Settimana degli italiani: ci salva ancora Paolino

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Settimana degli italiani: ci salva ancora Paolino

Barcellona, Budapest, Stoccarda, Istanbul. Il migliore è ancora Paolino Lorenzi. E Vinci ha battezzato il rientro di Sharapova

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Più ombre che luci per il tennis italiano in questa settimana densa di appuntamenti, in campo maschile e femminile: il più importante a Stoccarda, non tanto per il torneo Premier che tradizionalmente si gioca indoor sulla terra rossa della Porsche Arena, ma perchè vi era il tanto discusso – a causa della wild card concessale dagli organizzatori – rientro nel circuito di Maria Sharapova dopo la squalifica per doping scattata nel febbraio dello scorso anno.

Curiosamente, il tennis italiano ne è stato protagonista di riflesso, visto che la russa ha giocato il suo tanto atteso primo turno contro la nostra Roberta Vinci. Sappiamo tutti come sia andata per la tarantina, che, soprattutto nel primo set, ha fatto partita pari con la tennista più celebre al grande pubblico, che poi sarebbe arrivata sino alle semifinali, mostrando di essere già in forma agonistica nonostante il lungo stop. La migliore notizia per Roberta proviene non tanto dalla sufficiente prova offerta contro Maria, ma, piuttosto, dalle sue dichiarazioni arrivate dalla Germania concernenti la diminuzione del quasi cronico dolore al tallone che nell’ultimo paio di anni la sta affliggendo: ha bisogno di stare al meglio per invertire la pessima inerzia di risultati nella quale si trova e che, dopo un buon inizio di stagione (due quarti nei Premier di Brisbane e San Pietroburgo), la vede sconfitta in sei degli ultimi suoi sette incontri (ha vinto solo con la Brengle a Indian Wells).

Per il resto, tra le donne, se Errani sembra in timida ripresa, ma non abbastanza da fare di più che dar filo da torcere alla Mertens, 65 WTA, è stata davvero pessima la figura rimediata da Giorgi nelle quali di Stoccarda, dove ha perso da una giocatrice, la Pfinzenmaier, che da giugno 2015 aveva giocato solo una partita e che, dopo averla battuta, ha perso 6-2 6-1 dalla Rodina, 75 WTA.

 

Tra gli uomini, prova analoga a quella della Giorgi è purtroppo stata offerta da parte di Fognini: non può perdere partite contro avversari modesti per classifica e tra l’altro non terraioli puri come il russo Kuznetsov. il fatto che Fabio, nonostante un pessimo inizio di partita, avesse avuto la forza di riprendersi e portarsi avanti di un break nel terzo, prima di cedere al tie break, è un ulteriore aggravante per un tennista talentuoso come lui che, se vuole tornare nella top 20, magari aiutandosi con una testa di serie ai prossimi Slam europei, non può sprecare occasioni simili, lasciandosi andare a prove cosi sregolate. Se da Seppi, che a Barcellona ha fatto il minimo indispensabile battendo un ancora più che acerbo Ymer, prima di capitolare forse troppo nettamente contro Carreno Busta, Paolo Lorenzi in Ungheria è stato ancora una volta il più brillante della nostra truppa, facendo come sempre il suo dovere e sconfiggendo avversari peggio classificati nel ranking (Kukushkin, Stakhovsky, Kuznetsov) impresa mai scontata nè facile, prima di capitolare, nella sua seconda semifinale stagionale, davanti ad un Pouille al momento rispetto a lui ancora di un’altra spanna, come mostra la seconda netta sconfitta in poco più di sette giorni.

L’analisi: il cammino di Lorenzi

Passando ad approfondire nel dettaglio quanto fatto dai tennisti italiani in questa sette giorni appena trascorsa, i nostri due migliori giocatori nel ranking ATP, Fabio Fognini e Paolo Lorenzi, hanno deciso entrambi di partecipare alla prima edizione del Gazprom Hungarian Open che, sostituendo in calendario la tradizionale tappa di Bucarest, si disputava a Budapest, in quella che era la prima, storica, volta che l’Ungheria ospitava un evento del circuito ATP. Il toscano, unico giocatore italiano quest’anno a raggiungere una finale (persa a Quito), ha iniziato il suo cammino in un incontro inedito contro Mikhail Kukushkin, 76 ATP: dopo aver vinto primo set in 44 minuti con un unico break nel decimo gioco, nel secondo Paolo si è involato sul 4-0, prima di subire la rimonta del kazako, il quale, dopo aver annullato un match-point nel decimo game, si è arreso poco dopo, concedendo all’azzurro, dopo 1 ora e 44 minuti, con il punteggio di 6-4 7-5 il passaggio al secondo turno.

