Roland Garros femminile, quattro semifinaliste per caso? Podoroska sì, Swiatek meno

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Roland Garros femminile, quattro semifinaliste per caso? Podoroska sì, Swiatek meno

Da due anni a questa parte, pronosticare le prime quattro del Roland Garros è impresa proibitiva. Quest’anno tocca a Swiatek, Podoroska, Kvitova e Kenin

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Iga Swiatek - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)
 
 

Non si arriva mai in semifinale di uno Slam per caso, reciterebbe un adagio condivisibile da tutti – se un po’ di scetticismo era rimasto sul conto di Carreno Busta, universalmente riconosciuto come ‘il semifinalista improbabile’, lo spagnolo ha fugato gran parte dei dubbi bissando la semifinale allo US Open (e per un soffio non è andato addirittura a giocarsi il titolo). Insomma, non si arriva mai in semifinale per caso, ma sfidiamo chiunque a dimostrarci che aveva pronosticato correttamente anche una sola delle otto semifinaliste delle ultime due edizioni del Roland Garros femminile.

Nel 2019 ci arrivarono Barty (vincitrice), Anisimova, Konta e Vondrousova (runner-up). Una sola terraiola, l’ultima, e tre giocatrici che sulla terra non avevano mai brillato – per usare un eufemismo. Prima di vincere il Roland Garros, Barty aveva raggiunto (e perso) una semifinale sul rosso; Konta aveva vinto le prime due della carriera nelle immediate vicinanze del torneo, a Rabat e Roma, dopo anni di completa allergia alla superficie.

Quest’anno la line-up è composta da Iga Swiatek, Nadia Podoroska, Sofia Kenin e Petra Kvitova. Anche qui, senza una palla di vetro non ci sarebbe stato verso di beccarne neanche una. Nell’ordine: una 19enne di buone speranze che lo scorso anno è stata brutalizzata da Halep agli ottavi, una qualificata che non era mai stata distante meno di 30 posizioni dalla top 100, una recente vincitrice Slam (in grossa crescita, è vero) che però ha subito un doppio bagel da Azarenka meno di un mese fa a Roma e una bi-campionessa Slam che per sollevare trofei sulla terra ha avuto bisogno dell’altura di Madrid, dell’indoor di Stoccarda o delle vibrazioni casalinghe di Praga. Oltre ad essere, notoriamente, una che sa complicarsi la vita con facilità persino superiore a quella con cui sotterra le avversarie di vincenti quando è in buona giornata.

 

Il freddo, i campi pesanti e le palline ‘che sembrano pietre’ hanno rimescolato ampiamente le carte, è vero, ed è altrettanto vero che al torneo non hanno partecipato ben quattro top 10 (tra cui la campionessa in carica Barty). Resta il fatto che in ognuno dei quattro spicchi del tabellone da cui sono emerse le semifinaliste c’erano almeno un paio di nomi più convincenti da proiettare in semifinale, per bookmaker e addetti ai lavori (sic!). Invece, ecco Iga, Nadia, Sofia e Petra.

IL MOTIVO – Siccome il motivo c’è sempre, ‘a volte nascosto e a volte intuitivo‘ come avrebbe detto l’Adriano nazionale (Panatta, perdonaci), cerchiamo di evidenziarlo. Partiamo con Iga Swiatek. Nel suo caso, è lecito attendersi che questo non rimarrà un exploit isolato perché i segnali della sua crescita, ancorché non dirompente come quella di certe coetanee, sono evidenti.

