Uno contro tutti: lo storico sorpasso di Nadal su Federer nel 2008

Racconti

Uno contro tutti: lo storico sorpasso di Nadal su Federer nel 2008

Dopo quattro anni di assoluto dominio, Nadal spodesta King Roger grazie a una leggendaria finale di Wimbledon. Intanto si affaccia un nuovo campione…

Pubblicato

il

 

La classifica ATP del 31/12/2007 vede Roger Federer in vetta con 7180 punti, contro 5735 di Nadal e i 4470 di Novak Djokovic; quarto, molto staccato, è il russo Davydenko seguito da Ferrer, Roddick, Gonzalez e Gasquet. Quattro settimane più tardi, ovvero il giorno dopo la finale degli Australian Open, la situazione è decisamente cambiata, almeno per quanto riguarda le prime tre posizioni. Il 28 gennaio, infatti, lo svizzero è sempre primo ma adesso il suo distacco nei confronti dello spagnolo è sceso a 650 punti mentre il serbo, che a Melbourne ha battuto proprio il Re in semifinale per poi andarsi a prendere il suo primo Slam replicando in finale contro Tsonga (che nell’altra semifinale aveva sconfitto Nadal), è a poco più di 800 punti dal mancino e inizia a farsi minaccioso.

Nole, però, non ha ancora il fisico per resistere in altura e, nonostante faccia suo anche il 1000 di Indian Wells, è troppo altalenante per insidiare il trono. Dal canto suo, Federer dovrebbe mettere fieno in cascina sul duro per affrontare con più tranquillità la stagione sul rosso e invece a Dubai perde subito con Murray mentre a Indian Wells raccoglie appena cinque giochi in semifinale contro Mardy Fish. Sarà, questo, l’unico successo in carriera contro un numero 1 (a fronte di otto sconfitte) per lo statunitense, che dovrà interrompere la carriera a causa di una aritmia cardiaca non prima di aver raggiunto un best ranking da n.7 e aver giocato, perdendole, quattro finali nei Masters 1000 nonché la finale alle Olimpiadi di Atene 2004, persa al quinto set contro il cileno Nicolas Massu.

A proposito di americani, erano più di sette anni (e 11 incontri) che Federer non perdeva con Andy Roddick, ovvero colui che nel febbraio del 2004 gli aveva ceduto lo scettro. A Miami, nei quarti, il tennista del Nebraska ritorna ad assaporare la gioia della vittoria contro il grande rivale ma nel turno successivo si fermerà al cospetto di Davydenko, poi campione a spese di Nadal. Per cercare di trovare condizione e risultati, Federer intensifica la sua attività sulla terra rossa ma alla quantità non risponde altrettanta qualità e non è certo il successo portoghese a Estoril (dove rischia in semifinale con Gremelmayr e in finale beneficia del ritiro di Davydenko) a cambiare lo stato dei fatti.

A parte il “solito” Nadal, che lo batte nelle finali di Monte Carlo e Amburgo, il passo falso più preoccupante è quello di Roma, dove anche per il volitivo Radek Stepanek arriva il giorno di gloria che dà un senso a un’intera carriera, ovvero battere il primo giocatore del mondo. Il ceco si impone nei quarti aggiudicandosi entrambi i set al tie-break. Salito alla ribalta sul finire del 2004, quando è stato capace di conquistare la finale a Parigi-Bercy partendo dalle qualificazioni, le maggiori soddisfazioni Stepanek se le prenderà in doppio (vincendo due slam in coppia con Paes) e in Davis Cup (due insalatiere consecutive, nel biennio 2012/2013) ma anche in singolare non potrà lamentarsi arrivando a giocare la Masters Cup proprio nel 2008 come sostituto dell’infortunato Roddick.

Il Roland Garros potrebbe rappresentare per Federer il torneo del riscatto e invece, pur conquistando la terza finale consecutiva senza troppi affanni, il divario tra lui e il campione in carica Rafael Nadal si dilata ulteriormente: 6-1 6-3 6-0 per lo spagnolo che festeggia il poker con sobrietà, concentrato com’è sul prossimo futuro. Lasciata la terra, infatti, il maiorchino sull’erba ha meno certezze ma anche lì i suoi progressi sono evidenti e, mentre Federer passeggia ad Halle, Nadal è in Inghilterra a testare i suoi colpi al Queen’s contro avversari di tutto rispetto come Karlovic nei quarti (battuto al termine di tre tie-break), il quattro volte campione del torneo Andy Roddick in semifinale e infine Djokovic nell’atto conclusivo di una settimana che infonde a Rafa tanta fiducia e il primo trofeo “verde” della carriera.

