Umago Stories 3: 2020 inception, quando un torneo di tennis diventa... un sogno

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Umago Stories 3: 2020 inception, quando un torneo di tennis diventa… un sogno

L’ATP 250 di Umago quest’anno non si è giocato né si giocherà, vittima della pandemia di COVID-19. Eppure il nostro inviato lo ha giocato comunque. Come in un sogno ad occhi aperti

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Il campo centrale di Umago

L’assenza dei Championships è stata e resterà straziante, ma è anche stata abbondantemente celebrata tra ricordi, analisi e torneo virtuale. È giunto allora il tempo di occuparci di un’altra perdita, quella che ora ci sta affliggendo quasi nella stessa misura, nel tentativo di esorcizzarla anche per poter guardare con rinnovata speranza ai prossimi appuntamenti. A beneficio dei più distratti e insensibili, l’evento in questione è l’ATP 250 di Umago, la cittadina dell’Istria a circa 35,9 km dall’Italia che in quest’anno originariamente olimpico avrebbe aperto le porte al tennis mondiale a partire dal 20 luglio. Il 15 maggio, però, arriva la notizia che tutti cominciavano a temere: l’edizione del 2020 è cancellata. Oppure no?


Fare l’inviato a un torneo quando non c’è il torneo può sembrare piuttosto semplice a livello teorico, ma nella pratica ci sono alcuni ostacoli da superare, primo fra tutti l’ammasso di cianfrusaglie in quello che sarebbe l’ingresso al Goran Ivanisevic Stadium riservato a giudici di linea e raccattapalle: una mano per farti largo e una per controllare sullo smartphone se il codice penale croato ha previsto una fattispecie per quello che stai facendo. Che, peraltro, è solo essere in anticipo di un paio di giorni. Un anno e due giorni, per i fanatici della precisione.

Nessuna speranza di un rinvio a settembre sulla strada aperta dal Roland Garros per un evento che deve tenersi in piena estate, con i bagnanti che alle 17.30 si trasformano magicamente in spettatori. Voci che odi vicine ti inducono ad allontanarti: non sei riuscito a raggiungere il campo per lasciare l’impronta di un tuo piede sul manto, ma il tuo avvocato potrà eventualmente sostenere la desistenza volontaria.

 

Arrivato da poche ore, ti sei già reso conto delle prevedibili difficoltà che quest’anno dovrà affrontare chi vive di turismo estivo, le cui aspettative non possono perciò essere improntate all’ottimismo e, se la scenografia che ti circonda è quella della festa, la musica che l’accompagna è suonata in chiave minore. C’è allora chi cerca di allontanare gli inevitabili timori con qualche battuta dal retrogusto aspro, come la scritta sulla lavagna all’ingresso della trattoria in cui ti imbatti percorrendo la strada in salita verso la tua meta: mangia o patiremo entrambi la fame.

Risotto amaro

Per compensare la sensazione amara che ha prontamente sostituito l’iniziale sorriso di fronte a quell’insegna, decidi che assumerai senza indugio e in sol colpo la dose giornaliera massima di zuccheri liberi che l’OMS raccomanda di non superare. Arrampicandoti faticosamente per le poche decine di metri che ancora ti separano dal negozio della tua fornaia preferita, non fai subito caso al ragazzone che incroci. Dopo alcuni secondi, ti si accende una luce: possibile che fosse Matteo Berrettini, quello? Quando ti giri, è già sparito dietro chissà quale angolo.

Il sillogismo “Berrettini non è mai venuto a Umago quando il torneo si è disputato, quest’anno non si gioca, quindi dev’essere lui” ti suona un po’ forzato, ma ti lanci comunque all’inseguimento cercando di pensare a una domanda abbastanza intelligente da giustificare l’aver importunato un giocatore che passeggia per i fatti suoi lontano da impegni ufficiali. Lo raggiungi e ti fermi a fissarlo. Lo facevi più alto. Con i capelli un po’ meno biondi. Anche l’accento, quando ti chiede cosa tu abbia da guardare, non è giusto. Peccato, avevi la domanda perfetta, ma di sicuro non la sprechi con questo imitatore dal talento discutibile che ti costringe a ripercorrere parte di quell’infinita salita – un’inclinazione sconosciuta ai tuoi luoghi d’origine, profondamente innaturale e ferocemente contraria alla tua genetica pianeggiante.

Stremato, decreti che lo sforzo appena compiuto ti dispenserà dall’osservare strettamente quella che, dopotutto, è solo una (forte) raccomandazione e ti gusterai uno strudel al papavero, una come-si-chiama alle noci e un… Sgomento. A dispetto del cartello radno vrijeme sulla porta che indica l’apertura continuata 6-20, il panificio è chiuso. E non solo oggi, ti spiegano nel negozio accanto alludendo agli effetti del COVID-19 mentre cercano di venderti un materassino da spiaggia. Compri le anelate paste dall’altra parte della strada dove solitamente sono altrettante buone, ma ormai non hanno più lo stesso sapore.

“Ricordo quando qui c’era la sala stampa e adesso è tutta campagna”

Nel giorno che sarebbe destinato alla compilazione del tabellone, la location del torneo – il complesso Stella Maris – è deserta. Sui campi, non solo mancano i tennisti che si allenano, ma non ci sono nemmeno le reti e parti delle righe hanno vinto la resistenza dei chiodi. Prendi posto sul Grand Stand dove non ci sarà l’irrinunciabile briefing delle hostess ogni giorno alle 16. Inizi a pensare che questa situazione non sia reale, bensì una sorta di Matrix però al contrario, dove il mondo immaginario fa schifo. Se le pandemie sono roba da film, la spiegazione più logica è che questo sia un sogno – un incubo dall’apparente durata di alcuni mesi da cui fuggire per tornare al più presto alla realtà.

