Che strano Miami Open: senza Big, seduto sulla Faglia di Sant'Andrea del tennis

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Che strano Miami Open: senza Big, seduto sulla Faglia di Sant’Andrea del tennis

Fa caldo, non ci sono tifosi, i tennisti rischiano il collasso in campo e qualcuno sbrocca. Sullo sfondo, la crisi politica e un tentativo di rivoluzione. Con Pospisil Robespierre

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Vasek Pospisil, prossimo a spaccare la racchetta

Un po’ ce lo aspettavamo, bisogna dirlo. I ventidue rinunciatari su settantanove aventi diritto a partecipare al Masters 1000 di Miami erano un discreto segnale, quasi una sirena d’allarme. Non si tratta di uno dei tornei più longevi del circuito – la prima edizione è datata 1987, dopo due anni tra Delray Beach e Boca West – ma il Miami Open è riuscito a costruirsi una sua identità nel circuito. Anche grazie all’unione immateriale con Indian Wells, assieme a cui forma il Sunshine Double che nel 2020 è saltato per intero e quest’anno deve reggersi su una gamba sola, quella a mollo sulle rive della East Coast. L’altra metà dell’identità del torneo di Miami è quella latina, che del resto pervade tutta la Florida (più di quanto accada in California): pensate che prima del torneo è previsto un Media Day tutto latino, riservato ai tennisti sudamericani, e che lo sponsor che dà il nome al torneo dal 2015 – Itaù – è una banca brasiliana che negli Stati Uniti ha appena due o tre uffici di rappresentanza. Si potrebbe quasi dire che è un torneo con radici sudamericane prestato alla Florida.

L’edizione 2021 sembra del tutto priva di questa identità, però. Il pubblico praticamente non c’è, o comunque quei pochi che siedono sugli spalti non sono sufficienti a restituire alcun ‘calore latino’; chiedere a Galan, colombiano, che ha rovesciato il pronostico contro de Minaur ma in cambio ha ricevuto solo qualche timido applauso. Il torneo non sembra ancora essersi adattato al cambio di sede del 2019, nonostante un profondo sforzo logistico nell’area dell’Hard Rock Stadium (infarcita di palme e campi ground) che adesso ospita la competizione; Key Biscayne (Crandon Park) era un incubo per gli spostamenti, ci assicura chi lo ha frequentato più volte, ma era uno splendido posto per giocare a tennis.

Gli spalti vuoti certamente peggiorano la resa televisiva degli incontri, ma si ha la costante sensazione che le partite si stiano giocando in un parcheggio, o comunque in un luogo di passaggio. Appare però necessario rimandare il giudizio alla prima edizione che si disputerà con il pubblico e – soprattutto – con i migliori ai nastri di partenza. Questo è il primo Masters 1000 privo di Fab 3 da Bercy 2004: per darvi un contesto, a quel torneo parteciparono appena quattro giocatori che oggi sono ancora in attività – Feliciano Lopez, Tsonga, Monfils e Robredo – e il vincitore fu Marat Safin, uno che sembra appartenere a tutt’altra epoca tennistica (e infatti è così).

A tutte queste difficoltà si aggiunge un caldo piuttosto umido che sta influenzando la qualità degli incontri. Le povere Ahn e Jabeur hanno addirittura vomitato in campo, a causa delle difficili condizioni atmosferiche, così come una raccattapalle durante il match tra Galan e de Minaur. Paire si è tolto e rimesso la maglietta (completamente nera: non una gran scelta, Benoît) praticamente a ogni cambio campo contro Musetti, un match che già non aveva particolare voglia di giocare. Zverev non ha opposto grossa resistenza alla rimonta di Ruusuvuori, piegandosi sulla racchetta ogni due per tre con il sudore a colargli dalla fronte. Jack Draper ha addirittura rischiato di svenire in campo (e infatti si è ritirato). Chi è sul posto conferma: le temperature non saranno altissime, ma è complicato stare al sole per molto tempo.

Vika Azarenka, che da poco si è trasferita a Miami, ha spiegato la strana sensazione di giocare un torneo che ha una storia trentennale eppure sembra del tutto nuovo. “Beh, sicuramente è il torneo per giocare il quale ho fatto meno strada, e questo aiuta. Se mi sento a casa? Mi ci sto abituando: ho la sensazione che la vecchia sede fosse più confortevole, così questo mi sembra più un torneo nuovo che il ‘solito’ Miami Open“. Anche i campi sono diversi, e un po’ tutti i giocatori li stanno trovando piuttosto lenti. Vika conferma: “Sono abbastanza d’accordo. La palla rimbalza molto, ma allo stesso tempo a volte viaggia più veloce. Dipende dal tipo di colpo: alcune palle, quelle con più spin, vanno piuttosto lente, mentre i colpi piatti viaggiano un po’ di più. Dipende dallo stile di gioco“. Più di qualche big server in effetti è saltato (Opelka, Querrey, Zverev, Kudla, Anderson) ma non è detto che ciò sia accaduto solo per la lentezza dei campi – del resto Raonic e Isner sono ancora in pista.

Un po’ di polemica, Q.B.

Insomma, manca il pubblico, mancano alcuni dei giocatori più forti, sinora sta mancando anche lo spettacolo. Eppure il Miami Open ha trovato il modo di far parlare di sé, anche grazie a un paio di elementi di polemica.

Il primo lo ha riportato a galla proprio Paire, che per amore dei 16.000 dollari di montepremi (altrimenti perché andare a Miami?) ha fatto poco più che presenza contro Musetti. C’è chi dice che dovrebbero impedirgli di partecipare ai tornei se ha poca voglia di giocare, qualcuno addirittura dice che bisognerebbe azzerare soldi e punti riservati a chi perde al primo turno (non c’è bisogno di spiegare perché è una proposta sciocca, basti dire che al primo turno perde anche chi s’impegna molto). Paire ha risposto così, sulle colonne de L’Équipe: “Mi vogliono squalificare? Dicono che non ho diritto di stare qui? Io faccio del mio meglio, e a volte il mio meglio non è granché. Ma non vedo perché dovrebbero squalificarmi. Dai, ci vediamo a Montecarlo; un grande torneo, non vedo l’ora di combattere“. Di sicuro non gli mancano sarcasmo e levità nell’affrontare la questione.

