Edmund e Tsitsipas, nuovi campioni alla ribalta

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Edmund e Tsitsipas, nuovi campioni alla ribalta

Il britannico e il greco conquistano a Stoccolma e Anversa il primo titolo in carriera. Si rivede Gulbis, Pouille sempre più giù. La crescita continua del tennis russo

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0 – le semifinali raggiunte in carriera nel circuito maggiore da Ons Jabeur prima del torneo di Mosca. La carriera della 24enne tunisina, campionessa juniores del Roland Garros 2011 (in finale vincitrice su Puig, dopo aver perso quella dell’anno precedente contro Svitolina) sembrava non riuscire mai a prendere una svolta positiva. Proprio nel Major parigino, partendo dalle quali, Ons nel 2017 è divenuta la prima tennista araba a raggiungere un terzo turno in un torneo dello Slam, superando per la prima volta in carriera una top ten, Cibulkova. Il 2017 è stato l’anno dell’accesso nella top 100: grazie ai quarti a Taipei, al terzo turno a Parigi e all’ingresso nel tabellone principale in ben sei tornei (tra cui Wimbledon), Ons sale sino al numero 83 del ranking WTA. Una prima metà di 2018 molto deludente – sino a marzo vince solo una partita e arriva a fine maggio avendo raccolto solo una semifinale in un ITF – la relegava al 180esimo posto del ranking. Da giugno inizia per lei la risalita in classifica: vince il 100k di Manchester, raggiunge i quarti a Bucarest e si qualifica agli US Open. Accede poi al tabellone principale del Premier di Pechino, dove supera la numero 1 del mondo Halep, ritiratasi dopo aver perso il primo set. Arrivata a Mosca da 101 WTA, ha prima penato nelle quali – dove ha superato Stollar, 127 WTA (al terzo set), Dart (solo al tie-break del set decisivo), 169 WTA e Grammatikopoulou, 170. L’inerzia è cambiata nel tabellone principale, dove ha trovato  sicurezza e notevole rendimento per arrivare in semi senza perdere un set, contro avversarie titolate e prestigiose. La “signora Kamoun” – si è sposata giovanissima, tre anni fa, con un fiorettista olimpico suo connazionale – ha lasciato una manciata di game a giocatrici del calibro di Makarova (6-1 6-2), 61 WTA; Stephens (6-3 6-2), 8 WTA; Kontaveit (7-5 6-1), 21 WTA. Nella prima semifinale della sua carriera del circuito WTA ha penato un po’ di più contro una delle tenniste in assoluto più in forma del momento, Sevastova, 11 WTA, perdendo un set (6-3 3-6 6-3) per poi diventare la prima tunisina della storia a raggiungere una finale nel circuito maggioreNella partita che valeva il titolo, opposta a Kasatkina, Ons è stata avanti 6-2 4-1 prima di subire la rimonta della russa, anche a causa dei crampi di cui è stata preda nella parte conclusiva del match.

1 – la finale in carriera raggiunta nel circuito maggiore da Kyle Edmund, quando la scorsa settimana è tornato per la seconda volta a giocare l’ATP 250 di Anversa, dove nel 2016 raccolse la prima semifinale a livello ATP della carriera. Eppure il 23enne britannico da più di due anni è nella top 50 e, dopo le semifinali raggiunte a Melbourne lo scorso gennaio, è costantemente nella top 30 (e da maggio nella top 20). Una classifica costruita dal britannico nato a Johannesburg (Sud Africa) sulla continuità di rendimento, che in questo 2018 solo in quattro casi lo ha visto inciampare alla partita d’esordio nel torneo. Sono state queste le sconfitte più amare della stagione, contro tennisti non nella top 50 e, in un paio di casi, ai limiti della top 100: Sela a Indian Wells, Tiafoe a Miami, Seppi a Montecarlo e Lorenzi agli Us Open. A New York, dopo l’eliminazione al primo turno, il britannico aveva dichiarato in conferenza stampa di sentirsi, a partire dal periodo successivo a Wimbledon, svuotato psico-fisicamente e momentaneamente non in grado di dare il meglio di sé. Dopo aver partecipato alla Laver Cup a Chicago (giocando un solo singolare, vinto contro Sock), Edmund ha mostrato di aver ritrovato la forma e nella trasferta asiatica ha fatto un buon bottino di punti e di fiducia (semifinale a Pechino, quarti a Shanghai). Ad Anversa è dovuto stare in campo meno di due ore per conquistare la finale, a pochi mesi dalla prima in assoluto, raggiunta sulla terra di Marrakech: dopo aver saltato il primo turno con un bye (era la prima testa di serie del tabellone), ha sconfitto Ramos (6-0 6-2), 64 ATP; poi nei quarti ha approfittato del ritiro di Ivashka e in semi ha regolato facilmente Gasquet (6-3 6-4), 28 ATP. Molto più complessa la vittoria in finale: Gael Monfils, 38 ATP, ha richiesto due ore e mezza prima di arrendersi (3-6 7-6 7-6) e concedere il primo titolo della carriera a Edmund. Per Kyle, un altro gradino della crescita salito.

