Uno contro tutti: dal 2012 al 2014, Federer, Nadal e Djokovic si passano il trono

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Uno contro tutti: dal 2012 al 2014, Federer, Nadal e Djokovic si passano il trono

Federer riconquista la vetta vincendo il settimo Wimbledon, ma deve cedere lo scettro a Djokovic a fine 2012. Poi diventa un affare tra lui e Nadal, pronto a un clamoroso comeback nel 2013

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Rafael Nadal mentre indica Djokovic, che ha appena commesso una sanguinosa invasione: è il Roland Garros 2013

Erano nove volte consecutive che usciva da uno Slam senza sollevarne il trofeo e stavano per diventare dieci. Con Julien Benneteau prima in vantaggio di due set e, dopo, più volte a due soli punti dalla vittoria, Roger Federer aveva rischiato seriamente di lasciare Wimbledon alla soglia dei sedicesimi di finale in quel 2012 che gli aveva dato soddisfazioni sui campi rapidi (Rotterdam, Dubai, Indian Wells) e insidiosi (la terra blu di Madrid) ma che l’aveva stranamente bocciato nella “sua” Halle. Ma il vecchio (!) leone non aveva voluto abdicare e si era dato un’altra chance, demolendo il francese demoralizzato al quinto set. Con Malisse era andata meglio, con Youzhny quasi una passeggiata ma adesso in semifinale c’era Novak Djokovic, il migliore di tutti, il campione in carica. Invece, tenuta al caldo la schiena con l’ausilio della maglietta della salute, lo svizzero aveva ritrovato il sacro fuoco e si era sbarazzato del serbo in quattro set, così come avrebbe fatto in finale con il padrone di casa Andy Murray. Due vittorie, queste, che non valgono solo (si fa per dire) il settimo Wimbledon e il 17° Major, ma anche il ritorno sulla vetta della piramide ATP il 9 luglio.

Quindi, tra i due litiganti ha goduto il terzo e la prima uscita da re è di nuovo sui campi di Church Road, questa volta però colorati a festa per le Olimpiadi di Londra. Federer raggiunge la finale ma lì paga lo sforzo sostenuto per venire a capo di Del Potro (19-17 al terzo set) e non oppone pratucamente resistenza a Murray, che conquista l’oro e si prende la rivincita. Il numero uno però è in forma e lo dimostra a Cincinnati, aggiudicandosi il 1000 dell’Ohio senza perdere nemmeno un set e battendo di nuovo Djokovic, in finale. I due si dividono i favori del pronostico allo US Open e invece Federer si ferma nei quarti, battuto da un Berdych che chiuderà la carriera con un bilancio assai poco lusinghiero nei confronti del numero 1 (4 vinte e 30 perse) ma che, nella giornata di vena, ha le armi per mettere in difficoltà chiunque. Il ceco non andrà mai oltre la quarta posizione del ranking ma resterà – tra il 2010 e il 2016 – oltre sei anni nella Top-10 raccogliendo poco in termini assoluti di vittorie (appena 13 titoli, di cui un solo Masters 1000) ma piazzandosi con estrema continuità e giocando almeno le semifinali in ognuno dei quattro slam.

Il divario in classifica tra Federer e Djokovic è piuttosto esiguo e la stagione indoor diventa arbitro della volata per il titolo di fine anno. Lo svizzero perde in semifinale a Shanghai da Murray e in finale a Basilea con Juan Martin Del Potro (uno che invece quando affronta il leader della classifica sa farsi rispettare, essendo alla quinta vittoria in undici confronti) mentre Djokovic infila uno dietro l’altro Pechino e Shanghai e, pur scivolando al debutto a Bercy contro Querrey, sa già che alle ATP Finals di Londra sarà di nuovo il numero uno con un margine di punti che gli garantirà di esserlo anche a fine 2012. Tuttavia, per legittimare il trono, Djokovic infila cinque vittorie, l’ultima delle quali è la finale proprio contro Federer che si conclude con lo score di 7-6/7-5 non senza rimpianti da parte di Roger, avanti di un break in entrambi i set e comunque autore di una buona prestazione.

