Berrettini, il miglior servizio italiano di sempre, e Caruso fanno sognare

Editoriali del Direttore

Berrettini, il miglior servizio italiano di sempre, e Caruso fanno sognare

Due italiani al terzo turno dello US Open e chissà che un derby in ottavi non sia escluso. Matteo favorito con Ruud, Salvatore sfavorito con Rublev. Fra le donne tante favorite… di rimpiazzo perdono

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Matteo Berrettini - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Due italiani al terzo turno all’US Open li avevamo avuti anche un anno fa: Matteo Berrettini (vittorioso su Gasquet in 4 set e su Thompson ancora in 4 set) e Paolo Lorenzi (Svajda in 5 e 4h e 20m, Kecmanovic ancora in 5 e in 3h e 52 m). Al terzo turno Matteo aveva poi battuto Popyrin, mentre Lorenzi si era difeso alla grande con Wawrinka soccombendo in tre set di misura 6-4 7-6 7-6 che avevano suscitato l’ammirazione generale. Nel 2018 nessuno al terzo turno, mentre nel 2017 ce l’avevano fatta Lorenzi (Sousa e Muller) e Fabbiano (Smith e Thompson… che gioca sempre contro i nostri!) e i due si erano incontrati nel derby vinto da Lorenzi, poi battuto negli ottavi da Anderson. Nel 2016 Lorenzi (Berlocq e Simon 76 al quinto) fu il solo azzurro al terzo turno. Nel memorabile 2015 di Pennetta e Vinci, al terzo turno erano arrivati Seppi (Paul e Gabashvili) e Fognini (Johnson e Cuevas) con Fabio che, strepitoso, poi rimontò clamorosamente Rafa Nadal che avanti due set a zero in uno Slam non aveva mai perso. Fognini si arrese malamente a Feliciano Lopez nel turno successivo, in ottavi.

Lo scorso anno Berrettini, dopo la bella stagione sull’erba e gli ottavi a Wimbledon, non aveva vissuto una grande estate, aveva anzi incontrato dei problemini fisici che avevano ostacolato i suoi allenamenti e tutto sommato quelle prime due vittorie a New York in quattro set non potevano affatto considerarsi scontate. Il Berrettini di quest’anno, nonostante questi questi mesi di lockdown abbiano impedito una seria valutazione del suo stato di forma – un conto è vincere l’Ultimate Tennis Showdown di incontri che durano 50 minuti e un altro vincere partite tre set su cinque – sembra proprio un Berrettini assai più autorevole.

Sebbene, a ben vedere, Matteo abbia giocato un solo torneo, l’Australian Open prima di raggiungere gli Stati Uniti per il Masters 1000 di Cincinnati giocato a New York. Quindi, rispetto allo scorso anno, non è che ci siano state ripetute prove di efficienza. C’è soprattutto quel suo ranking, n.8 del mondo, che un anno fa non poteva vantare e che Matteo onorò anche dopo l’US Open con prove all’altezza. Ok, qui a New York ha battuto il giovanissimo finlandese Ruusuvuori, poi si è imbattuto nell’Opelka più in forma che io abbia mai visto (subito prima di infortunarsi!) e adesso nell’US Open ha dato tre set a zero sia a Soeda, rischiando un tantino solo nel primo set, sia a Humbert, cui non ha concesso che una pallabreak… annullata da uno dei suoi 17 ace.

 

Il norvegese Ruud, che già lo ha battuto al Roland Garros un anno fa, quando molti consideravano favorito Matteo, sarà un ostacolo più serio dei primi due. Anche se aveva perso i primi due set con Mackenzie McDonald (mac… che dispetto gli hanno fatto i genitori a mettergli un Mac anche nel nome di battesimo, così ora lo chiamano tutti Mac-Mac) Ruud ne è venuto fuori al quinto e poi ha superato con un punteggio… discendente (lo diceva sempre Rino Tommasi) Ruusuvuori (6-4 6-3 6-2), in modo più netto di come fosse riuscito a Matteo una decina di giorni fa. Vero che nel tennis la proprietà transitiva non esiste, ma Matteo farà bene a stare attento. La sconfitta di Parigi gli brucia ancora.

E tuttavia il modo in cui Matteo sta servendo, fisso sopra i 220 km orari, con punte vicine ai 230, e soprattutto la variazione degli angoli che riesce a mascherare così bene, insieme alla velocità di questi nuovi campi in laykold, hanno ingenerato in quasi tutti – e forse lui per primo – la convinzione che Matteo possa ripetere l’exploit del 2019. Fino a un anno fa si sarebbe detto che la terra battuta era ancora la superficie più adatta alle sue caratteristiche. Adesso anche il suo coach Vincenzo Santopadre che ho intervistato ieri sera dopo il match mi ha detto: Sono convinto che ormai se Matteo dovesse scegliere dove giocare il match della vita… lo giocherebbe sul cemento.

La stessa cosa non credo si possa dire per Ruud, forse. Il norvegese figlio d’arte è tennista completo, ottimo in entrambi i fondamentali, ma non ha certo il bazooka di Matteo quando batte. Strappargli una volta a set il servizio non dovrebbe essere impossibile. E se Matteo serve come serve – anche se è vero che Humbert alla risposta ieri non è stato irreprensibile – e con la continuità che ha dimostrato di saper tenere, beh il favorito è certo lui. Anche perché come ha detto Humbert: Matteo ha fatto straordinari progressi in agilità, negli spostamenti, nei recuperi… non mi stupirei facesse quest’anno ancor meglio di un anno fa! Glielo auguro anzi…”.