A Wimbledon, però, Federer è campione da cinque anni e vorrebbe superare Bjorn Borg, che si fermò nel 1981 battuto da McEnroe. Lo svizzero accede alla finale senza cedere alcun set e superando ostacoli insidiosi come Hewitt, Ancic e Safin; l’iberico invece soffre con Gulbis al secondo turno e in generale ha un sentiero più facile da percorrere ma il giorno del giudizio fa capire di aver imparato molto dalle sconfitte rimediate nei due anni precedenti e fa sua una finale che si spegne praticamente al buio (a causa delle interruzioni per pioggia) dopo 4 ore e 48 minuti di emozioni: 6-4 6-4 6-7 6-7 9-7 lo score di quello che è un passaggio di consegne ancora simbolico ma che diventerà effettivo di lì a qualche settimana.

Sfrattato dal suo giardino, il numero 1 cerca rilancio nei due 1000 americani ma arrivano altre due scoppole pesanti sia per la classifica che per il morale: a Toronto perde subito con il francese Gilles Simon mentre a Cincinnati supera un turno prima di arrendersi a Ivo Karlovic. Il fondo, però, deve ancora arrivare e bisogna volare fino a Pechino, dove sono in programma i Giochi Olimpici, per toccarlo. Negli otto precedenti prima del match valido per i quarti di finale del singolare, James Blake contro il campione svizzero ha vinto appena un set; ma questo è un Federer spento, irritabile – a causa dell’atmosfera particolare che aleggia all’interno del Villaggio Olimpico – e forse anche sfiduciato.

Lo statunitense si impone 6-4 7-6 e questo è l’ultimo incontro del primo regno di Roger Federer, che si conclude ufficialmente il 17 agosto dopo una striscia record di 237 settimane consecutive con la corona in testa. A succedergli non può che essere Rafael Nadal, ventiquattresimo leader del ranking ATP, terzo del suo paese dopo Moya e Ferrero. Proprio Ferrero (e le vesciche ai piedi) è stato uno dei due tennisti capaci di batterlo negli ultimi quattro mesi, in cui Nadal ha messo in bacheca Monte Carlo, Barcellona, Amburgo, Parigi, Queen’s, Wimbledon, Canada Open e appunto il titolo olimpico; l’altro, nelle semifinali di Cincinnati, è stato Djokovic.

Il debutto di Nadal con la corona avviene agli US Open e le statistiche parlano chiaro: dei ventidue numeri uno che l’hanno preceduto (da questa particolare classifica è escluso Patrick Rafter, unico a non essere mai sceso in campo da leader del ranking), solo quattro hanno vinto il primo torneo a cui hanno partecipato dopo l’investitura. Si tratta di Jimmy Connors (Indianapolis 1974), Mats Wilander (Palermo 1988), Stefan Edberg (Long Island 1990) e infine Pete Sampras (Hong Kong 1993). Lo spagnolo, però, sembra invincibile nonché pronto – lui, abituato a festeggiare i titoli mordendo i trofei – a dare un morso anche alla Grande Mela, quella New York che fin qui gli ha riservato poche gioie, cinque eliminazioni in altrettante partecipazioni e un quarto di finale (2006) come miglior piazzamento.

Dopo tre vittorie abbastanza agevoli, contro gli statunitensi Querrey e Fish lo spagnolo perde un set ma nell’aria aleggia l’eventualità di un altro duello in finale con Federer. Invece lo svizzero, che ha ritrovato come d’incanto una condizione eccellente, nella recita finale si trova davanti Murray, che nel turno precedente ha regolato proprio Nadal in quattro set. Superati Querrey e Roddick sulla terra rossa stesa all’interno della Plaza de Toros Las Ventas di Madrid, per la semifinale di Davis tra Spagna e Stati Uniti, Nadal affronta l’ultima parte di una stagione per lui memorabile partendo dalla stessa capitale iberica per il Masters 1000 che si gioca ancora sul duro indoor della Madrid Arena.

