Tsitsipas e Medvedev: ieri nemici, oggi esordienti e avversari alle ATP Finals

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Tsitsipas e Medvedev: ieri nemici, oggi esordienti e avversari alle ATP Finals

Dopo le peripezie di un anno fa, Stef e Daniil si troveranno di fronte all’esordio assoluto nel torneo dei maestri. Chi ha più chance di impensierire i big?

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Ottavo della Race e sorteggiato nel complicato Gruppo Borg, Matteo Berrettini non è il solo esordiente di queste ATP Finals 2019. Nel Gruppo Agassi, troviamo infatti altre due facce nuove a occupare la top 8 di fine stagione: il numero 4 Daniil Medvedev e Stefanos Tsitsipas, numero 6. Ventitreenne il primo, di due anni e mezzo più giovane il secondo, ripercorriamo la loro stagione cercando di capire in che condizioni e con quali ambizioni si accingono ad affrontare le loro prime Finals.

DANIIL MEDVEDEV

Dopo essersi guadagnato la top 20 sul finire del 2018, Daniil torna dalla off season ricominciando da dove aveva lasciato: raggiunge la finale a Brisbane, gli ottavi all’Australian Open (fermato da Djokovic in quattro set) e, con un saldo vittorie-sconfitte di 15-4 nei primi due mesi, si conferma giocatore da tenere d’occhio. Ad aprile, ci si interroga dubbiosi sui risultati che i suoi colpi piatti potranno portargli sulla terra battuta, ma lui risponde alla grande con la finale a Barcellona che segue la semi a Monte Carlo e i relativi successi su Tsitsipas (il suo primo top ten dopo un quasi zoppo Wawrinka a Wimbledon 2017) e Djokovic. Arrivano poi tre sconfitte all’esordio, a proposito delle quali rivelerà in seguito di aver sofferto di un problema fisico in quel periodo.

Benché dai risultati inferiori a quelli promessi dal ranking, la stagione sull’erba non è disprezzabile e lo porta in top ten, ma il moscovita ha ancora parecchio margine e arrivano le sei finali consecutive: a Montreal, paga lo scotto della sua prima in un “Mille”, praticamente bloccato di fronte a Rafa Nadal, contro il quale riuscirà invece a regalare al pubblico un grande duello all’ultimo atto dello US Open, dopo essersi preso il primo titolo pesante a Cincinnati e prima del bis di Shanghai. La striscia vincente coglie di sorpresa lo stesso Daniil, costretto a rivedere la programmazione cancellandosi da tre tornei. Rientra a Bercy per il suo 77° match dell’anno e raccoglie una sconfitta all’esordio non del tutto inattesa contro Jeremy Chardy.

CHANCE LONDINESI –Pur dimostrando di poter vincere incontri su ogni superficie, i numeri ci confermano che il quarto tennista del mondo si trova particolarmente a suo agio sul duro (lì ha vinto i suoi sette titoli in carriera), ancor meglio se al coperto (tre titoli). In un evento che a differenza degli Slam non è esclusiva terra di conquista dei Big 3 (l’ultimo ad alzare il trofeo è stato Nole nel 2015), questo “crescendo di continuità” disegnato sul grafico russo fa sì che Medvedev si presenti a Londra reclamando un ruolo da protagonista. Il sorteggio appare tutt’altro che sfavorevole, per quanto sia avanti nei precedenti solo nei confronti di Tsitsipas (5-0, peraltro). Nadal (0-2), afflitto da uno stiramento agli addominali, non ha una tradizione fortunata con le Finals, che lo hanno visto spesso ritirato e mai vincitore. Zverev aveva battuto Medvedev quattro volte su quattro fino allo scorso anno, ma è reduce da una stagione complessa che ha fatto parlare di involuzione, tormentata anche da problemi personali. E nell’ultima sfida, in finale a Shanghai, non c’è stata storia, con lo stesso Sascha che ha definito Daniil il migliore al mondo in quel momento. In un girone che si prospetta aperto, il Daniil visto negli ultimi tre mesi non parte battuto contro nessuno e si candida con pieno diritto almeno a un posto in semifinale, dove potrebbe essere l’avversario da evitare.