Iga è semplicemente brava a giocare a tennis, ed è particolarmente brava a farlo sulla terra battuta perché rispetto alle superfici rapide viene meno il dominio del bum bum senza criterio. O sei Jelena Ostapenko e vinci il Roland Garros tirando 200 vincenti in due settimane, o in qualche modo ti serve capire qualcosa della superficie – come ci si muove, come si utilizzano i tagli, perché la palla corta funziona e perché è fondamentale saper gestire energie, traiettorie, ritmi della partita. Iga sa fare tutto questo e in più ha personalità, non ha paura di niente e impara sempre dalle sconfitte. Non bocconi indigesti da ingurgitare e dimenticare, come uno sciroppo per la tosse amaro, bensì battute d’arresto da cui prendere sempre qualcosa. Così ha restituito ad Halep le legnate ricevute 16 mesi fa, oseremmo dire con gli interessi. Un passo alla volta è diventata una giocatrice vera, che sa dosare acceleratore e freno, che non è facile da affrontare perché non ha colpi dominanti ma al contempo non ha un punto debole evidente da attaccare. In sintesi: ci si attendeva Swiatek in semifinale quest’anno? No. Ci è arrivata per caso? Ancora (e più convintamente) no. E ha perso soltanto venti game, sinora.

Anche Nadia Podoroska sa il fatto suo sulla terra battuta e lo abbiamo già detto, parlando del suo approdo in semifinale da qualificata (prima nella storia del Roland Garros in Era Open): in effetti è strano che non avesse mai centrato risultati di rilievo sulla superficie prima d’ora. I colpi sono registrati perfettamente per rendere su questi campi, dalla capacità di gestire le rotazioni all’ampiezza dello swing, e la sua palla corta è davvero un fattore. Resta comunque una ragazza di 23 anni, giovane ma tennisticamente non di primissimo pelo, un po’ frenata dall’infortunio al polso destro che l’ha fermata per mezzo anno a cavallo tra 2017 e 2018 ma comunque mai capace di farsi notare ad alti livelli prima di queste due settimane: ecco, lei un po’ per caso ci è arrivata in semifinale. Brava a battere Putintseva al secondo turno, forse il vero snodo del suo torneo, ma prima della sfida a Svitolina (che su questi campi atroci non vale la top 10) ha dovuto confrontarsi con Minnen, Schmiedlova e Krejcikova nel settore di tabellone lasciato sguarnito da Azarenka e Serena. Non proprio Henin, Cibulkova e Navratilova, tanto per citarne tre della stessa nazionalità.

Nadia Podoroska – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Anche il tabellone di Sofia Kenin è stato tutt’altro che proibitivo, ma nel suo caso è un privilegio meritato – trattandosi della quarta testa di serie del torneo. Nonostante questo ha dovuto fare ricorso ben quattro volte su cinque al terzo set, sforzo supplementare che il valore delle avversarie giustificava forse soltanto per ottavi e quarti, perché Fiona Ferro è una terraiola assai strutturata e Danielle Collins non vuoi affrontarla mai quando è in fiducia, su qualsiasi superficie, perché il suo colpo migliore è che non ti regala mai nulla, neanche al compleanno. Il fatto che Kenin sia giunta in semifinale è anche una derivazione delle grandi battaglie incrociate tra Sabalenka, Jabeur, Muguruza e Collins che hanno promosso ai quarti una giocatrice teoricamente scomoda da affrontare per Sofia (ci aveva perso due volte su tre, una quest’anno), ma un po’ svuotata di energie e mezza acciaccata.

Resta poi Petra Kvitova, che l’ha avuto assai bello – il tabellone. Dodin-Paolini-Fernandez-Zhang (le ultime tre non avevano mai giocato al Roland Garros il turno in cui si sono trovate di fronte Kvitova) sono oggettivamente un percorso non troppo accidentato per giungere al cospetto della maga Siegemund ai quarti, in grande spolvero ma frenata contro Petra da un problema alla schiena. Nessuno s’azzardi a lamentarsene, intendiamoci, perché Petra ha più di un credito con la fortuna – sarebbe più giusto si trattasse di finanziamento a fondo perduto, mittente la buona sorte e beneficiaria la mancina di Bilovec – ma è chiaro che l’asticella s’alzerà vertiginosamente contro Kenin, e non è detto che in questi casi aver sofferto poco nei turni precedenti sia un bene. Spesso è proprio la sofferenza a temprare le giocatrici che vincono gli Slam. Dalla parte di Kvitova sembra esserci una maggiore abitudine a queste temperature (‘credo che otto anni fa, quando ho giocato la prima semifinale qui, il meteo fosse simile‘ ha detto Petra), infatti l’abbiamo vista più spesso delle altre giocare smanicata, e una certa predisposizione a far viaggiare queste Wilson che qualcuno ha definito ‘buone nemmeno per i cani‘.

