Gol di Torino! È una delle quattro città scelte dall’ATP – Ubitennis

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Gol di Torino! È una delle quattro città scelte dall’ATP

Tokio favorita n.1 a sostituire Londra per 5 anni di Masters ATP dal 2021. Torino se la batte alla pari con Singapore. Più di Manchester? Le chances

Ubaldo Scanagatta

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Il Pala Alpitour di Torino (foto palaalpitour.it)

Fa certo piacere, e inorgoglisce certamente il sindaco Appendino – che ne aveva bisogno dopo che la sua città e il suo partito sono sembrati spesso più pronti a dire di no che di sì alle varie proposte di investimenti nello sport (ogni riferimento al no di Raggi alle Olimpiadi di Roma non è casuale) – che Torino sia rientrata nello stretto giro delle città candidate a sostituire Londra. Significa che anche la presentazione fatta dalla Federtennis, insieme ai meriti acquisiti per aver ospitato a Milano le Next Gen, è stata efficace. Onore al merito. La struttura del Pala Alpitour ha ospitato i mondiali di volley, tiene 15.000 spettatori, e se di per sé non vale la 02 Arena, è però meglio integrata con la cittadella olimpica e il resto della splendida città, molto più di quanto non lo sia la struttura londinese di North Greenwich che, tranne che per Canary Wharf e il distretto finanziario, è lontana da tutto e tutti.

Segnalato che due delle città di cui si era molto parlato come ipotetiche candidate, San Pietroburgo e Abu Dhabi, sono finite fuori gioco – la prima perché non avrebbe rispettato le scadenze imposte dall’ATP, la seconda perché forse i presunti 700 milioni di budget erano una bufala, molto più di una presunta cattiva immagine di quell’Emirato – Torino è in pratica l’unica città europea in lista. Sì, perché mi parrebbe davvero inconcepibile che dopo 12 anni a Londra le finali ATP possano andare a Manchester e restare in Inghilterra. Anche se Manchester si era candidata a ospitare le finali WTA ed è stata battuta sul rettilineo finale da Shenzhen che si è aggiudicata le finali per 10 anni. Secondo me però una scelta Manchester verrebbe considerata da tutti come uno schiaffo del CEO britannico Chris Kermode a tutti gli altri Paesi. L’aver inserito Manchester – che proprio per via della candidatura WTA era più pronta si tutte le altre città – rappresenta probabilmente un contentino all’orgoglio del Regno Unito in… Brexit e un segno del potere quasi assoluto di mister Kermode.

Premesso che, appunto, essere nella short list dell’ATP è già un successo anche se dovesse tramutarsi in altri sopportabili costi magari vani per un ulteriore sforzo in vista della decisione finale che verrà annunciata a marzo nel corso del torneo di Indian Wells, quali sono le vere chances di Torino per ospitare cinque anni di Finals? A questo punto se dovessi immaginare un ranking previsionale, direi che Tokyo è in cima. E Manchester, come detto, in fondo. Fra Torino e Singapore c’è equilibrio, perché il capoluogo piemontese può far valere la sua europeità, l’essere davvero facilmente raggiungibile da tutta Europa – con e senza TAV – e quando dico questo non mi riferisco tanto ai giocatori che pur essendo oggi in massima parte europei si muovono ovunque e dovunque con grande facilità e privilegiano sempre i soldi a tutto il resto. Mi riferisco agli spettatori. Londra è stato anche un successo di pubblico. Perché è facilmente raggiungibile e perché la formula del Masters consente a chiunque voglia vedere per tre giorni i migliori tennisti dell’anno di programmare un anno prima il viaggio.

 

Arrivare a Singapore è tutta un’altra cosa. Prima di tutto costa una sassata. E difatti per le finali WTA, pur ben organizzate, il vero problema è sempre stato la scarsa affluenza. Ma è certo probabile che Singapore possa attrarre l’ATP – e di riflesso i tennisti – mettendo sul tavolo molti più soldi. Quindi nel caso di un ballottaggio fra Torino e Singapore la scelta sarebbe di tipo… filosofico. Meglio il pubblico e l’Europa rimettendo dei soldi, o meglio i soldi? Ma alla fin fine questo tipo di ballottaggio non avrebbe ragione d’essere se Tokyo giocasse appieno tutte le sue carte. Tutto si gioca in quella parte dell’emisfero nei prossimi anni, a cominciare dalle Olimpiadi. Poi si dice la Laver Cup… e chissà se non anche la fase finale della Davis-Piqué Cup che gode di grandi finanziamenti giapponesi grazie alla Rakuten, l’azienda di commercio elettronico giapponese che ha fatturati pazzeschi.

