Uno contro tutti: Djokovic pigliatutto. Riconquista il trono e sfata il tabù Roland Garros

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Uno contro tutti: Djokovic pigliatutto. Riconquista il trono e sfata il tabù Roland Garros

Il serbo riconquista la vetta a Wimbledon 2014 e vive due anni da protagonista assoluto, fino al primo successo sulla terra di Parigi: ora detiene tutti e quattro gli Slam

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Novak Djokovic - Roland Garros 2016
 

Il 7 luglio 2014, per la 93° volta l’ATP cambia padrone. Il nuovo re non è nuovo sul trono, ci è già stato per 101 settimane e viene da una stagione iniziata non benissimo in Australia ma proseguita piuttosto bene con il successo in tre Masters 1000 (Indian Wells, Miami e Roma) e, soprattutto, la vittoria a Wimbledon, che gli ha permesso di superare Nadal in classifica

Forse appagato, forse semplicemente stanco, Novak Djokovic è l’ombra di se stesso nei due 1000 dell’estate americana. A Montreal, dopo aver superato a stento Monfils, viene travolto con un doppio 6-2 da Tsonga ma ancora peggio gli va a Cincinnati, dove perde sempre al secondo incontro con lo spagnolo Tommy Robredo per 7-6 7-5.  Pur non essendo uno specialista del duro (dei dodici titoli conquistati in carriera, solo uno lontano dalla preferita terra rossa), nel 2006 Robredo è stato anche n°5 del ranking e in carriera si è già preso la soddisfazione di battere un numero 1 (Hewitt, al Roland Garros 2003) ma la sua vittoria sul serbo rimane un’impresa di rilievo. I due passi falsi non sembrano avere ripercussioni su Djokovic, che inizia gli US Open perdendo appena 18 giochi in tre incontri, ma anche a New York le insidie non mancano e nelle semifinali le prime due teste di serie vengono eliminate. Mentre Federer viene preso a servizi in faccia da Marin Cilic, Djokovic lotta di più con Kei Nishikori ma alla fine perde in quattro set. Il giapponese aveva già sconfitto il serbo da n°1 (a Basilea, nel 2011) ma da questa semifinale a New York non ripeterà più il risultato e perderà in seguito tutte e 13 le partite contro il leader dell’ATP.

Venti giorni di riposo e Djokovic riparte dalla Cina con l’obiettivo di confermarsi campione nei quattro tornei che restano per chiudere la stagione. Ci riesce a Pechino (battendo Berdych in finale) ma a Shanghai in semifinale viene fermato da un grande Federer, che poi vincerà il torneo. I due si potrebbero affrontare di nuovo nell’ultimo atto delle ATP Finals ma lo svizzero, esausto e con la schiena a pezzi dopo la memorabile semifinale con Wawrinka, non scenderà in campo e per la prima – e unica – volta nella storia il Masters non avrà una finale. Prima di Londra, Djokovic aveva difeso il titolo anche a Bercy e il 2014 si chiude con il serbo sul trono e Federer al secondo posto davanti a Nadal. Sono sempre loro tre a menare la danza e l’anno che sta arrivando non sembra possa proporre valide alternative.

 

2015

E così è, perché Djokovic si mette fin da subito in modalità extraterrestre e, numeri alla mano, mette a segno l’impresa non semplice di migliorare quel 2011 in cui era parso inavvicinabile. Eppure, il buongiorno non è dei migliori perché a Doha, nei quarti, il serbo trova semaforo rosso con Ivo Karlovic. Il gigante croato non gli concede nemmeno una palla break e sfrutta una delle quattro che riesce a procurarsi, quel tanto che basta per ottenere il break decisivo nel terzo set, dopo che i primi due si erano conclusi al tie-break (uno per parte). Dotato di un servizio letale (sta chiudendo la carriera con appena l’8% di break subiti, 767 su 9535 turni di servizio giocati), Karlovic rappresenta la tipologia di tennista che, pur con tutti gli inevitabili limiti di mobilità dovuti ai 211 centimetri di altezza, nessuno vorrebbe mai affrontare perché non danno ritmo e spesso ti costringono a giocarti il set o la partita su pochissimi punti. 