2 – i russi che potrebbero chiudere il 2018 nella top 20: sia Daniil Medvedev che Karen Khachanov hanno buonissime chances di riuscirci, una prospettiva resa concreta, dopo i punti incamerati dai due all’ATP 250 di Mosca. Entrambi classe 96 (il primo è più grande di tre mesi) sono i nuovi esponenti di una scuola che, dopo gli anni di Kafelnikov (ex numero 1 al mondo, con due Major in bacheca), Safin (anche lui riuscito a issarsi in vetta al ranking e vincitore di due Slam) e Davydenko (ex 3 ATP e vincitore delle ATP Finals) aveva vissuto anni di crisi, in particolar modo a seguito del fisiologico calo di Youzhny (ex 8 ATP e vincitore di 10 titoli in carriera). In coincidenza del ritiro del “colonnello” dall’attività agonistica, una scuola che anche nel femminile negli ultimi vent’anni ha profuso una serie di campionesse (Sharapova, Safina, Kuznetsova, Miskyna, Dementieva e, proprio in questi giorni, si è affacciata nella top ten Kasatkina, classe 97) il tennis russo torna protagonista con prospettive rosee di avere presto almeno un nuovo top ten. Non va nemmeno dimenticato che Andrej Rublev, classe 97 e 78 ATP, in questi mesi incappato in una crisi di risultati, ha il talento per essere un protagonista futuro del circuito. A Mosca si giocava la scorsa settimana la VTB Kremlin Cup, l’ATP 250 più ricco della settimana (montepremi da quasi un milione di dollari), storicamente feudo di tennisti russi (vincitori di 14 delle 28 edizioni già disputate). In semifinale si sono incontrati – per la prima volta in partite ufficiali con punti in palio – proprio i due giovani rappresentanti del tennis russo: ha avuto la meglio Khachanov, vincitore 6-1 6-7 6-3 sul connazionale. In finale, il nativo di Mosca ha vinto il torneo di casa incamerando il successo – come nei primi due turni contro Rosol (6-4 7-5) e Basic (6-2 7-6) – senza perdere un set: Mannarino, 49 ATP, si è arreso in 54 minuti, e Karen, vincitore con un duplice 6-2, ha potuto mettere in bacheca il terzo titolo della carriera, dopo Chengdu (nel 2016) e Marsiglia (nel 2018).

 