Tra buona sorte e casualità – perché un po’ di caso esiste per tutti, tranne per Nadal che sullo Chatrier non consente al caso neanche di sedersi sugli spalti – la situazione è più o meno questa. Dovesse servirvi qualche spunto per dialogare con l’amico del circolo per il quale ‘la WTA è tutta un casino, non si capisce niente e il livello è bassissimo‘ servitevi pure.

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ATP Washington: Nishioka inarrestabile, battuto anche Rublev. Altra prestazione allucinante di Kyrgios al servizio

Il giapponese Nishioka si guadagna la terza finale della carriera contro il n. 1 del tabellone. Riuscirà Nick Kyrgios a tornare al successo nel luogo dell’ultima gioia?

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Yoshihito Nishioka - Washington 2022 (via Twitter @CitiOpen)

Y. Nishioka b. [1] A. Rublev 6-3 6-4

Partiamo dalla fine, dal secondo ed ultimo match della sessione serale, ovvero quello che ha posto fine alla penultima giornata di gare del Citi Open, evento di categoria ‘500’ di scena a Washington DC. Vogliamo cominciare dagli ultimi sgoccioli di tennis – nella notte italica – ammirati sulla costa orientale degli States, perché è proprio nella seconda semifinale che si è materializzata la grande sorpresa del torneo: il n. 1 del tabellone Andrey Rublev ha ceduto il passo al sempre più infuocato Yoshito Nishioka per 6-3 6-4 in poco più di un’ora e venti di partita. Il mancino del Sol Levante miete così un’ulteriore vittima di prestigio, in questa sua strabiliante settimana sul cemento a stelle e strisce, estromettendo il n. 8 del ranking nel loro terzo confronto diretto dopo i due tenutisi in terra australiana: negli ottavi di Sydney 2019 vinse proprio il giapponese, mentre all’inizio della scorsa stagione il russo si rifece in ATP Cup.

IL TABELLONE DELL’ATP 500 DI WASHINGTON

 

Con la conquista della sua terza finale nel Tour maggiore, il 26enne di Tsu compirà un grande balzo in classifica ritornando nei primi 60 giocatori del mondo. Infatti nonostante adesso si trovi al n. 96 del ranking, l’attuale n. 2 di Giappone – ma che tra pochi giorni scavalcherà il connazionale Taro Daniel, mentre colui che rappresentato il tennis maschile asiatico negli ultimi decenni ha ripreso ad allenarsi – aveva già messo in mostra un livello decisamente interessante due stagioni fa, quando si spinse fino al n. 48 del mondo. In quella circostanza Yoshito fu veramente molto sfortunato, dato che la miglior fase della sua carriera venne interrotta bruscamente a causa della pandemia da COVID 19, e nel momento in cui il circuito riprese il suo abituale svolgimento non è più riuscito a ripetere quelle prestazioni, condizionato pesantemente anche da tanti problemi di carattere fisico.

Almeno sino a prima di questi sette giorni sul veloce della capitale americana, dove pare aver riallacciato il filo interrotto due anni orsono. A rendere ancor più eccezionale il percorso svolto dal nipponico, è la qualità degli avversari battuti nel corso del torneo: aveva infatti già messo in fila in un paio di occasioni quattro vittorie a livello ATP, mai però vi era riuscito eliminando avversari Top 40. Nishioka ha infatti fatto fuori nei primi turni, due tra i giocatori più in palla di questa parte di stagione, i freschi finalisti di Atlanta De Minaur e Brooksby, per poi superare l’ex n. 8 Khachanov con un doppio tie-break. Un cammino assolutamente di primissimo livello, con la ciliegina dell’affermazione su Rublev, che rappresenta per il n. 96 la terza vittoria su quattro semifinali disputate in carriera: in precedenza sconfitti Verdasco a Shenzen nel 2018 e Humbert a Delray Beach nel 2020.

