Preview Berrettini-Thiem: Matteo favorito... come preannunciò Scanagatta nel 2019

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Preview Berrettini-Thiem: Matteo favorito… come preannunciò Scanagatta nel 2019

“Matteo dimostra di essere migliore di Thiem già per averci giocato alla pari con tre anni di meno” scriveva dopo la semi di Vienna il direttore. Alle 11 si affrontano di nuovo in semifinale a Gstaad

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Matteo Berrettini - Gstaad 2022 (foto @SwissOpenGstaad)
 

Alle ore 11 di sabato mattina, si affronteranno per la sesta volta in carriera Matteo Berrettini e Dominic Thiem (in uno dei tre match odierni con impegnati tennisti azzurri), nella prima semifinale dell’ATP 250 di Gstaad. L’italiano è avanti 3-2 nei precedenti e considerando le condizioni fisiche e mentali con le quali i due tennisti di presentano alla sfida, anche oggi sembra lui il favorito, tanto che i bookmakers pagano 1.57 la vittoria di Berrettini mentre 2.35 quella di Thiem. Il n.15 del mondo si presenta alla sfida dopo aver saltato Wimbledon a causa del covid (un duro colpo sotto l’aspetto emotivo visto che Matteo veniva da 9 vittorie consecutive su erba, e si considerava un chiaro favorito per vincere lo Slam londinese) ma con due belle vittorie sulla terra, convincenti soprattutto perché arrivate con un tennis non brillantissimo ma di grande carattere (vedi match con Martinez) dimostrando di trovarsi estremamente a suo agio in Svizzera, dove vinse il suo primo torneo ATP nel 2018.

«Ho dei bei ricordi qui, come può essere bello il primo titolo. Mi piacciono molto queste condizioni, anche se venivo dall’erba e questo è l’esatto contrario, mi piace quando la palla salta in questo modoha detto Berrettini, intervistato dalla Gazzetta dello Sport – Penso che si adatti al mio gioco e al mio servizio. Inoltre ho molte persone che vengono a sostenermi. Ho avvertito la passione di molti italiani, quindi sono davvero felice di essere qui e mi sto divertendo. Tornando a Gstaad, ho pensato tanto a quella vittoria: sono passati quattro anni che sembrano 25. Sono una persona diversa adesso, non dico migliore o peggiore, ma sicuramente evoluta. Io sto bene e ho voglia di vincere tante partite».

Thiem invece, dopo il lungo stop per il problema al polso, sembra ora star ritrovando un po’ di fiducia riuscendo a spingere i colpi con più disinvoltura. Questo è il primo torneo in cui Dominic, ora n.274, riesce a vincere tre partite consecutive da Madrid 2021.

 

Tra i loro precedenti, uno dei più memorabili ed equilibrati fu la semifinale di Vienna nel 2019 vinta dall’idolo di casa 3-6 7-5 6-3, contro un Berrettini capace di giocare alla pari con l’allora n.5 del mondo. Qui la cronaca di quel match altamente spettacolare. In quell’occasione il direttore Scanagatta pubblicò un editoriale nel quale sosteneva che Berrettini avesse il potenziale per giocare alla pari con il tennista austriaco, e fosse addirittura più completo di lui.

Il tabellone completo dello Swiss Open

All’epoca fu contestato da alcuni lettori perché ritenuto troppo “filo Berrettini” quando ancora Matteo non aveva ottenuto i risultati che avrebbe avuto successivamente, mentre Thiem – già un top5 e tre volte finalista Slam – non era ancora piombato in quella crisi prima fisica e poi psicologica dalla quale stava facendo fatica a risollevarsi fino a questo torneo di Gstaad, che rappresenta il primo bagliore di luce dopo un lungo periodo di oscurità.
Ecco qui di seguito quanto Ubaldo Scanagatta scrisse il giorno 28 ottobre 2019 con questo titolo Berrettini ha perso da Thiem, ma è più forte. Può aspirare al numero 1 ATP? che allora apparve a molti ”sbilanciato in azzurro”.