A Tokyo non manca lo stadio, non mancano i soldi, non sarà difficile trovare gli sponsor (non solo Nitto lo sponsor attuale delle ATP Finals, ma anche Uniqlo, Rakuten, Seiko…), non manca il pubblico, non manca una scelta geopolitica dopo anni e anni di sedi europee. Anche se proprio da Tokyo cominciò l’epopea del Masters nel 1970 (come opportunamente menzionato dal comunicato ATP) prima di spostarsi – sottolinea ancora il comunicato dell’ATP che tende a mostrare come non si siano fatte scelte che privilegiassero un solo continente – in città di tutto il globo terracqueo: New York, Sydney, Shanghai. Se andiamo a contare le edizioni, vediamo però che l’Europa fin qui ha recitato una parte importante. Il Vecchio Continente ha prevalso di una sola edizione… contro tutto il Resto del Mondo: 26 volte a 25 (incluse le due londinesi ancora da disputare) sulle 51 edizioni totali. Mai l’Italia però. E il nostro Paese, con Torino che ha fatto progressi enormi sotto tutti i profili – in passato era una città molto meno attraente rispetto a oggi – e si trova a un tiro di schioppo da Milano per chi volesse fare un turismo di tipo newyorkese a novembre ha indiscutibilmente notevoli pregi turistico-culinari. Da non trascurare anche un dato emerso ieri dopo quanto successo a Strasburgo: ci sono 68 nazioni che hanno subito o rischiato più attentati terroristici rispetto al nostro Paese; non è un particolare di zero rilievo… Incrociamo le dita però.

LE PAROLE DI APPENDINO SU FACEBOOK

“C’è una straordinaria notizia di cui tutte e tutti dobbiamo essere molto orgogliosi: Torino è nella short list delle 5 città candidate per ospitare le ATP finals di tennis dal 2021 al 2025! Hanno mostrato interesse oltre 40 città nel mondo ma hanno superato la prima fase solo TORINO con Tokyo, Singapore, Londra e Manchester. La sfida è ancora lunga e difficile ma questo non ci spaventa. Anzi, ci spinge ad affrontarla con una determinazione ancora maggiore, supportata dalla consapevolezza di possedere tutto ciò che serve per vincerla: un impianto attrezzato perfetto per ospitare manifestazioni sportive internazionali di altissimo livello, le elevate competenze maturate in materia di organizzazione e gestione di grandi eventi sportivi, il sostegno del Governo, di tutte le istituzioni e dei vertici dello sport italiano e della FIT.

E Torino, soprattutto, è un raro mix tra storia e slancio verso il futuro: da un lato può mettere sul piatto della candidatura un patrimonio ambientale, architettonico e culturale di città d’arte sempre più apprezzata e dall’altro infrastrutture, propensione all’innovazione, tecnologia e sinergie con le realtà produttive di un territorio unico. Le Atp Finals sono uno dei cinque tornei di tennis più importanti al mondo, nonché uno dei più ambiti appuntamenti sportivi internazionali, in grado di portare alla città che le ospita non solo prestigio (un audience medio di 95 milioni di persone), ma anche importanti ricadute di carattere turistico e economico, basta pensare che ogni edizione conta oltre 250.000 spettatori”.

IL COMUNICATO STAMPA DELL’ATP

L’ATP ha annunciato la lista finale delle città candidate ad ospitare le Finals dal 2021 al 2025. Le città di Manchester (Inghilterra), Singapore, Tokyo (Giappone) e Torino (Italia) sono state selezionate dall’ATP e avanzeranno adesso, insieme a Londra, alla fase finale. L’annuncio della short list arriva dopo un processo di selezione iniziato nell’agosto di quest’anno, che ha visto oltre 40 diverse città mondiali interessate ad ospitare il prestigioso evento di fine stagione. Nella fase finale, l’ATP, con la consulenza dell’agenzia esterna Deloitte, condurrà dei sopralluoghi nelle città candidate al fine di valutare ulteriormente i rispettivi progetti. La decisione finale verrà presa non prima di marzo 2019.

