Ljubicic ha un nuovo progetto, ma Federer è la priorità. "Chi gioca come primo torneo uno Slam rischia la catastrofe"

Interviste

Ljubicic ha un nuovo progetto, ma Federer è la priorità. “Chi gioca come primo torneo uno Slam rischia la catastrofe”

Intervistato in patria, Ljubicic ha parlato della sua nuova società di management sportivo (LJ Sports Group), della ripresa post pandemia (“Attenzione agli infortuni”) e, ovviamente, di Roger Federer: “Il mio primo, secondo e terzo lavoro”

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Ivan Ljubicic - ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Da quando è diventato il coach di Roger Federer, ormai quattro anni e mezzo fa, Ivan Ljubicic non concede moltissime interviste, l’ultima un paio di mesi fa a Stefano Semeraro. Ecco perché non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione di tradurre le dichiarazioni rilasciate qualche giorno fa al giornalista Zlatko Horvat per il quotidiano croato Novi List.

Tra l’operazione al ginocchio di Federer subito dopo l’Australian Open, la sospensione del circuito da marzo a causa della pandemia di coronavirus e il successivo lockdown, in molti potrebbero pensare che per Ljubicic questi siano stati mesi di relax. E che in questo momento, complice il secondo intervento al ginocchio di Federer e la decisione del fuoriclasse di Basilea di ripartire dalla prossima stagione, il suo coach sia in Croazia semplicemente per passare le ferie con la famiglia. Niente di più lontano dalla realtà: Ivan Ljubicic in questo periodo è impegnato in tutta una serie di incontri e di riunioni, connesse alle attività della sua nuova società di management sportivo, la “LJ Sport Group”.

Ma quale relax … C’è sempre del lavoro da fare. Facciamo altre cose. LJ Sports Group è qualcosa di nuovo, con cui siamo partiti all’inizio dell’anno. Con il lockdown abbiamo avuto la possibilità di sviluppare il tutto più velocemente di quanto avevamo previsto inizialmente. Il nostro obiettivo è realizzare qualcosa di importante, un’organizzazione che si occupi di tutto ciò di cui gli atleti hanno bisognoNaturalmente partiamo dal tennis perché è lo sport comune a tutti noi, ma ci allargheremo: siamo già in Formula 1 e stiamo continuando in questa direzione. Vogliamo allargarci ad altri sport perché vediamo che c’è spazio. In poche parole, vogliamo che gli atleti si occupino solo del loro sport, mentre noi, con le nostre conoscenze, la nostra organizzazione, i professionisti che abbiamo e che avremo nel team, ci occuperemo di tutto il resto”.

 

A proposito di professionisti che si uniscono al team, proprio pochi giorni fa Ljubicic ha annunciato “l’acquisto” di Richard Evans, l’ex direttore dell’ATP, che sarà il Responsabile Marketing della società. “Evans era uno dei responsabili del settore marketing e sponsorizzazioni dell’ATP. Abbiamo parlato, era molto interessato al progetto e a quelle che sono le nostre ambizioni, è quindi è passato da noi come responsabile del marketing e delle sponsorizzazioni. È il primo di una serie di persone che intendiamo coinvolgere per espandere e rafforzare il team che si occuperà di tutto questo. Il progetto è partito insieme a un partner finlandese: tra le loro sei-sette persone e le nostre, ora siamo circa una quindicina, ma contiamo di ampliarci molto velocemente. E quando dico molto velocemente, intendo dire nelle prossime settimane. In una prima fase, sarà il numero di persone che ci servirà fino alla fine dell’anno, ma non vogliamo porre dei limiti. Ci espanderemo quando riterremo sarà naturale e avrà un senso farlo. Non ci espanderemo per espanderci, ma perché potremo e dovremo farlo”.

Ljubicic già in precedenza aveva un’agenzia di management, la S.A.M. (Sporting Advantage Monaco). Ora ha deciso di scrivere un nuovo capitolo della sua attività manageriale. “Tutti i clienti della S.A.M. sono passati alla nuova società, che di fatto è una versione avanzata e più sviluppata di quella precedente, che si occupava esclusivamente di tennis.” Tra le persone che “Ljubo” ha coinvolto in questa nuova iniziativa, ci sono amici e professionisti fidati, come gli ex tennisti croati Dino Marcan e Luka Kutanjac, suo cognato Fadi Shalabi, il suo vecchio preparatore fisico Dalibor Sirola (storico preparatore del team di Riccardo Piatti). Tra i loro clienti ci sono giovani di talento come Borna Coric, l’ucraina Marta Kostjuk, il cinese Zhizhen Zhang e diversi promettenti giocatori e giocatrici croati. E Ivan sottolinea che questo è solo è solo l’inizio…

“Il mio motto è “aiuta le persone se puoi”. Ma non per compassione o pietà: quando vedo una persona e un professionista di qualità, voglio aiutarlo. È qualcosa di positivo. Non capisco perché non sia così per tutti e dappertutto, secondo me uno desidera avere attorno a sé persone di qualità. Perché non dovrebbe essere così? Anche se non ne trai vantaggio direttamente. Sono tutti ottimi professionisti e ottime persone e voglio sempre dare a persone così l’opportunità di dimostrare quanto valgono”.