Editoriale del 28/10/19

Sì, penso proprio che Matteo Berrettini abbia margini per migliorare ancora, più di Dominic Thiem che ha due anni e mezzo di più. Oggi ci gioca indiscutibilmente alla pari… una volta ci vince, un’altra ci perde di strettissima misura. Qui sotto, più avanti, spiegherò i motivi della mia personalissima convinzione. Lo penso dopo aver guardato con grande attenzione sia la partita di Shanghai vinta da Matteo che quella di Vienna vinta da Dominic. E non solo.

NON È PATRIOTTISMO NÉ TIFO. I MIEI GRANCHI

Non credo, francamente, che il mio giudizio sia condizionato da puro patriottismo né tantomeno dal tifo (sebbene certo abbia una spiccata simpatia sia per Matteo, sia per coloro che fanno parte della sua equipe). Spero che la mia storia professional-giornalistica sia garanzia sufficiente al riguardo. Nemmeno sono influenzato da quanto ho scritto su Berrettini intempi in cui molti parevano ancora dubitare delle sue qualità, del suo potenziale. Non scrivo davvero oggi quel che penso con lo scopo di sottolineare “guardate come sono bravo, io l’avevo detto”.

Ho infatti scritto tantissime volte anche dei granchi che ho preso. Esempi? Riguardo a partite singole – una per tutte, fra le più recenti – quella alla vigilia degli ottavi di finale di Wimbledon quando scrissi che Federer avrebbe probabilmente vinto ma mai 6-1 6-2 6-2 e invece sapete come è finita. Ma anche riguardo a previsioni sul futuro dei giocatori: nel 2013 scrissi che ero persuaso che Fognini sarebbe diventato presto un top-ten e invece ci ha messo sei anni – meno male non mi ha sconfessato del tutto! – nel 2008 scrissi che Bolelli sarebbe arrivato tra i top 20 e invece non ce l’ha mai fatta. Se voglio continuare a percuotermi nell’autoflagellazione tafazziana potrei anche ricordare che negli anni ’90 avevo intravisto notevoli qualità in un ragazzino finlandese, Aki Rahunen, che ribattezzai il Chang della Finlandia o qualcosa del genere, e invece non è mai salito più del n.52 del mondo!

I lettori ricorderanno certo altre previsioni sballate del… Mago Ubaldo. Spero che ricordino però – sarebbe carino! – anche qualcuna di quelle azzeccate, che qui da parte mia non sarebbe elegante tirar fuori. Ripeto sempre, però (e come un mantra “tommasiano” al quale sempre mi ispiro citandolo), che quando vengono rimproverate predizioni errate “solo chi le azzarda corre il rischio di sbagliarle”.

NEPPURE IL “MAESTRO” RINO TOMMASI ERA PERFETTO

E, sempre citando il mio grande Maestro Rino Tommasi, se lui fra tante profezie indovinate e illuminate, poté dire una volta – nel corso delle nostre impareggiabili telecronache ah ah ah, mi pare durante una finale del torneo di Manchester all’inizio degli anni Novanta – che Sampras avrebbe avuto grandi difficoltà a vincere tornei sull’erba per la difficoltà di coniugare la velocità spaziale dei suoi servizi con la necessità di raggiungere altrettanto rapidamente la rete”… beh, ragazzi, “nobody is perfect” e infallibile. Si è sbagliato quella volta Rino, ho sbagliato decine di volte io, possiamo sbagliare tutti, noi comuni mortali.

PERCHÉ MI SBILANCIO SUL CONFRONTO MATTEO-THIEM

Torno a… sbilanciarmi sul conto di Berrettini a confronto con Thiem. Lo faccio sapendo che Matteo per primo, Vincenzo Santopadre e Umberto Rianna poi, non terranno giustamente in alcun conto quanto dico – sarebbe un guaio! – nel senso che né si adageranno sugli allori per una serie di considerazioni che non hanno certo lo scopo di attenuare il loro impegno e cioè “il lavorar duro” che è il prodromo degli ancora eventuali progressi tecnici, fisici e mentali di Matteo, né subiranno minimamente un qualsiasi tipo di pressione supplementare conseguente a… indebita pressione giornalistica! Ci mancherebbe!