Come ci si desta da questa sconcertante illusione? Leonardo di Caprio e soci, viaggiatori dei sogni nel film Inception, insegnano: una sensazione di caduta ti sveglia. Nulla di più facile. Tornato all’appartamento, piazzi una sedia sul letto in modo che lo schienale coincida con il bordo e ti ci siedi con cautela. Giri la testa e sbirci da sopra la spalla: è parecchio alto. D’un tratto, non ti sembra tutta questa grande idea. Ti convinci che dovrebbe funzionare anche girando la sedia per ricadere sul letto – così, per essere più tranquilli. Cerchi di alzarti, ma perdi l’equilibrio: stump!

Domenica mattina, entrando allo Stella Maris armato di laptop e di tutto l’equipaggiamento da inviato previdente, rimpiangi i vecchi tempi (fino a cinque anni fa) con i tre turni delle qualificazioni che occupavano l’intero weekend e i lunedì che già proponevano un programma corposo. Adesso, invece, tabellone cadetto dimezzato, sabato libero e lunedì scarno. La tua missione odierna, oltre a dare un’occhiata a un paio di italiani impegnati nel primo turno di “quali”, è venire a capo di un dubbio che ti tormenta da un buon paio di anni, dalla prima volta che hai visto giocare Matthias Bachinger – evento che ti avrebbe lasciato indifferente se non fosse che avevi già impresso nella mente Peter Gojowczyk per la sua entusiasmante vittoria in Coppa Davis contro Jo-Wilfried Tsonga.

I due tedeschi si stanno allenando sul campo 4. Quello che deve guadagnarsi l’accesso al main draw indossa il cappellino, l’altro no: il gioco “trova le differenze” finisce qui. Entrambi nati negli anni ’80 a Monaco di Baviera (e ivi residenti), alti 188 cm, Bachinger e Gojowczyk vantano cognomi di nove lettere (ma goiovcik è più facile da pronunciare), hanno iniziato a giocare a tennis nello stesso anno e non sono particolarmente a loro agio sulla terra battuta – non che sia una sorpresa con quei colpi. Già, i colpi. Perché le cose che hanno in comune “sono tante che quasi spaventa”, ma i colpi… quelli sono pressoché identici. Il dritto soprattutto, ma anche il rovescio bimane e il servizio sembrano portati dallo stesso tennista.

E pensare che la scheda dell’ATP bolla come “sconosciuto” il rovescio di Bachi: è un po’ come sapere la data di nascita di Mike Bryan ma ignorare quella di Bob, il suo gemello. Ecco allora la tua missione: scoprire se c’è un motivo dietro a quella che, almeno ai tuoi occhi, è molto più di una semplice somiglianza. Già parecchio tempo fa, però, un tuo ben più esperto collega ti aveva vagamente sconsigliato di porre quella domanda (“che non ti venga in mente di chiedere a Bachinger quella stupidaggine”) e scegli di attenerti a quell’indicazione di massima. Ottima decisione, per una volta. Lo domanderai a Gojowczyk.

La settimana del Croatia Open 2020 procede senza particolari scossoni, con il favorito Ilvio “nei dintorni di Djokovic” Vidovich che si avvia a mettere le mani sull’ennesimo trofeo. Ma, tranne che per l’intrusione di un diciottenne italiano, rispetta i valori del ranking anche l’altro torneo, quello mainstream, dove i giornalisti tornano a fare i giornalisti e a impugnare le racchette sono i tennisti di professione. Sebbene i colori azzurri risplendano durante i quarti di finale, il tuo spirito indie ti spinge in un’altra direzione. Nel 2019 si era ritirato poco prima della compilazione del tabellone, ma quest’anno Marton Fucsovics è tornato a Umago.

Ti sembra proprio l’occasione propizia per ricordargli l’episodio dello scorso anno a Roma, quando una chiamata all’apparenza stupefacente dell’arbitro Moscarella mise fine a un match che la tensione di Basilashvili avrebbe anche potuto riaprire a favore di Marton. Vuoi domandare a Fucsovics se per quella chiamata abbia poi sospettato un motivo diverso dalla personale interpretazione del segno dopo il tristemente noto pep talk di Moscarella a Pedro Sousa in quel di Firenze, specificatamente nella parte in cui avrebbe voluto finire al più presto per il troppo caldo (26° gradi, ma vabbè). La ritieni una domanda innocente; dopotutto, non potrà andare peggio di com’è finita con Gojowczyk. Oppure sì?

Lo spettacolo pirotecnico di domenica sera festeggia il trionfo di Matteo Berrettini al “250” di Umago. Certo, era la prima testa di serie e l’unico top ten in tabellone, ma pensando a com’era iniziata… Il Berretto nazionale, in vacanza nel Paese natio della fidanzata Ajla, fa tappa a Umago per salutare l’amico Lorenzo Sonego impegnato nel torneo. Proprio in quelle ore, si libera un posto nel tabellone. “Senti Matteo” lo approccia con eccessiva confidenza uno del team di Lawrence Frankopan, il direttore della manifestazione. “Sai che Thiem ci aveva chiesto una wild card durante l’interruzione per pioggia mentre era sotto 4-6 4-6 1-5 al primo turno di Wimbledon, no? Beh, con la scusa che poi è arrivato in fondo al torneo, ha rinunciato per prendersi un’altra settimana di riposo”. “Addirittura due settimane senza giocare?” chiede Matteo con enfasi esagerata. L’altro lo ignora e prosegue: “Prendi tu il suo posto”. Ma no, voglio andare a vedere i laghi di Plitvice – vacci pure, tanto giochi il primo match giovedì – eppoi non ho neanche le racchette – te le presto io, sono uguali alle tue – su questo avrei qualche dubbio – dai, c’è anche Santopadre con te…

Il nostro si convince, rientra martedì sera dalla gita ai laghi, mercoledì si allena con le sue racchette giunte tramite corriere (si scorge una punta di delusione sul viso di quello dell’organizzazione) e vince quattro durissimi incontri in quattro giorni restando in campo complessivamente quasi undici ore. “Mi fanno un po’ malino le caviglie” dirà al termine della spettacolare finale vinta contro Jannik Sinner.

