Uno contro tutti: altri due anni di duopolio Federer-Nadal

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Uno contro tutti: altri due anni di duopolio Federer-Nadal

lo svizzero scavalca di nuovo il maiorchino dopo Wimbledon 2009, Nadal restituisce il favore meno di anno dopo

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Chiuso con una certa mestizia il 2008, il n°1 del mondo Rafael Nadal sceglie Doha per verificare la sua condizione in vista del primo Slam stagionale ma le indicazioni non sono delle migliori. Dopo due successi piuttosto agevoli, nei quarti lo spagnolo cede con un doppio 6-4 al francese Gael Monfils. Con l’obiettivo di andarsi a prendere il primo Slam in carriera sul duro, il maiorchino arriva a Melbourne da primo favorito e, fino alle semifinali, fa percorso netto: quindici set a zero. Qui, però, sembra che il connazionale Fernando Verdasco possa interromperne il cammino e lo trascina al quinto set, dove ha l’opportunità di brekkarlo; fallita quella, dopo oltre cinque ore di gioco “Nando” si consegna al rivale e perde quella che sarà la sua più grossa occasione in carriera di battere il primo giocatore del mondo.

Nella sua corsa verso la finale, anche Federer ha avuto un turno terribile (contro Berdych, negli ottavi) ma è risalito da 0-2 e successivamente ha travolto sia Del Potro che Roddick; per questo – e per la stanchezza accumulata da Rafa – allo svizzero vengono accreditate possibilità di successo che gli ultimi H2H parrebbero smentire. In effetti, dopo aver perso primo e terzo set sul filo di lana e aver dominato il secondo e il quarto, all’inizio dell’ultimo parziale il match sembra indirizzato verso la Svizzera. Invece Federer cala vistosamente e Nadal passeggia, chiudendo 6-2.

Una sola settimana di pausa e il numero 1 è di nuovo in campo a Rotterdam dove soffre con Bolelli, Dimitrov e Tsonga e deve arrendersi nell’ultimo atto al britannico Murray, che gli rifila addirittura un 6-0 nel terzo set. Archiviato in scioltezza il primo turno di Coppa Davis sulla terra amica di Benidorm (con due nettissimi successi su Tipsarevic e Djokovic), sono due argentini a mettere i bastoni tra le ruote a Nadal nel “Double-Sunshine”: a Indian Wells il leader del ranking deve annullare ben cinque match-points a Nalbandian negli ottavi prima di proseguire la sua marcia vittoriosa che terminerà con la facile vittoria su Murray in finale mentre a Miami si ferma nei quarti al cospetto di Juan Martin del Potro.

Con le pile opportunamente ricaricate, Nadal intraprende la sua solita campagna “rossa” e in tre tappe (Monte Carlo, Barcellona e Roma) perde la miseria di un set. Sulla terra, lo spagnolo sembra imbattibile e così anche nella nuovissima Caja Magica (dove il Mutua Madrid Open si è spostato rilevando Amburgo) Nadal gode dei favori del pronostico. L’altura della capitale, però, velocizza il gioco e attenua in parte il dominio dello spagnolo, che infatti in semifinale deve lottare per oltre quattro ore e annullare tre palle-match prima di battere il serbo Djokovic. Il giorno dopo, contro un Federer perfettamente a suo agio sul centrale intitolato a Manolo Santana, Nadal si arrende in due partite. Di per sé, il ko non sembra avere particolari risvolti ma all’orizzonte, in lontananza, nubi cariche di cattivi presagi e di umidità stanno avanzando verso il Roland Garros.

 

Quando scende in campo, il 31 maggio, per affrontare Robin Soderling (tanto per avere un’idea, da lui battuto poche settimane prima a Roma per 6-1 6-0) negli ottavi, Nadal ha un record immacolato nello Slam parigino: 31 incontri e 31 vittorie, con appena 7 sets ceduti in tutto, mai più di uno a partita. Il mancino di Manacor è campione in carica del torneo da quattro anni e punta alla cinquina consecutiva, primato che lo distinguerebbe anche da Borg. Forse è una coincidenza – o forse no – che sia proprio uno svedese a compiere l’impresa ma quel pomeriggio Soderling mulina il suo dritto devastante e chiude in suo favore in quattro set quella che, per molti, è la più grande sorpresa tennistica dell’Era Open.