Qui il nostro giocatore ha incontrato un lucky loser, Sergiy Stakhovsky, contro il quale aveva perso l’unico precdente sull’indoor di Bercy nel 2014: Paolo, grazie ad un tennis percentuale ed alle deficienze in risposta del 31enne tennista d’attacco ucraino, è riuscito a tenere con facilità i turni di servizio (62% di punti vinti con la seconda di servizio), concedendo un solo break, ad inizio del secondo set, costatogli il parziale. Al terzo, Paolo, una volta brekkato Stakhovsky ad inizio del set è stato bravo ad annullare due palle break nel quinto game, prima di chiudere 6-4 3-6 6-3 in 2 0re e 13 minuti .

Nei quarti, dove poteva esserci la settima edizione di un interessante derby tricolore tra lui e Fognini, vi è stata invece la sfida col giustiziere a sorpresa del ligure, il russo Kuznetsov, vincitore su Paolo (che si era ritirato nel secondo set) nel lontano precedente del 2012 nel Challenger di Todi. Nel corso di un incontro molto strano, durante il quale il servizio ha avuto scarsa incidenza nel determinare l’andamento del punteggio, (42% di punti vinti con la seconda per Paolo, addirittura solo il 18 per il russo) Lorenzi ha portato a casa in 50 minuti il primo set nonostante avesse perso il servizio per ben due volte. Nel secondo, il toscano, involatosi sul 4-0, ha chiuso al quarto match point l’incontro, dopo 1 ora e 33 minuti con un duplice 6-4.

In semifinale, il toscano si è arreso a colui che gli aveva già mostrato semaforo rosso al secondo turno di Montecarlo la settimana scorsa e nei quarti di Bucarest esattamente un anno fa, il 23enne francese Lucas Poille. Come accaduto nel torneo del Principato, una partenza lenta è costata al nostro giocatore il primo set:sotto 4-0 al pronti-via, ha ceduto in appena 26 minuti il primo set. Nel secondo, pur confermandosi il canovaccio che voleva il transalpino conservare facilmente i propri turni di battuta (0 palle break concesse, 83% di punti vinti con la prima, 73% con la seconda), Lorenzi è riuscito a fare gara pari sino al 5 pari (nel decimo gioco ha salvato due palle break), prima di dare il via libera al francese, vincitore in 1 ora e 14 minuti col punteggio di 6-2 7-5.

L’analisi: il cammino di Fognini

Passando a Fognini, è davvero una brutta sconfitta quella patita da Fabio nella capitale ungherese, dove, dopo aver beneficiato di una wild-card, era stato accreditato della terza testa di serie del tabellone, che gli aveva fruttato un bye al primo turno: Andrey Kuznetsov, 87 ATP, per svariati motivi, era un avversario piuttosto morbido, sia per il pessimo inizio di stagione del russo, per ben sette volte eliminato al primo turno, sia perché la terra rossa non era la superficie preferita del suo avversario, mai giunto in una finale di un evento ATP, ma nella top 40 lo scorso autunno. Fabio invece, che quest’anno – eccezion fatta per la disfatta a Buenos Aires con un giocatore dalla classifica però falsata dal suo lungo infortunio, Tommy Robredo – non aveva mai perso con un giocatore non compreso nella top 50 (il peggiore era Paire, 47, a Melbourne) si è prodotto in una prestazione davvero mediocre, nonostante la quale avrebbe potuto portare comunque a casa l’incontro. Infatti il taggiasco, dopo una partenza lenta che l’ha visto andare sotto 1-5 e dopo aver ceduto il primo set in 34 minuti, si era trovato ad un passo dal baratro sull’1-3 del secondo: a quel punto, però, è sembrato ritrovare il bandolo della matassa, rimontando e portando la partita al terzo set, dove è pure salito avanti 3-1. A quel punto, purtroppo, si è spenta nuovamente la luce al ligure che si è fatto rimontare e trascinare al tie-break, che per lui è stata la fine della sua avventura ungherese: Kuznetsov ha infatti guadagnato l’accesso ai quarti dopo due ore e cinque minuti di partita, col punteggio di 6-3 3-6 7-6 (4).