Con il naso puntato in direzione dei fuochi d’artificio mentre cerchi di non sporcarti eccessivamente di salsa tzatziki azzannando il falafel acquistato da quello che dalle tue parti sarebbe un piadinaro ambulante, cammini a un paio di metri dal bordo della laguna che delimita il lato nord dell’impianto. Un metro. Qualche centimetro. Cadi in acqua.

La prima cosa che vedi appena riapri occhi è il lampadario della tua stanza in affitto. La testa ti duole, ma già intuisci i prodromi di un altro dolore, meno tangibile eppure più profondo. Spietati, gli indizi suggeriscono che le emozioni della settimana umaghese hanno preso vita solo nel tuo cervello commosso – nel senso di commozione encefalica. Ma potrebbe non essere così semplice. Nel film di Christopher Nolan, i protagonisti capivano di trovarsi ancora in un sogno se l’oggetto personale che portavano sempre con sé – il totem – violava le leggi della fisica. Non sei stato previdente e non hai scelto il tuo totem, quindi, per quanto ne sai, potresti essere solamente “risalito” da un sogno-dentro-a-un-sogno al livello superiore e non essere ancora sveglio.

Un suono di passi agili ti distoglie dalle tue matrioske oniriche. Si avvicinano. Tenuta da tennis, borsone sulle spalle e un elegante segno diacritico sulla c, Ajla Tomljanović ti guarda perplessa: “Smetti di fare lo scemo lì per terra e andiamo in campo a tirare due palle”. A cosa serve un totem quando la realtà ti si presenta inequivocabile…

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Smith, Clijsters e Goolagong: breve storia di tre madri che nell’Era Open vinsero uno Slam

In campo cinematografico le tre madri furono le protagoniste di un trilogia horror di Dario Argento: tre malvagie streghe che infliggevano indicibili tormenti ai malcapitati che le incontravano sulla loro strada

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Kim Clijsters con la figlia dopo la vittoria allo US Open 2009

In campo cinematografico le Tre Madri furono le protagoniste di un trilogia horror di Dario Argento: tre malvagie streghe che infliggevano indicibili tormenti ai malcapitati che le incontravano sulla loro strada. In campo tennistico la medesima definizione è stata recentemente riscoperta per definire tre tenniste, madri di altrettanti figli, che hanno inflitto cocenti dolori sportivi alle loro avversarie e sono giunte ai quarti di finale degli US Open, ovvero Serena Williams, Victoria Azarenka e Tsvetana Pironkova. La loro simultanea presenza in un quarto di finale di un Major costituisce un record.

Né Azarenka né Williams sino ad ora sono però riuscite a vincere un Major dopo la maternità, ma la bielorussa potrà provarci in finale contro Naomi Osaka. Pironkova per la verità non ci è riuscita neppure prima, e Serena le ha tolto la chance di vincerlo a New York; dopo è toccato ad Azarenka spegnere i sogni di gloria di Serena, per la quale l’ulteriore successo Slam, oltre che il primo da mamma, costituirebbe l’agognato 24° titolo.

LE MAMME CAMPIONESSE SLAM

Agli albori del tennis femminile l’inglese Dorothea Douglass Chambers invece vi riuscì: Dorothea vinse infatti quattro dei suoi sette titoli a Wimbledon dopo la maternità avvenuta nel 1909. Nell’Era Open altre tre campionesse hanno emulato la giocatrice britannica: Kim Clijsters, Yvonne Goolagong, Margaret Court Smith. Scopriamo qualche cosa di più su di loro partendo dalla più giovane: Kim Clijsters.

 

Potrà sembrare strano a chi da pochi anni segue il tennis femminile, ma la giunonica giocatrice sconfitta al primo turno dello US Open in corso da Alexandrova, è stata una delle più forti giocatrici della sua generazione. Belga, nata nel 1983, Kim è stata numero 1 del mondo in singolare per venti settimane e per quattro in doppio. Complessivamente ha conquistato 52 tornei di cui sei major: quattro in singolare (tre US Open e un Australian Open) e due in doppio, per coincidenza quelli che mancano al suo palmares in singolare. Ha altresì vinto le WTA Finals in tre occasioni.

Kim fu una campionessa precoce: a 15 anni fece il suo debutto tra i professionisti. Non deve quindi sorprendere il fatto che a soli 24 anni e con un major in bacheca, dopo avere subito svariati infortuni a polso e caviglia, Cliijsters decise di ritirarsi. Nel 2007 sposò un cestista professionista – Brian Lynch – e nel 2008 diede alla luce il primo dei suoi tre figli. Nel mese di agosto 2009 tornò nel circuito professionistico e lo fece in maniera trionfale: vittoria allo US Open di quell’anno dove era entrata grazie a una wild card; al momento della premiazione gli organizzatori fecero entrare in campo la primogenita Jada Elly; celebre la semifinale vinta contro Serena Williams che – in occasione del match point – impartì una discutibile lezione di dietetica ad una giudice di linea.

