stesso piglio con cui ha concluso il 2015: atleticamente a posto, tecnicamente centrata, mentalmente convinta. Se il tabellone di Melbourne non sarà particolarmente sfortunato, penso che dovrebbe riuscire a migliorare il secondo turno dello scorso anno, facendo un importante passo avanti verso l’ingresso in top ten che rimane uno dei suoi obiettivi principali.

14. Victoria Azarenka (2 vittorie: 2012, 2013)
Su Azarenka rimando al paragrafo più avanti.

15. Madison Keys (SF 2015)
Keys, semifinalista l’anno scorso agli Australian Open, non ha ancora giocato un match nel 2016: anche per lei forfait a Sydney. Si è infortunata durante le vacanze all’avambraccio sinistro, e le notizie che la riguardano non sono del tutto confortanti: sembra che la rinuncia non sia solo precauzionale ma determinata da condizioni un po’ più gravi. Anche per lei solo a Melbourne si capirà di più.

16. Caroline Wozniacki (SF 2011)
Sconfitta in semifinale ad Auckland in due set da Sloane Stephens, non mi pare in un momento di particolare forma. Per la verità un po’ tutto il suo 2015 è stato complessivamente deludente, e quindi sembra continuare il rendimento non eccelso. Forse quello che Wozniacki deve augurarsi è di trovare condizioni di gioco molto impegnative: se a Melbourne ci saranno giornate particolarmente calde, la grande resistenza fisica di Caroline potrebbe diventare un fattore importante.

– Le italiane
Ritirata Flavia Pennetta, ancora ferma Karin Knapp dopo l’operazione al ginocchio, Sara Errani, Camila Giorgi e Francesca Schiavone sono le giocatrici che completano la presenza italiana a Melbourne.

Sara Errani, eliminata subito da Bencic a Brisbane, agli Australian Open dovrebbe essere testa di serie numero 17 e, come Wozniacki, in caso di condizioni ambientali impegnative potrebbe far valere la sua notevole resistenza. Una conferma la si è avuta a Sydney, dove ha superato Carla Suarez Navarro in una giornata di caldo al limite della sopportabilità e poi sconfitto in due set durissimi (7-6, 7-6) Jelena Jankovic.

Camila Giorgi a Brisbane ha perso 7-5, 3-6, 0-6 all’esordio contro Angelique Kerber, in una match dai due volti: inizio di grande qualità e poi, dopo alcune occasioni mancate per il break a proprio favore nel secondo set, una serie negativa di 9 game a zero.
E’ ancora in corsa a Hobart, dove ha sconfitto Diyas e Hibino. Camila mi è sembrata in buone condizioni, pronta per Melbourne, dove però se non ci saranno ritiri prima della compilazione del tabellone dovrebbe essere fuori dalle teste di serie per un solo posto, prima delle escluse. Significa poter capitare, ad esempio, contro Serena al primo turno; quindi per lei conterà avere un po’ di fortuna nel sorteggio.

In buone condizioni fisiche anche Francesca Schiavone che affronta le qualificazioni per gli Australian Open alla ricerca del record di partecipazioni consecutive in uno Slam per le donne. Ad Auckland ha perso un match lottatissimo contro Tamira Paszek, che poi è stata in grado di arrivare sino in semifinale. Paszek a dispetto del ranking (questa settimana è numero 126, in quella scorsa numero 172) è una giocatrice che quando è fisicamente a posto, e in Nuova Zelanda lo era, vale ben altra classifica; per questo penso che Schiavone possa guardare con ottimismo alle qualificazioni che la attendono. Ma nelle qualificazioni Slam conta molto il sorteggio, visto che il meccanismo non prevede un’unica vincitrice come nei tornei normali e quindi a volte si può raggiungere l’obiettivo anche con percorsi piuttosto agevoli. Altre volte, invece, ci si ritrova contro avversarie con classifiche sottostimate, e allora l’impresa si fa estremamente ardua.

– Oltre la testa di serie numero 16
Scorrendo la classifica oltre le prime 16 teste di serie, ci si rende conto di quanto il livello medio del circuito WTA si sia alzato negli ultimi anni in termini di competitività; rispetto al passato si potrà forse discutere sul valore dei primissimi posti al mondo, ma mi pare invece abbastanza evidente che, anno dopo anno, la cosiddetta profondità del movimento femminile sia in costante crescita. Tanto che diventa difficile scegliere qualche nome fra i tanti che potrebbero fare strada a Melbourne, magari proprio approfittando delle incertezze di salute delle prime in classifica.

Tenniste esperte, come Jankovic, Kuznetsova, Ivanovic, Stosur, ispirate dall’impresa di Flavia Pennetta agli US Open, possono pensare di tornare protagoniste; ma anche giocatrici che hanno recuperato da infortuni e che in Australia in anni recenti hanno ottenuto risultati importanti, come Cibulkova e Makarova.
Possibilità anche per giovani in crescita come Svitolina, Mladenovic, Schmiedlova, Garcia, Gavrilova, o in recupero, come Stephens e forse Bouchard. Ho fatto questi nomi, ma in realtà in questo momento è difficile scartare a priori qualcuna tra le giocatrici comprese tra il ventesimo e il cinquantesimo posto del ranking, perché la possibilità di arrivare alla seconda settimana a mio avviso ce l’hanno quasi tutte. E quando i valori sono molto vicini sono il tabellone e le condizione di forma a fare la differenza.

– Samantha Crawford e Victoria Azarenka
A mio giudizio due giocatrici sono emerse su tutte nei tornei della prima settimana: Samantha Crawford e Victoria Azarenka; entrambe impegnate a Brisbane, dove si sono anche affrontate direttamente.
Non avevo mai visto giocare Crawford, e devo dire che mi ha colpito moltissimo. Ricordo innanzitutto che pur non avendo un ranking sufficiente (oggi è numero 107, ma era ancora 142 sette giorni fa) prenderà parte agli Australian Open, perché ha ottenuto una wild card tramite la federazione statunitense, nell’ambito della politica di scambio tra le quattro nazioni organizzatrici degli Slam, che si riservano reciprocamente posti per i propri giocatori.

Venti anni (è nata il 18 febbraio 1995, lo stesso giorno di Roberta Vinci, ma dodici anni dopo) a Brisbane era proveniente dalle qualificazioni; nel tabellone principale ha sconfitto giocatrici dal palleggio molto solido come Bencic e Petkovic, e si è fermata solo in semifinale contro Azarenka.
La velocità dei colpi da fondo è impressionante, tanto che in alcuni momenti ho avuto la sensazione di assistere a un salto di livello generazionale: rapidità di palla quasi mai vista prima. Credo che un dato possa essere significativo: nel match contro Andrea Petkovic, se non ricordo male, ad un certo punto la regia televisiva ha fornito il valore della velocità media del suo dritto: 131 km/h. Probabilmente il rovescio di Crawford non viaggia quanto il dritto, per cui la media complessiva sarebbe potuta scendere leggermente, ma i numeri sono comunque degni di nota. Per avere un termine di paragone: Madison Keys era stata misurata come la giocatrice con la maggior velocità media nei colpi da fondo con 120,6 km/h (75 miglia orarie), Seconda Sharapova a 112,6 km/h. terza Serena a 111 km/h.

Certo, la pesantezza di palla la determina anche la rotazione impressa, e sotto questo aspetto altre giocatrici (come Serena o come Stosur) sono su livelli superiori rispetto ai colpi piatti di Crawford; ma resta il fatto che una differenza vicina ai 20 chilometri orari rispetto ai grandi nomi citati rimane degna di nota.
Crawford è molto dotata anche al servizio, colpo che però tende a eseguire sempre allo stesso modo: non ha, per il momento, mostrato la capacità di “lavorare” la battuta con kick o slice insidiosi, fondamentali soprattutto sulla seconda palla. La ripetitività in battuta potrebbe rendere più semplice per le avversarie prenderle le misure, anche se certe velocità creano problemi in ogni caso, incluse le situazioni in cui si riesce a intuire la direzione della palla.

Crawford, alta 1,88 (come Maria Sharapova), non è agilissima in campo e in generale ha dato l’impressione di dover lavorare ancora sulla fase di contenimento. Ma in fondo ha solo 20 anni e molto tempo per migliorare davanti a sé. E quando si dispone di colpi-base tanto incisivi, anche se la varietà non è eccelsa si diventa comunque un’avversaria estremamente impegnativa. Purtroppo non l’ho vista contro Belinda Bencic (sconfitta 7-5, 7-5), ma devo dire che contro Petkovic (battuta 6-3, 6-0) ha messo sotto l’avversaria semplicemente con la velocità della sua palla: in molte occasioni Andrea non è letteralmente riuscita ad organizzare in tempo il movimento necessario per replicare alle traiettorie che le venivano incontro. La domanda che mi facevo mentre la vedevo è: ma questo livello di gioco è quello della classica settimana di grazia, che si vive una volta o due nella vita, oppure stiamo assistendo all’inizio di una possibile grande carriera?

Per avere la risposta alla domanda occorrerà attendere gli eventi futuri, ma intanto a Brisbane per eliminarla (6-0, 6-3, punteggio un po’ troppo severo, visti i molti game ai vantaggi) c’è voluta una Azarenka in grandissima forma, capace di utilizzare aggiustamenti tecnici specifici per arginarla: a volte riducendo l’ampiezza dell’apertura dello swing, per riuscire ad impattare la palla prima che fosse ormai passata (cosa che Petkovic non era riuscita a fare), oppure in altre occasioni non completando la chiusura del colpo per tenere in campo una palla che arrivava così veloce da richiedere di essere “frenata”, per evitare che finisse contro i teloni di fondo.
Vika è stata fenomenale, rapida negli spostamenti e fortissima di gambe nell’ammortizzare la potenza dei colpi avversari. Non solo contro Crawford, ma in tutta la settimana Azarenka ha mostrato una condizione che non aveva dal 2013. Non è quindi un caso che sia tornata ad aggiudicarsi un torneo dopo due anni e mezzo (Cincinnati 2013, finale vinta contro Serena).

In questo momento, fra le tenniste di prima fascia, è lei la maggiore certezza al via degli Australian Open. Giocasse come a Brisbane credo ci vorrebbe una giocatrice di vertice (come Serena o Sharapova) in grande forma per tenerle testa, altrimenti ci sarebbero molte possibilità di veder salire a tre le sue vittorie agli Australian Open.
Allo stato attuale, oltre naturalmente alla forza delle avversarie, per Azarenka ipotizzerei due possibili insidie: la prima è quella di una giornata caldissima, che potrebbe mandarla “in cottura” (in passato le è già successo due volte a Melbourne, nel 2009 e nel 2010). La seconda potrebbe essere l’incertezza al servizio: si sa che quando la situazione si fa stressante Vika può andare incontro a giornate-no in battuta, che le fanno scendere la percentuale di prime e perdere sicurezza sulla seconda palla. Le conseguenze sono l’aumento dei doppi falli e seconde troppo attaccabili, che la portano progressivamente a minare le basi del suo intero gioco. E di sicuro lo stress nervoso di Brisbane non è quello che comporta uno Slam, soprattutto quando si parte sapendo che c’è la concreta possibilità di vincere.
In conclusione credo che una valutazione dovrebbe risultare condivisibile: la sua testa di serie a Melbourne (probabilmente sarà numero 14) appare ampiamente sottostimata rispetto ai valori mostrati nella prima settimana di tornei.

Per rinfrescare la memoria, chiudo con una tabella di riepilogo sul rendimento delle prime 16 teste di serie alle ultime edizioni degli Australian Open:

Australian Open - ultimi 5 anni

Come già accaduto l’anno scorso, questa rubrica si ferma durante lo Slam. Ritornerà fra tre settimane, al termine degli Australian Open.
Buon torneo a tutti.

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WTA, protagoniste del 2021: Barty, Kenin e Muguruza

Primo articolo di riepilogo della stagione appena conclusa attraverso le vicende di alcune delle principali protagoniste. In positivo, ma anche in negativo

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Ashleigh Barty - Wimbledon 2021 (via Twitter, @wimbledon)

Ashleigh Barty, conferma al vertice
Nelle ultime stagioni WTA i nomi e le protagoniste si sono succeduti con grande varietà: titoli e successi sono stati appannaggio di un notevole numero di giocatrici, in un quadro di insieme in cui a regnare sovrani sono stati incertezza ed equilibrio. Ci troviamo in una situazione molto lontana da quella di altre fasi storiche nelle quali poche giocatrici svettavano quasi incontrastate.

Pensiamo per esempio all’epoca di Navratilova ed Evert. Martina e Chris davano vita a una rivalità che caratterizzava la gran parte dei tornei disputati ed egemonizzava il vertice del tennis mondiale con la solidità di una roccia. Oggi no, le cose vanno diversamente, e dalla solidità della roccia si è passati a un contesto liquido e sfuggente, così sfuggente che a volte più che liquido rischia di diventare gassoso.

Nelle ultime stagioni, però, una costante ha iniziato a delinearsi, ed è rappresentata da Ashleigh Barty. La 25enne australiana (è nata il 24 aprile 1996), si sta costruendo un curriculum di rilievo ed è per questo che, se si ragiona sulle protagoniste della stagione appena conclusa, il primo nome che viene in mente è il suo.

 

Barty è diventata numero 1 della classifica WTA per la prima volta nel giugno del 2019, succedendo a Naomi Osaka. E da quel momento solo lei e Naomi hanno occupato il vertice del ranking mondiale, anche se in parte a causa delle nuove regole introdotte con la pandemia (su questo tema torneremo più avanti).

Con il passare del tempo, però, in classifica Barty ha preso il sopravvento su Osaka: non tanto per i picchi di rendimento, quanto per la maggiore continuità e adattabilità alle diverse superfici. Allo stato attuale, Ashleigh “regna” sulla WTA dal settembre 2019, e nel 2021 nessuna giocatrice è mai arrivata davvero vicina a scalzarla dal primato.

Ecco perché, pur nello scenario liquido delle ultime stagioni WTA, Barty rappresenta l’unico vero punto di riferimento, il più credibile “ubi consistam” che il tennis femminile possa offrire. E se ripercorriamo rapidamente i risultati del 2021 ne abbiamo la conferma.

Ashleigh ha cominciato la stagione vincendo uno dei tre tornei di preparazione allo Slam australiano, lo Yarra Valley Classic, e si è presentata tra le favorite allo Slam di casa. Primi quattro turni di Melbourne superati senza lasciare set, ma poi eliminazione inaspettata contro Karolina Muchova, al termine di una partita sconcertante.

Una partita dominata nella prima parte, sino al 6-1 2-1 a suo favore, e poi giocata malamente nella seconda, cominciata dopo il Medical Time Out chiamato da Muchova. Risultato finale: successo di Muchova per 1-6, 6-3, 6-2. Il titolo della cronaca di Ubitennis recitava: “L’MTO più decisivo dell’Australian Open: una grande Muchova elimina la numero 1 Barty”

Senza voler togliere i meriti a una giocatrice di notevole talento come Muchova, la sensazione rimasta di quel match è che Barty abbia faticato a gestire la tensione dell’impegno di casa, lasciandosi sopraffare dallo stress improvvisamente cresciuto durante la pausa determinata dall’intervento medico. Una sconfitta quindi più nata da cause mentali che tecniche.

Una sconfitta dai contorni anomali, per la quale però è la stessa Ashleigh a non cercare scuse o indulgenza. Queste le sue parole di allora: “Anche io in passato ho chiamato dei medical time-out, quindi non dovrebbe essere un momento così decisivo in un match. Sono insoddisfatta perché sono stata io a farlo diventare decisivo. (…) È una sconfitta che mi spezza il cuore, ovviamente. Ma o si vince o si impara, e oggi credo ci sia moltissimo da imparare“.

Archiviata la delusione di Melbourne, Barty riprende il suo percorso con ottimi risultati, specie nei tornei di prima fascia: vittoria a Miami, quarti di finale sulla terra verde di Charleston (sconfitta dall’emergente Badosa), vittoria a Stoccarda e finale a Madrid (sconfitta 6-0 3-6 6-4 da Sabalenka).

A questo punto della stagione nessuna giocatrice può vantare una tale continuità di risultati. Poi però a Roma ci si mette un infortunio al braccio destro a fermarla (si ritira durante il match dei quarti di finale contro Gauff). E siccome il dolore persiste, finisce per compromettere anche il Roland Garros: Ashleigh si ritira durante il match di secondo turno contro Linette.

Il problema al braccio la obbliga a saltare i tornei sull’erba di preparazione a Wimbledon, ma per fortuna durante i Championships, il guaio rientra. Di nuovo a posto fisicamente, conquista il torneo superando in finale Karolina Pliskova. Dopo molto tempo in WTA la giocatrice prima nel ranking, prima nella race, testa di serie numero 1, tiene fede alle aspettative, e conquista il titolo di un Major da favorita.

La vittoria a Wimbledon (secondo Slam dopo il Roland Garros 2019), non rappresenta solo uno dei culmini della sua carriera, ma anche la definitiva legittimazione del suo primato nella attuale WTA. Ormai non ci sono più dubbi.

Il passaggio dall’erba al cemento comincia con una grande delusione: la sconfitta alle Olimpiadi di Tokyo per mano di Sorribes Tormo, per 6-4, 6-3. A mio avviso la peggiore prestazione in stagione di Barty, che durante la partita non riesce proprio a registrare i colpi, compiendo una quantità industriale di errori non forzati: situazione non usuale per le sue caratteristiche.

Poi però Barty torna a primeggiare a Cincinnati, dove si afferma in modo straordinariamente autorevole: cinque match disputati, dieci set vinti e zero persi. La vittoria in Ohio rafforza la sua posizione di prima favorita allo US Open.

Ma a New York accade qualcosa di simile a quanto vissuto a Melbourne: Barty perde un match contro Shelby Rogers nel quale sembrava avere in pugno la vittoria. Partita male, Ashleigh raddrizza la partita e si spinge sino al 2-6, 6-1, 5-2. Ma a questo punto diventa incapace di chiudere il match: una crisi di “braccino” le fa perdere la sicurezza e la misura dei colpi, sino alla sconfitta nel tiebreak decisivo.

E così nei due Slam sul cemento, Barty ha lasciato strada ad avversarie che a un certo punto del match si vedevano già pronte a rientrare negli spogliatoi da sconfitte. E se a Melbourne probabilmente aveva influito il peso della responsabilità di giocare nel torneo di casa, a New York la sensazione è che sia arrivata logora fisicamente e ancor di più mentalmente, al termine un lungo tour de force affrontato senza mai potersi fermare per tornare a casa.

A causa delle regole della pandemia, infatti, per Ashleigh è risultato impossibile tornare in patria, visto che dovrebbe sottoporsi a un periodo di quarantena al rientro in Australia. E i lunghi mesi della tournée senza mai staccare, alla fine hanno presentato il conto.

Tenendo presente tutto questo, non sorprende che Barty abbia deciso di chiudere la stagione in anticipo, rinunciando a competere sia a Indian Wells che alle Finals di Guadalajara, dove si sarebbe presentata da numero 1. Due rinunce che non hanno comunque scalfito il suo primato nel ranking WTA, che oggi comanda con oltre mille punti di vantaggio sulla numero 2 Sabalenka.

Barty ha terminato il 2021 con un bilancio di 42 vittorie e 8 sconfitte (84,0% di partite vinte), ma di queste 8 sconfitte 2 sono arrivate per ritiro in seguito a infortunio (a Roma e Parigi). E nei confronti diretti con le giocatrici Top 20 ha chiuso con un bilancio di 14 vittorie e 1 sola partita persa (in tre set contro Sabalenka nella finale di Madrid). Cinque i tornei vinti su tre superfici diverse (tre su cemento, uno su terra rossa, uno su erba). Tutti dati che dimostrano che allo stato attuale nessuna giocatrice appare più credibile di lei quale numero 1 della classifica WTA.

a pagina 2: Sofia Kenin

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Garbiñe Muguruza e le prime WTA Finals messicane

La giocatrice più titolata fra le otto partecipanti ha vinto la prima edizione delle Finals disputata in America latina. A conti fatti, che torneo è stato?

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Garbiñe Muguruza, WTA Finals 2021 (via Twitter @WTA Insider)

Con la disputa delle WTA Finals di Guadalajara si è concluso il calendario WTA ufficiale: le giocatrici più forti hanno terminato in Messico i loro impegni, e comincia dunque il periodo di offseason (prima le vacanze, poi la preparazione), in vista della apertura del 2022 orientata all’Australian Open. Si annunciava un torneo di difficile decifrazione, senza una chiara favorita, e così è stato: i valori si sono delineati progressivamente, match dopo match. E alla fine, in un evento con al via sei esordienti su otto, ha prevalso la giocatrice più titolata di tutte.

Garbiñe Muguruza, infatti, era l’unica tennista “pluri-Slam” presente, con due Major vinti in carriera (Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017), oltre ad altre due finali Slam disputate (Wimbledon 2015, Australian Open 2020). Grazie al successo di Guadalajara ha ulteriormente impreziosito il palmarès, che non è ricchissimo in termini quantitativi (10 titoli complessivi) ma con un peso specifico da non trascurare. Insomma, forse Muguruza non vince molto spesso, ma è capace di farlo quando le occasioni sono importanti.

Garbiñe Muguruza
Con il successo a Guadalajara, Muguruza conferma di essere una giocatrice capace di accendersi all’improvviso, e di offrire il rendimento migliore senza preavviso. Avete presente le atlete che crescono poco a poco, torneo dopo torneo, sino a raggiungere il picco di condizione? Ecco, tutto il contrario di Garbiñe. Dopo il successo a Chicago in settembre, Muguruza aveva deluso sia a Indian Wells che a Mosca, e si era presentata in Messico con un ultimo risultato preoccupante: sconfitta in Russia da Anett Kontaveit addirittura per 6-1, 6-1.

 

Ma non è una novità. Ricordo che in occasione del successo a Wimbledon 2017, Garbiñe era reduce da un primo turno disastroso a Eastbourne, dove contro Strycova aveva raccolto un solo game: 6-1, 6-0. Poi però qualcosa era scattato nel suo rendimento, e dopo il “clic” aveva vinto i Championships lasciando per strada un solo set.

A Guadalajara Muguruza ha ritrovato Kontaveit, autrice della “stesa” subita a Mosca, ma in Messico ha raccolto ben più di due game: l’ha affrontata per due volte e per due volte ha prevalso. E se nel primo caso Anett non aveva le stesse motivazioni (scendeva in campo con la certezza di essere già semifinalista), in finale non c’erano più fattori esterni a mettere in dubbio il valore del match.

Eppure anche alle Finals Muguruza aveva aperto con una sconfitta, battuta di misura da Karolina Pliskova per 4-6, 6-2, 7-6. Poi nel secondo impegno contro Krejcikova si era trovata vicina alla eliminazione: perso il primo set per 2-6, occorreva un cambio di passo per tenere vive le speranze di qualificazione. Ebbene, Garbiñe ha rovesciato le sorti del match vincendo i due set successivi (2-6, 6-3, 6-4) e da quel momento ha compiuto percorso netto, vincendo tutti i parziali sino ad alzare la coppa. Otto set consecutivi.

Il set conquistato in occasione della sconfitta contro Pliskova le ha permesso di superare il girone: con tre giocatrici sulla stessa linea (Kontaveit, Muguruza e Pliskova tutte con due vittorie e una sconfitta) è stato il quoziente set a condannare Karolina.

Come ha giocato in Messico Muguruza? Sinceramente non mi è sembrato di avere visto particolari novità nel suo tennis. In fondo sono diverse stagioni che collabora con Conchita Martinez, e ormai abbiamo capito che il termometro del gioco di Garbiñe è il dritto. Perché il rovescio è sempre un colpo di qualità superiore, ma invece il dritto è molto meno stabile.

Per questo quando riesce a evitare gli errori gratuiti dalla parte destra e a spingere con una certa costanza sulla diagonale, diventa automaticamente una avversaria tosta. E se poi la fiducia sale ancora, e anche con il dritto comincia a cambiare con una certa disinvoltura le geometrie dello scambio, cercando il lungolinea, allora siamo di fronte alla migliore versione di Muguruza; e a quel punto sono dolori per tutte.

Quando Garbiñe è nelle giornate in cui manovra senza timori con il dritto, tutto il suo tennis decolla: il servizio non raccoglie più solo vincenti al centro (la T rimane la sua direzione più stabile) ma anche a uscire. E se a questo si aggiunge la qualità superba del rovescio e la aggressività in risposta, ci troviamo di fronte a una giocatrice capace di soffocare l’avversaria attraverso l’avanzamento del baricentro di gioco.

Garbiñe infatti, è in grado di colpire con i piedi attaccati alla linea di fondo (ma a volte addirittura dentro il campo) sottraendo istanti decisivi alla avversaria, che di conseguenza fatica a sviluppare i propri schemi: ecco perché in questa condizione le sue avversarie diventano più fallose del solito. Si tratta di frazioni di secondo, ma che possono incidere in modo determinante sul rendimento complessivo.

In sintesi, direi che è ciò che è accaduto sia in semifinale contro Badosa (6-3, 6-3) che in finale contro Kontaveit (6-2, 7-5): l’alto ritmo sviluppato da Muguruza ha finito per mandare Paula e Anett in difficoltà nella “velocità di crociera” dello scambio, e questo ha fatto aumentare il numero dei loro errori non forzati. Insomma, per battere la migliore Muguruza occorre davvero esprimersi ai massimi, senza flessioni o pause di rendimento. Altrimenti si finisce per essere sopraffatte.

Magari sbaglio, ma in semifinale Badosa mi è parsa anche un po’ intimorita sul piano della personalità. Timore anche comprensibile: aveva pur sempre di fronte una connazionale che aveva fatto da guida al movimento tennistico spagnolo negli ultimi anni. Sul piano tattico, Paula mi ha dato l’impressione di non riuscire a trovare soluzioni di gioco alternative; in pratica proponeva un tipo di tennis simile a quello di Muguruza, ma di un livello leggermente inferiore. A partire dalla posizione di gioco, un po’ meno aggressiva, che finiva per costringerla a subire più spesso le iniziative di Garbiñe. Detto questo, la prestazione di Badosa alle Finals è stata comunque rimarchevole, con il passaggio del girone raggiunto prima del tempo, grazie ai due successi ottenuti contro avversarie molto toste come Sakkari e Sabalenka.

Anche nella finale tra Muguruza e Kontaveit la mia sensazione è che gli aspetti mentali abbiano inciso, seppure per ragioni differenti: Garbiñe è apparsa più fresca e meno logora rispetto a una avversaria reduce da un tour de force eccezionale, necessario per conquistare i punti indispensabili per essere presente alle Finals.

Muguruza è scesa in campo con la convinzione e la forza di chi non ha intenzione di mollare nemmeno un quindici, anche in situazioni di punteggio molto complicate. E così nel secondo set, quando si è trovata sotto 3-5, non ha pensato che in fondo poteva sempre vincere al terzo. No, non ha lasciato nulla di intentato: ha alzato la qualità della risposta finendo per conquistare quattro game consecutivi che le hanno permesso di chiudere la partita in due set. E diventare la prima campionessa spagnola nella storia del Masters femminile.

a pagina 2: Anett Kontaveit

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Al femminile

WTA Finals: a Guadalajara con l’incognita dell’altura

Dopo la cancellazione del torneo 2020 e la rinuncia della Cina, in Messico si torna a disputare il Masters, con al via sei debuttanti su otto contendenti

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Le otto partecipanti alle WTA Finals 2021 (via Twitter @WTA Finals)

Questo mercoledì sera cominciano in Messico, a Guadalajara, le WTA Finals 2021. Le Finals sono il torneo più importante di fine stagione, l’evento che, Slam a parte, regala alla giocatrice che lo vince più punti e prestigio. E si tratta di un torneo controllato direttamente da WTA: per questo rappresenta anche una importante fonte di guadagno per l’organizzazione e le giocatrici.

La decisione di ospitare il torneo in Messico rappresenta un ripiego rispetto ai programmi definiti in passato. Infatti a partire dal 2019 WTA aveva deciso di fissare la sede delle Finals in Cina, a Shenzhen, città con la quale era stato firmato un contratto pluriennale. Il contratto prevedeva non solo di approntare un torneo ricchissimo (con il montepremi più alto della storia del tennis, maschile incluso), ma anche di ospitare la manifestazione in un nuovo stadio costruito ad hoc, che si sarebbe dovuto inaugurare nel 2020.

 

Poi però la pandemia ha stravolto ogni progetto. Nel 2020 il torneo non si è disputato: cancellato per cause di forza maggiore (la stagione monca, la difficoltà di far viaggiare le protagoniste, l’impossibilità di trovare una soluzione alternativa a quella cinese); mentre per il 2021 ci si è dovuti accontentare di una sede temporanea con strutture e montepremi molto meno faraonici e ambiziosi rispetto a quelli asiatici.

Al momento non abbiamo la certezza che nel 2022 il Masters (come veniva storicamente denominato) si torni a disputare in Cina, visto che ai tempi del Covid si naviga a vista, con i grandi eventi internazionali di sport costantemente a rischio cancellazione o ridimensionamento.

Sta di fatto che oggi la situazione è questa: in Messico si giocherà all’aperto e con una capienza delle tribune ridotta al 50% per le norme anti Covid. E dato che l’impianto è provvisorio e senza copertura, potrebbe anche capitare qualche ritardo nel programma a causa dalle condizioni meteo. Per tornare a un Masters disputato all’aperto, si deve risalire al 2010, anno della ultima edizione tenuta a Doha (vinta da Clijsters in finale su Wozniacki).

Questo per quanto riguarda gli aspetti logistici. Sul piano tecnico l’elemento più importante da sottolineare riguarda la condizione di gioco della sede scelta. Guadalajara si trova a 1566 metri sul livello del mare, e la fisica applicata al tennis ha dimostrato che l’altitudine influisce in modo drastico sulla velocità della palla; influisce molto più di altri fattori come, per esempio, la temperatura o l’umidità (rimando a questo articolo per un approfondimento dettagliato: “Tennis e fisica: la traiettoria e gli effetti del caldo. Per un dritto più veloce, andate a Bogotá”).

L’altura incide così tanto che nei tornei disputati in altitudine si utilizzano palle differenti, in modo da compensare le condizioni eccezionali rispetto al tennis “normale”, delle quote vicine al livello del mare. A questo proposito merita di essere segnalata la dichiarazione di metà settembre di Craig Tyzzer, coach di Ashleigh Barty: “Abbiamo appena scoperto che verranno usate palle senza pressione. Le palle senza pressione volano letteralmente. È una palla che, se la usi in condizioni normali, non rimbalza. Non è la più grande pubblicità per le migliori ragazze del mondo giocare con qualcosa che non hanno mai usato prima”.

Forse l’asprezza delle parole di Tyzzer è in parte determinata dal fatto che Barty aveva già in mente di rinunciare alle Finals, dopo essere stata molti mesi lontano da casa, senza la possibilità di tornare in patria a causa delle regole australiane sulla quarantena. Ma resta il fatto che la combinazione tra altura, palline e superficie del campo sarà tutta da scoprire e presenta delle incognite. E siccome non sarebbe la prima volta che alle Finals emergono problemi con le condizioni di gioco (vedi QUI), si spera che a Guadalajara la qualità del tennis non risulti penalizzata da fattori esterni mal gestiti.

