Scusaci Roger: ci siamo presi un altro pezzo di te

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Scusaci Roger: ci siamo presi un altro pezzo di te

Una lettera a Roger Federer, costretto al riposo, e costretto al ritorno

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Roger Federer - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

Roger Federer, da molto tempo non sei più tuo. Il fatto non è una notizia. Questo è quello che accade a tanti, forse a tutti i personaggi pubblici. Questo è quello che ti è accaduto più che ad altri. Le cose vanno più o meno così.

In genere cominci col dare la tua riservatezza, la tua privacy. Così, perdi il primo pezzo di te. Non puoi più nasconderti, non puoi più fare finta di nulla. Non puoi innamorarti in silenzio, o piangere qualcuno, da solo o con chi ami. C’è un mondo di aspiranti vip che inondano i social di loro stessi. Per te Instagram è compreso nel prezzo, anche se non sai accendere un computer. Puoi tentare di metterti la parrucca in pubblico, come fece Boris Becker tanti anni fa, ma ti scoveranno. La tua intimità è andata, e da svizzero che sei nato ti ritrovi napoletano.

In seguito passi a dare la tua immagine. La abbandoni di colpo e lasci che la triturino in un caleidoscopio di triangoli colorati. Frammentata, essa appare dove meno te l’aspetti. La tua faccia è ovunque. Il tuo nome è ovunque. Dai la tua immagine a un paio di scarpe, a una racchetta in grafite. La dai a un istituto di credito svizzero, con polemiche, e a una marca di pasta italiana (con un pizzico, per noi, di orgoglio patrio). Diventi associato a quelle cose: ne eri nato libero ed ora la tua immagine è loro. Non eri obbligato a farlo, a fine mese ci arrivavi lo stesso. Ma non è mai esistito chi non lo facesse.

In compenso la dai anche a milioni di ragazzi che nelle scuole tennis di ogni latitudine provano a servire imitando il tuo movimento, o giocano il dritto nella speranza che il ciuffo gli rimbalzi sulla fronte. Non ci riescono, per carità, ma se riescono in qualcosa che ti assomiglia gridano “Roger”, e conoscono il primo brivido lungo la schiena. La tua immagine è con loro quando giocano a tennis, quando si distraggono a scuola, quando si chiudono nella loro stanza e non gli serve un videogioco o il poster appeso sul letto per averti. Basta l’aria in cui ti sanno materializzare. Potremmo quasi dire che ti prendono l’anima, se un bambino già sapesse come si fa.

Poi sono venute anche altre cose, che meno t’aspetti e che ci siamo presi forse senza il tuo permesso. Ci siamo presi le tue lacrime. A Parigi, a Londra. In Australia le abbiamo avute di entrambi i gusti, annate 2006 e 2009. Nessuno ha saputo imbottigliarle e farne elisir. Sono cadute sulla giacca di Rod Laver, sulla tuta di Rafael Nadal, si sono mischiate alla pioggia ed alla terra di Porte d’Auteuil mentre a Londra hanno bagnato i fili d’erba davanti alla sedia del cambio. Quanti di noi hanno pianto davanti a milioni di persone? Quanti di noi accetterebbero di farlo?

E poi ci siamo presi anche cose da poco, semplici souvenir. Qualche tua idea su cose di cui non avresti voluto parlare: politica, ambiente, psicoanalisi. Ti abbiamo chiesto le tue idee su Freud (caro Scriba…), e sulle cose che non sai, hai imparato a rispondere sul filo del sottile equilibrio tra il “come volete voi” e “come non voglio io”. Qualcuno, nel suo piccolo, si è rubato un frammento della tua voce dopo averti fatto una domanda in una conferenza stampa. L’ha registrata così com’era, incollata alla propria che poneva la domanda. L’ha risentita una volta sola per capire se era venuta registrata e l’ha conservata in una scatola di bottoni.

E quando ci siamo stancati delle cose immateriali, di quelle che non possiamo toccare, siamo diventati più morbosi e abbiamo cominciato a reclamare pezzi del tuo corpo. Ci siamo presi la tua mononucleosi nel 2008, breve ma intensa. La schiena l’abbiamo avuta in dosi costanti e cadenzate nel tempo. Dal 2008 ad oggi, in pratica un leasing, riapparso ad appagarci persino nel fortunato Wimbledon del 2012, quello in cui giocasti con la maglia della salute sotto la divisa bianca della Nike.