Queste le parole di Chris Kermode, CEO ATP: “Il livello di interesse suscitato in giro per il mondo riflette l’immenso patrimonio di questo unico evento, così come il successo ottenuto alla O2 Arena dal 2009. È stato un processo altamente competitivo, e tutte le città incluse nella short list meritano un grande credito per la passione e la visione creativa che hanno dimostrato nei rispettivi piani. Non c’è alcun dubbio che Londra abbia fissato degli standard di riferimento decisamente elevati, ma con l’annuncio odierno della short list crediamo di essere in una posizione favorevole per dar vita ad un nuovo, emozionante, capitolo di un evento che rappresenta ormai l’apice assoluto del tennis maschile”.

TUTTE LE CITTÀ CHE HANNO OSPITATO IL MASTERS ATP

  • Tokyo, Giappone 1970
  • Parigi, Francia 1971
  • Barcellona, Spagna 1972
  • Boston, USA 1973
  • Melbourne, Australia 1974
  • Stoccolma, Svezia 1975
  • Houston, USA 1976
  • New York, USA 1977–1989
  • Francoforte, Germania 1990–1995
  • Hannover, Germania 1996–1999
  • Lisbona, Portogallo 2000
  • Sydney, Australia 2001
  • Shanghai, Cina 2002
  • Houston, USA 2003–2004
  • Shanghai, Cina 2005–2008
  • Londra, Regno Unito 2009–2020
  • 2021–2025 ?

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Australian Open

Australian Open: Nishikori va ai quarti, a Carreno Busta rimane solo la frustrazione

La partita più lunga dell’intero torneo viene viziata da un singolo, clamoroso, episodio che penalizza Carreno Busta. Merito a Nishikori, che rimane calmo e completa una grande rimonta

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VIDEO – Ubaldo Scanagatta con il giornalista Vuk Brajovic, Telegraph Belgrade: il nuovo Djokovic

 

Nella storia del tennis il concetto di “furto” ha sempre trovato poco spazio. L’arbitro, nella maggior parte delle occasioni, si ritrova a leggere il punteggio e, al massimo, a essere bersaglio di qualche protesta. Tuttavia quando una sua decisione viene percepita come un errore grave, specialmente se arriva in un momento cruciale come il tie-break del quinto set di un ottavo di finale Slam, il rischio è che l’intero incontro ne esca irrimediabilmente rovinato.

L’immagine di copertina della vittoria di Kei Nishikori su Pablo Carreno Busta non sarà purtroppo il cronometro finale che segna un cinque alla cifra delle ore. E non sarà il recupero con passante al volo che ha permesso al giapponese di girare il tie-break del terzo set, rimettendo in piedi un incontro in cui si era trovato sotto di due set e di un break, né il clamoroso rovescio vincente con cui lo spagnolo ha concluso uno scambio tesissimo nel set decisivo, strappando il servizio quando si era trovato a rispondere per rimanere nel torneo. Non sarà, in buona sostanza, nessuno dei momenti che hanno reso davvero bello l’incontro più lungo di questa edizione degli Australian Open, bensì quello appena successivo, in cui Carreno Busta, paonazzo in volto, lascia la Margaret Court Arena gridando in spagnolo contro il giudice di sedia Tom Sweeney.

Al centro della rabbia di Carreno c’è la decisione dell’umpire di non ripetere il punto sull’8-5 del super tie-break a dieci punti che da quest’anno decide i set decisivi dell’Australian Open che raggiungono il sei pari. I fatti: Nishikori spedisce Carreno fuori dal campo, Carreno con un recupero disperato rimette la palla in campo, mentre Nishikori sta colpendo di rovescio in campo aperto il giudice di linea chiama “out” il recupero di Carreno, che però tocca la riga. A quel punto Carreno sa che, a termini di regolamento, se chiama il challenge e la sua palla è dentro il punto va rigiocato da capo, dalla prima di servizio dell’avversario, e lo fa. Il giudice di sedia glielo concede, salvo poi assegnare comunque il punto perché secondo lui la chiamata non ha influenzato nessuno dei due giocatori, e non c’era possibilità che l’esito del punto fosse diverso.