A pagina successiva: Seppi, Vinci, Giorgi, Errani

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ATP Anversa: a Musetti il derby contro Mager, ne arriva un altro con Sinner

Lorenzo vince grazie a un doppio tie-break dando segnali di ripresa e sfiderà negli ottavi Jannik, grande favorito del torneo

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Nel match che lo vede prevalere su Gianluca Mager per 7-6(2) 7-6(3) in due ore e nove minuti, è un Lorenzo Musetti completamente diverso da quello rassegnato visto più di una volta in questa seconda parte di stagione caratterizzata anche da vicissitudini extra-tennistiche che hanno contribuito al periodo negativo. Una vittoria non fa primavera, non tanto perché siamo a ottobre, quanto perché rimane solo la terza negli ultimi tredici incontri, ma di sicuro ha fatto piacere ritrovarlo motivato davanti a un avversario che ha giocato un buonissimo tennis, pur mancando nei momenti decisivi (5-3 nel primo, set point nel secondo), quando invece Lorenzo ha mantenuto il suo livello. Hanno probabilmente contribuito alla giornata di fiducia le vittorie nelle due sfide precedenti, quest’anno a Parma e due anni fa a Ortisei. E nemmeno ha nociuto che Gianluca, a dispetto dei colpi filanti, preferisca anch’egli avere la terra battuta sotto i piedi – ma questo valeva anche per le brutte sconfitte con Ramos-Viñolas, Kuzmanov e Djere. La vittoria di Musetti significa però sconfitta per l’altro azzurro, che veniva dai quarti a Sofia e dalla bella vittoria su Fucsovic all’esordio in California (poi sempre eliminato poi da Monfils), che ha espresso, lo ripetiamo, un tennis di qualità e a cui forse manca un po’ di consapevolezza delle proprie potenzialità sulle superfici meno amiche.

IL MATCH – Musetti parte tenendo il servizio e appare molto centrato con entrambi i colpi a rimbalzo; anche Mager tiene, sfoderando subito un paio di ace. I due non stanno esattamente vicini alla linea di fondo, con il sanremese spesso sulla scritta Antwerp nei game di risposta. Poche prime in campo, il rovescio del teenager fa i capricci e Gianluca passa in vantaggio al terzo gioco, salvo poi farsi riprendere sul 3 pari. Al netto di qualche errore evitabile, il duello offre scambi godibili, impreziositi da variazioni e chiusure vincenti. È propositivo, Mager, anche per la poca profondità della palla di Lorenzo, strappa di nuovo al settimo game, ma fallisce l’appuntamento per chiudere sul 5-4 anche per merito del rovescio monomane che sale in cattedra in un momento di appannamento del dritto, movimento del quale Lorenzo si era appena ritrovato a mimare, come spesso gli vediamo fare per quel colpo particolarmente sensibile alle fluttuazioni di fiducia. Il tie-break è un assolo di Musetti che mette in mostra buona parte del repertorio e va a sedersi con un set di vantaggio.

La prima di servizio di entrambi si fa più efficace nel secondo parziale, anche se Mager ne mette di meno e ricava poco dalla seconda rischiando nei primi due turni, e i due avanzano appaiati. Sul 4-5, Musetti annulla con un rovescione in uscita dal servizio un set point che Mager si era conquistato con una bella smorzata e una risposta fulminante. Gianluca rimane perplesso sul successivo “not up” chiamato dalla sedia e anche per il silenzio di hawk-eye live sulla palla molto profonda dell’altro; forse ci pensa troppo, ma riesce a risalire dallo 0-30. È ancora tie-break che, complici gli errori sanremesi (esiziale quello sullo smash), scivola di nuovo dalla parte di Lorenzo. Musetti chiude con un serve&(half)volley da delizia per gli occhi e approda al secondo turno dove lo attende la sfida inedita (almeno a livello ufficiale) con Jannik Sinner.