Archiviata la parentesi in Qatar, da Melbourne Djokovic cambia marcia e in cinque mesi perde una sola partita, ovvero la finale di Dubai con Roger Federer. Dopo il deludente 2013, lo svizzero ha cambiato allenatore e il sodalizio con Stefan Edberg ha dato i suoi frutti, quantunque sulla lunga distanza il suo tennis non appaia più in grado di contrapporsi ai rivali più accreditati. Infatti, l’anno precedente Federer è tornato a vincere (5 titoli) ma negli Slam si è dovuto accontentare di una finale e due semifinali, oltre alla sconfitta nei sedicesimi al Roland Garros con Gulbis. Tuttavia, se al momento c’è uno in grado di creare grattacapi al numero uno del mondo è proprio lui e nell’emirato si impone 6-3 7-5.

Per il resto, Nole è incontenibile. Dopo gli Australian Open, il serbo fa suoi quattro 1000 consecutivi (Indian Wells, Miami, Monte Carlo e Roma) e a Parigi diventa il secondo (e finora ultimo) giocatore capace di battere Nadal nel “campionato del mondo su terra rossa”. Lo spagnolo è nel suo anno orribile e le ripetute sconfitte sulla superficie di cui è stato il dominatore per l’intera carriera lo hanno fatto scivolare al 7° posto del ranking. Così, al Roland Garros Djokovic-Nadal arriva anzitempo (quarti) ma per tutti è una finale anticipata. Tutti tranne uno, uno svizzero dal rovescio incontenibile la cui vittoria all’Australian Open 2014 era stata frettolosamente archiviata alla stregua di un exploit irripetibile. Certo, perché Stan Wawrinka – classe 1985 – è esploso tardi. Basti pensare che lo Slam australiano è stato appena il quinto titolo in carriera e i quattro precedenti erano stati Umago, Casablanca, Chennai e Oeiras. Poi, anche grazie all’incontro con Magnus Norman, la trasformazione e la consapevolezza di potersi esprimere alla pari anche con i Fab Four; non sempre, forse, ma quel tanto che basta a cambiare l’inerzia di una carriera destinata altrimenti all’anonimato o quasi.

Quindi, Djokovic deve rimandare a giorni migliori il sogno di mettere le mani sull’unico Slam che gli manca ma la delusione ha vita breve e già a Wimbledon c’è modo di rifarsi, battendo Federer in finale dopo aver passato un brutto momento negli ottavi quando si è trovato sotto 0-2 con il sudafricano Kevin Anderson. Dai due esami sul cemento americano in preparazione allo US Open, per il numero uno arrivano due piccoli campanelli d’allarme perché prima Murray (a Montreal) e poi Federer (a Cincinnati) lo battono in finale ma nello Slam di New York il campione serbo torna “RoboNole” e Federer, sempre lui, deve accontentarsi di un set in finale.

A New York, Djokovic domina anche un pubblico completamente a suo sfavore

Nella trasferta cinese Djokovic ritocca i suoi record e chiude l’accoppiata Pechino-Shanghai con numeri impressionanti: vittorie/sconfitte 10-0; set vinti/persi 20-0; giochi vinti/persi 121-43 con un solo tie-break giocato. Finalmente, si fa per dire, a Bercy qualcuno capace di strappargli un set c’è (e chi se non lo stesso Wawrinka che, sempre a Parigi, gli aveva inflitto la delusione più grossa della stagione?) ma poi viene subito punito con un 6-0 nella frazione decisiva, mentre il giorno dopo Murray nell’atto conclusivo rimedia sei giochi. Così, quando Federer lo batte per la terza volta in stagione nel round-robin delle ATP Finals di Londra, è lecito pensare che il serbo stia accusando lo sforzo sostenuto nelle ultime settimane. Illusione. Battuto Berdych, Nole si qualifica per le semifinali e mette in riga Nadal e Federer, uno di seguito all’altro.

