Uno contro tutti: il duopolio è spezzato, Djokovic irrompe sulla scena

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Uno contro tutti: il duopolio è spezzato, Djokovic irrompe sulla scena

Il 2011 segna la fine della dicotomia Federer-Nadal: il serbo domina la stagione vincendo 3/4 di Slam e rimane N.1 anche l’anno successivo

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Per Nadal e Federer, i dominatori del circuito, quello che si presenta all’alba del 2011 del tennis maschile è un cielo senza nuvole. Lo svizzero ha chiuso la stagione precedente trionfando nelle ATP Finals con successi sugli altri quattro tennisti appartenenti alla Top-5 mentre lo spagnolo, pur perdendo la finale del Masters stesso, ha archiviato la sua miglior annata-Slam incamerando ¾ della torta e apparendo a tratti ingiocabile. Il loro duello quindi, in assenza di alternative consistenti e durature, sembra destinato a riproporsi anche nel 2011 ma una tempesta sta arrivando dai Balcani e gli esperti le hanno già trovato nome e cognome: Novak Djokovic.

Quello che si presenta a Doha non è certo il miglior Nadal. Il maiorchino subisce addirittura un 6-0 nel vittorioso secondo turno con lo slovacco Lacko e in semifinale viene seccamente battuto da uno dei pochissimi tennisti contro i quali ha un bilancio negativo, ovvero Nikolay Davydenko. Il russo non è più quello del 2009 ed è scivolato in classifica ma il suo gioco continua a creare problemi al numero 1. Tuttavia, le prime indicazioni a Melbourne sono confortanti e l’approdo ai quarti di finale avviene senza cedere set e sprecando poche energie; qui però, in una serata in cui accusa un malanno muscolare, rimedia appena nove giochi al cospetto del connazionale David Ferrer.

L’infortunio è meno serio del previsto e già un mese dopo lo spagnolo torna in campo regolando in scioltezza sia Bemelmans che Olivier Rochus in Coppa Davis. Il vero test arriva però nel doppio appuntamento americano coast-to-coast tra Indian Wells e Miami; nei due 1000 il numero 1 conquista senza troppi affanni altrettante finali ma viene sconfitto – sempre in tre set – da Djokovic. In California il serbo recupera da 0-1 mentre in Florida, in cui si presenta da numero 2 dopo aver superato in classifica Federer, è determinante la vittoria nel tie-break del terzo. Sul momento, visto anche l’equilibrio di entrambe le sfide, il doppio ko del leader mondiale sembra piuttosto indolore oltre che ampiamente giustificato dalla superficie e l’approssimarsi della terra rossa dovrebbe ripristinare le gerarchie. In effetti, tra Monte Carlo e Barcellona il numero uno del mondo ritrova le coordinate giuste e si vendica di Ferrer nelle due finali. Poi però, a Madrid, la minaccia Djokovic si fa sentire di nuovo e nell’atto conclusivo del Mutua Madrid Open, in una Caja Magica gremita, il serbo torna ad imporsi e stavolta in due soli set.

Come se non bastasse, la scena si ripete al Foro Italico e qui per Nadal non c’è nemmeno l’attenuante dell’altura, invece presente nella capitale iberica. A Roma Djokovic eguaglia proprio Rafa e diventa il secondo tennista con la miglior striscia di vittorie consecutive nei confronti del n°1 mondiale con quattro ma, ancora più importante, si propone come rivale attendibile anche per il Roland Garros. Invece a Parigi, in semifinale, il serbo viene fermato dalla miglior versione terricola di Federer e Nadal tira un sospiro di sollievo, supera lo svizzero in finale e può mordere la Coppa dei Moschettieri per la sesta volta, proprio come Bjorn Borg. Le vicende parigine non alterano più di tanto il ranking e Wimbledon, in questo senso, diventa decisivo.