 

QUESTO STORTO È UN GRAN DRITTO – Sul campo, oltre ai colpi la cui efficacia supera di gran lunga l’innegabile “stortezza”, Daniil mette una personalità forse insospettata fino a pochi mesi fa, venuta allo scoperto senz’altro grazie ai risultati, ma che a sua volta ha contribuito a quelle stesse vittorie. È così che Medvedev ha iniziato ad affidarsi a delle seconde di servizio tirate al massimo per rovesciare l’esito della semifinale contro Nole a Cincinnati o ha tenuto il campo contro Wawrinka allo US Open in un momento di difficoltà fisica; per non parlare del modo in cui è riuscito a portare lo stesso pubblico dalla propria parte, facendosi perdonare l’insopportabile gesto verso il raccattapalle e il successivo dito medio.

Ancora a New York, non vanno dimenticati i due set recuperati a Rafa, nonché la giusta dose di cattiveria – del genere “questa non te la lascio passare” – mostrata per esempio lo scorso anno al termine del match contro Tsitsipas. Una solidità mentale che, ci piace credere, deriva in parte anche dalla scarsa ortodossia dei suoi swing, come se fosse cresciuto ribattendo agli avversari, ovviamente con lo stesso tono con cui trollava il pubblico newyorchese, “è vero, non so colpire come voi. Cosa aspettate a battermi?”. Se ha ragione chi vince pur colpendo solo con il telaio della racchetta, figuriamoci Daniil, la cui palla esce piena e velocissima. Per contro, non si discute nemmeno l’appassionato che guarda più volentieri un tennista dotato di maggior eleganza.

Daniil Medvedev – Shanghai 2019 (foto via Twitter, @atptour)

STEFANOS TSITSIPAS

Avversario diretto del russo al Torneo dei Maestri, Stefanos comincia la stagione nel migliore dei modi, nonostante la nettissima sconfitta contro Nadal, con la semifinale a Melbourne; un mese dopo, la finale di Dubai gli vale l’ingresso in top ten. L’ottima stagione sulla terra europea, culminata con il “piatto” di Madrid dopo essersi preso la rivincita su Rafa, termina agli ottavi del Roland Garros, battuto 8-6 al quinto da Wawrinka. Una sconfitta che sembra lasciare il segno: Tsitsipas tradisce clamorosamente le aspettative sull’erba, ma è proprio l’intera estate che lo attende pressoché invano. Incassate cinque sconfitte di fila a partire dalla semifinale di Washington, l’ateniese ritrova improvvisamente il suo gioco a Pechino, il primo di quattro ottimi tornei dove esce sconfitto solo dai top 5. Uno sprint finale che gli garantisce la fiducia necessaria per affrontare gli avversari del Gruppo Agassi.

CHANCE LONDINESI – Abbiamo visto che il saldo dei precedenti con Daniil è impietoso. La sola vittoria su cinque sfide contro Nadal vale quel mattoncino di speranza, soprattutto se il fenomeno spagnolo dovesse non essere al meglio; tuttavia, non sorprenderebbe se Stefanos, così come il moscovita, rivelasse di preferire la riserva Bautista Agut. È invece forte di un 3-1 nei confronti di Sascha, campione uscente e vera incognita del girone. Capace di battere i “tre fenomeni” nell’arco della stagione, a Stefanos manca ancora un titolo pesante: su otto finali disputate in carriera, ha vinto le tre che gli sono valse trofei “250”, uno su terra e due sul duro al coperto. Con performance finora migliori sul rosso, almeno in termini di vittorie-sconfitte, rispetto a quelle comunque ragguardevoli sul cemento, si presenta alla O2 Arena dopo aver molto ben figurato in condizioni indoor. È tuttavia l’assenza di un vero e proprio acuto di colui che è ancora “next gen” a tutti gli effetti a collocarlo molto più indietro del russo in quanto a possibilità di impensierire Djokovic e Federer al Masters.