Citando il regolamento ITF alla voce “Hindrance by Officials”, ovvero “disturbo da parte degli arbitri:
Se la chiamata viene corretta da “out” a “good”, bisogna giocare un Let [e quindi ripetere il punto, ndr] a meno che il giudice di sedia stabilisca che si trattava di un chiaro ace o di un chiaro colpo vincente che il giocatore non avrebbe potuto in alcun modo raggiungere. Nel caso in cui ci sia anche una minima ragionevole possibilità che la palla potesse essere giocata, al giocatore va concesso il beneficio del dubbio.

La situazione sembra proprio questa, anche se fanno storcere il naso un paio di questioni: la chiamata arriva circa in contemporanea del colpo di Nishikori, in un certo senso modificando l’approccio sulla palla del tennista giapponese (che magari, più teso, avrebbe commesso un errore gratuito); a Carreno viene comunque concesso di chiamare il challenge nonostante, pur senza un overrule, sia già stata presa la decisione sull’assegnazione del punto, facendo semplicemente rischiare allo spagnolo di consumare invano la sua ultima chiamata a Hawk-Eye. Di certo si tratta di una situazione spinosa dal punto di vista regolamentare, in cui la più grave mancanza da parte del giudice di sedia è comunicativa. Se Sweeney avesse negato a Carreno il challenge, spiegando la sua decisione, forse l’incontro sarebbe proseguito senza intoppi e con un’altra conclusione.

(ecco il video dell’intero tie-break: il punto incriminato comincia a 10:10)

Carreno deve comunque prendersela soprattutto con se stesso, e con la sua incapacità di rimanere saldo nei nervi a un passo dal successo. In quel momento, di fatto, non gli era stato sottratto nulla se non un potenziale regalo (il torto lo avrebbe al massimo subìto Nishikori, il cui vincente sarebbe stato cancellato da una chiamata errata, che peraltro sembrava disposto al replay). Del resto l’intero incontro è stato prolungato, oltre che da un livello di gioco costantemente alto, da almeno quattro cambi di direzione, tutti dovuti anche alla incapacità di concretizzare un possibile vantaggio. Alla maggior parte dei break è infatti seguito un immediato contro-break, in un punto per punto in cui il servizio è stato determinante soltanto in parte e le emozioni, anche quelle negative, hanno tenuto tutto il pubblico con il fiato sospeso fino alla fine.

Sono molto triste, perché dopo cinque ore di lotta ho lasciato il campo nel modo sbagliato” ha poi detto Carreno in conferenza stampa, dopo essersi calmato almeno un po’. “Mi dispiace perché quello non è il vero me. Ma penso che il giudice di sedia abbia sbagliato, e ho cercato di andarmene il prima possibile” – senza stringerli la mano, ma facendo i complimenti a Nishikori – “dopo aver perso l’ultimo punto perché sapevo che potevo perdere la testa in qualsiasi istante“. Nishikori sull’episodio ha preferito glissare, chiedendo ai giornalisti di concentrarsi sulla sua terza rimonta in carriera da due set di svantaggio. “Era soltanto un punto, e la pausa per la discussione avrebbe potuto avere un effetto anche su di me. Sono molto contento di come sono rientrato nel match, non so neppure come ho fatto ma sono davvero felice per la vittoria“.

In effetti nei primi due set Nishikori, pur non giocando male, aveva collezionato un numero di gratuiti molto alto, e le sue gambe sembravano muoversi in maniera poco sciolta. Ai quarti di finale affronterà un Novak Djokovic presumibilmente un po’ stanco dopo il successo su Daniil Medvedev, ma forte di un largo 15-2 nei precedenti. Intanto il giapponese si conferma principe dei tie-break (anche di quelli super, dato che al secondo turno aveva avuto la meglio su Ivo Karlovic nello stesso modo). Curioso, ma fino a un certo punto: se nelle situazioni di comodo vantaggio gli capita di smarrirsi di colpo, è in quelle di punteggio tirato che il numero 8 del mondo dà il meglio, e il temuto gioco decisivo ne è forse il miglior esempio. La vittoria anche in questo senso è meritata: ha saputo affrontare meglio dell’avversario una difficoltà in più, l’ultima, ed è stata decisiva.

