Uno contro tutti: Djokovic pigliatutto. Riconquista il trono e sfata il tabù Roland Garros

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Uno contro tutti: Djokovic pigliatutto. Riconquista il trono e sfata il tabù Roland Garros

Il serbo riconquista la vetta a Wimbledon 2014 e vive due anni da protagonista assoluto, fino al primo successo sulla terra di Parigi: ora detiene tutti e quattro gli Slam

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Novak Djokovic - Roland Garros 2016

Il 7 luglio 2014, per la 93° volta l’ATP cambia padrone. Il nuovo re non è nuovo sul trono, ci è già stato per 101 settimane e viene da una stagione iniziata non benissimo in Australia ma proseguita piuttosto bene con il successo in tre Masters 1000 (Indian Wells, Miami e Roma) e, soprattutto, la vittoria a Wimbledon, che gli ha permesso di superare Nadal in classifica

Forse appagato, forse semplicemente stanco, Novak Djokovic è l’ombra di se stesso nei due 1000 dell’estate americana. A Montreal, dopo aver superato a stento Monfils, viene travolto con un doppio 6-2 da Tsonga ma ancora peggio gli va a Cincinnati, dove perde sempre al secondo incontro con lo spagnolo Tommy Robredo per 7-6 7-5.  Pur non essendo uno specialista del duro (dei dodici titoli conquistati in carriera, solo uno lontano dalla preferita terra rossa), nel 2006 Robredo è stato anche n°5 del ranking e in carriera si è già preso la soddisfazione di battere un numero 1 (Hewitt, al Roland Garros 2003) ma la sua vittoria sul serbo rimane un’impresa di rilievo. I due passi falsi non sembrano avere ripercussioni su Djokovic, che inizia gli US Open perdendo appena 18 giochi in tre incontri, ma anche a New York le insidie non mancano e nelle semifinali le prime due teste di serie vengono eliminate. Mentre Federer viene preso a servizi in faccia da Marin Cilic, Djokovic lotta di più con Kei Nishikori ma alla fine perde in quattro set. Il giapponese aveva già sconfitto il serbo da n°1 (a Basilea, nel 2011) ma da questa semifinale a New York non ripeterà più il risultato e perderà in seguito tutte e 13 le partite contro il leader dell’ATP.

Venti giorni di riposo e Djokovic riparte dalla Cina con l’obiettivo di confermarsi campione nei quattro tornei che restano per chiudere la stagione. Ci riesce a Pechino (battendo Berdych in finale) ma a Shanghai in semifinale viene fermato da un grande Federer, che poi vincerà il torneo. I due si potrebbero affrontare di nuovo nell’ultimo atto delle ATP Finals ma lo svizzero, esausto e con la schiena a pezzi dopo la memorabile semifinale con Wawrinka, non scenderà in campo e per la prima – e unica – volta nella storia il Masters non avrà una finale. Prima di Londra, Djokovic aveva difeso il titolo anche a Bercy e il 2014 si chiude con il serbo sul trono e Federer al secondo posto davanti a Nadal. Sono sempre loro tre a menare la danza e l’anno che sta arrivando non sembra possa proporre valide alternative.

 

2015

E così è, perché Djokovic si mette fin da subito in modalità extraterrestre e, numeri alla mano, mette a segno l’impresa non semplice di migliorare quel 2011 in cui era parso inavvicinabile. Eppure, il buongiorno non è dei migliori perché a Doha, nei quarti, il serbo trova semaforo rosso con Ivo Karlovic. Il gigante croato non gli concede nemmeno una palla break e sfrutta una delle quattro che riesce a procurarsi, quel tanto che basta per ottenere il break decisivo nel terzo set, dopo che i primi due si erano conclusi al tie-break (uno per parte). Dotato di un servizio letale (sta chiudendo la carriera con appena l’8% di break subiti, 767 su 9535 turni di servizio giocati), Karlovic rappresenta la tipologia di tennista che, pur con tutti gli inevitabili limiti di mobilità dovuti ai 211 centimetri di altezza, nessuno vorrebbe mai affrontare perché non danno ritmo e spesso ti costringono a giocarti il set o la partita su pochissimi punti. 

Archiviata la parentesi in Qatar, da Melbourne Djokovic cambia marcia e in cinque mesi perde una sola partita, ovvero la finale di Dubai con Roger Federer. Dopo il deludente 2013, lo svizzero ha cambiato allenatore e il sodalizio con Stefan Edberg ha dato i suoi frutti, quantunque sulla lunga distanza il suo tennis non appaia più in grado di contrapporsi ai rivali più accreditati. Infatti, l’anno precedente Federer è tornato a vincere (5 titoli) ma negli Slam si è dovuto accontentare di una finale e due semifinali, oltre alla sconfitta nei sedicesimi al Roland Garros con Gulbis. Tuttavia, se al momento c’è uno in grado di creare grattacapi al numero uno del mondo è proprio lui e nell’emirato si impone 6-3 7-5.

Per il resto, Nole è incontenibile. Dopo gli Australian Open, il serbo fa suoi quattro 1000 consecutivi (Indian Wells, Miami, Monte Carlo e Roma) e a Parigi diventa il secondo (e finora ultimo) giocatore capace di battere Nadal nel “campionato del mondo su terra rossa”. Lo spagnolo è nel suo anno orribile e le ripetute sconfitte sulla superficie di cui è stato il dominatore per l’intera carriera lo hanno fatto scivolare al 7° posto del ranking. Così, al Roland Garros Djokovic-Nadal arriva anzitempo (quarti) ma per tutti è una finale anticipata. Tutti tranne uno, uno svizzero dal rovescio incontenibile la cui vittoria all’Australian Open 2014 era stata frettolosamente archiviata alla stregua di un exploit irripetibile. Certo, perché Stan Wawrinka – classe 1985 – è esploso tardi. Basti pensare che lo Slam australiano è stato appena il quinto titolo in carriera e i quattro precedenti erano stati Umago, Casablanca, Chennai e Oeiras. Poi, anche grazie all’incontro con Magnus Norman, la trasformazione e la consapevolezza di potersi esprimere alla pari anche con i Fab Four; non sempre, forse, ma quel tanto che basta a cambiare l’inerzia di una carriera destinata altrimenti all’anonimato o quasi.

Quindi, Djokovic deve rimandare a giorni migliori il sogno di mettere le mani sull’unico Slam che gli manca ma la delusione ha vita breve e già a Wimbledon c’è modo di rifarsi, battendo Federer in finale dopo aver passato un brutto momento negli ottavi quando si è trovato sotto 0-2 con il sudafricano Kevin Anderson. Dai due esami sul cemento americano in preparazione allo US Open, per il numero uno arrivano due piccoli campanelli d’allarme perché prima Murray (a Montreal) e poi Federer (a Cincinnati) lo battono in finale ma nello Slam di New York il campione serbo torna “RoboNole” e Federer, sempre lui, deve accontentarsi di un set in finale.

A New York, Djokovic domina anche un pubblico completamente a suo sfavore

Nella trasferta cinese Djokovic ritocca i suoi record e chiude l’accoppiata Pechino-Shanghai con numeri impressionanti: vittorie/sconfitte 10-0; set vinti/persi 20-0; giochi vinti/persi 121-43 con un solo tie-break giocato. Finalmente, si fa per dire, a Bercy qualcuno capace di strappargli un set c’è (e chi se non lo stesso Wawrinka che, sempre a Parigi, gli aveva inflitto la delusione più grossa della stagione?) ma poi viene subito punito con un 6-0 nella frazione decisiva, mentre il giorno dopo Murray nell’atto conclusivo rimedia sei giochi. Così, quando Federer lo batte per la terza volta in stagione nel round-robin delle ATP Finals di Londra, è lecito pensare che il serbo stia accusando lo sforzo sostenuto nelle ultime settimane. Illusione. Battuto Berdych, Nole si qualifica per le semifinali e mette in riga Nadal e Federer, uno di seguito all’altro.

Il suo bilancio di fine 2015 è a dir poco irreale: 15 finali (consecutive) in 16 tornei disputati, di cui 11 vinte, e un record di 82-6 nei match giocati. A questo punto l’impresa di Karlovic a Doha assume valore doppio, se non triplo. Nell’ultimo ranking dell’anno il serbo ha quasi il doppio dei punti rispetto al più immediato inseguitore (16.585 contro 8.945 di Murray, mentre Federer è terzo a quota 8.265) e non è ancora finita. 