Come a Flushing Meadows, anche qui la corsa del mancino di Manacor si ferma in semifinale, interrotta da un francese leggero quanto leggiadro, Gilles Simon, capace di un’impresa non proprio comune, ovvero battere due diversi numeri uno nella stessa stagione. Stanco e in condizione fisica non proprio perfetta, lo spagnolo supera due turni anche a Bercy ma sull’1-4 del primo set contro Davydenko il ginocchio richiede l’intervento del fisioterapista e due giochi più tardi lo costringe all’abbandono. Finisce così, mestamente, il meraviglioso 2008 di Rafael Nadal, costretto anche a saltare l’ultima edizione cinese della Masters Cup, che dal prossimo anno si giocherà a Londra e prenderà la denominazione di ATP World Tour Finals.

Per la cronaca, il torneo in questione lo vince Novak Djokovic e la classifica del 29/12/2008 (ovvero un anno dopo quella che abbiamo evidenziato a inizio articolo) fa registrare Nadal in testa con 6675 punti, seguito da Federer (5305) e lo stesso Djokovic (5295). Insomma, è l’inizio del triello, che continueremo a seguire la prossima settimana.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – VENTUNESIMA PARTE

2008FEDERER, ROGERDJOKOVIC, NOVAK57 36 67AUSTRALIAN OPENH
ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
2008FEDERER, ROGERMURRAY, ANDY76 36 46DUBAIH
2008FEDERER, ROGERFISH, MARDY36 26INDIAN WELLSH
2008FEDERER, ROGERRODDICK, ANDY67 64 36MIAMIH
2008FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL57 57MONTE CARLOC
2008FEDERER, ROGERSTEPANEK, RADEK67 67ROMAC
2008FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL57 76 36AMBURGOC
2008FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL16 36 06ROLAND GARROSC
2008FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL46 46 76 76 79WIMBLEDONG
2008FEDERER, ROGERSIMON, GILLES62 57 46CANADA OPENH
2008FEDERER, ROGERKARLOVIC, IVO67 64 67CINCINNATIH
2008FEDERER, ROGERBLAKE, JAMES46 67OLIMPIADI PECHINOH
2008NADAL, RAFAELMURRAY, ANDY26 67 64 46US OPENH
2008NADAL, RAFAELSIMON, GILLES63 57 67MADRIDH
2008NADAL, RAFAELDAVYDENKO, NIKOLAY16 RIT.PARIGI BERCYH

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi
  19. E alla fine arriva Federer
  20. 2006-07, il dominio di Federer con il ‘tarlo’ Nadal

Continua a leggere
Commenti

evidenza

Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

Pubblicato

il

Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam, tutti e 3 indossano la cravatta dell’International Club

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

Continua a leggere

Flash

Roger Federer diventa un’opera d’arte: ecco l’installazione dell’artista Ugo Rondinone

Il campione svizzero sfida la gravità per il nuovo documentario “Portrait of a Champion”, basato sulla composizione dell’artista italo-svizzero Ugo Rondinone

Pubblicato

il

Roger Federer - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Simon Bruty)

Dal ritorno alle passioni giovanili, rimaste per troppo tempo amori confinati nel dimenticatoio, passando per il glamour delle passerelle – in vista dei preparativi del Met Gala – e fino ad arrivare a raffigurare una fonte d’ispirazione per la propria canzone d’esordio; il passo è brevissimo per trasformarsi anche in un’opera d’arte sospeso nell’aria con l’unico aggancio rappresentato da un paio di funi (come riporta La Gazzetta dello Sport).

Davvero, Roger Federer da quando ha appeso la racchetta lo scorso settembre non si sta facendo mancare alcunché vivendo le più svariate esperienze. Dopo l’obbligatoria tappa alla settimana della moda parigina in occasione dell’Haute Couture, il campione svizzero è apparso nel trailer del documentario “Portrait of a Champion” – disponibile per la visione dal 31 gennaio – in cui racconta il percorso personale che lo ha accompagnato durante l’intero iter propedeutico alla realizzazione dell’istallazione: “Burn Shine Fly” dell’artista Ugo Rondinone.

L’IDEA DIETRO L’OPERA – Per dare vita ad una delle sette sculture realizzate dall’artista svizzero di origini italiane, ispiratosi per la creazione di quest’opera ai trapezisti poiché l’idea che voleva trasmettere attraverso questa serie di sculture era quella dell’effetto che viene prodotto quando si è in volo, Federer – il quale nel complesso artistico rappresenta il “Cloud Six“, ovvero la sesta parte della composizione – è stato appeso al soffitto con un’imbracatura in modo tale che il suo corpo potesse venire catturato in diverse pose mediante la tecnologia 3D, provvista di uno scanner ad alta rifinitura.