Il secondo elemento è decisamente più interessante, nonché più preoccupante per il futuro del tennis. La scen(eggi)ata di Pospisil durante la partita contro McDonald, che ha visto il canadese insultare pubblicamente Gaudenzi (reo a sua volta di averlo rimbrottato ‘per un’ora e mezza’ durante l’ultimo meeting tra i giocatori e l’establishment dell’ATP), è quasi certamente il sintomo di un malessere profondo, la crepa in superficie di una frattura che somiglia sempre di più alla Faglia di Sant’Andrea del tennis contemporaneo. Ma prima di illustrare la faglia, vorremmo esprimere la nostra solidarietà al povero Arnaud Gabas, giudice di sedia, che in questa storia proprio non c’entrava nulla e si è ritrovato a dover gestire le ire di Pospisil dopo aver già preso una pallata in un occhio da un altro tennista canadese, Shapovalov; se chiederà di non arbitrare più un nordamericano, capiremo.

Secondo indiscrezioni del sito Opencourt, Gaudenzi e compagnia avrebbero dato a Pospisil del maleducato e ignorante durante il meeting incriminato, costringendolo alle lacrime. Per chi non ha seguito queste beghe sin dal principio: perché proprio Pospisil? Il canadese e Djokovic, nel pieno della bolla newyorchese dello scorso agosto, si sono dimessi dal Player Council dell’ATP per fondare la PTPA, una nuova associazione atta a rappresentare con maggiore attenzione gli interessi dei giocatori. Dunque, pur essendo ormai fuori dagli organi consultivi dell’ATP – prima dell’elezione dei nuovi membri del Council del dicembre 2020, è stato impedita la candidatura a chi aveva già aderito alla PTPA – Pospisil rimane il Robespierre dei tennisti in questo tentativo di rivoluzione. Tanto più in assenza di Djokovic, che a Miami ha scelto di non giocare.

Il tennis ha sicuramente dei problemi, esacerbati dalla pandemia. È uno sport in cui gli Slam contano più di quanto dovrebbero, e sicuramente più degli organi in teoria incaricati di gestire il tennis professionistico (ATP e WTA); è uno sport in cui c’è una grossa sproporzione tra primi della classe e tennisti ai margini della top 100, più di quanta ce ne sia in qualsiasi altro sport individuale o di squadra; è uno sport che fa grosso affidamento sul ticketing e in questo momento di biglietti non se ne vendono; è uno sport che, come dice Gaudenzi, ottiene meno di quello che dovrebbe ottenere dai diritti televisivi se consideriamo quanti appassionati ci sono nel mondo. Il grafico pubblicato in questo ottimo articolo di Bloomberg (se masticate l’inglese, consigliamo vivamente la lettura; altrimenti aspettate la nostra traduzione, è in arrivo) riassume la situazione.

 YouGov Sports, SportsBusiness Annual Media Report 2018

Anche la contro-proposta di Pospisil e Djokovic ha dei problemi, però. Nello specifico, non sembra davvero una proposta ma piuttosto un tentativo di cambiare lo status quo senza un piano preciso. Dire di voler essere rappresentati meglio e di voler avere montepremi più alti non è sufficiente, quando ci si vuol sedere ‘al tavolo dei grandi’.

Lo ha spiegato benissimo il doppista Marcus Daniell, inizialmente affiliato alla PTPA e inserito anche nel gruppo WhatsApp della neo-associazione, in una puntata del podcast Baseline Exchanges. “Mi è sembrata un’organizzazione davvero amatoriale. Mi hanno inviato un documento da firmare, io l’ho mostrato a mia moglie e alla moglie del mio partner di doppio, entrambi avvocati, e si sono messi a ridere dicendo che nessuno firmerebbe un documento del genere. Non penso che la struttura che stanno cercando di mettere in piedi possa essere un miglioramento rispetto all’ATP. E non mi è piaciuto come hanno risposto alle mie domande, le hanno percepite come un attacco personale. Semplicemente non pensavo [il documento, ndr] fosse buono abbastanza per una organizzazione professionale“.

Sotto alcuni punti di vista, questo stallo tennistico alla messicana ricorda molto la situazione politica che ha favorito l’ascesa del Movimento 5 Stelle in Italia: la progressiva sfiducia nei confronti della classe dirigenziale e la voglia di cambiare le cose, così da riporre in soffitta la ‘vecchia politica’ (che ha le sue colpe, come certamente le ha l’ATP per alcune mancanze di gestione) e mettere al centro i cittadini (in questo caso i tennisti). Se non che il sostegno al partito italiano (nato nel 2009) si è fatto massiccio in breve tempo, mentre alla PTPA hanno aderito soltanto alcuni giocatori. Federer e Nadal, per dirne due che hanno un certo peso, si sono schierati subiti dalla parte opposta.

Oltre che dal numero 1 del mondo, dopo la sua sfuriata Pospisil ha ricevuto attestati di solidarietà anche da Isner, Johnson, Sandgren, Karlović, Harrison, Rajeev Ram e dai connazionali Raonic e Shapovalov (il quale ha detto ‘Non siamo sotto-rappresentati, ma potremmo comunque essere rappresentati meglio‘). Vedremo come andrà a finire. Di sicuro il Miami Open sta raccontando una storia che non può essere ignorata: il tennis professionistico non gode di ottima salute. E i tumulti continueranno.

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US Open, Medvedev tra i Grandi, ma Djokovic non ha ancora finito di vincere

Il russo può diventare una minaccia su tutte le superfici. Sebbene il numero uno al mondo non abbia espresso il suo miglior tennis per assicurarsi il Grande Slam, ha conquistato la folla come mai prima d’ora

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Daniil Medvedev - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

Era da un paio d’anni ormai che gli intenditori del tennis aspettavano di veder comparire il nome di Daniil Medvedev fra i campioni Slam; il russo si trovava da tempo sull’orlo di questo traguardo. Tra l’estate e l’autunno 2019, infatti, aveva fatto passi da gigante nel ranking: in questo lasso di tempo era arrivato alla finale di tutti e sei i tornei a cui aveva partecipato, ma soprattutto era arrivato terribilmente vicino a diventare il vincitore dello US Open. Sfidando niente meno che Rafael Nadal, Medvedev, in svantaggio per due set a zero e sotto di un break nel terzo set, per poco non aveva vinto il match e rivendicato il titolo.

