Gabriela Sabatini: "Ero molto timida ma il tennis ha formato la mia personalità" - Pagina 2 di 2

Interviste

Gabriela Sabatini: “Ero molto timida ma il tennis ha formato la mia personalità”

Intervistata da ‘La Nación’ a pochi giorni dal suo cinquantesimo compleanno, Gabriela si racconta a 360°. Lo splendido rapporto con Roma, le passioni per fotografia e l’aiuto della terapia. I ricordi di una carriera

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Gabriela Sabatini - ITF World Champions Dinner 2019 (photo ITF/Paul Zimmer)

La carriera tennistica di Sabatini è stata un capolavoro, con grandi picchi di ispirazione e anche qualche ostacolo sul finale. Si potrebbe aprire il baule dei ricordi e scegliere a caso: nel 1985, a soli 15 anni, è stata la semifinalista più giovane della storia del Roland Garros, sconfitta da Chris Evert, allora n. 2 della Wta.

Sì, mi ricordo: è incredibile, se ci penso adesso, stare sul centrale del Roland Garros a 15 anni. In quel momento, credo, non capivo nemmeno dove fossi, contro chi stessi giocando. Anche se in un certo senso lo sapevo, perché Chris Evert, quando cominciai a prendere in mano la racchetta, era già molto in alto. Però trovarsi a giocare contro di lei, a quell’età, è qualcosa di cui non ti rendi bene conto, non ci pensi. Mi divertivo a stare lì, a poter giocare una semifinale, in un torneo come il Roland Garros, in una città come Parigi. Non hai del tutto consapevolezza di quei momenti, poi a volte guardo le foto e dico: “Wow, che piccola che ero!”.

Lo spirito olimpico di Seul 1988, quando hai conquistato la medaglia d’argento ti ha segnata? In realtà continui a essere un punto di riferimento per gli sportivi argentini.

 

Sì, è stata un’esperienza unica, perché i tennisti, ad eccezione della Fed Cup, non hanno l’opportunità di rappresentare il proprio Paese. Allora il torneo olimpico non dava punti WTA, però era così importante e gratificante indossare i colori dell’Argentina e condividere quell’esperienza con gli altri atleti: stai nello stesso edificio, li incontri in continuazione, era come una famiglia, andavamo a mangiare tutti insieme. Mi dava tantissima energia. Ricordo che mi svegliavo al mattino e tutti si stavano allenando, preparandosi per le loro gare, e anche a me veniva voglia di allenarmi. Tornai da lì carica come non ero mai stata. Ai Giochi olimpici respiri davvero lo sport e capisci il valore dello sforzo che fanno molti atleti, perché la maggior parte di loro sono dilettanti e si preparano solo per quel momento, che alla fine dura due minuti o una giornata. Da allora in poi mi piace mantenere contatti con gli altri sportivi, incitarli, accompagnarli. È molto bello e mi dà grande soddisfazione.

È impossibile non parlare di New York e Roma, due luoghi in cui ti caricavi di energia e dove hai ottenuto i tuoi migliori risultati (Us Open 1990, due Master al Madison Square Garden e quattro titoli nella capitale italiana).

Sì, credo che influisse molto sul mio gioco, sul mio stato d’animo. E ovviamente New York e Roma erano posti in cui fuori dal campo da tennis stavo bene. Vabbè, in Italia, a Roma, mi sento come a casa perché hanno le nostre stesse abitudini. E poi parliamo del pubblico, perché in entrambe le città il pubblico era molto caldo, molto espressivo, si lasciavano coinvolgere dalla partita e questo mi infondeva più energia ed entusiasmo.

A Roma venivano a vederti anche i tuoi familiari, no?

Sì, tuttora ho alcuni parenti da parte di mio padre, che venivano a posta per il torneo, visto che vivono sull’Adriatico, nelle Marche. Quando arrivava il torneo, venivano anche loro, così avevamo modo di vederci ed era bello anche stare con loro. Sono andata anche al paese dei miei antenati, dopo che ho lasciato il tennis, ho il passaporto, mi hanno offerto le chiavi della città, è stato bellissimo conoscere la casa dove viveva la nonna di mio padre.