L’obiettivo di allargare l’attività di management ad altre discipline sportive non cambia la mission a livello tennistico. “Ogni sport –  tennis, calcio, formula1, tutti gli altri sport – ha le sue peculiarità e non pretenderò mai di sapere tutto. Anzi. Mentre ci espandiamo in altri sport, assumeremo persone che sono esperte in quell’ambito. Per quanto riguarda il tennis, tutto rimane invariato. Cerchiamo di aiutare nel modo che pensiamo sia il migliore, cioè un approccio individuale per ogni giocatore. Non credo ai metodi standard, non credo ci sia un modello che vada bene per tutti. Ci avviciniamo a tutti i nostri clienti nel modo che riteniamo sia quello migliore per lui e la sua carriera. Qualcuno ha bisogno di più aiuto, qualcuno si trova meglio se c’è una grande squadra intorno a lui, altri se hanno attorno a sé meno persone. Ognuno ha le sue caratteristiche e “funziona” a modo suo. C’è un legame stretto con i nostri giocatori, praticamente ad ognuno “cuciamo” attorno il team di persone che riteniamo possa essere il migliore per ognuno di loro”.

Roger Federer e Ivan Ljubicic – Madrid 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Tuttavia l’ex n. 3 del mondo mette in chiaro che la sua occupazione principale (“il mio primo, secondo e terzo lavoro”) è sempre lui: Roger Federer. “È tutto sotto controllo. Stiamo programmando la prossima stagione … È un desiderio e un sogno che tutto vada come nel 2017, ma è chiaro che ogni situazione è nuova. Ad ogni modo, abbiamo alle spalle un’esperienza positiva, quindi restiamo tutti positivi”.

Federer ha 20 titoli Slam in bacheca, Nadal 19, Djokovic 17. Ma a sentire il suo 41enne allenatore, lo svizzero non è così ossessionato dal record come sembrano essere i suoi tifosi. “Ho letto l’altro giorno che John McEnroe ha affermato di aver persino ricevuto garanzie sulla sua partecipazione all’Australian Open. Tutti sono un po’ troppo concentrati sui titoli del Grande Slam. Certo, sono i tornei più importanti del nostro sport, anche più di prima, ma non sono l’unica cosa che conta. Possiamo misurare tutto in base ad essi, ma non è che siamo tutti impazziti dietro gli Slam. Nel caso di Federer, lui ama questo sport e giocherà fino a quando potrà. Faremo di tutto per ottenere risultati, ma non è l’unica ragione per cui gioca e vuole continuare a giocare. Ma mi è chiaro che ci sono persone che non riescono a capirlo”.

Parlando dei clienti della LJ Sport Group, era stato fatto il nome di Borna Coric, Il n. 1 del tennis croato è stato uno dei giocatori contagiati nella tappa dell’Adria Tour di Zara, anche se proprio poche ore fa ha confermato di essere risultato negativo all’ultimo tampone. “Borna sta bene. All’inizio era sotto shock, era preoccupato per le persone intorno a lui, i suoi genitori, le persone più anziane che erano maggiormente a rischio. Non ha avuto sintomi. Gli abbiamo procurato un tapis roulant, una cyclette, si è allenato in casa per quanto poteva. Non so esattamente quale siano la regole, ma è vicino alla “libertà””.

Logico chiedere a Ljubicic un commento su quanto accaduto all’Adria Tour. “L’Adria Tour non è stata una cattiva idea. Tuttavia, è chiaro a tutti che alcune cose dovevano essere fatte diversamente. La scarsa attenzione e l’indisciplina, l’aver ignorato indicazioni e fatti, si è rilevato determinante in senso negativo. Alla fine sono stati più i danni dei benefici, anche se non avrebbe dovuto essere così. Dopotutto, e questo servirà a qualcosa, abbiamo capito che dobbiamo stare più attenti, indipendentemente dal fatto che ad un certo punto ci fossero solo una decina di contagiati in ​​Croazia. Oggi sono molti di più. Il virus è un avversario non dorme…”.