Medvedev aveva trascinato Nadal al quinto set in un match tortuoso, che, iniziato nel tardo pomeriggio, si era protratto fino a sera inoltrata. Era riuscito a rimontare dai due break di svantaggio nel quinto set e a salvare due match point prima che Nadal risalisse 30-40 dell’ultimo game di questo avvincente match, vincendolo 7-5 6-3 5-7 4-6 6-4. Medvedev aveva concluso il 2018 al numero 16 del ranking, ma l’impeto del 2019 l’aveva portato a raggiungere il quinto posto.

Il russo di 1,98 ha poi proseguito la sua ascesa con una stagione 2020 stellare. Ha tentato di nuovo la corsa allo US Open, raggiungendo le semifinali senza perdere nemmeno un set: è qui che è stato sconfitto da un ispirato Dominic Thiem. Per nulla turbato da questo piccolo incidente di percorso, verso la fine dell’anno ha conquistato due titoli consecutivi al Masters 1000 di Parigi e alle ATP Finals di Londra, dov’è imbattuto e ha sbaragliato le prime tre teste di serie del torneo – Novak Djokovic, Rafael Nadal e Dominic Thiem – in un’impresa senza precedenti. Nello spazio di questi due tornei e delle dieci vittorie consecutive ottenute, Medvedev ha battuto ben sette giocatori della Top 10. Quando Medvedev, all’inizio del 2021, ha raggiunto la finale del suo secondo Slam, l’ha fatto con 20 vittorie consecutive alle spalle. Diversi esperti si aspettavano che Medvedev sfondasse proprio sul palco di Melbourne, rivendicando il suo posto tra i campioni. Ma Djokovic ha negato questo prestigioso trofeo a Medvedev, giocando un match magistrale e vincendo il suo nono Australian Open con un trionfante punteggio di 7-5 6-2 6-2.

 

La sconfitta ha finito per rallentare non poco la corsa tennistica di Medvedev. Le modifiche apportate al suo gioco si possono però interpretare come dei passi nella direzione giusta. Arrivato al Roland Garros con un record personale di 0-4, Medvedev ha trovato un po’ di fiducia sulla terra rossa e raggiunto i quarti di finale, dove però, con un certo disappunto, è stato sonoramente sconfitto da Stefanos Tsitsipas. La sconfitta deve avergli bruciato parecchio, considerato che aveva battuto il greco in sei dei loro sette match incontri prima del Roland Garros. Medvedev si è incamminato poi verso Wimbledon, e ancora una volta è arrivato agli ottavi di uno Slam, facendosi però sfilare dalle mani un vantaggio di due set a uno con Hubert Hurkacz in un incontro giocato su due giorni.

Ciononostante, durante l’estate Medvedev si rimette in forma e vince il Masters 1000 in Canada. Arrivato allo US Open da testa di serie numero due, con una silenziosa sicurezza di sé e un cauto ottimismo, Medvedev è un uomo con una missione da compiere. Approfittando di un tabellone favorevole, non perde un set fino ai quarti di finale, ma fatica leggermente contro il qualificato olandese Botic Van de Zandschulp prima di chiudere la partita con un favorevole 7-5 nel quarto set. Poi disintegra la testa di serie numero 12, Felix Auger-Aliassime, in tre set. Questa vittoria contro l’atletico canadese traghetta Medvedev alla sua terza finale Major e la seconda a New York. Per gli osservatori più attenti, l’occasione è quella giusta per pareggiare i conti con un uomo sull’orlo di un’ineffabile, storica missione, che risponde al nome di Novak Djokovic.

Il numero uno al mondo si trova a fronteggiare il tipo di pressione che solo un collega della sua straordinaria caratura può comprendere. Conquistato a giugno il suo secondo French Open, Djokovic si era portato a metà strada del Grande Slam e aveva la mente concentrata sull’ambizioso obiettivo. Ha partecipato a Wimbledon non soltanto per aggiudicarsi la vittoria del più prestigioso torneo al mondo, ma anche per vincere il terzo Slam consecutivo. A New York cercava l’ultimo pezzo del puzzle. Nessun tennista del circuito maschile dopo Rod Laver, che ottenne il suo secondo Grande Slam nel 1969, era stato in grado di aggiudicarsi i primi tre Major della stagione e posizionarsi ad un solo Major dal Grande Slam.

Rod Laver

I media e i colleghi di Djokovic l’avevano sicuramente informato che solo cinque atleti nella storia del tennis avevano vinto tutti e quattro gli Slam dell’anno, aggiudicandosi il Grande Slam. Accadde per la prima volta nel 1938, quando il californiano Don Budge – proprietario, probabilmente, del miglior rovescio che il tennis abbia mai visto – realizzò questa impresa memorabile. Poi venne il turno di Maureen Connolly nel 1953; ebbe successo principalmente perché aveva i colpi migliori del mondo tennistico femminile e per il suo footwork esemplare. Il mancino Laver – un colpitore australiano impareggiabile – conquistò il suo primo Grande Slam nel 1962 da dilettante e il suo secondo da professionista sette anni più tardi. Venne poi il turno di Margaret Smith Court, che realizzò il sogno del Grand Slam nel 1970. Diciotto anni più tardi fu la volta di Steffi Graf: la tedesca dai piedi veloci e dal dritto esplosivo rimase imbattuta ai tornei dello Slam nel 1988.

Ed eccoci all’epilogo. Nessuno dai tempi di Graf aveva più ottenuto il Grande Slam, a riprova del fatto che sia un compito estremamente arduo sia per il tennis maschile che per quello femminile. Teniamo presente anche che diversi tra i tennisti più talentuosi non sono arrivati nemmeno vicini a compiere questa impresa.

Certo, Roger Federer in tre stagioni (2004, 2006 and 2007) ha vinto tre dei quattro Slam, ma senza avvicinarsi al Grande Slam, non riuscendo in quegli anni a fare l’ultimo passo al Roland Garros. L’anno in cui vinse l’Open di Francia (2009) aveva già perso la finale dell’Austrialian Open, sconfitto da Nadal. Rafa ha conquistato gli ultimi tre Slam a Parigi, Londra e New York nel 2010, ma solo dopo aver perso nei quarti all’Australian Open. Quando nel 2009 Nadal vinse l’Australian Open, perse per la prima volta al Roland Garros contro Robin Soderling, e così le sue chance di completare il Grande Slam svanirono. Lo stesso Djokovic è riuscito nell’impresa di conquistare quattro Slam di fila, da Wimbledon del 2015 al Roland Garros del 2016. Si trovava in effetti a metà dalla conquista del Grande Slam nel 2016, perdendo tuttavia al terzo turno di Wimbledon contro Sam Querrey, e così l’opportunità è scomparsa nel nulla.

