Storie di tennis: il lungo viale del tramonto di Andy Murray e la calda estate di Jimmy Connors

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Storie di tennis: il lungo viale del tramonto di Andy Murray e la calda estate di Jimmy Connors

L’orgoglio dei campioni che non si arrendono al tempo. Da una parte Murray, fermato dal Covid, che è a Biella per giocare le quali di un challenger. Dall’altra la cavalcata di Jimmy Connors allo US Open 1991. Quando Jimbo entrò nella pelle delle pubblico

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Andy Murray - ATP Challenger Maiorca 2019 (foto via Twitter, @rnadalacademy)
 
 

Nel film del 1962 “Una faccia piena di pugni” Anthony Quinn interpreta la struggente vicenda di un ex campione dei pesi massimi, Luis Macigno Rivera. L’età e le precarie condizioni fisiche gli impediscono di combattere ancora e lui – incapace di adattarsi a una vita lontana dai riflettori e assillato da problemi economici – decide quindi di ripiegare sul wrestling accettando di esibirsi per pochi dollari. L’indimenticabile immagine finale ce lo mostra mentre danza travestito da indiano su uno squallido ring di provincia davanti a pochi spettatori e agli occhi colmi di lacrime dell’unico amico rimasto al suo fianco.

Questa scena ha attraversato come un lampo la mente del non più giovane autore di questo articolo, mentre leggeva quello dedicato all’ultima disavventura in ordine di tempo di Andy Murray, che a causa del Covid-19 ha dovuto rinunciare all’Australian Open. Anche a causa dell’impossibilità di competere in Australia, qualche giorno dopo Andy ha deciso di confermare la sua presenza a Biella per il challenger che si disputerà in concomitanza con la seconda settimana dello Slam australiano, dal 15 al 21 febbraio. Ha poi addirittura deciso di raddoppiare la dose e chiedere una wild card per le qualificazioni (sì, avete capito bene!) del challenger di categoria inferiore che si gioca sempre a Biella la settimana precedente, a partire da lunedì 8 febbraio, poiché tutte le wild card per il tabellone principale erano già state assegnate.

Dal ritiro ai quarti del challenger di Mons (Belgio) nel 2005, quando aveva diciotto anni, Murray ha giocato appena altre tre partite nel circuito challenger – a Maiorca nel 2019, in piena convalescenza, dove è stato fermato agli ottavi dall’italiano Matteo Viola.

Murray non emulerà mai Macigno Rivera, ma il lungo calvario sportivo che questo atleta sta attraversando con stoica perseveranza, ci ha fatto sorgere una domanda: cosa significa per un campione ritirarsi? Cosa significa “…confrontarsi con Trionfo e Rovina e trattare allo stesso modo questi due impostori…”, sentire una folla immensa cantare il tuo nome e leggerlo sulle prime pagine dei giornali e poi d’improvviso trovarsi seduti in poltrona, a guardare le gesta di atleti “che porco giuda potrei essere io qualche anno fa”?

 
Andy Murray – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Corinne Dubrevil / Kosmos Tennis)

Lo status di campioni ci è più distante di Saturno, ma crediamo che passare dalle luci della ribalta alla penombra dei ricordi non sia facile; se poi al disagio psicologico si aggiungono considerazioni di natura economica, compiere scelte che a uno spettatore imparziale parrebbero ovvie può diventare difficile. Per quale ragione – per esempio – il quasi quarantaduenne Ivo Karlovic dovrebbe rinunciare a guadagnare qualche centinaio di migliaia di euro all’anno giocando a tennis? Per dedicarsi alla pulizia delle orecchie delle giraffe? Fossimo nei suoi lunghi panni continueremmo a servire ace. Il tennista croato non costituisce un caso isolato nel tennis maschile; giocatori ben più illustri di lui hanno continuato a inseguire (non per puro divertimento) una pallina da tennis ben oltre il loro apogeo, altri hanno deciso di ributtarsi nella mischia anni dopo essersi ritirati.

I campioni più famosi appartenenti alla prima categoria sono Ken Rosewall e Jimmy Connors (forse ce n’è un altro più celebre di loro ma non lo citiamo per amore e scaramanzia); alla seconda Bjorn Borg e Thomas Muster. Ken “muscle” Rosewall disputò il suo ultimo incontro ufficiale a Melbourne in singolare il 20 ottobre 1980 a quasi 46 anni d’età; seppure lontano dai fasti dei giorni migliori, a quella veneranda età questo australiano con il rovescio preso in prestito dall’Onnipotente era ancora il numero 61 del mondo. Jimmy Connors giocò l’ultima partita ad Atlanta – un doppio – il 29 aprile 1996, all’età di 43 anni; in singolare occupava la posizione numero 413 al mondo.