Ti abbiamo voluto in campo ad ogni costo. Ti abbiamo abbindolato con lodi per il giocatore che non si è mai ritirato a partita in corso, convincendoti a consumarti per noi. Ti abbiamo sfruttato anche un mese fa, per quattro ore contro Sandgren, mentre ti tirava l’inguine, e per altre due ore contro Djokovic, già consapevoli che non avresti potuto vincere. Ora ci siamo presi un ginocchio. Quello di quattro anni fa ci aveva già soddisfatti e mentre ne consumavamo le cartilagini già pensavamo alla tua generosità. Ci hai poi raccontato una incredibile storia di nemesi e ritorni, regalandoci in dono il più rivisto quinto set della storia del tennis.

Ce ne porgi un altro adesso, di ginocchio. Immolato ancora non sappiamo su quale altare: forse su quello delle troppe esibizioni, su quello di Città del Capo, sgranocchiato da 52.000 sudafricani, cannibali come nei racconti di Livingstone. Forse su quello di una folle rincorsa verso un altro Wimbledon, o meglio verso una fuga da Nadal e Djokovic che ti braccano, che alitano sul collo della preda e la costringono a correre senza più nessuna cautela. Ci siamo presi un ginocchio perché dobbiamo vivere l’attesa del tuo ritorno. È nostro ostaggio: lo vuoi indietro? Stupiscici. Perché il tennis è uguale da dieci anni e abbiamo bisogno di storie che ci emozionino. Per questo prenotiamo i posti in prima fila per il tuo ennesimo ritorno. Wimbledon 2020 come l’Australia del 2017. Senza pensare che a te quel giorno potrà far male un braccio o un cuore. “Facce ride!” Roger, anche se sei triste.

A questo sadismo tennistico non c’è nessuna complessa spiegazione. Questo desiderio di avere in campo, ancora a 38 anni, una persona che ha tutto il diritto ma nessuna voglia di mollare, è solo amore e desiderio. Perché ti vogliamo. Siamo come quegli uomini che maltrattano le loro donne e dicono di farlo per amore. Se è allora così, non è né amore, né ammirazione. Ci stiamo confondendo anche noi. Quando ci esaltiamo per una volée e gridiamo anche noi il tuo nome, non facciamo altro che gridare il nostro. Pezzo dopo pezzo ti abbiamo preso per intero, tu e le tue vittorie. Servi a noi che non sappiamo vincere nulla di quel che vogliamo.

Allora, in cambio, io vorrei restituirti almeno qualcosa, seppur in piccola parte. Restituirti un po’ di tempo per scegliere. Perché alla fine ci siamo presi anche quello. Non che le cose ti siano andate malaccio in questi venti anni, per carità. Ma i tuoi anni sono stati anche fagocitati da giornali che senza di te venderebbero la metà delle copie, o sminuiti da donne centenarie che ti chiedono di continuare a giocare, che 38 anni per loro che saranno mai? Un finger-food. Diceva Enzo Ferrari che un pilota perde un secondo a ogni figlio che gli nasce. Certo si parlava di un secondo al giro, non è paragonabile. Ma io ad esempio, che di secondi ne dovrei perdere soltanto uno, so che fuori dalla pista quel secondo si dilata oltre ogni ragionevole tempo ed ogni oltre impegno. Oltre quello che sei. Tu hai quattro figli, ma sembra che tu non abbia diritto a nessuno di quei quattro secondi.

Te li offro adesso io e con me tutti quelli che ti augurano che il tuo ginocchio stia presto bene, senza che a questo debba per forza seguire l’impossibile. Te li offriamo nell’unica maniera che possiamo fare. Contali con noi, respirando ad ogni cifra. Uno. Due. Tre. E quattro. In quattro secondi si può dire qualsiasi cosa che sia importante: ti lascio, sei padre, ti aspetto, ritorno. E se si vuole, si può anche dire addio.

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Soderling dietro la racchetta: “Il tennis offusca la percezione della realtà”

Il palcoscenico e una carriera sempre in rampa di lancio, poi la malattia e la necessità di ritrovare una dimensione reale. “L’agonismo è una minima parte delle nostre vite. Tutto è vago, tutto sembra enorme”

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Si ride e si scherza ma il tempo che Robin Soderling ha già passato lontano dal circuito professionistico avvicina pericolosamente i dieci anni. Concluse a casa, a Bastad, peraltro sollevando un trofeo anche se il dato potrebbe sembrare secondario, e in effetti lo è. Quando si pensa all’ultimo grande giocatore prodotto dalla storica scuola svedese, la cui crisi è stata forse infine resa reversibile dai discreti risultati prodotti nell’ultimo anno dai fratelli Ymer, si tende un po’ a dimenticare che quando Soderling ha appeso la racchetta al chiodo le sue primavere erano solo ventisette.