 

L’inizio della nuova stagione (2013) conferma la superiorità di Djokovic che si conferma campione all’Australian Open e di slancio vince anche a Dubai ma nei due 1000 tra California e Florida incappa in sconfitte inattese, soprattutto quella con l’ormai 35enne Tommy Haas a Miami. L’unica volta in carriera che il tedesco aveva battuto un numero uno era stato nel 1999, quando sconfisse Agassi alla Grand Slam Cup. Nonostante i passi falsi, la forbice in classifica nei confronti degli inseguitori si allarga (sono quasi 4000 punti dopo Miami) in quanto Federer è entrato nel suo anno peggiore e sta raccogliendo solo sconfitte, tanto che al momento è scivolato al terzo posto superato – sia pur di appena 80 punti – da Andy Murray. 

Come vedremo in seguito, non sono lo scozzese e lo svizzero il vero pericolo per Djokovic che invece ottiene una significativa vittoria a Montecarlo (la prima in carriera) battendo in finale il redivivo Nadal. Lo spagnolo è tornato nel circuito dopo otto mesi di assenza ma ha preferito saltare Melbourne e fare il rodaggio nei tornei sudamericani sulla terra rossa; dal suo rientro, Rafa ha giocato solo finali perdendo a Vina del Mar (con Zeballos) e vincendo a San Paolo, Acapulco e anche sul cemento di Indian Wells. Considerato che lo spagnolo veniva da 18 vittorie consecutive, la sconfitta in uno dei suoi regni è sorprendente, anche se patita contro il n°1 del mondo, ma Nadal non si scoraggia e riprende a macinare titoli (Barcellona, Madrid, Roma) fino a ritrovare il rivale in semifinale al Roland Garros. A Parigi, Djokovic ci è arrivato con altre due sconfitte sul groppone; la prima a Madrid per mano del giovane bulgaro Grigor Dimitrov, i cui colpi ricordano molto da vicino Federer, e la seconda a Roma contro Berdych.

Alla semifinale del Roland Garros con Djokovic, Nadal arriva con un record incredibile di 57 vinte e 1 persa ma questa volta è veramente vicino alla sconfitta. Dopo aver sprecato l’opportunità di chiudere in quattro set (due volte in vantaggio di un break, due volte recuperato e superato al tie-break del quarto parziale), nel quinto Djokovic mantiene un break di vantaggio fino all’ottavo gioco e qui si fa strappare la battuta anche in seguito a un banale tocco della rete dopo uno smash vincente. Nella prosecuzione della sfida, lo spagnolo torna a galla e chiude 9-7, completando l’opera in finale contro il connazionale Ferrer.

Il duello è rimandato a Wimbledon ma sull’erba lo spagnolo ha ancora troppe incertezze e perde al debutto contro Darcis mentre Djokovic migliora la semifinale dell’anno precedente ma è costretto a soccombere con Murray, finalmente campione anche nel major della sua Gran Bretagna, dopo esserlo stato nel torneo olimpico.

Il giorno dopo Wimbledon, Djokovic ha ancora 3000 punti di vantaggio su Murray e quasi 6000 su Nadal, che è quarto dietro a Ferrer e davanti a un Federer in caduta libera. Però, da qui in avanti, l’iberico non avrà più punti da difendere mentre il serbo dovrà fare i conti con diverse cambiali in scadenza. È pur vero che Nadal non potrà più sfruttare il vantaggio della terra rossa e dovrà andarsi a cercare i punti sul duro, ma evidentemente il riposo gli ha fatto bene e la sua estate americana è perfetta con la prestigiosa tripletta Montreal-Cincinnati-US Open, impreziosita da due vittorie sullo stesso Djokovic, che in Ohio si fa sorprendere anche dal gigante buono John Isner. Ovviamente, lo scenario nel ranking è completamente cambiato ma il titolo a Flushing Meadows non consente ugualmente a Nadal di tornare in testa al ranking, sia pur per un soffio: 10860 punti contro i 10980 di Djokovic.

