Guai a chi mi tocca Berrettini! Ha perso, ma come è normale che sia

Editoriali del Direttore

Guai a chi mi tocca Berrettini! Ha perso, ma come è normale che sia

La mia comprensione e quella di Novak Djokovic. Ora un altro duello impari? Sarà uno spareggio che solo Roger Federer non può permettersi di perdere. Le chances di Matteo esistono se… Mentre Sinner…

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Matteo Berrettini - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
Video sponsorizzato da BARILLA

da Londra, il direttore

Matteo Berrettini ha tutta la mia comprensione. E ha anche quella di Novak Djokovic. Forse non avrà quella di Roger Federer, che questo martedì dovrà giocare contro di lui un match di spareggio per la sopravvivenza. Infatti Federer, dopo aver perso per la terza volta su tre quest’anno con Thiem – e stavolta pure peggio, in due set anziché in tre come a Indian Wells e a Madrid – dovrebbe battere sia Berrettini sia Djokovic per avere la quasi certezza di passare il turno. Insomma a Berrettini, cui già era toccato esordire contro l’avversario peggiore possibile qui a Londra, cioè Djokovic per le sue note caratteristiche di grande ribattitore, non poteva andar peggio che dover affrontare al secondo match un Roger Federer costretto a vincere e che avrà come al solito tutto il pubblico a suo favore.

Matteo dovrà prepararsi a sentire una onda di “let’s go Roger!, let’s go Roger!” dalla prima palla all’ultima. Chieda informazioni al proposito a Djokovic sul trattamento ricevuto all’All England Club quando ha giocato la finale contro Roger. Nole, quando ci ripensa, scuote ancora la testa. Vero che in caso di vittoria dello svizzero su Thiem, Matteo si sarebbe trovato nelle stesse condizioni anche contro l’austriaco, però – a parte il fatto che contro l’austriaco il pubblico non gli sarebbe stato così contrario – secondo me sarebbe stato preferibile giocarsi uno spareggio su questa superficie contro Thiem, già battuto a Shanghai e dopo averci perso di misura a Vienna, piuttosto che contro l’idolo della sua gioventù che già a Wimbledon gli aveva dato una tristemente memorabile stesa. Leggete che cosa mi ha detto Thiem, quando gli ho chiesto di ricordare i suoi due precedenti con Matteo.

 

I vantaggi di Matteo per la sfida numero 2 a Federer saranno almeno due: a) Matteo non dovrebbe far peggio che a Wimbledon e l’aver già vissuto quell’esperienza contro il proprio idolo avrà contribuito almeno un pochino a una sua diversa serenità al momento di scendere in campo; b) Federer stavolta avrà un bel carico di tensione addosso: è lui che dopo aver perso da Thiem, con la brutta, spiacevole sensazione di aver giocato anche piuttosto maluccio, ha tutto da perdere. Vero che ci si è trovato mille volte in queste situazioni, ma fate che per caso lui cominci ancora così come male come gli è successo con Thiem ieri, e che quindi Matteo trovi un po’ di fiducia, e allora magari vedremo un vero match. Di sicuro Roger oggi come oggi non si muove e non si difende come Djokovic.

Ho scritto queste righe dando quasi per scontato il fatto che è assai probabile che il secondo duello Berrettini-Federer di martedì sarà uno spareggio, ma mi corre anche l’obbligo di ricordare che nel Masters è successo talvolta che sia approdato alle semifinali anche qualcuno che invece aveva vinto un solo match. In quello maschile come in quello femminile. L’ultimo che mi torna in mente è quello WTA di Singapore 2015, l’anno in cui c’era la mia adorata Flavia Pennetta – a proposito auguri per la figlia femmina in arrivo! – e che vide Radwanska conquistare il torneo: la ragazza polacca aveva perso due volte nel round robin (una proprio da Flavia).

