Uno contro tutti: dal 2012 al 2014, Federer, Nadal e Djokovic si passano il trono

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Uno contro tutti: dal 2012 al 2014, Federer, Nadal e Djokovic si passano il trono

Federer riconquista la vetta vincendo il settimo Wimbledon, ma deve cedere lo scettro a Djokovic a fine 2012. Poi diventa un affare tra lui e Nadal, pronto a un clamoroso comeback nel 2013

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Rafael Nadal mentre indica Djokovic, che ha appena commesso una sanguinosa invasione: è il Roland Garros 2013
 
 

Erano nove volte consecutive che usciva da uno Slam senza sollevarne il trofeo e stavano per diventare dieci. Con Julien Benneteau prima in vantaggio di due set e, dopo, più volte a due soli punti dalla vittoria, Roger Federer aveva rischiato seriamente di lasciare Wimbledon alla soglia dei sedicesimi di finale in quel 2012 che gli aveva dato soddisfazioni sui campi rapidi (Rotterdam, Dubai, Indian Wells) e insidiosi (la terra blu di Madrid) ma che l’aveva stranamente bocciato nella “sua” Halle. Ma il vecchio (!) leone non aveva voluto abdicare e si era dato un’altra chance, demolendo il francese demoralizzato al quinto set. Con Malisse era andata meglio, con Youzhny quasi una passeggiata ma adesso in semifinale c’era Novak Djokovic, il migliore di tutti, il campione in carica. Invece, tenuta al caldo la schiena con l’ausilio della maglietta della salute, lo svizzero aveva ritrovato il sacro fuoco e si era sbarazzato del serbo in quattro set, così come avrebbe fatto in finale con il padrone di casa Andy Murray. Due vittorie, queste, che non valgono solo (si fa per dire) il settimo Wimbledon e il 17° Major, ma anche il ritorno sulla vetta della piramide ATP il 9 luglio.

Quindi, tra i due litiganti ha goduto il terzo e la prima uscita da re è di nuovo sui campi di Church Road, questa volta però colorati a festa per le Olimpiadi di Londra. Federer raggiunge la finale ma lì paga lo sforzo sostenuto per venire a capo di Del Potro (19-17 al terzo set) e non oppone pratucamente resistenza a Murray, che conquista l’oro e si prende la rivincita. Il numero uno però è in forma e lo dimostra a Cincinnati, aggiudicandosi il 1000 dell’Ohio senza perdere nemmeno un set e battendo di nuovo Djokovic, in finale. I due si dividono i favori del pronostico allo US Open e invece Federer si ferma nei quarti, battuto da un Berdych che chiuderà la carriera con un bilancio assai poco lusinghiero nei confronti del numero 1 (4 vinte e 30 perse) ma che, nella giornata di vena, ha le armi per mettere in difficoltà chiunque. Il ceco non andrà mai oltre la quarta posizione del ranking ma resterà – tra il 2010 e il 2016 – oltre sei anni nella Top-10 raccogliendo poco in termini assoluti di vittorie (appena 13 titoli, di cui un solo Masters 1000) ma piazzandosi con estrema continuità e giocando almeno le semifinali in ognuno dei quattro slam.

Il divario in classifica tra Federer e Djokovic è piuttosto esiguo e la stagione indoor diventa arbitro della volata per il titolo di fine anno. Lo svizzero perde in semifinale a Shanghai da Murray e in finale a Basilea con Juan Martin Del Potro (uno che invece quando affronta il leader della classifica sa farsi rispettare, essendo alla quinta vittoria in undici confronti) mentre Djokovic infila uno dietro l’altro Pechino e Shanghai e, pur scivolando al debutto a Bercy contro Querrey, sa già che alle ATP Finals di Londra sarà di nuovo il numero uno con un margine di punti che gli garantirà di esserlo anche a fine 2012. Tuttavia, per legittimare il trono, Djokovic infila cinque vittorie, l’ultima delle quali è la finale proprio contro Federer che si conclude con lo score di 7-6/7-5 non senza rimpianti da parte di Roger, avanti di un break in entrambi i set e comunque autore di una buona prestazione.

