Uno contro tutti: altri due anni di duopolio Federer-Nadal

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Uno contro tutti: altri due anni di duopolio Federer-Nadal

lo svizzero scavalca di nuovo il maiorchino dopo Wimbledon 2009, Nadal restituisce il favore meno di anno dopo

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Chiuso con una certa mestizia il 2008, il n°1 del mondo Rafael Nadal sceglie Doha per verificare la sua condizione in vista del primo Slam stagionale ma le indicazioni non sono delle migliori. Dopo due successi piuttosto agevoli, nei quarti lo spagnolo cede con un doppio 6-4 al francese Gael Monfils. Con l’obiettivo di andarsi a prendere il primo Slam in carriera sul duro, il maiorchino arriva a Melbourne da primo favorito e, fino alle semifinali, fa percorso netto: quindici set a zero. Qui, però, sembra che il connazionale Fernando Verdasco possa interromperne il cammino e lo trascina al quinto set, dove ha l’opportunità di brekkarlo; fallita quella, dopo oltre cinque ore di gioco “Nando” si consegna al rivale e perde quella che sarà la sua più grossa occasione in carriera di battere il primo giocatore del mondo.

Nella sua corsa verso la finale, anche Federer ha avuto un turno terribile (contro Berdych, negli ottavi) ma è risalito da 0-2 e successivamente ha travolto sia Del Potro che Roddick; per questo – e per la stanchezza accumulata da Rafa – allo svizzero vengono accreditate possibilità di successo che gli ultimi H2H parrebbero smentire. In effetti, dopo aver perso primo e terzo set sul filo di lana e aver dominato il secondo e il quarto, all’inizio dell’ultimo parziale il match sembra indirizzato verso la Svizzera. Invece Federer cala vistosamente e Nadal passeggia, chiudendo 6-2.

Una sola settimana di pausa e il numero 1 è di nuovo in campo a Rotterdam dove soffre con Bolelli, Dimitrov e Tsonga e deve arrendersi nell’ultimo atto al britannico Murray, che gli rifila addirittura un 6-0 nel terzo set. Archiviato in scioltezza il primo turno di Coppa Davis sulla terra amica di Benidorm (con due nettissimi successi su Tipsarevic e Djokovic), sono due argentini a mettere i bastoni tra le ruote a Nadal nel “Double-Sunshine”: a Indian Wells il leader del ranking deve annullare ben cinque match-points a Nalbandian negli ottavi prima di proseguire la sua marcia vittoriosa che terminerà con la facile vittoria su Murray in finale mentre a Miami si ferma nei quarti al cospetto di Juan Martin del Potro.

Con le pile opportunamente ricaricate, Nadal intraprende la sua solita campagna “rossa” e in tre tappe (Monte Carlo, Barcellona e Roma) perde la miseria di un set. Sulla terra, lo spagnolo sembra imbattibile e così anche nella nuovissima Caja Magica (dove il Mutua Madrid Open si è spostato rilevando Amburgo) Nadal gode dei favori del pronostico. L’altura della capitale, però, velocizza il gioco e attenua in parte il dominio dello spagnolo, che infatti in semifinale deve lottare per oltre quattro ore e annullare tre palle-match prima di battere il serbo Djokovic. Il giorno dopo, contro un Federer perfettamente a suo agio sul centrale intitolato a Manolo Santana, Nadal si arrende in due partite. Di per sé, il ko non sembra avere particolari risvolti ma all’orizzonte, in lontananza, nubi cariche di cattivi presagi e di umidità stanno avanzando verso il Roland Garros.

 

Quando scende in campo, il 31 maggio, per affrontare Robin Soderling (tanto per avere un’idea, da lui battuto poche settimane prima a Roma per 6-1 6-0) negli ottavi, Nadal ha un record immacolato nello Slam parigino: 31 incontri e 31 vittorie, con appena 7 sets ceduti in tutto, mai più di uno a partita. Il mancino di Manacor è campione in carica del torneo da quattro anni e punta alla cinquina consecutiva, primato che lo distinguerebbe anche da Borg. Forse è una coincidenza – o forse no – che sia proprio uno svedese a compiere l’impresa ma quel pomeriggio Soderling mulina il suo dritto devastante e chiude in suo favore in quattro set quella che, per molti, è la più grande sorpresa tennistica dell’Era Open.

Con Nadal fuori dai giochi, Federer ha la grande occasione di completare il Career Grand Slam conquistando finalmente lo Slam nel quale, nelle ultime quattro stagioni, è sempre stato bocciato dallo spagnolo ma il peso della responsabilità rischia di schiacciarlo sia con Haas che con Del Potro; superati entrambi gli ostacoli al quinto set, lo svizzero batte proprio Soderling in finale e il 6 luglio, dopo essersi reimpossessato del trono di Wimbledon regolando Roddick in finale, torna in vetta al ranking mondiale.