Con Nadal fuori dai giochi, Federer ha la grande occasione di completare il Career Grand Slam conquistando finalmente lo Slam nel quale, nelle ultime quattro stagioni, è sempre stato bocciato dallo spagnolo ma il peso della responsabilità rischia di schiacciarlo sia con Haas che con Del Potro; superati entrambi gli ostacoli al quinto set, lo svizzero batte proprio Soderling in finale e il 6 luglio, dopo essersi reimpossessato del trono di Wimbledon regolando Roddick in finale, torna in vetta al ranking mondiale.

La prima settimana da re ritornante non è delle più fortunate per Federer, sconfitto a Montreal da Tsonga nei quarti, ma l’elvetico si rifà immediatamente incamerando il Masters 1000 di Cincinnati e volando a New York per allungare a sei la striscia di titoli consecutivi agli US Open. Sono i cosiddetti “Fab Four” a dividersi l’intero pronostico nell’ultimo major stagionale ma tra i quattro litiganti spunta Juan Martin del Potro, che annienta in semifinale Nadal e recupera una situazione di svantaggio a Federer in finale prima di chiudere 6-2 al quinto set. Il n°1 del mondo si consola dichiarando che è stata comunque una stagione memorabile, arricchita dal matrimonio con Mirka e dalla nascita delle due gemelle, ma a posteriori si renderà conto di aver sprecato una grande occasione.

Il finale di stagione dello svizzero non è dei più confortanti. Dopo aver battuto agevolmente Starace e Bolelli nello spareggio di Coppa Davis, Federer perde la finale di Basilea contro Djokovic e viene eliminato al debutto nel 1000 di Bercy da Julien Benneteau, un francese che chiuderà la carriera con un best-ranking di n°25 e – soprattutto – con il tutt’altro che invidiabile record di dieci finali perse su dieci nel circuito ATP. Dal canto suo, Federer vorrebbe chiudere al meglio la stagione della rinascita ben figurando nelle ATP Finals che si disputano per la prima volta nell’avveniristica O2 Arena di Londra ma, dopo aver superato il round-robin perdendo da Del Potro a qualificazione avvenuta, in semifinale si fa superare per la prima volta in carriera da Nikolay Davydenko, contro il quale aveva prevalso nei dodici confronti diretti precedenti. Il russo legittimerà l’impresa andando a conquistare il titolo mentre il n°1 del mondo si riposerà in vista di un 2010 in cui dovrà difendere la leadership dall’attacco dei tre che lo seguono in classifica, ovvero Nadal, Djokovic e Murray.

Se il buongiorno si vede dal mattino, l’anno nuovo promette carbone per il leader della classifica ATP. A Doha, Federer perde nuovamente con Davydenko (in semifinale) e la sconfitta lo proietta a Melbourne con qualche ombra. La percezione, peraltro, è piuttosto falsa in quanto il russo sta giocando forse il miglior tennis della sua carriera e l’etichetta di “miglior tennista di sempre tra quelli che non hanno mai giocato una finale Slam” è probabilmente più che meritata. Infatti, agli Australian Open Federer arriva con ben altra intensità e saranno due russi – Andreev al debutto e lo stesso Nikolay nei quarti – i soli a strappargli un set e metterlo in difficoltà. In finale – la diciottesima negli ultimi diciannove Slam, primato probabilmente ineguagliabile – Roger regola Murray in tre set e regala la sensazione che il suo trono sia inattaccabile. Niente di più falso.

L’accoppiata americana di 1000 tra la California e la Florida ha in serbo due bocconi amari per Federer. Sia a Indian Wells (Baghdatis) che a Miami (Berdych) perde di misura dopo aver sprecato match-points e nei tre tornei di preparazione al Roland Garros incappa in altrettante dolorose sconfitte. A Roma esce subito per mano di Gulbis e in Portogallo, a Estoril, a sbarrargli la strada in semifinale è Albert Montanes. A dispetto del pessimo record nei confronti dei Top-10 (a fine carriera avrà un bilancio negativo di  6 vinte e 37 perse), l’iberico ha fondato la sua carriera sulla terra rossa giocandovi il 73% dei suoi incontri nel circuito maggiore e collezionando ben 11 finali, di cui 6 vinte.

A Madrid, dove difende il titolo conquistato l’anno precedente, Federer ritrova in finale Nadal ma questa volta è lo spagnolo ad imporsi in due set. Come spesso gli è accaduto, Nadal ha ritrovato sulla terra le sue migliri sensazioni e ha infilato i tre Masters 1000 (Monte Carlo e Roma, prima di Madrid) perdendo in tutto un paio di set. Per chiudere lo “Slam rosso” gli basta, si fa per dire, tornare campione al Roland Garros e lo fa nel modo meno equivocabile, ovvero chiudendo le due settimane parigine senza cedere set ai malcapitati avversari che stanno dall’altra parte della barricata. Scusate, della rete. Come l’anno prima – ma invertendo l’ordine dei risultati – il trade-union tra i primi due tennisti del mondo è lo svedese Soderling; questa volta Robin elimina Federer nei quarti e perde con Rafa in finale. Il giorno dopo, 7 giugno, Nadal è nuovamente il padrone delle ferriere; da quando è stato istituito il ranking mondiale, è l’ottantottesimo avvicendamento al vertice dell’ATP.

