WTA, chi migliorerà nel 2020? - Pagina 3 di 3

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WTA, chi migliorerà nel 2020?

Anno nuovo in WTA: da Jasmine Paolini ad Amanda Anisimova, le giocatrici che potrebbero crescere in classifica rispetto al 2019. E un augurio per la stagione appena cominciata

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Coco Gauff - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Jelena Ostapenko
classifica 23 dicembre: n°45
Cosa dire su Ostapenko? Anche se va incontro a periodici problemi tecnici (su tutti la seconda di servizio), anche se le avversarie le hanno ormai preso le misure, anche se è una giocatrice bizzosa e un po’ lunatica, sono convinto rimanga una colpitrice di livello superiore. Dopo il picco di numero 7 nel 2017, era scesa al 22 nel 2018, per poi uscire dalle prime quaranta nella stagione appena conclusa.

Gli ultimi due tornei del 2019 li ha giocati con una nuova coach nel suo angolo, Marion Bartoli: ha raggiunto la finale a Linz e la vittoria in Lussemburgo. Segno che per il suo rendimento contano molto le motivazioni, l’applicazione e l’equilibrio mentale. Rimane comunque una tennista che è spesso andata incontro ad alti e bassi e quindi certezze sul suo rendimento è difficile averne, ma al numero 45 mi sembra sottostimata.

Garbiñe Muguruza
classifica 23 dicembre: n°36
Muguruza è stata una delle mie “scommesse” perse nell’articolo dello scorso anno, visto che ritenevo inadeguato il numero 18 con cui aveva finito il 2018. Invece ha perso altre 18 posizioni. Per me è incredibile che una due volte campionessa Slam (oltre che finalista a Wimbledon 2015), una giocatrice che è in parità nei confronti diretti con Serena Williams (3-3), sia uscita dalle prime 30 del mondo a 26 anni (è nata nell’ottobre 1993).

 

In luglio ha lasciato dopo quattro anni lo storico coach Sam Sumyk ed è tornata con Conchita Martinez, che era al suo angolo in occasione del successo a Wimbledon 2017. Credo che Martinez avrà soprattutto due obiettivi: sistemare l’esecuzione del dritto, che con il passare del tempo si è involuto, e aiutare Garbiñe a recuperare fiducia in se stessa. Se raggiungerà questi due traguardi, sono ancora profondamente, testardamente, convinto che Muguruza possa tornare ai piani alti del ranking.

Amanda Anisimova
classifica 23 dicembre: n°24
La seconda parte di stagione 2019 di Anisimova è stata segnata dalla morte del padre, avvenuta alla vigilia dello US Open. Il padre di Amanda era anche il suo coach e quindi per lei è stata una perdita doppia: negli affetti e nelle prospettive professionali.

Dopo l’inevitabile forfait all’ultimo Slam, Amanda ha dovuto riorganizzare la carriera, e ha trovato come coach una figura con trascorsi importantissimi: l’ex tecnico di Justine Henin e Li Na Carlos Rodriguez. Un allenatore noto per la sua grande competenza, meticolosità, ma anche famoso per essere particolarmente esigente. Li Na, per esempio, aveva raccontato di allenamenti durissimi per la parte atletica.

Anisimova è una teenager reduce da un periodo complicato che sta andando incontro a cambiamenti profondi. D’altra parte il suo potenziale è enorme, e le prove di talento che ha dato sono inequivocabili. Come andranno le cose? Di sicuro considero la collaborazione tra Anisimova e Rodriguez uno dei temi più interessanti di tutta la stagione 2020, e quindi non vedo l’ora di scoprire fino a che punto funzionerà la loro unione tecnica.

Aryna Sabalenka
classifica 23 dicembre: n°11
Sabalenka ha vissuto un 2019 anomalo: ha cominciato vincendo il primo torneo dell’anno a Shenzhen, e questo l’ha ulteriormente elevata tra le favorite dell’Australian Open. Ma poi a Melbourne è stata seccamente sconfitta al terzo turno da Anisimova (6-3, 6-2), ed è andata incontro a un lungo periodo di eclissi. È tornata a vedere la luce alla fine di settembre, quando il circuito si è spostato in Cina, e ha confermato il titolo vinto nel Premier 5 di Wuhan.