Ami viaggiare. Ti è capitato di andare in posti dove non pensavi di essere conosciuta?

Mi è successo quando avevo già smesso di giocare e andavo a promuovere il mio profumo, come a Varsavia, in Polonia. C’era una coda lunghissima per avere il mio autografo. Mi è successo soprattutto in posti dove non ero mai andata a giocare e mi conoscevano più per i profumi che per il tennis: è stato molto curioso e sorprendente.

Gaby, ti guardi allo specchio il 16 maggio, guardi un po’ più in profondità, ripercorri la tua vita per fotogrammi. Che cosa vedi? Che cosa ti piace? E che cosa no?

Sento di essere una privilegiata della vita, ho fatto tutte le cose che ho desiderato fare, continuo a farle e avere questa opportunità è già tanto. L’importante è stare bene con sé stessi. Cerco di condurre una vita sana, sono felice di stare dove sono, di aver vissuto quello che ho vissuto. Ovviamente, ti dici anche: “Beh, certe cose potevano essere un po’diverse”.

In che senso?

Forse in campo professionale, forse in campo personale. Però sento di aver preso le decisioni che mi sembravano giuste in quel momento, per cui mi sono sentita e mi sento bene. Non ho nessun rimpianto: mi sono presa sempre tutto il tempo necessario per decidere. Mi sento bene con quello che sono e con quello che ho e mi sento grata per tutto.

Hai perduto alcune persone care. Che rapporto hai con la morte?

È dura affrontare queste situazioni, l’ho vissuto con mio padre (Osvaldo, morto a marzo 2016): il peggio che possa succedere è vedere una persona cara che soffre. Però, parlando della morte è parte della vita, è la nostra continuazione, anche se non è così facile da accettare. Per esempio perché una persona non c’è più? O perché ci sono alcune morti così ingiuste? È difficile da elaborare psicologicamente.

Nella tua carriera hai ricevuto aiuto dagli psicologi?

Sono stata in terapia per molti anni, al di là del tennis (in Argentina, andare in analisi è come andare dall’oculista per noi, almeno era così negli anni Ottanta. Ndt). D’altro canto ho lavorato anche con uno psicologo dello sport, quando ho ritenuto di averne bisogno. Mi ha aiutato moltissimo, sia in un momento specifico della mia carriera sia alla fine, quando non riuscivo a elaborare quello che mi succedeva in campo, quando non mi divertivo, non sopportavo gli allenamenti. Per questo sono tornata dallo psicologo e mi ha aiutato a capire che era il momento di dire basta.

Chi ti conosce bene dice che da moltissimo tempo il tennis non ti faceva sorridere come al Madison Square Garden, quando hai giocato un’esibizione con Monica Seles nel 2015. Hai quella foto come profilo in rete. Dopo anni senza gioia, è li che ti sei riconciliata con il tennis?

Sì, sì, mi avevano proposto di giocare al Madison l’anno precedente, ma non ero preparata, non gioco molto, magari una volta ogni tanto, ma in quel momento erano passati tre o quattro anni senza giocare e avevo rifiutato; però l’idea mi frullava in testa, più che altro per tornare a New York, al Madison. Quando me l’hanno chiesto di nuovo, ci ho pensato su e ho detto: “Ok, mi impegno a farlo, comincio ad allenarmi”.

Mi sono allenata per quattro mesi prima della partita. Sì, ero rimasta con la sensazione di non divertirmi tanto con il tennis e in quei mesi sono tornata a divertirmi come quando ero piccola. Addirittura, negli ultimi tempi da professionista il servizio era una sofferenza e invece lì mi sono sentita così bene a tirare forte, così a mio agio! Perché ho cercato di prendere tutto alla leggera. Prendo sempre tutto troppo sul serio. Ho pensato: “Se un giorno non ho voglia di allenarmi, non lo faccio”. Non mi allenavo tutti i giorni, uno ogni due. Intendo il tennis, perché l’allenamento fisico non l’ho mai trascurato e questo è stato un bel vantaggio, altrimenti sarebbe stata molto più dura. Quando mi sono trovata al Madison Square Garden era cambiato un bel po’, sembrava un posto diverso, ma mi sono divertita un sacco.