Tanto per cambiare, l’investitura a “migliore della classe” predispone alla sconfitta e Nadal non si sottrae ad una regola che è già successa 45 volte (ovvero di perdere nel primo torneo disputato dopo essere diventati numeri uno) dal 1973. Al Queen’s il connazionale Feliciano Lopez sfrutta la velocità dell’erba e lo batte in due set ma Rafa non si demoralizza e a Wimbledon – nonostante due incontri molto complicati nella prima settimana e risolti al quinto set contro Haase e Petzschner – si riscatta bissando la vittoria del 2008 battendo in finale il ceco Berdych. L’estate sul duro americano è ostica nei confronti del leader, sconfitto sia a Toronto (da Murray) che a Cincinnati, vittima del cipriota Baghdatis. Tuttavia, quando torna a respirare aria di major, Nadal si veste di nero e mette a segno il terzo sigillo consecutivo dominando gli US Open, nei quali perde un solo set in finale contro Djokovic e chiude finalmente il cerchio del Career Grand Slam.

Nelle tre tappe orientali di avvicinamento alle ATP Finals, il numero 1 del mondo perde inaspettatamente a Bangkok (sconfitto dal connazionale Garcia-Lopez) e a Shanghai, dove ha la peggio con il mancino austriaco Jurgen Melzer, ma fa suo il torneo di Tokyo salvando due match-points in semifinale contro Troicki prima di regolare Monfils nell’atto conclusivo. Adesso, per mettere il sigillo a una stagione memorabile, manca solo l’ultima perla, quelle ATP Finals (o Masters, che dir si voglia) che Rafa non ha mai vinto. Alla O2 Arena di Londra gli avversari sono sempre i soliti e Nadal conquista le semifinali vincendo il suo gruppo; qui, contro Murray, si fa annullare un match-points e nel tie-break decisivo è sotto 1-4 ma reagisce e si guadagna la finale contro Federer.

Lo svizzero ha passeggiato nel girone e ha lasciato appena cinque giochi a Djokovic in semifinale ma con Nadal è sotto 7-14 negli head-to-head; in questo torneo, però, lo svizzero si è imposto all’iberico nelle due occasioni in cui si sono affrontati. E questa è la terza, in cui Nadal riesce a far suo il set centrale ma crolla nel terzo, perso 6-1. In fondo è una sconfitta che ci può stare, viste le condizioni favorevoli a Federer, e il duello viene rimandato alla stagione successiva. Il 2011 partirà con Nadal che ha quasi 3.500 punti in più di Federer (12.450 contro 9.145) e tutti gli altri staccatissimi. Da queste cifre, non si può pensare ad altro che quella che ci attende è una stagione in cui il loro duello monopolizzerà l’interesse e la classifica. Niente di più sbagliato. Nella prossima puntata vedremo il perché.   

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – VENTIDUESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
2009NADAL, RAFAELMONFILS, GAEL46 46DOHAH
2009NADAL, RAFAELMURRAY, ANDY36 64 06ROTTERDAMH
2009NADAL, RAFAELDEL POTRO, JUAN MARTIN46 63 67MIAMIH
2009NADAL, RAFAELFEDERER, ROGER46 46MADRIDC
2009NADAL, RAFAELSODERLING, ROBIN26 76 46 67ROLAND GARROSC
2009FEDERER, ROGERTSONGA, JO-WILFRIED67 61 67CANADA OPENH
2009FEDERER, ROGERDEL POTRO, JUAN MARTIN63 67 64 67 26US OPENH
2009FEDERER, ROGERDJOKOVIC, NOVAK46 64 26BASILEAH
2009FEDERER, ROGERBENNETEAU, JULIEN63 67 46PARIGI BERCYH
2009FEDERER, ROGERDEL POTRO, JUAN MARTIN26 76 36MASTERS H
2009FEDERER, ROGERDAVYDENKO, NIKOLAY26 64 57MASTERS H
2010FEDERER, ROGERDAVYDENKO, NIKOLAY46 46DOHAH
2010FEDERER, ROGERBAGHDATIS, MARCOS75 57 67INDIAN WELLSH
2010FEDERER, ROGERBERDYCH, TOMAS46 76 67MIAMIH
2010FEDERER, ROGERGULBIS, ERNESTS62 16 57ROMAC
2010FEDERER, ROGERMONTANES, ALBERT26 67ESTORILC
2010FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL46 67MADRIDC
2010FEDERER, ROGERSODERLING, ROBIN63 36 57 46ROLAND GARROSC
2010NADAL, RAFAELLOPEZ, FELICIANO67 46QUEEN’SG
2010NADAL, RAFAELMURRAY, ANDY36 46CANADA OPENH
2010NADAL, RAFAELBAGHDATIS, MARCOS46 64 46CINCINNATIH
2010NADAL, RAFAELGARCIA-LOPEZ, GUILLERMO62 67 36BANGKOKH
2010NADAL, RAFAELMELZER, JURGEN16 63 36SHANGHAIH
2010NADAL, RAFAELFEDERER, ROGER36 63 16MASTERS H