Certo è che, fatta eccezione per Omar Camporese e solo per la prima palla, un italiano che battesse così bene non lo abbiamo mai avuto. Uno che conquista punti gratis, senza farci troppo soffrire. Che goduria! Un po’ poteva capitare a Panatta, ma Adriano il modo di farti soffrire lo trovava sempre. Favorito Matteo dovrebbe esserlo – ok facciamo gli scongiuri perché tutti ripetono sempre che si deve fare un passo alla volta – anche se dovesse andare avanti per ritrovarsi con il vincente fra Rublev e il nostro ammirevole, anzi ammirevolissimo Salvatore Caruso.

Sono così contento per l’affermazione del ragazzo di Avola, che non potete immaginarvelo. Ha lavorato duro, sempre con grande umiltà, senza mai “tirarsela”, fino a costruirsi un servizio di tutto rispetto da meritare ampiamente questa seconda volta al terzo turno di uno Slam, dopo il Roland Garros di un anno fa. Averlo raggiunto sul cemento, lui che è nato e cresciuto sulla terra rossa, è un grandissimo titolo di merito. Ha dimostrato anche un grande carattere nell’annullare 14 palle break, 7 delle quali nell’ultimo set, a un tennista che – diversamente da lui – invece sul cemento c’è nato e di problemi al servizio non ne ha mai sofferto. Quando gli scambi si prolungavano la maggiore agilità, reattività e mano di Caruso gli hanno quasi sempre garantito il sopravvento.

È certo vero che il ragazzo siciliano che è sempre rimasto fedele al suo primissimo coach Paolo Cannova (cui dedicammo quest’articolo di Alessandro Zijno) – ed è questo un aspetto che depone in genere a favore della serietà di un giocatore, vedi la storia di Seppi, Berrettini, Sonego… mentre coloro che li cambiano ogni piè sospinto spesso sono coloro che attribuiscono ai loro coach le responsabilità dei risultati che non vengono – ha goduto di un tabellone fortunato. Prima Duckworth n.84, poi Escobedo “ripescato” grazie all’esclusione di Paire (e alla rinuncia di Granollers) e soltanto n.185. Però, come quando aveva dominato Gilles Simon a Parigi (6-1 6-2 6-4), Caruso è diventato un ottimo giocatore. Vale più del n.100 in classifica e del suo best ranking (93) e ovviamente salirebbe molto più su se battesse contro pronostico Rublev, testa di serie n.10 e semifinalista qui nel 2018, nei quarti battuto da Berrettini un anno fa, sono certo che lo vedremo salire in classifica anche perdendo. Se non subitissimo fra non molto.

Certo sarebbe stupendo che succedesse nuovamente quanto accadde qui nel 2017, l’anno del derby di terzo turno su citato fra Lorenzi e Fabbiano. E che si affrontassero stavolta per un posto in ottavi Berrettini e Caruso. Lo ritengo improbabile, però perché non sognare che Rublev incappi in una di quelle giornate che ogni tanto gli capitano. Caruso ne saprebbe approfittare. Quest’anno Rublev aveva cominciato alla grande vincendo sia a Doha sia a Adelaide, e all’Australian Open si era fermato solo con Zverev. Ma lo scorso anno – di contro – insieme a qualche eccellente prestazione (soprattutto in Davis…) aveva collezionato due sconfitte con Gojowczyk, una con Polmans, Gabashvili, McDonald, Kukushkin, Hoang, Monteiro, Moraing, Jubb, Querrey… Insomma chi di dovere passi questa lista a Salvatore che magari gli può infondere fiducia. Non si sa mai.

Da italiano sono orgoglioso di questi due ragazzi e dei loro risultati perché sono anche ragazzi benvoluti da tutti, seri, bravi, ambiziosi eppure umili, beneducati. Non ci faranno mai sfigurare, vittoriosi o sconfitti. Gli auguro davvero ogni bene. In attesa che ne spuntino altri, Musetti, Zeppieri e compagnia.

Vi confesso di aver scritto quest’articolo di commento alle 03:30 del mattino senza aspettare di vedere il match che pure mi intrigava fra Murray e Auger-Aliassime né quello fra Azarenka e Sabalenka. Chi ha avuto voglia di vedere quel video in cui racconto cosa significa stare alla mia non più verde età giorno dopo giorno svegli fino all’alba controllando quattro dispositivi (tv, tablet, computer e telefonino per seguire più match, più segnalazioni di interviste, più interviste per poi porre domande, scriverne e coordinarsi con i bravissimi amici che collaborano a Ubitennis), potrà farsi un’idea anche attraverso certi siparietti che possono verificarsi dello strano Slam che sto vivendo dopo averne vissuti 160 sul posto, laddove si giocava e senza questi problemi di fuso orario. Mia moglie dice che sono matto. Io dico invece che il tennis… o lo si ama o non lo si segue.

Non ho seguito solo gli italiani ieri. E non solo il tennis maschile che, come mi rimprovera sempre AGF, mi appassiona più di quello femminile di questi tempi. Non mi aspettavo che Raonic perdesse da Pospisil, questo no. Non se l’aspettava neppure Jon Wertheim di Sports Illustrated che lo aveva pronosticato in semifinale dopo averlo visto giocare così bene a Cincinnati. Mi immagino come se la sia goduta il co-presidente e connazionale Pospisil. Si vede che a occuparsi di politica non si perde la concentrazione, a giudicare dal suo primo terzo turno raggiunto qui e dalle 25 vittorie dell’imbattuto Djokovic nel 2020. Novak si occupa di un miliardo di cose allo stesso tempo e vince ugualmente ha commentato… non ricordo più chi. E Pospisil se la sarà goduta doppiamente dopo che Raonic prima aveva detto di voler firmare la sua adesione all’Associazione e poi apparentemente ha cambiato idea.