Se infatti un giocatore termina al primo posto del suo gruppo avendo vinto tutti e tre i suoi match, può capitare che gli altri tre ne vincano uno ciascuno, A con B, B con C, C con A, e in quel caso non contano i confronti diretti (che conterebbero se ci fossero solo due giocatori a pari vittorie, due ad esempio ciascuno) ma decide il quoziente set e game. A questo punto Berrettini è messo peggio di Federer che perdendo di game ne ha fatti 10, mentre Matteo ne ha racimolati solo tre.

Accennavo alla comprensione manifestata da Djokovic nei confronti dell’esordiente Berrettini… che non ha avuto in sorte la fortuna di misurarsi contro un tennista inesperto, come altri due esordienti, Medvedev e Tsitsipas che per l’appunto duelleranno oggi alle 15 fra loro, quindi nella stessa situazione… della prima volta al Masters. Novak, che al Masters di Shanghai 2007 aveva 20 anni e mezzo, giocò tre partite e non solo non vinse una partita, ma non fece neppure un set. E, per carità, al Masters ci si imbatte sempre in top-10, però a parte Nadal, gli altri due erano Ferrer e Gasquet, insomma ottimi tennisti, ma non extraterrestri.

Djokovic ha interpretato alla perfezione, almeno secondo me, quello che deve essere stato lo stato d’animo di Matteo: “Ero teso… ero felice di esser là, naturalmente! Ero orgoglioso di far parte dell’élite del tennis mondiale, fra i primi otto, ma – capite – era un ambiente nuovo nel quale mi trovavo. C’è il solito campo da tennis, una partita da giocare (come in tante situazioni…), ma era tuttavia diverso, essere consapevoli che per te era la prima volta e dovevi giocare ogni duello contro un top-ten per emergere dal tuo gruppo.

È tantissima pressione…sai che devi fare del tuo meglio (e tutti si aspettano grandi cose altrimenti quasi li deludi… questa è un’aggiunta mia, di Ubaldo Scanagatta, lo specifico a scanso di equivoci, così come sono sicuro che qualcuno oggi in Italia è già capace di pensare o di dire ‘ah Sinner avrebbe fatto meglio!’. E a questi rispondo di non esagerare con le iperboli pro “altoatesino”: una cosa è misurarsi da n.95 del mondo con under 21 in un torneo anomalo, un’altra è farlo da n.8 contro i migliori del mondo) – mentre per gli altri top-players che hanno giocato ai massimi livelli per tanti anni c’è tanta esperienza in più a poter fare la differenza.

Noi top-players sappiamo come gestire queste situazioni emozionali. Siamo mentalmente più esperti, attrezzati. Ecco perché all’inizio del match, sapendo che lui sarebbe stato probabilmente teso e nervoso ho cercato di infrangere la sua resistenza molto rapidamente, e questo è quello che è capitato a metà del primo set. Ha sbagliato un dritto relativamente facile subendo il break (4-2). E da quel momento in poi ho cominciato a leggere meglio il suo servizio, a posizionarmi meglio sul campo, a muovermi davvero molto bene.

Questa spiegazione di Novak è venuta come risposta alla mia osservazione sul fatto che lui era riuscito a strappare per cinque volte consecutive la battuta a Matteo, sebbene Matteo (che non ha servito neppure malissimo come percentuale di prime palle, intorno al 70% nel primo set e al 65% nel secondo) abbia nel servizio uno dei suoi notori punti di forza. “Sì, sono molto contento del modo in cui ho saputo rispondere, sapendo come lui sia un ottimo battitore e quanto sia forte e veloce la sua battuta. Sono davvero felice per come sono riuscito a rispondere alla maggior parte dei suoi servizi da quel momento in poi”.