Ma mentre Rosewall giocò un discreto numero di tornei sino alla fine della carriera, l’americano tra il 1993 e il 1996 ne disputò complessivamente soltanto undici. La sua ultima stagione a tempo pieno fu il 1992 in cui si presentò ai nastri di partenza di 17 eventi e il suo ultimo grande acuto sportivo avvenne l’anno precedente. Lo statunitense cominciò il 1991 alla posizione numero 936 della classifica e la risalì sino a giungere alla numero 174 alla fine di agosto. Un recupero notevole ma non sufficiente per entrare nel tabellone dell’ultimo major della stagione, lo US Open. Gli organizzatori decisero quindi di concedergli una wild card che a lui regalò un’estate indimenticabile e a noi una nuova puntata della serie “storie di tennis”.

LA CALDA ESTATE DI JIMBO

Il primo match di Connors fu programmato nella sessione notturna per permettere al maggior numero di persone di assistere a quella che poteva essere l’ultima rappresentazione di una carriera memorabile. Jimbo non era mai stato nelle grazie del pubblico newyorkese, ma ora che appariva come un leone in disarmo non c’era ragione per non fare il tifo per lui, e nonostante anche il suo primo avversario fosse un altro statunitense, Patrick McEnroe, la folla quella sera lo sostenne all’unanimità.

Patrick all’epoca aveva 25 anni, era il numero 35 del mondo e – pur essendo un giocatore infinitamente meno dotato di suo fratello John – era un tennista molto solido. “Quando vidi il nome del mio primo avversario pensai che fosse buffo trovarlo al primo turno. Poi mi resi conto che era Patrick e non John” dichiarò anni dopo Connors. Bastarono però appena due set, tre game e tre punti per far pensare agli organizzatori di aver sprecato una wild card. Connors era infatti sul punteggio di 4-6 6-7 0-3 e doveva annullare tre break point consecutivi. Ero convinto – affermò McEnroe jr – che Jimmy fosse spacciato e che io avessi già vinto.

In quel momento – affermò Connors – volevo solo prolungare la partita a qualunque costo. Ma l’aver salvato il turno di servizio cambiò il mio stato d’animo. Il pubblico entrò nel match e mi sembrò di avere qualcuno al mio fianco che mi sospingeva verso la vittoria”. E vittoria fu dopo 4 ore e 20 minuti di battaglia terminata all’una e trenta del mattino. “Jimmy ha saputo sfruttare il favore del pubblico. Oggettivamente se fossi stato davanti al televisore sarei stato il suo primo sostenitore” commentò a mente fredda McEnroe.

Sulle ali dell’entusiasmo nei due turni successivi il nostro protagonista superò con disarmante facilità Schapers e il numero 11 del mondo Karel Novacek e fu così che si trovò ancora vivo e vegeto all’inizio della seconda settimana del torneo. Il suo avversario agli ottavi di finale era il ventiquattrenne statunitense Aaron Krickstein, alias ‘Aronne’ nelle cronache e negli articoli di Gianni Clerici.

Krickstein fu un prodigio di precocità. È a tutt’oggi il tennista più giovane ad avere raggiunto la top 100 e la top 10, rispettivamente a 16 anni e 2 mesi e a 17 anni e 11 giorni. La precocità fu probabilmente alla base degli innumerevoli problemi fisici che tormentarono questo giocatore sin dalla prima metà degli anni ’80 e che infine lo costrinsero al ritiro all’inizio del 1996 a 29 anni. Una via crucis che ricorda quella di un altro ragazzo prodigio coetaneo di Krickstein, del quale vi abbiamo tempo fa narrato le gesta: Kent “il diavolo” Carlsson.

Aronne era un regolarista/podista dotato di sopraffina intelligenza tattica con la quale era capace di disinnescare il gioco di qualunque avversario, come sapeva fare il suo amico e mentore Brad Gilbert. Ma la partita che lo attendeva quel giorno di settembre sotto il profilo ambientale e psicologico si giocava in una dimensione a lui sconosciuta; il caso volle anche che si disputasse il 2 settembre, giorno del compleanno di Connors che si presentò quindi in campo in uno stato di trance agonistica degna di un gladiatore romano.