Ai Championships il numero 1 del mondo ci arriva con il rodaggio del Queen’s, dove però ha dovuto soccombere nei quarti al sempre temibile Jo-Wilfried Tsonga. Il francese ha già battuto Federer da primo della classe e in futuro ci riuscirà anche con Djokovic, entrando in una élite ristretta che comprende solo altri due colleghi, ovvero Del Potro e Murray. Djokovic invece si è riposato prima di Wimbledon e la scelta si rivela giusta, perché sull’erba del Tempio perde qualche set ma resta in controllo per l’intero torneo e il 4 luglio, all’indomani del suo primo titolo londinese ottenuto battendo proprio Nadal in finale, diventa il 25° numero uno della storia dell’ATP. Un sorpasso iniziato da lontano e chiuso in uno dei giorni più belli della carriera del serbo.

Nel suo debutto da primo della classe, Djokovic centra subito un altro titolo al Masters 1000 di Montreal e, sulla scia, arriva in finale a Cincinnati dove però non può lottare ad armi pari con Andy Murray a causa della spalla destra dolorante. Il numero uno perde di misura il primo set ma nel secondo crolla e, sotto 0-3, si ritira: è la sua seconda sconfitta stagionale e, fattore ancora più importante, le sue precarie condizioni fisiche rimescolano le carte dei pronostici per gli imminenti US Open, con i cosiddetti “Fab Four” che monopolizzano le percentuali di vittoria del titolo.

Recuperati i guai fisici, Djokovic è agevolato anche dai ritiri a match in corso dei suoi avversari di primo turno (Niland) e quarti di finale (il connazionale Tipsarevic, l’unico che gli ha tolto un set) ma in semifinale vede le streghe contro un grande Federer. Lo svizzero si porta avanti due set a zero ma Nole recupera e lo porta al quinto, dove però il suo avversario si porta a doppio match-point sul 5-3 e 40-15. Nel primo il serbo trova una risposta di dritto che resterà nella storia del tennis mentre nel secondo il nastro corregge in corridoio un dritto di Federer; da quel momento lo svizzero perderà quattro game di fila e con quelli la possibilità di tornare in finale agli US Open. L’ultimo atto del quarto major stagionale è anche il sesto testa a testa tra i primi due, il primo però con Djokovic da numero 1. Nonostante l’inversione nella gerarchia, il risultato rimane lo stesso e il serbo si impone di nuovo in quattro set, come a Wimbledon.

Nel finale di stagione Djokovic tira il fiato e sporca il suo invidiabile record con diverse sconfitte, causate dagli acciacchi e dalla stanchezza. La prima avviene contro Del Potro in Davis, ma assomiglia tanto a quella della finale di Cincinnati in quanto sul 6-7 0-3 il serbo si ritira (stavolta a causa della schiena) e lascia il campo in lacrime. A Basilea, in semifinale, domina Nishikori per metà partita poi un progressivo dolore al braccio destro lo fa uscire dal match e, pur continuando a giocare, il giapponese gli rifila un cappotto nel terzo set. Pur avendo ventilato il forfait, il leader ATP decide di partecipare ugualmente al 1000 di Bercy ma dopo due vittorie – su Dodig e Troicki – dà forfait prima di affrontare Tsonga nei quarti e si trasferisce a Londra per il Masters.

Alla O2 Arena, Djokovic si sente meglio ma rischia subito il ko al debutto, dove annulla un match-point prima di imporsi a Berdych. La buona partenza nel gruppo di round-robin viene però vanificata dalla netta sconfitta con Ferrer, che si toglie così la soddisfazione di battere due numeri uno diversi nella stessa annata. Per Nole diviene dunque decisivo il derby con Tipsarevic ma il connazionale non fa sconti e lo batte in rimonta, pur decretando in questo modo l’eliminazione di entrambi. Il Masters lo vince Federer ma il ranking non subisce grossi scossoni e Djokovic chiude la sua prima stagione da numero 1 con più di 4000 punti di vantaggio su Nadal; dodici mesi prima ne aveva oltre 6000 in meno.