Nel 2010 rivinse gli US Open e mise una sontuosa ciliegina sulla stagione con la vittoria al Masters di fine anno. Il 2011 iniziò per lei con la vittoria agli Australian Open e il ritorno per una settimana al primo posto nel ranking nel mese di febbraio. Il 12 dicembre 2012 ad Anversa di fronte a migliaia di tifosi celebrò quello che sembrava il ritiro definito; tra lo stupore generale a settembre del 2019 annunciò il rientro che poi avvenne a Dubai a inizio del 2020.

Lasciamo il Belgio per trasferirci in Australia perché è giunto il momento di presentare una campionessa la pronuncia del cui nome suona come una melodia: Evonne Goolagong. Di lei Billie Jean King disse: “In confronto a me era come una pantera… in campo il suo stile di gioco mi incantava al punto che dovevo ricordarmi di colpire la palla“.

La storia della sua infanzia sembra scritta da Charles Perrault. Ivon (permetteteci di scrivere il nome come si pronuncia) nasce nel 1951 in uno sperduto paese della contea di Cooper prevalentemente popolata da persone emigrate dall’Italia: Barellan (qualcuno ricorda la mitica Bun Bun Ga dove Alberto Sordi porta Claudia Mori nel film “Bello, Onesto, emigrato Australia…”?). 

È la terzogenita di una famiglia di etnia aborigena composta da otto figli, che può permettersi soltanto lo stretto necessario per tirare avanti. Un concittadino la incoraggiò a unirsi ad altri bambini sui campi da tennis pubblici e nel giro di poco tempo le sue eccezionali attitudini per questo sport attirarono l’attenzione di Vic Edwards, proprietario di una scuola di tennis a Sidney, che persuase i genitori di Goolagong a concedergli la tutela legale della bambina; sarà al suo fianco in veste di coach per tutta la sua eccezionale carriera.

Evonne Goolagong (foto via Twitter, @Wimbledon)

Ivon tra il 1971 e il 1980 vinse sette titoli dello Slam in singolare e disputò 18 finali; le sfuggì solo lo US Open nel quale giunse in finale quattro volte. Due di questi successi giunsero dopo la nascita della primogenita avvenuta nel maggio del 1977: AO ’77 e Wimbledon ‘80. Nel corso degli anni ’70 giocò 17 finali Slam, record assoluto sia a livello maschile sia femminile per quel decennio. Fu grande anche nel doppio dove conquistò sei major, uno dei quali – quello del 1977 in Australia – giunto dopo la maternità. Il ranking WTA fu istituito nel novembre del 1975 e Goolagong ne occupò la prima posizione per due settimane nel corso del 1976. Si ritirò nel 1983 e fu inserita nella Hall of Tennis femminile nel 1988.

Dopo oltre vent’anni trascorsi negli Stati Uniti con la propria famiglia, a inizio degli anni ’90 fece ritorno in Australia e nel 2012 creò una fondazione che porta il suo nome con l’obiettivo di dare ai bambini aborigeni la stessa possibilità che fu data a Lei: giocare a tennis.

Lasciamo la scuola di tennis di Vic Edwards a Sidney per trasferirci 500 chilometri più a sud, ad Albury, dove incontriamo l’unica giocatrice che in singolare ha vinto un numero di major superiore a quello di Serena Williams: Margaret Court Smith. Discutibile, discutibilissima per le sue opinioni, Margaret sotto il profilo tennistico mette tutti d’accordo: fu grandissima. Grazie soprattutto ad una superiorità atletica schiacciante nei confronti delle sue avversarie (Gianni Clerici la ritiene la più grande atleta della storia del tennis), Margaret vinse il primo dei suoi 24 titoli Slam in singolare a 18 anni nel 1960 e l’ultimo nel 1973; nel doppio ne vinse 19 in un lasso di tempo più ampio compreso tra il 1961 e il 1975.

A queste vittorie aggiungetene altre 21 ottenute nel doppio misto. Se 23 vittorie complessivamente ottenute in Australia vi sembrano troppe, toglietele pure dal computo: ne restano ancora 41. Tantine. Nel 1963 vinse il primo dei suoi tre titoli a Wimbledon nel singolare e divenne così la prima giocatrice australiana a riuscirci. Nel 1966 si concesse una pausa; nel 1967 sposò Barry Court e nel 1968 riprese l’attività professionistica. Nel 1970 fu la prima donna dell’Era Open a conquistare l’Everest del tennis: il Grande Slam.

Diede alla luce il primo dei suoi quattro figli nel 1972; l’anno successivo fu sconfitta in semifinale a Londra da Chris Evert ma trionfò a Melbourne, Parigi e New York. Non fu mai ufficialmente la giocatrice numero 1 del mondo dall’introduzione del ranking, ma lo fu ufficiosamente per molti anni dai primi anni ’60 sino al 1973. Appese per sempre la racchetta al chiodo nel ’77 e dovette attendere solo due anni per entrare nella Hall of fame.