Alla fine, rispetto alle aspettative che aveva suscitato, il suo bilancio stagionale non è stato straordinario. Rimane il fatto che è una giocatrice ancora molto giovane (è nata il 5 maggio 1998), di grande potenziale. Per questo penso che nessun traguardo le sia precluso e, come avevo già fatto nel 2019, continuo a puntare su di lei.

Diane Parry (Wimbledon junior 2019)

Queste sono le “scommesse” per la stagione 2020. Prima di chiudere voglio però dedicare spazio non a una previsione, ma a un augurio. Lo scorso anno, nelle rispettive categorie, si sono affermate due giocatrici particolari: Karolina Muchova e Diane Parry. Muchova (che è nata nel 1996) è passata dalla posizione 145 alla 21 del ranking WTA. Parry (nata nel 2002) è diventata numero 1 delle classifiche Junior.

Sono lontane per età e classifica, ma quando penso a loro provo lo stesso sentimento: un misto di gratitudine e di timore. Gratitudine per il tipo di tennis che offrono: estremamente vario, rischioso, spumeggiante, che a volte non resiste alla tentazione del colpo spettacolare, concepito per il piacere del pubblico.

Timore perché quando le seguo penso sempre che il gioco che hanno deciso di adottare è così difficile che da un momento all’altro potrebbe perdere quegli equilibri che sono alla base dei recenti risultati.

Per entrambe l’anno che verrà sarà fondamentale. Per Muchova sarebbe importante riuscire a esprimersi in continuità con il suo fantastico 2019. Ma il suo tennis è molto complesso e sarei già felice se fosse in grado di proporlo in alcuni tornei, rimanendo in Top 30 a fine stagione. Se invece fosse addirittura in grado di migliorare, beh, allora significa che nel 2020 sarà tre volte Natale.

Per Parry naturalmente i traguardi sono diversi. Arriva il momento di misurarsi con più regolarità nel circuito delle adulte, con l’obiettivo di reggere il confronto a livello ITF; e poi, si spera, anche a livello WTA. Diane parte dalla posizione 331 della classifica e a lei non si chiedono risultati eclatanti: solo di continuare a progredire e lasciare aperta la speranza a noi spettatori che un giorno possa essere protagonista anche tra le professioniste, come è accaduto a Muchova. Non sarà facile.

Visto che Carla Suarez Navarro ha deciso di ritirarsi alla fine del 2020, chissà che non sia proprio Diane Parry la giovane in grado di tenere viva ad alto livello l’eredità del rovescio a una mano. (Il video che segue è di inizio 2019):

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Ons Jabeur, Top 10 del tutto speciale

I risultati raggiunti nelle ultime stagioni dalla giocatrice tunisina non hanno precedenti nella storia del tennis femminile

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Ons Jabeur - Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

In questo mese di ottobre Ons Jabeur ha conquistato un risultato storico, senza precedenti nel tennis femminile: per la prima volta una giocatrice proveniente da un paese arabo è entrata in Top 10. Il traguardo, ufficiosamente ottenuto dopo la vittoria ottenuta su Anett Kontaveit a Indian Wells, è stato certificato da WTA lunedì 18 ottobre.

Jabeur, tunisina, è salita dal numero 14 al numero 8, posizione confermata nel ranking di questa settimana. Penso sia giusto considerare come storico questo risultato non solo perché non ha precedenti, ma perché una tale affermazione potrebbe rappresentare un punto di riferimento per altre atlete provenienti da un ambito geografico e culturale che sino a oggi non era mai stato protagonista ad alti livelli nel tennis.

Convenzionalmente parlare di “paese arabo” significa riferirsi a una ventina di stati situati fra Africa e Asia. In pratica, la fascia di nazioni nord-africane principalmente affacciate sul Mediterraneo e sul Mar Rosso, più quelle collocate, in Asia, tra penisola Arabica e vicino Oriente.

 

Africa e Asia. L’Asia ha già avuto tenniste di successo, e lo stesso vale anche per l’Africa. Per l’Africa però, in gran parte limitate al Sudafrica. Per esempio Amanda Coetzer, nata nel 1971 e capace di spingersi sino alla posizione numero 3 nel 1997. O più di recente Chanelle Scheepers, nata nel 1984 e con un best ranking da numero 37 nel 2011.