GRECO ≈ CLASSICO – Lo scontro di stili con Medvedev è evidente e i due sono ben lontani fra loro per quanto riguarda estetica dei colpi e impostazione del gioco. Tsitsipas affida al dritto la costruzione del punto, quasi inevitabilmente per chi già da ragazzino tirava il rovescio con una sola mano. Secondo babbo Apostolos, l’impugnatura eastern del figlio comporta uno swing in stile del Potro, “anche lui in possesso di un potentissimo dritto perché è un colpo molto più pulito”. E, dice ancora il papà, “è un movimento naturale che produce una bellissima meccanica”. Di sicuro, è un colpo che fa male all’avversario, soprattutto quando lo gioca inside-in con una sicurezza quasi irritante.

A tal proposito, Stefanos possiede quell’arroganza indispensabile quando si compete con i migliori del mondo per diventare uno di loro, anche se ha qualche difficoltà (o non prova neanche) a nasconderne i tratti più espliciti nell’atteggiamento in campo. Una sicumera che, seppure in modo assolutamente opposto, potrebbe originare dall’esecuzione dei colpi proprio come quella russa. Rifiutando la dicotomia tra vincere sporco (il gilbertiano winning ugly) e perdere giocando bene (losing pretty), Stefanos rilancia – inconsapevolmente “alla Catalano” – mettendo sul piatto la convinzione di poter vincere dispensando bel gioco e bei colpi.

Stefanos Tsitsipas – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

DIAMO I NUMERI

Daniil Medvedev, classe 1996, n. 4 a Londra in un anno iniziato al 16° posto. Su un totale di 5.705 punti, 4.605 (l’80,7%) sono stati conquistati negli appuntamenti Slam e “Mille” mandatory. Ha disputato 23 tornei, ottenendo 59 vittorie a fronte di 18 sconfitte e aggiungendo al suo palmares quattro titoli (due Masters 1000 e due ATP 250). Un formidabile 12-2 è il suo saldo indoor, condizione in cui deteneva la percentuale più alta anche negli anni precedenti. A conferma del livello espresso per la maggior parte dell’anno, i 510 punti dei tornei non conteggiabili lo piazzerebbero al 108° posto del ranking, una posizione invidiabile (quando non un miraggio) per la maggior parte dei professionisti.

L’ascesa in classifica di Stefanos Tsitsipas, classe 1998, è stata simile a quella di Daniil: partito dal n. 15, ha finito la Race in sesta posizione, con un best ranking al n. 5. Diversa è invece la ripartizione dei punti, con 2.540 su 4.000 (il 63,5%) ottenuti negli eventi maggiori. Ha partecipato a 26 tornei con un saldo W-L di 50-24 e alzato due titoli, entrambi ATP 250. Al coperto, ha vinto 11 match perdendone 4.

Questo confronto su carta tornerà a essere giocato sul campo tra pochi giorni, precisamente lunedì, quando il Gruppo Agassi si aprirà proprio con la sfida tra “Bear” e “Stef”.

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Al femminile

Alla prova dei fatti, stagione WTA 2019

Da Amanda Anisimova a CoCo Vandeweghe, top e flop delle previsioni avanzate all’inizio dell’anno

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Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Il primo gennaio avevo pubblicato un articolo dal titolo “WTA, chi migliorerà nel 2019?” con indicati i nomi di alcune giocatrici che pensavo sarebbero progredite nel corso dell’anno; ora che il calendario WTA è ufficialmente concluso, è arrivato il momento della verifica.

Prima di controllare, però, è necessario un chiarimento. Il ranking di partenza utilizzato non è quello che WTA definisce “Year-End” e che esce all’inizio di novembre. Le previsioni erano state fatte due mesi dopo, e nel frattempo alcune tenniste avevano giocato tornei ITF, determinando spostamenti in classifica non sempre trascurabili. Fare finta di nulla non mi sembrava corretto; ecco perché avevo deciso di utilizzare i dati del 31 dicembre 2018. Per esempio Potapova e Gasparyan erano migliorate, mentre Sabalenka aveva peggiorato, a causa dell’uscita dei punti vinti nel primo torneo del 2018.