GLI ALIBI INCONSISTENTI DI TANTI TENNISTI MEDIOCRI

Però l’ho scritto qui non per caso. Lo scrivo perché in passato ci sono stati tanti giocatori e giocatrici– ne ho conosciuti davvero diversi – che hanno attribuito alla stampa, e di riflesso all’opinione pubblica, la ragione dei loro insuccessi, dei mancati traguardi, di alcune partite perse, della loro mancata “esplosione”. O perché – a sentire loro – la stampa li caricava di eccessive pressioni, o perché ne sottolineava eccessive carenze facendo insorgere addirittura veri complessi. Ho le prove di quel che dico. Registrate. Una forma di vittimismo molto diffusa, direi più in Italia che altrove per quel che è la mia esperienza, e alimentata di solito dagli accondiscendenti amici-familiari degli stessi giocatori. Che spesso fanno, o hanno fatto, più danni della grandine.

La verità è che il campione deve o dovrebbe essere più forte mentalmente di qualunque cosa possa leggere o sentir dire sul suo conto. Ma senza dover fare lo struzzo e nascondersi. Ma, leggendo (perché no?), ascoltando e poi reagendo da campione. Sul campo. Non a chiacchiere. È il campo la sola cosa che conta, alla fine.

NON AVERE NERVI SALDI È COME NON AVERE IL DRITTO

Quando sento dire che quel giocatore sbaglia a interpretare i punti importanti (braccino?) o serve male (idem?), interpreta male le partite in cui è favorito (in Davis o altro? Idem!!!) perché la stampa, i lettori sui social, gli mettono dei complessi, mi cadono le braccia. Perché non ammettere, più semplicemente, che quel giocatore, quella giocatrice, non ha i nervi saldi che dovrebbero essere prerogativa del vero campione? Perché non capire che non avere nervi saldi è come non avere il dritto? O il rovescio, o la seconda palla di servizio? Quest’utima, credetemi, è un bel termometro per misurare le qualità nervose del tennista. A questo riguardo Pete Sampras era un fenomeno. Chi cerca alibi non è campione. Spesso i genitori cercano alibi per i figli. Senza rendersi conto che così facendo li indeboliscono. Matteo ha i nervi saldi, saldissimi per la sua età, il suo tipo di gioco rischioso, la sua ancor grande inesperienza. Punto e a capo.

BERRETTINI HA PERSO A VIENNA DA THIEM PERCHÉ ERA PIÙ STANCO, NON MENO FORTE

A mio avviso, in conclusione dopo queste lunghe premesse, Berrettini ha perso a Vienna perché era più stanco. Il suo percorso fino a quella semifinale, lungo altre sette semifinali precedenti, è stato molto più faticoso. Sotto tutti i profili. Fisico, psicologico, mentale.

QUANTO DIVERSE L’ETÀ E L’ESPERIENZA TRA I DUE

Thiem è sulla cresta dell’onda da almeno cinque anni. Cinque anni fa, quando Matteo non aveva neppure un punto ATP, Thiem giocava a Kitzbuhel la sua prima finale. Tre anni e mezzo fa (sì, conta anche il mezzo… vi ricordate dov’era Matteo sei mesi fa?) raggiungeva la sua prima semifinale – di quattro consecutive, con due finali 2018 e 2019! – al Roland Garros. Al Roland Garros Thiem era già stato, nel lontano 2011, finalista del torneo junior. Matteo aveva 15 anni. E non era, né sarebbe stato poi, fra i primissimi junior italiani. Tre anni fa Thiem era già top-ten.

Insomma Thiem ha quintali di esperienza alle spalle in più. Di partite importanti. Di semifinali, di finali. Di situazioni psicologiche diversamente complesse: partite da vincere “obbligatoriamente” perché favorito, “obbligatoriamente” perché giocate in casa, “obbligatoriamente” perché non aveva nulla da perdere contro i grandi che lo avevano più spesso battuto, partite da vincere “obbligatoriamente” perché in grande vantaggio nel punteggio, partite da rimontare “obbligatoriamente” perché un top 5 deve saper reagire a certe giornate no e trasformarle in giornate sì. Ovviamente quell’obbligatoriamente è avverbio del tutto ingiustificato.

Ma dà il senso della pressione che un campione deve imparare ad affrontare. Giorno dopo giorno. Due anni e mezzo in più all’anagrafe, sei-sette anni in più dal primo Roland Garros quale agonista.