Krickstein vinse il primo set e nel secondo – dopo aver recuperato in extremis al nono gioco il turno di battuta perso all’inizio del set – giunse al tie-break; sul punteggio di 7 pari Connors si portò a rete ed effettuò uno smash incrociato che finì sulla linea secondo il giudice di linea e fuori secondo il giudice di sedia che assegnò quindi il punto a Krickstein. Connors manifestò pacatamente al giudice il suo dissenso pronunciando – tra le altre – le seguenti parole: “Figlio di p…! Non hai il diritto di farmi questo! È il mio compleanno! Si vede nettamente il segno della palla sulla riga. Scendi dalla sedia! Forza scendi! Scendi”. Conseguenze disciplinari? Le stesse del match di semifinale del 1977 contro Barazzutti: nessuna.

Krickstein, evidentemente frastornato, perse quasi senza opporre resistenza i tre punti successivi e con essi il set. Riuscì a vincere il terzo parziale, perse il quarto e infine arrivò a due punti dalla vittoria con il servizio a disposizione sul punteggio di 5-3. “Pensavo che più il match durava e più ero favorito” dichiarò in seguito.

Si sbagliava. Connors gli tolse il servizio e poi vinse il gioco decisivo con il punteggio di sette punti a quattro. Prima di prodursi nello sprint decisivo, durante un cambio di campo Connors guardò dritto dentro la telecamera alle sue spalle e disse: “È per questo che la gente ha pagato il biglietto. È questo che sono venuti a cercare”. A caldo, sul campo pochi minuti dopo la vittoria al microfono dell’intervistatore affermò: “Vincere una partita 7-6 al quinto è ciò per cui vivo”.

Krickstein: “Ero diventato la preda e lui il cacciatore. Tutto lo stadio voleva che vincesse lui. Guardando il volto di Aaron e quello di suo padre Herb nel corso del tie break finale si può forse intuire lo stato d’animo dei martiri cristiani al Colosseo.

Il quarto di finale contro l’olandese Paul Haarhuis fu programmato per la sessione notturna. Il fatto che Haarhuis avesse 15 anni meno di Connors e lo precedesse di 130 posizioni in classifica parevano dettagli ininfluenti per l’esito della partita. E tali si rivelarono. L’olandese – vinto il primo set – nel secondo si portò sul 5-4 con il servizio a favore ma si trovò a fronteggiare una palla break sul punteggio di 30-40. In quel preciso momento l’epica sportiva irruppe in campo: Connors “parò” con successo quattro smash consecutivi del suo avversario e infine conquistò il punto e il break con un passante di rovescio. Un punto oggettivamente sensazionale. Il boato del pubblico in risposta al gesto di esultanza di Connors “fu di un’intensità che non avevo mai sentito prima su un campo da tennis e non ho mai più sentito in seguito affermò Haarhuis.

Il resto del match fu poco più che una formalità per Connors che conquistò in quattro set il diritto di disputare nuovamente una semifinale a New York a distanza di quattro anni dall’ultima.

La favola per Connors finì qui. Contro il ventunenne Jim Courier racimolò otto game in tre set, la standing ovation del pubblico al momento di lasciare il campo e 108 posizioni in più nel ranking.

Connors avrebbe disputato per l’ultima volta l’Open degli Stati Uniti l’anno successivo e perso al secondo turno contro Ivan Lendl. Il suo bilancio a New York è straordinario: detiene il record di partecipazioni in Era Open (22), di match giocati (115, record all time) e di match vinti (98, anche questo all time). Quanto ai risultati, tra il 1973 e il 1985 è sempre arrivato almeno ai quarti di finale del torneo e dodici volte consecutive è arrivato in semifinale, tra il ’74 e l’85. Sette finali raggiunte, cinque vinte e due perse. Chapeau.

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Lo Slam racconta: Wimbledon 1969, il canto del cigno Gonzales

Si narra fin dall’antichità che il cigno all’approssimarsi della fine esprima nella disperazione il meglio del suo canto. Nessuno sa se sia veramente così ma quella volta per Big Pancho lo fu per certo…

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Wimbledon, martedì 24 giugno 1969, pomeriggio.

Un Centre Court gremito attende l’ingresso in campo dei contendenti, siamo al primo turno e l’erba del campo è ancora di un verde splendente, amichevole, rilassante.

 

È verde anche l’età di uno dei due protagonisti dell’ennesima storia che quel luogo magico sta per raccontare.

Charlie Pasarell ha appena compiuto 25 anni, nato a Portorico nel 1944 frequenta la UCLA insieme ad Arthur Ashe e nel 1966 viene classificato n°11 al mondo. L’anno prima di quel che sta per avvenire ha vinto il torneo NCAA.

Sui prati dell’All England Club ha già battuto gente come Santana o Rosewall e in quell’estate del 1969 è un tennista ormai solido e affermato, un combattente dal gran servizio difficile da battere per tutti, soprattutto sul veloce. Sta per entrare nella storia del tennis ma non lo sa ancora.

