Uno contro tutti: Nadal ha battuto più numeri 1 di tutti. Federer Re dei match giocati

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Uno contro tutti: Nadal ha battuto più numeri 1 di tutti. Federer Re dei match giocati

‘Delpo’ è il tennista che ha battuto più numeri 1 senza mai diventarlo. Gerulaitis il peggiore: nessuna vittoria in 24 confronti. Nadal ‘killer’ tra i numeri 1, Federer e i record di longevità

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Novak Djokovic e Rafa Nadal - Roland Garros 2020 (via Twitter, @australianopen)

Lo scorso 10 gennaio, Novak Djokovic ha portato a 303 il numero di settimane complessive in vetta al ranking ATP (domani, lunedì 1 febbraio, saranno 306). Nelle precedenti 28 puntate abbiamo passato in rassegna la storia dei ventisei leader della classifica mondiale attraverso gli anni, in questa ultima invece punteremo l’obiettivo sui numeri e sulle statistiche più interessanti emerse in questi 47 anni e oltre.

SETTIMANE – Il tempo del ranking si misura principalmente in settimane e sono queste a determinare i primati. Questa è la statistica più nota e tutti sanno che, al momento attuale, il recordman è Roger Federer, leader per 310 settimane complessive, accumulate in sei periodi differenti. Questo record potrebbe essere superato da Novak Djokovic, attualmente posizionato al secondo posto, nella settimana dell’8 marzo 2021, cioè appena una settimana prima della data in cui il ranking mondiale verrà “scongelato”. Fino a quel momento, infatti, ogni tennista potrà scegliere di mantenere il punteggio migliore acquisito e quindi Djokovic non perderà nemmeno uno dei punti ottenuti alla ATP Cup, all’Australian Open e a Dubai. Semmai sarà Nadal a poter migliorare la sua posizione, ma anche in caso di percorso netto all’ATP Cup e a Melbourne non potrà superare il rivale, pur avvicinandolo molto.

Tornando a quanto è successo fin qui, la classifica all-time di settimane in vetta al ranking vede dunque Roger Federer in testa con 310, seguito da Djokovic a 303 e Pete Sampras a 286. Completano il quintetto dei primi Ivan Lendl (270) e Jimmy Connors (268). Partendo invece dal fondo, l’ultimo della classe è Pat Rafter con 1 sola settimana, preceduto nell’ordine da Carlos Moya (2) e dal terzetto composto da Yevgeny Kafelnikov, Thomas Muster e Marcelo Rios, tutti con 6 settimane all’attivo.

 

SETTIMANE TOTALI

  1. Roger Federer 310
  2. Novak Djokovic 306
  3. Pete Sampras 286
  4. Ivan Lendl 270
  5. Jimmy Connors 268
  6. Rafael Nadal 209
  7. John McEnroe 170
  8. Björn Borg 109
  9. Andre Agassi 101
  10. Lleyton Hewitt 80
  11. Stefan Edberg 72
  12. Jim Courier 58
  13. Gustavo Kuerten 43
  14. Andy Murray 41
  15. Ilie Năstase 40
  16. Mats Wilander 20
  17. Andy Roddick 13
  18. Boris Becker 12
  19. Marat Safin 9
  20. John Newcombe, Juan Carlos Ferrero 8
  21. Thomas Muster, Marcelo Ríos, Yevgeny Kafelnikov 6
  22. Carlos Moyá 2
  23. Patrick Rafter 1

Parlando invece di settimane consecutive, il primato di Federer – che ne totalizzò 237 dal 2 febbraio 2004 al 17 agosto 2008 – è inavvicinabile e destinato a rimanere tale ancora a lungo. In questo caso, dietro allo svizzero le migliori strisce appartengono nell’ordine a Connors (160), Lendl (157), Djokovic (122) e Sampras (102).

Federer – Finale Wimbledon 2007

SETTIMANE CONSECUTIVE

  1. Roger Federer: 237
  2. Jimmy Connors: 160
  3. Ivan Lendl: 157
  4. Novak Djokovic: 122
  5. Pete Sampras: 102
  6. Jimmy Connors (2): 84
  7. Pete Sampras (2): 82
  8. Ivan Lendl (2): 80
  9. Lleyton Hewitt: 75
  10. John McEnroe: 58
  11. Rafael Nadal: 56
  12. John McEnroe (2), Novak Djokovic (2): 53
  13. Andre Agassi, Novak Djokovic (3): 52
  14. Roger Federer (2), Novak Djokovic (4): 48
  15. Björn Borg, Rafael Nadal (2): 46
  16. Andy Murray: 41

Infine, è successo ben tredici volte che una leadership abbia avuto la durata di una sola settimana.

INCONTRI – I cinque tennisti che hanno accumulato più settimane sono gli unici ad aver giocato più di 400 partite da numeri uno. Anche in questo caso, il primato spetta a Federer con 486, seguito da Connors (449) e Djokovic (431) mentre Lendl (410) e Sampras (404) occupano gli altri due posti. Al contrario, Pat Rafter è l’unico numero uno a non essere mai sceso in campo da leader in quanto dal 26 luglio all’1 agosto 1999 non disputò alcun torneo.