La prima settimana da re ritornante non è delle più fortunate per Federer, sconfitto a Montreal da Tsonga nei quarti, ma l’elvetico si rifà immediatamente incamerando il Masters 1000 di Cincinnati e volando a New York per allungare a sei la striscia di titoli consecutivi agli US Open. Sono i cosiddetti “Fab Four” a dividersi l’intero pronostico nell’ultimo major stagionale ma tra i quattro litiganti spunta Juan Martin del Potro, che annienta in semifinale Nadal e recupera una situazione di svantaggio a Federer in finale prima di chiudere 6-2 al quinto set. Il n°1 del mondo si consola dichiarando che è stata comunque una stagione memorabile, arricchita dal matrimonio con Mirka e dalla nascita delle due gemelle, ma a posteriori si renderà conto di aver sprecato una grande occasione.

Il finale di stagione dello svizzero non è dei più confortanti. Dopo aver battuto agevolmente Starace e Bolelli nello spareggio di Coppa Davis, Federer perde la finale di Basilea contro Djokovic e viene eliminato al debutto nel 1000 di Bercy da Julien Benneteau, un francese che chiuderà la carriera con un best-ranking di n°25 e – soprattutto – con il tutt’altro che invidiabile record di dieci finali perse su dieci nel circuito ATP. Dal canto suo, Federer vorrebbe chiudere al meglio la stagione della rinascita ben figurando nelle ATP Finals che si disputano per la prima volta nell’avveniristica O2 Arena di Londra ma, dopo aver superato il round-robin perdendo da Del Potro a qualificazione avvenuta, in semifinale si fa superare per la prima volta in carriera da Nikolay Davydenko, contro il quale aveva prevalso nei dodici confronti diretti precedenti. Il russo legittimerà l’impresa andando a conquistare il titolo mentre il n°1 del mondo si riposerà in vista di un 2010 in cui dovrà difendere la leadership dall’attacco dei tre che lo seguono in classifica, ovvero Nadal, Djokovic e Murray.

Se il buongiorno si vede dal mattino, l’anno nuovo promette carbone per il leader della classifica ATP. A Doha, Federer perde nuovamente con Davydenko (in semifinale) e la sconfitta lo proietta a Melbourne con qualche ombra. La percezione, peraltro, è piuttosto falsa in quanto il russo sta giocando forse il miglior tennis della sua carriera e l’etichetta di “miglior tennista di sempre tra quelli che non hanno mai giocato una finale Slam” è probabilmente più che meritata. Infatti, agli Australian Open Federer arriva con ben altra intensità e saranno due russi – Andreev al debutto e lo stesso Nikolay nei quarti – i soli a strappargli un set e metterlo in difficoltà. In finale – la diciottesima negli ultimi diciannove Slam, primato probabilmente ineguagliabile – Roger regola Murray in tre set e regala la sensazione che il suo trono sia inattaccabile. Niente di più falso.

L’accoppiata americana di 1000 tra la California e la Florida ha in serbo due bocconi amari per Federer. Sia a Indian Wells (Baghdatis) che a Miami (Berdych) perde di misura dopo aver sprecato match-points e nei tre tornei di preparazione al Roland Garros incappa in altrettante dolorose sconfitte. A Roma esce subito per mano di Gulbis e in Portogallo, a Estoril, a sbarrargli la strada in semifinale è Albert Montanes. A dispetto del pessimo record nei confronti dei Top-10 (a fine carriera avrà un bilancio negativo di  6 vinte e 37 perse), l’iberico ha fondato la sua carriera sulla terra rossa giocandovi il 73% dei suoi incontri nel circuito maggiore e collezionando ben 11 finali, di cui 6 vinte.

A Madrid, dove difende il titolo conquistato l’anno precedente, Federer ritrova in finale Nadal ma questa volta è lo spagnolo ad imporsi in due set. Come spesso gli è accaduto, Nadal ha ritrovato sulla terra le sue migliri sensazioni e ha infilato i tre Masters 1000 (Monte Carlo e Roma, prima di Madrid) perdendo in tutto un paio di set. Per chiudere lo “Slam rosso” gli basta, si fa per dire, tornare campione al Roland Garros e lo fa nel modo meno equivocabile, ovvero chiudendo le due settimane parigine senza cedere set ai malcapitati avversari che stanno dall’altra parte della barricata. Scusate, della rete. Come l’anno prima – ma invertendo l’ordine dei risultati – il trade-union tra i primi due tennisti del mondo è lo svedese Soderling; questa volta Robin elimina Federer nei quarti e perde con Rafa in finale. Il giorno dopo, 7 giugno, Nadal è nuovamente il padrone delle ferriere; da quando è stato istituito il ranking mondiale, è l’ottantottesimo avvicendamento al vertice dell’ATP.