Risultato:

[8] K. Nishikori b. [23] P. Carreno Busta 6-7(8) 4-6 7-6(4) 6-4 7-6(8)

Il tabellone maschile

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Australian Open

Australian Open: Raonic facile, troverà Pouille. Zverev negli Slam proprio non c’è

MELBOURNE – Sconcertante inizio di Sascha, totalmente senza servizio. Sconfitta senza attenuanti, bravissimo Milos

Luca Baldissera

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Milos Raonic, Australian Open 2018, foto di Roberto Dell'Olivo

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VIDEO – Ubaldo Scanagatta con il giornalista Vuk Brajovic, Telegraph Belgrade: il nuovo Djokovic

 

da Melbourne, il nostro inviato

[16] M. Raonic b. [4] A. Zverev 6-1 6-1 7-6(5)

PARTENZA HORROR DI SASCHA – L’ultima volta che ci avevano giocato contro, venendo entrambi sconfitti uno dopo l’altro (Hopman Cup a parte nel caso di Roger), Federer e Djokovic, intervistati alle ATP Finals di Londra, concordavano nell’affermare che rispondere al servizio di Alexander Zverev a volte poteva essere più difficile che ribattere a Isner. Il capofila della truppa “next gen” qui a Melbourne affronta negli ottavi di finale il bombardiere canadese Milos Raonic, uno che sulla qualità e sull’esplosività del servizio fonda il suo gioco. In tribuna stampa, quindi, siamo tutti con il pallottoliere, ma veniamo subito spiazzati dall’inizio del match il cui esito sarà altrettanto sorprendente.

Break e controbreak nei primi due game, un po’ regalato il primo da Raonic, con due errori e un doppio fallo, lottatissimo (14 punti) il secondo, in cui Sascha ha avuto una palla del 2-0. Il canadese, da questo momento, si scioglie sia come colpi (belle alcune volée al seguito del servizio) che come corsa e gioco da fondocampo, mentre il giovane tedesco sembra ancora contratto, e non riesce a impostare i suoi prediletti scambi in feroce pressione da dietro. Nel quarto game ancora Zverev nei guai, con doppio fallo e gratuiti evitabili: c’è il 15-40, e alla seconda occasione un passante di rovescio di Milos lo manda 3-1. Altro break, che brutto inizio per Sascha. Diventa pure peggio poco dopo, sul 4-1 Raonic, quando un doppio fallo, già il terzo, gli costa una palla break contro; poi ce n’è un’altra, e un’altra ancora, e addirittura una quarta, che alla fine (molto bene in attacco Milos) gli costa il terzo break subito. Zverev non ha ancora tenuto un turno di battuta. In 34 minuti è 6-1 Raonic. 12 palle break affrontate, 3 servizi persi, statistiche orribili per Sascha, non è proprio sceso in campo finora. Milos bene senza nemmeno fare cose straordinarie, ma contro questa dimessa versione del campione 2018 del Masters non ce n’è proprio bisogno. Chissà cos’ha Zverev, fisicamente sembra a posto, ma peggio di così è difficile giocare.

Primo punto del secondo set, doppio fallo, poi di nuovo (siamo a 5), 0-40, Sascha pare totalmente bloccato di nervi e muscoli, partono i primi fischi dagli spalti. Parte anche un drittone di Raonic che si prende il quarto break e il vantaggio immediato, Ivan Lendl in tribuna è impassibile come sempre, dove sia finito il servizio al fulmicotone mostrato a Londra da Zverev non si sa. Milos continua con la sua onesta partita, sale 2-0, e oltre alla superiorità per adesso schiacciante alla battuta, sta pure scambiando meglio da dietro, e a rete se la cava alla grande (20 punti al volo su 27 discese, 14-20 con il serve&volley diretto, sono numeri da anni ’90). Tutte brutte notizie per Sascha, che finalmente tiene un game di servizio nel frattempo, ma dovrà salire di livello davvero molto se vorrà darsi una possibilità di far partita. Purtroppo per lui la vicenda non cambia direzione: nel quinto game tre doppi falli (siamo a 8), ennesimo break (il quinto), racchetta frantumata con certosina dedizione (abbiamo contato 9 botte sul cemento), ovvio warning e code violation. Quel che conta è che siamo 4-1 e servizio per Milos, pochi minuti dopo 5-1, ennesimo game disastro alla battuta di Sascha, un paio di bei dritti di Raonic, ed è un altro 6-1. E’ passata un’ora e 3 minuti. Personalmente, mentre mi interrogo a sguardi con i colleghi in tribuna stampa, e faccio mente locale, ho difficoltà a ricordare un numero 4 ATP, dotato di gran battuta (almeno in teoria) che a livello di ottavi Slam tenesse un servizio su 7 in due set.