Federer (430), Connors (405), Djokovic (377), Lendl (366) e Sampras (335) sono allineati con ordine anche nella statistica relativa agli incontri vinti mentre nelle sconfitte Sampras è primo con 69 seguito da Federer (56) e Djokovic (54) con un terzetto assestato al quarto posto e composto da Connors, Lendl e Nadal con 44. Più significativa invece è la graduatoria che tiene conto della percentuale di vittorie. Tale rilievo è complessivamente del 85,5% (ovvero, il numero uno ha perso meno di 15 partite ogni 100 disputate) e il migliore in assoluto è Bjorn Borg, che ha chiuso la sua esperienza da leader ATP con il 91,4% di vittorie (139-13 il suo record). Dietro allo svedese troviamo Connors (90,2%) e Lendl (89,2%) con Federer (88,4%), McEnroe (87,6%), Djokovic (87,4%) e Nadal (85,9%) a completare il gruppo di tennisti sopra la media.

In coda invece nessuno ha fatto peggio di Safin (36,3%), seguito da Rios (50%) e Kafelnikov (60%) anche se, dato lo scarso numero di incontri giocati da questi tre leader, la statistica è meno rilevante rispetto a quella che prende in esame coloro che ne hanno disputati almeno 50. Di questi, tolti i sette sopra la media, il migliore è Edberg (94-19 il suo record, 83,1%) seguito da Hewitt (87-21), Agassi (107-28), Courier (79-21), Nastase (71-19) e Kuerten (46-17). Curiosa invece la situazione di Andy Murray; nelle 41 settimane trascorse in vetta alla classifica, lo scozzese ha giocato solo 40 match, con una media di meno di un incontro a settimana. In questa particolare graduatoria ha fatto peggio di lui Wilander e Rios (0,6) nonché Roddick (0,85).

TORNEI – Il numero 1 che in carriera ha giocato più tornei in quanto tale è Jimmy Connors (102) seguito dal connazionale Sampras (100) e da Roger Federer (99); al quarto posto di questa classifica c’è Djokovic con 89 tornei, tre in più di chi lo segue, Ivan Lendl (86). Connors e Federer sono anche in vetta alla graduatoria delle finali giocate (65 il mancino di Belleville, 64 l’elvetico) e vinte (49 il primo, 45 il secondo) ma la miglior percentuale di finali disputate è di Bjorn Borg (23 su 32 tornei giocati). Quanto altresì alla conversione in vittorie delle finali giocate, a parte il 100% di Muster e Wilander (scaturito dall’aver vinto l’unica disputata), spicca l’84% di Sampras (36 su 43) e, in negativo, il 62% di Nadal, che ne ha perse 13 su 34.

Da Dubai 2004 a Bangkok 2005, Federer ha infilato una striscia record di 20 finali vinte, interrotta da Nalbandian nella Masters Cup di Shanghai. Le altri migliori performance in questo senso le hanno fatte registrare Pete Sampras con 13 (da Tokyo 1996 al Masters 1997) e Bjorn Borg con 11 (da Bastad 1979 a Wimbledon 1980).

HEAD-TO-HEAD – Nella speciale tabella raffigurante i confronti diretti tra coloro che sono stati numero 1 in carriera, soltanto tre tennisti hanno un bilancio positivo contro i numeri 1 in carica: Boris Becker (19 vinte e 17 perse), Gustavo Kuerten (3-2) e Rafael Nadal (21-18). Lo spagnolo ha battuto otto volte Djokovic e tredici volte Federer quando erano in vetta al ranking. Non hanno invece mai vinto un match contro il numero uno Marcelo Rios (che ha perso l’unico giocato) e Lleyton Hewitt, che fa registrare un clamoroso 0-18.

Nella graduatoria inversa, quella che mette in ordine i numeri 1 con la miglior percentuale di vittorie contro un collega, passato o futuro, la vetta spetta a Bjorn Borg (79%, merito di 19 vinte ed 5 perse) davanti a Sampras (55-19) e Federer (63-23); non fanno testo il 100% di Ferrero e Muster, ottenuto giocando un solo incontro.

Bjorn Borg

AVVERSARIIl tennista con ranking più basso ad aver battuto un numero uno al mondo è il canadese Daniel Nestor, che sconfisse Stefan Edberg in Coppa Davis nel 1992; il plurititolato doppista era n. 238 ATP quando ottenne quel risultato. Solo un altro giocatore oltre la posizione numero 200 è riuscito nell’impresa: si tratta del marocchino Karim Alami, che si impose a Pete Sampras 3-6 6-2 6-4 a Doha nel 1994. Terzo in questa particolare classifica è il russo Andrei Olhovskiy, a cui spetta il primato di averlo ottenuto in uno Slam; era n. 193 quando si impose a Jim Courier nell’edizione 1992 di Wimbledon.

Nel complesso sono ben 19 i tennisti classificati sopra la centesima posizione del ranking ad aver centrato l’obiettivo di imporsi al re del mondo, ma nessuno è riuscito a ripetersi. Sono invece quattro i numeri uno ad essere stati sconfitti più volte da un over-100: Pete Sampras in tre occasioni (prima di Alami, aveva perso con Grant Stafford al Queen’s e con Patrick Rafter a Indianapolis, entrambe le volte nel 1993), Courier (Olhovskiy e Diego Perez), Federer (Gasquet e Kokkinakis) e Muster (Sandon Stolle e Nicolas Pereira) due volte.

Oltre ai sopracitati “colleghi” Becker, Kuerten e Nadal, ci sono altri 14 tennisti che vantano un bilancio positivo nei confronti del numero uno ATP. Dieci di questi hanno sfruttato al meglio l’unica occasione avuta in carriera e tra loro ci sono anche due italiani, Filippo Volandri e Lorenzo Sonego; gli altri sono Bauer, Boutter, Di Pasquale, Gisbert, Saretta, Stafford, Thompson e Vanek. Sono in vantaggio pur avendoci giocato più volte anche il tedesco Rainer Schuettler (2-1), il russo Daniil Medvedev (3-2), lo slovacco Dominik Hrbaty (4-3) e l’olandese Richard Krajicek (7-5).

In assoluto, tra tutti i tennisti che non sono mai stati numeri uno, il primatista di vittorie contro un leader è l’argentino Juan Martin Del Potro (10) che precede lo stesso Krajicek (7) e la coppia formata da Chang e Tanner, con 6 vittorie ciascuno. Per finire questa carrellata di numeri, ecco la top-5 dei peggiori record fatti registrare da coloro che non hanno mai battuto un numero uno: Vitas Gerulaitis (0-24), Brad Gilbert (0-21), Lleyton Hewitt (0-18), Mikhail Youzhny (0-13), Fernando Verdasco (0-12).


  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi
  19. E alla fine arriva Federer
  20. 2006-07, il dominio di Federer con il ‘tarlo’ Nadal
  21. Lo storico sorpasso di Nadal su Federer nel 2008
  22. Altri due anni di duopolio Federer-Nadal
  23. Il duopolio è spezzato, Djokovic irrompe sulla scena
  24. Dal 2012 al 2014, Federer, Nadal e Djokovic si passano il trono
  25. Djokovic pigliatutto. Riconquista il trono e sfata il tabù Roland Garros
  26. Nel 2016, l’ascesa al trono di Sir Andrew Barron Murray
  27. Federer torna sul trono a 36 anni e mezzo
  28. La storia finisce: Djokovic 2018 e 2020, passando per Nadal 2019

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Paula Badosa, crisi e successo

La vincitrice del torneo di Indian Wells 2021 prima di affermarsi ad alti livelli ha vissuto lunghe stagioni piene di difficoltà

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Paula Badosa - WTA Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Per come era stato organizzato il calendario WTA di quest’anno, era chiaro che il torneo di Indian Wells avrebbe rappresentato un passaggio cruciale della stagione. E infatti i molti punti assegnati alla vincitrice, ma anche alle altre tenniste capaci di arrivare in fondo, hanno cominciato a delineare in modo più chiaro la Race, cioè la classifica che determinerà le otto protagoniste che avranno il diritto di disputare le Finals 2021.

Non tutto, naturalmente, è definitivo, ma al momento la vittoria di Paula Badosa a Indian Wells ha permesso alla Spagna di avere due giocatrici fra le otto possibili “elette”. Garbiñe Muguruza infatti è settima nella Race con 3150 punti, Badosa la segue a 3112. Nona è Ons Jabeur con 3020 punti, mentre la decima, Naomi Osaka, è già più staccata, con 2771 punti. E dato che è molto incerta la partecipazione della numero 1 Barty alle Finals previste a Guadalajara, non è improbabile che sia Muguruza che Badosa possano scendere in campo in Messico.

Forse non è molto noto, eppure, oltre alla nazionalità, Muguruza e Badosa hanno altri punti in comune, specie per quanto riguarda la loro formazione e i primi passi compiuti in WTA.




 

Torniamo indietro di qualche anno, al marzo del 2012. Sta per cominciare il torneo di Miami, e la IMG, società che fra le proprie attività ha la gestione del Miami Open, decide di assegnare una wild card a una giovane spagnola semisconosciuta: Garbiñe Muguruza, classificata fuori dalle prime duecento del mondo. La scelta è determinata dal fatto che la giocatrice in questione ha un contratto con la stessa IMG, che la ritiene una grande promessa.

Sorprende la decisione di assegnarle la possibilità di entrare addirittura nel tabellone principale, dato che Garbiñe non ha praticamente esperienza di match a livello WTA. Eppure la giovanissima Muguruza si dimostra all’altezza: sconfigge nell’ordine Morita, Pennetta e Zvonareva, prima di fermarsi al quarto turno contro Radwanska (che poi avrebbe vinto il torneo).

Ci si chiede chi sia questa diciottenne e si scopre che è una spagnola sui generis, perché è nata in America (a Caracas) e ancora non ha deciso in via definitiva se gareggiare per la Spagna o per la nazione di origine, il Venezuela. Alla fine Muguruza sceglie di rimanere spagnola, e il resto della sua carriera è ormai entrato nei libri di storia del tennis.

Spostiamoci in avanti di tre anni esatti, al marzo 2015. Di nuovo Miami Open, e di nuovo IMG decide di assegnare una wild card a una spagnola semisconosciuta: Paula Badosa, anche lei promessa sotto contratto con la agenzia. E la 17enna Badosa non sfigura: pur senza esperienza a livello WTA, da numero 419 del ranking, raggiunge il terzo turno. Sconfigge Petra Cetkovska e Zheng Saisai prima di fermarsi contro Karolina Pliskova.

Così come Muguruza, anche Badosa è nata in America (a New York, figlia di due genitori impiegati nella moda, prima come modelli e poi come fotografi) e per questo è ugualmente contesa tra due federazioni. Dopo la prestazione in Florida, infatti, si fa avanti la USTA per farla gareggiare sotto la bandiera a stelle e strisce. Ma anche Paula decide di rimanere spagnola, anche perché da parecchi anni si allena tra Valencia e Barcellona, e gli USA rimangono un ricordo legato solo alla prima infanzia.

Ecco, fino a qualche mese fa, il parallelismo tra Muguruza e Badosa si fermava ai loro esordi professionistici, perché poi lo sviluppo delle loro carriere sembrava dovesse percorrere strade molto differenti; da una parte il successo di Garbiñe, dall’altra la delusione di Paula, che dopo l’avvio sorprendente sembrava essersi persa tra infortuni e insicurezze.

Incapace di tenere fede alle grandi speranze suscitate da teenager: Badosa non sarebbe stata certo la prima giovanissima di talento schiacciata dalle aspettative. Normalmente ci si ricorda di chi ha sfondato, ed è quasi fisiologico dimenticarsi di chi non è riuscita ad arrivare in cima alla piramide del successo. Ma non si tratta di casi sporadici.

Ricordate per esempio Bojana Jovanovski? Cito lei perché anche Bojana aveva firmato un contratto con IMG, ed era considerata una della maggiori promesse in WTA. Nata il 31 dicembre 1991 (un giorno dopo Camila Giorgi), capace di entrare fra le prime cento a 18 anni, aveva vinto fra il 2012 e il 2013 i tornei di Baku e Tashkent. Ma poi dal 2014 (anno del suo best ranking: numero 32), ha cominciato un declino precoce che l’ha portata a disputare il suo ultimo match nel 2018. Ritirata a nemmeno 27 anni.

Insomma, essere una promessa, ed essere individuata da IMG come una potenziale stella, non è per forza garanzia di successo ad alti livelli. E sino a qualche tempo fa anche Badosa sembrava confermarlo: prima di arrivare a vincere un torneo importante come Indian Wells, Paula ha attraversato lunghe stagioni piene di problemi e difficoltà.

a pagina 2: Il lungo periodo di crisi

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Il 1984 di Martina Navratilova a Wimbledon fra leggenda e polemiche

In onore del sessantacinquesimo compleanno di Navratilova, riproponiamo in italiano un estratto di “Glory Days” di Jon Wertheim apparso sul Guardian

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Martina Navratilova con il trofeo di Wimbledon (Credits: @usta on Twitter)

Qui l’articolo originale [NOTA: il titolo per esteso del libro è “Glory Days: The Summer of 1984 and the 90 Days That Changed Sports and Culture Forever”, disponibile in lingua originale e pubblicato a giugno da Mariner Books]

Nell’estate del 1984, John McEnroe esibì un livello di tennis così eccelso – sia dal punto di vista atletico sia dal punto di vista estetico – da far passare in secondo piano tutte le sue sfuriate o, almeno, da indurre anche i più esperti a non darvi troppo peso. A quel tempo, McEnroe era riuscito in un certo senso a sbarazzarsi di uno dei suoi rivali, Bjorn Borg. Un altro, Jimmy Connors, aveva superato i trent’anni ormai da un po’ e quindi, dal punto di vista atletico, era paragonabile ad un vecchietto. Un terzo rivale, Ivan Lendl, aveva appena raggiunto il tanto sospirato traguardo della vittoria all’Open di Francia, arrivando a battere McEnroe in finale, dopo essere stato ad un passo dalla sconfitta – un risultato che Mac tuttora fatica a digerire. Quello però avveniva sulla terra rossa; Lendl era dichiaratamente “allergico” agli eleganti prati di Wimbledon.

Non avendo chi potesse impensierirlo veramente, McEnroe si mosse sui prati dell’All England Club come se fossero il suo personale palcoscenico, trattando i ragazzi dall’altra parte della rete come compagni di allenamento. I suoi gesti tecnici estasiarono gli spettatori come mai prima. Sfoderò con grande efficacia il suo servizio mancino, caratterizzato da un’incredibile torsione lombare. Attaccò la rete, cercando angoli che nessun altro giocatore avrebbe immaginato né tanto meno tentato. Bersagliò gli avversari di volley precise al millimetro. Giocò in maniera talmente sontuosa che per una volta il suo tennis placò il suo focoso temperamento. Non incontrando seria resistenza, McEnroe vinse Wimbledon e finalmente conquistò il pubblico britannico che, fino ad allora, aveva provato sentimenti contrastanti nei suoi confronti: da una parte erano attratti dal suo tennis, dall’altra erano enormemente infastiditi dai suoi sfoghi. Questo assolo di due settimane sull’erba di Wimbledon avrebbe segnato per lui il momento culminante del 1984, un anno fantastico in cui McEnroe avrebbe vinto 13 titoli con un bilancio di 82 vittorie e 3 sconfitte.

 

Nonostante ciò, in quel periodo, fu un’altra persona a rivelarsi la figura più influente nel mondo del tennis.

Nell’estate del 1984, quando il circuito lasciò Parigi per dirigersi verso Wimbledon, Martina Navratilova poteva vantare 31 vittorie consecutive e, incredibilmente, 85 vittorie negli 86 incontri precedenti. Aveva vinto Wimbledon sia nell’83 che nell’84 e in totale aveva già trionfato ai Championships per quattro volte.

A quel tempo, la principale avversaria di Navratilova era Chris Evert, ma la loro rivalità si poteva paragonare alla contrapposizione tra una falciatrice ed un filo d’erba, tra un martello ed un chiodo, tra Mozart e Salieri. Navratilova aveva infatti vinto gli ultimi dieci confronti. Quasi a seguito di un ripensamento, decise di disputare anche il torneo di doppio, in coppia con Pam Shriver – la coppia sarebbe poi arrivata a conquistare il titolo di doppio in tutti e quattro gli Slam.

All’epoca, il torneo sull’erba di Eastbourne, in Inghilterra, fungeva (oltre che da preparazione per i Championships) anche da sede di una sorta di spettacolo di varietà offerto dalle giocatrici WTA, paragonabile ad un talent show presso un campo estivo. Quell’anno, ad un certo punto della serata, un gruppo di giocatrici eseguì una parodia di “Beat It”, successo di Michael Jackson dell’anno precedente.  

Martina you’re too good / Just give us a break

You’re beating us too bad/It’s getting hard to take

Quit eating that food / And lift no more weights

Stop It! / Stop It!

Have some more sex / Have some more booze

It doesn’t matter if you win or lose

I giornalisti chiesero a Don Candy, allenatore della Shriver, cosa si potesse fare per riuscire a battere la grande Martina Navratilova. Candy si fermò, ci pensò su un attimo e alla fine rispose: “Passategli sul piede con l’auto”.

Fortunatamente non lo fece nessuno.

Se McEnroe perse un solo set nella sua corsa al titolo in singolare di Wimbledon 1984, Martina Navratilova non ne perse nessuno. McEnroe lasciò l’All England Club con un record annuale di vittorie-sconfitte di 47-1, Navratilova con un record di 92 vittorie su 93 incontri disputati. McEnroe avrebbe vinto quell’anno due Major, Navratilova ne avrebbe vinti tre. Entro la fine dell’anno Navratilova avrebbe guadagnato $2.173.556 di montepremi, più di quello che aveva mai guadagnato qualsiasi altro giocatore o giocatrice in un singolo anno.

Wimbledon 1984 contrassegnò il picco nella sua carriera tennistica. In ogni senso. Arrivò da testa di serie numero uno in quello che poteva considerare il suo personale campo da gioco in erba. E vi arrivò anche con un nuovo entourage. Renée Richards era tornata al suo studio di chirurgia oculare a Park Avenue, così Navratilova si rivolse ad un nuovo allenatore, Mike Estep, un ex-giocatore del circuito maschile. Inoltre, si era separata dalla sua compagna, Nancy Lieberman, ed aveva una nuova fiamma, Judy Nelson, una casalinga appartenente all’alta società di Dallas, madre di due figli che non aveva mai avuto una relazione con una donna ma che, quando incontrò Navratilova, sentì immediatamente che c’era qualcosa che le univa, come lei stessa ebbe a dire.

Il giorno prima dell’inizio del torneo di Wimbledon, Nelson chiese il divorzio da suo marito, un medico di Dallas. I media, soprattutto i giornali scandalistici di Fleet Street a Londra, alimentarono il chiacchiericcio su Navratilova, elencando i cambiamenti che apportava al suo staff e nella sua vita di coppia. C’erano i soliti riferimenti sarcastici al suo entourage, che includeva un dog-sitter e uno che preparava gli gnocchi (“In realtà si trattava della stessa persona”, dice Navratilova, “un amico che per caso sapeva anche cucinare bene”).