 

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Al femminile

Paula Badosa, crisi e successo

La vincitrice del torneo di Indian Wells 2021 prima di affermarsi ad alti livelli ha vissuto lunghe stagioni piene di difficoltà

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Paula Badosa - WTA Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Per come era stato organizzato il calendario WTA di quest’anno, era chiaro che il torneo di Indian Wells avrebbe rappresentato un passaggio cruciale della stagione. E infatti i molti punti assegnati alla vincitrice, ma anche alle altre tenniste capaci di arrivare in fondo, hanno cominciato a delineare in modo più chiaro la Race, cioè la classifica che determinerà le otto protagoniste che avranno il diritto di disputare le Finals 2021.

Non tutto, naturalmente, è definitivo, ma al momento la vittoria di Paula Badosa a Indian Wells ha permesso alla Spagna di avere due giocatrici fra le otto possibili “elette”. Garbiñe Muguruza infatti è settima nella Race con 3150 punti, Badosa la segue a 3112. Nona è Ons Jabeur con 3020 punti, mentre la decima, Naomi Osaka, è già più staccata, con 2771 punti. E dato che è molto incerta la partecipazione della numero 1 Barty alle Finals previste a Guadalajara, non è improbabile che sia Muguruza che Badosa possano scendere in campo in Messico.

Forse non è molto noto, eppure, oltre alla nazionalità, Muguruza e Badosa hanno altri punti in comune, specie per quanto riguarda la loro formazione e i primi passi compiuti in WTA.




 

Torniamo indietro di qualche anno, al marzo del 2012. Sta per cominciare il torneo di Miami, e la IMG, società che fra le proprie attività ha la gestione del Miami Open, decide di assegnare una wild card a una giovane spagnola semisconosciuta: Garbiñe Muguruza, classificata fuori dalle prime duecento del mondo. La scelta è determinata dal fatto che la giocatrice in questione ha un contratto con la stessa IMG, che la ritiene una grande promessa.

Sorprende la decisione di assegnarle la possibilità di entrare addirittura nel tabellone principale, dato che Garbiñe non ha praticamente esperienza di match a livello WTA. Eppure la giovanissima Muguruza si dimostra all’altezza: sconfigge nell’ordine Morita, Pennetta e Zvonareva, prima di fermarsi al quarto turno contro Radwanska (che poi avrebbe vinto il torneo).

Ci si chiede chi sia questa diciottenne e si scopre che è una spagnola sui generis, perché è nata in America (a Caracas) e ancora non ha deciso in via definitiva se gareggiare per la Spagna o per la nazione di origine, il Venezuela. Alla fine Muguruza sceglie di rimanere spagnola, e il resto della sua carriera è ormai entrato nei libri di storia del tennis.

Spostiamoci in avanti di tre anni esatti, al marzo 2015. Di nuovo Miami Open, e di nuovo IMG decide di assegnare una wild card a una spagnola semisconosciuta: Paula Badosa, anche lei promessa sotto contratto con la agenzia. E la 17enna Badosa non sfigura: pur senza esperienza a livello WTA, da numero 419 del ranking, raggiunge il terzo turno. Sconfigge Petra Cetkovska e Zheng Saisai prima di fermarsi contro Karolina Pliskova.

Così come Muguruza, anche Badosa è nata in America (a New York, figlia di due genitori impiegati nella moda, prima come modelli e poi come fotografi) e per questo è ugualmente contesa tra due federazioni. Dopo la prestazione in Florida, infatti, si fa avanti la USTA per farla gareggiare sotto la bandiera a stelle e strisce. Ma anche Paula decide di rimanere spagnola, anche perché da parecchi anni si allena tra Valencia e Barcellona, e gli USA rimangono un ricordo legato solo alla prima infanzia.

Ecco, fino a qualche mese fa, il parallelismo tra Muguruza e Badosa si fermava ai loro esordi professionistici, perché poi lo sviluppo delle loro carriere sembrava dovesse percorrere strade molto differenti; da una parte il successo di Garbiñe, dall’altra la delusione di Paula, che dopo l’avvio sorprendente sembrava essersi persa tra infortuni e insicurezze.

Incapace di tenere fede alle grandi speranze suscitate da teenager: Badosa non sarebbe stata certo la prima giovanissima di talento schiacciata dalle aspettative. Normalmente ci si ricorda di chi ha sfondato, ed è quasi fisiologico dimenticarsi di chi non è riuscita ad arrivare in cima alla piramide del successo. Ma non si tratta di casi sporadici.