3 – gli anni trascorsi dall’ultima delle diciassette semifinali raggiunte nel circuito maggiore da Ernests Gulbis (Vienna 2015, persa contro Johnson). L’appena 30enne lettone, uscito da luglio 2016 dalla top 100, quest’anno si era fatto notare nel circuito maggiore solo a Wimbledon, dove era partito dalle quali e arrivato agli ottavi dopo aver sconfitto Dzhumur e Sascha Zverev, allora 3 del mondo. Per il resto, nel 2018 aveva raccolto una sola semifinale in un Challenger sulla terra e ben poco edificanti otto sconfitte contro tennisti non presenti nella top 200. L’incostanza del rendimento, la scarsa voglia di seguire con costanza una condotta di vita professionale – senza dimenticare gli infortuni – hanno sin qui condizionato la carriera di un tennista capace di sconfiggere diciotto volte i top ten (tra i quali Djokovic, Murray, due volte Federer, Del Potro) e tante altre tennisti che non lo erano al momento in cui li ha affrontati con successo, ma attualmente tali (Cilic, Dimitrov, Isner, Anderson, Thiem). Tuttavia, un giocatore del suo talento, ex top ten, vincitore di sei titoli e capace di raggiungere una semi in uno Slam (Roland Garros 2014) e in un Masters 1000 (Roma 2010) può sempre risorgere improvvisamente dalle proprie ceneri. Arrivato a Stoccolma avendo giocato e perso l’ultima partita al primo turno delle quali a Chengdu contro Gerasimov, 258 ATP, nella capitale svedese, dove mancava dalla semifinale persa nel 2013 da Ferrer, ha vinto quattro partite di fila senza perdere un set. Ernests ha infatti regolato nelle quali Eriksson, 388 ATP, e Benneteau, 61 ATP; poi, nel tabellone principale Mikael Ymer (6-4 6-3), 289 ATP e Denis Shapovalov 86-2 6-4), 30 ATP. Nei quarti ha perso un set contro Jack Sock (4-6 6-3 6-4), 18 ATP. In semifinale, sconfiggendo Isner (1-6 6-3 6-3), 10 ATP, è riuscito, come non gli accadeva dagli Open del Canada nel 2013, ad avere la meglio nello stesso torneo di un un top 10 e due top 30. Con i punti incamerati in Svezia, questa settimana sfiora il ritorno nella top 100, un traguardo fin troppo stretto per uno dal suo talento.

6 – la striscia di tornei consecutivi nei quali Stefanos Tsitsipas aveva vinto al massimo due partite. La serie negativa con la quale si è presentato a Stoccolma è iniziata successivamente alla clamorosa finale conquistata lo scorso agosto a Toronto, dove divenne il più giovane tennista nella storia dell’ATP Tour a sconfiggere nel corso dello stesso torneo quattro top ten (Thiem, Anderson, Zverev e Djokovic, in quella che è sinora l’unica sconfitta rimediata dal serbo da Wimbledon in poi). La prima finale in un Masters 1000 della carriera (e seconda in generale dopo quella all’ATP 500 di Barcellona) lo aveva fatto salire al 15esimo posto del ranking e diventare il più giovane tennista tra gli attuali top 20. Dopo il Canadian Open, il contraccolpo di una settimana così importante si è fatto sentire per un fresco ventenne, che aveva iniziato la stagione da 91 ATP: successivamente alla finale persa contro Nadal, il primo tennista greco a entrare nella top 100 aveva vinto solo una delle sei successive partite disputate. Si era parzialmente ripreso tra Tokyo (quarti) e Shanghai (ottavi) e, iscrittosi per la prima volta a Stoccolma, sede del Inthrum Stockholm Open, ATP 250 dalla gloriosa tradizione, ha ben pensato di vincere il primo torneo della carriera in una sede piccola, ma prestigiosaNell’albo d’oro della competizione svedese, svoltasi per la prima volta nel 1969, si trovano infatti, oltre a tanti campioni di Major (tra i quali il nostro Adriano Panatta), tanti ex numeri 1 (Biorn Borg, John McEneroe, Mats Wilander, Stefan Edberg, Boris Becker, Ivan Lendl e Roger Federer). In qualità di terza testa di serie, ha saltato il primo turno, e ha poi sofferto per eliminare (6-4 3-6  6-3) la sorpresa degli US Open, Millman, 33 ATP, che tornava per la prima volta in un tabellone principale dopo New York. Dai quarti in poi Stefanos non ha più perso un set: Kohlshreiber (6-3 7-6), Fognini (6-3 6-2) e Gulbis (duplice 6-4) poco hanno potuto fare per opporsi. A Star is born.