C’è anche un piccolo gruppo di giocatori che ha vinto i primi tre Slam dell’anno, avvicinandosi al traguardo del Grande Slam. Il primo di questi, dall’Australia, fu Jack Crawford nel 1933. Vinse i primi tre Slam e poi raggiunse la finale degli US Championships a Forest Hills. Ad appena un set dall’aggiudicarsi il Grande Slam, perse contro il talentuoso britannico Fred Perry. Simile il caso di un altro australiano, Lew Hoad, che si trovava a un match dal Grand Slam nel 1956 quando il suo connazionale Ken Rosewall lo sconfisse nella finale di Forest Hills. Nel 1984, Martina Navratilova vinse il French Open, Wimbledon e lo US Open. All’epoca l’Australian Open era l’ultimo Slam della stagione, e Navratilova venne battuta a Kooyong da Helena Sukova nelle semifinali. Nel 2015, infine, Serena Williams perse clamorosamente contro Roberta Vinci nella semifinale di Flushing Meadows.

E così, arrivando allo US Open quest’anno, Djokovic si è trovato circondato da tutte queste informazioni storiche. Il trentaquattrenne mirava ad affermarsi come il giocatore più anziano a vincere il Grande Slam, e nelle sue prime due ardue settimane a New York si è districato bene nel suo lato del tabellone. La sua ansia è stata palpabile sin dall’inizio, ma ad ogni match è riuscito a superare le proprie difficoltà e alzare l’asticella del suo gioco quando necessario. Nel primo round, dopo una breve crisi nel secondo set, Djokovic chiude facilmente il match per 6-1 6-7(5) 6-2 6-1 contro il qualificato danese Holger Vitus Nodskov Rune, che termina la partita con i crampi. L’olandese Tallon Griekspoor affronta Djokovic nel secondo round, dove la prima testa di serie gli concede solo sette games nel corso dei tre set. Il finalista dello US Open 2014 Kei Nishikori strappa il primo set a Djokovic prima di farsi battere per la diciassettesima volta di fila per 6-7(4) 6-3 6-3 6-2. Nei sedicesimi di finale, la giovane wild card americana Jenson Brooksby si presenta con un’alta intensità di gioco che disturba leggermente Djokovic, ma nel secondo set il trentaquattrenne ritrova il proprio passo e non lo perde più, vincendo 1-6 6-3 6-2 6-2.

Giunto ai quarti di finale, Djokovic affronta la testa di serie numero sette del torneo Matteo Berrettini. L’italiano aveva perso contro Djokovic nei quarti del Roland Garros e ancora nella finale di Wimbledon. Djokovic ha quindi la meglio per la terza volta di fila contro questo tennista dall’ottimo servizio con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 6-3. Il palco è dunque pronto per la sfida tra Djokovic e la testa di serie numero quattro Sascha Zverev, in grande forma. Il teutonico aveva vinto 16 match di fila prima del suo rendez-vous con Djokovic, conquistando la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo e poi vincendo il Masters 1000 a Cincinnati. A Tokyo, Zverev è riuscito a rimontare un set e un break di svantaggio dal 6-1 3-2 aggiudicandosi otto game di fila, e dieci degli ultimi undici, fino a vincere 1-6 6-3 6-1. Ma a New York Djokovic gioca il miglior match del suo torneo, pressando ferocemente fino a guadagnarsi una palpitante vittoria in cinque set per 4-6 6-2 6-4 4-6 6-2 in tre ore e 34 minuti di gioco. Nel quinto set, Djokovic colleziona 24 dei primi 30 punti, scappando sul 5-0. Anche se Zverev vince con onore i successivi due game, Djokovic chiude il match con aggiudicandosi un terzo break nel set durante l’ottavo e ultimo game.

Alexander Zverev e Novak Djokovic – US Open 2021 (Pete Staples/USTA)

In tanti ci aspettavamo che a New York Djokovic replicasse la vittoria della finale dell’Australian Open contro Medvedev, non perché si sottovalutassero le capacità di Medvedev o si supponesse che non avrebbe combattuto con tutte le sue forze, ma perché secondo gli esperti sarebbero state l’abilità di Djokovic nei grandi match e la sua esperienza a prevalere. Dopotutto, questa sarebbe stata la sua trentunesima finale Slam, un numero da record che condivide con Federer. In aggiunta, negli ultimi anni, Djokovic è cresciuto in maniera incredibile nella sua capacità di dare il meglio nelle grandi occasioni. Prima di arrivare allo US Open, aveva vinto 12 delle sue ultime 14 finali Slam. Il record di Djokovic verso metà 2014 era di 6-7 in questi incontri, ma aveva poi vinto 14 delle successive 17 finali giocate, attestandosi a 20-10 prima di domenica. Questa percentuale di successo l’ha reso il favorito per la vittoria del ventunesimo Slam e per la realizzazione dell’obiettivo più ambizioso della sua carriera – la conquista del Grande Slam.

Ma quel che emerge già all’inizio della sfida con il venticinquenne russo è che Djokovic è ben distante dal necessario stato fisico, mentale ed emotivo. Il primo segno rivelatore l’abbiamo visto nel game di apertura. Djokovic conduce 40-15, ma poi commette quattro errori consecutivi subendo subito un break. Medvedev, chiaramente rassicurato da questo inizio, tiene il servizio portandosi 2-0 con due ace. Djokovic poi sprofonda in un 15-40, commettendo il suo ottavo errore non forzato del match. Pur vincendo quattro punti di fila e chiudendo il terzo game con due ace, Djokovic non è entrato in gara con il livello adeguato all’occasione. A Medvedev bastano solo 47 secondi per aggiudicarsi il 3-1 grazie a due ace, un servizio e un dritto vincenti. Nei successivi tre game al servizio, Medvedev concede solo due punti. Djokovic non riesce minimamente a leggere il servizio del suo avversario e, quando ci riesce, reagisce troppo lentamente. Medvedev, sicuro di sé, porta a casa il set per 6-4.