Ricordate per esempio Bojana Jovanovski? Cito lei perché anche Bojana aveva firmato un contratto con IMG, ed era considerata una della maggiori promesse in WTA. Nata il 31 dicembre 1991 (un giorno dopo Camila Giorgi), capace di entrare fra le prime cento a 18 anni, aveva vinto fra il 2012 e il 2013 i tornei di Baku e Tashkent. Ma poi dal 2014 (anno del suo best ranking: numero 32), ha cominciato un declino precoce che l’ha portata a disputare il suo ultimo match nel 2018. Ritirata a nemmeno 27 anni.

Insomma, essere una promessa, ed essere individuata da IMG come una potenziale stella, non è per forza garanzia di successo ad alti livelli. E sino a qualche tempo fa anche Badosa sembrava confermarlo: prima di arrivare a vincere un torneo importante come Indian Wells, Paula ha attraversato lunghe stagioni piene di problemi e difficoltà.

a pagina 2: Il lungo periodo di crisi

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Focus

Il 1984 di Martina Navratilova a Wimbledon fra leggenda e polemiche

In onore del sessantacinquesimo compleanno di Navratilova, riproponiamo in italiano un estratto di “Glory Days” di Jon Wertheim apparso sul Guardian

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Martina Navratilova con il trofeo di Wimbledon (Credits: @usta on Twitter)

Qui l’articolo originale [NOTA: il titolo per esteso del libro è “Glory Days: The Summer of 1984 and the 90 Days That Changed Sports and Culture Forever”, disponibile in lingua originale e pubblicato a giugno da Mariner Books]

Nell’estate del 1984, John McEnroe esibì un livello di tennis così eccelso – sia dal punto di vista atletico sia dal punto di vista estetico – da far passare in secondo piano tutte le sue sfuriate o, almeno, da indurre anche i più esperti a non darvi troppo peso. A quel tempo, McEnroe era riuscito in un certo senso a sbarazzarsi di uno dei suoi rivali, Bjorn Borg. Un altro, Jimmy Connors, aveva superato i trent’anni ormai da un po’ e quindi, dal punto di vista atletico, era paragonabile ad un vecchietto. Un terzo rivale, Ivan Lendl, aveva appena raggiunto il tanto sospirato traguardo della vittoria all’Open di Francia, arrivando a battere McEnroe in finale, dopo essere stato ad un passo dalla sconfitta – un risultato che Mac tuttora fatica a digerire. Quello però avveniva sulla terra rossa; Lendl era dichiaratamente “allergico” agli eleganti prati di Wimbledon.

Non avendo chi potesse impensierirlo veramente, McEnroe si mosse sui prati dell’All England Club come se fossero il suo personale palcoscenico, trattando i ragazzi dall’altra parte della rete come compagni di allenamento. I suoi gesti tecnici estasiarono gli spettatori come mai prima. Sfoderò con grande efficacia il suo servizio mancino, caratterizzato da un’incredibile torsione lombare. Attaccò la rete, cercando angoli che nessun altro giocatore avrebbe immaginato né tanto meno tentato. Bersagliò gli avversari di volley precise al millimetro. Giocò in maniera talmente sontuosa che per una volta il suo tennis placò il suo focoso temperamento. Non incontrando seria resistenza, McEnroe vinse Wimbledon e finalmente conquistò il pubblico britannico che, fino ad allora, aveva provato sentimenti contrastanti nei suoi confronti: da una parte erano attratti dal suo tennis, dall’altra erano enormemente infastiditi dai suoi sfoghi. Questo assolo di due settimane sull’erba di Wimbledon avrebbe segnato per lui il momento culminante del 1984, un anno fantastico in cui McEnroe avrebbe vinto 13 titoli con un bilancio di 82 vittorie e 3 sconfitte.

 

Nonostante ciò, in quel periodo, fu un’altra persona a rivelarsi la figura più influente nel mondo del tennis.

Nell’estate del 1984, quando il circuito lasciò Parigi per dirigersi verso Wimbledon, Martina Navratilova poteva vantare 31 vittorie consecutive e, incredibilmente, 85 vittorie negli 86 incontri precedenti. Aveva vinto Wimbledon sia nell’83 che nell’84 e in totale aveva già trionfato ai Championships per quattro volte.