8 – le partite vinte da Andreas Seppi negli ultimi otto tornei ai quali aveva partecipato. Il 34enne bolzanino, dopo un’ottimo inizio di 2018 – ottavi agli Australian Open, semifinale all’ATP 500 di Rotterdam (sconfiggendo Sascha Zverev), semifinale al 250 di Budapest, vittoria di un challenger in Australia – testimoniato dalle ben ventiquattro vittorie raccolte sino ad aprile, ha avuto un fisiologico calo, che non gli ha però impedito di conquistare i quarti sulla terra di Ginevra e sull’erba di Halle. Dopo Wimbledon, e il periodico riposo terapeutico per il trattamento all’anca al quale da un paio di anni si sottopone, è tornato a giocare solo a Winston-Salem, ma non vinceva due partite di fila da giugno. A Mosca, uno dei suoi tornei preferiti (nelle sue cinque precedenti partecipazioni, ha vinto il titolo nel 2012, ottenuto una semifinale e due quarti) è tornato a vincere tre partite di fila, tra l’altro senza perdere un set: Klizan (6-1 7-6), 47 ATP; Herbert (con un duplice tie-break); 51 ATP; Krajinovic (6-4 7-6), 34 ATP. In semifinale contro Mannarino, 49 ATP sconfitto quattro volte su sette nei precedenti (l’ultima, vittoriosa, appena un paio di settimane fa a Shanghai), si è però arreso, lasciando spazio al 30enne francese, vincitore col punteggio di 7-5 7-5.

10 – il best career ranking raggiunto da Lucas Pouille lo scorso marzo. Era quello un periodo d’oro per il 24enne transalpino: dopo aver vinto a ottobre l’ATP 500 di Vienna (terzo titolo del 2017), era stato eroe a dicembre del quinto match della finale di Davis 2017, regalando alla Francia la decima insalatiera d’argento. L’inizio del 2018 sembrava continuare l’ascesa nel rendimento e nei risultati, come testimoniato dal titolo all’ATP 250 di Montpellier e dalle finali a Marsiglia e Dubai. L’aria della top ten non ha però fatto bene a Lucas, che da quel momento in poi si è tolto soddisfazioni solo quando ha giocato con la sua Francia, vincendo entrambi i singolari a Genova (contro Seppi e Fognini) e a Lille, nella semifinale, contro Bautista Agut. Nel circuito, invece, nei quattordici tornei ai quali si è iscritto da Indian Wells in poi, ha vinto solo dieci partite (e solo una di queste contro un top 50). Uno scadimento di forma davvero notevole, che lo ha portato fuori dalla top 20. A Stoccolma ha continuato a deludere, perdendo con un duplice 6-4 da Sandgren, 62 ATP. Se questa settimana a Vienna non arriva almeno in semifinale, molto probabilmente non sarà nemmeno tra i primi 30, come non gli accadeva da maggio 2016, quando con la semifinale la sua carriera ebbe una svolta.

104 – la posizione in classifica di Daria Kasatkina quando, 18enne, tre anni fa esplose nel grande tennis e conquistò, dopo essersi qualificata, la semifinale al Premier di Mosca, confermando quanto di buono fatto vedere il mese prima con il raggiungimento del terzo turno agli US Open. Iniziava così la scalata di Daria, che chiudeva già il 2016 e il 2017 (anno nel quale batteva numero 1 e 2 del mondo, Kerber e Halep) nella top 30. Quest’anno, dopo una pessima trasferta australiana (una vittoria in tre tornei) arrivava l’esplosione che le consentiva di raggiungere il best career ranking (11 WTA). Una posizione permessa dai punti conquistati con la semifinale a San Pietroburgo, e le finali a Dubai e Indian Wells (dove sconfiggeva tre top 10). Dopo il Mandatory californiano, Daria, che pure raggiungeva i quarti al Roland Garros e a Wimbledon, ha subito un grosso calo di rendimento. Da luglio in poi, ha vinto due partite nel corso dello stesso torneo solo a Wuhan, dove comunque si è fermata agli ottavi. A Mosca, pur sconfiggendo una sola top 30 e una top 40, ha confermato il legame speciale col torneo della capitale russa (oltre alla semifinale del 2015, nel 2016 era arrivata ai quarti, mentre l’anno scorso si fermò solo in finale, perdendo contro Georges). In questa edizione 2018, per la precisione, ha avuto la meglio su Tsurenko (6-4 7-6), 26 WTA; Cornet (3-6 7-5 6-4), 43 WTA; Pavlyuchenkova (6-4 6-3), 40 WTA; Konta (6-4 6-3), 44 WTA, e in finale – combattuta e equilibrata – su Jabeur, 101 WTA, per 2-6 7-6 6-4. Un titolo che è valso l’accesso per la prima volta in carriera nella top ten e il biglietto per Singapore, dove alle WTA Finals in corso è la prima riserva.