E non dormendo, il virus purtroppo continua ad essere la spada di Damocle sulla ripartenza della stagione agonistica. La situazione negli Stati Uniti, dove si dovrebbe giocare tra un mese, è critica. “Eh sì, anche Tiafoe è risultato positivo … Sarà molto difficile. Non abbiamo mai pensato che sarebbe stato facile, ma penso che ora sia chiaro a tutti che sarà più difficile di quanto pensassimo. Sappiamo ancora molto poco di questo virus, di come si comporti, se muta o no. Ci sono un milione di cose che non sappiamo ed è per questo che dobbiamo essere molto attenti e disciplinati. Come ripartirà il tennis? Non lo so. Non posso dire di essere sereno, negli Stati Uniti che la prima ondata non è nemmeno passata e sarà estremamente rischioso andare lì per i giocatori e il loro staff. Ognuno dovrà decidere singolarmente se correre il rischio”.

Parlando della pandemia, giusto tornare indietro di qualche mese, per chiedere a Ljubicic – che era a Montecarlo con la famiglia – come ha vissuto il lockdown. “Non è stato così spiacevole. Ciò che ho avuto sono stati quattro mesi con i miei figli, ventiquattro ore al giorno, cosa che non avevo mai avuto in vita mia. Ci siamo assolutamente concentrati sulle cose positive. Ho preso lezioni di francese, concentrandomi sul progetto LJ Sports Group. È stato un po’ spiacevole solo perché non era permesso andare da nessuna parte, e a Montecarlo era tutto strettamente regolamentato e disciplinato, ma senza panico. Non ero preoccupato, ma sono preoccupato per il mondo, per l’economia, per le perdite collaterali che ne deriveranno. Non sarà né il primo né l’ultimo virus: controlli le cose che puoi controllare, la preoccupazione non è produttiva”.

Durante i mesi di stop si è parlato molto degli interventi destinati a supportare economicamente i giocatori, ma c’è stata anche un’iniziativa a supporto degli allenatori alla quale ha contributo in prima persona proprio Ljubicic. “Prima di tutto ci tengo a dire che con la LJ Sports Group finanziamo tutti i nostri clienti in questo periodo. Non sono grandi cifre, ma vogliamo mostrare loro che siamo di supporto anche in questo momento di difficoltà. Per quanto riguarda i coach, l’ideatore dell’iniziativa è stato Dani Vallverdu. Mi ha chiesto se ero disposto a dedicare un po’ del mio tempo per raccogliere fondi a favore degli allenatori meno fortunati dal punto di vista finanziario. Tutti gli allenatori contattati hanno accettato. Penso si tratti di una bella iniziativa, anche se non risolverà i grossi problemi a monte: ci sono cose che devono cambiare nel tennis”

La maggior parte degli allenatori viene pagata a settimana, quella in cui lavora, o con una percentuale sui guadagni del giocatore. Questa situazione ha dimostrato quanto questo sistema non vada bene. Lo sapevamo già prima, ma ora sono emersi del tutto i problemi di questa impostazione. Noi come azienda cercheremo di cambiare alcuni standard. Gli allenatori, non solo quelli del tennis, ma anche i preparatori fisici ed i fisioterapisti, meritano di avere una certa sicurezza. Dopotutto si tratta di vero e proprio lavoro a tempo pieno, e come tale deve venir trattato anche finanziariamente. Non puoi permettere che le persone rimangano per strada perché un giocatore non gioca e non guadagna. Qualcosa deve cambiare. In questo periodo non c’è stato niente di tutto questo, ed è per questo che è stata lanciata questa iniziativa, perché ci sono molti allenatori che non hanno guadagnato un solo euro in tutto questo intero periodo”.

Ivan Ljubicic – ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali Ubitennis)

Restando in tema di allenatori, una piccola digressione su una notizia di attualità: David Ferrer inizierà la sua carriera di coach con Alexander Zverev, con un periodo di prova di due settimane. “Non è inusuale. Dopotutto, quando ho iniziato a lavorare con Raonic il mio periodo di prova è stato il Roland Garros e poi è stato esteso alla stagione sull’erba. Successivamente, abbiamo concordato un periodo di collaborazione più lungo. Oggi sappiamo subito tutti questi dettagli attraverso i social. Questo può sembrare strano per qualcuno, ma è il modo più normale per iniziare a collaborare per due persone che non si conoscono. Non ho avuto un periodo di prova con Roger perché ci conoscevamo, sapevamo entrambi cosa aspettarci. Altrimenti è normale avere un periodo di prova. Sia per David, perché è il suo primo lavoro da coach, sia per Zverev, che porta nel team qualcuno che non conosce”.

Ivan e il suo team si fermeranno ad Abbazia ancora per un po’, poi la famiglia Ljubičić si sposterà più sulle coste meridionali della Croazia. Virus permettendo. “Il coronavirus ci ha insegnato che non possiamo pianificare nulla. Andremo un po’ più a sud in vacanza, e poi rimarrò “in stand-by”. Quest’estate girerò un po’, cercando di vedere le persone che non sono riuscito a vedere negli ultimi tempo. Ma saremo qui in Croazia, sia questo che il mese prossimo, fino all’inizio delle scuole”.