 

Il 41enne nativo di Basilea ha così dovuto trascorrere innumerevoli ore all’interno di uno stampo, apposito a ricreare una copia esatta del proprio corpo. Il medesimo procedimento è stato poi anche apportato per il viso del 20 volte campione Slam dopo averlo necessariamente ricoperto di silicone: “Penso che quando si hanno 41 anni e si è in viaggio da ben venti, avere l’opportunità di lavorare con qualcuno come Ugo è un qualcosa di entusiasmante perché ti porta completamente fuori dalla realtà per catapultarti in un altro mondo” – queste le parole di Roger, a commento della serata indetta per annunciare l’uscita ufficiale del documentario, per poi chiosare – “Forse è un mondo in cui non mi sento così a mio agio ma perché per me l’arte è nuova e ho per questo ancora tanto da imparare su di essa… L’arte è qualcosa che mi entusiasma davvero tanto e voglio saperne sempre di più poiché sono una persona molto curiosa della vita, e quindi di tutti i suoi aspetti“.

Continua a leggere

Flash

Federer torna a sciare dopo 15 anni e Lindsey Vonn lo incoraggia

Su Instagram, Roger Federer documenta il ritorno alla pratica di una disciplina sportiva da sempre sua grande passione

Pubblicato

il

Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)
Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)

E’ bello tornare sulle piste dopo quindici anni“, con tanto di hashtag: nuovi inizi.

Nonostante l’intero mondo del tennis sia pienamente concentrato sul primo Slam dell’anno in quel di Melbourne, un post pubblicato su un account Instagram accompagnato dalla didascalia che fà da incipit al nostro articolo non poteva lasciare indifferenti gli appassionati della racchetta.

Questo perché il protagonista di tale condivisione via social è un’assoluta icona planetaria – ultimamente è stato annunciato che presiederà il Met Gala in compagnia di Penelope Cruz e Dua Lipa che è stata in grado di sconvolgere e segnare il mappamondo tennistico come nessuno prima di lui, ovviamente stiamo parlando di Roger Federer.

 

Il campionissimo svizzero, pur avendo oramai posto fine alla propria carriera da diversi mesi, fa – e farà – sempre notizia. Così come, allo stesso modo, è inconfutabile la seguente tesi: la passione che avverte per lo sport, il 20 volte vincitore di un Major travalica i confini della disciplina che lo ha visto regnare per quasi un ventennio.

Una profonda ammirazione per il gioco, qualsiasi esso sia, che è facilmente riscontrabile nelle antiche passioni del 41enne di Basilea. Infatti dopo averlo visto a Dubai con il suo ex coach e grande amico Severin Luthi cimentarsi nella disciplina più in voga degli ultimi anni, il padel, (per i puritani del nostro sport, questo avvenimento è stato raccapricciante oltre che un atto barbaro all’eleganza tennistica che Roger rappresenta), è ritornato a praticare uno dei suoi primissimi amori: lo sci.

Federer fin da giovanissimo ha frequentato le piste da scii, prima di optare definitivamente per il tennis. Purtroppo però, anche e soprattutto a causa del grave infortunio che subì alla schiena dovette interrompere questo suo hobby e rinunciarvi per un lasso di tempo davvero lungo. Finalmente però ora, appesa la racchetta, può ricominciare da dove aveva lasciato pur comunque dovendolo fare gradualmente. Dopo le operazioni al ginocchio, difatti, almeno per il momento non può sciare sui percorsi più articolati e complessi poiché le sollecitazioni alle articolazioni a cui andrebbe incontro sarebbero ancora troppo pesanti da sopportare senza rischiare un nuovo infortunio. Non a caso poco dopo il ritiro dichiarò: “Ho un pò di paura nel praticare altri sport, perché il mio ginocchio non sta ancora benissimo“.

Il processo per tornare a sciare a pieno regime è dunque ancora lungo, tuttavia alcuni commenti al suo post potrebbero averlo ulteriormente motivato in questa sua personale sfida. Due leggende dello scii alpino del calibro della statunitense Lindsey Vonn e del connazionale Beat Feuz – entrambi ori olimpici nella discesa libera, la prima a Vancouver 2010 mentre il secondo a Pechino 2022 – gli hanno dedicato questi messaggi di sprono: “Dai Roger, è come guidare la bicicletta“, “C’è un posto disponibile nel tuo team?“.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement