Uno contro tutti: nel 2016, l'ascesa al trono di Sir Andrew Barron Murray

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Uno contro tutti: nel 2016, l’ascesa al trono di Sir Andrew Barron Murray

Con un finale di stagione straordinario, Andy Murray corona la sua lunga rincorsa a Djokovic e diventa il 26° numero uno della storia del tennis maschile

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Il 5 giugno 2016, per chi crede che sia possibile anche solo stilare una classifica del genere, Novak Djokovic pone la sua autorevole candidatura a diventare il migliore di tutti i tempi. Battendo Andy Murray nella finale del Roland Garros, non ha solo conquistato l’unico Slam che gli mancava. Per usare una terminologia cara al pugilato, ha riunificato il titolo indossando contemporaneamente le quattro sacre cinture del tennis: Wimbledon, US Open, Australian Open, Roland Garros, rispettando l’ordine con cui le ha vinte. Prima di lui, solo Don Budge (che ne vinse addirittura sei in fila tra il 1937 e il 1938) e due volte Rod Laver (nel 1962 e nel 1969) ci erano riusciti e Djokovic l’ha fatto nel periodo in cui stanno giocando anche Federer, Nadal e lo stesso Murray.

Insomma, potrà anche non essere simpatico a tutti, ma il serbo ha scritto una pagina memorabile del nostro sport e vorrebbe completare l’opera mettendosi al collo la medaglia d’oro olimpica a Rio de Janeiro. Prima però, ci sarebbe da difendere il titolo di Wimbledon, ma vuoi l’appagamento, vuoi una giornata storta, vuoi anche la stanchezza mentale che si fa sentire tutta in una volta dopo diciotto mesi intensissimi, ebbene ai Championships il numero uno si fa sorprendere da un californiano di 29 anni che proprio sull’erba – quella del Queen’s, nel 2010 – ha colto il più prestigioso dei suoi otto titoli ATP: Sam Querrey. Lo statunitense verrà poi sconfitto da Raonic, che a sua volta cederà in finale per il secondo titolo sui prati londinesi di Andy Murray.

Djokovic fuga ogni dubbio sul suo appetito incamerando la Rogers Cup a Toronto senza perdere nemmeno un set ma a Rio un sorteggio maligno gli mette di fronte all’esordio l’argentino Juan Martin Del Potro. Fermo ai box per quasi un anno, l’argentino è ripartito in febbraio da Delray Beach con il pettorale n.1042 ma in breve tempo è rientrato nei primi duecento e, quando sta bene, è un pericolo per chiunque. Le grandi motivazioni di Djokovic si infrangono sul dritto e sul servizio di Delpo (nemmeno una palla-break concessa) che vince con un doppio 7-6 e fa uscire il serbo in lacrime. “Una delle più grosse delusioni della mia carriera” dichiara Djokovic, e non può essere una consolazione il fatto che Del Potro conquisterà l’argento, battuto in finale da Murray dopo aver sconfitto in semifinale Nadal.

Djokovic e del Potro al termine del match di Rio 2016

Saltato Cincinnati, il numero uno torna in campo a New York ma una serie di ritiri (Youzhny al terzo turno e Tsonga nei quarti) e forfait (Vesely al secondo turno) rendono quasi impossibile giudicarne lo stato di forma. Sconfitto Monfils in semifinale, Djokovic sembra in grado di confermarsi campione degli US Open ma dall’altra parte della rete il suo rivale ha tutta l’aura di imbattibilità tipica dei sopravvissuti. Infatti Stan Wawrinka è stato a un solo quindici dall’eliminazione al terzo turno contro il britannico Evans, ma l’ha scampata e ad ogni successiva vittoria ha rafforzato la sua convinzione di poter centrare il tris dopo gli Australian Open 2014 e il Roland Garros 2015. Lo svizzero è talmente maturato da portarsi in dote una striscia di dieci finali vinte consecutive nell’ultimo triennio, all’interno delle quali ci sono anche le due (su due) disputate negli Slam, e anche a New York dà dimostrazione di freddezza e lucidità. Perso il primo set, Stan non si perde d’animo nemmeno quando il serbo gli recupera il break nelle fasi conclusive del secondo e alla lunga piega la resistenza del numero uno, che chiude il match condizionato da un problema muscolare sopraggiunto però quando già era sotto 1-2.

Dopo gli US Open, Djokovic mantiene un largo vantaggio nei confronti degli inseguitori ma deve difendere parecchi punti fino al termine della stagione. Per metterlo in difficoltà, il secondo in classifica (Andy Murray) dovrebbe fare gli straordinari e ciò sembra improbabile, anche in considerazione del fatto che lo scozzese potrebbe accusare la stanchezza delle tante partite accumulate in stagione. Adesso che i “Fab Four” sono diventati i Genesis prima maniera (ovvero quando erano in cinque) e Wawrinka in tre colpi lo ha affiancato nel numero dei major conquistati, Murray vuole coronare la sua miglior stagione di sempre con un finale in crescendo. E così accade.

Dopo la sconfitta in cinque set con Del Potro nel match di apertura della semifinale di Davis Cup a Glasgow (che l’Argentina farà sua per 3-2), Andy infila diciannove vittorie consecutive e alza i trofei di Pechino, Shanghai, Vienna e Parigi-Bercy presentandosi alle ATP Finals di Londra da nuovo numero uno del mondo (il 26eiesimo complessivo).

 

Nel frattempo Djokovic ha perso qualche colpo. Assente a Pechino, il serbo si è concentrato sui due restanti Masters 1000 in cui difende il titolo ma a Shanghai perde in semifinale con Roberto Bautista Agut e a Bercy nei quarti con Marin Cilic. Si tratta di passi falsi più che giustificabili, perché sia lo spagnolo che il croato sono avversari temibili. Il primo, nonostante le origini, predilige i campi in duro e interrompe una striscia negativa di cinque sconfitte consecutive con Nole ma avrà modo in futuro di confermare questo suo exploit. Marin, invece, è pur sempre uno dei due soli tennisti – insieme a Del Potro – ad aver vinto un major dal Roland Garros 2005 fuori dalla cerchia dei cinque Genesis. Tuttavia, il 7 novembre la classifica ATP sancisce il sorpasso di Murray su Djokovic anche se i 405 punti di distacco rimandano al Masters della O2 Arena ogni decisione su chi sarà leader alla fine dell’anno.

In realtà, lo scozzese è diventato leader a causa dello spostamento in avanti del calendario dovuto all’inserimento del torneo olimpico; tale spostamento ha fatto scadere anzitempo i punti conquistati alle Finals 2015, ovvero 1300 per Djokovic e appena 200 per Murray. Ecco perché il torneo dei maestri diventa determinante per stabilire chi chiuderà in vetta il 2016. Come da copione, a Londra i due vanno in finale e in fondo è giusto che – nel caso – il trionfo del britannico debba passare attraverso una vittoria sul predecessore, in quanto nella sua clamorosa rimonta Murray non ha mai dovuto affrontare Djokovic. La partita delude le aspettative di chi pensava che potesse essere equilibrata e incerta; Nole sembra spento e Andy la controlla dall’inizio alla fine, chiudendo 6-3 6-4. Con le Finals, Murray fa suo il quarto tipo di torneo a Londra a cui ha partecipato nella sua carriera dopo il Queen’s (ben cinque volte fra il 2009 e il 2016), le Olimpiadi (2012) e Wimbledon (2013 e 2016); per alzare il trofeo, Andy ha battuto i quattro tennisti che lo seguivano nel ranking e questo legittima definitivamente la sua impresa.

Andy Murray – ATP Finals 2016 (Alberto Pezzali © All Rights Reserved)

Inaugurato il regno con cinque vittorie, Murray affronta il 2017 con la seria intenzione di respingere il probabile ritorno di Djokovic ma nei primi mesi dell’anno il serbo ha così tanti punti da difendere che difficilmente potrà scavalcare lo scozzese. A Doha, i due si ritrovano in finale e Djokovic infligge la prima sconfitta da numero uno a Murray ma dagli Australian Open tutto cambia. La restaurazione è tanto improvvisa quanto inaspettata e ha come protagonisti gli assenti illustri dell’anno precedente: Roger Federer e Rafael Nadal. Partendo dalle retrovie, lo svizzero e lo spagnolo si ritrovano in finale in una edizione degli Australian Open in cui i primi della classe perdono prematuramente. Djokovic viene sconfitto al secondo turno da Denis Istomin mentre Murray fa un po’ più di strada ma negli ottavi viene eliminato dal tedesco Mischa Zverev in quattro set. Il fratello del giovane Alexander è un mancino dal tennis brillante che ha già battuto cinque volte un Top-10 in carriera (a fronte di dodici ko) mentre l’uzbeko ha usufruito di una wild-card in quanto con la sua classifica di n.117 avrebbe dovuto giocarsi le qualificazioni.

Il numero uno del mondo si riprende immediatamente e conquista con il brivido il titolo a Dubai. Nei quarti, Murray salva ben sette match-points nel secondo set prima di aggiudicarselo 20-18 e avere poi ragione del tedesco Kohlschreiber; molto più agevoli le successive vittorie con Pouille e Verdasco per quello che è il 45° torneo ATP in carriera. Nessuno, al momento, può immaginare che sarà anche l’ultimo per i prossimi due anni. Ma le prime avvisaglie della crisi non tardano ad arrivare. A Indian Wells, il primo della classe perde al debutto contro il canadese Vasek Pospisil, n.129 del ranking e uscito dalle qualificazioni. Con un miglior piazzamento in carriera di n.25 a inizio 2014, Pospisil ha alternato ottime settimane (finale a Washington, quarti a Wimbledon) a lunghi periodi di buio ma nella giornata buona il suo tennis potente e offensivo è in grado di creare grattacapi a chiunque.

Nei primi quattro appuntamenti sulla terra rossa, le cose non vanno certo meglio. A Monte Carlo, Murray perde al terzo turno con Albert Ramos-Vinolas, sul quale si prende la rivincita nei quarti a Barcellona per poi uscire sconfitto dal match con il ventitreenne Dominic Thiem. L’austriaco è alla quinta sfida diretta con il leader ATP e nei quattro precedenti (una volta con Nadal, tre con Djokovic) non ha mai raccolto un set ma il vento sta iniziando a cambiare e da questo momento il suo bilancio migliorerà e non di poco. Al contrario, il rendimento del numero uno peggiora e negli ultimi due Masters 1000 sulla terra arrivano altre due nette battute d’arresto; a Madrid è il croato Borna Coric a vivere la sua giornata di gloria (ma non sarà l’unica) mentre a Roma è la volta di Fabio Fognini, quinto italiano (e sesta volta) ad imporsi ufficialmente al primo giocatore del ranking.

Al Roland Garros, dove difende la finale dell’anno precedente, Andy Murray sembra ritrovare se stesso e infila cinque vittorie (tra cui un paio importanti, contro Del Potro e Nishikori) prima di arrendersi al quinto set a Stan Wawrinka. Lo svizzero in carriera ha affrontato 24 volte il numero uno del mondo e aveva perso le prime quindici, ma dal 2014 “Stan the Man” (anche grazie al suo coach Magnus Norman) è un altro giocatore e con questo risultato sono quattro le finali major ottenute, una all’anno. Stavolta però dovrà alzare bandiera bianca contro il ritrovato Nadal, che nel ranking si scambia il posto con Djokovic (dal quarto al secondo posto e viceversa) e diventa il primo inseguitore di Murray.