Ripensandoci, mi sono reso conto che sarebbe stato meglio usare la classifica della settimana precedente alla scadenza dei primi tornei di gennaio, ma ormai è andata così; lo terrò presente per il futuro.

Non so se sono riuscito a spiegarmi, è sempre difficile sintetizzare i meccanismi del ranking. Ma non è poi così grave, in fondo questi articoli sono soprattutto una scusa per parlare di alcune giocatrici. E adesso cominciamo la verifica, seguendo l’ordine dell’articolo di gennaio.

CoCo Vandeweghe
ranking 31 dicembre 2018: n°100
ranking  4 novembre 2019: n°332
Differenza: – 232
Qualità/difficoltà della previsione: sbagliata, ma con notevoli attenuanti
Un disastro, almeno per le regole del nostro articolo. In realtà quest’anno Vandeweghe non ha giocato a tennis per problemi fisici: un complicato infortunio al piede destro l’ha tenuta fuori dal Tour per sette mesi. Il suo primo match è stato addirittura il 30 luglio nel torneo di San Josè, quando ormai la stagione si avviava verso la conclusione.

Al rientro era scesa al numero 638 della classifica; da allora ha intrapreso il cammino di recupero, grazie ad alcune wild card e a impegni nei tornei ITF, che le hanno permesso di risalire 300 posti in poche settimane. Il difficile arriverà al momento di attaccare i piani più alti del ranking.

Amanda Anisimova
ranking 31 dicembre 2018: n°96
ranking  4 novembre 2019: n°24
Differenza: + 72
Qualità/difficoltà della previsione: media
Dopo le imprese compiute quest’anno, oggi tutto sembra chiaro ed evidente, e consideriamo la posizione di Anisimova a inizio stagione ampiamente sottostimata. Ma quando si parla di una giocatrice di 17-18 anni (nata il 31 agosto 2001) non si può mai essere certi che non arrivino crisi di crescita.

La semifinale del Roland Garros, persa rocambolescamente contro la futura campionessa Barty, le aveva permesso di salire a ridosso delle prime venti (numero 21), poi la seconda parte di stagione è stata segnata dalla morte del padre, che era anche suo coach, con inevitabile forfait agli US Open e un finale di stagione in Asia con soli tre match.
Sarà straordinariamente interessante scoprire come funzionerà la nuova collaborazione tecnica con Carlos Rodriguez, ex coach di Justine Henin e di Li Na.

Kristyna Pliskova
ranking 31 dicembre 2018: n°94
ranking  4 novembre 2019: n°66
Differenza: + 28
Qualità/difficoltà della previsione: bassa
Se qualcuno ha presente l’articolo “gemello” dello scorso anno, forse ricorderà che la Pliskova mancina era stata una delle mie scelte sbagliate. Numero 61 nel gennaio 2018, aveva concluso la stagione oltre 30 posti indietro. Davvero un regresso eccessivo, che mi ha spinto a scommettere nuovamente su di lei: troppo invitante la posizione di partenza.

Alla fine Kristyna è tornata all’incirca dove era due stagioni fa. Siamo però ancora lontani dal numero 35, best ranking di carriera del luglio 2017. A 27 anni compiuti (è nata il 21 marzo 1992) non me la sento più di scommettere su un progresso nel 2020, anche se continuo a pensare che con più serenità nell’affrontare i punti importanti dei match potrebbe stare in posizioni di classifica migliori.

Anastasia Potapova
ranking 31 dicembre 2018: n°93
ranking  4 novembre 2019: n°93
Differenza: nessuna
Qualità/difficoltà della previsione: sbagliata
La stagione di Potapova è la conferma di quanto detto per Anisimova: di fronte a giovani emergenti per le quali tutti prefigurano un futuro radioso, le crisi di crescita sono sempre possibili. Dopo gli oltre 140 posti guadagnati nel 2018, Potapova non è riuscita a continuare sulla stessa linea, e si è fermata esattamente alla stessa posizione di partenza.