2016

Come se non si fosse mai fermato, Djokovic inaugura il 2016 con il titolo di Doha (dove si rivede Nadal, finalista sia pur strapazzato 6-1 6-2 dal rivale) e all’Australian Open colleziona il sesto titolo imponendosi negli ultimi due turni a Federer e Murray. Costretto al ritiro nei quarti a Dubai, dopo aver perso il primo set con Feliciano Lopez, a causa di un problema all’occhio destro, Djokovic centra per il terzo anno consecutivo (altro record assoluto) il cosiddetto Sunshine-Double, ovvero la doppietta Indian Wells-Miami. Il dominio del numero uno è quasi imbarazzante; dopo aver perso il primo set al debutto in California – contro Fratangelo – ne infila ben ventiquattro consecutivi e sia Raonic che Nishikori, nelle due finali, rimediano severe lezioni. Il 4 aprile 2016 Djokovic ha 16.540 punti, più del doppio rispetto a Murray (che ne ha 7.815), e l’unica volta che non ha raggiunto la finale negli ultimi venti tornei disputati si è ritirato.

Ecco perché, quando a Monte Carlo Jiri Vesely (n°55 ATP) lo batte in tre set, quasi si grida al miracolo. Vincitore del titolo juniores agli Australian Open 2011, il mancino ceco ha un best-ranking di n°35 al mondo ma fino a quel momento ha perso tutte le otto partite giocate contro Top-10. Chi pensa (e magari spera) che quello del Principato sia l’inizio di una possibile crisi del numero uno deve subito ricredersi perché tra Madrid e Roma arrivano altre due finali, entrambe contro Murray. Alla Caja Magica vince Djokovic, al Foro Italico (dove il serbo batte Nadal nei quarti) prevale invece lo scozzese, che ottiene la vittoria complessiva n°28 in carriera nei confronti del trio Djokovic-Federer-Nadal.

I primi due della classifica si ritrovano in finale al Roland Garros, laddove per il secondo anno consecutivo il padrone di casa Rafael Nadal è costretto alla resa. Questa volta, dopo due turni tranquilli contro Groth e Bagnis, il maiorchino si ritira dal torneo a causa di un infortunio al polso sinistro. Sconfitto l’anno precedente da Wawrinka, Djokovic non può sprecare un’altra opportunità e stavolta si impone a Murray in quattro set, dopo aver perso il primo. Per la prima volta dal 1969, un tennista detiene contemporaneamente i 4 titoli del Grande Slam. Non c’è altro da aggiungere. Anzi, sì. Il 2016 è anche l’anno olimpico e a Rio il serbo cerca l’apoteosi. Quello che troverà, invece, sarà oggetto della prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – VENTICINQUESIMA PARTE

2014DJOKOVIC, NOVAKTSONGA, JO-WILFRIED26 26CANADA OPENH
2014DJOKOVIC, NOVAKROBREDO, TOMMY67 57CINCINNATIH
2014DJOKOVIC, NOVAKNISHIKORI, KEI46 61 67 36US OPENH
2014DJOKOVIC, NOVAKFEDERER, ROGER46 46SHANGHAIH
2015DJOKOVIC, NOVAKKARLOVIC, IVO76 67 46DOHAH
2015DJOKOVIC, NOVAKFEDERER, ROGER36 57DUBAIH
2015DJOKOVIC, NOVAKWAWRINKA, STAN64 46 36 46ROLAND GARROSC
2015DJOKOVIC, NOVAKMURRAY, ANDY46 64 36CANADA OPENH
2015DJOKOVIC, NOVAKFEDERER, ROGER67 36CINCINNATIH
2015DJOKOVIC, NOVAKFEDERER, ROGER57 26MASTERS H
2016DJOKOVIC, NOVAKLOPEZ, FELICIANO36 RIT.DUBAIH
2016DJOKOVIC, NOVAKVESELY, JIRI46 62 46MONTE CARLOC
2016DJOKOVIC, NOVAKMURRAY, ANDY36 36ROMAC

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi
  19. E alla fine arriva Federer
  20. 2006-07, il dominio di Federer con il ‘tarlo’ Nadal
  21. Lo storico sorpasso di Nadal su Federer nel 2008
  22. Altri due anni di duopolio Federer-Nadal
  23. Il duopolio è spezzato, Djokovic irrompe sulla scena
  24. Dal 2012 al 2014, Federer, Nadal e Djokovic si passano il trono

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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