A quel tempo, la principale avversaria di Navratilova era Chris Evert, ma la loro rivalità si poteva paragonare alla contrapposizione tra una falciatrice ed un filo d’erba, tra un martello ed un chiodo, tra Mozart e Salieri. Navratilova aveva infatti vinto gli ultimi dieci confronti. Quasi a seguito di un ripensamento, decise di disputare anche il torneo di doppio, in coppia con Pam Shriver – la coppia sarebbe poi arrivata a conquistare il titolo di doppio in tutti e quattro gli Slam.

All’epoca, il torneo sull’erba di Eastbourne, in Inghilterra, fungeva (oltre che da preparazione per i Championships) anche da sede di una sorta di spettacolo di varietà offerto dalle giocatrici WTA, paragonabile ad un talent show presso un campo estivo. Quell’anno, ad un certo punto della serata, un gruppo di giocatrici eseguì una parodia di “Beat It”, successo di Michael Jackson dell’anno precedente.  

Martina you’re too good / Just give us a break

You’re beating us too bad/It’s getting hard to take

Quit eating that food / And lift no more weights

Stop It! / Stop It!

Have some more sex / Have some more booze

It doesn’t matter if you win or lose

I giornalisti chiesero a Don Candy, allenatore della Shriver, cosa si potesse fare per riuscire a battere la grande Martina Navratilova. Candy si fermò, ci pensò su un attimo e alla fine rispose: “Passategli sul piede con l’auto”.

Fortunatamente non lo fece nessuno.

Se McEnroe perse un solo set nella sua corsa al titolo in singolare di Wimbledon 1984, Martina Navratilova non ne perse nessuno. McEnroe lasciò l’All England Club con un record annuale di vittorie-sconfitte di 47-1, Navratilova con un record di 92 vittorie su 93 incontri disputati. McEnroe avrebbe vinto quell’anno due Major, Navratilova ne avrebbe vinti tre. Entro la fine dell’anno Navratilova avrebbe guadagnato $2.173.556 di montepremi, più di quello che aveva mai guadagnato qualsiasi altro giocatore o giocatrice in un singolo anno.

Wimbledon 1984 contrassegnò il picco nella sua carriera tennistica. In ogni senso. Arrivò da testa di serie numero uno in quello che poteva considerare il suo personale campo da gioco in erba. E vi arrivò anche con un nuovo entourage. Renée Richards era tornata al suo studio di chirurgia oculare a Park Avenue, così Navratilova si rivolse ad un nuovo allenatore, Mike Estep, un ex-giocatore del circuito maschile. Inoltre, si era separata dalla sua compagna, Nancy Lieberman, ed aveva una nuova fiamma, Judy Nelson, una casalinga appartenente all’alta società di Dallas, madre di due figli che non aveva mai avuto una relazione con una donna ma che, quando incontrò Navratilova, sentì immediatamente che c’era qualcosa che le univa, come lei stessa ebbe a dire.

Il giorno prima dell’inizio del torneo di Wimbledon, Nelson chiese il divorzio da suo marito, un medico di Dallas. I media, soprattutto i giornali scandalistici di Fleet Street a Londra, alimentarono il chiacchiericcio su Navratilova, elencando i cambiamenti che apportava al suo staff e nella sua vita di coppia. C’erano i soliti riferimenti sarcastici al suo entourage, che includeva un dog-sitter e uno che preparava gli gnocchi (“In realtà si trattava della stessa persona”, dice Navratilova, “un amico che per caso sapeva anche cucinare bene”).

Per il torneo, Navratilova aveva affittato nell’area residenziale di Wimbledon una casa georgiana, a pochi minuti a piedi dall’All England Club. I paparazzi dei tabloid si accampavano sui prati, sperando di immortalare la campionessa insieme alla sua ragazza biondina in qualche immagine scandalosa. I giornalisti venivano a suonarle il campanello sia la mattina presto che la sera tardi. Ma Navratilova è sempre Navratilova, ovvero non proprio una che le manda a dire. Dalla casa in cui alloggiava scherniva i paparazzi, definendoli “feccia”. Dopo la sua vittoria in uno dei primi turni, Nelson le mandò baci dagli spalti. Il suono prodotto dagli scatti delle macchine fotografiche, provenienti dalla zona riservata ai fotografi a bordo campo, sovrastò per intensità e per durata gli applausi della folla. Navratilova fece un sorriso in direzione dei fotografi, scosse la testa e mormorò: “Ragazzi, siete veramente patetici”. Nella sua conferenza stampa post-partita, iniziò dichiarando che, a parte Wimbledon, avrebbe saltato tutti gli eventi tennistici in programma in Gran Bretagna. “Amo la gente di qui e adoro giocare in questo posto”, disse, “ma se questo significa ricevere le molestie che ho dovuto sopportare qui, non ne vale la pena; non ho alcuna intenzione di subirle ulteriormente”.