Non rispetta invece la sua fame di “Re dei 500” Andrey, che nonostante sia soltanto il secondo giocatore ad aver vinto in stagione due titoli consecutivi (a Marsiglia e nel ‘500’ di Dubai) ha perso le ultime due semifinali disputate, recentemente abbattuto nettamente da Baez a Bastad. Dunque si frantuma il sogno del sesto titolo di questa categoria per l’ex n. 5 ATP, che fra l’altro aveva perso l’unica semifinale in tornei ‘500’ proprio a Washington nel 2019. Sicuramente un percorso positivo quello del n. 1 del tabellone, con anche poche energie consumate, ma come è accaduto in Svezia giunti alle fasi conclusive della settimana i pochi match nelle gambe si sono fatti sentire.

IL MATCH – Nishioka è bravissimo a salvare una palla break in apertura, concessa facendosi rimontare dal 40-15 ma riuscendo alla fine ad uscire indenne dopo 12 punti giocati. Questo break evitato nel primo game del match, è propedeutico a garantire l’allungo nipponico nel quarto gioco. Uno strappo controllato sino al termine del parziale. Nel secondo, questa volta il mancino asiatico non può evitare lo strappo immediato in favore del russo. Ma Andrey spreca tutto concedendo il contro-break immediato. A questo punto i servizi si fanno sempre più traballanti: tre break di fila dal settimo all’ottavo game, ma l’ultimo e decisivo è a marca giapponese. I dati maggiormente divisivi tra i due tennisti, che hanno dunque delineato il differenziale sono stati le palle break salvate e i punti in risposta sulla seconda: rispettivamente 60% per Yoshito contro il 20% del russo, 69% contro il 48%.

IL TABELLONE DELL’ATP 500 DI WASHINGTON

N. Kyrgios b. M. Ymer 7-6(4) 6-3

Tre anni fa era stato De Minaur ad interrompere la corsa di Rublev in questo torneo, l’australiano avrebbe poi lasciato strada spianata al connazionale Nick Kyrgios. Ebbene al finalista di Wimbledon, un torneo in bacheca manca proprio dal successo maturato al William H.G. FitzGerald Tennis Center nel 2019. Grazie infatti all’affermazione contro lo svedese Miakel Ymer per 7-6(4) 6-3 in 1h36, questa sera attorno alle 20:30 proverà a centrare il successo nella capitale USA cercando di ritrovare quelle sensazioni vissute dopo le meravigliose partite contro Tsitsipas e Medvedev, che gli regalarono il sesto e – finora – ultimo titolo della carriera. Anche la settimana di tennis del Citi Open, ci sta restituendo la convinzione che questa possa essere davvero la stagione della svolta del 27enne di Canberra.

Un’inversione di marcia, che possa donare agli amanti di questo sport nella parte conclusiva dei suoi anni da atleta, non solo il sempre apprezzabile spettacolo pirotecnico e balistico derivante dall’immenso talento del giocatore originario della Malesia ma anche risultati di rilievo nei tornei più importanti. Dopo averlo ammirato già tonico da un punto di vista fisico durante il Sunshine Double, Nick ha sprigionato tutto sé stesso sui prati londinesi. Ma ciò che sorprende maggiormente e che si distacca profondamente dal passato, è la tenuta mentale accompagnata da una concentrazione continuamente mantenuta al massimo. Infatti pur mostrando costantemente quell’aria di leggerezza, il cambio rispetto a qualche tempo fa per Kyrgios è da riscontrare nel focus che mette su ogni singolo quindici. Altrimenti non sarebbe stato in grado di cancellare 5 match point nei quarti contro Tiafoe, e di vincere 5 delle 7 partite che ha disputato in stagione al set decisivo – 2/3. Un 2022, dove con il successo odierno eguaglia il numero di vittorie ottenute nel 2018 (26), con la differenza che nell’arco di quei 12 mesi ne perse 14, mentre quest’anno ne ha lasciate per strada esattamente la metà.