EPPURE THIEM ANCORA SOFFRE LA PRESSIONE CASALINGA

Eppure, pensate un attimo, per 10 anni – 9 anni in tabellone, la prima partendo dalle quali mi pare – Thiem ha giocato il torneo di casa, a Vienna, senza mai riuscire a vincerlo prima di ieri. Ho chiuso sul discorso diversa esperienza. Ma, ribadisco, se oggi i due sono alla pari quando si affrontano, tranne che inevitabilmente nei diversi palmares e ranking, significa che Matteo è ben avanti a Dominic. A Vienna ha ceduto fisicamente, non mentalmente. Era Dominic a dimostrarsi più fragile mentalmente nel primo set, a commettere errori di dritto gratuiti, a fare doppi falli di pura tensione.

SEGUE A PAGINA 2:MATTEO PIÙ SOLIDO MENTALMENTE E TATTICAMENTE DI THIEM

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Djokovic o Tsitsipas toglieranno il n. 1 ad Alcaraz: “Lo meritano più di me”

Lo spagnolo si è detto non preoccupato sulla temporanea fine del suo regno, durato venti settimane: ora tocca a Stefanos Tsitsipas o a Novak Djokovic

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Torino 16 Novembre 2022 ATP Finals Carlos Alcaraz premiato come n. 1 ATP nel ranking di fine anno Foto Giampiero Sposito

Dopo le vittorie su Karen Kachanov e Tommy Paul, Novak Djokovic e Stefanos Tsitsipas si apprestano a contendersi, nella nostra mattinata di domenica 29 gennaio, il titolo dell’Australian Open. Ma non solo. Chi dei due avrà la meglio, infatti, scalzerà Carlos Alcaraz dalla prima posizione mondiale.

Con la vittoria il greco, attualmente terzo a 6195 punti, passerebbe al primo posto con 6995 punti. Alle sue spalle, in ordine decrescente: Alcaraz, Djokovic, Casper Ruud e Andrey Rublev. Sarebbe il primo successo slam per Tsitsipas, giunto alla sua seconda finale: nella prima, al Roland Garros 2021, aveva ceduto in cinque set da Djokovic stesso. Il greco diverrebbe anche il ventinovesimo numero uno della storia, posizione che già ha ricoperto nel circuito Junior. Nel caso in cui fosse il serbo a vincere, invece, passerebbe lui a condurre, con 7070 punti invece degli attuali 6270. A seguire Carlos Alcaraz, mentre Tsitsipas dovrebbe accontentarsi del terzo posto, seguito sempre da Casper Ruud e Andrey Rublev. Sarebbe il ventiduesimo successo slam per il serbo, che raggiungerebbe così Rafa Nadal, e la trecentosettantaquattresima settimana di regno al primo posto della classifica mondiale. 

 

Terminerà dunque, qualunque sia l’esito della partita, il (temporaneamente) breve regno di Carlos Alcaraz, durato soltanto venti settimane: in ogni caso, più di Medvedev (per ora fermo a 16), Roddick (13) e Becker (12) e a pari merito con Mats Wilander

Nel corso di un evento a Murcia, nella sua città natale, lo spagnolo ha rilasciato, in proposito, queste dichiarazioni: “sto guardando cosa fanno Tsitsipas e Djokovic, ma non sono preoccupato. Se uno dei due mi toglie il numero uno sarà perché se lo merita più di me.” 

Lo spagnolo tornerà in campo per i tornei sulla terra rossa sudamericana, prima a Buenos Aires e poi a Rio, di cui detiene il titolo. 

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Da Nardi a Cobolli: la settimana Challenger non va per niente bene per gli azzurri

Il solo Darderi supera il primo turno mentre tutti gli altri, anche Arnaldi e Arnaboldi, devono fare prematuramente le valigie

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Luca Nardi al Challenger di Forlì 2022 (Foto gentilmente concessa dall'ufficio stampa del torneo)

Il resoconto dei tre Challenger attualmente in svolgimento è impietoso: tutti gli azzurri fuori all’esordio con la sola eccezione di Luciano Darderi, un 1-6 un pò imbarazzante.