Ospite di turno nel salotto di Noah Rubin, l’ex numero quattro delle classifiche mondiali conferma la percezione distorta della vita che la prolungata frequentazione del palcoscenico può provocare nei campioni e in coloro che li ammirano. “Tutto è vago, tutto sembra enorme,” ha voluto sottolineare il povero Robin sul taccuino digitale di Behind the Racquet, “gli atleti famosi incarnano ciclicamente l’emblema degli esseri immortali destinati a giocare per sempre, invece dura poco. Ho smesso da quasi dieci anni e sembra passata una vita. Ma fa ancora più impressione il fatto che ho mollato tutto a ventisette anni: per l’agonismo non sei lontanissimo dall’imboccare la via del tramonto, ma per la vita reale sei un ragazzino obbligato a pensare al futuro senza tennis, ed è giusto che sia così“.

Il suo percorso si è interrotto sul più bello, come si dice, ma aveva iniziato a essere accidentato molto prima che il ragazzo si decidesse ad alzare bandiera bianca. “Ho cominciato ad avere i primi problemi nel 2009. Giocavo, mi allenavo e facevo una fatica tremenda a recuperare. Mi sentivo stanco, spossato e anche spaesato, perché non mi era mai capitato prima“. Fu a quel punto che iniziò il tour dei medici e delle cliniche specializzate. “Ho fatto centinaia di esami che restituivano immancabilmente esiti rassicuranti, i medici dicevano che era tutto a posto ma nell’intimo sapevo che qualcosa non andava. Alla fine la verità venne a galla: il mio sistema immunitario non funzionava a dovere e questo grave problema, unito al sovrallenamento al quale mi sottoponevo per tentare di uscire dal tunnel, ha sconfitto ogni resistenza del mio corpo. Quando ho scoperto di avere la mononucleosi tutto è andato definitivamente a rotoli“.

 
https://www.instagram.com/behindtheracquet/?hl=it

Non che Robin non le abbia provate tutte, per trovare una quadra con il suo organismo in ribellione. “Staccavo per qualche giorno e mi sentivo meglio, provavo allora ad allenarmi a fondo e tornavo uno straccio. Dopo l’ultimo torneo a Bastad, e almeno tre tentativi di tornare al top andati a vuoto, mi sono detto che non aveva senso continuare“. A volte le porte della vita, per soggetti che non hanno conosciuto altro che l’agonismo, iniziano a girare proprio in questi momenti. “Non subito, però,” ha tenuto a specificare Soderling, “perché le sensazioni sono state alquanto strane. Per i primi sei mesi dopo il ritiro del tennis non mi è interessato nulla, anzi ero sollevato. Solo dopo, quando guardavo dal divano giocare avversari che pochissimo tempo prima sfidavo e battevo, sono tornato a provare il desiderio di tornare in campo“.

Il treno, tuttavia, aveva lasciato la stazione da un po’: “Ho impiegato cinque anni a liberarmi di ogni sintomo connesso alla mononucleosi, e a quel punto era tardi per tornare a giocare seriamente. Mi sono guardato allo specchio e mi sono detto che ero stato uno stupido, che avevo pensato troppo al tennis, che non ero mai stato capace di staccare la spina tra un torneo e l’altro. Che avrei dovuto studiare qualcosa passati i vent’anni, perché la carriera dura molto meno di quanto ci si aspetti e occorre avere altre competenze, altre conoscenze, una cultura più vasta. Anche perché distogliere l’attenzione dal lavoro, nel tennis come in ogni altro campo, aiuta a sentire meno la pressione“.