Finisce così l’ottima cavalcata del minore dei fratellini scandinavi, che dopo essere riuscito pochi giorni fa dalla Top 100, è virtualmente di nuovo tra i primi 70. La prima semifinale in un ‘500’ non poteva giungere in un momento migliore per il tennista di origini etiopi, poiché non avendo difeso i punti dei quarti del 2021 a Gstaad e Kitzbuhel, questo gruzzoletto è puro ossigeno oltre che conferirgli tanta fiducia in vista della finale da difendere a Winston Salem. A dimostrazione dell’imprevedibilità del risultato raggiunto da Mikael, ci si può limitare a sottolineare che prima di questa settimana; l’ultima vota che aveva superato il primo turno di un torneo era stata addirittura nel mese di febbraio sul veloce indoor di Montpeller, anche in quella circostanza si spinse fino alla semifinale perdendo da Zverev.

IL MATCH – Nel primo set 0 palle break concesse, e quindi inevitabilmente si giunge al tie-break: dopo uno scambio di mini-break, Nick mette la freccia nel nono punto del gioco decisivo. Anche la seconda frazione è dominata dai servizi, con il n. 63 ATP che piazza la zampata finale nell’ottavo game per poi chiudere senza problemi. Un’altra prestazione dirompente in battuta per il nativo di Canberra: 10 ace, 71% di prime in campo, 77% di trasformazione e 79% di punti vinti con la seconda (15/19).

IL TABELLONE DELL’ATP 500 DI WASHINGTON

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ATP

ATP Los Cabos: Medvedev si ritrova sull’amato cemento d’oltreoceano, 14°titolo della carriera

Il n. 1 del mondo Daniil Medvedev centra il primo successo del 2022, ponendo fine ad una striscia di cinque finali perse. Cameron Norrie non riesce a difendere il titolo dello scorso anno, mancando il terzo sigillo stagionale

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Daniil Medvedev - Los Cabos 2022 (via Twitter @AbiertoLosCabos)

[1] D. Medvedev b. [3] C. Norrie 7-5 6-0

Daniil Medvedev nella notte italiana ha conquistato il primo titolo stagionale, sconfiggendo la tds n. 3 dell’Abierto de Tenis Mifel di Los Cabos e n. 12 ATP Cameron Norrie con lo score di 7-5 6-0 in 1h23. Il n. 1 del mondo, nonché principale favorito del torneo, completa così un rientro alle competizioni da favola mettendo in bacheca il quattordicesimo alloro, senza neanche smarrire un set lungo il percorso, e ritornando ad alzare un trofeo che mancava dallo scorso Us Open.

Dunque non poteva iniziare meglio la difesa della corona di re del circuito ATP, che sarà preservata almeno sino alla fine dell’ultimo Slam del 2022, da parte del russo; il quale è pronto a giocarsi le sue carte sul cemento nordamericano in un periodo che si prospetta il più emotivamente – e a livello di aspettative riposte in lui – pesante e arduo da quando compete ad alti livelli. Ma allo stesso tempo, si ha la certezza di fondo che il 26enne moscovita non sceglierebbe nessun altro momento della stagione per affrontare questa impresa titanica. Infatti lo swing estivo sul cemento outdoor nordamericano, risultati alla mano, è la fase dell’anno dove Daniil si esprime al meglio delle sue possibilità. Basti pensare che con l’aggiunta al proprio palmares dell’evento messicano, Medvedev può vantare la finale in tutti e sei gli appuntamenti sul cemento all’aperto d’oltreoceano ai quali ha preso parte in carriera: nel 2018 vinse a Winston Salem, ultimo torneo in preparazione a Flushing Meadows; poi ci fu quell’incredibile cavalcata del 2019 con tre finali consecutive, oltre alla vittoria di Cincinnati su Goffin – suo primo titolo ‘1000’ – raggiunse anche le finali a Washington e Montreal perdendo da Kyrgios e Nadal; infine il trionfo a Toronto lo scorso anno su Opelka.  