Penso che Bautista Agut, però, metterà tutti i canadesi d’accordo e batterà Pospisil al prossimo turno. Non mi ha troppo sorpreso la sconfitta di Dimitrov con Fucsovics, l’ungherese è un tipo tosto. E ha fisico. Infatti ha vinto 6-1 al quinto rimontando un handicap di due set a uno. Semmai è fra le donne che sta accadendo di tutto, probabilmente perché le gerarchie sono traballanti, quando sei delle prime 10 non si presentano al torneo, quando Pliskova numero 1 perde la terza partita di fila al primo turno, e malamente, quando Muguruza si decide a venire negli USA solo poco prima del torneo e dà via libera a mamma Pironkova che non competeva più da 4 anni.

E così sono saltate via dal tabellone la n.1 Pliskova, la n.9 Konta che era apparsa in grande spolvero nei tornei della vigilia, la n.10 Muguruza che per aver vinto due Slam e aver fatto finale in Australia doveva esser considerata qualcosina in più della favorita n.10 in tempi normali (ma non sono normali… lo sanno tutti), la n.11 Rybakina, la n.12 Vondrousova, la n.13 Riske… insomma 6 delle prime 13! Ma diverse erano favorite di rimpiazzo, l’ho appena detto che sei delle top 10 non c’erano. E prima che scendessero in campo Sabalenka e la campionessa di Cincinnati-New York Azarenka sulla cui sconfitta contro la connazionale bielorussa non avrei scommesso per un complesso di ragioni… ivi compresa la possibilità di un… complesso.

Vabbè scusate, basta così. Sono andato a letto. E per il video di commento finale, su Serena che ha dominato un’avversaria inesistente e su Murray-Aliassime che conoscerò solo quando mi sveglierò (ma mi documenterò a dovere, tranquilli, Eurosport ti fa vedere 15 minuti di highlights, e poi ne scrive il nostro inviato all’Avana Gibertini) abbiate pazienza. Nel primo pomeriggio arriva quasi sempre.

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Editoriali del Direttore

Per colpa di Schwartzman che batte Nadal, piccolo excursus statistico sulle serie vittoriose fra big

Ci aveva perso 9 volte! Con Berdych, Nadal era stato più continuo: le vittorie di fila furono 18. Rino Tommasi e Arthur Ashe vs Rod Laver…Tanti head to head a senso unico. Quiz su Berrettini, Sinner e Musetti

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Rafa Nadal - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

I nostri appassionati di tennis hanno dimostrato in tutti questi lunghi anni in cui i nostri tennisti di soddisfazioni ce ne hanno date pochine, che bastava tifare per Federer, Nadal o Djokovic per aver voglia comunque di seguire il tennis con immutata passione. Per poco più di un quinquennio (2010-2015) è stato motivo d’orgoglio patriottico soprattutto il tennis e i risultati delle nostre ragazze, ma per tre lustri sono stati quei tre a farci divertire più degli altri. A volte anche Murray, a volte anche Wawrinka e del Potro, ma sono stati meno continui.

A Roma, superata la delusione per le sconfitte dei quattro italiani che ci avevano un po’ illuso piazzandosi negli ottavi, ultimo in ordine di tempo colui sul quale era lecito puntare di più, Matteo Berrettini testa di serie n.4, erano tutti convinti che ci saremmo ritrovati con una finale disputata dai soliti due, Nadal e Djokovic.

Il direttore commenta la sconfitta di Berrettini (con un paragone irriverente)

 

Invece Nadal è già tornato a Maiorca. E non andrà a pescare, ma ad allenarsi più duramente del solito se non vorrà perdere anche a Parigi dove ha vinto tre volte più che a Roma: là sono 12, qua erano 9.

Nove erano anche le sue vittorie consecutive con il più piccolo dei grandi del circuito ATP, “El Peque”, il piccolo, l’argentino Diego Schwartzman. Chi non indovina perché si chiami Diego? Peggio per lui, io non glielo dico.

A fine match ho ricordato cosa disse Gerulaitis quando finalmente battè Connors, e lui si è messo a ridere: “Io posso avere anche sempre perso con certi giocatori, ad esempio con tutti i grandi tre, Rafa, Djokovic e Federer, ma quando entro in campo penso sempre che potrei farcela  rovesciare il pronostico. Oggi ho giocato la più bella partita della mia vita e sono contentissimo. Sì, forse lui non sarò al massimo, forse l’umidità della sera ha rallentato le palle che non prendevano più tanto lo spin, ma io ho giocato proprio bene. Gli ho fatto diversi break? Sì, ma io ho sempre fatto tanti break, la risposta è la parte migliore del mio repertorio…”.