È un paradosso che lo spagnolo continui ad essere secondo dopo queste imprese a ripetizione e gli riesca invece il sorpasso a Pechino, dove il numero 1 Djokovic torna a batterlo piuttosto nettamente in finale (6-3/6-4) ma per il gioco degli scarti si vede retrocesso al secondo posto. La clamorosa rincorsa di Nadal, dunque, ha avuto il suo meritato premio e le cifre parlano da sole: 13 finali (di cui 10 vinte) in 14 tornei giocati! Una cosa mai vista, o quasi. Il nuovo leader però paga il prezzo dello sforzo nell’ultima parte della stagione, dove le condizioni di gioco lo rendono maggiormente vulnerabile. Nei due 1000 rimanenti Nadal perde in semifinale con Del Potro (Shanghai) e Ferrer (Bercy) ma alle ATP Finals è intenzionato a prendersi l’unico grande torneo che manca alla sua collezione. Giunto in finale con autorità, battendo i resti di Federer in semifinale, paga la maggior attitudine alla superficie di Djokovic che lo regola nuovamente per 6-3/6-4 e chiude alla grande il 2013 con un poker di prestigiosi successi (Pechino, Shanghai, Bercy e Londra) mantenendosi a meno di mille punti dal primo giocatore del ranking. Dopo il 2008 e il 2010, Nadal chiude la terza stagione in carriera da numero uno del mondo.

Nadal con il trofeo dello US Open 2013

Ovviamente, sempre per effetto degli scarti, il 2014 presenta prospettive quasi opposte per i due tennisti che stanno dominando il ranking. Nadal sarà chiamato ben presto a difendere moltissimi punti mentre Djokovic potrà contare sul recupero parziale in alcuni tornei nei quali l’anno precedente è uscito di scena troppo presto. Lo spagnolo, però, ha tutte le intenzioni di mettere fieno in cascina per i momenti peggiori e per farlo sfrutta il mese di gennaio, durante il quale l’anno precedente era ancora ai box. Così il numero uno vince a Doha e raggiunge la finale all’Australian Open, dove però perde a sorpresa – ma non troppo – con l’altro svizzero, Stan Wawrinka. Cresciuto all’ombra del più illustre connazionale ma in possesso di un rovescio da antologia del tennis, Stan the Man è arrivato tardi alla piena maturazione psicologica e la sua straordinaria vittoria nei quarti contro Djokovic (9-7 al quinto) gli ha fatto capire di poter essere competitivo agli altissimi livelli. E quello che, sulle prime, sembra un exploit irripetibile, come avremo modo di vedere in seguito avrà non una sola replica.

Il bottino conquistato in gennaio permette a Nadal di disertare Vina del Mar, San Paolo e Acapulco, pur avendo punti da difendere, e concentrarsi sul 500 di Rio de Janeiro, che infatti vince regolarmente. Ma da Indian Wells in poi iniziano i guai. In California, lo spagnolo perde al terzo turno con l’eclettico Dolgopolov, un ucraino il cui considerevole talento non trova adeguato conforto nel fisico, spesso soggetto ad infortuni. Intenzionato a recuperare subito terreno, il numero uno scende in campo anche a Miami (dove l’anno precedente non era andato) e conquista una importante finale, in cui però subisce un doppio 6-3 da Djokovic, che aveva trionfato anche a Indian Wells. Nonostante tutto, dopo l’accoppiata di 1000 statunitensi Nadal ha ancora quasi duemila punti di vantaggio sul serbo ma l’erosione prosegue anche sulla terra, dove l’iberico incappa in un paio di passi falsi. Sia a Monte Carlo che a Barcellona sono due connazionali a fermarlo a livello di quarti di finale; il primo è Ferrer, che torna a batterlo sul rosso dopo dieci anni, mentre il secondo è Nicolas Almagro, alla prima e unica vittoria sul mancino di Manacor in sedici testa a testa.

Dopo esser tornato al successo a Madrid, dopo una finale in cui viene dominato per un set e mezzo da Nishikori prima che il giapponese accusi un infortunio muscolare che lo costringe al ritiro nel terzo parziale, Nadal ritrova Djokovic nelle finali di Roma e Parigi; in Italia perde dopo aver conquistato il primo set mentre al Roland Garros ribalta l’esito e mordicchia il nono trofeo in dieci anni recuperando da 0-1 e vincendo al quarto. Il giorno dopo, 9 giugno, lo spagnolo è ancora leader ma con soli 170 punti di vantaggio, un margine pericolosamente esiguo che lo spagnolo cerca di ampliare iscrivendosi al 500 di Halle, dove però perde nettamente all’esordio con il tedesco di Giamaica Dustin Brown. Spettacolare e funambolico, sull’erba Brown rappresenta quanto di più indigesto ci possa essere per Nadal e avrà modo di ribadire il concetto anche l’anno successivo, nientemeno che a Wimbledon. 