Quest’anno con l’autunno non inizieranno solo le scuole, ma anche il Roland Garros. “Ho intenzione di muovermi, di andare ai tornei, se il virus sarà relativamente sotto controllo. Certo, Federer è la priorità assoluta, se avrà bisogno di me sarò con lui, in caso contrario, parteciperò al Tour. Il tennis dopo il coronavirus? O forse il tennis ai tempi del coronavirus… spero sarà lo stesso anche dopo la pandemia. I giocatori saranno gli stessi, ma nessuno ha esperienza di un periodo così lungo senza giocare. Queste esibizioni sono le benvenute per mantenere i giocatori nell’adrenalina competitiva, ma sarà dura, soprattutto a causa della programmazione”.

Ljubo mette in guardia gli ex colleghi: “Non puoi giocare tutto di fila, Washington, Cincinnati, US Open, Roma, Madrid, Roland Garros … È impossibile. Guardo gli altri sport, ci sono molti infortuni, rischia di essere così anche nel tennis. I giocatori dovranno stare attenti, “ascoltare con quattro orecchie e guardare con quattro occhi” tutto quello che succederà. Mi ricordo che dopo la prima settimana della stagione, a Doha, ti ritrovavi con un’infiammazione alla spalla, fastidi dappertutto, nonostante ti fossi preparato bene in pre-season. Il corpo funziona in modo diverso quando giochi nei match ufficiali. Sarò così anche stavolta. Soprattutto se il primo torneo fosse uno Slam, rischierebbe di essere una catastrofe”.

A Ljubicic è stato anche chiesto di commentare la nomina – un po’ a sorpresa – di Andrea Gaudenzi a presidente dell’ATP. “Gaudenzi era uno dei candidati. Ha esperienza nel tennis, nel mondo degli affari, faceva già parte dell’ATP. Il suo punto di forza sono i diritti televisivi. Purtroppo non è stato un inizio facile per lui”. Forse al posto di Gaudenzi avrebbe potuto esserci lui , se nel 2012 lo avessero scelto al posto di Giorgio Di Palermo come rappresentante dei giocatori nel Board dei Directors dell’ATP. Ma per Ljubicic quello è un capitolo chiuso della sua vita. “Non mi dispiace assolutamente. All’epoca ero politicamente attivo nell’ATP. So ancora tutto ciò che accade nell’ATP, ne sono informato, ma la mia carriera dopo il tennis ha preso una direzione diversa. Non c’è più spazio per la politica. Se fossi stato eletto, se mi fossi mosso in quella direzione, chissà cosa sarebbe successo. Non ne ho idea. Ma non sono uno che guarda indietro. Siamo dove siamo ora. Sono soddisfatto, felice, eccitato. Questo è l’inizio di qualcosa di veramente grande, con LJ Sports Group stiamo pianificando di fare grandi cose. Alcune sono in dirittura d’arrivo, ma non parleremo di cose che sono ancora da fare, ma di quelle che sono state fatte”.

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Interviste

Mariano Puerta confessa: “Ho mentito sul doping”

A 15 anni dalla positività all’antidoping durante il Roland Garros, Mariano Puerta ammette a ‘La Nacion’: “Sono stato irresponsabile. Ma non ho avuto alcun vantaggio, non voglio essere considerato come un imbroglione”

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Quella che segue è la traduzione integrale di un articolo pubblicato su ‘La Nacion’. In questa prima parte, l’intervista esclusiva di Sebastian Torok con Mariano Puerta. Nella seconda parte, che pubblicheremo nei prossimi giorni, le versioni dell’allenatore, del preparatore atletico e del manager dello stesso Puerta


Mariano Puerta risultò positivo all’antidoping nella finale del Roland Garros 2005, dopo aver perso contro lo spagnolo Rafael Nadal, diventando il caso di doping più scandaloso nella storia degli sport argentini dopo Diego Maradona ai Mondiali di USA ‘94. 15 anni dopo il processo e la sanzione, l’ex tennista ha rivelato a “La Naciòn” che la teoria usata nel suo appello per ridurre la pena era “una bugia”, ma la sua nuova spiegazione, lungi dal chiarire lo scenario, genera più controversie e ipotesi in una storia per nulla trasparente. Il quotidiano argentino ha contattato tre delle persone più influenti del suo team in quel momento (l’allenatore Andrés Schneiter, il preparatore atletico Darío Lecman e l’allora manager Jorge Brasero), e le loro versioni differiscono da quelle di Puerta.