Ma giocatrici come Coetzer e Scheepers hanno una formazione e una provenienza lontanissime dal mondo arabo e nordafricano. Stesso continente, ma contesti troppo diversi: non potevano certo essere nella condizione di fare da traino per il tennis in nord-Africa. Ecco dunque che la carriera di Jabeur rappresenta un nuovo punto di riferimento significativo sotto diversi aspetti.

Innanzitutto sul piano culturale. Jabeur potrebbe diventare una figura importante in paesi nei quali lo sport al femminile fatica a trovare spazi comparabili a quelli maschili. E visto che un riconoscimento nello sport rappresenta anche un riconoscimento in senso più esteso sul piano sociale, si capisce che Ons potrebbe assumere un ruolo da non trascurare per moltissime giovani donne. Ricordo che quando si parla di mondo arabo ci si riferisce a quasi mezzo miliardo di persone (per di più con l’età media molto più bassa rispetto all’Europa). Di questo ruolo Jabeur è consapevole: “A volte quando giochiamo in Fed Cup vengono a trovarci alcune squadre africane. È davvero stimolante per me. Quando qualcuno mi dice che lo sto ispirando, mi dà più motivazione per allenarmi ed essere un esempio. Spero che potremo vedere più giocatori dall’Africa nel Tour”.

Ma anche sul piano del mercato sportivo l’impatto di Jabeur potrebbe assumere un certo peso. Di sicuro ai piani alti della WTA non sono dispiaciuti di avere trovato una giocatrice come lei, perché il mondo arabo è composto da nazioni con un reddito pro capite molto basso, ma anche da nazioni molto ricche. Già oggi vengono organizzati due tornei economicamente rilevanti a Doha e Dubai, e non è detto che in futuro una espansione di praticanti nei paesi arabi non possa far crescere il numero di eventi in calendario. Potrebbe trattarsi di qualcosa di simile a quanto accaduto alla Cina dopo il boom della generazione guidata da Li Na. E anche se oggi la pandemia ha fermato lo swing asiatico, l’apporto cinese rimane fondamentale per gli equilibri economici del circuito femminile.

Infine, visto che parliamo di Ons Jabeur e di tennis, ad essere contenti dei suoi successi penso siano anche i tanti appassionati sparsi per il mondo, di qualsiasi nazione e cultura, che semplicemente amano il gioco vario e creativo. Perché Jabeur non è speciale soltanto in quanto “tennista araba”, ma anche in quanto giocatrice di talento. Non solo: quando affronta i match, appare evidente che non ha la vittoria come scopo eslcusivo da raggiungere. Oltre al successo, quando scende in campo c’è anche la volontà di conquistare il favore del pubblico. A Jabeur, infatti, piace sorprendere gli spettatori attraverso prodezze inattese, e la ricerca del colpo spettacolare è parte stessa del suo DNA di tennista. “In campo sin da bambina mi piacevano i colpi divertenti e folli, mi piacevano le soluzioni originali. Riflettono la mia personalità.

E così, a 27 anni compiuti, Jabeur ha finalmente conquistato uno degli obiettivi che sin da ragazzina pensava di poter raggiungere. Ha scritto di recente per Behind the RacquetHo attraversato momenti difficili, mi sono chiesta se lasciare il tennis e tornare a scuola. Ma alla fine continuavo a tornare alla mia idea di ragazzina: diventare la numero 1 al mondo, vincere uno Slam. Non posso fare a meno di sognare in grande. Entrare fra le prime cento non era sufficiente per me, non mi avrebbe mai accontentato”.