È però dall’altro lato del campo che si appuntano gli sguardi dei presenti quando tutto ha inizio. Bello come un dio, alto come una torre, la guancia sinistra segnata da una cicatrice e il volto scavato da 41 anni di vita sempre al limite, Ricardo Alonzo Gonzales – per tutti Pancho – ha dominato il tennis per quasi dieci anni consecutivi.

Senza che nessuno lo sapesse, perché tutto questo avveniva nella realtà parallela del circuito pro, che a partire dai tardi anni ’20 fino al 1968 affiancò il tennis ufficiale.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale tutti i più grandi, con poche eccezioni come quelle di Pietrangeli ed Emerson, attraversarono lo specchio per diventare fantasmi, scomparire dai giornali e dalle eleganti club houses dei circoli più prestigiosi e poter vivere ufficialmente del loro talento. 

Lì, nella nebbia, difficilmente visibili ma riconoscibilissimi dal suono puro che la pallina faceva sulle loro corde c’erano Sedgman, Rosewall, Hoad, Laver, Segura, Trabert. E Pancho li ha battuti tutti senza pietà.

Nato a Los Angeles nel 1928 grazie al padre che aveva trasferito la famiglia dal Messico, Gonzales ebbe una vita da star hollywoodiana e adeguato numero di mogli. Ma senza il tennis si sarebbe certamente perso.

Completamente autodidatta, abbandona la scuola presto e ciò gli sbarra le porte della federazione giovanile americana, governata da quel Perry Jones che era solito dire: “…per capire se un giovane ce la può fare nel tennis lo porto sul tetto e lo butto di sotto. Se sopravvive allora ha delle possibilità”.

Gli anni dell’adolescenza lo vedono quindi abbandonato a sé stesso, lontano da scuola e da casa, dove il padre lo aspetta per punizioni sempre più frequenti. 

Sarà il tennis la sua bussola, la racchetta a indicare la strada. Certo le avventure del giovane Pancho sono spesso al confine con la legalità – “You don’t know the thrill of going out the back window when someone’s coming in the front door” – ma la gran parte del suo tempo lui la spende all’Exposition di Los Angeles, un parco pubblico all’ombra del Coliseum con otto campi in cemento e un negozietto di racchette gestito da Frank Poulain, un vero amico per tutta la vita. Un rifugio sicuro dove passare la notte o nascondersi dagli ispettori scolastici.

Gonzales guarda, ripete e impara. Fisico, coordinazione e riflessi sono in dono di Dio e a vent’anni è pronto.

Vince i campionati statunitensi nel 1948 e ancora l’anno dopo in una storica finale contro la sua bestia nera Ted Schroeder. È in cima al mondo, gioca un tennis fantastico fatto di servizi tonanti e discese a rete, back di rovescio a passo di tango e riflessi felini. È come trovarsi a rete un enorme gatto con la racchetta.

In quel 1949 Jack Kramer e il mondo pro bussano alla sua porta, non è il momento giusto ma Pancho ha famiglia e bisogno di soldi, soldi che solo Jack gli può garantire. 

Per settantacinquemila dollari più una percentuale sugli incassi si impegna a incontrare in un tour di oltre cento incontri il campione dei pro, ma Kramer è ancora un osso troppo duro per Pancho, che viene massacrato per 96 incontri a 27. 

In quegli scontri epici il destino del perdente era l’oblio perché la formula prevedeva sempre un campione sfidato dal migliore dei cosiddetti amateurs. 

La fredda logica del tennis professionistico lo stritola

Sono anni duri per il nostro, sperpera in fretta i soldi guadagnati e si arrangia dando lezioni a star di Hollywood che in realtà lo vogliono nel loro letto. A ventitré anni sembra un uomo finito ma la bussola indica sempre la rotta giusta. Non ha mai smesso di allenarsi e l’amara esperienza del 1949 l’ha reso duro e spietato, “…always hungry and angry”. Partecipa e vince quei pochi tornei che i pro organizzano in stagione ma nulla più fino a quando Kramer lo chiama per lanciare un testa a testa contro Tony Trabert, campione di Wimbledon e Parigi nel 1955. Pancho non ha mai giocato meglio, non è mai stato più cattivo e affamato di così. Schiaccia l’avversario senza rivolgergli la parola per tutta la durata del tour, alla fine del quale il solitamente civile, manierato e gentile Trabert gli urla in faccia:

Somebody’s going to flush you down the toilet before your life’s over–and I just might be the one to pull the handle.” [Qualcuno ti farà passare per lo scarico di un water prima o poi, e io potrei essere quello che tira la leva]

Contro Pancho era sempre così, si prendeva ogni vantaggio possibile e poco importa se questo significava influenzare arbitri e giudici con la sua magnetica personalità o spaventare l’avversario col suo ghigno selvaggio. Quando non ci riusciva erano guai.