Che diresti oggi alla Sabatini tennista?

(Sorride) Non ho niente da dirle, se non che mi sento molto orgogliosa di quella persona, di tutto quello che ha lasciato, di quello che ha consegnato al tennis.

E magari le diresti di prendersi alcuni momento del gioco con più tranquillità?

Sì, forse sì, che non prenda le sconfitte come la fine del mondo. Più che altro, che siano qualcosa di positivo e non di negativo, perché quando perdevo no volevo avere niente a che fare con nessuno, credo che pretendevo troppo da me stessa e a volte giocavo contro di me. Proverei a prendere tutto con più tranquillità, di cercare altre cose da fare. Avevo cominciato a farlo nell’ultimo periodo e mi aveva aiutato sapere che esiste un mondo fuori dal tennis, che nella vita si possono fare altre piccole cose. Questo cercherei di introdurlo di più nel tennis.

Gastón Gaudio raccontava che in finale di carriera, di notte, usciva a fare foto. Tu che facevi?

In un certo periodo anch’io mi sono data alla fotografia e giravo con la macchina fotografica. In un altro periodo viaggiavo con la chitarra, che non era esattamente facile perché era un po’ grande da portare in giro. Ricordo che eravamo ad Amelia Island, allora Carlos Kirmayr era il mio allenatore e insisteva molto su questa parte, mi ha aiutato molto a ridurre la pressione. Io dicevo: “Oh, che bello sarebbe andare a cavallo sulla spiaggia!”. E Carlos, dopo la partita, mi diceva: “Andiamo a cavallo sulla spiaggia”. E così tante altre piccole cose. Carlos insisteva e funzionava.

Quali sono le prime cose che farai quando avremo recuperato un po’ di normalità dopo la pandemia?

Abbracciare i miei cari, andare a prendere un caffè o un gelato con gli amici. Però soprattutto vedere i miei cari e poterli abbracciare.

(Traduzione di Alessandro Condina)

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Intervista a Elisabetta Cocciaretto: “Mi piacerebbe entrare in top 10 e vincere Roma”

Classe 2001, Elisabetta è la tennista italiana più promettente. Dopo l’esordio Slam dello scorso gennaio, vediamo quali sono le sue ambizioni

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Abbiamo incontrato la giovane tennista marchigiana Elisabetta Cocciaretto, nata ad Ancona il 25 gennaio del 2001. Avevamo già avuto modo di scoprire la sua vivacità, intervistandola a Melbourne lo scorso gennaio.

Elisabetta è allenata da Fausto Scolari ed è attualmente tesserata per il Circolo ‘’Tennis Italia’’ (Forte dei Marmi). Nata da padre informatore medico e una madre dottore commercialista e consigliera regionale, ha un fratello di 16 anni che frequenta il secondo anno di un istituto tecnico. Elisabetta ha vinto da Juniores i campionati italiani U11, U12, U13 e U14, e per ben due volte il noto torneo ‘’Lemon Bowl’’. Da U18 ha vinto un torneo di grado 1 in Austria, ha ottenuto una semifinale all’Australian Open Juniores e al torneo ‘’Bonfiglio’’, e ha partecipato alle Olimpiadi giovanili nell’ottobre 2018, ultimo torneo della sua carriera juniores in cui vanta un best ranking di numero 12. Ha inoltre vinto gli europei di doppio in coppia con Federica Rossi.