Nonostante l’intermezzo di Federer, nel 2012 si riparte dal duello tra i primi due della classe e nell’atto conclusivo degli Australian Open Djokovic e Nadal si danno battaglia per quasi sei ore, stabilendo il primato quale finale più lunga nella storia del Grande Slam. A differenza delle due precedenti a Wimbledon e New York, questa volta Nadal mette in grande difficoltà il serbo e potrebbe fare suo il titolo ma non sfrutta un break di vantaggio nel quinto parziale e diventa, suo malgrado, il primo e tuttora unico tennista ad aver perso tre finali slam consecutive nell’Era Open.

Nei tre tornei successivi sul duro, Djokovic viene fermato in semifinale sia a Dubai (da Murray) che a Indian Wells (in cui perde due tie-break con Isner) ma si conferma campione di Miami senza cedere alcun set e prendendosi la rivincita sullo stesso Murray. Al termine dei due 1000 statunitensi e prima della terra europea, il serbo si mantiene in testa al ranking con quasi tremila punti di vantaggio su Nadal ma lo spagnolo, pur battendolo nei tre confronti diretti successivi, nemmeno dopo il settimo titolo al Roland Garros riesce ad avvicinarlo più di tanto. I due grandi rivali si trovano avversari nelle finali di Monte Carlo, Roma e appunto Parigi mentre sulla particolare terra blu del Mutua Madrid Open entrambi scivolano nelle fasi iniziali del torneo sconfitti da connazionali. In particolare, il numero 1 cede nuovamente a Janko Tipsarevic nei quarti mentre Nadal era già stato eliminato nel turno precedente da Verdasco.

Mentre Djokovic sceglie di difendere il suo titolo di Wimbledon senza tornei di preparazione sull’erba, Nadal perde malamente nei quarti di Halle da Kohlschreiber e ai Championships si fa superare al secondo turno da Lukas Rosol, prima di arrendersi alle ginocchia doloranti e chiudere anzitempo la stagione. Dal canto suo, il serbo conquista in scioltezza le semifinali e sembra destinato a confermarsi campione quando sul suo cammino si proietta l’ombra di un grande campione che in tanti avevano pensionato con troppo anticipo. Ma di questo parleremo nella prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – VENTITREESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
2011NADAL, RAFAELDAVYDENKO, NIKOLAY36 26DOHAH
2011NADAL, RAFAELFERRER, DAVID46 26 36AUSTRALIAN OPENH
2011NADAL, RAFAELDJOKOVIC, NOVAK64 36 26INDIAN WELLSH
2011NADAL, RAFAELDJOKOVIC, NOVAK64 36 67MIAMIH
2011NADAL, RAFAELDJOKOVIC, NOVAK57 46MADRIDC
2011NADAL, RAFAELDJOKOVIC, NOVAK46 46ROMAC
2011NADAL, RAFAELTSONGA, JO-WILFRIED76 46 16QUEEN’SG
2011NADAL, RAFAELDJOKOVIC, NOVAK46 16 61 36WIMBLEDONG
2011DJOKOVIC, NOVAKMURRAY, ANDY46 03 RIT.CINCINNATIH
2011DJOKOVIC, NOVAKDEL POTRO, JUAN MARTIN67 03 RIT.DAVIS CUPH
2011DJOKOVIC, NOVAKNISHIKORI, KEI62 67 06BASILEAH
2011DJOKOVIC, NOVAKFERRER, DAVID36 16MASTERS H
2011DJOKOVIC, NOVAKTIPSAREVIC, JANKO63 36 36MASTERS H
2012DJOKOVIC, NOVAKMURRAY, ANDY26 57DUBAIH
2012DJOKOVIC, NOVAKISNER, JOHN67 63 67INDIAN WELLSH
2012DJOKOVIC, NOVAKNADAL, RAFAEL36 16MONTE CARLOC
2012DJOKOVIC, NOVAKTIPSAREVIC, JANKO67 36MADRIDC
2012DJOKOVIC, NOVAKNADAL, RAFAEL57 36ROMAC
2012DJOKOVIC, NOVAKNADAL, RAFAEL46 36 62 57ROLAND GARROSC

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi
  19. E alla fine arriva Federer
  20. 2006-07, il dominio di Federer con il ‘tarlo’ Nadal
  21. Lo storico sorpasso di Nadal su Federer nel 2008
  22. Altri due anni di duopolio Federer-Nadal