Anche se non si può dire che, pur con tutte le attenuanti del caso, Matteo non abbia giocato né bene né male, di certo contro Federer dovrà giocare meglio se vorrà tentare di dar vita a un match più equilibrato di quello di questa domenica e anche di quella volta a Wimbledon. Sia lui sia il suo coach mentale Stefano Massari che ho intervistato, ritengono di aver interpretato la partita contro Djokovic meglio che quella contro Roger a Wimbledon. Di certo Matteo non si è rassegnato e fino all’ultima palla, anche se era sotto 4-0, ha provato a fare qualcosa, ha mostrato i pugnetti al suo angolo ogni volta che un bel punto gli ha dato l’illusione di potersi rimettere in carreggiata. Il divario è sembrato ancora grande, ma questo non deve essere una sorpresa. Matteo non è un imbucato, ma è un last minute top-player. Occorre dargli tempo.

Il Federer visto contro Thiem non mi è parso trascendentale. Ha steccato diverse palle, mi è parso a tratti piuttosto lento. Ha cominciato talmente male, poi, che sembrava quasi un esordiente lui pure. Thiem ha giocato bene, ma gli ha dato anche qualche occasione per rimettersi in gioco. Il fatto che Federer debba assolutamente vincere non favorisce le chances di Matteo e contro Thiem sarà probabilmente la stessa cosa. Un diverso ordine degli incontri, anche se è raro che ce ne sia qualcuno all’inizio che non sia quasi determinante in un senso o nell’altro avrebbe potuto essere più propizio. Ma, come ha detto Djokovic, e avevano detto prima sia Santopadre sia il coach mentale Massari, sono tutte esperienze che gli faranno bene.

Ho notato, parlando con tutti i colleghi giunti da Milano, che sul fronte Sinner c’è un entusiasmo dilagante. Del resto anch’io, nel mio piccolo e ancor prima che desse una lezione di tennis al n.18 de mondo, ho scritto che “credo che Sinner sia un fenomeno”. Però mi sento di condividere appieno quel che ha detto Matteo nell’articolo-intervista scritto da Ruggero Canevazzi che mi ha dato grossa mano qui al suo esordio al Masters (sì, come Berrettini…): “Non vorrei essere male interpretato, ma Sinner è appena entrato nei primi 100 e io sono 8 del mondo. Lo dico perché non vorrei che si metta a lui troppa pressione. Ciò cui sono sottoposto io a questi livelli lui lo proverà nei prossimi anni, proprio per questo è fondamentale che ora venga lasciato tranquillo.

Chi conosce bene Matteo, e io credo di aver cominciato a conoscerlo abbastanza bene, ha capito il senso della sua dichiarazione. Non è stata fatta assolutamente con l’intento di sottolineare il fatto che lui Matteo è n.8 del mondo e che Jannik è ancora n.95 (seppur virtualmente si sia capito tutti che vale di più), ma proprio per calmierare un po’ un’attenzione e delle aspettative che forse sono ancora eccessive e premature, tutto sommato dannose per Jannik anche se il Pel di Carota di San Candiano sembra proprio avere i riccioli rossi ben solidi sulle spalle.

Certo sarebbe bello poter sognare di avere prossimamente – a Torino 2021? – due ragazzi italiani al Masters di fine anno. Soprattutto guardando agli otto protagonisti di quest’anno. Non c’è Paese che abbia due giocatori. Sono otto e di otto diversi Paesi. Se Bautista Agut avesse tenuto indietro Berrettini, la Spagna ne avrebbe avuti due fra gli otto Maestri. Ma altri Paesi in grado di portare alle ATP World Finals due rappresentanti, fra gli immediati rincalzi fra i quali figuravano il francese Monfils, il belga Goffin, l’argentino Schwartzman, l’americano Isner, l’australiano De Minaur, proprio non ce n’erano. Non voglio adesso ignorare l’appello testé ricordato di Matteo Berrettini, ma pensare che fra un paio d’anni – stante anche il progressivo inevitabile declino dei top-player ultratrentenni – l’Italia possa ritrovarsi con due giocatori tra i top-8, beh non è certo scontato ma è anche tutt’altro che da escludere a priori. Siamo d’accordo?