Non solo il simpatico piccoletto di Buenos Aires, che era stato in semifinale al Foro anche un anno fa, non aveva mai battuto Nadal in 9 tentativi e – come mi ha detto lui. Nessuno dei celebri Fab 3, ma non era riuscito mai a battere uno dei primi 5 classificati del mondo in 22 duelli. Eppure un paio d’anni fa lui, l’11 giugno dopo aver raggiunto i quarti al Roland Garros, era arrivato a bussare alla porta dei top-ten. Si era fermato a n.11, come best ranking. Con quella classifica, fra i piccoletti, è stato probabilmente il n.2 di sempre. Harold Solomon, l’americano che perse da Panatta la finale del Roland Garros nel 1976, era alto 1m e 68 cm, vinse 22 tornei e salì fino al quinto posto delle classifiche ATP. Sul metro e 70 di Diego, detto fra noi, non ci giurerei. Deve essere stato misurato con un metro argentino. Secondo me è più piccolo. Ma tant’è.

Piuttosto, al di là del fatto che certamente quello visto ieri sera non era il miglior Nadal…e che la sua partita scopre un diverso scenario sia per Roma, dove il favorito diventa Djokovic a dispetto di una condizione non brillante, sia per Parigi dove gente come Thiem, lo stesso Djokovic e altri possono legittimamente pensare di avere molte più chance di quanto si potesse immaginare.

Rafa Nadal – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

La vittoria di un tennista che aveva perso nove volte con un altro mi ha fatto ripensare a quelle frasi che dicono i giocatori e che sembrano sempre un esercizio di banalità: “Ogni volta si ricomincia da 0 a 0” è una delle più classiche. Altre? “I Vecchi incontrano non contano”, “Lui non è tipo che molli e ti regali la partita” e via dicendo.

Poi però mi è tornata in mente quella sera al Masters quando con Rino Tommasi  e Gianni Clerici (Roberto Lombardi non c’era ancora) commentavamo per Tele+ (o Telecapodistria?) dal Madison Square Garden e Vitas Gerulaitis battè finalmente Jimmy Connors e se ne uscì con quella frase rimasta storica: “Nessuno batte Viats Gerulaitis 17 volte di fila!”. Un capolavoro. Vitas era un ragazzo straordinario e straordinariamente simpatico. Ho avuto il piacere di partecipare a un paio di party organizzato da lui, a Dallas e New York, dove mi sono divertito da matti. Magnifici, nostalgici ricordi.

ALTRI DUELLI A SENSO UNICO

Sulla scia di quel ricordo ho ripensato ad altre serie di duelli a senso unico che poi improvvisamente venivano interrotti. Un altro “17 senza macchia” che mi viene in mente è quello di Roger Federer con Youzhny, perché tre anni fa all’US Open, secondo turno, il russo era avanti 2 set a uno e corremmo tutti sull’Arthur Ashe increduli.

Maestro Rino mi diceva sempre di quando Arthur Ashe lo incontrava e gli diceva: “Senza di te Rino non avrei mai saputo quante volte di fila ho perso  con Rod Laver!”. Erano 19, quando finalmente Arthur ne vinse una. E su 23 ne avrebbe vinte…addirittura 2. E Rino, che Gianni aveva ribattezzato “ComputeRino”, ne era tutto fiero. Finché arriva a dire un giorno: “Prima di Internet…Internet ero io!

In Australia cinque anni fa ricordo di aver visto Andreas Seppi battere Roger Federer sull’HiSense Arena: Andreas ci aveva perso dieci volte di fila. Giocò una partita magnifica in quel torneo in cui ha raggiunto gli ottavi ben quattro volte.

Sempre in Australia, in quello stesso 2015, si interruppe la striscia positiva di Rafa Nadal con Tomas Berdych: il ceco aveva vinto le prime tre partite, e sembrava che Rafa se ne fosse fatto un complesso. Ma poi ne perse ben 18 di fila! In Australia Berdych spezzò la maledizione. Poi ricominciò a perderci… Alla fine il bilancio sarebbe stato dunque 20 a 4 per il maiorchino.

Ricordo anche, più lontana, una serie di 17 vittorie consecutive di Ivan il Terribile Lendl su un Connors che, otto anni più anziano, sul finir di carriera accusava il peso dell’età. Il bilancio non sarebbe stato però umiliante, perché all’inizio il pur longevo Connors aveva bastonato il ceco tante volte: 22 a 13 i confronti diretti. Una di quelle vittorie di Jimbo venne a un Masters, sempre al Madison Square Garden quando Connors dette del vigliacco (Chicken! Non si traduce come pollo, ma proprio vigliacco) a Lendl che contro di lui nell’ultima giornata del round robin aveva perso apposta il secondo set perché, arrivando secondo nel gruppo dietro Jimbo, avrebbe affrontato in semifinale il ben più battibile Gene Mayer che aveva concluso al primo posto dell’altro gruppo nel quale Bjorn Borg si era piazzato secondo. Lendl fece meri calcoli. Jimbo, orgoglioso com’era, non li avrebbe mai fatti.

Lendl, quando diceva di essere più forte di un altro, non lasciava spiragli. Con Brad Gilbert, che pure è stato n.4 del mondo, ha battuto in Slam o Masters gente come Becker e McEnroe, Ivan è stato implacabile: 16 vittorie a zero. Le stesse di Rafa Nadal con Richard Gasquet che soltanto fra il 2004 e il 2008 è riuscito a strappargli un set in 4 occasioni, ma mai più d’uno.