Siamo agli inizi secondo set quando Djokovic si procura delle occasioni che, se sfruttate, gli permetterebbero di alterare il corso del match. Raggiunge il punteggio di 0-40 sul servizio di Medvedev, ma manovra malamente un recupero di dritto su una palla smorzata, lasciandosi superare dal passante lungolinea del russo. Medvedev trova un ace sul 30-40, poi Djokovic sbaglia uno slice in back, buttando la palla a rete e infuriandosi. Medvedev si prende l’1-1 con un ace a cui fa seguire un servizio vincente. Djokovic salva un break point sulla strada del 2-1 e poi ottiene altre due palle break nel quarto game, ma Medvedev produce una volée smorzata bassa che provoca l’errore nel passante di dritto del serbo e poi salva la seconda con un rovescio lungo linea all’incrocio delle righe a cui Djokovic non riesce a rispondere. Medvedev raggiunge il 2-2, breakkando Djokovic nel quinto game; il russo gli concede solo due punti nei suoi ultimi tre game di servizio, chiudendo il set con un 6-4.

Djokovic è chiaramente sconfortato. Non è semplicemente fuori forma, come spiegherà dopo; sta giocando male sotto tutti i punti di vista. Medvedev arriva al 4-0 nel terzo set e presto raggiunge il 5-1. Il pubblico dell’Arthur Ashe Stadium è pieno di tifosi di Djokovic che lo incoraggiano a gran voce, senza aver però molto per cui esultare durante il match. Medvedev si guadagna un match point sul 5-2 ma commette un doppio fallo, mandando in rete una seconda a 193 km/h mentre la folla applaude per il suo errore. Commette poi un altro doppio fallo, portando Djokovic a breakkarlo. Quando Djokovic riesce a tenere nel nono game, l’applauso del pubblico, per un uomo che raramente aveva ottenuto il suo sostegno, è sorprendente e visibilmente apprezzato dal numero uno al mondo.

Al cambio campo Djokovic si commuove, asciugandosi le lacrime con l’asciugamano. Medvedev va a servire una seconda volta per il match commettendo nuovamente un doppio fallo sul 40-15. All’insaputa di tutti il russo sta combattendo contro i crampi, cosa che nasconde molto bene al suo avversario e al pubblico. Per sua fortuna, sul 40-30 la sua prima di servizio è abbastanza buona da impedire a Djockovic di rispondere, e così Medvedev sventa una potenziale crisi e con un triplo 6-4 batte il rivale per la quarta volta delle nove in cui i due si sono confrontati in carriera.

Medvedev ha gestito la situazione straordinariamente bene, isolandosi dal rumore della folla con grande disciplina. Per Djokovic la situazione dev’essere stata triste e al contempo esasperante. Avere il pubblico così fortemente schierato dalla sua parte in uno Slam è un’esperienza che non aveva forse mai vissuto. Eppure, ha faticato molto per trovare anche solo un briciolo di quello che è il suo miglior tennis. È andato a rete 47 volte nei tre set e vinto 31 di quei punti. Ha giocato sorprendentemente bene il serve-and-volley, approfittando della posizione di Medvedev nel campo, ben dietro la linea di fondo nelle sue risposte.

Novak Djokovic – US Open 2021 (Garrett Ellwood/USTA)

Ma Djokovic non ha avuto né la pazienza né la tenuta fisica né l’indole di rimanere a fondo campo a palleggiare con Medvedev, come aveva invece sempre fatto in passato. Le sue gambe erano affaticate, la mente affollata. Alla fine, ha fatto il gioco di Medvedev: il russo è tra i giocatori più astuti di questo sport nel leggere la direzione che sta prendendo la partita e adattare la propria strategia di conseguenza. La scelta dei colpi di Medvedev, la variazione della velocità e del ritmo, sono state di prima categoria. Medvedev sapeva bene di non star giocando contro il miglior Djokovic, ma si trovava di fronte ad un pubblico che gli tifava contro e stava tentando di vincere il suo primo titolo Slam. È stato capace di gestire queste circostanze tutto fuorché semplici. Medvedev ha fatto tutto quel che gli è stato richiesto e molto di più. È stato estremamente professionale. A fine match, Djokovic è stato molto signorile e non si è lasciato andare all’autocommiserazione. Ha lodato Medvedev e non ha cercato scuse per la sua sesta sconfitta sulle nove finali dello US Open giocate contro cinque avversari diversi.

Non si ripresenterà un’occasione simile a Djokovic. È lodevolmente arrivato a soli tre set dal completare il Grande Slam, e questo non può certo essere visto come un fallimento. La sconfitta di New York renderà Djokovic ancora più motivato per il 2022 e per la corsa al ventunesimo slam a Melbourne, titolo che gli permetterebbe di staccare Federer e Nadal. A maggio compirà trentacinque anni, ma continua ad essere in forma per la sua età. Certo, è parso ben più vecchio di Medvedev, ma questo è da imputare alle circostanze specifiche di questo match. Ha ancora tante partite da vincere.

Per quanto riguarda Medvedev, questo trionfo lo porterà a molte alte vittorie importanti. Nei prossimi sette anni può sperare di ottenere almeno altri cinque o sei titoli Slam, se non di più. Dove arriverà dipende parecchio da quanto riuscirà a adattarsi. Medvedev ha ampiamente dimostrato di essere un giocatore prodigioso sui campi veloci, cosa che lo avvantaggerà a Melbourne e a New York, anno dopo anno. Ma riuscirà a migliorare sull’erba e sulla terra rossa? Certo, ha fatto bene nelle sue presenze ai quarti del Roland Garros, ma dovrà riuscire a dare più filo da torcere ai suoi avversari sulla terra rossa di Parigi o sui prati dell’All England Club. Se fosse riuscito a sconfiggere Hurkacz quest’anno a Londra, Medvedev avrebbe quasi sicuramente raggiunto la finale e giocato contro Djokovic. Se avesse superato Tsitsipas a Parigi, sarebbe potuto arrivare alla finale anche lì.

Il mio punto di vista è che Medvedev si farà spazio sulle altre superfici, diventando pericoloso ovunque nei prossimi anni. Lo US Open 2021 farà da trampolino di lancio per un atleta con un ampio spettro di obiettivi e una forte determinazione. Raggiungerà nuove vette nel 2022 e anche dopo.

Traduzione a cura di Giulia Bosatra

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Federer potrebbe non tornare mai più quello di prima

Dopo un anno e mezzo di incertezza legata agli infortuni, quest’ultima battuta d’arresto potrebbe essere quella decisiva per la leggenda svizzera

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Roger Federer con il trofeo di Wimbledon 2017

Con il passare delle settimane dopo Wimbledon, le notizie su Roger Federer sono diventate sempre più preoccupanti agli occhi della sua vasta legione di fan sparpagliati per il mondo.