Consuntivi a parte, comunque sintomatici di un essere pensante di un certo spessore, occorre dire che fintanto che è durata, la carriera di Robin ha toccato livelli piuttosto alti. In un particolare frangente, siamo costretti a dire, quello che tutti conoscono e nessuno perde occasione di ricordargli: “La vittoria contro Nadal a Parigi nel 2009 resta un grande risultato, il più famoso. Ci ho messo diverso tempo a realizzare, a mettere le cose nella giusta prospettiva. Dopo la stretta di mano mi sembrava di aver vinto la finale, considerato l’incredibile caos generato da quel match, invece erano solo ottavi. È stato difficile tenere i piedi per terra: quando sono tornato negli spogliatoi ho trovato circa trecentocinquanta messaggi sul telefono, ma mi sono dovuto imporre una certa calma. Non volevo essere ricordato come il tizio che ha battuto per la prima volta Nadal al Roland Garros e ha perso la partita successiva“.

Come si diceva, molto sta nell’osservare i fatti dalla giusta angolazione. “In tantissimi si sono complimentati per quell’incontro, in parecchi lo fanno ancora oggi. Ma il clamore seguito a quella vittoria è solo merito di Nadal: non nascerà mai più un tennista capace di vincere per dodici volte lo stesso torneo dello Slam“.

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Bonus di 600 euro per i collaboratori sportivi: istruzioni per l’uso

Dalle 14 sul sito di Sport e Salute al via le prenotazioni. Priorità a chi nel 2019 ha guadagnato fino a 10mila euro, una soglia ritenuta troppo bassa da molti addetti ai lavori

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Dalle 14 di questo pomeriggio (martedì 7 aprile), come previsto dall’ultimo decreto ministeriale, sarà possibile avviare sul sito di Sport e Salute la pratica per l’ottenimento del bonus da 600 euro destinato ai collaboratori sportivi. Quella categoria per la quale il decreto “Cura Italia” dello scorso 17 marzo ha previsto uno stanziamento di 50 milioni. La misura riguarderà circa 83mila posizioni, su una platea molto più vasta stimata (a vario titolo) tra le 350mila e le 500mila unità e mai censita nel dettaglio nella sua fluidità. La priorità andrà a chi nel 2019 ha percepito compensi inferiori ai 10mila euro – soglia esente da tassazione – e non ha altre fonti di reddito (pensione compresa), andando quindi a escludere i tanti che hanno guadagnato anche poco di più. Le dichiarazioni di malcontento non sono mancate. Il governo ha comunque lasciato intendere come l’obiettivo sia arrivare a una copertura di 150 milioni nel decreto economico previsto in questo mese di aprile. Nelle prossime 48 ore, il ministro Spadafora incontrerà in videochat anche il numero uno della Federtennis Angelo Binaghi nell’ambito dei colloqui previsti con le singole federazioni per affrontare le tematiche della crisi.

MODALITÀ – La FIT, come le altre federazioni, ha pubblicato nel dettaglio la procedura che qui proviamo a sintetizzare. È necessario inviare un sms con il proprio codice fiscale al numero che sarà disponibile da martedì 7 aprile su www.sportesalute.eu. Si riceverà un codice di prenotazione e l’indicazione del giorno e della fascia oraria in cui sarà possibile compilare la domanda sulla piattaforma. Dopo l’accreditamento (servono un indirizzo mail valido, il codice fiscale e il codice di prenotazione ricevuto in risposta all’sms), sarà possibile accedere alla piattaforma, compilare la domanda, allegare i documenti e procedere con l’invio. I 600 euro saranno accreditati entro 30 giorni dalla presentazione delle domande, sul conto corrente indicato.

PREPARAZIONE – Viene precisato come, al momento, l’erogazione procederà “sino a concorrenza del fondo di 50 milioni di euro”. Per gli aventi diritto – che non si sa, a oggi, quanti possano essere – conviene quindi procedere quanto prima con la prenotazione via sms, visto che si terrà conto dell’ordine cronologico. In tal senso, viene formalmente suggerito di predisporre sul proprio pc o tablet tutta la documentazione “in attesa della pubblicazione della piattaforma”. Farsi trovare pronti, in sostanza, con gli accorgimenti che riportiamo qui di seguito.