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Uno contro tutti: 2006-07, il dominio di Federer con il ‘tarlo’ Nadal

Lo svizzero conclude altre due stagioni in vetta al ranking, ma le nubi che si addensano all’orizzonte hanno le sembianze di Rafael Nadal. Compaiono anche Murray e Djokovic

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Federer prima della sfida con Nadal - Masters 2007

Chiuso il 2005 con la sconfitta (appena la quarta, contro ben 81 vittorie) nella finale della Masters Cup per mano di quel David Nalbandian che conosce il modo di creargli grattacapi, Roger Federer inizia la nuova stagione da leader indiscusso del ranking ed è a caccia di altri record. Il primo, manco a dirlo, è quello di completare il personale Grande Slam e per farlo – avendo già vinto Australian Open, Wimbledon e US Open – dovrà cercare di alzare la “coppa dei moschettieri” al Roland Garros. In attesa di giugno, però, lo svizzero parte alla grande confermandosi campione a Doha (torneo nel quale mette insieme dieci vittorie consecutive, tutte in due set per un totale di 20-0) e, soprattutto, tornando sul trono a Melbourne dove in finale il sorprendente cipriota Marcos Baghdatis lo tiene in ansia per i primi due set ma il secondo lo perde al foto-finish nonostante un break di vantaggio e alla lunga si scoraggia, crollando nel terzo e quarto (5-7 7-5 6-0 6-2 lo score).

Di nuovo negli Emirati, stavolta a Dubai, il numero 1 conquista la nona finale consecutiva nel circuito ma deve vedersela contro l’ultimo tennista che l’ha battuto prima di una finale: Rafael Nadal. Siamo al quarto capitolo di un romanzo che – già si sa – sarà lungo e appassionante ma a cui lo spagnolo, attuale erede al trono dall’alto della sua seconda posizione nel ranking, sembra volere già togliere molta incertezza. Sul rapido cemento asiatico, come già aveva fatto a Miami nel 2004 (e anche l’anno dopo, prima di crollare), Nadal dimostra tutta la tossicità che il suo tennis produce in quello del re e, pur raccogliendo sette punti in meno dell’avversario, vince la partita 2-6 6-4 6-4.

Per ritrovare i due uno contro l’altro bisogna attendere la terra perché nel Sunshine Double, mentre Federer ripete la doppietta dell’anno precedente (è il primo a vincere Indian Wells e Miami per due edizioni consecutive), Nadal viene battuto da Blake (in California) e dal connazionale Moya (in Florida). Sul rosso, Federer paga pegno sia a Montecarlo che a Roma (sempre in finale) anche se al Foro Italico potrebbe invertire la tendenza avendo due match point da sfruttare in una sfida che si protrae per oltre cinque ore e nella quale ancora una volta non gli basta incamerare più punti del rivale (179-174) per spuntarla. Ma l’appuntamento con la A maiuscola è al Roland Garros, laddove Nadal si è laureato campione nel 2005 alla sua prima apparizione e Federer cerca un riscatto che però dura appena un set, il primo (dominato 6-1) subito restituito dal maiorchino che poi fa suoi anche gli altri, seppur più combattuti (6-4 7-6).

 

La quarta sconfitta stagionale, peraltro sempre con lo stesso avversario, non scuote più di tanto il numero 1 che, partendo dall’erba di Halle, trova la maniera di vincere 48 delle 49 partite disputate fino al termine della stagione e di equilibrare – almeno in parte – il bilancio con Nadal battendolo sia nella finale di Wimbledon che nella semifinale della Masters Cup a Shanghai. Ad impedirgli l’en-plein è un giovane scozzese classe ’87, Andy Murray, che lo batte al secondo turno di Cincinnati nel corso di un’estate che lo ha già visto finalista a Washington e semifinalista a Toronto. In Ohio Murray si fermerà nei quarti e nel finale di stagione pagherà l’iperattività (ben 26 tornei disputati) ma il ragazzo promette bene e di lui si sentirà parlare ancora in futuro.

Il futuro di Federer, invece, sembra promettere orizzonti sconfinati e i numeri del 2006 sono, incredibilmente, ancora migliori di quelli del 2005: 12 tornei vinti (con quattro finali su quattro negli Slam, come non accadeva dal 1969 quando ci riuscì Laver) e un bilancio di 92-5 che, sommato all’81-4 dell’anno prima, fa 173-9, cioè il 96,6% di vittorie. Non fosse per Nadal, che è come un tarlo nella testa dello svizzero, Federer potrebbe davvero dormire sonni tranquilli e pure l’inizio del 2007, con il terzo titolo a Melbourne (ottenuto senza cedere nemmeno un set) e la vittoria a Dubai (in finale su Youzhny), lo proietta sempre più in alto.

Ma l’imprevisto, anzi il doppio imprevisto, è dietro l’angolo e prende le sembianze di un argentino di quasi trent’anni che, pur essendo già stato Top-10 (n°8 il 6 giugno 2005, suo best-ranking) e avendo vinto 7 titoli ATP in carriera, tra cui il Masters Series di Toronto nel 2002, passerà alla storia soprattutto per la sua doppia vittoria sul bi-campione di Indian Wells e Miami, imbattuto da ben 41 incontri. In California, Guillermo Canas si impone in due set (7-5 6-2) al secondo turno mentre a Crandon Park gioca meglio i punti decisivi e si impone 7-6 2-6 7-6, pur facendo (ma che ve lo diciamo a fare?) tre punti in meno del suo avversario.

Agli scivoloni inattesi sul duro americano, Federer fa seguire una primavera di ombre e luci. A Montecarlo conquista la finale ma non dà mai la sensazione di poter impensierire Nadal, che lo batte con un doppio 6-4, mentre a Roma al terzo turno incappa in un Volandri pressoché perfetto che lo elimina nel giorno più bello della sua carriera, in un centrale non gremito ma via via sempre più incredulo e partecipe. Anche se il numero 1 cerca di minimizzarne il significato, la netta sconfitta con l’italiano (6-2 6-4) lo accompagna ad Amburgo e gli riempie la testa di dubbi. In Germania però, come d’incanto, Federer ritrova se stesso e si inietta fiducia in corpo aggiudicandosi il torneo. In finale, dopo essere stato dominato nel primo set (6-2) e aver annullato due palle-break all’inizio del secondo, Roger rompe gli indugi e travolge Rafael Nadal (6-2 6-0) che non perdeva un incontro sul rosso dall’8 aprile 2005, quando a Valencia era stato fermato dal russo Igor Andreev.