Ora sembra che nessun traguardo le sia precluso, ma per arrivare a questo punto c’è voluto parecchio tempo. Dato che Jabeur è nata il 28 agosto 1994, non si può dire sia stata una giocatrice dalla maturazione rapida. Come mai? Penso che le ragioni siano legate in parte alle sue specificità fisico-tecniche, ma probabilmente anche la sua provenienza ha, almeno in parte, avuto un ruolo. Vediamo come.

a pagina 2: Gli inizi e i primi anni in WTA

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Paula Badosa, crisi e successo

La vincitrice del torneo di Indian Wells 2021 prima di affermarsi ad alti livelli ha vissuto lunghe stagioni piene di difficoltà

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Paula Badosa - WTA Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Per come era stato organizzato il calendario WTA di quest’anno, era chiaro che il torneo di Indian Wells avrebbe rappresentato un passaggio cruciale della stagione. E infatti i molti punti assegnati alla vincitrice, ma anche alle altre tenniste capaci di arrivare in fondo, hanno cominciato a delineare in modo più chiaro la Race, cioè la classifica che determinerà le otto protagoniste che avranno il diritto di disputare le Finals 2021.

Non tutto, naturalmente, è definitivo, ma al momento la vittoria di Paula Badosa a Indian Wells ha permesso alla Spagna di avere due giocatrici fra le otto possibili “elette”. Garbiñe Muguruza infatti è settima nella Race con 3150 punti, Badosa la segue a 3112. Nona è Ons Jabeur con 3020 punti, mentre la decima, Naomi Osaka, è già più staccata, con 2771 punti. E dato che è molto incerta la partecipazione della numero 1 Barty alle Finals previste a Guadalajara, non è improbabile che sia Muguruza che Badosa possano scendere in campo in Messico.

Forse non è molto noto, eppure, oltre alla nazionalità, Muguruza e Badosa hanno altri punti in comune, specie per quanto riguarda la loro formazione e i primi passi compiuti in WTA.

 

Torniamo indietro di qualche anno, al marzo del 2012. Sta per cominciare il torneo di Miami, e la IMG, società che fra le proprie attività ha la gestione del Miami Open, decide di assegnare una wild card a una giovane spagnola semisconosciuta: Garbiñe Muguruza, classificata fuori dalle prime duecento del mondo. La scelta è determinata dal fatto che la giocatrice in questione ha un contratto con la stessa IMG, che la ritiene una grande promessa.

Sorprende la decisione di assegnarle la possibilità di entrare addirittura nel tabellone principale, dato che Garbiñe non ha praticamente esperienza di match a livello WTA. Eppure la giovanissima Muguruza si dimostra all’altezza: sconfigge nell’ordine Morita, Pennetta e Zvonareva, prima di fermarsi al quarto turno contro Radwanska (che poi avrebbe vinto il torneo).

Ci si chiede chi sia questa diciottenne e si scopre che è una spagnola sui generis, perché è nata in America (a Caracas) e ancora non ha deciso in via definitiva se gareggiare per la Spagna o per la nazione di origine, il Venezuela. Alla fine Muguruza sceglie di rimanere spagnola, e il resto della sua carriera è ormai entrato nei libri di storia del tennis.

Spostiamoci in avanti di tre anni esatti, al marzo 2015. Di nuovo Miami Open, e di nuovo IMG decide di assegnare una wild card a una spagnola semisconosciuta: Paula Badosa, anche lei promessa sotto contratto con la agenzia. E la 17enna Badosa non sfigura: pur senza esperienza a livello WTA, da numero 419 del ranking, raggiunge il terzo turno. Sconfigge Petra Cetkovska e Zheng Saisai prima di fermarsi contro Karolina Pliskova.

Così come Muguruza, anche Badosa è nata in America (a New York, figlia di due genitori impiegati nella moda, prima come modelli e poi come fotografi) e per questo è ugualmente contesa tra due federazioni. Dopo la prestazione in Florida, infatti, si fa avanti la USTA per farla gareggiare sotto la bandiera a stelle e strisce. Ma anche Paula decide di rimanere spagnola, anche perché da parecchi anni si allena tra Valencia e Barcellona, e gli USA rimangono un ricordo legato solo alla prima infanzia.

Ecco, fino a qualche mese fa, il parallelismo tra Muguruza e Badosa si fermava ai loro esordi professionistici, perché poi lo sviluppo delle loro carriere sembrava dovesse percorrere strade molto differenti; da una parte il successo di Garbiñe, dall’altra la delusione di Paula, che dopo l’avvio sorprendente sembrava essersi persa tra infortuni e insicurezze.