Nel 2019 il meglio lo ha raccolto sulla terra rossa, eliminando Sevastova a Praga e Kerber al Roland Garros. Poi, se si esclude la vittoria per ritiro contro Zhang, non è riuscita a sconfiggere altre Top 50, e questo dato un po’ preoccupa. Resta il fatto che condannarla per una stagione opaca è molto prematuro, visto che stiamo parlando di una giocatrice nata il 30 marzo 2001.

Margarita Gasparyan
ranking 31 dicembre 2018: n°92
ranking  4 novembre 2019: n°87
Differenza: + 5
Qualità/difficoltà della previsione: facile
Giudico facile la previsione perché Gasparyan al numero 92 del ranking era, sul piano tecnico, sottostimata. Alla fine, almeno formalmente, i numeri mi danno ragione, ma in sostanza è stata una stagione di stasi. E, ancora una volta, per guai fisici: non solo a causa del ginocchio sinistro di cristallo, ma anche per malanni vari che nel 2019 l’hanno portata a ben 5 ritiri a match in corso.

Cinque ritiri su 41 partite disputate sono quasi un record, e danno la misura della sua fragilità. Eppure sarebbe bastato uno stop in meno, quello di Wimbledon, e forse parleremmo in modo diverso del suo 2019. Invece un problema al quadricipite ha fermato Margarita al secondo turno dei Championships mentre conduceva su Svitolina (7-5, 5-5). La stessa Svitolina sconfitta qualche giorno prima a Birmingham (6-3, 3-6, 6-4) e che a Londra sarebbe arrivata in semifinale. Sliding doors…

a pagina 2: Le giocatrici fino alla posizione 40

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Elisabetta Cocciaretto, la scintilla è scattata

La giovane marchigiana, classe 2001, vince due titoli ITF consecutivi e scala oltre 100 posizioni in due settimane, arrivando al numero 168 del ranking WTA

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Elisabetta Cocciaretto - Trofeo CPZ Bagnatica 2019 (foto San Marco)

Nel momento di massima luce del settore maschile con la vittoria di Sinner alle Next Gen ATP Finals e la presenza di Berrettini a Londra, primo italiano alle Finals maschili dopo 41 anni, arrivano buone notizie da Elisabetta Cocciaretto, che con le vittorie ad Asuncion e Colina manda un chiaro segnale di crescita che la porta sino alla 168esima posizione in classifica.

Nata ad Ancona nel gennaio del 2001, la tennista marchigiana è da anni considerata come il principale talento della fascia 1999/2000/2001, nella quale assieme a lei c’è davvero poco. Basti pensare che la seconda under 20 nel ranking italiano è Tatiana Pieri, numero 472 delle classifiche mondiali, anche lei protagonista di una buona stagione e capace di esprimere un tennis geometrico molto divertente da vedere, ma ancora troppo leggero per competere a certi livelli.

Elisabetta ha concluso la sua attività da junior, che l’aveva vista arrivare al numero 12 del ranking, con i giochi olimpici del 2018, dedicando tutto il 2019 all’attività professionale. Nella prima parte di stagione, pur frequentando prevalentemente tornei da $15.000, non ha ottenuto neanche una vittoria a livello di main draw, probabilmente a causa dei carichi di allenamento che le hanno permesso di migliorare molto sotto il punto di vista atletico e tecnico, ma che hanno chiaramente necessitato di tempo per essere trasferiti anche in partita.

Alle pre-qualificazioni di Roma ha fatto molto bene conquistando una wild card per il tabellone principale, dove non ha sfigurato contro Amanda Anisimova. A giugno, nel $60.000 di Brescia, ha centrato un’importante vittoria contro l’ex numero 1 del ranking junior Xiyu Wang, arrendendosi successivamente in lotta a Jasmine Paolini. La settimana successiva, nell’importante $60.000 dell’Antico Circolo Tiro a Volo di Roma, ha vinto il torneo di doppio in coppia con la rumena Dascalu: può sembrare un avvenimento non troppo importante, ma vincere quattro partite di fila contro giocatrici di ottimo livello (seppur nella disciplina del doppio, spesso poco valorizzata), ha aiutato mentalmente Elisabetta che nelle apparizioni successive è sembrata sempre più determinata e convinta dei propri mezzi.