In conclusione riprendo il commento che ho scritto ieri pomeriggio anche sui giornali che mi danno l’opportunità di scrivere, la Nazione, Il Giorno, Il Resto del Carlino, da quando Panatta prima e Barazzutti poi conquistarono il diritto a partecipare ai Masters del ’75 e del ’78. Dal 1976, l’anno dei trionfi di Adriano Panatta al Foro Italico e al Roland Garros, e con Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli a Santiago per l’unica Coppa Davis vinta dall’Italia, il nostro tennis non viveva un momento altrettanto magico. Già scritto, ma da ribadire, alla luce degli eventi più recenti. Così riassunti in cinque paragrafi:

1- Matteo Berrettini centra, dalla porta principale, l’ingresso fra i top 8 del mondo e ci sono tutti. Quando Adriano Panatta giocò il Masters del ’75, non c’era Connors, il n.1 per aver vinto i tre Slam cui poté partecipare. Quando Barazzutti giocò quello del ’78, Borg aveva dato forfait e a Vilas, in lite con lo sponsor Colgate, non furono conteggiati i punti.

2- Jannik Sinner vince le Next Gen ATP Finals under 21 pur avendo solo 18 anni e dominando in finale De Minaur n. 18 ATP assai più nettamente di quanto avesse fatto un anno prima Tsitsipas (oggi n.6 ATP) contro lo stesso avversario. Stefan Edberg aveva vinto a Milano il suo primo torneo nel 1984, idem Roger Federer nel 2001. Edberg aveva 18 anni, Federer 20. Il paragone ci sta. Anche se le Next Gen Finals sono un torneo sui generis, Sinner, fresco top-100, ha battuto 4 top 100: Tiafoe 47 (ex 29), Kecmanovic 60 (era 47 il 9 settembre), Ymer 74, De Minaur 18. È un fenomeno.

3- Otto italiani nei top 100 a fine anno. Mai successo prima: Berrettini n.8, Fognini 12, Sonego 53, Cecchinato 72, Seppi 73, Travaglia 86, Sinner 95, Caruso 97.

4- Appena eletto (in carica dal 2020) il nuovo presidente dell’ATP, l’italiano Andrea Gaudenzi, 46 anni, ex n.18 ATP e manager di comprovata esperienza.

5- L’Italia ha ottenuto, previa garanzia governativa per 75 milioni di euro, l’organizzazione delle finali ATP a Torino per 5 anni (2021-2025).

Non chiedetemi di aggiungere altro, parlano i fatti.

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Editoriali del Direttore

Il tennis azzurro lassù è sempre più blu

Quattro italiani nella top 30 del ranking ATP: Berrettini, Fognini, Sinner e Sonego. Non accadeva dal 1977

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Lorenzo Sonego - ATP Cagliari 2021

Ero abituato a seguire anche uno solo, oppure due e magari tre tennisti italiani fra i primi 100 del mondo. Spesso nelle retrovie. Per quasi 40 anni. Adesso, dopo che ieri Lorenzo Sonego ha vinto a Cagliari il suo secondo torneo ATP ed è entrato a vele spiegate fra i primi 30 del mondo, ne abbiamo ben quattro fra i primi 30. Non parliamo più di momento magico, ma semmai di periodo magico. Un periodo che sembra destinato a prolungarsi felicemente nel 2021 e negli anni a venire. E non mi sembra vero.

Eccezion fatta per motivi anagrafici per il quasi trentaquattrenne Fognini (n.18) cui va dato merito per averci tenuto in piedi fra i top 20 negli ultimi tre lustri, infatti tre dei nostri attuali moschettieri sono giovani e in grande progresso. Ha 19 anni Jannik Sinner n.22 ATP, ne hanno 25 Matteo Berrettini n.10 e Lorenzo Sonego n.28. Mentre alle loro spalle incalza Lorenzo Musetti un altro diciannovenne di grandi speranze che, sebbene al momento sia appena n.84 per aver giocato pochi tornei, ieri Tsitsipas mi ha detto di considerare favorito nell’odierno match nel Masters 1000 di Montecarlo contro il russo Karatsev, n.29 ATP e semifinalista all’Open d’Australia.