Roger Federer e Rafa Nadal – Amburgo 2007

Aver finalmente battuto Nadal sulla terra rappresenta un buon viatico per le speranze del numero 1 di ripetersi anche al Roland Garros ma ancora una volta le tossine dello spagnolo – in una finale in cui Federer capitalizza appena una delle 17 palle break a disposizione – sono determinanti e lo svizzero deve rimandare il sogno a periodi più felici. Le fatiche parigine inducono Federer a saltare Halle ma l’erba gli è così congeniale che non serve preparazione per difendere il titolo a Wimbledon. Ai Championships, il numero 1 cerca di emulare Bjorn Borg, ovvero vincere il torneo per la quinta volta consecutiva. Tra lui e la leggenda c’è però di nuovo Nadal, che a sua volta vorrebbe emulare Borg, laddove lo svedese è stato l’ultimo tennista (1980) a mettere a segno la doppietta Parigi-Wimbledon. Rispetto all’anno precedente, l’iberico è progredito anche sul verde ma non gli basta per compiere l’impresa e alla fine Federer può tirare un sospiro di sollievo.

I tre grandi appuntamenti dell’estate americana restituiscono al circuito il miglior Roger, anche se il suo avversario più credibile scalpita per un posto tra i grandi; si tratta del ventenne serbo Novak Djokovic, che lo batte nella finale della Rogers Cup a Montreal e lo impegna ben oltre lo score (7-6 7-6 6-4) nell’atto conclusivo degli US Open. In mezzo, Federer si era imposto anche a Cincinnati soffrendo in semifinale contro il redivivo Hewitt prima di disporre senza patemi di James Blake. Con il successo a Flushing Meadows, salgono a dieci le finali Slam consecutive del numero uno del mondo (8-2 il bilancio) che sì, ha perso qualche match a cui non eravamo più abituati ma negli appuntamenti che contano è sempre stato protagonista, così come lo è nel finale di stagione.

Sono quattro i tornei a cui Federer partecipa prima delle vacanze di fine anno e nei due Masters Series di Madrid e Bercy incappa nella miglior versione di un suo vecchio rivale, David Nalbandian. In Spagna, l’argentino compie l’impresa (mai più riuscita a nessun altro) di battere i cosiddetti big-three – Federer, Nadal e Djokovic, che nell’occasione sono anche le prime tre teste di serie – nello stesso torneo e a Bercy si ripete con lo svizzero e lo spagnolo. Buon per tutti che la “Nalba” si è svegliato tardi nella stagione e manca di poco la qualificazione alla Masters Cup, torneo nel quale cede il ruolo di prima riserva a Tommy Robredo. Così, non prima di aver vinto anche a Basilea, Federer è il favorito a Shanghai ma il suo debutto contro il cileno Fernando Gonzalez è negativo.

Tanto per cambiare, pur facendo cinque punti in più (103-98), il campione in carica perde l’incontro 3-6 7-6 7-5 e si complica la vita; Federer era imbattuto sia nella manifestazione, per quanto riguarda gli incontri di round-robin (15-0), e sia nei confronti di Gonzalez (10-0) ma è consapevole di aver comunque giocato una buona partita e infatti, da lì in poi, torna inavvicinabile e si sbarazza di Davydenko, Roddick, Nadal (6-4 6-1) e Ferrer non lasciando per strada nemmeno un set e una manciata di giochi.

Finisce dunque in gloria la terza stagione consecutiva sul trono mondiale per Roger Federer, i cui numeri restano di tutto rispetto nonostante le nove sconfitte – le stesse fatte registrare complessivamente nelle due stagioni precedenti. Il tramonto del 2007 è rosso sfavillante e copre le nubi minacciose che iniziano ad addensarsi all’orizzonte. Già dall’alba del nuovo anno si capirà che il vento sta cambiando, portando guai e tempesta. Ma di questo parleremo più a fondo nel prossimo capitolo.   

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – VENTESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
2006FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL62 46 46DUBAIH
2006FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL26 76 36 67MONTECARLOC
2006FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL76 67 46 62 67ROMAC
2006FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL61 16 46 67ROLAND GARROSC
2006FEDERER, ROGERMURRAY, ANDY57 46CINCINNATIH
2007FEDERER, ROGERCANAS, GUILLERMO57 26INDIAN WELLSH
2007FEDERER, ROGERCANAS, GUILLERMO67 62 67MIAMIH
2007FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL46 46MONTECARLOC
2007FEDERER, ROGERVOLANDRI, FILIPPO26 46ROMAC
2007FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL36 64 36 46ROLAND GARROSC
2007FEDERER, ROGERDJOKOVIC, NOVAK67 62 67CANADA OPENH
2007FEDERER, ROGERNALBANDIAN, DAVID61 36 63MADRIDH
2007FEDERER, ROGERNALBANDIAN, DAVID46 67PARIGI BERCYH
2007FEDERER, ROGERGONZALEZ, FERNANDO63 67 57MASTERS H

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi
  19. E alla fine arriva Federer

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Racconti

Uno contro tutti: e alla fine arriva Federer

Dopo le 8 settimane di Ferrero e le 13 di Roddick, il 2 febbraio 2004 Roger Federer diventa il 23esimo padrone del ranking ATP. Rimarrà in vetta per 237 settimane consecutive

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Roger Federer diventa per la prima volta numero 1 il 2 febbraio 2004