Ecco al proposito un gustoso scambio di battute fra due dei pochi amici di Gonzales nel circo dei pro, Francisco Segura e Alex Olmedo:

Segura says laughing “In 1952 I had the day of my life and beated Gonzalez at a pro-event 6-2, 6-2, 6-2. He wouldn’t talk to me for days”.
[Segura dice ridendo “Nel 1952 ho giocato il tennis della mia vita e ho battuto Gonzalez in un evento pro per 6-2 6-2 6-2. Lui non mi ha parlato per giorni]

“Days? “I was one of his friends, and when I beat him, he wouldn’t talk to me for three months”, says 1959 Wimbledon champion Alex Olmedo.
[“Per giorni? Io ero uno dei suoi amici e quando lo battevo non mi parlava per mesi” dive il campione Wimbledon 1959 Alex Olmedo]

Così lo ritroviamo in quel pomeriggio avanzato di fine giugno, un paio di matrimoni dopo, a tener viva la sua leggenda. E ci riuscì, oh se ci riuscì! 

Cinque ore e dodici minuti sull’erba sono eterni e infatti la partita dura due giorni.

Il gioco viene interrotto per oscurità non appena Pasarell conquista il secondo set per 6-1 dopo aver vinto il primo 24-22 (il tie-break non esisteva ancora…bei tempi). 

È ormai buio quando Pancho torna furioso nella sua camera d’albergo, possiamo quasi vederlo trascorrere sveglio buona parte della notte, sigarette e qualche vodka per distendere i nervi e lasciar vagare i pensieri. 

Improvvisamente un ricordo: Buenos Ayres, metà anni ‘50, notte fonda, un tendone da luna park ghiacciato con luci bassissime e poche persone sui gradoni di cemento. A bordo campo Tony Trabert e Jack Kramer hanno scovato un bidone e ci hanno acceso un fuoco dentro per scaldarsi mentre guardano l’incontro. Sul rettangolo Pancho e Frank Sedgman lottano per puro onore, perché quella sera l’incasso sarà magrissimo. Alla fine di una lotta selvaggia è Gonzales a prevalere 22-20 al quinto, Kramer e Trabert sono surgelati perché il fuoco si è spento da tempo. 

…E Frank era cento volte più forte di questo Pasarell” si dice, “domani vinco io”.

E domani arriva. 

Il terzo set è la chiave, Gonzales parte alla battuta ma l’altro non crolla fino al trentesimo gioco, quando un doppio fallo gli è fatale. Pasarell cede d’infilata anche il quarto set. Il quinto non si può dimenticare.

Stavolta Pancho insegue nel punteggio ed è come giocare in equilibrio su una vasca di piranhas. Ma lui lo ha sempre fatto, il tennis è sempre stato il modo per sottrarsi a una vita da strada e lui con le spalle al muro si trova perfettamente a suo agio. Annulla qualcosa come sette match point, aggrappato al suo mitologico servizio, alla volée, ai refoli di vento che spingono fuori un paio di lob millimetrici di Pasarell. Charlie ha già perso quando come acqua l’ultima occasione gli scorre fra le dita. Cede di fila gli ultimi undici punti e mentre cammina verso la rete per la stretta di mano ci piace pensare che in quel triste momento abbia comunque sorriso.

Ora era certo di essere entrato nella storia.

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Flash

Le future stelle del tennis mondiale sono tra questi adolescenti?

La ricerca di giocatori d’élite è così competitiva che l’IMG, l’agenzia che una volta faceva capo al tennis, sta coltivando preadolescenti per scovare i prossimi prodigi, dando loro accesso ai rappresentanti dei pro tour e della Nike

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tennista under 12 (foto Instagram @tatoiclub)

di Matthew Futterman, NY Times 1 Maggio, 2022

ACHARNES, Grecia – Ammirate Dominik Defoe. Dieci anni e appena più alto della rete. Riccioli dorati lunghi fino alle spalle che rimbalzano nell’aria mentre insegue e schiaccia palle da tennis meglio di qualsiasi altro bambino della sua età.

Defoe ama giocherellare con il GPS nell’auto di sua madre, così la mattina, quando vanno a scuola, il telefono lo indirizza sempre al Roland Garros, sede dell’Open di Francia. Lo fa così spesso che sua madre ormai sa perfettamente la distanza che separa la sede del Roland Garros dalla loro casa in Belgio: 2 ore e 47 minuti in macchina.