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Lo Slam racconta: US Open 1938, il Grande Slam del Dragone Rosso

Il 24 settembre 1938 Don Budge – God, come lo chiamava Tilden – completa per primo il Grande Slam della racchetta. Nemmeno uno dei più devastanti uragani della storia fermò l’uomo nato per giocare a tennis ed essere il migliore

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Donald Budge - White City Stadium, Sydney, 1937

Il Great New England Hurricane si era formato il 9 settembre 1938 sulle coste dell’Africa Occidentale. Raggiunse il picco di intensità il 19 alle Bahamas con venti fino a 260 kmh e le isole lo deviarono verso la costa est. Quando investì la zona di New York prima di dissiparsi in Ontario l’uragano aveva perso intensità ma fu comunque sufficiente a procurare sette giorni da tragenda.

Anche quella mattina Don Budge guardò fuori dalla finestra, pioveva ancora e tenere a bada l’inquietudine cominciava a essere difficile. La finale degli US National Championships, l’incontro più importante della vita, continuava a sfuggirgli, come la tartaruga da Achille. Giorno dopo giorno. Al momento del match poi il centrale del West Side Tennis Club sarebbe stato fradicio e questo poteva favorire Gene e il suo tennis fatto di precisione e leggerezza.

“Forse gli dei del tennis non vogliono un novellino fra loro…” pensò nel forse unico accesso di superbia della sua vita, subito spento da una smorfia.

 

Forest Hills, 24 settembre 1938. Doveva vincere, doveva farlo adesso e contro il suo amico fraterno. Ora o mai più.

Era stato un lungo viaggio e mentre la pioggia batteva incessante sui vetri Don tornò a quella cena di quasi un anno prima quando l’amico campione Ellsworth Vines ( “…quando Ellie era in forma eri fortunato a toccare la palla” Jack Kramer dixit) cercava in tutti i modi di dissuaderlo dall’idea di tentare il Grande Slam, senza riuscirci. In qualche modo sapeva di potercela fare.

I ricordi si affastellavano uno sull’altro, il viaggio in nave dall’altra parte del mondo scandito dalle note di Benny Goodman, il caldo soffocante, l’erba australiana traditrice e le sconfitte in serie nei test match che precedevano gli Australian Championships. Poi quello più dolce, la vittoria in finale ad Adelaide contro John Bromwich per 6-4, 6-2, 6-1. Un massacro.

Parigi e Londra erano state conquistate sulle ali dell’entusiasmo, 13 games persi nelle due finali contro Menzel e Austin. Solo il barone Von Cramm avrebbe potuto contrastarlo validamente al Roland Garros ma da una prigione nazista era difficile giocare…

Non potendolo piegare alla svastica il regime lo aveva condannato a un anno di prigione per omosessualità e esportazione di valuta. Fu Budge stesso a promuovere una lettera di protesta firmata da 25 grandi atleti e consegnata nelle mani del fuhrer. La condanna fu ridotta a cinque mesi.

Aveva fatto il giro del mondo ma il viaggio vero era cominciato molto tempo prima.

I Budge erano scozzesi, e scozzesi delle Highlands, gente dura e scabra come le scogliere su cui batte incessantemente quel mare.

Il padre di Don è una giovane e dotata ala destra ventenne dei Glasgow Rangers quando durante un allenamento cade in un contrasto, sbatte la testa e sviene. L’azione si sposta altrove, la nebbia scozzese vela tutto e incredibilmente l’allenamento termina senza che nessuno noti l’assenza di John Budge. Passa un’ora prima che lo trovino ancora esanime a terra, la testa è a posto ma la pioggia gelida gli rovina per sempre i polmoni. Il medico consiglia climi miti e Budge senior sceglie Oakland, California settentrionale. Qui, il 13 giugno 1915, nasce Don, il Dragone Rosso.