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi
  19. E alla fine arriva Federer
  20. 2006-07, il dominio di Federer con il ‘tarlo’ Nadal
  21. Lo storico sorpasso di Nadal su Federer nel 2008

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Lo Slam racconta: US Open 1938, il Grande Slam del Dragone Rosso

Il 24 settembre 1938 Don Budge – God, come lo chiamava Tilden – completa per primo il Grande Slam della racchetta. Nemmeno uno dei più devastanti uragani della storia fermò l’uomo nato per giocare a tennis ed essere il migliore

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Donald Budge - White City Stadium, Sydney, 1937

Il Great New England Hurricane si era formato il 9 settembre 1938 sulle coste dell’Africa Occidentale. Raggiunse il picco di intensità il 19 alle Bahamas con venti fino a 260 kmh e le isole lo deviarono verso la costa est. Quando investì la zona di New York prima di dissiparsi in Ontario l’uragano aveva perso intensità ma fu comunque sufficiente a procurare sette giorni da tragenda.

Anche quella mattina Don Budge guardò fuori dalla finestra, pioveva ancora e tenere a bada l’inquietudine cominciava a essere difficile. La finale degli US National Championships, l’incontro più importante della vita, continuava a sfuggirgli, come la tartaruga da Achille. Giorno dopo giorno. Al momento del match poi il centrale del West Side Tennis Club sarebbe stato fradicio e questo poteva favorire Gene e il suo tennis fatto di precisione e leggerezza.

“Forse gli dei del tennis non vogliono un novellino fra loro…” pensò nel forse unico accesso di superbia della sua vita, subito spento da una smorfia.

 

Forest Hills, 24 settembre 1938. Doveva vincere, doveva farlo adesso e contro il suo amico fraterno. Ora o mai più.

Era stato un lungo viaggio e mentre la pioggia batteva incessante sui vetri Don tornò a quella cena di quasi un anno prima quando l’amico campione Ellsworth Vines ( “…quando Ellie era in forma eri fortunato a toccare la palla” Jack Kramer dixit) cercava in tutti i modi di dissuaderlo dall’idea di tentare il Grande Slam, senza riuscirci. In qualche modo sapeva di potercela fare.

I ricordi si affastellavano uno sull’altro, il viaggio in nave dall’altra parte del mondo scandito dalle note di Benny Goodman, il caldo soffocante, l’erba australiana traditrice e le sconfitte in serie nei test match che precedevano gli Australian Championships. Poi quello più dolce, la vittoria in finale ad Adelaide contro John Bromwich per 6-4, 6-2, 6-1. Un massacro.

Parigi e Londra erano state conquistate sulle ali dell’entusiasmo, 13 games persi nelle due finali contro Menzel e Austin. Solo il barone Von Cramm avrebbe potuto contrastarlo validamente al Roland Garros ma da una prigione nazista era difficile giocare…

Non potendolo piegare alla svastica il regime lo aveva condannato a un anno di prigione per omosessualità e esportazione di valuta. Fu Budge stesso a promuovere una lettera di protesta firmata da 25 grandi atleti e consegnata nelle mani del fuhrer. La condanna fu ridotta a cinque mesi.

Aveva fatto il giro del mondo ma il viaggio vero era cominciato molto tempo prima.

I Budge erano scozzesi, e scozzesi delle Highlands, gente dura e scabra come le scogliere su cui batte incessantemente quel mare.