 

L’inizio della nuova stagione (2013) conferma la superiorità di Djokovic che si conferma campione all’Australian Open e di slancio vince anche a Dubai ma nei due 1000 tra California e Florida incappa in sconfitte inattese, soprattutto quella con l’ormai 35enne Tommy Haas a Miami. L’unica volta in carriera che il tedesco aveva battuto un numero uno era stato nel 1999, quando sconfisse Agassi alla Grand Slam Cup. Nonostante i passi falsi, la forbice in classifica nei confronti degli inseguitori si allarga (sono quasi 4000 punti dopo Miami) in quanto Federer è entrato nel suo anno peggiore e sta raccogliendo solo sconfitte, tanto che al momento è scivolato al terzo posto superato – sia pur di appena 80 punti – da Andy Murray. 

Come vedremo in seguito, non sono lo scozzese e lo svizzero il vero pericolo per Djokovic che invece ottiene una significativa vittoria a Montecarlo (la prima in carriera) battendo in finale il redivivo Nadal. Lo spagnolo è tornato nel circuito dopo otto mesi di assenza ma ha preferito saltare Melbourne e fare il rodaggio nei tornei sudamericani sulla terra rossa; dal suo rientro, Rafa ha giocato solo finali perdendo a Vina del Mar (con Zeballos) e vincendo a San Paolo, Acapulco e anche sul cemento di Indian Wells. Considerato che lo spagnolo veniva da 18 vittorie consecutive, la sconfitta in uno dei suoi regni è sorprendente, anche se patita contro il n°1 del mondo, ma Nadal non si scoraggia e riprende a macinare titoli (Barcellona, Madrid, Roma) fino a ritrovare il rivale in semifinale al Roland Garros. A Parigi, Djokovic ci è arrivato con altre due sconfitte sul groppone; la prima a Madrid per mano del giovane bulgaro Grigor Dimitrov, i cui colpi ricordano molto da vicino Federer, e la seconda a Roma contro Berdych.

Alla semifinale del Roland Garros con Djokovic, Nadal arriva con un record incredibile di 57 vinte e 1 persa ma questa volta è veramente vicino alla sconfitta. Dopo aver sprecato l’opportunità di chiudere in quattro set (due volte in vantaggio di un break, due volte recuperato e superato al tie-break del quarto parziale), nel quinto Djokovic mantiene un break di vantaggio fino all’ottavo gioco e qui si fa strappare la battuta anche in seguito a un banale tocco della rete dopo uno smash vincente. Nella prosecuzione della sfida, lo spagnolo torna a galla e chiude 9-7, completando l’opera in finale contro il connazionale Ferrer.

Il duello è rimandato a Wimbledon ma sull’erba lo spagnolo ha ancora troppe incertezze e perde al debutto contro Darcis mentre Djokovic migliora la semifinale dell’anno precedente ma è costretto a soccombere con Murray, finalmente campione anche nel major della sua Gran Bretagna, dopo esserlo stato nel torneo olimpico.

Il giorno dopo Wimbledon, Djokovic ha ancora 3000 punti di vantaggio su Murray e quasi 6000 su Nadal, che è quarto dietro a Ferrer e davanti a un Federer in caduta libera. Però, da qui in avanti, l’iberico non avrà più punti da difendere mentre il serbo dovrà fare i conti con diverse cambiali in scadenza. È pur vero che Nadal non potrà più sfruttare il vantaggio della terra rossa e dovrà andarsi a cercare i punti sul duro, ma evidentemente il riposo gli ha fatto bene e la sua estate americana è perfetta con la prestigiosa tripletta Montreal-Cincinnati-US Open, impreziosita da due vittorie sullo stesso Djokovic, che in Ohio si fa sorprendere anche dal gigante buono John Isner. Ovviamente, lo scenario nel ranking è completamente cambiato ma il titolo a Flushing Meadows non consente ugualmente a Nadal di tornare in testa al ranking, sia pur per un soffio: 10860 punti contro i 10980 di Djokovic.

È un paradosso che lo spagnolo continui ad essere secondo dopo queste imprese a ripetizione e gli riesca invece il sorpasso a Pechino, dove il numero 1 Djokovic torna a batterlo piuttosto nettamente in finale (6-3/6-4) ma per il gioco degli scarti si vede retrocesso al secondo posto. La clamorosa rincorsa di Nadal, dunque, ha avuto il suo meritato premio e le cifre parlano da sole: 13 finali (di cui 10 vinte) in 14 tornei giocati! Una cosa mai vista, o quasi. Il nuovo leader però paga il prezzo dello sforzo nell’ultima parte della stagione, dove le condizioni di gioco lo rendono maggiormente vulnerabile. Nei due 1000 rimanenti Nadal perde in semifinale con Del Potro (Shanghai) e Ferrer (Bercy) ma alle ATP Finals è intenzionato a prendersi l’unico grande torneo che manca alla sua collezione. Giunto in finale con autorità, battendo i resti di Federer in semifinale, paga la maggior attitudine alla superficie di Djokovic che lo regola nuovamente per 6-3/6-4 e chiude alla grande il 2013 con un poker di prestigiosi successi (Pechino, Shanghai, Bercy e Londra) mantenendosi a meno di mille punti dal primo giocatore del ranking. Dopo il 2008 e il 2010, Nadal chiude la terza stagione in carriera da numero uno del mondo.

Nadal con il trofeo dello US Open 2013

Ovviamente, sempre per effetto degli scarti, il 2014 presenta prospettive quasi opposte per i due tennisti che stanno dominando il ranking. Nadal sarà chiamato ben presto a difendere moltissimi punti mentre Djokovic potrà contare sul recupero parziale in alcuni tornei nei quali l’anno precedente è uscito di scena troppo presto. Lo spagnolo, però, ha tutte le intenzioni di mettere fieno in cascina per i momenti peggiori e per farlo sfrutta il mese di gennaio, durante il quale l’anno precedente era ancora ai box. Così il numero uno vince a Doha e raggiunge la finale all’Australian Open, dove però perde a sorpresa – ma non troppo – con l’altro svizzero, Stan Wawrinka. Cresciuto all’ombra del più illustre connazionale ma in possesso di un rovescio da antologia del tennis, Stan the Man è arrivato tardi alla piena maturazione psicologica e la sua straordinaria vittoria nei quarti contro Djokovic (9-7 al quinto) gli ha fatto capire di poter essere competitivo agli altissimi livelli. E quello che, sulle prime, sembra un exploit irripetibile, come avremo modo di vedere in seguito avrà non una sola replica.

Il bottino conquistato in gennaio permette a Nadal di disertare Vina del Mar, San Paolo e Acapulco, pur avendo punti da difendere, e concentrarsi sul 500 di Rio de Janeiro, che infatti vince regolarmente. Ma da Indian Wells in poi iniziano i guai. In California, lo spagnolo perde al terzo turno con l’eclettico Dolgopolov, un ucraino il cui considerevole talento non trova adeguato conforto nel fisico, spesso soggetto ad infortuni. Intenzionato a recuperare subito terreno, il numero uno scende in campo anche a Miami (dove l’anno precedente non era andato) e conquista una importante finale, in cui però subisce un doppio 6-3 da Djokovic, che aveva trionfato anche a Indian Wells. Nonostante tutto, dopo l’accoppiata di 1000 statunitensi Nadal ha ancora quasi duemila punti di vantaggio sul serbo ma l’erosione prosegue anche sulla terra, dove l’iberico incappa in un paio di passi falsi. Sia a Monte Carlo che a Barcellona sono due connazionali a fermarlo a livello di quarti di finale; il primo è Ferrer, che torna a batterlo sul rosso dopo dieci anni, mentre il secondo è Nicolas Almagro, alla prima e unica vittoria sul mancino di Manacor in sedici testa a testa.

Dopo esser tornato al successo a Madrid, dopo una finale in cui viene dominato per un set e mezzo da Nishikori prima che il giapponese accusi un infortunio muscolare che lo costringe al ritiro nel terzo parziale, Nadal ritrova Djokovic nelle finali di Roma e Parigi; in Italia perde dopo aver conquistato il primo set mentre al Roland Garros ribalta l’esito e mordicchia il nono trofeo in dieci anni recuperando da 0-1 e vincendo al quarto. Il giorno dopo, 9 giugno, lo spagnolo è ancora leader ma con soli 170 punti di vantaggio, un margine pericolosamente esiguo che lo spagnolo cerca di ampliare iscrivendosi al 500 di Halle, dove però perde nettamente all’esordio con il tedesco di Giamaica Dustin Brown. Spettacolare e funambolico, sull’erba Brown rappresenta quanto di più indigesto ci possa essere per Nadal e avrà modo di ribadire il concetto anche l’anno successivo, nientemeno che a Wimbledon. 