Tanto per cambiare, l’investitura a “migliore della classe” predispone alla sconfitta e Nadal non si sottrae ad una regola che è già successa 45 volte (ovvero di perdere nel primo torneo disputato dopo essere diventati numeri uno) dal 1973. Al Queen’s il connazionale Feliciano Lopez sfrutta la velocità dell’erba e lo batte in due set ma Rafa non si demoralizza e a Wimbledon – nonostante due incontri molto complicati nella prima settimana e risolti al quinto set contro Haase e Petzschner – si riscatta bissando la vittoria del 2008 battendo in finale il ceco Berdych. L’estate sul duro americano è ostica nei confronti del leader, sconfitto sia a Toronto (da Murray) che a Cincinnati, vittima del cipriota Baghdatis. Tuttavia, quando torna a respirare aria di major, Nadal si veste di nero e mette a segno il terzo sigillo consecutivo dominando gli US Open, nei quali perde un solo set in finale contro Djokovic e chiude finalmente il cerchio del Career Grand Slam.

Nelle tre tappe orientali di avvicinamento alle ATP Finals, il numero 1 del mondo perde inaspettatamente a Bangkok (sconfitto dal connazionale Garcia-Lopez) e a Shanghai, dove ha la peggio con il mancino austriaco Jurgen Melzer, ma fa suo il torneo di Tokyo salvando due match-points in semifinale contro Troicki prima di regolare Monfils nell’atto conclusivo. Adesso, per mettere il sigillo a una stagione memorabile, manca solo l’ultima perla, quelle ATP Finals (o Masters, che dir si voglia) che Rafa non ha mai vinto. Alla O2 Arena di Londra gli avversari sono sempre i soliti e Nadal conquista le semifinali vincendo il suo gruppo; qui, contro Murray, si fa annullare un match-points e nel tie-break decisivo è sotto 1-4 ma reagisce e si guadagna la finale contro Federer.

Lo svizzero ha passeggiato nel girone e ha lasciato appena cinque giochi a Djokovic in semifinale ma con Nadal è sotto 7-14 negli head-to-head; in questo torneo, però, lo svizzero si è imposto all’iberico nelle due occasioni in cui si sono affrontati. E questa è la terza, in cui Nadal riesce a far suo il set centrale ma crolla nel terzo, perso 6-1. In fondo è una sconfitta che ci può stare, viste le condizioni favorevoli a Federer, e il duello viene rimandato alla stagione successiva. Il 2011 partirà con Nadal che ha quasi 3.500 punti in più di Federer (12.450 contro 9.145) e tutti gli altri staccatissimi. Da queste cifre, non si può pensare ad altro che quella che ci attende è una stagione in cui il loro duello monopolizzerà l’interesse e la classifica. Niente di più sbagliato. Nella prossima puntata vedremo il perché.   

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – VENTIDUESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
2009NADAL, RAFAELMONFILS, GAEL46 46DOHAH
2009NADAL, RAFAELMURRAY, ANDY36 64 06ROTTERDAMH
2009NADAL, RAFAELDEL POTRO, JUAN MARTIN46 63 67MIAMIH
2009NADAL, RAFAELFEDERER, ROGER46 46MADRIDC
2009NADAL, RAFAELSODERLING, ROBIN26 76 46 67ROLAND GARROSC
2009FEDERER, ROGERTSONGA, JO-WILFRIED67 61 67CANADA OPENH
2009FEDERER, ROGERDEL POTRO, JUAN MARTIN63 67 64 67 26US OPENH
2009FEDERER, ROGERDJOKOVIC, NOVAK46 64 26BASILEAH
2009FEDERER, ROGERBENNETEAU, JULIEN63 67 46PARIGI BERCYH
2009FEDERER, ROGERDEL POTRO, JUAN MARTIN26 76 36MASTERS H
2009FEDERER, ROGERDAVYDENKO, NIKOLAY26 64 57MASTERS H
2010FEDERER, ROGERDAVYDENKO, NIKOLAY46 46DOHAH
2010FEDERER, ROGERBAGHDATIS, MARCOS75 57 67INDIAN WELLSH
2010FEDERER, ROGERBERDYCH, TOMAS46 76 67MIAMIH
2010FEDERER, ROGERGULBIS, ERNESTS62 16 57ROMAC
2010FEDERER, ROGERMONTANES, ALBERT26 67ESTORILC
2010FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL46 67MADRIDC
2010FEDERER, ROGERSODERLING, ROBIN63 36 57 46ROLAND GARROSC
2010NADAL, RAFAELLOPEZ, FELICIANO67 46QUEEN’SG
2010NADAL, RAFAELMURRAY, ANDY36 46CANADA OPENH
2010NADAL, RAFAELBAGHDATIS, MARCOS46 64 46CINCINNATIH
2010NADAL, RAFAELGARCIA-LOPEZ, GUILLERMO62 67 36BANGKOKH
2010NADAL, RAFAELMELZER, JURGEN16 63 36SHANGHAIH
2010NADAL, RAFAELFEDERER, ROGER36 63 16MASTERS H

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi
  19. E alla fine arriva Federer
  20. 2006-07, il dominio di Federer con il ‘tarlo’ Nadal
  21. Lo storico sorpasso di Nadal su Federer nel 2008

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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