Dieci azzurri tra i primi 100 del mondo (con Travaglia 67, Caruso 89, Cecchinato 92, Seppi 96 e Mager 97) ci mettono alla pari con Francia e Spagna nelle graduatorie mondiali top100, ma 4 nei primi 30 li ha solo la Russia di Medvedev 2, Rublev 8, Khachanov 23 e Karatsev 29, e la Spagna ne ha solo tre anche se di gran qualità, Nadal 3, Bautista Agut 11 e Carreno Busta 12.

 

L’ultima volta che potemmo vantare 4 azzurri contemporaneamente fra i primi 30 risale al 3 luglio 1977 grazie a Panatta 17, Barazzutti 20, Bertolucci 22 e Zugarelli 27. La generazione migliore di sempre resta al momento ancora quella, perché Panatta è stato 4, Barazzutti 7, Bertolucci 12 e Zugarelli 24, però io penso che questa potrà far meglio. Anche se forse non già dopo Montecarlo dove il sorteggio non è stato davvero dei migliori.

Il più atteso dei nostri dopo l’exploit della finale di Miami, Jannik Sinner, sa che se batte Ramos-Vinolas (già un osso duro; è stato finalista a Montecarlo nel 2017 ed era in semifinale a Marbella sabato) avrà al secondo turno Djokovic, due volte campione nel Principato. Anche Sonego poteva capitar meglio: l’ungherese Fucsovics è tosto, ci ha perso 3 volte su 4 e semmai poi c’è Zverev n.6 ATP. E Musetti, se passa Karatsev, ha Tsitsipas n.5. Sono quasi certo che dopo Madrid, Roma e per il resto dell’anno staremo ancora meglio.

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Editoriali del Direttore

EDITORIALE – Azzurro cupo per Montecarlo. Sono pessimista

Non avendo mai immaginato che Fognini potesse vincere il torneo del Principato (era quasi k.o. con Rublev…), spero di sbagliarmi di nuovo. Se Berrettini e Fognini fossero in forma… Ma il sorteggio di Sinner, Musetti e Sonego è stato pessimo

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Jannik Sinner - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

IL TABELLONE DI MONTECARLO


Speravo francamente in un sorteggio migliore, per sognare almeno un italiano dei cinque in tabellone, nei quarti o addirittura in semifinale. Ora, visto il tabellone, mi parrebbe un miracolo. Fossero stati in piena forma i due di miglior classifica, Berrettini e Fognini, avrei avuto maggior fiducia. Ma temo che non lo siano. Chi parla già di oggi di Sinner al secondo turno con Djokovic commette forse un errore che spero Jannik non commetta.
Dimentica forse che quattro anni fa a Montecarlo Ramos-Vinolas arrivò in finale per arrendersi al solito Nadal.

Non è più quel Ramos-Vinolas, d’accordo, ma Jannik arriva dagli USA senza un torneo sulla terra alle spalle, un po’ come capitava alle star americane d’un tempo… che poi incappavano in clamorose figuracce e faccio i debiti scongiuri. Tengo presente infatti anche che Jannik è uscito un tantino traumatizzato dalla finale di Miami, nella quale – secondo me – pensava di uscirne vittorioso dopo uno splendido torneo. Non è mai facile riprendersi da una sconfitta, a meno che i primi game si mettano subito bene. I giocatori dicono, e sembrano banali: “Un passo alla volta, mai guardare più in là”.