WTA – Fra le donne le serie di vittorie consecutive fra tenniste di altissimo livello ne ricordo diverse: avevo visto la diciottenne Sharapova battere Serena a Wimbledon nel 2004 e quello stesso anno una mia amica che scriveva di spettacoli su USA Today mi ospitò a Los Angeles e mi portò a Holywood a intervistare nella sua camera d’hotel la bellissima Halle Berry (scrissi l’intervista per Panorama, mi pare) nella settimana in cui Masha ribatté Serena allo Staple Center. C’era papà Yuri Sharapov che faceva un tifo esagerato e fuori da ogni bon ton. Mai e poi mai avrei immaginato che da allora Maria non sarebbe più riuscita a battere Serena, lungo 19 sfide in 16 anni! In compenso Maria ha messo sotto Simona Halep sette volte di fila prima di perderci a Pechino tre anni fa e poi a Roma nel 2018.

Mentre quando vidi Steffi Graf, nella finale del Roland Garros 1988 dare 60 60 a Natasha Zvereva in 34 minuti, non mi sorpresi a constatare che il loro bilancio sarebbe stato 20 a 1 per Steffi, che peraltro poteva vantare anche un 21-0 con Nathalie Tauziat, un 17-0 con Manuela Maleeva, un 21-1 con Helenona Sukova. Uno schiacciasassi, Steffi.

Sono sicuro che i lettori ne ricorderanno altre, io mi sono distratto a scrivere di queste e… tutto per colpa di Nadal che ha perso da Schwartzmann dopo averlo battuto 9 volte di fila! Vabbè, scherzi a parte, abbiamo fatto un po’ di ripasso di storia, non senza aver ricordato che Filippo Volandri resta l’ultimo italiano ad aver raggiunto le semifinali dal Foro Italico 13 anni fa, anno 2017. Ad maiora. Chi secondo voi fra Berrettini, Sinner e Musetti sarà in grado di centrare l’obiettivo per primo? E chi più volte?

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Editoriali del Direttore

41 anni dopo quattro italiani in ottavi e non c’è nessuno a vedere i nostri piccoli eroi: Musetti, Sinner e il derby azzurro

Una vera beffa. Cosa accadde nel ’79 agli Internazionali di Roma? Era l’era Panatta… Chi ha più ha chances di centrare i quarti fra Sinner (Dimitrov) e Musetti (Koepfer)? E perché?

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Lorenzo Musetti - Internazionali di Roma 2020 (foto torneo)

È davvero uno scherzo del destino più beffardo. Ma come, e dopo 41 anni!, al Foro Italico ci sono nuovamente quattro tennisti italiani in ottavi di finale e a vederli… non c’è nessuno! Che jella. E c‘è pure, rischiavamo tutti di dimenticarlo, Rafa Nadal, il re della terra battuta, il mostro di Manacor, dominatore di 12 Roland Garros, di 9 Internazionali d’Italia. Scusate… e Djokovic? E che dire del fenomeno Azarenka che si permette di dare 6-0 6-0 a Sofia Kenin, campionessa d’Australia?

Allora, nel ’79, il centrale era un altro ed era lungi dal chiamarsi Pietrangeli. Tutt’al più la gente lo chiamava il Campo delle Statue. Statue di atleti giganteschi delle discipline più svariate e, chissà perché, tutti nudi. Quel campo nel giorno degli ottavi era pieno di gente, sui marmi bianchi la folla straboccava, molti erano rimasti fuori dai cancelli. Tre anni prima Adriano Panatta era diventato il re di Roma, dopo la leggendaria finale vinta con Vilas al termine di una cavalcata indimenticabile cominciata con un match vinto annullando 11 matchpoint al primo turno. L’anno prima, 1978, sempre Adriano si era arreso soltanto in finale e soltanto a Sua Maestà Bjorn Borg 6-3 al quinto, nel famoso – o famigerato? – match delle monetine (che aveva fatto seguito al clamoroso ritiro di Higueras in semifinale). Per chi è troppo giovane, o chi più vecchio è invece smemorato, ricorderò riprendendo dal mio racconto di quella finale quanto accadde.

Panatta, avanti 30-0 nel primo game del quinto set aveva perso otto punti di fila ed erano arrivate a cadere pericolosamente vicino a Bjorn Borg, più d’un paio di monetine. Lo svedese si era parecchio innervosito, comprensibilmente, per quei “diecini” lanciati da un branco di cafonissimi tifosi di Adriano. Ciò era incredibilmente accaduto nonostante che Bjorn, grandissimo signore, avesse restituito per ben tre volte all’amico Panatta un punto insolitamente strappatogli dai giudici di linea per solito affetti invece da miopia patriottica. Rivolgendosi al suo allenatore di sempre Lennart Bergelin, Bjorn aveva fatto capire che sarebbe uscito dal campo se la vergognosa vicenda fosse proseguita ancora. “Un’altra monetina e me ne vado”. La folla capì, e cominciò a gridare “Fuori! Fuori!”. All’indirizzo degli idioti lanciatori. Finché finalmente e tardivamente l’arbitro si decise a fare un appello al pubblico perché si comportasse civilmente pena la sospensione della partita.

 

In un articolo di Antonio Garofalo ritroviamo altri dettagli e queste righe finali: “Bjorn Borg è rimasto in buchetta all’inizio, ma ha poi fatto grande routine, dimostrando un controllo straordinario di se stesso e dei colpi, nel quinto set. Nemmeno decine di monete lanciate dagli artigli degli italopitechi gli impediranno di sommergere alla fine l’eroe de no’antri Adriano Panatta”. Non c’è bisogno di segnalarvi l’autore del meraviglioso affresco.