 

Defoe era quasi in lacrime all’inizio di quest’anno quando ha ricevuto uno dei 48 inviti da IMG, il conglomerato dello sport e dell’intrattenimento, per partecipare al primo torneo Future Stars Invitational presso il prestigioso Tatoi Club nella periferia nord di Atene. L’evento, per ragazzi e ragazze dai 12 anni in giù, è sia un torneo sia una settimana di formazione che darà il benvenuto a Defoe e ai suoi eccelsi coetanei, completa di seminari condotti da dirigenti della Nike e dei tour professionistici maschili e femminili, l’ATP e la WTA.

La corsa per trovare le prossime stelle dello sport è arrivata a questo: con somme a otto cifre potenzialmente in gioco, agenti e scout stanno valutando e coltivando giocatori anche più giovani di 10 anni che hanno appena iniziato a competere seriamente. Future Stars è il più recente e stravagante tentativo di reclutamento di IMG, la società che ha essenzialmente inventato il business della rappresentanza sportiva e dominato il tennis per anni.

“Nessuno vuole fare un torneo per bambini di 11 e 12 anni”, ha detto Max Eisenbud, che dirige il dipartimento tennis della società. “Preferirei aspettare, ma la concorrenza ci ha costretti“.

Per anni, gli agenti della IMG hanno scovato le future stelle in due modi: Tweens e giovani adolescenti (Maria Sharapova per esempio) si presentavano alla sua accademia a Bradenton, in Florida, una volta il primo campo di allenamento in questo sport, alla ricerca di cospicue borse di studio; oppure gli agenti si presentavano a Tarbes, in Francia, per Les Petit As, il primo torneo del mondo per giocatori più giovani di 14 anni. Sembrava quasi come scegliere tra una cucciolata.

Durante gli ultimi 10 anni, però, le accademie rivali hanno aperto in tutta Europa e l’IMG si è concentrato più sul profitto delle famiglie che pagano le tasse scolastiche piuttosto che sul fare scommesse a lungo termine sugli adolescenti. Inoltre, negli ultimi anni, quando Eisenbud e i suoi colleghi hanno fatto i loro viaggi annuali a Les Petit As, hanno scoperto che quasi tutti i giocatori più promettenti avevano già firmato contratti con altre società, molti dei quali erano operazioni ben finanziate che offrivano generose garanzie, e che a volte si estendevano ben oltre la copertura del costo annuale di circa 50.000 dollari per l’allenamento e i viaggi nel circuito junior.

Così, in tempi difficili per il tennis, IMG sta puntando sui più giovani, anche se la ricerca di talenti preadolescenti può essere quasi impossibile e altamente rischiosa, poiché aumenterebbe la pressione sui bambini che già investono molto su sé stessi e, in alcuni casi, si fanno carico degli impegni finanziari che gravano sulle famiglie.

Se stelle come Naomi Osaka e Bianca Andreescu, campionesse dei tornei del Grande Slam ventenni, hanno dovuto prendersi delle pause dal tennis per curare la loro salute mentale, non è azzardato pensare ai rischi derivanti dall’aumentare le aspettative in modo così esplicito per bambini in età preadolescenziale. Durante un discorso dedicato alle ragazze e a come rimanere fisicamente e mentalmente in salute, Saga Shermis, specialista di sviluppo degli atleti per la WTA, ha detto che si aspetta di vederli nel circuito nei prossimi anni. Può essere già molto.

“A questa età stanno ancora imparando”, ha detto Adam Molenda, allenatore della federazione polacca di tennis, dopo aver visto due delle sue giocatrici, Antonina Snochowska e Maja Schweika, giocare per un’ora lunedì. “Non si può mai dire chi ce la farà. La vita è piena di sorprese”.

E di decisioni.

Grace Bernstein, una giovane atleta svedese, ha attraversato il campo e ha lanciato palle contro un ragazzo mentre sua madre guardava dalla recinzione. Sia che giochi a tennis o a carte, Bernstein compete senza sosta, ha detto sua madre Catharina, ex giocatrice la cui classifica in singolo ha raggiunto il best ranking di 286 nel 1991. Lei gioca in un’accademia gestita da Magnus Norman, un passato da secondo giocatore al mondo. È anche un’ottima giocatrice di calcio.

“Va avanti e indietro, ma per ora c’è il tennis, quindi gioca a tennis”, ha detto Catharina Bernstein.