Per il torneo, Navratilova aveva affittato nell’area residenziale di Wimbledon una casa georgiana, a pochi minuti a piedi dall’All England Club. I paparazzi dei tabloid si accampavano sui prati, sperando di immortalare la campionessa insieme alla sua ragazza biondina in qualche immagine scandalosa. I giornalisti venivano a suonarle il campanello sia la mattina presto che la sera tardi. Ma Navratilova è sempre Navratilova, ovvero non proprio una che le manda a dire. Dalla casa in cui alloggiava scherniva i paparazzi, definendoli “feccia”. Dopo la sua vittoria in uno dei primi turni, Nelson le mandò baci dagli spalti. Il suono prodotto dagli scatti delle macchine fotografiche, provenienti dalla zona riservata ai fotografi a bordo campo, sovrastò per intensità e per durata gli applausi della folla. Navratilova fece un sorriso in direzione dei fotografi, scosse la testa e mormorò: “Ragazzi, siete veramente patetici”. Nella sua conferenza stampa post-partita, iniziò dichiarando che, a parte Wimbledon, avrebbe saltato tutti gli eventi tennistici in programma in Gran Bretagna. “Amo la gente di qui e adoro giocare in questo posto”, disse, “ma se questo significa ricevere le molestie che ho dovuto sopportare qui, non ne vale la pena; non ho alcuna intenzione di subirle ulteriormente”.

Tutto questo generò una situazione davvero paradossale. Da una parte c’era Wimbledon, l’emblema dell’eleganza, rispettabilissimo evento per signorotti benestanti, con il suo rigido dress code, le sue bianche palline da tennis, le sue pause per il tè e le fragoline. Dall’altra c’era questa stella del tennis, una tipa schietta, tosta, nerboruta, lesbica, che ora affrontava il mondo di Wimbledon a muso duro; da una parte la sua appariscente fidanzata sugli spalti e dall’altra i paparazzi che cercavano di carpire ogni dettaglio di quella storia. Faccenda stonata quanto la presenza di una puzzola ad una festa in giardino, dove il giardino, in questo caso, erano i prati dell’All England Club. È opinione diffusa che, per quanto odioso fu l’atteggiamento dei giornali scandalistici, anche Navratilova ebbe le sue responsabilità. Perfino la rivista Time, che di solito mantiene toni molto sobri, rimproverò a Navratilova “una sconsiderata mancanza di riservatezza riguardo alla sua vita privata”.

Durante il torneo, il Daily Express di Londra pubblicò un editoriale intitolato “Non trasformate Martina in un nuovo Oscar Wilde”. Quello che, almeno in teoria, avrebbe dovuto essere un articolo in sua difesa, conteneva frasi del tipo: “Gli uomini la considerano l’antieroina per eccellenza. Ha muscoli troppo sviluppati. Non rimbalza leggera come simpatiche palline da tennis, facendo graziose foto per i giornali… I tentativi quasi patetici di Navratilova di mascherare la sua insoddisfazione per il proprio aspetto fisico (‘la cosa migliore che si possa dire su di me è che ho una faccia gagliarda’) non l’hanno di certo aiutata”.

L’articolo invitava poi a mostrarle un po’ di considerazione: “Sono contrario a questa caccia alle streghe che rievoca le vicende di Oscar Wilde, nei confronti di questa figura eccentrica ed isolata, che non piace agli uomini. Se i giornalisti vogliono proprio essere cattivi, scaglino i loro insulti contro quella sciocca casalinga bionda del Texas, innamorata delle celebrità, che ha chiesto il divorzio e che, almeno temporaneamente, ha lasciato due bambini molto piccoli per seguire Navratilova”

In risposta al crescente interesse causato dalle vicende legate a Navratilova, la WTA convocò una riunione di emergenza a metà torneo presso l’All England Club in cui condannò il trattamento che la stampa aveva riservato a Navratilova, definendolo “orrendo”. I funzionari di Wimbledon rilasciarono una dichiarazione con cui si autorizzavano i giocatori ad abbandonare le conferenze stampa in caso di domande “provocatorie” che esulavano dal tennis.

Navratilova venne penalizzata anche in modi più subdoli. Ci si sarebbe aspettati che una giocatrice del suo calibro venisse programmata spesso sul Centre Court, la cattedrale del tennis, ma questo nel suo caso non avvenne. La NBC, la rete che possedeva i diritti televisivi per la trasmissione del torneo negli Stati Uniti, fece di tutto per evitare di mandare in onda gli incontri di Navratilova, fino a quando non poté più farne a meno, ovvero negli ultimi turni del torneo. La rete televisiva si giustificò dicendo che gli incontri di Chris Evert ottenevano indici d’ascolto più elevati. La verità era ben diversa: i funzionari erano seriamente preoccupati che la figura di Navratilova potesse compromettere i ricavi provenienti dagli sponsor.

Dentro e fuori dal campo, Navratilova era decisamente in anticipo rispetto ai suoi tempi. Seguendo il suo esempio, altri atleti gay avrebbero fatto coming out durante la loro carriera. Quando, nel 2013, il giocatore NBA Jason Collins disse al mondo che era gay – il primo a farlo tra gli atleti americani in attività, nell’ambito degli sport di squadra – citò Navratilova come sua fonte d’ispirazione.

Con il tempo gli atleti avrebbero capito di poter esercitare una forte influenza a livello culturale: con la loro posizione potevano far sentire la propria voce e fare da potente cassa di risonanza nelle battaglie politiche e sociali. Le vene e i muscoli, che procurarono a Navratilova tante noie, occhiatacce e commenti sarcastici, sono diventate d’obbligo per tutte le atlete, che ora con orgoglio postano foto della loro forma fisica. Quello che chiamavano l’“entourage” di Navratilova, il suo “corteo regale”, al tempo così apertamente deriso, è stato ribattezzato “team” e costituisce ormai la norma nel tennis e in tutti gli sport individuali. I “dati informatici” che Navratilova consultava al fine di elaborare una strategia di gioco si sono sviluppati fino a confluire in quella che oggi è la scienza dell’analisi statistica in ambito sportivo.