Lo svizzero aveva raggiunto i quarti di finale all’All England’s Club, già questa un’impresa non da poco. A circa un mese dal suo quarantesimo compleanno, Federer si è affermato come l’uomo più anziano a raggiungere i quarti di finale a Wimbledon nell’Era Open, e il secondo più anziano di sempre negli Slam alle spalle del quarantatreenne Ken Rosewall all’Australian Open nel dicembre del 1977.

Ma sto divagando. Nonostante la notevole prestazione in senso assoluto a Wimbledon, rimane il fatto che il Maestro svizzero abbia ceduto il passo in maniera netta verso la fine della schermaglia – durata tre soli set – con Hubert Hurkacz, perdendo il terzo e ultimo addirittura per 6-0. Pochi giorni dopo quella sconcertante giornata, Federer ha detto che le condizioni del ginocchio già martoriato sono peggiorate durante la stagione sull’erba, anche se alcuni addetti ai lavori suggeriscono che l’infortunio si sia verificato proprio durante la partita contro Hurkacz. Che sia così o meno, il ritorno di Federer dopo aver subito due interventi al ginocchio nel 2020 si è quindi interrotto. Di lì a poco si è ritirato da Toronto e Cincinnati, ed era evidente o che sarebbe arrivato allo US Open impreparato o che non ci sarebbe andato affatto.

 

Ora sappiamo che Federer non sarà tra i 128 giocatori del tabellone maschile dello US Open perché presto subirà l’ennesimo intervento chirurgico al ginocchio nella speranza di un improbabile rientro nel 2022. Nel rivolgersi alla sua moltitudine di follower sui social media pochi giorni fa, Federer sembrava realistico riguardo alle sue aspirazioni. Voleva semplicemente far sapere ai suoi fan cosa sta succedendo nell’ecosistema Federer e dare loro il vantaggio di vederlo davanti alla telecamera e sentire dalla sua viva voce le nuove sulla sua situazione attuale.

Federer non ha deluso i suoi ammiratori. Ha parlato gentilmente al pubblico sui social media evitando di usare lenti colorate di rosa. “Ho fatto molti controlli con i medici, ottenendo tutte le informazioni necessarie sull’infortunio occorsomi durante la stagione sull’erba e Wimbledon. Purtroppo mi hanno detto che per stare meglio nel medio-lungo termine avrò bisogno di un intervento chirurgico, quindi ho deciso di farlo. Starò con le stampelle per molte settimane e fuori dal gioco per molti mesi, ha concluso.

Ha parlato del suo desiderio di essere fisicamente sano, e poi ha aggiunto: Voglio darmi un barlume di speranza per tornare a giocare nel tour in qualche modo. Sono realista, non fraintendetemi. So quanto sia difficile a questa età sottoporsi ad un altro intervento chirurgico e provarci [a tornare]”.

Quelle sono state parole commoventi, provenienti da un campione consapevole di cosa stia affrontando e che tornare al grande tennis e giocare secondo i suoi standard sarà arduo – Roger comprende l’immensa dimensione della sfida che lo attende. Ascoltando lo svizzero esprimere i propri pensieri, ho avuto la netta sensazione che Federer si stia preparando alla possibilità che non sarà mai più nemmeno lontanamente quello che era una volta. Al di là di questo, Federer stava semplicemente affrontando una dura realtà che non avrebbe potuto immaginare quando ha lasciato Wimbledon dopo una prestazione ragionevolmente buona.

A dire il vero, sapeva di essere infortunato, ma sperava che un altro intervento chirurgico non entrasse a far parte dell’equazione. Eppure, eccolo qui ad affrontare il futuro con cauto ottimismo, cercando di escogitare un percorso che lo riporti dove vorrebbe essere, sperando di potersi reinventare in modo convincente, determinato a riprendersi da un altro intervento chirurgico e tornare a giocare, almeno a tratti, alle sue maestose condizioni.

È opportuno tenere presente che Federer ha vissuto questa routine troppe volte nel corso degli ultimi anni. Nel 2016 stava giocando con i suoi figli il giorno dopo aver perso in semifinale dell’Australian Open contro Novak Djokovic, quando ha sentito qualcosa di strano al ginocchio. Ciò ha portato all’intervento chirurgico del 3 febbraio per un menisco lacerato. È tornato in primavera, ma ha dovuto chiudere quella stagione dopo la sconfitta in semifinale per mano di Milos Raonic a Wimbledon. Ha subito una strana caduta durante la sconfitta contro il canadese, ed è stato costretto alla riabilitazione al ginocchio.

Non ha più giocato nel 2016, ma si è fatto perdonare tornando a Melbourne per l’Australian Open del 2017, durante i quali ha ottenuto tre vittorie sulla distanza dei cinque set nella sua spettacolare marcia trionfante, battendo Kei Nishikori, Stan Wawrinka e Rafael Nadal in quelle memorabili partite. La sua rimonta da 1-3 nel quinto set della finale contro Nadal, nel quale ha catturato cinque game di fila nella corsa verso la quinta corona australiana, è stato un momento decisivo per la sua carriera e la sua immagine.

Il risorto Federer si è poi assicurato un ottavo titolo a Wimbledon nello stesso anno, e poi ha difeso il suo titolo all’Australian Open con un trionfo in cinque set su Marin Cilic all’inizio del 2018. Ha quasi raggiunto un risultato incredibile a Wimbledon nel 2019 quando ha raggiunto la sua dodicesima finale sul campo centrale eliminando Nadal con una strepitosa prestazione in semifinale. In finale ha servito per il match sull’8-7 nel quinto set, raggiungendo 40-15 e due match point più servizio contro Novak Djokovic nel sedicesimo game, solo per perdere quell’emozionante incontro con il serbo. Federer non aveva mai sconfitto Nadal e Djokovic nello stesso torneo del Grande Slam, e anche questa volta il suo tentativo è stato frustrato all’ultimo.

Novak Djokovic e Roger Federer – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Comunque sia, il suo corpo ha resistito sorprendentemente bene in quel periodo dal 2017 al 2019.