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Finali Slam: Rosewall batte Federer 4 a 0

Federer campione di longevità, ma non abbastanza da battere ‘muscles’

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Roger Federer - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Dopo avere parlato di senilità alla vigilia delle semifinali, continuiamo a parlarne alla vigilia della finale. Alla tenera età di 37 anni, 11 mesi e qualche giorno Roger Federer, il semifinalista più diversamente giovane, ha infatti raggiunto la dodicesima finale della sua carriera a Wimbledon. Domenica proverà a battere due record: quello di più anziano vincitore dei Championships e detentore del maggior numero di trofei. Record che attualmente sono entrambi nelle sue mani grazie alla vittoria del 2017.

Il record che invece non potrà superare è quello di diventare il più anziano finalista a Wimbledon dell’era Open. Per provare a conquistarlo dovrà attendere il 2021, poiché attualmente questo primato appartiene a Ken Rosewall che nel 1974 disputò la finale di Wimbledon a 39 anni e 8 mesi di età. Quel giorno Rosewall – provato da una semifinale durissima vinta al quinto set in rimonta contro Stan Smith – perse in tre set contro Jimmy Connors.

Ken Rosewall a Wimbledon

Questa è però una storia ormai aneddotica e conosciuta dalla stragrande maggioranza degli appassionati di tennis. Se ne parla e scrive puntualmente ogni anno, un po’ come di Claudio Villa alla vigilia di Sanremo. Quella che forse è meno nota, è la storia relativa ai record di longevità nel singolare maschile relativi alle finali di tutti i quattro tornei dello Slam. Ed è una storia affascinante poiché il nome dell’uomo che li detiene è sempre il medesimo: Ken Rosewall. Di seguito gli anni in cui li stabilì:

Torneo Edizione Risultato finale Avversario
Roland Garros 1969 46  36  46 R. Laver
Australian Open 1972 76  63  75 M. Anderson
Wimbledon 1974 16  16  46 J. Connors
US Open 1974 16  06  16 J. Connors


Jimmy Connors e Rod Laver non hanno bisogno di presentazioni. Ci limitiamo ad aggiungere che Laver ha 4 anni meno di Rosewall e Connors 18. Malcom J. Anderson è meno noto di loro ma non molto meno bravo. Australiano, classe 1935, in singolare ha al suo attivo una vittoria nel ’57 allo US Open e due finali agli Australian Open nel ’58 e nel ’72. Ma torniamo al principale protagonista dell’articolo.

Nato e cresciuto (poco come vedremo) in Australia il 2 novembre 1934, Ken Rosewall era un mancino naturale. Il padre – una sorta di zio Toni ante litteram e alla rovescia –  gli impose di giocare da destrimane. Rosewall era un atleta di 170 cm nelle giornate migliori e con un fisico così minuto da essere ironicamente soprannominato “muscles”, ovvero muscoli, dai suoi colleghi australiani. Soprannome al quale Ken deve essere molto legato dal momento che dà il titolo al libro autobiografico scritto in collaborazione con il giornalista Richard Naughton. Purtroppo non esiste un’edizione in italiano ma lo consigliamo a chi padroneggia bene la lingua inglese e ha nostalgia di un’epoca in cui il tennis era meno potente e più tecnico.

 
Rod Laver e Ken Rosewall

È difficile se non impossibile immaginare che Rosewall con le sue caratteristiche fisiche avrebbe potuto essere vincente anche nel tennis contemporaneo. Il giocatore a lui più somigliante sotto il profilo morfologico, Diego Schwartzman, deve fare miracoli per riuscire a rimanere tra i migliori venti del mondo, e tra i dieci migliori del mondo solo Nishikori e Fognini hanno una statura inferiore al metro e ottanta, seppure largamente superiore al metro e settanta.