Per restare al 2014, proprio alla fine dei Championships londinesi arriva il sorpasso in classifica mondiale. Mentre il numero uno perde di nuovo, a distanza di un anno, da un collega classificato oltre la centesima posizione del ranking ATP (Darcis era 135, Kyrgios è 144), Djokovic fa suo il torneo superando il redivivo Federer in una bellissima finale chiusa al quinto set. Così, il 7 luglio, il serbo si riprende lo scettro.

Novak Djokovic con il trofeo di Wimbledon 2014

Per finire questo capitolo, però, è doveroso spendere due parole su Nick Kyrgios, il diciannovenne di Canberra arrivato a Wimbledon dopo aver vinto il challenger di Nottingham partendo dalle qualificazioni e autore di una clamorosa prestazione al secondo turno contro Gasquet, battuto 10-8 al quinto dopo aver rimontato da 0-2. Contro Nadal, il giovane aussie mette in mostra tutta la sua freddezza nei momenti importanti e chiude a suo favore i due tie-break che, uniti al 6-3 del quarto set, gli daranno la vittoria; 37 ace e quasi il 90% di punti vinti con la prima sono i numeri più eclatanti di una sfida elettrizzante che, come detto, costerà allo spagnolo il bastone del comando.

Nella prossima puntata scopriremo se l’abdicazione a favore di Djokovic è temporanea o duratura.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – VENTIQUATTRESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOPUNTEGGIOTORNEOSUP.
2012DJOKOVIC, NOVAKFEDERER, ROGER36 63 46 36WIMBLEDONG
2012FEDERER, ROGERMURRAY, ANDY26 16 46OLIMPIADI LONDRAG
2012FEDERER, ROGERBERDYCH, TOMAS67 46 63 36US OPENH
2012FEDERER, ROGERMURRAY, ANDY46 46SHANGHAIH
2012FEDERER, ROGERDEL POTRO, JUAN MARTIN46 76 67BASILEAH
2013DJOKOVIC, NOVAKDEL POTRO, JUAN MARTIN64 46 46INDIAN WELLSH
2013DJOKOVIC, NOVAKHAAS, TOMMY26 46MIAMIH
2013DJOKOVIC, NOVAKDIMITROV, GRIGOR67 76 36MADRIDC
2013DJOKOVIC, NOVAKBERDYCH, TOMAS62 57 46ROMAC
2013DJOKOVIC, NOVAKNADAL, RAFAEL46 63 16 76 79ROLAND GARROSC
2013DJOKOVIC, NOVAKMURRAY, ANDY46 57 46WIMBLEDONG
2013DJOKOVIC, NOVAKNADAL, RAFAEL46 63 67CANADA OPENH
2013DJOKOVIC, NOVAKISNER, JOHN67 63 57CINCINNATIH
2013DJOKOVIC, NOVAKNADAL, RAFAEL26 63 46 16US OPENH
2013NADAL, RAFAELDEL POTRO, JUAN MARTIN26 46SHANGHAIH
2013NADAL, RAFAELFERRER, DAVID36 57PARIGI BERCYH
2013NADAL, RAFAELDJOKOVIC, NOVAK36 46MASTERS H
2014NADAL, RAFAELWAWRINKA, STAN36 26 63 36AUSTRALIAN OPENH
2014NADAL, RAFAELDOLGOPOLOV, ALEXANDER36 63 67INDIAN WELLSH
2014NADAL, RAFAELDJOKOVIC, NOVAK36 36MIAMIH
2014NADAL, RAFAELFERRER, DAVID67 46MONTE CARLOC
2014NADAL, RAFAELALMAGRO, NICOLAS62 67 46BARCELLONAC
2014NADAL, RAFAELDJOKOVIC, NOVAK64 36 36ROMAC
2014NADAL, RAFAELBROWN, DUSTIN46 16HALLEG
2014NADAL, RAFAELKYRGIOS, NICK67 75 67 36WIMBLEDONG