Il colore dei capelli lo prese dalla madre Pearl Kinckaid anche se il figlio non li vide mai. Le erano diventati completamente bianchi per lo spavento durante il terremoto di San Francisco del 1906, quando il suo lettino era stato sbattuto da una parte all’altra della stanza.

Oakland è una mecca del baseball e Don gioca in ogni momento libero; è in quei pomeriggi che prende forma il più grande rovescio della storia del tennis. Il giovanotto è ambidestro e sul diamante batte da mancino. Quando il fratello maggiore lo porta su un campo da tennis impugna invecela racchetta con la destra ed è naturale per lui ricalcare esattamente lo stesso movimento memorizzato con la mazza da baseball. Stessa linearità, eleganza ed efficacia. Considerando poi che Budge giocò sempre con una Wilson Ghost da quasi mezzo chilo senza cuoio sul manico la differenza non era poi troppa.

I colpi vengono assimilati con una dedizione assoluta e quando in una sola estate cresce fino a un metro e ottantacinque il suo gioco diventa devastante.

L’ultimo tassello è la scoperta dell’anticipo. Nel 1935 Don era stato invitato ad arbitrare un’esibizione fra Perry e Vines e dal seggiolone era rimasto strabiliato da come Fred, ex campione mondiale di ping pong, colpiva la palla un attimo dopo il rimbalzo. Budge impiegò quell’inverno imparando ad abbinare la potenza all’anticipo e “… dopo aver colpito per settimane ogni centimetro delle reti di recinzione” riuscì nell’impresa.

Ecco la testimonianza di Julius Heldman, ex tennista, poi gran penna dello sport statunitense:

“Io sono cresciuto e ho giocato all’epoca di Don Budge e per quelli come me lui non era solo intoccabile ma il più grande giocatore di ogni tempo. Non consentiva a nessuno di entrare in partita e la sua potenza devastante non calava mai.”

Ormai era solo questione di tempo e il tempo era arrivato.

Quel 24 settembre tutti i dubbi e le paure vennero spazzati via da quel rovescio che era un dono degli dei. Solo nel secondo set Gene Mako riuscì a cogliere di sorpresa l’amico sottraendogli con un passante alla Rocambole l’unico set del torneo.

Negli altri tre non ci fu storia, come sempre quando The Big Red scendeva in campo.

24 settembre 1938, West Side Tennis Club, Forest Hills

John Donald Budge b. Gene Mako 6-3, 6-8, 6-2, 6-1

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Scene di famiglia in Canada: Aliassime suona il pianoforte prima della sua festa a sorpresa, Maria si allena con le figlie

Felix Auger-Aliassime si destreggia eccome anche con la musica, Tatjana Maria ha due nuovi piccoli membri nel team

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Felix Auger-Aliassime al pianoforte - Montreal 2022

I primi giorni di agosto sono particolarmente ricchi sotto l’aspetto dei compleanni nel mondo tennistico, e dopo quello di Roger Federer (celebrato a dovere dal campione svizzero capace di far emozionare il piccolo Zizou), e di Rod Laver (che in regalo ha ricevuto due top10), è toccato anche a Felix Auger-Aliassime. Il tennista canadese ha festeggiato l’8 agosto il suo 22esimo compleanno proprio durante il torneo di casa, e gli organizzatori hanno pensato bene di preparargli una sorpresa. Inizialmente il n.9 del mondo Aliassime si era preparato per una esibizione al pianoforte – strumento dove si destreggia egregiamente – al fianco della compositrice Alexandra Stréliski. Dopo qualche pezzo, i due hanno iniziato ad intonare ‘Tanti auguri a te’… e a quel punto tutti gli amici e parenti del tennista sono usciti allo scoperto, suscitando non poca emozione nel giovane tennista. Preso dalle lacrime, Felix ha ringraziato tutti prima di procedere ai festeggiamenti.

A quanto pare il torneo National Bank Open non vuole essere avaro di situazioni emotive in questa edizione; e mentre a Montreal andava in scena la festa di Aliassime, a Toronto Tatjana Maria si allenava con il prezioso aiuto delle sue due figlie, Charlotte, nove anni, e Cecilia, uno.

 

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Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

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ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

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