L’australiano poté essere il migliore o tra i migliori per decenni perché giocò in un’epoca in cui le racchette non privilegiavano le doti di potenza, le superfici di gioco erano più veloci e i rimbalzi della palla più bassi, quindi più adatti a giocatori normolinei. Per colpire la pallina con il suo straordinario rovescio a una mano, oggi Rosewall dovrebbe letteralmente saltare come i canguri del Paese da cui proviene. Viceversa, la maggior parte degli attuali protagonisti cinquant’anni fa avrebbe finito ogni partita con le ginocchia martoriate e la schiena dolente.

Rosewall la carriera la terminò in perfetta forma a 46 anni e sino a 44 il suo nome appariva tra i migliori venti giocatori del mondo. Nella classifica ATP lo troviamo al secondo posto il 26 giugno del 1975; al nono il 14 giugno 1976; al diciottesimo il 12 luglio 1978. Lasciamo ai lettori più inclini all’aritmetica il compito di calcolare con precisione quanti anni avesse Rosewall in quelle date. Ma appare evidente anche agli umanisti che se Roger Federer desidera pareggiarlo dovrà prendere in seria considerazione l’ipotesi di giocare – e bene – almeno sino alle Olimpiadi di Parigi. Nel 2024.

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Wimbledon: queste semifinali sarebbero piaciute a Svevo

Per il secondo anno consecutivo, i quattro semifinalisti dei Championships sono tutti giocatori over 30. Federer, Nadal, Djokovic e Bautista Agut fanno registrare un record: l’età combinata dei quattro è la più vecchia in Era Open

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

Senilità: titolo di un romanzo di Italo Svevo o incipit di un articolo di presentazione delle semifinali di Wimbledon edizione 2019? Entrambe le cose. Quelle che si disputeranno venerdì sul Central Court saranno infatti le semifinali più attempate dell’Era Open. Sommando l’età di Bautista Agut (31 anni), Djokovic (32 anni), Nadal (33 anni) e Federer (38 il prossimo mese) si ottiene il numero record di 134 primavere. L’età aggregata e media di tutti i semifinalisti delle edizioni Open dei Championships è riassunta nella seguente tabella:

Edizione Anni semifinalisti  Media
1968 105          26,3
1969 108          27,0
1970 124          31,0
1971 114          28,5
1972 101          25,3
1973 109          27,3
1974 113          28,3
1975 109          27,3
1976 98          24,5
1977 87          21,5
1978 106          26,5
1979 103          25,8
1980 101          25,3
1981 105          26,3
1982 103          25,8
1983 98          24,5
1984 100          25,0
1985 102          25,5
1986 91          22,8
1987 105          26,3
1988 95          23,8
1989 104          26,0
1990 96          24,0
1991 94          23,5
1992 96          24,0
1993 98          24,5
1994 102          25,5
1995 101          25,3
1996 104          26,0
1997 109          27,3
1998 105          26,3
1999 109          27,3
2000 109          27,3
2001 116          29,0
2002 100          25,0
2003 95          23,8
2004 91          22,8
2005 101          25,3
2006 110          27,5
2007 88          22,0
2008 109          27,3
2009 108          27,0
2010 95          23,8
2011 99          24,8
2012 108          27,0
2013 100          25,0
2014 107          26,8
2015 119          29,8
2016 121          30,3
2017 127          31,8
2018 128          32,0
2019 134          33,5


A livello generale osserviamo che:

1- il record di precocità è appannaggio dell’edizione del centenario: 1977. Quell’anno le semifinali videro protagonisti McEnroe-Connors da un lato e Borg-Gerulaitis dall’altro

2- nel 1977 Bjorn Borg – classe ’56 e nel 1977 già detentore di tre titoli dello Slam – e John McEnroe – classe ’59 – avevano i requisiti anagrafici per prendere parte al torneo NextGen

3- in cinque edizioni (1970-2001-2006-2016-2017) due dei protagonisti avevano superato i trent’anni di età

4- nel 2018 tutti i semifinalisti (Isner, Anderson, Djokovic e Nadal) avevano un’età superiore ai 30 anni

5- in 45 occasioni tre semifinalisti avevano meno di trent’anni

A livello individuale:

1- Ken Rosewall è il giocatore più anziano ad essere giunto alle semifinali. Correva l’anno 1974 e “Muscles” era prossimo ai quarant’anni. Per la cronaca l’australiano perse poi la finale contro Jimmy Connors

2- Quattro i teen ager: McEnroe (1977), Cash (1984), Becker (1985 e ’86), Ivanisevic (1990). Becker vinse il torneo sia nell’85, sia nell’86

 

Allargando l’analisi dalle singole annate alle decadi, abbiamo l’ovvia conferma del fatto che l’invecchiamento anagrafico di Federer, Nadal e Djokovic rende l’ultimo decennio quello con la media più alta:

DECADE ETA’ MEDIA
70-79 26,6
80-89 25,1
90-99 25,4
2000-2009 25,7
2010-2019 28,5


Se allargassimo l’analisi ai restanti tornei dello Slam, i risultati risulterebbero molto simili e viene quindi spontaneo chiedersi se la situazione creatasi in questi anni sia maggiormente riconducibile ai meriti dei più forti (e vecchi) o ai demeriti delle nuove leve. Propendiamo per i meriti.

Osservando le partite dei tre principali indiziati di cannibalismo tennistico, si nota che al loro enorme talento tecnico, fisico e mentale si unisce una condizione atletica quasi preternaturale se rapportata all’età. Questa peculiarità è riscontrabile in altri ultratrentenni di vertice che corrono oggi più o meno alla medesima velocità di quanto correvano a inizio carriera e per il medesimo tempo, ed è frutto non solo di grande serietà professionale (talvolta ignota ai più giovani), ma anche della collaborazione non saltuaria con i migliori specialisti al mondo nel campo della cura del corpo lato sensu (medici sportivi, fisioterapisti, preparatori atletici, nutrizionisti).

La scienza, unita alla tecnica, permette loro di fare gesti atletici che un ultratrentenne del passato non era di norma in grado di fare. Prendiamo ad esempio il passante di rovescio giocato da Federer nel quarto set del match contro Nishikori sul punteggio di 2 a 2. Cronometro alla mano abbiamo calcolato che il tennista svizzero (che peraltro è il meno rapido dei tre tenori) ha impiegato circa 2,3 secondi per coprire una distanza approssimativa di 11 metri.

Usain Bolt in occasione del record del mondo stabilito a Berlino sui 100 metri, corse i primi 10 metri in 1 secondo e 75 centesimi al netto del tempo di reazione allo start (146 millesimi). Il giamaicano quel giorno aveva 23 anni e non correva con una racchetta in mano dopo avere già corso per 2 ore e venti minuti. Quindi, cosa può fare di norma e non eccezionalmente contro i personaggi dei quali stiamo parlando un giovane tennista che, a titolo di esempio, ha 5/6 anni di professionismo alle spalle contro 15/20, un bagaglio tecnico ed esperienziale inferiore e una prestanza atletica di poco o per nulla superiore alla loro? Sperare che si ritirino in fretta.

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La top 10 dei tennisti più bassi, nessuno come Ampon: un metro e mezzo

Chi era il filippino Felicissimo Ampon, 4 volte in ottavi allo Slam degli Stati Uniti, tre volte al terzo turno a Wimbledon, due quarti a Parigi. Giocò la Davis fino a 48 anni. Batté Budge Patty, ma anche Drobny e Trabert

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Thomas Fabbiano - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Dopo quello di Reilly Opelka lo scorso anno, Thomas Fabbiano a Wimbledon ha colto lo scalpo di un altro avversario alto più di due metri e dieci: Ivo Karlovic. La differenza di statura tra i due più alti giocatori di tutti i tempi e il nostro connazionale è stata messa in risalto da svariati articoli e, soprattutto, fotografie.