Per alcuni, fama e fortuna possono davvero sembrare inevitabili. Eisenbud ha notoriamente messo la firma su Sharapova quando aveva 11 anni, dopo averla vista colpire la pallina per 45 minuti con un’intensità e un’impeccabilità mai riscontrata prima. Carlos Alcaraz, che ha compiuto 19 anni il 5 maggio ed è già il giovane giocatore più promettente del circuito, era stato ritenuto degno di investimento già da piccolo, un undicenne da non perdere. Eisenbud era sicuro che il primo giocatore su cui aveva puntato, Horia Tecau della Romania, fosse destinato a grandi traguardi. Tecau è diventato uno specialista del doppio, ma non è mai entrato nei primi 300 in singolare.

Eisenbud ha dato alla luce il suo piano 18 mesi fa: una competizione sontuosa con la maggior parte delle spese coperte e tutti i vantaggi di un evento professionale – raccattapalle, giudici di sedia, campi in terra rossa immacolata, accessori Beats e Nike per tutti i bambini.

“Vogliamo trattarli come atleti professionisti”, ha detto Elli Vizantiou, l’amministratore delegato del Tatoi Club.

Non dimenticando del tutto che sono bambini, erano previste anche una caccia al tesoro, cene di gruppo ogni sera e un tour del Partenone. IMG ha portato Alcaraz, fresco della sua vittoria nella finale degli Open di Barcellona, per farlo giocare contro Hubert Hurkacz, il 14° giocatore del ranking maschile.

Assemblare il campo delle Future Stars ha richiesto mesi di interviste con allenatori e funzionari delle federazioni di tennis di tutto il mondo, valutando curriculum e risultati dei tornei, e setacciando i video, alla ricerca della magica combinazione di atletismo e abilità. Anche la creazione di un campo rappresentativo a livello globale era importante. Trovare un futuro giocatore top 50 da un paese o un gruppo demografico che non ha mai prodotto una stella del tennis potrebbe essere innovativo e incredibilmente redditizio.

I giocatori dovevano venire con un accompagnatore, che nella maggior parte dei casi era un genitore, e un allenatore, dando a IMG la possibilità di costruire nuove relazioni.

Eisenbud ha esortato gli allenatori a tempestare di domande l’allenatore italiano Riccardo Piatti, che ha condotto un seminario di allenamento, descrivendolo come il “migliore” al mondo.

Piatti ha trascorso la mattinata di martedì con gli occhi puntati su Tyson Grant, un giocatore top under 12 con la cui famiglia lavora da quasi sette anni. Piatti supervisiona anche l’allenamento della sorella 14enne di Tyson, Tyra, che è già cliente IMG. Il padre di Tyson e Tyra, Tyrone Grant, è alto quasi due metri e ha giocato a basket professionalmente per 10 anni in Europa. Con buoni geni, un inizio precoce e la guida di un allenatore rinomato, Tyson Grant potrebbe essere una scommessa vincente.

Qualche campo più in là, Haniya Minhas stava abilmente tirando uno dei suoi grandi rovesci, che inizia con il manico della racchetta appena appoggiato sull’anca posteriore.

“Il mio colpo preferito”, ha detto. “Tutti mi dicono di allungare le braccia, ma a me piace come lo faccio”.

Minhas, 11 anni, è pakistana e musulmana. Gioca con un hijab, maniche lunghe e calzamaglia, e sembra già un cartellone pubblicitario.

Vince tornei da quando aveva 5 anni. La sua ricerca di una competizione adeguata l’ha portata dal Pakistan, dove c’è poco supporto per lo sport femminile e dove ha gareggiato contro e battuto tutti i ragazzi della sua età, alla Turchia. Sua madre, Annie, ha detto che lei e sua figlia vogliono dimostrare che qualcuno che ha un aspetto e si veste diversamente dalla maggior parte dei giocatori e viene da un paese che non ha mai avuto una stella del tennis può battere chiunque. Si aspettano un contratto quando Haniya compirà 12 anni.

“Stiamo cercando di cambiare il modo di pensare”, ha detto Annie Minhas.

Teo Davidov ha un asso nella manica. Davidov, probabilmente il miglior giocatore sotto i 12 anni, vive in Florida. I suoi genitori si sono trasferiti dalla Bulgaria al Colorado 10 anni fa, quando suo padre ha vinto la green card alla lotteria. Nato destrorso, colpisce i dritti su entrambi i lati e può servire anche con entrambe le mani. Suo padre e allenatore, Kalin, ha cercato di rendere Teo ambidestro nel tennis quando aveva 8 anni perché era iperattivo. Kalin pensava che stimolando l’emisfero destro del suo cervello, che controlla l’attenzione e la memoria, e il lato sinistro del corpo, con esercizi per la mano sinistra, Kalin si sarebbe calmato.

Speriamo che aiuti anche il suo gioco”, ha detto Kalin Davidov. La tecnica è devastante per ora, ma un top player non ha mai avuto successo giocando in quel modo.