Ma a quel tempo, durante il lontano Wimbledon del 1984, era tutto diverso. C’erano tutti gli ingredienti per farla a pezzi: la cotta per una nuova donna, una relazione criticata dai tabloid, il disprezzo generale per i suoi muscoli e il suo entourage, l’audacia di credere di avere il diritto di dare voce a opinioni su questioni che andavano ben oltre lo sport, la pressione di giocare a Wimbledon (il fiore all’occhiello della stagione tennistica), la pressione ulteriore determinata dalle forti aspettative, il fatto che tutti si aspettassero che vincesse il torneo e che qualsiasi risultato diverso dal sollevare il trofeo avrebbe rappresentato un’enorme sconfitta, il disgusto, fuori e dentro lo spogliatoio, per quel corpo poco femminile.

Invece, Navratilova fu capace di scrollarsi via di dosso tutto quanto, come fossero fastidiosi pelucchi sul suo completino. Vinse alla sua maniera, grazie alla sua potenza, alla sua astuzia e alla sua forma fisica. Vinse nel gioco da fondocampo e vinse a rete. Al servizio rese meglio di tutte le altre 127 giocatrici, e anche in risposta fu la migliore. In fondo negli incontri che giocò ci fu poca tensione; il pathos risedette nel modo in cui Navratilova tirò fuori il suo talento e nell’aggressività dei suoi colpi.

Fin troppo spesso ritratta in pose di intensa meccanicità, Navratilova andava invece per la sua strada sfoggiando un sorriso spensierato. “Sembra che si diverta quando gioca a tennis”, disse la tennista americana Peanut Louie, “perciò, anche quando ti fa fuori, non ti senti poi così male”. Arrivò in finale senza aver perso nemmeno un set. Vinse il titolo – il suo terzo consecutivo a Wimbledon – battendo in finale Evert per l’undicesima volta consecutiva con il punteggio di 7-6 6-2. E dire che Evert aveva giocato bene: gli otto game conquistati furono quasi una vittoria morale per lei.

Il grande commentatore sportivo Frank Deford, nel tracciare un profilo di Navratilova, la mise in questi termini: “Aver raggiunto così tanti traguardi, aver trionfato in un modo così splendido e, tuttavia, essere rimasta sempre l’“altra”, quella strana, relegata in un mondo tutto suo: mancina in un mondo di destrorsi, gay in un mondo di etero, considerata una disertrice nel suo paese e un’immigrata nella sua nuova patria, forse l’ultima paladina del gioco al volo in mezzo ai replicanti del gioco da fondocampo. Ci si chiede come sia riuscita a spuntarla.

Il successo le diede il coraggio di parlare apertamente e di approfittare della sua posizione privilegiata per difendere cause che hanno poco a che fare con il tennis. Forse non a caso, meno di una settimana dopo la vittoria di Navratilova al torneo di Wimbledon, il candidato democratico alle presidenziali americane, Walter Mondale, scelse come sua vice Geraldine Ferraro, la prima donna a rivestire un ruolo così importante in un partito politico.

Navratilova si stava godendo la conquista del titolo di Wimbledon 1984 quando le venne fatto notare che, solo un anno prima, aveva affermato che, a causa dell’incessante competizione, dell’afflusso continuo di nuove giocatrici fortemente motivate, del sottile margine che separa una vittoria dalla sconfitta, il dominio assoluto in uno sport da parte di un singolo giocatore è praticamente impossibile. Che cosa ne pensava ora Navratilova di quell’asserzione?     

“Beh”, disse, “mentivo”.

Traduzione a cura di Ilchia Di Gorga

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Flash

Classifica ATP: Hurkacz in, Federer out. Cameron Norrie sale al sedicesimo posto

Nemmeno uno svizzero in Top 10 per la prima volta in 19 anni. Sinner ottiene il best ranking, Nadal torna fra i primi cinque

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Cameron Norrie - Indian Wells 2021 (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

Dice il proverbio: “Via i gatti ballano i ratti”.

Visto ciò che è successo a Indian Wells noi aggiungiamo: “… ma non sempre”.

La triplice contemporanea assenza dai campi californiani dei più terribili Gatti con la Racchetta degli ultimi vent’anni, a cui si è aggiunta quella del gatto austriaco campione in carica – Dominic Thiem – non è stata sufficiente per permettere ai ratti più blasonati del circuito ATP di emergere nel penultimo Masters 1000 della stagione.

 

L’unica cosa che è emersa di fatto è stata la loro inadeguatezza rispetto agli assenti sopra citati.