Il suo bilancio di fine 2015 è a dir poco irreale: 15 finali (consecutive) in 16 tornei disputati, di cui 11 vinte, e un record di 82-6 nei match giocati. A questo punto l’impresa di Karlovic a Doha assume valore doppio, se non triplo. Nell’ultimo ranking dell’anno il serbo ha quasi il doppio dei punti rispetto al più immediato inseguitore (16.585 contro 8.945 di Murray, mentre Federer è terzo a quota 8.265) e non è ancora finita. 

2016

Come se non si fosse mai fermato, Djokovic inaugura il 2016 con il titolo di Doha (dove si rivede Nadal, finalista sia pur strapazzato 6-1 6-2 dal rivale) e all’Australian Open colleziona il sesto titolo imponendosi negli ultimi due turni a Federer e Murray. Costretto al ritiro nei quarti a Dubai, dopo aver perso il primo set con Feliciano Lopez, a causa di un problema all’occhio destro, Djokovic centra per il terzo anno consecutivo (altro record assoluto) il cosiddetto Sunshine-Double, ovvero la doppietta Indian Wells-Miami. Il dominio del numero uno è quasi imbarazzante; dopo aver perso il primo set al debutto in California – contro Fratangelo – ne infila ben ventiquattro consecutivi e sia Raonic che Nishikori, nelle due finali, rimediano severe lezioni. Il 4 aprile 2016 Djokovic ha 16.540 punti, più del doppio rispetto a Murray (che ne ha 7.815), e l’unica volta che non ha raggiunto la finale negli ultimi venti tornei disputati si è ritirato.

Ecco perché, quando a Monte Carlo Jiri Vesely (n°55 ATP) lo batte in tre set, quasi si grida al miracolo. Vincitore del titolo juniores agli Australian Open 2011, il mancino ceco ha un best-ranking di n°35 al mondo ma fino a quel momento ha perso tutte le otto partite giocate contro Top-10. Chi pensa (e magari spera) che quello del Principato sia l’inizio di una possibile crisi del numero uno deve subito ricredersi perché tra Madrid e Roma arrivano altre due finali, entrambe contro Murray. Alla Caja Magica vince Djokovic, al Foro Italico (dove il serbo batte Nadal nei quarti) prevale invece lo scozzese, che ottiene la vittoria complessiva n°28 in carriera nei confronti del trio Djokovic-Federer-Nadal.

I primi due della classifica si ritrovano in finale al Roland Garros, laddove per il secondo anno consecutivo il padrone di casa Rafael Nadal è costretto alla resa. Questa volta, dopo due turni tranquilli contro Groth e Bagnis, il maiorchino si ritira dal torneo a causa di un infortunio al polso sinistro. Sconfitto l’anno precedente da Wawrinka, Djokovic non può sprecare un’altra opportunità e stavolta si impone a Murray in quattro set, dopo aver perso il primo. Per la prima volta dal 1969, un tennista detiene contemporaneamente i 4 titoli del Grande Slam. Non c’è altro da aggiungere. Anzi, sì. Il 2016 è anche l’anno olimpico e a Rio il serbo cerca l’apoteosi. Quello che troverà, invece, sarà oggetto della prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – VENTICINQUESIMA PARTE