Tra le vittorie prestigiose della sua giovane carriera ricordiamo quella contro Cori Gauff (classe 2004, attuale numero 52 del ranking WTA) al primo turno dell’Australian Open junior 2018, l’edizione in cui l’italiana ha raggiunto la semifinale. Alle qualificazioni dell’Australian Open 2020 ha battuto con il punteggio di 6-2 6-1 Tereza Martincova (classe 1994, attuale numero 133 WTA), per entrare nel main draw. Si era precedentemente imposta contro Allie Kiick (classe 1995, attuale numero 160 WTA) in Cile all’ITF 01A con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 e contro Sara Errani (classe 1987, ex numero 5 del mondo in singolare e finalista del Roland Garros), vittoria che l’ha portata alla conquista del W60 Asuncion del 2019. Sempre ad Asuncion ha battuto anche Conny Perrin (classe 1990, ex numero 134 WTA), già sconfitta due volte di fila a Torino e Palermo quando la giovane marchigiana aveva appena fatto il suo ingresso tra le prime 700 giocatrici del mondo.

 

Attualmente numero 157 del ranking WTA, Elisabetta quest’anno ha fatto il suo esordio assoluto a livello Slam all’Australian Open, sconfitta al primo turno da Angelique Kerber.

In esclusiva ci ha gentilmente raccontato la sua storia e le sue ambizioni.

Quando e come nasce la tua passione per il tennis?
La mia passione per il tennis nasce fin da piccolissima perché i miei giocavano a livello amatoriale. Vicino casa c’era il torneo ‘Tennis Europe’ under 12 di Porto San Giorgio e un giorno andai a vedere qualche partita con mio padre. Mi chiese se volevo iniziare a giocare a tennis, risposi di sì. Ho quindi iniziato i corsi gratuiti del maestro storico del circolo e da lì mi sono appassionata sempre di più.

Qual è il momento della tua ancora giovanissima carriera che, in generale, ricordi con maggior piacere?
Di sicuro è stata la qualificazione al Foro Italico, era sempre stato il mio sogno giocare su quei campi un giorno. Un altro bel ricordo è stata la vittoria contro Sara Errani in Paraguay, perché oltre ad essere sempre stata il mio idolo, quella vittoria significava l’accesso nelle prime 200 al mondo e quindi l’ingresso alle qualificazioni dell’Australian Open assicurato.

Nella tua gioventù vissuta nelle Marche, c’è invece un episodio tennistico che è stato particolarmente significativo per la giocatrice che sei e stai cercando di diventare?
Sicuramente la finale vinta al Lemon Bowl under 10 contro Olga Danilovic: ero troppo felice dopo quella partita!

Quale torneo, a prescindere dalla levatura internazionale, sogni di vincere?
Sogno fin da piccola di vincere il Masters 1000 di Roma, vincerlo davanti al pubblico italiano sarebbe il coronamento di un sogno.

Come giudichi la tua esperienza all’Australian Open di quest’anno?
È stata bellissima. Mi sono confrontata con le giocatrici più forti al mondo e ho potuto capire su cosa avrei dovuto lavorare per arrivare un giorno ad essere come loro. La qualificazione è stato un sogno diventato realtà.

Come stanno procedendo la tua preparazione e gli allenamenti in attesa della ripresa del circuito WTA?
Attualmente sono a Matelica (Marche, provincia di Macerata, ndr) a casa della suocera del mio allenatore Fausto Scolari: ha un campo privato e quindi ho avuto la possibilità di riprendere ad allenarmi. In attesa di sapere quando potrò andare al centro tecnico di Formia.

Obiettivi e ambizioni per il futuro?
Sicuramente il mio obiettivo principale è diventare un’atleta a tutti gli effetti e dare il massimo tutti i giorni. Facendo così raggiungerò il massimo del mio potenziale. Un giorno mi piacerebbe però entrare nelle prime 10 del mondo!