In quel ’79 del record il programma degli ottavi era quasi tutto… caviale, salmone e pernici. Non sarebbe forse bastato lo stadio Olimpico per accogliere tutti quelli che avrebbero voluto vedere Panatta-Higueras, dopo tutto quel che era successo l’anno prima, Bertolucci-Vilas, Barazzutti-Dibbs e, forse più di Ocleppo-Feigl, Lendl con Gene Mayer nonché Gerulaitis con Alexander e Solomon-Dibbs. Io ricordo che seguivo con attenzione – in mezzo a tanti campioni – anche l’americano Terry Moor, che sarebbe arrivato nei quarti, solo perché per l’appunto quella su Moor era stata una delle mie pochissime vittorie di prestigio quando avevo giocato i match fra college negli Stati Uniti, io nell’Oral Roberts, lui nella South Western Louisiana (se non ricordo male).

Per ricordare il comportamento dei quattro azzurri in quel giorno degli ottavi, Vilas battè Bertolucci 6-3 6-4, Panatta vinse su Higueras 6-4 7-6 e stavolta senza incidenti, Barazzutti perse da Dibbs 7-5 6-4, Ocleppo battè Feigl 6-4 3-6 7-5. Quel torneo del ’79 sarebbe poi stato vinto da Gerulaitis su Vilas dopo una maratona incredibile di 4 ore e 53 minuti 6-7 7-6 6-7 6-4 6-2 il cui racconto trovate qui.

I bagarini in quegli anni facevano affari d’oro. Era l’era Panatta, l’epoca d’oro del tennis italiano. Mai più vissuta. Ora, finalmente, sogniamo di riviverla, grazie a Berrettini e ai due ragazzini (e fa anche rima). Non è facile scrivere un editoriale dopo aver già realizzato un video che riassume le gesta di Lorenzo Musetti (lo trovate a fine articolo), capace di ripetersi ai danni di un Nishikori meno arrendevole di quanto fosse stato nel primo set Wawrinka. Due scalpi illustri, un triplo campione di Slam e un finalista dell’US Open, due ex top five.

Ho infatti aperto il mio intervento sul video, che registro alla meglio con i miei modesti mezzi – mica dispongo dei fondi di Supertennis! Anche se una ricerca della Bocconi sostiene che se avessi dovuto spendere in promozione pubblicitaria l’audience che raccolgo con questi video sarebbe roba che vale parecchi milioni – esclamando (solo per quei pochissimi che questa volta non l’avessero visto pur sapendo che ne faccio uno al giorno): “Altro che prova del 9! Lorenzo Musetti ha superato almeno quella del 18”. I successi conquistati nelle qualificazioni e nei due turni del Masters 1000 romano – primo diciottenne capace di tanto – gli hanno fatto guadagnare 70 posti in classifica ATP. Un balzo da numero 249 a 179. Numeri che devono far riflettere. Se si dice che Sinner, n.81, deve aver pazienza, e con lui i suoi tifosi, quanta ne deve avere Musetti?

Il suo tennis è più brillante di quello di Sinner, ma proprio per questo anche più rischioso. I bassi lo attendono minacciosi più degli alti, nell’immediato. Già il match con un (quasi) carneade tedesco che non è mai stato più su di n.83 del mondo, ma che è mancino – i mancini sono tipi… sinistri, dicevano nel MedioEvo – e qui ha battuto il tignoso De Minaur 7-6 al terzo e un meno tenace Monfils, si presenta tutt’altro che semplice. Bene o male il tedesco che vive in Florida, a Tampa, è tipo che l’anno scorso giunse agli ottavi dell’US Open, anche se noi quasi non ce accorgemmo perché tutti impegnati a seguire le prodezze di Berrettini. Il suo ranking lo deve soprattutto a quell’exploit. Eppure non fa mistero nel dire che la sua miglior superficie è la terra rossa. Uomo avvisato, mezzo salvato, caro Lorenzo Musetti.

Il rischio è che, dopo aver magari dormito pochino per l’impresa bis, ma stavolta senza 24 ore di decompressione, Lorenzo si trovi sulle spalle il peso di dover fare il tris… perché la gente che si è entusiasmata per il suo magnifico rovescio a una mano – ma l’avete visto quel passante che perfino Nishikori si è fermato ad applaudire? – quasi pretende che vinca ancora, anche se fra lui e il tedesco ci sono un centinaio di posti di gap in classifica.

Si ha un bel dire che la classifica non conta, ma invece qualcosa di solito significa. Non ho poi avuto tempo di vedere come Lorenzo se la cavi con i mancini. Ma certo non ne avrà incontrati a bizzeffe. Sarà un problemino in più, in aggiunta a quello di una inevitabile stanchezza per i match disputati a Roma e in tutte le ultime settimane senza sosta. Per tutti questi motivi forse il match di oggi è più difficile dei due che l’hanno preceduto. Non difficile come l’eventuale prossimo comunque… perché nei quarti gli toccherebbe Djokovic (più che Krajinovic, vero?).

Mi sono sbilanciato di più, invece, per il match Sinner-Dimitrov. E, sempre nel video… beh no, questa volta non ve lo dico, altrimenti che lo faccio a fare? Anzi, sapete che vi dico? In attesa delle immancabili scuse della FIT per il mio mancato accredito stampa, vado in salotto con brioche e cappuccino davanti alla tv a godermi il duello nazionale e mattutino (qui trovate il programma completo di oggi), Berrettini-Travaglia, per il quale posso sbilanciarmi in un pronostico sicuro: il match non sarà interrotto, come ieri sera, per un black-out elettrico piuttosto imbarazzante.