 
  • caricare sul computer, tablet o telefono il pdf dei documenti che andranno allegati (documento identità, contratto di collaborazione o lettera di incarico o prova dell’avvenuto pagamento della mensilità febbraio 2020);
  • avere a disposizione i dati essenziali, tra cui: codice fiscale, recapiti di posta elettronica e telefonici, residenza e IBAN per l’accredito della somma;
  • disporre dei dati relativi alla collaborazione sportiva, tra cui: nominativo delle parti contraenti, decorrenza, durata, compenso e tipologia della prestazione;
  • conoscere l’ammontare complessivo dei compensi sportivi ricevuti nel periodo d’imposta 2019;
  • accertarsi che il rapporto di collaborazione per cui si intende presentare la domanda di indennità rientri, ai sensi dell’art. 2 del Decreto Ministeriale, nell’ambito di cui all’art. 67, comma 1, lettera m), del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 e che sia presso Federazioni Sportive Nazionali, Enti di Promozione Sportiva, Discipline Sportive Associate, oppure presso Società e Associazioni Sportive Dilettantistiche;
  • verificare che sussistano tutti gli altri requisiti di legge richiesti (esempio: non avere diritto a percepire altro reddito da lavoro per il mese di marzo 2020, non essere pensionato, non essere co.co.co iscritto alla gestione separata INPS, non essere percettore del Reddito di Cittadinanza, etc.);
  • disporre del codice fiscale o della Partita Iva della Associazione/Società/Organismo Sportivo per cui si presta la collaborazione;
  • verificare, se si collabora con un’Associazione o una Società Sportiva Dilettantistica, che sia iscritta al Registro del CONI;
  • verificare, se si collabora con una Federazione Sportiva Nazionale, una Disciplina Sportiva Associata o un Ente di Promozione Sportiva, che sia riconosciuto dal CONI.

In attesa che la piattaforma sia on line, ulteriori informazioni possono essere richieste all’indirizzo mail curaitalia@sportesalute.eu e iscrivendosi al canale Telegram https://t.me/SporteSalute.

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Wimbledon: thanks for the memories

Quest’anno a Church Road non si giocherà. Ripercorriamo la storia del torneo che tornerà nel 2021

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Andy Murray - Wimbledon 2016 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Qui l’articolo originale di Bill Simons

Per quanto riguarda il 2020 Wimbledon non si farà, ma come parte dell’elaborazione del ‘lutto’, ripercorriamo alcuni dei più alti – ma anche alcuni dei meno pregevoli – momenti che questo grande appuntamento annuale ci ha dato.

Miglior giocatore: Roger Federer, otto titoli.

Miglior giocatrice: Martina Navratilova, nove titoli.

Stella più splendente nel Royal Box: Lady D.

Momento più regale: la Regina Elisabetta consegna a Virginia Wade il trofeo nel 1977. La Regina tornerà a presenziare solo nel 2010.

Cartello preferito: “Pensate alla vostra testa” (humor tipicamente inglese per “Please mind your head”).

Meglio l’essenziale: prima del 1975 nessun uomo di colore aveva mai vinto Wimbledon. Connors era dominante in campo e feroce al di fuori di esso. Aveva appena citato in giudizio Ashe. Era il favorito per la vittoria finale. Tuttavia, al Playboy’s Club di Londra, Ashe ed i suoi architettarono una sorta di strategia passiva: colpire di rimessa, non permettere a Jimbo il macho di appoggiarsi ai colpi. Funzionò. Connors, frustrato, chinò la testa. Ashe, trionfante, sollevò il pugno in segno di vittoria.

Il campo che manca di più: Wimbledon rinunciò al suo “cimitero dei campioni”, l’infame Court 2, spedendolo al suo stesso funerale. Prima della sua caduta, tuttavia, molti Golia tennistici furono sconfitti da aspiranti Davide, su questo campo. Nessun campo fu più grande livellatore del Court 2: basta chiedere a Sampras, McEnroe, Serena, Venus, Becker, Agassi o Hingis.

Miglior esplosione: due ragazzi di 17 anni fecero scalpore. Boris Becker diventò il più giovane vincitore maschile nel 1985, e nel 2004 Maria Sharapova affondò Serena per diventare la più giovane vincitrice dell’Era Open.

Le rivalità più accese: Martina Navratilova ebbe un record di 5-4 contro Chris Evert. Serena vinse su Venus 4 volte a 1, sempre Navratilova sconfisse Graf 3 volte senza mai subire uno stop dalla tedesca. Boris Becker ha un record di 3-2 su Stefan Edberg. Roger conduce su Rafa 3-1, mentre Borg e McEnroe si dividono due match della più grande e celebrata rivalità tennistica, eccezion fatta per la “battaglia dei sessi”.