Alexander Zverev – Australian Open 2019 (via Twitter, @AustralianOpen)

ALMENO UN SET LOTTATO – Quando in avvio di terzo parziale Zverev conquista il suo game di servizio per l’1-1, pare un avvenimento. Anche se il tennis espresso dai due in campo è molto diverso, sembra un po’ quello che è accaduto ieri nei primi 2 set tra Nadal e Berdych, col ceco assente ingiustificato per la prima ora. Come Tomas ieri, nel terzo parziale Sascha si sveglia, ritrova ritmo e percentuali col servizio, e inizia a tenere con autorità sufficiente i suoi game di battuta. Nulla di che, intendiamoci, ma almeno ora il punteggio ha un andamento regolare. Da parte sua Raonic va via col pilota automatico, e continua a vantare statistiche molto buone: 12 ace, un ottimo 39-21 tra vincenti ed errori e un 29/40 di punti fatti rispetto alle discese a rete. Nello scambio il canadese utilizza bene lo slice, appena ha una palla sul dritto spara, e va a rete a ogni occasione utile: non sarà aggraziato, o stilisticamente “bello” come esecuzioni (cosa significherà, poi), ma non si può dire che non sia super-propositivo e spettacolare, uno dei pochissimi attaccanti puri in giro.

Nel decimo game, in risposta, Milos mette a frutto tutte queste qualità, si prende il 15-40 e due match point (aiutato dal nono doppio fallo di Zverev), ma è bravo il tedesco a salvarsi con la regolarità (29 palleggi sul secondo), pareggiando 5-5. Forse qui Raonic avrebbe potuto e dovuto prendersi qualche rischio in più, se li è giocati a far sbagliare l’altro, il che visto l’andazzo ci poteva stare, ma alla fine non ha pagato. Grande urlo di celebrazione, si vede che Sascha ci crede ancora e naturalmente fa benissimo. Anche perché, dopo essersi arrampicato al tie-break, un passantone diagonale di rovescio lo manda in vantaggio di un mini-break. Che restituisce subito con il decimo doppio fallo, però, ma poi se lo riprende grazie a un gratuito di Milos. Si esalta il tedesco con la “veronica” a rete che lo manda 4-2, ma poi sbaglia un rovescio e siamo di nuovo in equilibrio, 4-4. Un dritto in rete di Sascha manda Milos 6-4, sono altri due match-point. Il primo viene cancellato dal servizio, ma sul secondo un grandissimo serve&volley di Raonic conclude la partita. Ennesimo stop prima delle fasi finali di uno Slam per Zverev, imperdonabili i primi due set non giocati. Avanti con pieno merito Milos, che su questi campi rapidi, nello stato di forma che sta dimostrando, sarà un cliente difficile per tutti. A partire da Lucas Pouille, contro il quale conduce 3-0 nei precedenti.

“Beh, quando ho perso il servizio all’inizio, pensavo che sarebbe stata ben diversa la partita, ma l’ho fatta girare subito. Ho giocato molto bene, sui primi due match-point però ero teso e avrei potuto fare di più” analizza lucidissimo come sempre Milos a fine partita. “Le cose stanno andando bene per me. Certo, non avevo calcolato come tattica di giocare 29 palleggi sul match point! (ride) Con Goran mi trovo alla grande, ci capiamo molto bene, e le cose tra noi vanno avanti in modo semplice. Borna gioca bene nell’ultimo anno, Lucas sta facendo un bel torneo, vedremo, ora vado a riposarmi poi li guarderò!”.

LUCAS AI QUARTI – Un po’ a sorpresa, l’avversario ai quarti di finale di Raonic sarà Lucas Pouille, 28esima testa di serie che entra per la prima volta tra i primi otto dello Slam australiano. Nella sfida di solidità e pragmatismo contro Borna Coric ci si aspettava che avrebbe prevalso il più giovane, lanciatissimo dopo un ottimo finale di 2018 che invece certo non aveva sorriso a Pouille, capace nella scorsa stagione di distinguersi solo in tornei minori (e tutti a febbraio, per curiosa coincidenza). Invece la vittoria è stata raccolta con pieno merito dal francese che torna a giocare un quarto Slam dopo l’ottimo 2016 in cui ci era riuscito sia a Wimbledon che allo US Open.