Incapace di tenere fede alle grandi speranze suscitate da teenager: Badosa non sarebbe stata certo la prima giovanissima di talento schiacciata dalle aspettative. Normalmente ci si ricorda di chi ha sfondato, ed è quasi fisiologico dimenticarsi di chi non è riuscita ad arrivare in cima alla piramide del successo. Ma non si tratta di casi sporadici.

Ricordate per esempio Bojana Jovanovski? Cito lei perché anche Bojana aveva firmato un contratto con IMG, ed era considerata una della maggiori promesse in WTA. Nata il 31 dicembre 1991 (un giorno dopo Camila Giorgi), capace di entrare fra le prime cento a 18 anni, aveva vinto fra il 2012 e il 2013 i tornei di Baku e Tashkent. Ma poi dal 2014 (anno del suo best ranking: numero 32), ha cominciato un declino precoce che l’ha portata a disputare il suo ultimo match nel 2018. Ritirata a nemmeno 27 anni.

Insomma, essere una promessa, ed essere individuata da IMG come una potenziale stella, non è per forza garanzia di successo ad alti livelli. E sino a qualche tempo fa anche Badosa sembrava confermarlo: prima di arrivare a vincere un torneo importante come Indian Wells, Paula ha attraversato lunghe stagioni piene di problemi e difficoltà.

a pagina 2: Il lungo periodo di crisi

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Grande Slam 2021, la classifica femminile

Chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei quattro tornei più importanti dell’anno? Un bilancio di fine stagione più una analisi sugli Slam di Serena Williams in occasione dei suoi 40 anni

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, basata esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Ho deciso di farlo perché, ancora più che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.

Tanto è vero che oggi, quasi in automatico, per misurare il valore di una tennista gli appassionati cominciano sempre valutando cosa ha saputo fare negli Slam: vittorie, finali, continuità nei “piazzamenti”, sono il riferimento che alla fine determina la categoria di chi viene analizzata.

Ma sappiamo che non è sempre stato così. In altre epoche i più forti tennisti, per esempio, hanno rinunciato a giocare l’Australian Open perché la trasferta presentava disagi logistici e il montepremi non era sufficientemente appetibile.

 

Ma ci sono state altre rinunce che oggi ci appaiono inconcepibili. Prendiamo il caso di Chris Evert, che negli anni ‘70 era di gran lunga la più forte giocatrice sulla terra rossa. Evert ha saltato alcuni Roland Garros perché impegnata in altri eventi organizzati negli USA. Parliamo di una giocatrice capace di vincere 125 partite consecutive sulla terra, dall’agosto 1973 al maggio 1979. Nemmeno Nadal è mai riuscito a dominare così tanto. Eppure Chris non ha disputato i Roland Garros del 1976, 1977, 1978, oltre che i sei Australian Open dal 1975 al 1980. Detto tra parentesi: quando si fanno i calcoli degli Slam vinti da Serena Williams o da Steffi Graf, spesso si dimentica quanto avrebbero potuto vincere tenniste come Evert o Navratilova se le priorità della loro epoca fossero state simili a quelle odierne.

Oggi le cose sono cambiate: gli Slam sono il fulcro del calendario di ogni tennista di vertice. Per questo possiamo dire senza alcun dubbio che Serena Williams continua a giocare con l’unico scopo di provare a vincere nuovi Slam, mentre utilizza come impegni di preparazione gli altri tornei del circuito, o non li affronta proprio.

Ecco le ragioni di una classifica basata esclusivamente sui quattro Major. Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo i valori stabiliti da WTA. Questa è la ripartizione dei punti prevista:

2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

Veniamo dunque alla Classifica Slam del 2021. Classifica sino alla posizione numero 32, con in più le tre giocatrici che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale, ma che sono rimate staccate nei Major:

Un piccolo chiarimento per evitare equivoci. In questa tabella nelle prime tre colonne ci sono diverse graduatorie. La prima a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam. La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA (stabilito il 4 ottobre 2021). La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. Tenendo presenti questi numeri, si possono sviluppare alcuni ragionamenti di un certo interesse.

a pagina 2: Il livellamento al vertice. Delusioni e sorprese

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