2014DJOKOVIC, NOVAKTSONGA, JO-WILFRIED26 26CANADA OPENH
2014DJOKOVIC, NOVAKROBREDO, TOMMY67 57CINCINNATIH
2014DJOKOVIC, NOVAKNISHIKORI, KEI46 61 67 36US OPENH
2014DJOKOVIC, NOVAKFEDERER, ROGER46 46SHANGHAIH
2015DJOKOVIC, NOVAKKARLOVIC, IVO76 67 46DOHAH
2015DJOKOVIC, NOVAKFEDERER, ROGER36 57DUBAIH
2015DJOKOVIC, NOVAKWAWRINKA, STAN64 46 36 46ROLAND GARROSC
2015DJOKOVIC, NOVAKMURRAY, ANDY46 64 36CANADA OPENH
2015DJOKOVIC, NOVAKFEDERER, ROGER67 36CINCINNATIH
2015DJOKOVIC, NOVAKFEDERER, ROGER57 26MASTERS H
2016DJOKOVIC, NOVAKLOPEZ, FELICIANO36 RIT.DUBAIH
2016DJOKOVIC, NOVAKVESELY, JIRI46 62 46MONTE CARLOC
2016DJOKOVIC, NOVAKMURRAY, ANDY36 36ROMAC

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi
  19. E alla fine arriva Federer
  20. 2006-07, il dominio di Federer con il ‘tarlo’ Nadal
  21. Lo storico sorpasso di Nadal su Federer nel 2008
  22. Altri due anni di duopolio Federer-Nadal
  23. Il duopolio è spezzato, Djokovic irrompe sulla scena
  24. Dal 2012 al 2014, Federer, Nadal e Djokovic si passano il trono

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Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

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Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam, tutti e 3 indossano la cravatta dell’International Club

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

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Flash

Roger Federer diventa un’opera d’arte: ecco l’installazione dell’artista Ugo Rondinone

Il campione svizzero sfida la gravità per il nuovo documentario “Portrait of a Champion”, basato sulla composizione dell’artista italo-svizzero Ugo Rondinone

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Simon Bruty)

Dal ritorno alle passioni giovanili, rimaste per troppo tempo amori confinati nel dimenticatoio, passando per il glamour delle passerelle – in vista dei preparativi del Met Gala – e fino ad arrivare a raffigurare una fonte d’ispirazione per la propria canzone d’esordio; il passo è brevissimo per trasformarsi anche in un’opera d’arte sospeso nell’aria con l’unico aggancio rappresentato da un paio di funi (come riporta La Gazzetta dello Sport).

Davvero, Roger Federer da quando ha appeso la racchetta lo scorso settembre non si sta facendo mancare alcunché vivendo le più svariate esperienze. Dopo l’obbligatoria tappa alla settimana della moda parigina in occasione dell’Haute Couture, il campione svizzero è apparso nel trailer del documentario “Portrait of a Champion” – disponibile per la visione dal 31 gennaio – in cui racconta il percorso personale che lo ha accompagnato durante l’intero iter propedeutico alla realizzazione dell’istallazione: “Burn Shine Fly” dell’artista Ugo Rondinone.

L’IDEA DIETRO L’OPERA – Per dare vita ad una delle sette sculture realizzate dall’artista svizzero di origini italiane, ispiratosi per la creazione di quest’opera ai trapezisti poiché l’idea che voleva trasmettere attraverso questa serie di sculture era quella dell’effetto che viene prodotto quando si è in volo, Federer – il quale nel complesso artistico rappresenta il “Cloud Six“, ovvero la sesta parte della composizione – è stato appeso al soffitto con un’imbracatura in modo tale che il suo corpo potesse venire catturato in diverse pose mediante la tecnologia 3D, provvista di uno scanner ad alta rifinitura.