Thomas Fabbiano è infatti alto 173 centimetri. Un’altezza normale per un impiegato di banca, ma non per un tennista di alto livello. Dai dati ufficiali pubblicati sul sito dell’ATP risulta infatti che novanta dei primi 100 tennisti del ranking sono alti almeno un metro e ottanta centimetri. Fabbiano è uno dei dieci che non raggiungono questa soglia. Gli altri nove sono:

  • Schwartzman – 170 cm
  • Nishioka – 170
  • Albot – 175
  • Evans – 175
  • Berankis – 175
  • Moutet – 175
  • Dzumhur – 175
  • Fognini – 178
  • Kohlschreiber – 178
Diego Schwartzman – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Corentin Moutet è l’unico “under 180” insieme a Fabbiano ad essere riuscito a battere sia Reilly Opelka, sia Ivo Karlovic. Il genietto transalpino è però due centimetri più alto di Fabbiano e, quindi, qualcuno potrebbe pensare che i 38 centimetri di differenza tra il nostro connazionale e i due colossi da lui battuti rappresentino un record. Ma sarebbe in errore.

Un attento lettore genovese – Claudio B. – ci ha infatti segnalato il nome di un giocatore alto (se così si può dire) un metro e mezzo che in tempi remoti ne sconfisse uno che lo sovrastava di oltre 40 centimetri. Il tennista in questione si chiamava Felicisimo Ampon ed era nato a Manila nel 1920, quando le Filippine erano ancora un protettorato statunitense. Figlio d’arte per lato paterno, il nostro eroe tascabile per coincidenza o per un imperscrutabile disegno del destino, venne al mondo quando il Rappresentante degli Stati Uniti nelle Filippine era il Governatore Dwight Filley Davis, l’ideatore dell’omonima competizione tanto cara a Gerard Piquè.

Coincidenza o meno, il padre gli mise una racchetta in mano sin dalla più tenera età e lui non la posò sino a quasi 48 anni di età. Ampon si dimostrò subito allievo dotatissimo a discapito dei limiti fisici. Già sul finire degli anni ’30 era infatti considerato il miglior giocatore asiatico e tale rimase per almeno due decenni. A livello internazionale il suo curriculum è di tutto rispetto. Limitando l’analisi ai tornei più importanti, scopriamo che Ampon fu capace di raggiungere per tre volte il terzo turno a Wimbledon. Nel 1948 vinse il Wimbledon Plate, ovvero il torneo di consolazione – disputato sino al 1981 in campo maschile – riservato ai giocatori sconfitti al primo oppure al secondo turno dei Championships.

Agli US Open fece ancora meglio arrivando agli ottavi di finale per ben quattro volte. Toccò infine il suo apogeo tennistico al Roland Garros dove in due occasioni disputò i quarti di finale. Proprio negli ottavi di finale dell’edizione 1953 si trovò di fronte un avversario alto più di un metro e novanta. Si trattava dello statunitense Budge Patty che non era soltanto un gigante per gli standard dell’epoca, ma anche un tennista tecnicamente molto dotato, nel cui palmares figurano le vittorie in singolare a Wimbledon e Parigi nel 1950 e in doppio a Wimbledon nel 1957. Ampon lo battè in tre set e fu poi fermato ai quarti dal vincitore dell’edizione: Ken Rosewall.

Patty non è l’unico giocatore della Hall of Fame ad aver perso contro il filippino. Stessa sorte toccò infatti anche a membri illustri come Jaroslav Drobny e Tony Trabert. Internet, ricca di informazioni su di lui, è purtroppo avara di immagini. Attraverso i filmati disponibili è quindi oggettivamente difficile farsi un’idea compiuta delle sue caratteristiche tecniche, ma è facile ipotizzare che fossero più simili a quelle di Nishioka e Schwartzman che a quelle di Karlovic e Opelka.

Un autorevole testimone che potrebbe darcene o meno conferma è Nicola Pietrangeli che lo affrontò e sconfisse in tre set nel 1958 a Sydney in un incontro valido per la semifinale di Coppa Davis tra l’Italia e le Filippine. La parabola sportiva di Felicisimo Ampon si concluse nel 1968 in Coppa Davis. Ampon è a tutt’oggi l’atleta più anziano ad averla disputata. La sua parabola umana finì il 7 ottobre 1997. In queste due settimane di luglio sacre agli dei del tennis ci piace pensare che Felicisimo stia giocando in doppio sui Campi Elisi a fianco dei 197 centimetri del suo nuovo compagno: Orlando Sirola.

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