Elisabetta Cocciaretto – Wimbledon junior 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Il vero salto di qualità nella continuità dei risultati, e di conseguenza in classifica, è arrivato a partire dal mese di luglio, quando ha raggiunto uno dietro l’altro tanti ottimi piazzamenti nei $25.000 (il successo a Trieste, la finale a Torino e Pula, le semifinali sempre a Pula e Bagnatica), intervallati anche dalla prima qualificazione ottenuta sul campo in un main draw WTA a Palermo, dove si è arresa solamente al terzo set alla forte slovacca Kuzmova.

A fine ottobre ha deciso assieme al coach Fausto Scolari di partire per il Sudamerica: con lei anche Sara Errani, che da due anni a questa parte si allena spesso e volentieri con Elisabetta, sostenendo la crescita della giovane azzurra. Dopo aver passato solamente un turno in carriera a livello $60.000, i tornei equivalenti di un Challenger maschile di buon livello, sono arrivate 10 vittorie di fila contro avversarie di tutto rispetto, tra cui spiccano la vittoria in semifinale a Colina contro la giovane americana Kiick, top 150 in ascesa, oltre a quella ottenuta proprio contro Sara Errani, battuta in finale ad Asuncion.

I miglioramenti chiave di questi mesi sono stati quelli fisici e tattici: Elisabetta è progredita tantissimo negli spostamenti e nell’attitudine propositiva. Mentre qualche mese fa si ritrovava spesso a subire il gioco delle avversarie e faticare in fase difensiva, adesso è molto più solida da fondo ed è brava a conquistare piano piano sempre più metri in campo, arrivando a tirare colpi vincenti con entrambi i fondamentali.

Ora che il ranking la aiuta e nel 2020 potrà giocare le qualificazioni Slam, è il momento di spingere sull’acceleratore. Fino a giugno la giovane azzurra difende meno di 10 punti e quindi ha grandissimo margini di crescita in classifica: parlare di top 100 (che come detto dista 68 posizioni al momento) nei prossimi sette mesi, se riuscirà a mantenere questo livello, non è affatto un’esagerazione. Anche se la classifica a 18 anni lascia il tempo che trova e ciò che conta sono i segnali positivi che Elisabetta ha lanciato negli ultimi mesi e in particolare in queste ultime due settimane.

Le buone notizie per il tennis italiano femminile non sono finite qui: questa settimana infatti, la giovanissima Lisa Pigato (2003) ha vinto il suo secondo $15.000 in due mesi, ad Heraklion, approfittando in finale del walkover di Melania Delai, altra promettente ragazza del 2002 che ha raggiunto la top 50 del ranking junior in questo 2019 e che ad Heraklion ha conquistato la sua prima finale da professionista. Molto bene anche Bianca Turati, che dopo la vittoria nel college di casa ad Austin di due settimane fa (dove aveva battuto in semifinale la gemella Anna) trionfa nel suo secondo $25.000 stagionale vincendo il torneo di Malibu, battendo anche giovani promesse americane come Claire Liu e Katye Volinets.

Infine ottiene il titolo anche Lucrezia Stefanini a Monastir: dopo una stagione programmata assieme al coach Ferdinando Bonuccelli per giocare più match di alto livello possibile, partecipando solo a tornei da $25.000 in su e sfoggiando anche bellissime prestazioni come quella nelle qualificazioni di Roma contro la top 70 Zidansek, al suo primo $15.000 stagionale la tennista toscana classe 1998 ha centrato cinque vittorie di fila senza perdere nessun set, conquistando così il suo primo titolo nel 2019.