 

Il 41enne nativo di Basilea ha così dovuto trascorrere innumerevoli ore all’interno di uno stampo, apposito a ricreare una copia esatta del proprio corpo. Il medesimo procedimento è stato poi anche apportato per il viso del 20 volte campione Slam dopo averlo necessariamente ricoperto di silicone: “Penso che quando si hanno 41 anni e si è in viaggio da ben venti, avere l’opportunità di lavorare con qualcuno come Ugo è un qualcosa di entusiasmante perché ti porta completamente fuori dalla realtà per catapultarti in un altro mondo” – queste le parole di Roger, a commento della serata indetta per annunciare l’uscita ufficiale del documentario, per poi chiosare – “Forse è un mondo in cui non mi sento così a mio agio ma perché per me l’arte è nuova e ho per questo ancora tanto da imparare su di essa… L’arte è qualcosa che mi entusiasma davvero tanto e voglio saperne sempre di più poiché sono una persona molto curiosa della vita, e quindi di tutti i suoi aspetti“.

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Flash

Federer torna a sciare dopo 15 anni e Lindsey Vonn lo incoraggia

Su Instagram, Roger Federer documenta il ritorno alla pratica di una disciplina sportiva da sempre sua grande passione

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Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)
Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)

E’ bello tornare sulle piste dopo quindici anni“, con tanto di hashtag: nuovi inizi.

Nonostante l’intero mondo del tennis sia pienamente concentrato sul primo Slam dell’anno in quel di Melbourne, un post pubblicato su un account Instagram accompagnato dalla didascalia che fà da incipit al nostro articolo non poteva lasciare indifferenti gli appassionati della racchetta.

Questo perché il protagonista di tale condivisione via social è un’assoluta icona planetaria – ultimamente è stato annunciato che presiederà il Met Gala in compagnia di Penelope Cruz e Dua Lipa che è stata in grado di sconvolgere e segnare il mappamondo tennistico come nessuno prima di lui, ovviamente stiamo parlando di Roger Federer.

 

Il campionissimo svizzero, pur avendo oramai posto fine alla propria carriera da diversi mesi, fa – e farà – sempre notizia. Così come, allo stesso modo, è inconfutabile la seguente tesi: la passione che avverte per lo sport, il 20 volte vincitore di un Major travalica i confini della disciplina che lo ha visto regnare per quasi un ventennio.

Una profonda ammirazione per il gioco, qualsiasi esso sia, che è facilmente riscontrabile nelle antiche passioni del 41enne di Basilea. Infatti dopo averlo visto a Dubai con il suo ex coach e grande amico Severin Luthi cimentarsi nella disciplina più in voga degli ultimi anni, il padel, (per i puritani del nostro sport, questo avvenimento è stato raccapricciante oltre che un atto barbaro all’eleganza tennistica che Roger rappresenta), è ritornato a praticare uno dei suoi primissimi amori: lo sci.

Federer fin da giovanissimo ha frequentato le piste da scii, prima di optare definitivamente per il tennis. Purtroppo però, anche e soprattutto a causa del grave infortunio che subì alla schiena dovette interrompere questo suo hobby e rinunciarvi per un lasso di tempo davvero lungo. Finalmente però ora, appesa la racchetta, può ricominciare da dove aveva lasciato pur comunque dovendolo fare gradualmente. Dopo le operazioni al ginocchio, difatti, almeno per il momento non può sciare sui percorsi più articolati e complessi poiché le sollecitazioni alle articolazioni a cui andrebbe incontro sarebbero ancora troppo pesanti da sopportare senza rischiare un nuovo infortunio. Non a caso poco dopo il ritiro dichiarò: “Ho un pò di paura nel praticare altri sport, perché il mio ginocchio non sta ancora benissimo“.

Il processo per tornare a sciare a pieno regime è dunque ancora lungo, tuttavia alcuni commenti al suo post potrebbero averlo ulteriormente motivato in questa sua personale sfida. Due leggende dello scii alpino del calibro della statunitense Lindsey Vonn e del connazionale Beat Feuz – entrambi ori olimpici nella discesa libera, la prima a Vancouver 2010 mentre il secondo a Pechino 2022 – gli hanno dedicato questi messaggi di sprono: “Dai Roger, è come guidare la bicicletta“, “C’è un posto disponibile nel tuo team?“.

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