I Davidov hanno conosciuto Eisenbud e IMG per la prima volta tre anni fa, dopo che Kalin ha postato su Facebook un video del gioco a due mani di suo figlio. Il telefono squillò ben presto. Babolat, il produttore francese di racchette, è uno sponsor.

Michael Chang, che ha vinto l’Open di Francia nel 1989 a 17 anni, è venuto con sua figlia, Lani, che ha esibito una smorzata terribilmente familiare per poi rifugiarsi nella lettura di romanzo di Rick Riordan sulla navetta che portava dai campi e all’hotel. Chang ha detto che il circuito per i giovani juniores si è completamente trasformato rispetto alla sua infanzia, con molti più viaggi e competizioni internazionali.

Stanno avendo un assaggio di come sia”, ha detto.

Gunther Darkey, un ex professionista di medio livello dalla Gran Bretagna, ha portato suo figlio, Denzell, un elemento promettente nonché uno dei pochi juniores neri d’élite per la Lawn Tennis Association. Alcaraz ha un fratello di 10 anni, Jaime, che era abbastanza bravo da ricevere un invito, così come Meghan Knight, la figlia di un noto giocatore di cricket inglese.

Devi essere il tipo di persona che da 9 anni può migliorare costantemente pur subendo sconfitte ogni settimana per 10 o 15 anni”, ha detto Seb Lavie, che ha portato due giocatori dalla sua accademia di Auckland, in Nuova Zelanda.

Dominik Defoe ha insistito sul fatto che è pronto a tutto per farcela. Era il più piccolo dei ragazzi. Gioca ancora con una racchetta da junior e ha faticato a tenere il passo di Grant nella sua prima partita. I suoi avversari cercano tutti di colpire con pesanti topspin per seppellirlo a fondocampo. Lui respinge la palla con un breve salto prima che questa gli arrivi sopra la testa.

Defoe, che parla correntemente quattro lingue, ha promesso a sé stesso che avrebbe vinto l’Open di Francia. La sua esistenza si basa sull’idea di darsi qualunque possibilità affinché il suo sogno si realizzi.

Frequenta la scuola al mattino per le lezioni di matematica e di lingua, ma lavora indipendentemente sul resto dei suoi studi per avere più ore da dedicare al tennis. Studiando da vicino i professionisti, ha deciso di non avere un giocatore preferito, ma di voler costruire un giocatore composito che ha il dritto di Dominic Thiem, il servizio di Nick Kyrgios, il rovescio di Novak Djokovic, l’atteggiamento di Rafael Nadal, il gioco a rete di Roger Federer e il gioco di piedi di Felix Auger-Aliassime. Tiene tutto scritto su un diario.

Quando siamo venuti qui mi ha detto che questo torneo è come un viaggio in treno”, afferma sua madre, Rachel, che è stata la sua prima allenatrice. “Questa è solo una fermata, una stazione, ma la corsa prosegue”.

Traduzione di Alice Nagni

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Ciao Gianni, caro “Falso Allarme” anche Lassù troverai bei prati verdi dove tuffarti per qualche volée [VIDEO]

“Tranquillo Gianni, non hai dimenticato la racchetta!” Il direttore Ubaldo Scanagatta ricorda l’amico e Maestro Gianni Clerici con i meriti di Rino Tommasi

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Il prosieguo del ricordo si può ascoltare al seguente link su Intesa Sanpaolo

Video racconto del Direttore Ubaldo Scanagatta, che ricorda il suo amico e collega Gianni Clerici, scomparso il 6 giugno a 91 anni.

CONTENUTI DEL VIDEO:

Il racconto dei “miracolosi” incontri di Clerici con i grandi nomi del tennis…nei luoghi più inconsueti

 

Perché fu chiamato “Dottor Divago” e “Falso Allarme”

L’ostracismo iniziale di Berlusconi nei suoi confronti e l’ostinata difesa di Rino Tommasi

Perché la verità di un bel racconto non è sempre necessaria se sei un grande storyteller

Gli aneddoti personali del Direttore

Ha giocato a Wimbledon nel ’53 e nel ’54 quando aveva 23 e 24 anni, ma non è stato un campione con in mano una racchetta che pure impugnava benissimo, soprattutto di rovescio e soprattutto a rete dove una volée in tuffo diventava una irresistibile tentazione per lui, adorabile narciso“.

Il punto non era mai così importante come l’eleganza del gesto bianco. Sì, su quegli adorati prati londinesi, ma anche su quelli più spartani della periferia di Melbourne, lui amava tuffarsi sempre e comunque quasi fosse Boris Becker.

Un campo in erba? Attrazione fatale.
La volée era finita fuori? Pazienza
“.

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