Tutto questo generò una situazione davvero paradossale. Da una parte c’era Wimbledon, l’emblema dell’eleganza, rispettabilissimo evento per signorotti benestanti, con il suo rigido dress code, le sue bianche palline da tennis, le sue pause per il tè e le fragoline. Dall’altra c’era questa stella del tennis, una tipa schietta, tosta, nerboruta, lesbica, che ora affrontava il mondo di Wimbledon a muso duro; da una parte la sua appariscente fidanzata sugli spalti e dall’altra i paparazzi che cercavano di carpire ogni dettaglio di quella storia. Faccenda stonata quanto la presenza di una puzzola ad una festa in giardino, dove il giardino, in questo caso, erano i prati dell’All England Club. È opinione diffusa che, per quanto odioso fu l’atteggiamento dei giornali scandalistici, anche Navratilova ebbe le sue responsabilità. Perfino la rivista Time, che di solito mantiene toni molto sobri, rimproverò a Navratilova “una sconsiderata mancanza di riservatezza riguardo alla sua vita privata”.

Durante il torneo, il Daily Express di Londra pubblicò un editoriale intitolato “Non trasformate Martina in un nuovo Oscar Wilde”. Quello che, almeno in teoria, avrebbe dovuto essere un articolo in sua difesa, conteneva frasi del tipo: “Gli uomini la considerano l’antieroina per eccellenza. Ha muscoli troppo sviluppati. Non rimbalza leggera come simpatiche palline da tennis, facendo graziose foto per i giornali… I tentativi quasi patetici di Navratilova di mascherare la sua insoddisfazione per il proprio aspetto fisico (‘la cosa migliore che si possa dire su di me è che ho una faccia gagliarda’) non l’hanno di certo aiutata”.

L’articolo invitava poi a mostrarle un po’ di considerazione: “Sono contrario a questa caccia alle streghe che rievoca le vicende di Oscar Wilde, nei confronti di questa figura eccentrica ed isolata, che non piace agli uomini. Se i giornalisti vogliono proprio essere cattivi, scaglino i loro insulti contro quella sciocca casalinga bionda del Texas, innamorata delle celebrità, che ha chiesto il divorzio e che, almeno temporaneamente, ha lasciato due bambini molto piccoli per seguire Navratilova”

In risposta al crescente interesse causato dalle vicende legate a Navratilova, la WTA convocò una riunione di emergenza a metà torneo presso l’All England Club in cui condannò il trattamento che la stampa aveva riservato a Navratilova, definendolo “orrendo”. I funzionari di Wimbledon rilasciarono una dichiarazione con cui si autorizzavano i giocatori ad abbandonare le conferenze stampa in caso di domande “provocatorie” che esulavano dal tennis.

Navratilova venne penalizzata anche in modi più subdoli. Ci si sarebbe aspettati che una giocatrice del suo calibro venisse programmata spesso sul Centre Court, la cattedrale del tennis, ma questo nel suo caso non avvenne. La NBC, la rete che possedeva i diritti televisivi per la trasmissione del torneo negli Stati Uniti, fece di tutto per evitare di mandare in onda gli incontri di Navratilova, fino a quando non poté più farne a meno, ovvero negli ultimi turni del torneo. La rete televisiva si giustificò dicendo che gli incontri di Chris Evert ottenevano indici d’ascolto più elevati. La verità era ben diversa: i funzionari erano seriamente preoccupati che la figura di Navratilova potesse compromettere i ricavi provenienti dagli sponsor.

Dentro e fuori dal campo, Navratilova era decisamente in anticipo rispetto ai suoi tempi. Seguendo il suo esempio, altri atleti gay avrebbero fatto coming out durante la loro carriera. Quando, nel 2013, il giocatore NBA Jason Collins disse al mondo che era gay – il primo a farlo tra gli atleti americani in attività, nell’ambito degli sport di squadra – citò Navratilova come sua fonte d’ispirazione.