Smentisco infine, lieto così facendo di restituire un minimo di speranza ai creditori di sette milioni di biglietti, la fake news circolata ieri sera secondo la quale pareva che Angelo Binaghi non avesse pagato la bolletta all’Enel a seguito della mancata vendita degli altri biglietti. Con la previsione di un prossimo fatturato simile a quello della Federcalcio, la FIT ha fatto anche sapere di essere perfettamente in regola con le bollette: si è trattato di un semplice guasto tecnico.


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Editoriali del Direttore

Sinner e Musetti, attenti a quei due, ma non pretendete miracoli. E meno male che c’è Berrettini

La fortuna dell’uno è che c’è l’altro. E Matteo a fare da ombrello. Due tennisti precoci l’Italia non li ha mai avuti. Personalità e carattere da vendere. E se l’assenza del pubblico agli Internazionali di Roma aiutasse?

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Jannik Sinner - Internazionali d'Italia 2020 (foto Giampiero Sposito)

Un giorno Musetti, un giorno Sinner, provano a farci dimenticare che il numero 1 del tennis italiano si chiama Matteo Berrettini e che è il tennista romano quello che ha nettamente più risultati, miglior classifica e più chances di andare avanti nel torneo al quale tutti i tennisti italiani tengono naturalmente e tradizionalmente tantissimo, in molti casi quanto e più che a uno Slam. Tant’è che in passato spesso alcuni tennisti italiani hanno avvertito una tale pressione da far registrare risultati deludenti, quando non veri e propri flop.

Tutto il mondo è Paese. Sam Stosur ha sempre giocato Australian Open disastrosi, idem Amelie Mauresmo al Roland Garros. Non era una questione di nemo propheta in patria. Era una questione di nervi fragili. Corrado Barazzutti, che pure è stato top-ten, era certo uno specialista della terra rossa e veniva considerato un duro a morire (anche se era un piangina, frignava sempre), a Roma ha perso quattro volte al primo turno, tre al secondo, cinque volte al terzo e due sole volte è arrivato nei quarti come miglior risultato. Anche Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Flavia Pennetta, come Corrado, hanno certamente giocato meglio altrove che a Roma.

Quest’anno, forse perché non c’è il pubblico sugli spalti, i tennisti italiani stanno facendo in gruppi risultati straordinari, sembrano esprimersi meglio. Sono più tranquilli. Anche se non cominciano bene reagiscono serenamente senza angosciarsi (Caruso con Sandgren, Berrettini con Coria), anche se non chiudono un set (Travaglia con Coric) o un match (Musetti nel secondo set con Wawrinka, Sinner nel secondo set con Tsitsipas) non perdono la testa, ma con calma vanno avanti per la loro strada, con personalità. E anche nei tiebreak, che una volta i “nostri”, da latini più emotivi, perdevano quasi sempre, adesso invece spesso li portano a casa. Che sia perché nessuno gli fa “buuhh” quando sbagliano una palla facile o mancano un’opportunità? Il dubbio c’è.

 

Che un tennista più esperto ci riesca è in fondo più normale. Che riescano a restare freddi anche i giovanissimi lo è meno. La componente emotiva, l’ambiente, ha sempre condizionato parecchio i nostri giocatori. I tennisti italiani sono sempre maturati piuttosto tardi anche per questo motivo. Farina, Schiavone, Pennetta, Vinci hanno giocato meglio e con maggior consapevolezza, quando erano più vicine alla trentina che a 20 anni. Ma anche fra gli uomini abbiamo avuto tanti casi di tennisti “sbocciati” in ritardo con il loro best ranking, quasi mai prima dei 23/24/25 anni ai loro migliori livelli: Pietrangeli, Panatta, Sanguinetti, Pozzi, Seppi, Starace, Fabbiano, Lorenzi, cito in ordine sparso. Altre nazioni hanno avuto enfant-prodige, Spagna, Francia, Svizzera, Germania, USA, Russia, Australia, Serbia, Croazia, Svezia, Argentina. Noi fino a oggi no.

Quindi, tornando ab ovo, Berrettini è sì il nostro miglior giocatore, 65 posti virtuali davanti a Sinner (n.73 virtuale dopo la vittoria su Tsitsipas), 193 davanti a Musetti (che ha fatto un balzo di 48 posti nella classifica virtuale per aver battuto Wawrinka, da 249 a 201), ma avrete notato che tutti i titoli dei media per questi primi degli Internazionali d’Italia se li sono presi i due ragazzini, Musetti e Sinner. Ci sarebbe, in aggiunta a Berrettini, anche un Fabio Fognini, 33 anni e a ridosso dei top-ten, da non dimenticare per quanto ha fatto negli ultimi dieci anni, di certo il miglior tennista italiano dai tempi di Panatta e Barazzutti. Ma ora non sembra ancora pronto e nessuno si aspetta granché da lui, per via dell’operazione alle caviglie e forse non solo. Avrà voglia di mettersi sotto torchio?

Ma si sa che le novità, i giovanissimi, hanno un appeal tutto particolare presso l’opinione pubblica e noi media, un po’ troppo ruffianamente a volte, gli diamo corda. È stato chiesto ieri a Berrettini se lui si sentisse un leader di questa covata di giovani promesse e lui è stato onesto a non cavalcare l’onda, ma a ricordare che “il tennis è uno sport individuale, ognuno corre per sé, anche se poi sono molto contento se il tennis italiano va bene e conquista successi importanti con più giocatori”.