Il primo set rispetta tutto ciò che ci si attendeva dalla partita. Generale equilibrio nello scambio da fondocampo, soprattutto sulla diagonale del rovescio, scambio di break a inizio parziale e quindi un viaggio più o meno regolare fino al tie-break che viene vinto dal giocatore che ha affrontato l’incontro con maggiori credenziali. Coric, per i motivi che abbiamo descritto. Nel secondo parziale però, quello che già era sembrato un piccolo allarme per il 22enne croato si trasforma in un problema piuttosto cospicuo: la seconda non funziona e il francese capisce che può aggredire con profitto. Pouille si procura occasioni di break nei primi due game di risposta ma Coric annulla prima con il servizio e poi spingendo sul rovescio del suo avversario, il suo colpo forte, con discreto coraggio. La sensazione però è che Pouille ora stia manovrando meglio, e infatti sul 3-3 l’equilibrio si rompe. Coric va sotto 0-30, commette doppio fallo e poi spara un pessimo dritto in corridoio. Per un altro set e mezzo il croato non riuscirà a guadagnarsi alcuna occasione di break, tanto da permettere a Pouille l’aggancio e poi il sorpasso. Due set a uno per Pouille, che ora si lascia preferire anche al servizio.

La passività che ha avviluppato Coric per quasi tutto l’incontro sparisce nel settimo game, con Pouille già in vantaggio di un break – conquistato in apertura di set – e proiettato al turno successivo. Il croato recupera una palla corta presuntuosa di Pouille e pareggia i conti, convincendo poi anche il suo avversario ad accettare il tie-break. Il gioco conclusivo boccia però il croato, tradito ancora del dritto e poi addirittura scherzato da un pallonetto di Pouille che ne frustra le residue speranze di rimonta. Difficile dire se questo è già l’impatto di Amelie Mauresmo, nuova allenatrice di Pouille, ma la certezza è che il francese non giocava così bene da un bel po’ di tempo.

Lucas Pouille – Australian Open 2019 (via Twitter, @AustralianOpen)

Risultati:

[16] M. Raonic b. [4] A. Zverev 6-1 6-1 7-6(5)
[28] L. Pouille b. [11] B. Coric 6-7(4) 6-4 7-5 7-6(2)

Il tabellone maschile

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Australian Open

Australian Open: Osaka rimonta e rimane la favorita. Pliskova è perfetta

MELBOURNE – La giapponese accede ai quarti di finale, dove troverà un’ottima Svitolina; resta la prima favorita per la vittoria finale? Pliskova annichilisce Muguruza e sfiderà Serena

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VIDEO – Ubaldo Scanagatta con il giornalista Vuk Brajovic, Telegraph Belgrade: il nuovo Djokovic

 

Serena è la vera numero 1, ma Halep merita applausi

SVITOLINA SI GUADAGNA OSAKA Third time is a charmAl terzo confronto diretto Elina Svitolina supera Madison Keys, qualificandosi per la quarta volta ai quarti di finale di uno Slam, la seconda in Australia dopo quella dello scorso anno. L’ucraina, reduce da un esordio 2019 negativo con una sconfitta immediata a Brisbane, sembra essere ancora ai livelli dello scorso ottobre, quando macinava regolarità e avversarie fino al titolo nelle WTA Finals.

Tre set speculari, con una a comandare e l’altra a rincorrere. E quando ciascuna riesce a mettere in atto il suo piano principale, non c’è contromisura che tenga. Svitolina si appoggia alla grande e punge con il rovescio per volare 4-0 e poi 6-2; nel mezzo un Time Out Medico per trattare un dito del piede sinistro, che forse la condiziona nella mobilità brillante mostrata fino a quel momento. Keys si affida al suo dritto esplosivo che nel corso del torneo si è rivelato via via più potente e preciso, in sorprendente controtendenza con le sue abitudini, e risponde con un roboante 5-0 in avvio di secondo set, poi convertito in 6-1. Il terzo è una nuova passerella ucraina. Vittoria che in un certo senso potrebbe sbloccare Svitolina: è la prima contro una top 20 in uno Slam negli ultimi sette incontri (appena la terza totale in carriera), non ne batteva una dal 2016 (Ivanovic al Roland Garros 2016). Il suo problema, adesso, è che l’asticella si alza sensibilmente.