Ma noi giornalisti siamo diversi, il tabellone invece lo guardiamo, lo dobbiamo guardare. E allora ci chiediamo: che Djokovic sarebbe quello che scenderebbe in campo contro Sinner al primo match dopo l’infortunio addominale che lo colpì in Australia? Chissenefrega oggi se era stiramento come sostengono in tanti oppure strappo come ha sempre dichiarato lui. Un fatto solo è incontrovertibile: Novak non ha più giocato un match di gara da quando ha dato una lezione di tennis a Daniil Medvedev nella finale dell’Open d’Australia, due mesi fa. E se dovesse affrontare in quello che sarà il suo primo match uno Jannik Sinner emerso vittoriosamente dal duello con Ramos-Vinolas (che giocherà oggi la semifinale di Marbella contro Carreno Busta), beh Novak giocherà da favorito ma non da vincitore in partenza anche se, come Sinner del resto, gioca quasi in casa su campi che conosce benissimo e sui quali ha trionfato due volte.

A Musetti è toccato Karatsev, il russo emergente del 2021, ma del quale si sono fin qui potute apprezzare le qualità tennistiche sul cemento outdoor mentre per quanto riguarda la terra rossa bisogna andare a ripescare soprattutto nel circuito challenger, quando ad agosto dello scorso anno vinse 15 partite su 16 e conquistò i titoli di Praga e Ostrava. Va detto che Musetti, al di là del tennis vario e piacevole, sembra ancora fragilino ai massimi livelli. E Karatsev, n.27 del mondo, è già un giocatore che si è affermato ad alti livelli. Insomma fiducia sì, ma senza illudersi. E comunque, se anche Musetti facesse un exploit ai danni di Karatsev, al secondo turno ci sarebbe Tsitsipas. Insomma, è stato fortunato a conquistarsi una wild card rifiutata a giocatori meglio classificati di lui, ma non è stato per nulla fortunato nel sorteggio.

L’altro Lorenzo, Sonego, ha in Fucsovics un bruttissimo pesce. Ci perse 7-6 al terzo due anni fa a Monaco di Baviera e l’ungherese che quest’anno ha perso tre volte da Rublev ma fatto ottimi risultati qua e là. Al Roland Garros era giunto negli ottavi, battendo Medvedev, Ramos-Vinolas, Monteiro prima di perdere dal solito Rublev, la sua bestia nera. Se Lorenzo superasse il primo turno avrebbe Sasha Zverev. Insomma anche per lui poteva andare meglio, molto meglio.

Arrivo così ai due top-ranked italiani. Un Fognini che non fosse stato dominato da Munar a Marbella mi avrebbe dato fiducia contro Kecmanovic e anche contro Paire o Thompson. Ma in questo stato voglio fare come San Tommaso: prima lo vedo giocare e poi mi sbilancio in un pronostico. Stessa cosa mi sento di dire sul conto di Matteo Berrettini. Anche lui, come Djokovic, ha sofferto di un problema addominale a Melbourne. Ma probabilmente peggiore perché lui è stato costretto a ritirarsi, non ha potuto portare a termine l’Open. E il fatto che due mesi dopo non si sia sentito di “rischiare” nel singolare di Cagliari che avrebbe potuto essere un bel test, ma sia sceso in campo solo nel doppio in coppia con il fratello Jacopo mi lascia molti dubbi. Vero che in doppio si serve un game ogni quattro, mentre in singolo ogni due, però preparare un Masters 1000 in singolare giocando solo un paio di partite in doppio non mi sembra una scelta strategica tranquillizzante.