Intervista realizzata da Edoardo Diamantini

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Interviste

Todd Martin e quella finale di Wimbledon sfuggita per un soffio [video esclusivo]

“Marathon Man” ora è il CEO dell’Hall of Fame Open di Newport. Le imprese notturne con Moya e Rusedski, la finale mancata a Wimbledon e le prospettive del tennis alla luce della pandemia. E un’offerta di lavoro al direttore…

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Todd Martin (foto © Andrew Eichenholz/ATP Tour)

La mia ultima video-chat contro l’astinenza da tennis vede protagonista Todd Martin (due stagioni chiuse in Top 10 con otto finali vinte e dodici perse), che ha risposto alle domande mie e di Steve Flink dalla sua casa in Rhode Island, dove ci dice che la situazione è buona.

Parte di quella che forse è stata la miglior nidiata di tennisti Made in USA (è coetaneo di Agassi e Courier), Todd si è affacciato più tardi ai grandi palcoscenici, avendo deciso di frequentare la Northwestern University nel nativo Illinois per due anni, ma ha comunque vinto 411 match a livello ATP ed è stato presidente del Player Council per due mandati, fra il 1995 e il 1999. Sebbene il suo miglior Slam per percentuale di vittorie sia Wimbledon, ha raggiunto le sue finali sul cemento, una a Melbourne e una a New York, perdendo rispettivamente da Sampras e Agassi (al quinto set).

La nostra intervista si è svolta in un momento complicato per lui, vale a dire il giorno della cancellazione di tutti i tornei fino al 31 luglio, una lista che purtroppo include anche il torneo su erba di cui è a capo – una doppia disdetta per Newport, visto che all’annullamento del torneo si è accoppiato, ubi maior, anche quello delle celebrazioni per i nuovi membri della Hall of Fame per il 2020, vale a dire Conchita Martinez e Goran Ivanisevic. Martin, però, non si è tirato indietro quando il discorso si è soffermato su questi temi, e ha anzi sfruttato l’opportunità per parlare dello stato dei due tour nel loro complesso, anche perché, diciamocelo, per quanto si sia trattato di una brutta notizia, non era certamente inaspettata.