Puerta è nato in una località della provincia di Cordoba di 62.000 abitanti, San Francisco, nel settembre 1978. Mancino e maratoneta nel gioco, era un talento eccezionale della “Legione”, un gruppo di tennisti argentini nati tra il 1975 e il 1982 che, dal 2000, si era distinto nel circuito rendendo il tennis popolare nel Paese per la prima volta dai tempi di Guillermo Vilas e Batata Clerc. Quella ‘cucciolata’ di giocatori aveva un conto in sospeso: la Coppa Davis. E un lato oscuro: i casi di doping. In totale si registrarono sette casi di positivi, e Puerta fu coinvolto in due di essi. È il primo recidivo nella storia del tennis.

 

Il 5 giugno 2005, Puerta giocò la finale del Roland Garros e perse 6-7(6) 6-3 6-1 7-5, in quella che sarebbe stata la prima delle dodici vittorie di Nadal a Parigi. 48 ore dopo aver lasciato il Bois de Boulogne, tornato a Buenos Aires, andò con la sua famiglia in un ristorante a Costanera e i presenti, dai cuochi ai commensali di turno, lo applaudirono in piedi. Solo quattro mesi dopo, quando si rese noto pubblicamente che era risultato positivo al doping in quella finale del Grande Slam, Puerta disse che si sentiva osservato, giudicato e trattato come un “imbroglione”.

Puerta entrò nella Top 10 il 9 agosto 2005, un privilegio per pochi. Ma tra il ragazzo formato dal padre, Rubén, e quello che smise di passare inosservato sotto occhi stranieri e dovette camminare con la security per i corridoi del Roland Garros nella prima settimana di giugno 2005, intercorse una carriera sconnessa e instabile, fra grandi istantanee e varie tempeste. Fra queste ultime, un intervento chirurgico al polso nel 2001, un rapido ritorno e la depressione; un primo caso di doping, nel 2003, e nove mesi di sospensione per aver consumato un farmaco per l’asma con clenbuterolo, una sostanza proibita considerata “anabolizzante”. Fra le prime, invece, tre titoli ATP e una performance magnifica nel tie di Coppa Davis contro l’Australia a Sydney nel 2005. Soprattutto, però, ci fu quel secondo caso di doping, nella finale contro Nadal, per etilefrina, che produsse ammende economiche e sportive. Ricevette una pena di otto anni ridotta a due (quando è stato stabilito che la quantità che aveva nel suo corpo era 50 volte inferiore a quello di cui avrebbe avuto bisogno per avere un effetto sulla sua prestazione) e dovette restituire i premi in denaro guadagnati per quel semestre, circa 887.000 dollari USA.

Nella sua deposizione davanti ai diversi tribunali (e in seguito davanti ai media), Puerta spiegò che, pochi minuti prima della finale a Parigi, si era seduto nel ristorante dei giocatori insieme all’attrice Sol Estevanez, che poi divenne sua moglie, per poi andare a cambiarsi per giocare la finale. Durante quel periodo, sua moglie beve dell’acqua con alcune gocce di Effortil, un farmaco usato per i dolori mestruali che contiene etilefrina. Poi, mentre la donna si era recata al bagno, Puerta tornò al tavolo e versò dell’acqua da una bottiglia che portava con sé nello stesso bicchiere. Ed è così che, secondo lui, gli entrò in corpo la sostanza in questione, prescritta per trattare la bassa pressione sanguigna ma che ha anche l’effetto di essere un potente stimolante cardiorespiratorio e, per questo motivo, è inclusa nell’elenco delle sostanze proibite.


L’INTERVISTA COMPLETA A PUERTA

Un decennio e mezzo dopo il fatto, Puerta ha confermato che la spiegazione data era falsa e che si trattò di una strategia dei suoi rappresentanti legali, guidata dal compianto Eduardo Moliné O’Connor, ex-vicepresidente della Corte suprema di giustizia, dirigente dell’Associazione argentina di tennis, membro dell’International Tennis Federation e del tribunale arbitrale per lo sport (TAS), tra il 1998 e il 2006.

Undici anni dopo aver dichiarato bancarotta in un tribunale di Buenos Aires, Puerta si è trasferito dal 2014 negli Stati Uniti, dove afferma di essere stato in grado di rialzarsi “finanziariamente”, dividendo le sue giornate tra l’insegnamento del tennis e l’attività nel settore immobiliare, e ha deciso di raccontare una versione sconosciuta. E la sua storia inizia riconoscendo che quella dichiarazione resa davanti al TAS, a Losanna, sul bicchiere della sua (ex) moglie, fu “una bugia” e che fu “irresponsabile” nell’uso delle sue vitamine. La spiegazione che abbiamo usato allora come strategia era una bugia. Ma non ho avuto un vantaggio sportivo e non voglio essere considerato come un imbroglione, ha detto l’ex tennista da Miami, dove ora risiede.

La nuova spiegazione di Puerta sul motivo che avrebbe finito per causare il test positivo al Roland Garros inizia nel dicembre 2004, quando terminò la stagione vincendo il Guadalajara Challenger e chiuse al 133° posto del ranking mondiale.

“Finii il torneo a Guadalajara e cominciai le vacanze viaggiando da lì con mia moglie a Puerto Vallarta – narra Puerta. – Poi andammo a Miami e prima di tornare andai in un locale GNC [General Nutrition Centers; un’azienda di integratori alimentari, ndr] per acquistare le vitamine da usare durante l’anno, come di consueto. Arrivai a Buenos Aires per la pre-season. Prima di andare a un challenger in Cile, dissi a Darío [Lecman, ndr]: ‘Ho dimenticato di comprare o non riesco a trovare la bottiglia di caffeina e ginseng’. Lui mi disse che aveva un amico che lavorava in un laboratorio, al quale poteva chiedere di farle, dato che rimaneva oltre l’orario di lavoro e ci risultava più economico. Dissi di sì e mi sembrava tutto normale. Prima del viaggio in Cile prendo quella bottiglia e parto per iniziare l’anno. Era una pillola che non usavo sempre, dipendeva da come mi sentivo. Se stavo bene e giocavo contro qualcuno che mi dava un po’ di tempo nello scambio, non la prendevo. Non era la stessa cosa giocare contro Agassi o contro Corretja. Contro Agassi mentre stavo terminando il mio swing, ricevevo di nuovo la palla. Contro Corretja avevo più tempo, perché colpiva la pallina in fase discendente”.

Quando Lecman ti ha informato che aveva un amico che produceva integratori vitaminici, ti sei fidato?
Sì, mi fidavo al cento per cento.

Ai Giochi Olimpici di Atene del 2004, Lecman tornò a Buenos Aires poco prima del torneo sostenendo di aver avuto un problema personale, ma si scoprì che l’aveva fatto per eludere un controllo antidoping dopo che un funzionario l’aveva convocato per prelevare un campione. Nonostante ciò, ti fidavi sempre di lui?
Sì, ho sempre avuto fiducia in lui e riponevo una fiducia cieca nella mia squadra. Non avrei mai pensato che potesse qualcosa che mi avrebbe compromesso, perché tutto ciò che fosse risultato nocivo per me sarebbe stato nocivo anche per lui. Non si sarebbe tirato la zappa sui piedi. Dunque, inizio a gareggiare. Perdo la finale a Buenos Aires e mi fanno un primo controllo antidoping. Arrivo in semifinale ad Acapulco ed ecco un altro controllo. Vinco a Casablanca e mi convocano per un altro controllo. Gioco un grande torneo a Montecarlo e mi controllano. Ad Amburgo ancora un altro controllo antidoping. Decido di dormire a Parigi il mercoledì prima dell’inizio del torneo. Avevo un gioco molto solido, dato che avevo vinto buone partite nel corso della stagione di terra battuta. Siamo andati con anticipo a Parigi. Partecipo al Roland Garros essendo, credo numero N.35 del mondo [37, ndr] e non avevo quella posizione di classifica da anni. Ero tornato! Dopo quello che avevo vissuto, potevo fare qualcosa di proposito? Impossibile!

Dopo il Roland Garros sei tornato a Buenos Aires e pochi giorni dopo sei tornato a viaggiare e competere. Ancora non avevi ricevuto nessuna notizia del doping?
Nulla! I tornei e i controlli si succedevano e niente. Andai in Australia per disputare la Davis, volai in Olanda per giocare ad Amersfoort, poi Kitzbühel, Sopot, Montreal, Cincinnati e tornai alla fine a Buenos Aires. Mi riposai qualche giorno, mi allenai, decisi di rompere con Schneiter e assumere Guillermo Pérez Roldán. Ero N.9 ATP. Firmai un precontratto milionario con Lotto. Era tutto perfetto con mia moglie e la famiglia. Parlai con il “Gringo” [Schneiter], con Guillermo, e chiudemmo, ma il venerdì di quella settimana [NdR: 8/19] mi chiamò mia madre per dirmi: ‘Hai tante lettere, vuoi che te le mandi?’ Risposi: ‘Sì mamma, mandamele’. Quando ricevetti le lettere, scesi le scale, cominciai ad aprirle, finché non ne vidi una un po’ strana. E quando la aprii… la mia pressione si abbassò di colpo. Cos’è questo!? Presi l’ascensore, entrai nell’appartamento con mia moglie che si stava preparando perché stavamo per partire. Mancavano solo pochi giorni all’inizio del torneo di New York. La lettera diceva che ero risultato positivo al Roland Garros. È stata una grande sorpresa e ha cambiato di nuovo la mia vita. Non avevo idea di cosa stessero parlando. Da lì è stato il caos. Non potevo più sbagliare perché ero recidivo. È iniziato un processo per scoprire da dove proveniva quella sostanza. Dovevo andare agli US Open, il mio manager chiamò Guillermo per informarlo. Gli avevamo dato la possibilità di non partecipare, ma è rimasto con me fino all’ultimo torneo di quell’anno. Caos!

Segue a pagina 2: le pillole contaminate, la strategia difensiva, la squalifica

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Flash

Oliviero Palma: “A Palermo orgogliosi di aver mostrato a 160 paesi che si può giocare a tennis”

PALERMO – Il direttore dal Ladies Open di Palermo traccia un bilancio del torneo: “Un grosso successo sanitario, prima che tecnico”. Su Vekic: “Non si possono obbligare le giocatrici a non andare in giro”

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Siamo orgogliosi: l’idea che possiamo mostrare a 160 paesi che ci seguono in TV che un torneo di tennis si può giocare rispettando le regole, ha convinto tutti a rispettarle“. Il consuntivo del direttore del Ladies Open di Palermo, sul finire del torneo, è questo. Con l’obiettivo, tra gli altri, di fare due chiacchiere con Oliviero Palma, ho raggiunto la Sicilia per le fasi finali del torneo. Potete ascoltare qui quello che ci ha detto.

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

I protocolli sono stati ottimi ma sono suscettibili di modifiche. Ad esempio era previsto che si facessero tamponi fino a domenica, ma una tennista non potrebbe muoversi fino alla conferma della negatività” spiega Palma, che fa riferimento al fatto che domani comincia il torneo di Praga e le eventuali giocatrici testate di domenica non avrebbero potuto lasciare Palermo in tempo utile per andare a giocare. “Quindi, dopo aver fatto tamponi ogni cinque giorni, abbiamo fatto gli ultimi tamponi venerdì. Testare questi protocolli era importante per noi, per la WTA e per chi dovrà lavorarci in futuro”. Anche l’obbligo di fare la doccia lontano dal Country Club, vista la canicola palermitana, è stato rivisto per evitare alle giocatrici il fastidio di andare via dai campi zuppe di sudore nelle auto che le riaccompagnavano all’hotel Astoria Palace.

 

Questo perché, occorre specificarlo, i protocolli della WTA sono ‘consigli’ e non hanno valore di legge: chiaramente va rispettata quella del paese in cui si gioca. “La WTA non può obbligare Vekic a non andare in giro: sta alla sua sensibilità. Va ‘rimproverata’ perché ha messo la foto sui social e ha dato un messaggio sbagliato. Però non ha messo a rischio la salute di nessuno. La legge dice che all’aperto non è obbligatorio indossare la mascherina, anche se noi qui la facciamo indossare a tutti per dare un messaggio positivo“. Tanto per mettere le cose in prospettiva, Palma dedica una battuta simpatica anche a Gasquet, che aveva criticato duramente l’organizzazione palermitana per non aver creato, di fatto, una vera ‘bolla’ a protezione delle giocatrici che hanno alloggiato in un hotel assieme ad altri ospiti: “Sarà un ottimo tennista, ma non è un infettivologo...”.

Palma ha fatto anche un breve accenno all’assenza di delegati FIT a Palermo – c’era soltanto Tathiana Garbin, in Sicilia a titolo personale – e alla sfortuna di non essere riusciti a confermare la presenza di Halep, nonostante il contingente rumeno, alla fine, sia stato composto da ben nove giocatrici.

Il grosso successo di questo evento non è stato l’aspetto tecnico, che non ho neanche seguito attentamente, ma l’aspetto sanitario. Abbiamo fatto circa 500 test” riassume Palma. Che prima di esprimere un giudizio definitivo sul torneo, ci confessa che avrà la premura di attendere martedì o mercoledì, quando tutte le giocatrici che sono iscritte al torneo di Praga avranno svolto e ricevuto i risultati del tampone. Sarebbe un’importante conferma della buona riuscita del primo torneo in assoluto dopo la lunga pausa.

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Focus

Feliciano Lopez sulla cancellazione di Madrid: “Il tennis senza vaccino non è molto praticabile”

Il direttore del torneo di Madrid: “Non ha senso correre rischi”. E il futuro è buio: “Quest’anno è perso e il 2021 sarà uguale”

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Feliciano Lopez - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Ormai è il secondo anno per Feliciano Lopez da direttore del torneo di Madrid e questo ruolo di responsabilità è diventato ulteriormente difficile in tempi di coronavirus. Sul campo lo spagnolo è sempre stato un giocatore fumantino che senza troppe cerimonie mostra le proprie emozioni, ma in giacca e cravatta è la serietà a prendere il sopravvento e in nessun modo ha potuto evitare la decisione di annullare il Mutua Madrid Open, in programma dal 12 al 20 di settembre (che era programmato inizialmente in maggio, ed è diventato così il primo torneo ‘bi-cancellato’ del tour). Abbiamo fatto tutto il possibile, ma la situazione sanitaria deve essere la priorità ha detto al quotidiano spagnolo ABC.