Sono sempre stato ottimista. Lo ero ad esempio prima di Miami e mi ero sbilanciato prima ancora che Sinner affrontasse Khachanov al secondo turno quando dissi in radio che secondo me Sinner aveva chances di fare molta strada, fino anche alla semifinale (non dissi finale perché pensavo che Medvedev sarebbe arrivato in finale in quella metà di tabellone). Ma non riesco ad essere ottimista prima di questo torneo di Montecarlo. E spero tanto di sbagliarmi. Devo dire che non avrei mai pensato, due anni fa, che Fognini sarebbe riuscito a vincere il torneo. Lo avevo visto contro Rublev a un passo dalla sconfitta. Rimasi lì fino a venerdì, ma avevo fissato un viaggio di famiglia – che ringrazio di aver potuto fare visto tutto quel che è successo dopo con la pandemia – e non vidi il weekend finale di Montecarlo. Mi auguro quindi, di veder smentito anche questa volta il mio pessimismo.

Aggiungo però che anche se le cose dovessero andare come me le aspetto, continuerei a ritenere che questo è il miglior momento per il tennis italiano negli ultimi 40 anni. Soprattutto in prospettiva, magari, perché la miglior generazione azzurra per ora resta quella degli Anni Settanta. Lo dice il ranking ATP che vide Panatta salire a n.4, Barazzutti a n.7, Bertolucci a n.12, Zugarelli a n.24. Gli attuali nostri top-players ancora quei traguardi non li hanno raggiunti. Penso che li raggiungeranno, però, perché giovani come Sinner e Musetti così competitivi non li abbiamo mai avuti. Ma va dato tempo al tempo. E guai a chi non ha pazienza.

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Sinner in finale a Miami: può diventare il più forte italiano di sempre? [VIDEO]

Una prova di sicurezza e maturità raramente vista prima in un teenager. Già n. 7 della race, forse le ATP Finals di Torino non sono solo un sogno

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Jannik Sinner - ATP Miami 2021 (via Twitter, @atptour)

Pazzesco Jannik Sinner, davvero. Giocava la sua prima semifinale di un Masters 1000, contro un avversario molto più esperto di lui, ancorché battuto già tre settimane fa a Dubai, lo spagnolo Bautista Agut, n.12 del mondo ma da anni sempre compreso fra il n.8 e il n.12, e lo ha ribattuto. Ancora in tre set, ancora rimontandolo. 5-7 6-4 6-4 in 2 h e 29 minuti, dopo essere stato in svantaggio di un set ed essersi trovato sul 3 pari del secondo sotto per 0-40, e aver lì salvato quattro pallebreak che lo avrebbero probabilmente tramortito… se non fosse che questo ragazzo di 19 anni e mezzo e solido come lo sono certi montanari della sua valle, la Val Pusteria, non muore mai, non si arrende mai.

In tutta la partita Sinner si è concesso un unico passaggio a vuoto, dall’1 a 0 per lui sullo 0-15. Li ha ceduto quattro punti a fila e sull’1 pari del terzo set ha perso il servizio a zero. Sotto 2-1 ha subito a zero anche il successivo game di battuta di Bautista Agut. 3-1 e 0-15, 12 punti consecutivi volati via in un attimo. Roba da matare un toro. Niente affatto. Come se nulla fosse Sinner ha ricominciato a sparare bordate di dritto e rovescio e sul 2-3 è stato lui a strappare a zero la battuta allo spagnolo che pure non mollava un centimetro. Per un set e mezzo, all’inizio, sembrava lo spagnolo quello che comandava il gioco, e se Sinner si sentiva costretto a prendere dei rischi, una, due, tre pallate vicino alla riga non gli bastavano a fare il punto, finché arrivava quasi inevitabilmente l’errore.