LA VIDEO-INTERVISTA COMPLETA

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

 
  • Minuto 00 – Un riassunto dei risultati raggiunti in carriera
  • 02:42 – Il suo ricordo delle due finali Slam giocate. In particolare, si è soffermato sui miglioramenti del suo gioco nei cinque anni intercorsi fra le partite con Sampras e Agassi, e di come abbia approcciato gli incontri in modo diverso. Molto interessante la sua disamina sul perché abbia vinto meno del dovuto, scegliendo di focalizzarsi sul processo di crescita piuttosto che sui risultati a breve termine o sulla preparazione dei singoli incontri
  • 08:52La sua famosa frase su quanto gli dispiacesse per il ritiro di Sampras (spoiler: risposta ironica ma non troppo), e i suoi pensieri su quale sia stata la sua miglior stagione, un punto su cui assume una prospettiva particolare, privilegiando la qualità del proprio tennis piuttosto che i risultati nudi e crudi
  • 12:16 – Steve e il nostro diverso rapporto con i bloc notes, e un po’ di gossip (si scoprì l’inizio della love-story Graf-Agassi) durante la finale fra Martin e Andre a Flushing Meadows
  • 15:16 – Il ricordo della gelida trasferta per la finale di Davis del 1995 contro la Russia, che decise di giocare sulla terra indoor per neutralizzare Sampras. Il grande match di un Pete esanime contro Chesnokov, il loro doppio vincente e il cameratismo di squadra. Altro dilemma: meglio zittire la folla in trasferta o esaltarla in casa?
  • 22:23 – Todd inizia un tour di batti-il-cinque al pubblico dell’Arthur Ashe dopo aver finito all’01:22 del mattino – la seconda rimonta al quarto turno in due anni. “Fisicamente sono qui. Vuoi sapere dove sono metafisicamente?”
  • 26:05Quella maledetta semifinale di Wimbledon ’96 contro MaliVai Washington, sprecata dopo aver servito due volte per il match: era avanti 5-1 al quinto. Avrebbe battuto Krajicek in finale? “Una cosa è certa: avrei preferito una finale Slam con lui a una con Pete! Perché il tennis è come gli affari, e un’altra spiegazione del suo relativamente scarno palmares
  • 30:42 – “Marathon Man” nonostante qualcuno lo accusasse di non avere grande resistenza… Come il match di Davis con Rafter lo tormentò e lo spronò al contempo
  • 36:26La clamorosa sconfitta in Davis contro l’Italia a Milwaukee. Sanguinetti re dei tie-break come Djokovic e il presagio delle superfici lente
  • 38:58 – La trinità di storici tornei USA che hanno rappresentato dei crocevia importanti della sua carriera. Newport andata e ritorno: dall’esordio ATP al ruolo di CEO. Prendo in giro l’amico Flink: “Perché mai hai lasciato che Steve Flink fosse inserito nella Hall of Fame?”
  • 42:44 – Com’è avvenuta la cancellazione di Newport e la vulnerabilità del business nel tennis
  • 47:36 – La domanda che si pone tutto il mondo del tennis: giocare a porte chiuse o aspettare il prossimo anno?
  • 49:50 – Mi sono congratulato per la rapidità con cui Newport ha offerto il rimborso dei biglietti, soprattutto se pensiamo al caso di Roma. Lui però ha spezzato una lancia a favore degli Internazionali, soprattutto per via della superficie. Todd ha mostrato il suo grande realismo di uomo d’affari che si trova ad affrontare una situazione simile, e sottolinea che sì, avranno anche rimborsato in fretta, ma di sicuro non allegramente. Qui mi ha offerto di andare a lavorare per lui quando gli ho segnalato un errore nel press release – valuterò attentamente.
  • 53:30La potenziale logistica del tennis a porte chiuse, che resta una grande sfida anche quando si rimuovono gli spettatori dall’equazione: “C’è una lista infinita di problematiche, ma la principale riguarda sicuramente le restrizioni sui viaggi”
  • 56:51 – Il torneo di Palermo è ancora in programma, anche perché non traspira ottimismo riguardo a possibili seconde ondate in autunno. Qui Todd è tranchant, e ci ricorda che le decisioni che favoriscono il benessere di un torneo potrebbero non fare altrettanto bene ai due tour
  • 1:00:40Fusione sì o fusione no? Mentre non si immagina un commissario unico del tennis, Martin è tutt’altro che contrario al concetto in sé, riconoscendo però che se non ci fosse stata questa crisi difficilmente se ne sarebbe parlato concretamente. Un esempio su quante Davis avrebbero potuto vincere gli americani se Sampras e Agassi avessero deciso di giocare assieme un po’ più spesso – viene anche da dire che in quel caso lui non avrebbe giocato mai però! Come sono cambiati i rapporti di potere dai suoi tempi alla presidenza del Player Council?
  • 1:05:45 – Con Gaudenzi come va? Non solo fusione sì o fusione no, ma anche come…
  • 1:07:46 – La mia ultima domanda è stata sulla situazione in Rhode Island (buona, per fortuna) e su un’eventuale vocazione tennistica dei suoi tre figli. Todd era noto per essere un buon golfista, ma chi erano i degni epigoni di Ellsworth Vines fra i tennisti?
  • 1:12:06 – Steve ha concluso chiedendogli come mai adesso tanti giocatori raggiungano il picco più avanti nel corso della carriera, giocando ad altissimi livelli dopo i 30. Anche la sua ultima risposta non è stata banale, perché ci ha portati nei meandri del ranking e delle strutture dei tornei.