“Quando abbiamo deciso che il torneo si sarebbe trasferito a settembre, abbiamo avuto dubbi su cosa sarebbe potuto accadere durante l’estate. Avevamo intuito che con la riapertura delle attività il numero di contagi sarebbe aumentato. Ma pensavamo che si sarebbe potuto controllare e che avremmo potuto giocare. Un mese fa l’abbiamo dato per scontato. Abbiamo pensato che fosse molto ragionevole giocare con il 30% del pubblico, credevamo di poterlo fare. Ma nelle ultime due settimane sono cambiate molte cose.. Lo scenario di Madrid è peggiorato e non possiamo correre rischi. Non ha senso” ha spiegato Lopez durante l’intervista.

Attualmente il tennista si trova a Luarca nel nord della Spagna con la sua famiglia, ma è sempre rimasto in contatto con le personalità politiche interessate alla questione. “Con la Comunità di Madrid abbiamo avuto una comunicazione molto fluida e molto sincera” ha fatto sapere Feliciano, che da loro inizialmente aveva ricevuto l’invito ad annullare il torneo. “La Comunità, voglio chiarire questo aspetto, ci ha aiutato in ogni momento. Quando abbiamo consegnato il protocollo, lo hanno apprezzato e ci hanno detto che tutto ciò che avevamo proposto era molto ragionevole. Quando la situazione è peggiorata, abbiamo parlato con Antonio Zapatero (Vice Ministro della Salute, ndr) e il suo team, e ci hanno messo di fronte alla realtà. È stato lì che ci siamo posti la domanda: che senso ha andare avanti visto come stanno le cose a Madrid?”.

 

L’obiettivo principale è sempre stato quello di ridurre i rischi, ma quando è parso evidente che ciò andava oltre le possibilità degli organizzatori, non c’erano soluzioni alternative alla cancellazione. Del resto, va preservata anche l’immagine del torneo. “Non volevamo correre rischi. Nessuno nell’organizzazione voleva che si parlasse del torneo a causa di un contagio o di un focolaio, ma soprattutto nessuno voleva che le persone si trovassero in una situazione pericolosa. Non volevamo apparire sui giornali o fare notizia a causa di qualsiasi contagio, che si trattasse di giocatori, allenatori o arbitri, né di mettere a rischio lo staff. La cosa principale è proteggere la salute di tutti”.

La decisione del resto è stata condivisa anche da Ion Tiriac, proprietario del Mutua Madrid Open, come ha spiegato Feliciano. “La situazione è stata molto sfavorevole per noi. Questo fine settimana sono stato con Ion Tiriac a Nizza e più tardi l’ho incontrato a Madrid e ha detto: ‘Senti, Feli, non metteremo a rischio la salute di nessuno. Per me, è quella la priorità. Ho questa licenza da 50 anni e mi dispiace molto, ma non posso mettere a rischio la salute di nessuno'”.

Al momento il tennis professionistico è proiettato in Nord-America dove dal 22 agosto a New-York dovrebbe andare in scena la doppietta Masters 1000 e Slam, e Lopez sembra cautamente fiducioso. Penso che negli Stati Uniti si giocherà, ma non vedo la cosa con molta chiarezza. Non è facile. È uno Slam e ci sono 3.000 o 4.000 persone che devono arrivare da tutto il mondo. Vediamo cosa succederà… Ci sono molti giocatori che non vogliono andare, e anche questo è un punto di vista da rispettare (in realtà la maggior parte dei top 100 è iscritta, ndr). Altri hanno bisogno di soldi… però disputare uno Slam in quelle circostanze è un dramma. Capisco anche l’organizzazione, in quanto vi sono molte entrate in denaro per la televisione e altri interessi. Un major può sopravvivere con i diritti televisivi.”

La domanda a questo punto viene spontanea: quando si potrà giocare un torneo… normale, se è vero che bisogna accettare il fatto che al momento si può seguire soltanto una ‘nuova mormalità’? E la risposta purtroppo è altrettanto spontanea quanto lapidaria. Il tennis, senza vaccino, non è molto praticabile. Le persone si concentrano su quest’anno, ma quest’anno è perso. E per quello che verrà, sarà la stessa cosa. Il tour australiano inizia il 1 gennaio e siamo nella stessa situazione. Dobbiamo sopravvivere nel 2021 fino all’uscita del vaccino e nel 2022 ripristinare la normalità. Il tennis soffre molto e ci resta ancora molto tempo. Cosa faranno le persone dopo l’Australia? Vai a Rio de Janeiro? In Argentina? Ad Acapulco? A Miami a marzo? Senza vaccino…” .

Questi puntini di sospensione rappresentano un’incertezza sul futuro condivisibile, e per questo ogni tentativo di ripartenza va ben accolto.

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