Il padre di Don è una giovane e dotata ala destra ventenne dei Glasgow Rangers quando durante un allenamento cade in un contrasto, sbatte la testa e sviene. L’azione si sposta altrove, la nebbia scozzese vela tutto e incredibilmente l’allenamento termina senza che nessuno noti l’assenza di John Budge. Passa un’ora prima che lo trovino ancora esanime a terra, la testa è a posto ma la pioggia gelida gli rovina per sempre i polmoni. Il medico consiglia climi miti e Budge senior sceglie Oakland, California settentrionale. Qui, il 13 giugno 1915, nasce Don, il Dragone Rosso.

Il colore dei capelli lo prese dalla madre Pearl Kinckaid anche se il figlio non li vide mai. Le erano diventati completamente bianchi per lo spavento durante il terremoto di San Francisco del 1906, quando il suo lettino era stato sbattuto da una parte all’altra della stanza.

Oakland è una mecca del baseball e Don gioca in ogni momento libero; è in quei pomeriggi che prende forma il più grande rovescio della storia del tennis. Il giovanotto è ambidestro e sul diamante batte da mancino. Quando il fratello maggiore lo porta su un campo da tennis impugna invecela racchetta con la destra ed è naturale per lui ricalcare esattamente lo stesso movimento memorizzato con la mazza da baseball. Stessa linearità, eleganza ed efficacia. Considerando poi che Budge giocò sempre con una Wilson Ghost da quasi mezzo chilo senza cuoio sul manico la differenza non era poi troppa.

I colpi vengono assimilati con una dedizione assoluta e quando in una sola estate cresce fino a un metro e ottantacinque il suo gioco diventa devastante.

L’ultimo tassello è la scoperta dell’anticipo. Nel 1935 Don era stato invitato ad arbitrare un’esibizione fra Perry e Vines e dal seggiolone era rimasto strabiliato da come Fred, ex campione mondiale di ping pong, colpiva la palla un attimo dopo il rimbalzo. Budge impiegò quell’inverno imparando ad abbinare la potenza all’anticipo e “… dopo aver colpito per settimane ogni centimetro delle reti di recinzione” riuscì nell’impresa.

Ecco la testimonianza di Julius Heldman, ex tennista, poi gran penna dello sport statunitense:

“Io sono cresciuto e ho giocato all’epoca di Don Budge e per quelli come me lui non era solo intoccabile ma il più grande giocatore di ogni tempo. Non consentiva a nessuno di entrare in partita e la sua potenza devastante non calava mai.”

Ormai era solo questione di tempo e il tempo era arrivato.

Quel 24 settembre tutti i dubbi e le paure vennero spazzati via da quel rovescio che era un dono degli dei. Solo nel secondo set Gene Mako riuscì a cogliere di sorpresa l’amico sottraendogli con un passante alla Rocambole l’unico set del torneo.

Negli altri tre non ci fu storia, come sempre quando The Big Red scendeva in campo.

24 settembre 1938, West Side Tennis Club, Forest Hills

John Donald Budge b. Gene Mako 6-3, 6-8, 6-2, 6-1

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Scene di famiglia in Canada: Aliassime suona il pianoforte prima della sua festa a sorpresa, Maria si allena con le figlie

Felix Auger-Aliassime si destreggia eccome anche con la musica, Tatjana Maria ha due nuovi piccoli membri nel team

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Felix Auger-Aliassime al pianoforte - Montreal 2022

I primi giorni di agosto sono particolarmente ricchi sotto l’aspetto dei compleanni nel mondo tennistico, e dopo quello di Roger Federer (celebrato a dovere dal campione svizzero capace di far emozionare il piccolo Zizou), e di Rod Laver (che in regalo ha ricevuto due top10), è toccato anche a Felix Auger-Aliassime. Il tennista canadese ha festeggiato l’8 agosto il suo 22esimo compleanno proprio durante il torneo di casa, e gli organizzatori hanno pensato bene di preparargli una sorpresa. Inizialmente il n.9 del mondo Aliassime si era preparato per una esibizione al pianoforte – strumento dove si destreggia egregiamente – al fianco della compositrice Alexandra Stréliski. Dopo qualche pezzo, i due hanno iniziato ad intonare ‘Tanti auguri a te’… e a quel punto tutti gli amici e parenti del tennista sono usciti allo scoperto, suscitando non poca emozione nel giovane tennista. Preso dalle lacrime, Felix ha ringraziato tutti prima di procedere ai festeggiamenti.

A quanto pare il torneo National Bank Open non vuole essere avaro di situazioni emotive in questa edizione; e mentre a Montreal andava in scena la festa di Aliassime, a Toronto Tatjana Maria si allenava con il prezioso aiuto delle sue due figlie, Charlotte, nove anni, e Cecilia, uno.

 

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Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

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ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

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