Come anticipato in chiusura della scorsa puntata, l’8 settembre 2003 si chiude definitivamente il lungo e frammentato regno di Andre Agassi. A spodestarlo per l’ultima volta è lo spagnolo Juan Carlos Ferrero, che ha sconfitto proprio lo statunitense nella semifinale degli US Open per poi essere a sua volta battuto in finale da Andy Roddick. Pur deluso dalla netta sconfitta, “Mosquito” diventa il 21esimo leader del ranking ATP ma l’incombere della stagione indoor e la vicinanza in classifica dello stesso Roddick suonano come pericolosi campanelli d’allarme per la conservazione del trono. Invece, nonostante abbia ottenuto la maggior parte dei suoi successi sulla terra rossa (Roma, due volte Monte Carlo e il Roland Garros), Ferrero dimostra di eccellere anche sul duro e conquista la finale a Bangkok (sconfitto da Taylor Dent) e la vittoria nel Masters Series di Madrid, dove regola in finale il cileno Nicolas Massu.

Gli ottimi risultati vengono però vanificati a Parigi Bercy, laddove il ceco Jiri Novak ottiene la sua unica vittoria in carriera contro un numero 1 (a fronte di sette sconfitte) chiudendo dopo sole otto settimane l’esperienza di Ferrero sul tetto del mondo. L’iberico fa registrare un bilancio di 11 incontri vinti e 3 persi (oltre a Dent e Novak, il primo a batterlo era stato l’argentino Calleri in Davis) e consegna il bastone del comando a Roddick, a cui basta la semifinale parigina (persa in due tie-break con Henman) per rilevarne il posto e giocare la Masters Cup di fine stagione da leader ATP.

Ventunenne del Nebraska, Andy Roddick è il favorito del Masters che si disputa al West Side Tennis Club di Houston ma si complica la vita nel girone perdendo da Rainer Schuttler in tre set e così in semifinale deve vedersela con il campione di Wimbledon, Roger Federer. Lo svizzero, n°3 del mondo, ha dovuto annullare due match-point ad Agassi nella fase a round robin e si è classificato primo nel suo gruppo anche in virtù delle nette vittorie su Nalbandian (la prima in carriera) e Ferrero, al quale di fatto ha tolto ogni possibilità di riprendersi la corona e chiudere la stagione da re. Pur avendo un bilancio negativo (1-4), Roddick ha battuto Federer nell’ultimo confronto diretto agli Open del Canada e pensa di potersi ripetere ma il tie-break del primo set diventa lo spartiacque di un match che ripropone lo splendido stato di forma dell’elvetico: 7-6 6-2 e Federer chiuderà la settimana texana battendo di nuovo (ma stavolta molto più facilmente) Agassi e proponendosi come alternativa credibile a Roddick, sesto statunitense a chiudere l’anno in cima al ranking dopo Connors, McEnroe, Courier, Sampras e Agassi.

Il 2004 dell’americano inizia in Qatar e inizia male. A Doha, Roddick perde al secondo turno con lo svedese Jonas Bjorkman e arriva a Melbourne con più dubbi che certezze. Nel primo Slam stagionale, lui e Federer sono ai poli opposti del tabellone ma è il redivivo Marat Safin a impedire che si affrontino in finale, come logica vorrebbe. Dopo quasi tre stagioni da Top-10, nel 2003 il russo ha giocato poco e male ed è precipitato fino alla posizione n°86 in classifica ma il suo talento – pur non affiancato dalla dovuta continuità – è fuori discussione e agli Australian Open lotta come un leone fin dal primo turno, vince tre partite al quinto set (Todd Martin, Roddick nei quarti e Agassi in semifinale) e conquista la finale dove Roger Federer gioca sapendo già che l’indomani diventerà il 23esimo padrone del vapore.

Safin, provato dalle battaglie dei giorni precedenti, resiste per tutto il primo set ma finisce per perderlo al tie-break e con quello anche ogni – peraltro minima – speranza di prendersi il titolo. Il 2 febbraio 2004, dunque, diventa una pietra angolare nella storia di questo sport perché è il primo di 1293 giorni consecutivi trascorsi sul trono da Roger Federer, come nessuno ha fatto in passato e fino ai giorni nostri. In un momento in cui i bimani sembrano poter monopolizzare il circuito, almeno nelle alte sfere, Federer rinnova la tradizione dei sovrani con il rovescio a una mano, l’ultimo dei quali è stato il brasiliano Gustavo Kuerten.

 

Per quanto si sia capito, fin da quel pomeriggio londinese del 2001 in cui ha sconfitto in cinque set Pete Sampras sul centrale di Wimbledon, che Federer ha le stimmate del fuoriclasse, nessuno può ragionevolmente prevedere ciò che invece succede dal momento del suo insediamento nella stanza del potere del tennis maschile. Nel suo primo anno di regno, lo svizzero perde un pugno di incontri ma non mancano i dolori. Il primo a causargli un dispiacere è Tim Henman, che lo elimina nei quarti a Rotterdam; dopo aver vinto a Dubai e Indian Wells, Federer assaggia per la prima volta le sgradevoli rotazioni di un giovane spagnolo mancino che lo batte senza appello al secondo turno di Miami: è Rafael Nadal e, con lui, Roger edificherà una delle rivalità più esaltanti nella storia del gioco.