Lo scorso anno, dopo la vittoria di Sinner nel torneo ATP-Next-Gen di Milano sui media si era finito per dare più spazio al “fenomeno” Sinner che a Matteo semifinalista a New York, top-ten e uno dei Magnifici Otto al Masters ATP di Londra. Talvolta Matteo, pur sorridendo, con tatto e ironia, aveva finito per mostrare qualche piccolissimo segno di insofferenza a ritrovarsi messo sullo stesso piano di Jannik, il quale naturalmente non aveva nessuna colpa se una vittoria fra i Next-Gen e con quelle regole bislacche veniva paragonata ai successi di Matteo fra gli adulti del massimo circuito professionistico, nel tennis vero.

Non c’è dubbio che battere Wawrinka e Tsitsipas siano due ottimi risultati. Restano tali anche se né Wawrinka, inguardabile nel primo set e fino al 3-1 del secondo, né Tsitsipas, irriconoscibile nel primo set e nel terzo, si sono certo espressi al meglio. I due ragazzi sono entrambi avanti rispetto a tutti i loro coetanei, lo dice la classifica, lo dicono i risultati, hanno entrambi talento e soprattutto hanno personalità, intelligenza, voglia di arrivare e attorno a loro equipe professionali fatte di persone in gamba. Oltre a un background familiare impeccabile: genitori seri, modesti, lavoratori, di sani principi. Tutto ciò aiuta. Aiuta tanto.

I due ragazzi sono sufficientemente umili. Sanno di essere solo all’inizio, di dover mangiare ancora tante pagnotte per salire ai vertici. Hanno le spalle forti. Sanno che senza lavoro non si arriva da nessuna parte importante nemmeno se si sembra predestinati. Sono giustamente ambiziosi e pensano di potercela fare a salire in alto, anche molto in alto, ma sanno anche che ci vorrà tempo. Anni, non mesi. Quanti nessuno può saperlo.

Stanno facendo esperienza, sono ben assistiti, ben programmati. Forse se Sinner non fosse andato a Kitzbuhel per approcciare il tennis sulla terra rossa, anche se al secondo turno ha giocato malissimo e c’è chi gli ha subito gettato la croce addosso, non avrebbe battuto Tsitsipas ieri. Soprattutto dopo essersi lasciato sfuggire di mano il secondo set quando pareva vinto. E i due matchpoint mancati non hanno lasciato tracce nella sua testa. Chapeau. Così come non le avevano lasciate nella testa di Musetti la rimonta di Wawrinka nel secondo set, il ritrovarsi a giocare un tiebreak contro un campione di 17 anni più anziano e mille volte più esperto. Entrambi hanno superato, in questi giorni e alla loro giovanissima età, momenti psicologici tutt’altro che semplici. Come quello di una vittoria quasi raggiunta che rischia di scivolarti di mano. Quanto carattere, quanta personalità ci vuole in quei casi!

L’Italia è fortunata ad avere trovato un Berrettini, cresciuto come tennista e uomo al fianco di una persona perbene e in gamba, dedicata come Vincenzo Santopadre, ma anche ad aver torvato due ragazzi come Sinner e Musetti per tutto quanto ho scritto sopra. E so bene che dietro di loro ce ne sono altri. Zeppieri con Musetti ha perso di strettissima misura. Mi dicono bene di Gigante, ma non ricordo di averlo visto giocare.

Ma la gran fortuna di Sinner è di avere un Musetti alle sue spalle che incalza, e la gran fortuna di Musetti è di avere un Sinner che gli sta davanti. Ciascuno dei due sa che… la scimmia sulle spalle pesa meno quando si è in due a portarla. Adesso l’attenzione generale si sposterà da uno all’altro – ed entrambi coperti dall’”Ombrello Berrettini”, senza pesare troppo né sulle spalle dell’uno né su quelle dell’altro. È un vantaggio di cui, ad esempio, Fognini ha potuto godere assai poco. E forse ha pagato anche questo handicap, a parziale giustificazione di troppe sue altre carenze manifestatesi negli anni.

Da anni e per anni è stato lui il n.1, quindi gioie e dolori, trionfi e disastri come ammonisce Rudyard Kipling fin dall’ingresso della club house dell’All England Club, applausi e fischi lo hanno regolarmente inseguito, anche perché per quel suo carattere spesso indisponente in campo quanto magari apprezzabile fuori (non con tutti, non con me), ha finito sempre per relegare al ruolo di comprimari quasi tutti i suoi connazionali e compagni di Davis. Il talento tennistico di Fognini non lo avevano altri che potessero aspirare ai suoi stessi traguardi. O lui o nessuno, si è detto per anni, poteva approdare fra i top-ten. E lui alla fine ce l’ha fatta, anche se ci ha messo una vita e ha centrato quel traguardo soltanto a 32 anni.

Per Sinner e Musetti, invece, tutti pensano che le possibilità ci siano per entrambi. Il potenziale però è una parola vuota. Quanti sembrava che ce l’avessero e non hanno combinato un bel nulla? E nel frattempo c’è un Matteo Berrettini che è n.8 del mondo e permette ai due giovani rampolli d’umile famiglia (molto meglio non essere ricchi e presuntuosi per arrivare) di percorrere la loro strada con maggior pazienza, senza ansie, senza che siano in troppi a pretendere subito miracoli a ripetizione. Quelli, per ora, vengono richiesti a Matteo. E troppe volte, lui per primo lo sa, si esagera.


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