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Tra studio e arte, Opelka attacca i vertici ATP: “Difficile fare di peggio”

Reilly chiacchiera del tempo trascorso lontano dal tour. Intense sedute per migliorare la risposta, full immersion di pittura… e demolizione dell’operato del governo tennistico maschile

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Reilly Opelka - New York 2019 (via Twitter, @NewYorkOpen)

Dieci giorni fa sono riapparse dopo oltre due mesi di nebbia un paio di racchette e una pallina gialla: in una sorta di torneo, per giunta. Non diciamo che il tennis sia tornato, perché quello andato in scena a West Palm Beach, seppur sbranato da migliaia di spettatori famelici, non è proprio quello che di solito siamo abituati ad assaporare. Non davanti alla TV, perlomeno. Miomir Kecmanovic, Reilly Opelka, Tommy Paul e Hubert Hurkacz si sono prodotti in un quadrangolare d’allenamento agonistico di fronte alle telecamere, e tanto è bastato per muovere alla commozione innumerevoli appassionati astinenti, ma lo scenario ricordava, più che un consesso di stimati professionisti, la vostra partitella della domenica presso il circolo di fiducia. I due giocatori, l’arbitro di sedia, fine. Nessuno spettatore, nessun raccattapalle, nessuna stretta di mano, ma il periodo è quello che è.

Da solido top 40 qual è da qualche tempo, Reilly Opelka non è più tenuto a scendere dai suoi duecentoundici centimetri per raccogliersi le palline durante un incontro, e va bene che di esibizione trattavasi, ma dev’esser stato strano, o forse nemmeno troppo? In un’intervista concessa a “Racquet Magazine Opelka ha non è sembrato particolarmente a disagio circa la novità occorsagli: “Mi alleno tutto l’anno in quel modo, e allo stesso modo si allenano i miei colleghi. Mi sono comportato come mi comporto in una normalissima seduta condivisa con un altro professionista, solo ci ho messo un po’ di agonismo extra. Non è stato male tornare a competere su un campo da tennis, tutto sommato“.

Non dev’esserlo stato, in effetti: dopo un inizio di stagione parecchio travagliato (brutti KO nei primi turni di Adelaide e Melbourne al cospetto di Cuevas e Fabio Fognini), Opelka aveva trovato la quadratura del cerchio all’improvviso a Delray Beach, dove aveva vinto il secondo torneo della sua giovane carriera battendo in finale il redivivo Yoshihito Nishioka. Costretto ad assistere al blocco del circuito giusto alla vigilia di Indian Wells proprio quando la stagione stava prendendo una piega interessante, anziché stramaledire il destino beffardo Opelka ha approfittato del bonus di un tempo normalmente assente per sistemare alcune cosucce nella sua vita, professionale e non. “Ho dedicato molto tempo agi amici, cosa che non posso fare spesso quando il lavoro è a pieno regime, la mia casa non è mai stata così pulita e ho curato alla perfezione la mia forma fisica. Molti amici e colleghi vi diranno l’esatto contrario, ma in questa pausa forzata io mi sono allenato molto duramente, tanto duramente che nelle prossime settimane avrei in programma un periodo di pausa“.

 

Dure sessioni al sole della Florida mentre gran parte della concorrenza attendeva lumi dal divano, altro sintomo di un cervello pensante e non necessariamente allineato. E le ore dedicate al tennis durante il confinamento non sono trascorse unicamente in campo, poiché la teoria reclamava la propria parte, e qualche difettuccio da correggere con l’ausilio del video il buon Reilly l’avrebbe anche avuto. “Da tempo mi sto concentrando fino al parossismo sulla risposta, e i risultati credo si siano già visti nel nuovo anno. Ho approfittato della pausa per guardare tonnellate di filmati in slow motion, ho studiato Djokovic, il suo split step è qualcosa di paradisiaco. Ho notato come il mio fosse troppo anticipato e perdesse di efficacia quando avrei dovuto esprimere il massimo di potenza e di elasticità, ma sto provando a correggermi e in effetti adesso lo eseguo più compatto, più tardi, quando serve. Nole è il migliore nel fondamentale e nel gioco di piedi in genere, può rispondere al colpo più angolato, più potente, più penetrante, e riesce a essere in qualsiasi caso perfettamente bilanciato, in equilibrio, con gli appoggi giusti. Per questo è il migliore“.