Non solo Cocciaretto dunque, in un movimento femminile che ai piani alti si trova in chiara difficoltà con la sola Camila Giorgi – a malapena – inclusa in top 100. I segnali positivi arrivano tutti dalle delle under 21, chiamate in questo finale di stagione (e soprattutto nel 2020) a continuare su quest’onda di ottimi risultati, sfruttando anche i loro ottimi rapporti fuori dal campo per diventare uno stimolo l’una per l’altra. Con l’obiettivo di giocare sempre più spesso i tornei che contano.

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Racconti

Storie di tennis e di speranza per Matteo: Nalbandian eroe (quasi) per caso alle Finals

Il cammino di Berrettini alle Finals è più che complicato, lo sappiamo. Ma c’è un precedente incoraggiante: qualcuno ha vinto le Finals da completo outsider… quando avrebbe dovuto trovarsi in vacanza

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“Che lavoro orribile”
“Potrebbe essere peggio”
“E come?”
“Potrebbe piovere”
(dal film ‘Frankestein Junior’)

Il dialogo che si svolge tra Gene Wilder-e Marty Feldman ci è venuto in mente leggendo i nomi degli avversari toccati in sorte a Matteo Berrettini nel girone “Borg” delle Nitto ATP Finals londinesi. Dialogo che – come molti ricorderanno – si conclude con i due protagonisti sommersi da scrosci di pioggia. Non sappiamo se anche in casa Berrettini si sia scatenato un temporale al termine del sorteggio, ma presumiamo non abbia suscitato moti di gioia; l’esito del match d’esordio contro l’attuale numero 2 del mondo pare confermare i più cupi presagi, nella giornata dalla sfida probabilmente decisiva con Federer.

Nella storia delle Finals, iniziata 49 anni fa seppur con una diversa denominazione, abbiamo però trovato un episodio che potrebbe costituire un precedente di buon auspicio per il tennista romano. L’episodio in questione riguarda l’edizione numero 36 che si disputò a Shanghai dal 13 al 20 novembre 2005 e che vide protagonista un argentino che si presentò ai nastri di partenza del torneo in veste di ottava testa di serie, proprio come Matteo Berrettini: David Nalbandian

Sino a quel momento la stagione non era stata particolarmente brillante per il ventitreenne nativo di Unquillo: aveva infatti vinto soltanto un torneo e a novembre occupava la dodicesima posizione. Riteneva quindi di non avere ragionevoli possibilità di prendere parte al torneo riservato ai migliori otto tennisti del mondo al quale aveva preso parte per la prima volta nel 2003. Si sbagliava.

Quella che segue è la trascrizione di una intervista che David rilasciò anni dopo a proposito di quella vicenda. Tutto ebbe inizio con una telefonata il giorno 9 novembre. “Ricordo che non avrei dovuto giocare e che entrai nel torneo dalla porta di servizio, come lucky loser. Ero sul punto di mettermi in viaggio con degli amici verso la Patagonia e, all’improvviso, Roddick e altri (Hewitt e Safin, ndt) si ritirarono ed io ricevetti la magica telefonata. Scaricai dalla macchina le attrezzature per la pesca e vi misi quelle per il tennis. Arrivai a Shanghai appena in tempo dopo 4 o 5 giorni in cui ero entrato in modalità vacanza. Impiegai più di 24 ore di volo per arrivare in Cina con 11 ore di fuso orario di differenza. La mia preparazione era molto lontana dall’essere ideale. Non ho mai amato le differenze di fuso orario perché mi facevano stare male. Nonostante ciò, cominciai a colpire la palla in maniera ottimale. Provavo delle belle sensazioni che mi diedero il coraggio e la speranza di poter disputare un buon torneo.