Sull’erba di Londra, lo scozzese ambisce a ritrovare punti e fiducia ma la sua anca malmessa lo sta minando dall’interno e arrivano così altre due mazzate. La prima gliela infligge al primo turno del Queen’s l’australiano Jordan Thompson, un lucky-loser che in carriera ha affrontato solo due volte un Top-10 (perdendoci) e al terzo tentativo fa il colpaccio. Thompson è in campo dopo aver perso da Chardy nel secondo turno di qualificazioni e grazie al forfait di Aljaz Bedene ma sfrutta le sue qualità che si esaltano sui campi rapidi e chiude 7-6 6-2 al cospetto di un Murray scarico e troppo falloso. Così, con circa duemila punti di vantaggio su Nadal, il britannico si appresta a difendere sia il titolo di Wimbledon che la corona mondiale, centrando però solo il secondo obiettivo.

Nei quarti – e per la seconda volta consecutiva ai Championships – a fermare la corsa del leader è lo statunitense Sam Querrey, che recupera da 1-2 e chiude con un doppio 6-1; ma a quel punto l’anca di Murray ha già oltrepassato il limite di resistenza e lo costringerà a prendere drastiche decisioni per il suo futuro. Nella corsa al primato, Nadal spreca una ghiotta occasione perdendo a sua volta con Gilles Muller e il torneo lo vince Federer senza perdere un set. Così, dopo Wimbledon, il ranking ha completamente cambiato volto e adesso i “Genesis” sono tutti e cinque raggruppati in poco più di 1600 punti: Murray 7750, Nadal 7465, Federer 6545, Djokovic 6325, Wawrinka 6140. In realtà si tratta di un falso equilibrio, perché due di loro sono in costante ascesa e gli altri tre in caduta libera.

Nelle prossime due puntate, le ultime di questo lungo viaggio in compagnia dei numero 1 del tennis, vedremo come sono stati gli ultimi anni.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – VENTISEIESIMA PARTE

2016DJOKOVIC, NOVAKQUERREY, SAM67 16 63 67WIMBLEDONG
2016DJOKOVIC, NOVAKDEL POTRO, JUAN MARTIN67 67OLIMPIADI RIO H
2016DJOKOVIC, NOVAKWAWRINKA, STAN76 46 57 36US OPENH
2016DJOKOVIC, NOVAKBAUTISTA AGUT, ROBERTO46 46SHANGHAIH
2016DJOKOVIC, NOVAKCILIC, MARIN46 67PARIGI BERCYH
2017MURRAY, ANDYDJOKOVIC, NOVAK36 75 46DOHAH
2017MURRAY, ANDYZVEREV, MISCHA57 75 26 46AUSTRALIAN OPENH
2017MURRAY, ANDYPOSPISIL, VASEK46 67INDIAN WELLSH
2017MURRAY, ANDYRAMOS-VINOLAS, ALBERT62 26 57MONTE CARLOC
2017MURRAY, ANDYTHIEM, DOMINIC26 63 46BARCELLONAC
2017MURRAY, ANDYCORIC, BORNA36 36MADRIDC
2017MURRAY, ANDYFOGNINI, FABIO26 46ROMAC
2017MURRAY, ANDYWAWRINKA, STAN76 36 75 67 16ROLAND GARROSC
2017MURRAY, ANDYTHOMPSON, JORDAN67 26QUEEN’SG
2017MURRAY, ANDYQUERREY, SAM63 46 76 16 16WIMBLEDONG

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi
  19. E alla fine arriva Federer
  20. 2006-07, il dominio di Federer con il ‘tarlo’ Nadal
  21. Lo storico sorpasso di Nadal su Federer nel 2008
  22. Altri due anni di duopolio Federer-Nadal
  23. Il duopolio è spezzato, Djokovic irrompe sulla scena
  24. Dal 2012 al 2014, Federer, Nadal e Djokovic si passano il trono
  25. Djokovic pigliatutto. Riconquista il trono e sfata il tabù Roland Garros

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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