 

IL TABELLONE DELL’ATP 250 DI LOS CABOS

Quindi la maledizione del primo successo nel 2022 è finalmente spezzata, dato che la rimonta subita dal toro di Manacor all’Australian Open aveva inaugurato una tendenza piuttosto negativa con altri due ko, abbastanza netti, subiti negli atti conclusivi dei tornei, entrambi sui prati a ‘S-Hertogenbosh per mano di Van Rijthoeven e ad Halle sotto i colpi di Hurkacz. Una striscia contraria, che se allargata al rush finale della scorsa stagione vedeva l’orso del tennis moderno aver perso le ultime 5 finali disputate: Parigi Bercy e le Finals torinesi contro Djokovic e Zverev.

Il mancino di origini sudafricane non riesce invece ad ottenere il suo terzo titolo dell’anno, dopo quelli portati a casa a Delray Beach e Lione, alla sua quarta finale stagionale – la seconda in Messico dopo la sconfitta contro Nadal ad Acapulco – e conferma quindi la tradizione avversa a coloro che hanno iscritto il proprio nome nell’albo d’oro del torneo, visto che anche gli altri quattro campioni passati di Cabo San Lucas non sono riusciti a difendere con successo il trofeo conquistato la stagione precedente.  Un solo confronto diretto, vittoria del russo al secondo turno di Shanghai 2019 per 6-3 6-1.

Il momento cruciale della partita si è materializzato proprio sul finire del primo set, quando il n. 1 Medvedev pur portandosi sul 40-15 nel decimo gioco, non è riuscito a sfruttare i due set point consecutivi che si era costruito subendo così il ritorno di Norrie ed il contro-break. Ma Medvedev non si è scomposto, né si è innervosito mantenendo i nervi saldi anche quando nel primo punto della secondo set ha raschiato la mano a terra provocandosi una ferita che ha richiesto l’intervento del fisioterapista per tamponare il sanguinamento, e mostrando uno straordinario cinismo (a fine match saranno 6 palle break concretizzate sulle 9 avute a disposizione) ha allungato nuovamente per poi mettere in ghiaccio il set, ma di fatto anche il match vincendo gli ultimi 8 game della partita.

LE DICHIARAZIONI A CALDO DEI DUE PROTAGONISTI DURANTE LA CERIMONIA DI PREMIAZIONE:

Medvedev: “Ogni partita della settimana è stata molto buona, ma la finale è sempre speciale. In finale si gioca contro il miglior giocatore della settimana in questione, quindi è sempre una partita di alto livello e sono davvero felice di essere riuscito a mostrare un buon livello di gioco, e alcune buone soluzioni in un match così importante. Nel primo set ci siamo strappati il servizio l’un l’altro per essere poi sul 5-5, quando lui è ritornato dal 40-15 ma io ho giocato male quel decimo game. Quindi sapevo che dovevo solo rimanere lì, e in questo senso la ferita alla mano mi ha aiutato a pensare un pò di più a come avrei dovuto tenere meglio i miei nervi. Da allora sono riuscito a giocare bene ed oggi è bastato“.

Norrie: “Ho combattuto il più duramente possibile, ma Daniil è stato troppo bravo. Complimenti a lui e alla sua squadra, sicuramente si sono meritati il trofeo in questa settimana”.