 

Persi il primo incontro (in tre set contro Federer che in precedenza aveva incontrato e sconfitto per 5 volte su 8 confronti, ndr) ma giocai bene e non uscii dal campo scoraggiato. Anzi, pensavo che sarebbe andata peggio e invece avevo disputato un match tirato che avrei potuto vincere. Dopo quella partita sapevo di avere una chance perché il mio tennis era di ottima qualità. Dovevo andare avanti un giorno alla volta e alla fine penso proprio sia andata alla grande!”. Nei due match successivi Nalbandian superò in due set prima il connazionale Guillermo Coria e poi il croato Ivan Ljubicic e chiuse quindi il girone al secondo posto. “Ci tenevo particolarmente a battere Ivan poiché quell’anno mi aveva sconfitto in Croazia e si sa quanto io sia competitivo. Non volevo perderci ancora per nessuna ragione al mondo”.

In semifinale incontrò il vincitore dell’altro girone – Nikolay Davydenko – contro il quale aveva perso due scontri diretti su tre e lo superò con il punteggio di 6-0 7-5. La seconda semifinale fu vinta dal campione in carica Roger Federer che, nonostante un infortunio alla caviglia destra rimediato in allenamento poche settimane prima che lo costringeva ad indossare un tutore, avanzava alla velocità di un treno: 6-0 6-0 contro Gaston Gaudio. Il 20 novembre Nalbandian ebbe quindi in finale l’occasione di vendicare la sconfitta subita pochi giorni prima contro il tennista elvetico.

Persi i primi 2 set di pochissimo in 2 tie-break combattuti (nel secondo ebbe anche 3 set point a favore, ndr) e a quel punto feci mentalmente un cambio importante di atteggiamento dicendo a me stesso che ero sotto di due set ma avrei potuto essere tranquillamente in vantaggio di altrettanti. Non pensai mai di avere perso, continuai a guardare avanti e quella fu la chiave della vittoria”. Dopo avere nettamente vinto il terzo e il quarto set l’argentino nel quinto si portò in vantaggio 4-0. Federer a sua volta non si diede per vinto. Riuscì a recuperare i due break di svantaggio e arrivò addirittura a due punti dalla vittoria con il servizio a disposizione sul punteggio di 6-5. Ma guai ad arrendersi quando Federer serve per il match: una speranza per il suo avversario c’era, c’è e ci sarà sempre. Nalbandian riuscì infatti a vincere quel game rimontando da 0-30 (notevole il primo punto conquistato direttamente con la risposta) e a completare trionfalmente la sua rimonta nel tie-break infliggendo al numero uno del mondo la quarta sconfitta del 2005 su 85 partite disputate. Risultato finale: D. Nalbandian b. R. Federer 6-7(4) 6-7(11) 6-2 6-1 7-6(3).

Il quinto set fu come essere sulle montagne russe. Ero avanti di due break, vicino alla vittoria, persi il servizio e ci ritrovammo a giocare un altro tie-break. Dopo averne persi due mi dissi che non avevo giocato altre tre ore per perderne un altro; se c’era un tie-break in carriera che non potevo perdere era proprio quello. Ero deciso a vincerlo e  per fortuna tutto andò per il verso giusto. Sicuramente quella vittoria rappresenta l’apice della mia carriera. Soprattutto per gli aspetti mentali, per gli alti e bassi vissuti nell’arco dell’intera settimana e persino all’interno di ogni singolo game. Non posso non avere tanti ricordi in testa legati a quel torneo. Scherzai durante la premiazione, dissi: ‘Roger non preoccuparti, non è la tua ultima finale. Vincerai un mucchio di tornei e quindi lasciami questo’”.

Nalbandian concluderà la sua carriera con un record di 11 tornei vinti, una finale di Wimbledon persa nel 2002 contro LLeyton Hewitt e un best ranking costituito dalla posizione numero 3 raggiunta nel marzo del 2006.Dopo la finale di Shanghai affronterà Roger Federer altre dieci volte uscendo vincitore in due sole occasioni. La parole pronunciate da Nalbandian durante la premiazione si riveleranno profetiche, poiché lo svizzero avrebbe aggiunto altri 70 tornei a quelli vinti sino a quel momento. Tra questi non figura però quello di Madrid 2007, perché in finale fu battuto da un argentino: proprio David Nalbandian.

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