Cominciamo dal Challenger 125 di Quimper (Bretagna, cemento indoor), quello con la migliore entry list, che vedeva in tabellone i nostri giovani migliori. Molta curiosità suscitava soprattutto il big-match tra il 19enne Luca Nardi e il francese, di un anno più giovane, Luca Van Assche, uno dei talenti emersi in maniera più prepotente nella seconda parte della scorsa stagione (una vittoria Challenger e tre finali). Nel terzo gioco i piedi veloci del francese propiziano subito un break che, purtroppo per il tennista pesarese, sarà sufficiente per portare a casa il primo set. Infatti Van Assche in tutto l’incontro non perderà mai il servizio, pur dovendo annullare nel decimo game una pericolosissima palla break che forse avrebbe potuto scrivere una storia diversa. Anche nel secondo parziale è il terzo gioco ad essere fatale all’azzurro che alla fine deve arrendersi 6-4 6-3 in poco meno di un’ora e mezza di gioco. Grande delusione per il nostro bel talento che non ha iniziato per niente bene questo 2023 che al momento gli presenta un bilancio di una sola vittoria contro quattro sconfitte. In questo caso bisogna però concedergli l’attenuante di un sorteggio veramente maligno perché il francesino è uno davvero forte e, non appena riuscirà a mettere un po’ di potenza nei colpi, sarà un osso duro per tutti. Noi ci consoleremo pensando che in fin dei conti è mezzo italiano per parte di madre.

Fuori anche Matteo Arnaldi che si è fatto rimontare 3-6 6-2 6-1 da Sebastian Ofner (n.193 ATP) e il risultato è decisamente sorprendente, perché il sanremese, molto più maturo della sua età, non dovrebbe più permettersi passi falsi con un giocatore di media caratura come l’austriaco, che pure è in ottima forma e reduce dalla finale di Tenerife.

 

Flavio Cobolli si ferma anche lui all’esordio (6-3 6-4) contro un Lucas Pouille (n.367 ATP) che, nonostante si trovi chiaramente in parabola discendente, può ancora riservare dei pericolosi colpi di coda. Flavio che aveva iniziato benissimo l’anno all’ATP 250 di Pune si è poi invece trovato in difficoltà a livello Challenger. Vedremo quale sarà il suo punto di equilibrio.

Al Challenger 125 di Ottignies (cemento indoor) Raul Brancaccio si fa battere all’esordio 6-0 7-6(4) dal portoghese Frederico Ferreira Silva (n.202 ATP), mentre Andrea Arnaboldi, proveniente dalle qualificazioni, ha finito per perdere nettamente (6-2 6-1) contro l’ungherese Fabian Marozsan (n.174 ATP) in un match che giocava contro pronostico.

Si giocava anche al Challenger 100 di Concepcion (Cile, terra battuta outdoor) dove Luciano Darderi riesce, almeno lui, a superare il turno battendo 6-3 6-2 l’argentino Guido Andreozzi, per poi cedere al cileno Alejandro Tabilo (n.102 ATP) col punteggio di 6-4 7-5. Non ce la fa invece Franco Agamenone che perde 6-1 6-4 dal non irresistibile spagnolo Oriol Roca Batalla (n.273 ATP), confermando di aver smarrito quel tocco magico che negli ultimi due anni gli aveva regalato importanti successi.

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ATP, eletti Dimitrov e Rublev nel nuovo Consiglio dei Giocatori. Si allarga il Board

Grigor e Andrey sostituiscono Roger Federer e Rafa Nadal. Torna Chris Kermode nell’organo direttivo

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Grigor Dimitrov - Vienna Erste Bank Open 2022 (© e-motion/Bildagentur Zolles KG/Martin Steiger).

È stato eletto il nuovo Player Advisory Council, l’organo dell’ATP che si fa portavoce delle istanze dei tennisti quando l’associazione dei pro prende decisioni che riguardano il Tour. Nel Council uscente spiccavano i nomi di Roger Federer e Rafael Nadal in rappresentanza dei tennisti top 50. I loro posti sono ora stati presi da Andrey Rublev e Grigor Dimitrov, ma sono tutti nuovi nomi che rappresentano i tennisti nel consiglio, al quale è stato anche rifatto il look e non solo per l’aggiunta di “Advisory” al nome. Scendono infatti da quattro a due i rappresentanti dei top 50 (oltre a Rafa e Roger, c’erano Millman e Auger-Aliassime, ma la posizione di Felix era vacante già dalla scorsa primavera) e, di conseguenza, il numero di componenti dell’organo. Inoltre, i due portavoce dei doppisti top 100 diventano uno per i top 25 e uno per i primi 75 del ranking. Ecco allora i nomi del Player Advisory Council, la cui prima riunione si è tenuta Melbourne lo scorso 12 gennaio:

  • 1-50 Singles: Andrey Rublev & Grigor Dimitrov
  • 51-100 Singles: Pedro Martinez & Bernabe Zapata Miralles
  • 1-25 Doubles: Wesley Koolhof
  • 1-75 Doubles: Harri Heliovaara
  • At-Large: Pedro Cachin & Matt Ebden
  • Coach Representative: Daniel Vallverdu
  • Alumni Representative: Nicolas Pereira

A votare i nuovi rappresentanti sono naturalmente i loro colleghi, con Rublev e Dimitrov eletti dai top 50 e via così per categorie. L’unico nome presente nel consiglio ornai decaduto è quello di Dani Vallverdu, scelto dagli allenatori ATP in loro rappresentanza.

“Mi era stato chiesto diverse volte in passato, ma all’epoca non avevo sentito che il momento e la soluzione fossero giusti per me” ha dichiarato Grigor. “Ora credo di essere in una posizione in cui ho anni alle mie spalle, esperienza in campo e con i giocatori e aspetto con impazienza di mettermi all’opera”.

 

Secondo Wesley Koolhof, numero 1 di fine 2022 in coppia con Skupski, “è importante per i giocatori avere una voce e qualcuno che li ascolti e provi a fare dei cambiamenti dove ne abbiamo bisogno. Personalmente, sento che sarebbe un bene ascoltare i giocatori e combattere per le nostre posizioni, specialmente per i doppisti, ovviamente, e rendere il tennis un posto migliore in generale”.

Una voce, evidentemente non abbastanza ascoltata secondo Novak Djokovic e Vasek Pospisil, che nell’agosto 2020 ebbero l’idea della PTPA, la Professional Tennis Player Association, dimettendosi dal Player Council (Nole era presidente), salvo poi tentare di rientrarvi. La loro candidatura fu respinta dall’ATP, in virtù di una contestata nuova regola volta a impedire a chi si pone in un conflitto potenzialmente distruttivo con la tua organizzazione di farne parte. La PTPA ha iniziato effettivamente a prendere forma nel giugno dell’anno successivo, mentre è recentissima la nomina del suo primo Comitato Esecutivo dei giocatori e la diffusione dei principi guida.

Tornando all’ATP, se il Player Council è preposto ad ascoltare e raccogliere le voci e le istanze dei giocatori, l’organo che decide è il Board, che può essere anche visto come una sorta di luogo di composizione di interessi spesso contrapposti, vale a dire quelli dei tennisti e quelli dei direttori dei tornei. Perché, se tutti beneficiano di un aumento di interesse per il tennis e, come spesso fatto notare da Andrea Gaudenzi, la vera concorrenza viene da fuori, per esempio gli altri sport o Netflix (alla quale l’ATP si è affidata per una docuserie), restano innegabili le divisioni interne.

Fra i tornei, nel senso che il Masters 1000 di Indian Wells ha problematiche diverse dall’ATP 250 di Marrakech (e, infatti, esiste anche un Tournament Advisory Council con rappresentanti per categorie di tornei e zone geografiche) e, allo stesso modo, tra i giocatori – basti pensare a un top 100 e a chi si barcamena tra ITF e Challenger o alla ripartizione dei montepremi. E, naturalmente, la classica contrapposizione tra tornei e giocatori quando si tratta di spartirsi la torta, di oscura quantificazione, dell’incasso totale.

Forse proprio nell’ottica di una maggiore rappresentanza, da quest’anno il Board si allarga da sei a otto componenti (oltre al Presidente, Gaudenzi). Diventano dunque quattro i rappresentanti dei giocatori – Pablo Andujar, Nick Basing, Mark Knowles e Eno Polo – e altrettanti quelli dei tornei: Gavin Forbes, vicepresidente senior alla IMG, Christer Hult, ex direttore e ora CEO dell’ATP di Bastad, Chris Kermode, ex presidente del Board e CEO dell’ATP, e Herwig Straka, direttore del torneo di Vienna ed ex manager di Dominic Thiem.

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