Ci sono stati due game interlocutori dal 3 a 3, con chi batteva che ha tenuto il servizio senza troppi patemi. E sul 4 pari Sinner ha giocato un game spettacolare contro Bautista Agut che ha dato per la prima volta la sensazione di essere come intimidito contro un giovane che non aveva più paura di niente e pareva incredibilmente centrato. Probabilmente ha immaginato di poter fare la stessa fine che a Dubai. E proprio questo è quello che successo, perché Sinner sul 5-4 ha risposto con una aggressività paurosa vincendo 4 punti su 4 e lasciando trasecolato, come colpito da una serie di pugni da k.o. il suo ben più esperto avversario

 

Eh sì che Bautista (32 anni) non ha davvero perso il match. È stato Sinner a vincerlo. Nei quarti lo spagnolo aveva battuto il grande favorito del torneo, il russo Medvedev, n.2 del mondo (e primo n.2 ad essersi inserito così in alto dal 20’05 a oggi quando le prime due posizioni erano sempre state tenute da qualcuno dei Fab Four). E lo aveva battuto per la terza volta. Una bestia nera per il russo. Così come bestia nera sembra essere diventato adesso Sinner per Bautista Agut. Battere una volta un giocatore di quella forza ci sta, batterlo due volte è molto più difficile. In finale giocherà domani contro Hurkacz, il polacco giunto a sorpresa in finale dopo aver battuto Tsitsipas e Rublev.

Jannik è il secondo italiano capace di arrivare in finale a un Masters 1000. Il primo era stato Fabio Fognini a Montecarlo nel 2019 (torneo poi vinto sul serbo Lajovic: ma in precedenza Fabio aveva battuto Nadal), e tutti e due sono curiosamente riusciti a compiere l’impresa durante la settimana di Pasqua e sconfiggendo uno spagnolo in semifinale (Fognini aveva battuto addirittura Rafael Nadal).

È incredibile, sono contentissimo – dichiarava sul campo Jannik che all’inizio della settimana aveva raggiunto il suo best ranking, n.31 ATP e che ora è già virtualmente n.21 comunque finisca la finale domenica –. Alla fine sul 5-4 e suo servizio ho deciso di prendere rischi e ha pagato”. Lucidissimo anche fuori dal campo, un minuto dopo il più grande traguardo fin qui centrato in carriera.

Ma Jannik è un fenomeno e ormai l’hanno capito tutti. Di traguardi ne centrerà sicuramente tanti altri. Per il momento è diventato solamente il quarto giocatore nella storia del tennis a raggiungere la finale di un Masters 1000 prima del compimento del ventesimo anno di età: gli altri tre si chiamano Andre Agassi, Rafael Nadal e Novak Djokovic.

A 19 anni e mezzo ho visto soltanto Rafa Nadal giocare a questi livelli e con altrettanta solidità. Ma Rafa era un mostro e lo ha dimostrato in 20 anni di straordinaria carriera. Il tennis di Sinner assomiglia di più a quello di Djokovic, e non solo perché anche lui è destro, ha il rovescio più sicuro del dritto, viene a rete proprio quando è necessario – ma il più delle volte non lo è perché fa il punto da fondocampo – e non è mancino come Rafa.

Ma quando vidi per la prima volta Djokovic, diciottenne a Montecarlo – e da teenager era l’unico fra i primi 100 del mondo (classe 1987 il serbo era n.83 a fine 2005) – Novak non mi dette la stessa impressione di solidità, soprattutto mentale, che mi dà oggi Sinner, capace di rovesciare match che sembrano persi e di giocare gli ultimi game di match importantissimi come se ne avesse giocati mille. Tutti questi grandi giocatori, campioni anche in precocità, hanno continuato a migliorare anno dopo anno, tanto che a 34 anni Novak e a 35 Rafa sono tennisti più completi di quanto lo fossero una quindicina di anni prima.

Mi chiedo dove potrà arrivare Sinner nel pieno della sua maturità fisica, fra 7 o 8 anni, se già adesso è capace di giocare così. Di ragionare così. Se vince Miami entra fra i primi 20 del mondo, ma intanto è già fra i primi 7 della ATP Race se si guardano i risultati di quest’anno. Vorrebbe dire che sarebbe già qualificato per le finali ATP che si giocheranno per la prima volta a Torino a novembre. Djokovic chiuse il 2006 a n. 16. Sinner gli sta avanti. In Italia uno così non lo abbiamo mai avuto.

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