I match migliori: i lampi di genio di Rafa Nadal che vinsero su Roger Federer al tramonto, nel 2008, fecero di quella partita la migliore di sempre. Il miglior match dell’era classica fu la battaglia fra Borg e McEnroe, contrassegnata dal 18-16. McEnroe vinse la battaglia nel tie break del quarto set, ma Borg vinse la guerra e con essa la finale del 1980… e nel caso non fosse sufficiente: altre battaglie che meritano la menzione sono la finale dell’anno scorso fra Djokovic e Federer, l’infinita Isner vs Mahut nel 2010, il passaggio di consegne Federer vs Sampras nel 2001, Budge vs von Cramm nel 1937, Dokic vs Hingis nel 1999, Murray vs Djokovic nel 2013 e Djokovic vs Nadal nel 2018.

Arrivarci vicino, ma non troppo: nel 2009 Andy Roddick affrontava Federer per la quarta volta in una finale Slam. Roddick ebbe set point nel secondo per portarsi avanti di due set, ma fallì una invero non facile volée di rovescio a campo relativamente aperto. Con Sampras in tribuna, Federer vinse 16-14 al quinto per sorpassare il record di 14 Slam di Pistol Pete.

Miglior profeta in patria: nel 2013 Andy Murray divenne il primo britannico in 77 anni a sollevare il trofeo del singolare maschile.

Miglior discorso: nel 2012, l’intervista strappalacrime ad Andy Murray in cui confidò “non sarà facile”. Dopo la sconfitta contro Angie Kerber nel 2018, Serena disse: “A tutte le mamme del mondo, stavo giocando per voi”.

Miglior maratona: il tempo medio per il completamento di una maratona, l’anno scorso, è stato di 4 ore e 30 minuti. Nel 2010, Isner vs Mahut finì col punteggio di 70-68, dopo una durata di 11 ore e cinque minuti.

Match fondamentali: sono stati molti i match chiave nella storia di Wimbledon. La prima vittoria di Borg stava a significare l’arrivo di una nuova generazione di campioni europei. La comparsa delle sorelle Williams un mutamento globale della scena tennistica, e Nadal provò che gli specialisti della terra battuta possono prevalere anche sull’erba. Ma per noi la vittoria di Federer al quarto round su Sampras, nel 2001, annunciava l’arrivo di una nuova era come poche altre fecero.

Migliori sorprese: è acceso il dibattito su quale siano i rovesciamenti più sorprendenti, eccovene alcuni. Stakhovsky su Federer nel 2013, Dokic sulla numero 1 Hingis nel 1999, Querrey su Djokovic nel 2016, Lisiki su Serena nel 2013, Doohan su Becker nel 1987, Flach su Agassi nel 1996, il Dottor Ivo Karlovic su Hewitt nel 2003, Bastl su Sampras nel 2002, Rosol su Nadal nel 2012, Darcis su Nadal nel 2013,Kyrgios su Nadal nel 2014, Brown su Nadal nel 2015.

I migliori a bocca asciutta: tre decadi orsono, Ivan Lendl dominava sul circuito, ma non vinse mai a Wimbledon, due volte venne battuto in finale, e tre volte il suo cammino si interruppe in semifinale. Tim Henman perse quattro volte in semifinale. Altri top player a rimanere al palo furono  Monica Seles, Justine Henin, Kim Clijsters, Tracy Austin, Aranxta Sanchez-Vicario, Li Na, Jennifer Capriati, Mary Pierce, Gabriela Sabatini, Hana Mandlikova, Dinara Safina, Jim Courier, Stan Wawrinka, Mats Vilander, Guillermo Vilas, Guga Kuerten, Ilie Nastase, Ken Rosewall, Patrick Rafter, Marat Safin, Yevgeny Kafelnikov, Marin Cilic, Juan Martin Del Potro, Tomas Berdych, Mark Philippoussis, Milos Raonic e Sergi Bruguera.

I festeggiamenti da ricordare: una raggiante Virginia Wade mentre si inchina di fronte alla Regina. Borg sulle ginocchia. Ashe con il pugno levato alto. Pat Cash urlare verso la tribuna degli invitati, Venus saltare verso il cielo, John Isner mentre si lascia cadere al suolo, Federer in ginocchio col busto all’indietro, Sharapova mentre chiama la madre, Djokovic e Navratilova inchinarsi per strappare un ciuffo d’erba da… masticare, e mille altri distesi sulla propria schiena.

 

Traduzione a cura di Michele Brusadelli

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