A inizio 2020, però, ha subito una battuta d’arresto all’inizio dopo aver perso contro Djokovic nelle semifinali dell’Australian Open, ed è rimasto fuori per il resto di quella stagione. In quel periodo ha subito altri due interventi al ginocchio, ma non era pronto per giocare all’Australian Open quest’anno. Ha fatto il suo ritorno a Doha quest’anno sul cemento, perdendo contro Nikoloz Basilashvili ai quarti. Il suo ginocchio era ancora pesante, quindi Federer ha aspettato fino a Ginevra sulla terra battuta per riapparire, perdendo il suo primo match agli ottavi con Pablo Andujar.

Di seguito Federer è riuscito a registrare tre vittorie nei match al Roland Garros mentre si avvicinava agli ottavi di finale, ma, preoccupato di potersi farsi nuovamente male, ha rinunciato a giocare contro Matteo Berrettini agli ottavi. Ad Halle è andato, ma ha vinto solo una partita prima di uscire contro Félix Auger-Aliassime. È riuscito a raggiungere i quarti di finale di Wimbledon, come detto non un’impresa da poco date le circostanze, ma il suo ginocchio stava di nuovo facendo i capricci. E così ora ci troviamo a questo punto, dopo tutte queste false partenze. Anche per qualcuno della statura e della stabilità di Federer, questi sono tempi scoraggianti – per più di un anno e mezzo, è stato gettato in un mondo di incertezza.

E così procederà un passo alla volta nei mesi a venire, riconoscendo che le cose potrebbero non andare come vuole. Ma Federer sa perfettamente che, fosse anche rimasto in salute, collezionare altri titoli importanti sarebbe stato tremendamente difficile alla sua età. Avesse la fortuna di emergere dal suo imminente intervento chirurgico al ginocchio con un buono stato di salute per la maggior parte del 2022, Federer potrebbe dover accettare uno standard che in passato non avrebbe mai contemplato. Dopo ogni vittoria a Wimbledon quest’anno, lo svizzero sembrava assaporare il momento più a fondo che mai, quasi sentendo dentro di sé che questo era quanto più poteva chiedere a sé stesso.

Cresce la sensazione che Federer non giocherà ancora a lungo. È del tutto possibile che in un modo o nell’altro non giocherà molto nel 2022. Anche nel migliore dei casi, è difficile immaginarlo giocare oltre il prossimo anno. Se anche così fosse, dovrebbe avere pochi rimpianti. Potrebbe essere un po’ deluso dal fatto che Djokovic e probabilmente Nadal lo supereranno nel computo dei Major nel prossimo anno e oltre. Tutte e tre le superstar si sono assicurate 20 Slam in carriera, ma questo pareggio a tre potrebbe essere spezzato da Djokovic allo US Open.

Eppure ci sono così tanti successi con cui Federer può “consolarsi”. Ha vinto 103 tornei nel corso degli anni, secondo solo a Jimmy Connors (109) nell’Era Open tra gli uomini. Detiene il record di titoli in singolare maschile a Wimbledon con otto. Ha vinto cinque titoli consecutivi sia a Wimbledon (2003-2007) che allo US Open (2004-2008), un’impresa senza precedenti nella storia del tennis.

C’è dell’altro. La costanza di Federer durante il suo periodo migliore ai Major non ha eguali. Ha stabilito un record sorprendente raggiungendo 23 semifinali consecutive agli eventi del Grande Slam (2004-2010) e ha anche raggiunto almeno i quarti di finale di 36 Major consecutivi (2004-2013). La sua costanza dai vent’anni ai trent’anni era sorprendente. La sua longevità è senza precedenti; Federer si è affermato come l’uomo più anziano di sempre a risiedere al n.1 nelle classifiche ATP all’età di 36 anni nel 2018.

Roger Federer numero 1 (foto via Twitter, @ATPWorldTour)

Il rovescio della medaglia è che Federer finirà quasi sicuramente dietro sia a Nadal che a Djokovic nel computo degli scontri diretti in carriera contro i suoi due principali rivali. Nadal attualmente è avanti a Federer 24-16 nella loro rivalità, comprese sei finali Slam su nove. Federer è dietro anche a Djokovic: il serbo è sul 27-23. Inoltre, Djokovic ha il vantaggio su Federer 4-1 nelle finali Slam.

Comunque sia, Federer dovrebbe sentirsi tremendamente orgoglioso di ciò che ha fatto, e non per nulla dispiaciuto se non sarà mai più in grado di competere di nuovo sui palcoscenici principali, o in qualsiasi altro posto. Roger Federer è stato un giocatore straordinariamente popolare per la maggior parte della sua carriera, acclamato a gran voce dal pubblico ovunque andasse, sostenuto dal suo vasto charme in quanto giocatore stilisticamente più elegante dello sport; lo svizzero ha sempre tratto ispirazione dalla consapevolezza che la sua abilità artistica non è mai stata data per scontata dagli spettatori.

Se Federer sarà in grado di continuare a giocare per un altro anno, dovrebbe considerarsi un uomo fortunato. In caso contrario, dovrà affrontare quel momento di partenza con equanimità e ricordare a sé stesso che svolgere un ruolo così trascendente nell’evoluzione del gioco in quanto figura del tennis più venerata dei tempi moderni è forse il più grande contributo di Federer a un gioco che ama visceralmente.

Traduzione a cura di Michele Brusadelli


Steve Flink si occupa di tennis a tempo pieno dal 1974, quando ha iniziato a lavorare per World Tennis Magazine, dove è rimasto fino al 1991. Ha poi lavorato per Tennis Week Magazine dal 1992 al 2007, mentre negli ultimi 14 anni ha scritto per tennis.com e tennischannel.com. Flink ha scritto quattro libri sul tennis: “Dennis Ralston’s Tennis Workbook”, pubblicato nel 1987; “The Greatest Tennis Matches of the Twentieth Century”, nel 1999; “The Greatest Tennis Matches of All Time”, nel 2012; e “Pete Sampras: Greatness Revisited”. Quest’ultimo è uscito nel settembre del 2020 e può essere acquistato in lingua originale su Amazon.com. Flink è entrato a far parte della International Tennis Hall of Fame nel 2017.