IN CONFERENZA STAMPA Medvedev: “L’aspetto positivo del tennis è in che in una settimana puoi dare una svolta alla tua stagione. Venendo qui avevo perso cinque finali di fila. Non è bello, avevo e ho voglia di fare meglio. Non si sa mai se succederà o no, e di sicuro prima di questa finale ero un po’ nervoso, un po’ più del solito. Ma ora sono davvero felice di essere ritornato a vincere. Non è stato facile, Cam [Norrie, ndr] è un giocatore straordinario, quindi è stato davvero un match molto intenso. Quando giochi contro di lui, sai che devi lottare su ogni punto“.

IL TABELLONE DELL’ATP 250 DI LOS CABOS

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Flash

WTA San Jose: Kasatkina e Rogers si meritano la finale, battute Badosa e Kudermetova

Semifinali in fotocopia per la russa Kasatkina e la statunitense Rogers. Le tenniste più in forma del torneo californiano si contenderanno il titolo

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Daria Kasatkina - San Jose 2022 (foto Facebook @MubadalaSVC)

A San Jose a contendersi il titolo saranno Shelby Rogers, che torna in una finale WTA dopo sei anni, e Daria Kasatkina, che in California aveva raggiunto l’atto conclusivo anche nella scorsa stagione. I verdetti della notte italiana certificano la grande settimana dell’americana Rogers – vittoriosa 6-3 6-4 sulla russa Veronika Kudermetova – che a 29 anni è ancora alla ricerca del suo primo titolo in carriera, mentre la 25enne Kasatkina ha ribaltato i pronostici superando la n-4 del mondo Paula Badosa per 6-2 6-4.

Il tabellone completo del WTA 500 di San Jose

Nella prima semifinale del Mubadala Silicon Valley Classic, Rogers ha iniziato alla grande controllando e dominando un primo set alla perfezione, deciso 6-3 da un break nel primo e uno nell’ultimo game, con Kudermetova mai capace di andare oltre il ’30’ in risposta. Le calde condizioni meteorologiche hanno aiutato il potente gioco di spinta della statunitense, la quale non solo non ha ancora perso un set in questo torneo, ma le sue avversarie non sono mai vinto più di quattro game. Nel secondo set invece la musica è iniziata diversamente, con la russa due volte in grado di passare avanti di un break, ma il ritornello finale è stato sempre lo stesso, e Rogers ha chiuso 6-4 al secondo match point dopo un’ora e 20 minuti.

 

La seconda semifinale, dal punteggio e dall’andamento estremamente simile alla prima, è durata una manciata di minuti in più, con Kasatkina dominante nel primo set vinto 6-2 (anche lei due break realizzati e zero palle break concesse), e più lottato nel secondo per meriti di Badosa. La spagnola n.4 del mondo tuttavia non ha sfruttato le posizioni di vantaggio in cui è riuscita a mettersi, e il break nel nono game le è stato fatale così come i 30 gratuiti a fronte dei 16 vincenti; bilancio in pari invece per la russa con 11 vincenti e altrettanti errori.

Le prestazioni di Kasatkina nel WTA 500 di San Jose sono veramente degne di nota, come certificano i successi sulla campionessa di Wimbledon Rybakina, e sulle due top 10 Sabalenka e Badosa. Una vittoria del titolo la riporterebbe in top 10 a 25 anni, per la prima volta dal 2019. Grazie al suo gioco paziente, poco rischioso, e ricco di variazioni è riuscita a gestire i colpi potenti delle avversarie affrontate finora, e certamente cercherà di fare altrettanto con Shelby Rogers. Per questo, e anche considerando la classifica della statunitense (n.45), è Daria la favorita per la finale, in programma all’1 di notte italiana. I precedenti sono sull’1-1, con Kasatkina vittoriosa nell’ultimo incontro disputato a maggio al Roland Garros. Rogers invece l’ha spuntata nel loro unico incontro sul cemento, nel 2017 a Miami.

Il tabellone completo del WTA 500 di San Jose

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