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi
  19. E alla fine arriva Federer
  20. 2006-07, il dominio di Federer con il ‘tarlo’ Nadal
  21. Lo storico sorpasso di Nadal su Federer nel 2008
  22. Altri due anni di duopolio Federer-Nadal
  23. Il duopolio è spezzato, Djokovic irrompe sulla scena

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Lo Slam racconta: US Open 1938, il Grande Slam del Dragone Rosso

Il 24 settembre 1938 Don Budge – God, come lo chiamava Tilden – completa per primo il Grande Slam della racchetta. Nemmeno uno dei più devastanti uragani della storia fermò l’uomo nato per giocare a tennis ed essere il migliore

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Donald Budge - White City Stadium, Sydney, 1937

Il Great New England Hurricane si era formato il 9 settembre 1938 sulle coste dell’Africa Occidentale. Raggiunse il picco di intensità il 19 alle Bahamas con venti fino a 260 kmh e le isole lo deviarono verso la costa est. Quando investì la zona di New York prima di dissiparsi in Ontario l’uragano aveva perso intensità ma fu comunque sufficiente a procurare sette giorni da tragenda.

Anche quella mattina Don Budge guardò fuori dalla finestra, pioveva ancora e tenere a bada l’inquietudine cominciava a essere difficile. La finale degli US National Championships, l’incontro più importante della vita, continuava a sfuggirgli, come la tartaruga da Achille. Giorno dopo giorno. Al momento del match poi il centrale del West Side Tennis Club sarebbe stato fradicio e questo poteva favorire Gene e il suo tennis fatto di precisione e leggerezza.

“Forse gli dei del tennis non vogliono un novellino fra loro…” pensò nel forse unico accesso di superbia della sua vita, subito spento da una smorfia.

 

Forest Hills, 24 settembre 1938. Doveva vincere, doveva farlo adesso e contro il suo amico fraterno. Ora o mai più.

Era stato un lungo viaggio e mentre la pioggia batteva incessante sui vetri Don tornò a quella cena di quasi un anno prima quando l’amico campione Ellsworth Vines ( “…quando Ellie era in forma eri fortunato a toccare la palla” Jack Kramer dixit) cercava in tutti i modi di dissuaderlo dall’idea di tentare il Grande Slam, senza riuscirci. In qualche modo sapeva di potercela fare.

I ricordi si affastellavano uno sull’altro, il viaggio in nave dall’altra parte del mondo scandito dalle note di Benny Goodman, il caldo soffocante, l’erba australiana traditrice e le sconfitte in serie nei test match che precedevano gli Australian Championships. Poi quello più dolce, la vittoria in finale ad Adelaide contro John Bromwich per 6-4, 6-2, 6-1. Un massacro.

Parigi e Londra erano state conquistate sulle ali dell’entusiasmo, 13 games persi nelle due finali contro Menzel e Austin. Solo il barone Von Cramm avrebbe potuto contrastarlo validamente al Roland Garros ma da una prigione nazista era difficile giocare…

Non potendolo piegare alla svastica il regime lo aveva condannato a un anno di prigione per omosessualità e esportazione di valuta. Fu Budge stesso a promuovere una lettera di protesta firmata da 25 grandi atleti e consegnata nelle mani del fuhrer. La condanna fu ridotta a cinque mesi.

Aveva fatto il giro del mondo ma il viaggio vero era cominciato molto tempo prima.

I Budge erano scozzesi, e scozzesi delle Highlands, gente dura e scabra come le scogliere su cui batte incessantemente quel mare.

Il padre di Don è una giovane e dotata ala destra ventenne dei Glasgow Rangers quando durante un allenamento cade in un contrasto, sbatte la testa e sviene. L’azione si sposta altrove, la nebbia scozzese vela tutto e incredibilmente l’allenamento termina senza che nessuno noti l’assenza di John Budge. Passa un’ora prima che lo trovino ancora esanime a terra, la testa è a posto ma la pioggia gelida gli rovina per sempre i polmoni. Il medico consiglia climi miti e Budge senior sceglie Oakland, California settentrionale. Qui, il 13 giugno 1915, nasce Don, il Dragone Rosso.