Per restare al 2014, proprio alla fine dei Championships londinesi arriva il sorpasso in classifica mondiale. Mentre il numero uno perde di nuovo, a distanza di un anno, da un collega classificato oltre la centesima posizione del ranking ATP (Darcis era 135, Kyrgios è 144), Djokovic fa suo il torneo superando il redivivo Federer in una bellissima finale chiusa al quinto set. Così, il 7 luglio, il serbo si riprende lo scettro.

Novak Djokovic con il trofeo di Wimbledon 2014

Per finire questo capitolo, però, è doveroso spendere due parole su Nick Kyrgios, il diciannovenne di Canberra arrivato a Wimbledon dopo aver vinto il challenger di Nottingham partendo dalle qualificazioni e autore di una clamorosa prestazione al secondo turno contro Gasquet, battuto 10-8 al quinto dopo aver rimontato da 0-2. Contro Nadal, il giovane aussie mette in mostra tutta la sua freddezza nei momenti importanti e chiude a suo favore i due tie-break che, uniti al 6-3 del quarto set, gli daranno la vittoria; 37 ace e quasi il 90% di punti vinti con la prima sono i numeri più eclatanti di una sfida elettrizzante che, come detto, costerà allo spagnolo il bastone del comando.

Nella prossima puntata scopriremo se l’abdicazione a favore di Djokovic è temporanea o duratura.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – VENTIQUATTRESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOPUNTEGGIOTORNEOSUP.
2012DJOKOVIC, NOVAKFEDERER, ROGER36 63 46 36WIMBLEDONG
2012FEDERER, ROGERMURRAY, ANDY26 16 46OLIMPIADI LONDRAG
2012FEDERER, ROGERBERDYCH, TOMAS67 46 63 36US OPENH
2012FEDERER, ROGERMURRAY, ANDY46 46SHANGHAIH
2012FEDERER, ROGERDEL POTRO, JUAN MARTIN46 76 67BASILEAH
2013DJOKOVIC, NOVAKDEL POTRO, JUAN MARTIN64 46 46INDIAN WELLSH
2013DJOKOVIC, NOVAKHAAS, TOMMY26 46MIAMIH
2013DJOKOVIC, NOVAKDIMITROV, GRIGOR67 76 36MADRIDC
2013DJOKOVIC, NOVAKBERDYCH, TOMAS62 57 46ROMAC
2013DJOKOVIC, NOVAKNADAL, RAFAEL46 63 16 76 79ROLAND GARROSC
2013DJOKOVIC, NOVAKMURRAY, ANDY46 57 46WIMBLEDONG
2013DJOKOVIC, NOVAKNADAL, RAFAEL46 63 67CANADA OPENH
2013DJOKOVIC, NOVAKISNER, JOHN67 63 57CINCINNATIH
2013DJOKOVIC, NOVAKNADAL, RAFAEL26 63 46 16US OPENH
2013NADAL, RAFAELDEL POTRO, JUAN MARTIN26 46SHANGHAIH
2013NADAL, RAFAELFERRER, DAVID36 57PARIGI BERCYH
2013NADAL, RAFAELDJOKOVIC, NOVAK36 46MASTERS H
2014NADAL, RAFAELWAWRINKA, STAN36 26 63 36AUSTRALIAN OPENH
2014NADAL, RAFAELDOLGOPOLOV, ALEXANDER36 63 67INDIAN WELLSH
2014NADAL, RAFAELDJOKOVIC, NOVAK36 36MIAMIH
2014NADAL, RAFAELFERRER, DAVID67 46MONTE CARLOC
2014NADAL, RAFAELALMAGRO, NICOLAS62 67 46BARCELLONAC
2014NADAL, RAFAELDJOKOVIC, NOVAK64 36 36ROMAC
2014NADAL, RAFAELBROWN, DUSTIN46 16HALLEG
2014NADAL, RAFAELKYRGIOS, NICK67 75 67 36WIMBLEDONG

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi
  19. E alla fine arriva Federer
  20. 2006-07, il dominio di Federer con il ‘tarlo’ Nadal
  21. Lo storico sorpasso di Nadal su Federer nel 2008
  22. Altri due anni di duopolio Federer-Nadal
  23. Il duopolio è spezzato, Djokovic irrompe sulla scena

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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