Detto del contesto, qualche osservazione di insieme dedicata alle protagoniste. La prima: assisteremo a un Masters tutto europeo. Le giocatrici provengono da queste nazioni: due dalla Repubblica Ceca, due dalla Spagna, e una ciascuna da Bielorussa, Grecia, Polonia ed Estonia. Credo però che sarebbe sbagliato considerare questo campo di partecipazione come lo specchio della attuale WTA, che invece è molto più internazionalizzata e “intercontinentale” di quanto risulterà a Guadalajara. Intanto perché al numero 1 della classifica c’è una tennista australiana (Barty, appunto) e poi perché subito dopo le otto partecipanti alle Finals troviamo una tennista africana (Jabeur, numero 10 nella Race) e una asiatica (Osaka, numero 11). Mentre la prima americana, è Pegula (che ha chiuso 14ma nella Race).

Seconda osservazione. Dopo il forfait di Ashleigh Barty, vincitrice dell’ultima edizione disputata (Shenzhen 2019), sappiamo già che l’albo d’oro si arricchirà di un nome nuovo. Nessuna delle otto partecipanti infatti, ha mai vinto il Masters, e solo due non sono alla prima partecipazione: Pliskova e Muguruza. E questo malgrado l’età media non sia poi così bassa, visto che non avremo teenager al via. Questa è la data di nascita delle otto partecipanti, in ordine decrescente:

Pliskova, marzo 1992
Muguruza, ottobre 1993
Sakkari, luglio 1995
Krejcikova, dicembre 1995
Kontaveit, dicembre 1995
Badosa, novembre 1997
Sabalenka, maggio 1998
Swiatek, maggio 2001

Nel torneo mancheranno tre delle quattro campionesse Slam in carica. Infatti, dopo il forfait di Barty (titolata a Wimbledon) l’unica vincitrice di Major 2021 presente sarà la “regina di Francia” Krejcikova. Non avremo la campionessa dell’Australia (Naomi Osaka) e nemmeno quella degli Stati Uniti (Emma Raducanu). Naomi paga la stagione difficile, con il forfait a Parigi e la rinuncia a Wimbledon, mentre Emma ha vinto a New York quasi sbucando dal nulla, e di conseguenza non è riuscita ad aggiungere altri punti sufficienti a quelli conquistati a Flushing Meadows per entrare fra le prime otto.

Ma non vorrei sembrare troppo critico o pessimista; come si dice in questi casi, ”non fasciamoci la testa prima di averla rotta” perché, se saranno in buone condizioni, le otto giocatrici presenti sono comunque in grado di offrire dei bei match.

Come è noto, la formula del Masters prevede una prima fase a gironi all’italiana (round robin) e una seconda fase a eliminazione diretta, con semifinali e finale. I due gironi sono definiti attraverso una procedura che prevede quattro sorteggi: il primo sorteggio è fra la numero 1 e a 2, il secondo fra la 3 e la 4, poi fra la 5 e la 6 e infine tra la 7 e la 8. In caso di arrivo a pari vittorie nel girone, trovate QUI i criteri utilizzati per definire le classifiche.

Il sorteggio tenuto lunedì ha deciso che nella prima fase ci sarà il derby ceco, fra Krejcikova e Pliskova, ma non quello spagnolo, visto che Muguruza e Badosa non sono nello stesso girone. Ecco la composizione dei gruppi:

Gruppo Chichén Itzá
1. Aryna Sabalenka
4. Maria Sakkari
5. Iga Swiatek
7. Paula Badosa

Gruppo Teotihuacán
2. Barbora Krejcikova
3. Karolina Pliskova
6. Garbiñe Muguruza
8. Anett Kontaveit

Ultima nota: questioni di varia natura hanno condizionato la definizione delle due riserve, pronte a subentrare in caso di infortuni (ricordo che nel 2019 erano entrambe scese in campo). La prima avente diritto, Ons Jabeur ha rinunciato; probabilmente a causa del guaio al gomito patito a Mosca, che già l’aveva costretta al forfait a Courmayeur. La seconda in ordine di classifica sarebbe Naomi Osaka, che però ha già annunciato di avere chiuso la stagione agonistica. E così, con Pavlyuchenkova uscita acciaccata dalla Billie Jean King Cup, si è andati a scalare nella Race; le prime giocatrici che si sono rese disponibili sono Jessica Pegula ed Elise Mertens, rispettivamente numero 14 e 15 della classifica.

a pagina 2: Le giocatrici del Gruppo Chichén Itzá

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