Con il tempo gli atleti avrebbero capito di poter esercitare una forte influenza a livello culturale: con la loro posizione potevano far sentire la propria voce e fare da potente cassa di risonanza nelle battaglie politiche e sociali. Le vene e i muscoli, che procurarono a Navratilova tante noie, occhiatacce e commenti sarcastici, sono diventate d’obbligo per tutte le atlete, che ora con orgoglio postano foto della loro forma fisica. Quello che chiamavano l’“entourage” di Navratilova, il suo “corteo regale”, al tempo così apertamente deriso, è stato ribattezzato “team” e costituisce ormai la norma nel tennis e in tutti gli sport individuali. I “dati informatici” che Navratilova consultava al fine di elaborare una strategia di gioco si sono sviluppati fino a confluire in quella che oggi è la scienza dell’analisi statistica in ambito sportivo.

Ma a quel tempo, durante il lontano Wimbledon del 1984, era tutto diverso. C’erano tutti gli ingredienti per farla a pezzi: la cotta per una nuova donna, una relazione criticata dai tabloid, il disprezzo generale per i suoi muscoli e il suo entourage, l’audacia di credere di avere il diritto di dare voce a opinioni su questioni che andavano ben oltre lo sport, la pressione di giocare a Wimbledon (il fiore all’occhiello della stagione tennistica), la pressione ulteriore determinata dalle forti aspettative, il fatto che tutti si aspettassero che vincesse il torneo e che qualsiasi risultato diverso dal sollevare il trofeo avrebbe rappresentato un’enorme sconfitta, il disgusto, fuori e dentro lo spogliatoio, per quel corpo poco femminile.

Invece, Navratilova fu capace di scrollarsi via di dosso tutto quanto, come fossero fastidiosi pelucchi sul suo completino. Vinse alla sua maniera, grazie alla sua potenza, alla sua astuzia e alla sua forma fisica. Vinse nel gioco da fondocampo e vinse a rete. Al servizio rese meglio di tutte le altre 127 giocatrici, e anche in risposta fu la migliore. In fondo negli incontri che giocò ci fu poca tensione; il pathos risedette nel modo in cui Navratilova tirò fuori il suo talento e nell’aggressività dei suoi colpi.

Fin troppo spesso ritratta in pose di intensa meccanicità, Navratilova andava invece per la sua strada sfoggiando un sorriso spensierato. “Sembra che si diverta quando gioca a tennis”, disse la tennista americana Peanut Louie, “perciò, anche quando ti fa fuori, non ti senti poi così male”. Arrivò in finale senza aver perso nemmeno un set. Vinse il titolo – il suo terzo consecutivo a Wimbledon – battendo in finale Evert per l’undicesima volta consecutiva con il punteggio di 7-6 6-2. E dire che Evert aveva giocato bene: gli otto game conquistati furono quasi una vittoria morale per lei.

Il grande commentatore sportivo Frank Deford, nel tracciare un profilo di Navratilova, la mise in questi termini: “Aver raggiunto così tanti traguardi, aver trionfato in un modo così splendido e, tuttavia, essere rimasta sempre l’“altra”, quella strana, relegata in un mondo tutto suo: mancina in un mondo di destrorsi, gay in un mondo di etero, considerata una disertrice nel suo paese e un’immigrata nella sua nuova patria, forse l’ultima paladina del gioco al volo in mezzo ai replicanti del gioco da fondocampo. Ci si chiede come sia riuscita a spuntarla.

Il successo le diede il coraggio di parlare apertamente e di approfittare della sua posizione privilegiata per difendere cause che hanno poco a che fare con il tennis. Forse non a caso, meno di una settimana dopo la vittoria di Navratilova al torneo di Wimbledon, il candidato democratico alle presidenziali americane, Walter Mondale, scelse come sua vice Geraldine Ferraro, la prima donna a rivestire un ruolo così importante in un partito politico.

Navratilova si stava godendo la conquista del titolo di Wimbledon 1984 quando le venne fatto notare che, solo un anno prima, aveva affermato che, a causa dell’incessante competizione, dell’afflusso continuo di nuove giocatrici fortemente motivate, del sottile margine che separa una vittoria dalla sconfitta, il dominio assoluto in uno sport da parte di un singolo giocatore è praticamente impossibile. Che cosa ne pensava ora Navratilova di quell’asserzione?     

“Beh”, disse, “mentivo”.

Traduzione a cura di Ilchia Di Gorga

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