Medvedev – numero 2 della classifica – ha perso contro Dimitrov dopo essere stato in vantaggio un set e due break nel secondo parziale; Tsitsipas – numero 3 del mondo – ha perso contro Basilashvili ma almeno ha una valida attenuante: il raffreddore!; Zverev – numero 4 – ha ceduto le armi a Fritz dopo avere avuto due match point a favore, il secondo dei quali al servizio. Stendiamo infine un pudico velo su quanto hanno fatto il numero 5 e il numero 7 (Rublev e Berrettini) per tacere del numero 10 (Ruud), altrimenti andremmo fuori tema.

Tornando quindi al tema, vediamo quali conseguenze hanno avuto sulla classifica questi avvenimenti che tanto sarebbero piaciuti a Monsieur Joseph Fipart detto Rocambole.

TOP 20

PosizioneGiocatoreNazionePunti ATPDelta
1DjokovicSerbia11430 
2MedvedevRussia9630 
3TsitsipasGrecia7995 
4ZverevGermania6930 
5NadalSpagna5635
6RublevRussia5560 -1
7BerrettiniItalia4858 
8ThiemAustria3815 
9RuudNorvegia3615 1
10HurkaczPolonia3378 2
11FedererSvizzera3285 -2
12Auger AliassimeCanada3263 -1
13SinnerItalia3100 1
14SchwartzmanArgentina2970 1
15ShapovalovCanada2903 -2
16NorrieGran Bretagna2895 10
17GarinCile2510 
18Carreno BustaSpagna2445-2
19MonfilsFrancia2383-1
20Bautista AgutSpagna2270-1


Alcune osservazioni:

  • nonostante le rispettive assenze dai campi, Djokovic rafforza la sua leadership sotto il profilo numerico e Nadal guadagna una posizione.
  • Ruud sale al nono posto e Hurkacz al decimo eguagliando così il best ranking ottenuto dal connazionale Wojciech Fibak nel 1977.
  • Roger Federer esce dalla Top 10 nella quale era rientrato il 30 gennaio 2017; dal 14 ottobre 2002 ad oggi la Svizzera aveva sempre avuto almeno un tennista in Top 10; durante l’assenza di Federer dalle prime 10 posizioni, avvenuta nel periodo compreso tra il 7 novembre 2016 e il 16 gennaio 2017, il testimone fu infatti raccolto da Stan Wawrinka.
  • Norrie debutta per la prima volta nella Top 20. A inizio stagione era il numero 74 del mondo.
  • Non ci sono tennisti statunitensi tra i primi 20. Il primo tra loro è Reilly Opelka, venticinquesimo.

CASA ITALIA

Settimana poco brillante per i tennisti azzurri di vertice, fatta eccezione per Gianluca Mager – più che soddisfacente la sua performance californiana – che ha superato Lorenzo Musetti in classifica, e Stefano Travaglia, che ha conquistato 8 posizioni grazie alla semifinale ottenuta nel torneo Challenger di Napoli 1 e alla vittoria in quello di Sibiu all’inizio del mese.

Brutte notizie per Marco Cecchinato, che ha perso i 150 punti conquistati un anno fa in Sardegna ed è uscito dalle prime 100 posizioni.

Alessandro Giannessi lascia per ora la Top 200.

ClassificaNomeVariazionePunti
7Berrettini 4858
13Sinner13100
24Sonego-32125
34Fognini-41529
67Mager6954
69Musetti-7948
83Travaglia8850
98Seppi-5767
104Cecchinato-22746
135Caruso 514
152Gaio 444


Jannik Sinner a causa della sconfitta subita a Indian Wells per mano di Taylor Fritz vede complicarsi la strada che porta al paradiso rappresentato dalle NITTO ATP Finals di Torino delle quali parleremo diffusamente  in altra sede. Raggiunge comunque il suo best ranking di carriera al N.13 dato che vengono conteggiati entrambi i tornei vinti a Sofia che l’anno scorso si giocò nel mese di Novembre

Questa settimana ad Anversa vedremo sicuramente in campo nel tabellone principale Mager, Musetti e Sinner, seppure non tutti molto a lungo dal momento che Mager e Musetti si incontreranno al primo turno e il vincente affronterà Sinner. Seppi è atteso alla prova delle qualificazioni.

Prima di chiudere questa sezione segnaliamo che il diciannovenne Flavio Cobolli, grazie alla semifinale disputata al Challenger di Napoli 2, ha guadagnato in una settimana 24 posizioni ed è andato a sedersi sulla poltrona numero 219.

BEST RANKING

Sono tanti, giovani e forti (ma meno di 300 e per fortuna non sono morti) i giocatori che hanno raggiunto il proprio best ranking questa settimana tra quelli compresi nella Top 100. Tra loro merita una doppia razione di applausi l’olandese Tallon Griekspoor, il Signore dei Challenger, che a 25 anni ottiene il visto d’ingresso per le prime 100 posizioni.

GiocatoreNazionePosizione
RuudNorvegia9
HurkaczPolonia10
SinnerItalia13
NorrieRegno Unito16
KaratsevRussia22
KordaUSA38
IvashkaBielorussia43
DuckworthAustralia52
McDonaldUSA55
RinderknechFrancia65
BrooksbyUSA70
NakashimaUSA79
GriekspoorOlanda89

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