Reilly Opelka – Delray Beach 2020 (foto Twitter @delraybeachopen)

C’è da sospettare che, split step e migliorie nei movimenti da coltivare a parte, quello non sia necessariamente il gioco di Opelka. “Potrei scambiare anche di più di quanto non mi vediate farlo nei momenti standard, ma rendo al massimo se riesco a chiudere lo scambio il prima possibile. Gli obiettivi che mi pongo devono essere coerenti e proporzionati alle mie caratteristiche: se dovessi riuscire a giocarmi il break nel quindici per cento dei casi in risposta e continuare a vincere il 90% dei game in battuta potrei competere per i titoli davvero importanti“.

Quando la pandemia si placherà, e i dirigenti della pallina di feltro renderanno note le loro decisioni su ciò che resta della disgraziatissima stagione 2020. Un governo che dovrà cambiare registro, se non vorrà incorrere nelle ire già piuttosto sviluppate di Opelka. “L’ATP non avrebbe potuto gestire peggio l’emergenza. Nessuno di noi è a conoscenza delle loro decisioni, dei loro programmi, delle loro prospettive. Siamo tenuti al buio in balia degli eventi. Non è stato costituito un fondo di emergenza affidabile per i giocatori rimasti privi di introiti, e gran parte della responsabilità è stata delegata alla coscienza dei colleghi e al loro senso di solidarietà, ma volete che sia onesto? Non dovrebbero essere i giocatori a pagare gli stipendi. Mi chiedo quale sia la funzione dell’associazione dei professionisti, a questo punto. I grandi capi dell’ATP non hanno nemmeno avuto la decenza di tagliarsi i cospicui emolumenti che percepiscono, in un momento in cui gran parte degli associati, che sono quelli che li mantengono, non hanno lavoro. I dirigenti della WTA, dell’ITF e dell’USTA lo hanno fatto, com’è giusto che sia“.

Un fiume in piena, che non ha ancora finito di esondare. “Per non farsi mancare nulla, i vertici distribuiscono i pochi soldi messi a disposizione in maniera allucinante, ma senza voler mancare di rispetto a nessuno i giocatori oltre la quattrocento ATP in questo momento stanno risparmiando, perché non viaggiano e normalmente non hanno un intero team a cui provvedere. I più bisognosi, quelli a cui dovrebbe essere destinato gran parte del fondo, sono quelli compresi tra la centoventi e la quattrocento, che hanno una squadra professionale alle loro dipendenze e in questo momento non guadagnano nulla, perché non si gioca. Un ragionamento sensato consiglierebbe di provvedere a loro, ma di sensato nelle mosse di chi decide c’è ben poco. In compenso non permettono di esibire tutti i marchi degli sponsor che un giocatore volesse cucire sul completo da gara e storcono il naso di fronte alle agenzie di scommesse, che generano bei soldi in favore di tutto il movimento. Sembra un triste disegno per mettere in ginocchio i protagonisti unici dello show“.

Sperando in migliori novelle, prima di competere per qualcosa che non assomigli a un’esibizione occorrerà pazientare ancora un po’. Opelka, dopo aver corso e studiato tennis fino allo sfinimento, opterà per una vacanza attiva. “Mi dedicherò all’arte, una grande passione fin da quando sono ragazzino. Ci sono alcune mostre a Los Angeles che voglio assolutamente andare a vedere, e presumendo che il Tour non ripartirà prima dell’autunno, a settembre voglio andare ad Anversa, dove ci sono alcune gallerie che ho in programma di visitare da un po’ di tempo. Di solito l’unico mese a disposizione è dicembre, ma dopo un’intera stagione passata a viaggiare a dicembre non hai voglia di fare nulla. Quest’anno è diverso: non è vacanza ma non è nemmeno lavoro, quindi approfitterò dei mesi a disposizione per dedicarmi a qualcosa di culturalmente allettante“. Prego Reilly, i maestri fiamminghi ti aspettano.

Reilly Opelka visits the Los Angeles studio of the visual artist Friedrich Kunath in March (Friedrich Kunath)

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