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Olimpiadi Tokyo 2020: Berrettini valeva la medaglia, aspettarlo non è stato un errore

Il forfait di Matteo Berrettini è arrivato troppo tardi per consentire alla FIT e al CONI la sostituzione. Ma – al netto dell’infortunio – la sua ambizione olimpica è sembrata reale. E la scelta comprensibile, alla luce dei prossimi mesi

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Fino all’ultimo ho pensato di andare a Tokyo anche rotto“. Gli si può credere o no, ma Matteo Berrettini – nell’intervista concessa a ‘La Stampa’ – ha voluto che non si generassero equivoci sulla sua rinuncia olimpica. Buon senso prima che strategia. “Era un appuntamento che aspettavo da due anni, visto il rinvio – ha raccontato -, ma alla fine ho pensato che andarci così non avrebbe avuto senso, non sarei riuscito a fare quello che volevo cioè lottare per una medaglia. Inoltre rischiavo di peggiorare l’infortunio“. Non a cuor leggero, a quanto pare. La pasta del ragazzo, prima che del tennista, sembra genuina. Tutto lascia pensare che – al top (o qualcosa di simile) della forma – il fresco finalista di Wimbledon si sarebbe presentato all’Ariake Tennis Park insieme alla sorridente comitiva azzurra arrivata ieri a Tokyo.

Un gruppo affiatato – ultimi atterraggi quelli di Lorenzo Sonego e Filippo Volandri, nella notte – e in cui abbondano i sorrisi social, con Fognini e Musetti sempre più coppia fissa. Un quadretto in cui, onestamente, Berrettini ci sarebbe stato bene. Specie dopo l’ondata di popolarità generalista di cui ha beneficiato, finendo giustamente coinvolto nei festeggiamenti per la Nazionale campione d’Europa di Roberto Mancini. “Fin da piccolo vivere il villaggio olimpico era uno dei miei sogni. Altri la pensano diversamente, ma non giudico. Ora Parigi 2024 diventa un obiettivo ancora più importante“, ha concluso.

 

PROSPETTIVA – Il prossimo appuntamento a cinque cerchi tra “appena” tre anni è un altro elemento da considerare, in un’analisi più ampia. Saltare Tokyo, in un’edizione tutt’altro che comoda, è un dispiacere che a 25 anni può essere mitigato in proiezione di almeno un altro paio di Olimpiadi da qui a fine carriera, considerando che le prossime si disputeranno già tra tre anni.

Il problema muscolare che ha frenato Berrettini è lo stesso che l’ha costretto a giocare la finale contro Djokovic con la coscia sinistra fasciata. Si è riacutizzato quando ha ripreso ad allenarsi a Roma, spingendolo così a effettuare la risonanza che ha suggerito (non è stata comunicata la diagnosi) due settimane di stop. Quelle che hanno reso impossibile il decollo per Tokyo. La tempistica ha generato una polemica che teoricamente sta in piedi: sottoponendosi alla decisiva risonanza il 17 luglio, Berrettini ha impedito che la FIT proponesse al suo posto un sostituto. Il regolamento olimpico prevedeva infatti, dopo le 16.59 italiane del 16 luglio, la sostituzione di eventuali assenti con un tennista già presente a Tokyo per altre competizioni (quindi un doppista di altra nazionalità). Come sottolineato nell’analisi di Riccardo Bisti su Tennis Magazine, Gianluca Mager o Simone Bolelli (in ottica doppio, dove avremo una sola coppia) sarebbero potuti decollare sul volo olimpico se solo Berrettini avesse deciso 24 ore prima. La spedizione del tennis italiano non è così al completo: tre i ragazzi (Sonego oltre a Fognini e Musetti), tre le ragazze con Sara Errani che si è aggiunta in extremis a Camila Giorgi e Jasmine Paolini.

UNICITA’ – Berrettini, oggi, non è però considerabile uno come gli altri. Lo diciamo con la massima considerazione dei dieci top 100 italiani e di chi – magari – a Tokyo avrebbe avuto l’ultima occasione olimpica della vita. Per il CONI – che guarda a questa contabilità, come è giusto che sia – Matteo Berrettini era un serissimo candidato a una medaglia. Uno di quelli da aspettare anche fino all’ultimo giorno utile, perché di ogni spedizione olimpica rimane agli atti quanti siano riusciti a salire sul podio e non quanti fossero iscritti alle gare. La scelta di tenere il più possibile aperta la “pratica Berrettini” non la riteniamo quindi condannabile, contestualizzandola allo spessore del diretto interessato (e di chi gli sta intorno) e all’importanza che avrebbe un’eventuale medaglia che manca al tennis italiano dal 1924; il bronzo di Canè e Reggi nel 1984 a Los Angeles non ha validità ufficiale, poiché il torneo di tennis si disputò soltanto in forma di esibizione dopo 16 anni di assenza dal programma olimpico.

Chi pensa che snobbiamo l’Olimpiade per prepararci allo US Open fa un torto a Matteo“, ha tenuto a puntualizzare a caldo coach Vincenzo Santopadre. Snobbare è forse una parola forte, però risulta comprensibile la scelta di tutelare un fisico che si è già dimostrato fragile in vista di un vorticoso finale di stagione. In agenda uno Slam sul cemento in cui pochi partono, alla vigilia, davanti a Matteo, le Finals di Torino a cui ha la sostanziale certezza di partecipare e la Davis che l’Italia inizierà in casa.

IL CONTESTO – Le statistiche sui partecipanti ai tornei olimpici di singolare, maschile e femminile, non possono essere trascurate. Sono a Tokyo 23 top 50 ATP (dieci tra i migliori 20) e 33 top 50 WTA, un po’ perché l’amore tra il tennis e i cinque cerchi non è mai scoppiato (QUI ne parliamo in un podcast), un po’ per la particolarità di un’Olimpiade condizionata dal Covid-19.

Ogni rinuncia fa storia a sé. C’è chi ha fatto una scelta programmatica ben precisa – è il caso di Sinner – e chi l’ha data vinta all’usura (Federer) o alla necessità di gestire le energie fisiche (Nadal). Il forfait Berrettini è un po’ a metà strada tra quelli decisi (prima o dopo) a tavolino e quelli di chi – il pensiero va a Simona Halep – a Tokyo ci sarebbe andata anche con una gamba sola pur di portare in alto la bandiera della sua Romania. La scelta di Berrettini appare quindi sostenibile in prospettiva e razionale nelle motivazioni più immediate, anche nella lettura di chi dà all’appuntamento olimpico un’importanza superiore rispetto al tennista medio. A patto che Parigi 2024 – magari dopo aver messo qualche Slam in vetrina – non diventi un altro appuntamento disatteso.

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