Il colore dei capelli lo prese dalla madre Pearl Kinckaid anche se il figlio non li vide mai. Le erano diventati completamente bianchi per lo spavento durante il terremoto di San Francisco del 1906, quando il suo lettino era stato sbattuto da una parte all’altra della stanza.

Oakland è una mecca del baseball e Don gioca in ogni momento libero; è in quei pomeriggi che prende forma il più grande rovescio della storia del tennis. Il giovanotto è ambidestro e sul diamante batte da mancino. Quando il fratello maggiore lo porta su un campo da tennis impugna invecela racchetta con la destra ed è naturale per lui ricalcare esattamente lo stesso movimento memorizzato con la mazza da baseball. Stessa linearità, eleganza ed efficacia. Considerando poi che Budge giocò sempre con una Wilson Ghost da quasi mezzo chilo senza cuoio sul manico la differenza non era poi troppa.

I colpi vengono assimilati con una dedizione assoluta e quando in una sola estate cresce fino a un metro e ottantacinque il suo gioco diventa devastante.

L’ultimo tassello è la scoperta dell’anticipo. Nel 1935 Don era stato invitato ad arbitrare un’esibizione fra Perry e Vines e dal seggiolone era rimasto strabiliato da come Fred, ex campione mondiale di ping pong, colpiva la palla un attimo dopo il rimbalzo. Budge impiegò quell’inverno imparando ad abbinare la potenza all’anticipo e “… dopo aver colpito per settimane ogni centimetro delle reti di recinzione” riuscì nell’impresa.

Ecco la testimonianza di Julius Heldman, ex tennista, poi gran penna dello sport statunitense:

“Io sono cresciuto e ho giocato all’epoca di Don Budge e per quelli come me lui non era solo intoccabile ma il più grande giocatore di ogni tempo. Non consentiva a nessuno di entrare in partita e la sua potenza devastante non calava mai.”

Ormai era solo questione di tempo e il tempo era arrivato.

Quel 24 settembre tutti i dubbi e le paure vennero spazzati via da quel rovescio che era un dono degli dei. Solo nel secondo set Gene Mako riuscì a cogliere di sorpresa l’amico sottraendogli con un passante alla Rocambole l’unico set del torneo.

Negli altri tre non ci fu storia, come sempre quando The Big Red scendeva in campo.

24 settembre 1938, West Side Tennis Club, Forest Hills

John Donald Budge b. Gene Mako 6-3, 6-8, 6-2, 6-1

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Scene di famiglia in Canada: Aliassime suona il pianoforte prima della sua festa a sorpresa, Maria si allena con le figlie

Felix Auger-Aliassime si destreggia eccome anche con la musica, Tatjana Maria ha due nuovi piccoli membri nel team

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Felix Auger-Aliassime al pianoforte - Montreal 2022

I primi giorni di agosto sono particolarmente ricchi sotto l’aspetto dei compleanni nel mondo tennistico, e dopo quello di Roger Federer (celebrato a dovere dal campione svizzero capace di far emozionare il piccolo Zizou), e di Rod Laver (che in regalo ha ricevuto due top10), è toccato anche a Felix Auger-Aliassime. Il tennista canadese ha festeggiato l’8 agosto il suo 22esimo compleanno proprio durante il torneo di casa, e gli organizzatori hanno pensato bene di preparargli una sorpresa. Inizialmente il n.9 del mondo Aliassime si era preparato per una esibizione al pianoforte – strumento dove si destreggia egregiamente – al fianco della compositrice Alexandra Stréliski. Dopo qualche pezzo, i due hanno iniziato ad intonare ‘Tanti auguri a te’… e a quel punto tutti gli amici e parenti del tennista sono usciti allo scoperto, suscitando non poca emozione nel giovane tennista. Preso dalle lacrime, Felix ha ringraziato tutti prima di procedere ai festeggiamenti.

A quanto pare il torneo National Bank Open non vuole essere avaro di situazioni emotive in questa edizione; e mentre a Montreal andava in scena la festa di Aliassime, a Toronto Tatjana Maria si allenava con il prezioso aiuto delle sue due figlie, Charlotte, nove anni, e Cecilia, uno.

 

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Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

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ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

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