Sia pur asceso al trono, il re mostra ancora qualche lato di debolezza e, sulla terra rossa, cade vittima di due specialisti già campioni del Roland Garros: Albert Costa (a Roma) e Gustavo Kuerten, proprio a Parigi. Il triplice 6-4 subìto dal brasiliano fa già calare qualche ombra sulle potenzialità dell’elvetico, il cui gioco sembra decisamente più adatto alle superfici rapide. Il progetto-Federer però è ancora in costruzione, soprattutto sul piano della consapevolezza, e riceve lusinghiere risposte dall’erba di Halle e Wimbledon (dove si conferma campione), dal vittorioso blitz a Gstaad (a cui Federer non rinuncia, nonostante le fatiche londinesi, per onorare una promessa fatta qualche anno prima, quando proprio gli organizzatori del torneo gli diedero la wild-card che lo fece debuttare nel circuito maggiore) e infine dal successo nel Masters Series di Toronto.

L’intensa attività, che mal si addice a chi deve gestire il potere, lo rende tuttavia vulnerabile sia a Cincinnati che all’appuntamento olimpico di Atene. In Ohio a batterlo subito è Dominik Hrbaty, che completa così il suo poker di scalpi eccellenti (dopo Kafelnikov, Agassi e Safin) e chiuderà la carriera con un bilancio positivo (4-3) nei confronti con i numeri 1. In Grecia invece, torneo a cui Federer tiene particolarmente, il secondo turno gli propone un diciottenne ceco di belle speranze che, nella sorpresa generale, lo batte 4-6 7-5 7-5: si tratta di Tomas Berdych e siamo solo alla prima di 26 sfide dirette tra i due.

Appena una settimana dopo la delusione olimpica, Federer si presenta agli US Open in veste di favorito e inizia il suo lustro newyorchese senza sconfitte soffrendo solo nei quarti contro Agassi (e il vento) e infliggendo, unico nella storia del torneo e secondo in assoluto in uno slam, al finalista (Lleyton Hewitt) ben due 6-0 nell’atto conclusivo. Sulla scia della vittoria statunitense, Roger domina anche a Bangkok e si riconferma campione alla Masters Cup di Houston, manifestazione in cui batte di nuovo Hewitt sia nel gruppo di round robin che in finale. L’elvetico chiude il 2004 in cima al ranking e con un record di 74-6, che sembra già ragguardevole, ma nella stagione che segue farà ancora meglio, iniziando a far credere di poter essere veramente lui il migliore di sempre.

Eppure, anche se perderà solo 4 delle 85 partite disputate, tre di queste saranno particolarmente significative. La prima è la semifinale degli Australian Open, dove difende il titolo e dove non capitalizza un match-point contro Marat Safin per poi perdere 9-7 al quinto. La seconda è ancora una semifinale, quella del Roland Garros che lo vede soccombere in quattro set al tennista che monopolizzerà la terra parigina per i tre lustri a venire, ovvero Rafael Nadal. Infine, la finale della Masters Cup a Shanghai in cui, non al meglio della condizione, si fa rimontare un vantaggio di due set dall’argentino David Nalbandian che vince così il trofeo più prestigioso di una carriera che, pur al netto di una finale Slam (persa a Wimbledon contro Hewitt) e di un best-ranking da numero 3 del mondo, non ne ha eguagliato il talento.

Il quarto ko Federer l’ha patito nei quarti a Monte Carlo lasciando sul campo altri tre match-point e facendosi battere da un talentuoso francese di nemmeno 19 anni reduce dalla vittoria nel challenger di Napoli ma che non ha mai battuto un top-10 in carriera e – dopo la vittoria in oggetto – affronterà altre 16 volte un numero 1 e perderà sempre: Richard Gasquet.

Come detto, però, il 2005 di Federer è anche e soprattutto una cavalcata impressionante con undici titoli complessivi tra cui il tris a Wimbledon, il bis a New York, la doppietta negli emirati (Doha-Dubai) e quella ancora più prestigiosa da una costa all’altra degli Stati Uniti (Indian Wells-Miami) oltre ad altri due Masters Series (Amburgo e Cincinnati). Insomma una stagione esaltante e praticamente irripetibile. Come dite? Non irripetibile? In effetti il 2006 sarà ancora migliore, ma questo lo vedremo nella prossima puntata.             

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – DICIANNOVESIMA PARTE

2003FERRERO, JUAN CARLOSCALLERI, AGUSTIN46 57 16DAVIS CUPC
2003FERRERO, JUAN CARLOSDENT, TAYLOR36 67BANGKOKH
2003FERRERO, JUAN CARLOSNOVAK, JIRI57 57PARIGI BERCYS
ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
2003RODDICK, ANDYSCHUETTLER, RAINER64 67 67MASTERS H
2003RODDICK, ANDYFEDERER, ROGER67 26MASTERS H
2004RODDICK, ANDYBJORKMAN, JONAS36 46DOHAH
2004RODDICK, ANDYSAFIN, MARAT62 36 57 76 46AUSTRALIAN OPENH
2004FEDERER, ROGERHENMAN, TIM36 67ROTTERDAMH
2004FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL36 36MIAMIH
2004FEDERER, ROGERCOSTA, ALBERT63 36 26ROMAC
2004FEDERER, ROGERKUERTEN, GUSTAVO46 46 46ROLAND GARROSC
2004FEDERER, ROGERHRBATY, DOMINIK61 67 46CINCINNATIH
2004FEDERER, ROGERBERDYCH, TOMAS64 57 57OLIMPIADI ATENEH
2005FEDERER, ROGERSAFIN, MARAT75 46 75 67 79AUSTRALIAN OPENH
2005FEDERER, ROGERGASQUET, RICHARD76 26 67MONTE CARLOC
2005FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL36 64 46 36ROLAND GARROSC
2005FEDERER, ROGERNALBANDIAN, DAVID76 76 26 16 67MASTERS H

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi

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