Elina Svitolina – Australian Open 2019 (via Twitter, @AustralianOpen)

Ai quarti se la vedrà infatti con la campionessa degli US Open Naomi Osaka. La giapponese spara 51 vincenti e resiste all’affondo iniziale di Anastasija Sevastova, già battuta anche a inizio stagione a Brisbane (3-2 i precedenti adesso). “Mi hanno ispirato Tsitsipas e Tiafoe“, e si è visto. Incontro divertente, la lettone varia e a tratti incanta, leggera ma aggressiva, toglie il tempo e prende l’iniziativa. Break immediato che non cederà fino a chiudere il primo set, con Osaka che aggiusta il mirino prendendo rischi che non pagano.

Dal secondo parziale è un crescendo di vincenti per Naomi, che è ancora in corsa per diventare la decima donna della storia a vincere New York e Melbourne in fila (Serena Williams l’ultima a riuscirci nel 2015). Una pioggia di soluzioni definitive, specialmente con il dritto, costringono Sevastova a rincorrere e a perdere terreno in progressione: nel secondo set Osaka allunga nel sesto gioco, spingendo da 3-2 a 6-3. Si aggiunge un break di inerzia in avvio di set conclusivo (2-0), ma Sevastova è brava a concedersi un’ultima possibilità, variando al servizio spesso al centro e rimanendo concentrata fino al controbreak del 3-3; è un colpo di reni effimero, Osaka strappa immediatamente il servizio (4-3), e poi amministra. Con Svitolina sarà match da prime timee la giapponese dovrà convivere con la pressione di essere la favorita.

MONOLOGO CECO, OCCHIO A PLISKOVA – Se è vero che quando Karolina Pliskova gioca a tennis da par suo può raggiungere picchi di rendimento assai difficili da eguagliare, di questa sconfitta si dovrebbe fare una colpa solo parziale a Garbiñe Muguruza, il cui raggiungimento degli ottavi di finale è sostanzialmente in linea con la sua attuale dimensione. Appare persino doveroso rivalutare ulteriormente la prestazione di Giorgi, capace di tenere il testa a testa fino a metà del secondo set contro una giocatrice che oggi ha spazzato via dal campo Muguruza in un’ora di gioco commettendo appena tre errori gratuiti, uno nel primo set e due nel secondo.

Baldissera e Gibertini, da Melbourne, avevano pronosticato un incontro non bellissimo che difficilmente avrebbe potuto avere una vincitrice diversa da Pliskova. È andata così. Nonostante il break subito in avvio di incontro – Muguruza è passata a condurre 2-1 e servizio – Karolina non ha battuto neanche per un istante le sue ciglia boeme, anzi ha preso immediatamente a giocare con un ritmo e una profondità insostenibili per la sua avversaria. Qualche aiuto da Muguruza è certamente arrivato: assai rivedibile lo smash che ha consegnato a Pliskova la palla del contro-break, così come il rovescio sballato che subito dopo l’ha convertita. La forbice tra le due giocatrici si è quindi fatta prima apprezzabile, poi severa e quindi incolmabile. Dal 2-2 del primo set Pliskova ha perso soltanto tre punti al servizio e ha potuto concentrarsi sui game di risposta, trovando soluzioni aggressive sia da fondo campo che nei pressi della rete. Un dato più di tutti: quando Muguruza ha messo in campo la prima, ha vinto solo la metà dei punti. Notevolissima Pliskova soprattutto con il rovescio incrociato – un paio di esecuzione strette da applausi – e il dritto in corsa, colpo che non sempre le ha garantito punti come è accaduto oggi.

Karolina mantiene così intatte le speranze di titolo e di leadership della classifica, che pure la vede ancora al settimo posto per la contemporanea vittoria di Svitolina. Ai quarti sfiderà Serena Williams, ma scendendo in campo così, potrà giocarsi le sue carte.

Karolina Pliskova – Australian Open 2019 (via Twitter, @AustralianOpen)

Risultati:

[16] S. Williams b. [1] S. Halep 6-1 4-6 6-4
[7] Ka. Pliskova b. [18] G. Muguruza 6-3 6-2

[4] N. Osaka b. [13] A. Sevastova 4-6 6-3 6-4
[6] E. Svitolina b. [17] M. Keys 6-2 1-6 6-1

Il tabellone femminile

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